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VADEMECUM di autodifesa dalla scuola/azienda
“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di
fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana …” “La
Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi”-
“La scuola è aperta a tutti” articoli 3, 33 e 34 della Costituzione,
“Formazione della personalità degli alunni e libertà di insegnamento.
Nel rispetto delle norme costituzionali e degli ordinamenti della scuola stabiliti dal presente testo unico,
ai docenti è garantita la libertà di insegnamento intesa come autonomia didattica e come libera
espressione culturale del docente. L’esercizio di tale libertà è diretto a promuovere, attraverso un
confronto aperto di posizioni culturali, la piena formazione della personalità degli alunni”. articolo 1
del Testo unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione - D.Lgs. 297/94

Premessa
La scuola pubblica sta subendo un pericoloso attacco proprio per il ruolo che la Costituzione le affida in
quanto Istituzione al di fuori dei meccanismi del mercato. Di fronte a questo attacco diventa essenziale
per gli insegnanti e gli ATA, avere a disposizione strumenti per contrastare, anche sul terreno della
norma, la nefasta convinzione che l’unico modo per uscire dalla crisi che attraversa la scuola italiana sia
quello di trasformarla in un enorme avviamento al lavoro (quale?), magari gestito come un’azienda o una
caserma.
Questo Vademecum nasce proprio dall'esigenza di fornire, a docenti e ATA, quegli strumenti necessari
per gestire la propria condizione di lavoratori senza rassegnarsi davanti a dirigenti intraprendenti, o
consegnandosi all’acefala tutela del sindacalista di turno.
Con questo Vademecum cerchiamo di mettere un po’ di ordine nell'intricatissima matassa di leggi,
contratti, ordinanze e circolari, che nel corso degli anni pare essere stata realizzata apposta per impedire
ai lavoratori di poter tutelare i propri (sempre più limitati) diritti sulla base della certezza della norma.

Un intrico che rischia di aggrovigliarsi sempre più. Infatti, nonostante l'art. 72 del D.Lgs. 29/93 preveda
che "le disposizioni vigenti cessano in ogni caso di produrre effetti dal momento della sottoscrizione ...
del secondo contratto collettivo", proprio il secondo contratto Scuola nell'era della privatizzazione del
rapporto di lavoro, il CCNL 99 all'art. 48 recita: "le norme legislative amministrative o contrattuali non
esplicitamente abrogate o disapplicate dal presente CCNL, restano in vigore in quanto compatibili". Ad
accrescere ulteriormente la confusione concorre il fatto che non si siano indicate queste norme in un
articolo specifico, né che si sia redatto un testo coordinato dei due contratti. Così per una volta ci
troviamo d'accordo con gli esperti de Il Sole 24 Ore nel ritenere "che sorgeranno numerosi problemi
interpretativi, relativi ai canoni ermeneutici dell'abrogazione tacita per incompatibilità o per nuova
regolamentazione dell'intera materia".

E' importante ricordare che CGIL-CISL-UIL auspicano addirittura una completa delegificazione di tutta
la materia, con lo scopo di garantirsi una posizione essenziale (una volta abrogate le leggi) nella
contrattualizzazione di sempre più ampi aspetti del nostro lavoro (e della nostra vita): orario, obblighi di
servizio, salario, mobilità, diritti sindacali.
Ci vorrebbero far ripiombare nei tempi in cui l’assenza di regole non poneva alcun limite allo strapotere
dei soggetti più forti. In nome della tanto mitizzata “modernizzazione” tutte le conquiste delle lotte dei
lavoratori, successivamente sancite da leggi dello Stato (diritto agli aumenti salariali, alla pensione, ecc.)
vengono smantellate per far spazio a trattative in cui i lavoratori non hanno nessuna voce in capitolo
(vedi il CCNL e il famigerato art. 29, ancora vigente), oppure sono raggirati (ricordate la farsa del
referendum sulle pensioni?).

Nel Comparto più grande e meno sindacalizzato del Pubblico Impiego, l’unico in cui ai lavoratori è stato
anche impedito di eleggere i propri rappresentanti, CGIL-CISL-UIL stanno cercando di portare a
compimento la trasformazione del sindacato in agenzia di servizi, cui rivolgersi per trovare soluzione a
difficoltà individuali, di cui sono peraltro tra i primi responsabili.

Introducendo nel nostro lavoro elementi di competizione, carrierismo e di selezione, con prove ed esami
che in ogni caso dovranno essere certificati da qualcuno, si stanno predisponendo quei meccanismi
perversi che spingeranno molti a cercarsi una sponda clientelare nelle varie delegazioni, commissioni,
osservatori, ecc. rivolgendosi anche, se non solo, a quei sindacati.

Questo Vademecum ha l’ambizione di poter essere uno degli strumenti con i quali costruire una sempre
maggiore consapevolezza del proprio ruolo di lavoratori per giungere realmente al “rifiuto di ogni forma
di privilegio propria del sindacalismo di mestiere che produce la separazione tra rappresentanti e
rappresentati” (art. 3 dello Statuto dei Cobas-Scuola).

Il curatore del testo
Ferdinando Alliata

Il Vademecum, frutto del lavoro di docenti e ATA che in questi anni si sono riconosciuti nell’esperienza
Cobas, si è andato costruendo gradualmente attraverso la quotidiana opposizione ai più svariati soprusi di
capi d’istituto, provveditori e ministri, cercando gli strumenti più adatti per trasformare in conflitti di
lavoro situazioni che troppo spesso sono accettate passivamente.
Il testo è stato poi raccolto e ordinato dal curatore, cui vanno imputati tutti gli errori e le dimenticanze (la
redazione definitiva è del 10 agosto 2000).
Il nostro lavoro (sicuramente incompleto e da perfezionare) è adesso nelle mani di tutti.
Ove possibile sono forniti collegamenti alle fonti legislative citate, saranno gradite informazione su
possibili collegamenti non presenti. mailto



COLLEGAMENTI ALLE FONTI PRINCIPALI:
   AUTONOMIA: DPR 275/99 "Autonomia delle istituzioni scolastiche
   CCDN: Contratto Collettivo Decentrato Nazionale
   CCDP: Contratto Collettivo Decentrato Provinciale.
   CCNI 99: Contratto Collettivo Nazionale Integrativo, sottoscritto il 31 agosto 1999.
   CCNL 95: Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro - comparto Scuola 1994/1997.
   CCNL 99: Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro - comparto Scuola 1998/2001.
   CCNQ: Contratto Collettivo Nazionale Quadro, riguarda tutti i comparti del Pubblico Impiego;
   DIMENSIONAMENTO:DPR 233/98 ..
   DIRIGENZA: D.Lgs. 59/98 "Disciplina della qualifica dirigenziale dei capi di istituto delle
    istituzioni scolastiche autonome”.
LEGENDA
   T.U.: D.Lgs. 297/94, "Testo Unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione”.
   CM: Circolare Ministeriale;
   DM: Decreto Ministeriale;
   LC: Lettera Circolare;
   OM: Ordinanza Ministeriale.
  Quando non ulteriormente specificato ci si riferisce al Ministero della Pubblica Istruzione.

Le parti in “corsivo” sono citazioni dalle fonti.


INDICE:
aggiornamento - formazione
aggregazioni di istituti di istruzione secondaria superiore
aspettativa
assemblee dei genitori
assemblee degli studenti
assemblee sindacali
attivita' aggiuntive
 attribuzione incarichi
 autocertificazione
 autonomia
bilancio preventivo vedi contabilità
capo d'istituto vedi dirigenza
carta dei servizi
cicli scolastici riordinocollaborazioni plurime
collegio docenti vedi organi collegiali
concorsone vedi sviluppo della professione docente
congedi
consiglio di circolo o d’istituto vedi organi collegiali
consiglio di intersezione, di interclasse, di classe vedi organi collegiali
contabilità
conto consuntivo vedi contabilità
contribuzione volontaria
controversie relative ai rapporti di lavoro
dichiarazioni sostitutive vedi autocertificazione
dimensionamento della rete scolastica
dirigenza
esame di stato
ferie
fondo dell'istituzione scolastica
formazione vedi aggiornamento-formazione
funzioni-obiettivo
incentivi per le scuole ricadenti in zone e aree particolari
incidenti - infortuni - inidoneità
incompatibilità
incompatibilità ambientale
istituti comprensivi - verticalizzati
liberta' d'insegnamento
malattia
obblighi di lavoro
orario di lavoro e orario di servizio
ore eccedenti
organi collegiali
organi collegiali territoriali
organico funzionale
part-time
permessi
permessi brevi
p.o.f. - piano dell'offerta formativa
prestazioni professionali
rappresentanza e rappresentatività sindacale
rappresentanze sindacali unitarie - r.s.u.
riduzione ora di lezione
rimostranza
sanzioni disciplinari
scambi culturali all’estero vedi viaggi d’istruzione
sciopero
scrutini finali
spettanze non pagate
staff
supplenze
sviluppo della professione docente
tempo parziale vedi part-time
trasparenza
valorizzazione della professionalita' ata
verbali
verticalizzazione vedi istituti comprensivi
viaggi e visite d’istruzione, trattamento di missione


Introduzione
Il 1°settembre 2000 la scuola italiana si troverà ad agire in un contesto normativo in cui conviveranno i
superstiti elementi della legislazione degli anni ‘60-‘70, caratterizzati dalle grandi lotte dei lavoratori per
la conquista di sempre maggiori spazi di democrazia e di libertà, insieme alle “nuove” regole partorite
dalle incontenibili menti che si sono susseguite, senza soluzione di continuità, a viale Trastevere dai
tempi del ministro Lombardi, che, teniamolo a mente, era il responsabile scuola di Confindustria oltre
che direttore de Il Sole 24 Ore.
L’Autonomia Scolastica di Berlinguer ha origini forse ancor più remote, ma non c’è dubbio che a lui
vada ascritta una grande responsabilità nello smantellamento della Pubblica Istruzione.
I COBAS hanno sempre sostenuto che questa Autonomia è la vera privatizzazione della scuola pubblica,
nel senso che viene imposto agli istituti un modello mercantile: produrre una specifica merce (la
formazione) per rispondere alla domanda che proviene da un preciso settore di potenziali clienti (studenti
- famiglie), adeguandosi contestualmente alla nuova dimensione imprenditoriale: il manager dirige,
gestendo risorse e personale (D.Lgs.59/98); gli organi collegiali “garantiscono l’efficacia
dell’autonomia”; gli insegnanti, divisi nelle nuove gerarchie contrattuali, controllati e valutati da figure
di sistema e staff, “hanno il compito e la responsabilità della progettazione e della attuazione del
processo di insegnamento e di apprendimento” (art.16); il personale ata assolverà anche a “funzioni già
di competenza dell’amministrazione centrale e periferica” (art.14). E poi per evitare lungaggini e intoppi
contro i provvedimenti si potrà solo “proporre reclamo all’organo che ha adottato l’atto” (art.14).

Il passaggio dalla Scuola Pubblica alla Scuola dell’Autonomia avrà in quest’anno una tappa
fondamentale: dopo le sperimentazioni coatte (o sperimenti come e cosa vuole il MPI o niente fondi) si
dovrebbe avviare a regime la nuova struttura.
Sarà proprio questo il momento in cui si manifesteranno probabilmente difficoltà ancora superiori a
quelle dello scorso anno, perché si tenterà di gestire molte delle “innovazioni” senza l’adeguato sostegno
normativo oppure con l’ausilio di norme che entrano in stridente contrasto con quelle precedenti, mai
esplicitamente abrogate.
Saranno soprattutto oggetto di controversie quelle “nuove” funzioni che assorbono compiti che
precedentemente erano assolti dagli Organi Collegiali:
- la funzione del dirigente in rapporto agli organi collegiali;
- il ruolo del direttore dei servizi amministativi.

Per concludere, se gli esiti delle trasformazioni determinate dall’Autonomia scolastica vanno previsti in
base a quanto sta succedendo all’Autonomia universitaria, che ha iniziato molto tempo prima questo
percorso, c’è ben poco da stare allegri.
A parte la progressiva riduzione delle iscrizioni, le pseudo-selezioni per le facoltà a numero chiuso che
stanno sottraendo intelligenze e vivacità ai corsi universitari, e la “modernizzazione” europeizzante delle
lauree a punti, si riescono ad intravedere solo le difficoltà e le storture legate all’autonomia gestionale e
finanziaria e i rischi di polverizzazione dei curriculi e delle cattedre indotti dall’autonomia didattica.
E quello dell’Università era un cammino iniziato con evidente entusiasmo e consenso corporativo dai
docenti universitari ben diverso dalle opposizioni che invece, fortunatamente, tutto il mondo della scuola
sta opponendo allo smantellamento dell’Istruzione Pubblica.



AGGIORNAMENTO - FORMAZIONE (commi 12, 13 art. 28 CCNL 95, artt. 12, 13, 14 CCNL 99,
artt. da 6 a 24, artt. da 44 a 49 CCNI 99).
L'aggiornamento rimane diritto e cessa di essere dovere/obbligo per la progressione di carriera.
Le risorse disponibili a livello di MPI per il 50% sono assegnate alle scuole, che possono programmare
iniziative di formazione o acquistare da "soggetti qualificati, accreditati, o proponenti corsi
riconosciuti".
- PERSONALE ATA
La partecipazione alle attività di formazione è prevista a domanda. I corsi si concludono con una
valutazione individuale dei risultati e con il rilascio di un attestato/credito.
Se la partecipazione, che è considerata servizio a tutti gli effetti, eccede l'orario giornaliero viene
retribuita, oppure, a domanda, può dar luogo a riposi compensativi (art.52, comma 6 CCNI 99 e anche
CM 301/96 ).
Vengono previsti quattro tipi di corsi di formazione, organizzati (normalmente su base provinciale) da
MPI, Provveditorati, o scuole di appartenenza:
a) aggiornamento (art. 45 CCNI 99);
b) formazione specialistica (art. 46 CCNI 99) per l'attribuzione delle funzioni aggiuntive per la
Valorizzazione della professionalità ATA (vedi);
c) formazione per la mobilità nell'area di appartenenza (art. 47 CCNI 99);
d) formazione per il passaggio all'area superiore (art. 48 CCNI 99).
- PERSONALE DOCENTE
La formazione-aggiornamento entra a far parte della funzione docente (art. 23 CCNL 99).
Il Piano annuale delle attività di aggiornamento è deliberato dal Collegio tenendo conto della Direttiva
annuale del MPI (da emanare entro il 31 ottobre), e "considerando anche esigenze ed opzioni individuali"
(art. 13 CCNI 99).
Per evitare quindi di incorrere in una sorta di aggiornamento coatto stabilito dalla maggioranza del
Collegio è necessario rendere esplicite nel verbale queste "opzioni individuali" sottolineando la non
obbligatorietà alla partecipazione alle attività di aggiornamento contenute nel Piano e
consentire/riconoscere come funzionale alla qualificazione professionale la partecipazione a qualunque
iniziativa scelta autonomamente, ricordando inoltre che pari condizioni di fruizione dovrebbero essere
garantite a tutti (art. 13 CCNI 99),
Sono confermati i 5 giorni l'anno per partecipare anche in qualità di formatore, esperto o animatore,"con
l'esonero dal servizio e con sostituzione ai sensi della normativa vigente sulle supplenze brevi":
- assunzione di un supplente nella materna e elementare;
- sostituzione con colleghi (a disposizione o con pagamento di ore eccedenti) nella secondaria.
Formazione iniziale e rapporti con l'università: art. 14 CCNL 99, art. 15 CCNI 99
"Il personale docente e direttivo (a tempo indeterminato, ndr) ... è nominato in prova" (art. 437 TU). La
prova ha la durata dell'anno scolastico con almeno 180 giorni di servizio effettivamente prestato, anche
per un orario inferiore a quello di cattedra e comprese le eventuali assenze determinate dalla frequenza a
corsi di formazione o aggiornamento organizzati dal Provveditorato (art. 438 TU).
Durante il periodo di prova il personale, a cui il Collegio docenti affianca un tutor, è ammesso ad un anno
di formazione che "ha inizio con l'anno scolastico dal quale decorrono le nomine e termina con la fine
delle lezioni ... Ai fini della conferma in ruolo i docenti, al termine dell'anno di formazione, discutono
con il comitato per la valutazione del servizio (vedi Organi collegiali) una relazione sulle esperienze e
attività svolte" (art. 440 TU). Il comitato, sulla base della relazione e di altri elementi forniti dal capo
d'istituto, esprime il proprio parere che viene trasmesso al Provveditore che decreta:
- la conferma in ruolo, con provvedimento definitivo;
- la dispensa dal servizio (art. 129 DPR 3/57 ), sentito il Consiglio Scolastico Provinciale per i docenti di
materna, elementare e media, o il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione per la secondaria
superiore;
- l'eventuale restituzione al ruolo di provenienza;
- la proroga: a) per acquisire maggiori elementi di valutazione (previa consultazione del CSP o CNPI); b)
perchè non sono stati prestati i 180 giorni di effettivo servizio.
Un ulteriore periodo di formazione universitaria sarà inoltre previsto per quei docenti i cui curriculi
saranno ritenuti insufficienti a causa dello stravolgimento delle classi di concorso e dell'istituzione degli
ambiti disciplinari, e così, paradossalmente, alcuni insegnanti saranno rimandati all'università come
allievi mentre altri (sempre i soliti bravi) saranno "promossi" al livello universitario come tutor.
Formazione finalizzata a specifici istituti contrattuali: art. 16 CCNI 99
- Funzioni-obiettivo: art. 17 CCNI 99
- Personale delle scuole in aree a rischio: art. 18 CCNI 99
- Insegnanti delle scuole in aree a forte processo immigratorio: art. 19 CCNI 99
- Insegnanti che operano in settori particolari: art. 20 CCNI 99
- Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS): art. 58 comma 2, lett. e) CCNI 99
Formazione per riqualificazione, riconversione e mobilità professionale: art. 21 CCNI 99
AGGREGAZIONE DI ISTITUTI DI ISTRUZIONE SECONDARIA SUPERIORE
(L. 549/95; L.662/96; DPR 157/98 ).
Il DPR 157/98 , Regolamento di attuazione dell’art. 1, comma 20, della L. 549/95, prevede che:
- gli istituti facenti parte dell'unica istituzione scolastica conservano ciascuno la propria originaria
identità e denominazione (art. 2);
- per gli immobili utilizzati come sede degli istituti aggregati trovano applicazione le norme di cui alla
legge 11.1.96, n. 23 e alla L. 8.8.96, n. 431;
- la titolarità di eventuali crediti, ferme restando le finalità ad essi connessi; i beni appartenenti alle
istituzioni scolastiche aggregate ed i beni mobili statali passano nel patrimonio della nuova istituzione
scolastica; gli istituti scolastici aggregati conservano l'uso dei beni mobili esistenti all'atto della
aggregazione (art. 3);
- decadendo i rispettivi consigli di istituto (art. 1 OM 277/98, CM 192/2000 ), venga nominato, dal
Provveditore, un Commissario per l'amministrazione straordinaria delle competenze (art. 9 del D.I.
28/5/75 ), sino all'entrata in funzione del consiglio di istituto (art. 5), tranne il caso in cui vengano
aggregate sezioni staccate e sedi coordinate ad un’istituzione scolastica presso la quale sia già in funzione
il consiglio di istituto (che comunque va subito rinnovato);
- venga costituito un unico consiglio di istituto, con elezioni dei rappresentanti dei docenti, genitori,
alunni e del personale ATA sulla base di liste di candidati contrapposte senza distinzione di scuola,
riservando almeno un seggio ad ognuna delle componenti docenti, genitori e alunni di ciascuna delle
scuole comprese nell'aggregazione (art. 6);
- venga costituito un unico collegio dei docenti articolato in tante sezioni quante sono le scuole presenti
nella nuova istituzione. Per pareri e deliberazioni relative a questioni e problematiche specifiche (ad
esempio, adozione dei libri di testo, iniziative di sperimentazioni, ecc.) riferite alla singola scuola il capo
di istituto convoca solo la corrispondente sezione. In tali casi le pronunce hanno valenza circoscritta ai
singoli ordini di scuola. L'attività di ciascuna sezione deve essere coerente con il piano annuale delle
attività formative dell'istituto e con la programmazione didattico-educativa generale, la cui elaborazione
compete al collegio plenario dei docenti. I collaboratori del preside sono eletti (ma confronta ora con la
recente CM 193/2000), a norma dell'art. 7, comma 2, lett. h), del D.M. n. 297/94, sulla base del numero
complessivo degli alunni dell'istituzione scolastica avendo cura di assicurare per quanto possibile la
rappresentanza dei docenti di tutte le scuole aggregate. Tra i collaboratori eletti il capo d'istituto sceglie il
vicario, avendo cura di far cadere la sua scelta su persona appartenente ad ordine di scuola diverso dal
proprio (art. 7);
- il collegio dei docenti elegga dal suo seno (art. 11 del T.U.) il comitato per la valutazione del servizio
degli insegnanti, assicurando per quanto possibile la rappresentanza dei docenti appartenenti alle diverse
tipologie scolastiche (art. 8);
- la gestione finanziaria, amministrativa e contabile degli istituti aggregati si realizza attraverso un unico
bilancio ed è regolata dalla disciplina contenuta nel D.I. 28/5/75 ;
- nelle ipotesi in cui nell'aggregazione siano comprese scuole per le quali, ai sensi della normativa
vigente, gli oneri relativi alle spese di funzionamento e quelli relativi al personale ATA facciano carico a
più soggetti, questi procederanno alla relativa ripartizione a mezzo di apposita convenzione, da stipularsi
tra il Provveditore e gli Enti interessati (ai sensi dell'art. 51, comma 6, del T.U.), in proporzione alla loro
partecipazione alle spese prima dell'aggregazione. Sempre ai fini suddetti gli enti interessati possono
anche costituirsi in consorzio.


ASPETTATIVA
(art. 49 lettera H CCNL 99, art. 24 CCNL 95, art. 26 comma 14 L. 448/99 )
La disciplina relativa all'aspettativa per motivi di famiglia e di studio (artt. 69 e 70 DPR 3/57 ) viene
riconfermata, e ampliata ai docenti di religione (con orario completo e al 5° anno di insegnamento) e ai
supplenti con contratto del Provveditore e al secondo anno di servizio continuativo (art. 25 comma 3
CCNL 95).
Per ottenere l'aspettativa occorre presentare motivata domanda al capo d'istituto, che deve provvedere
entro un mese. Se la nega, la ritarda, la riduce o la revoca deve indicarne le "ragioni di servizio" per
iscritto.
Non si ha diritto ad alcuna retribuzione e il periodo di aspettativa non è computato nè per la carriera, nè
per il trattamento di quiescenza e previdenza. Solo recentemente è stata data la possibilità anche al
personale della scuola di provvedere ad una CONTRIBUZIONE VOLONTARIA (vedi) ai fini
pensionistici.
Questo periodo non può superare l'anno (sommando anche due periodi tra i quali non sono intercorsi
almeno sei mesi di servizio attivo), e comunque i due anni e mezzo nel quinquennio.
Solo "per motivi di particolare gravità" possono essere concessi, a domanda, ulteriori sei mesi.

(facsimile RICHIESTA ASPETTATIVA)

Al Capo d’Istituto
del ...........................
SEDE

Oggetto: richiesta di aspettativa per motivi di …………………..

La/Il sottoscritta/o ..................................., nata/o il ...................………. a ……………….................., in servizio presso
codesta Istituzione scolastica, in qualità di .................................... , ai sensi degli artt. 69 e 70 del DPR 3/57 , dell’art. 24
del Ccnl 1994/1997 (come integrato dall’art. 49 lett. H del Ccnl 1998/2001, solo per i supplenti ex art. 25 comma 3
CCNL 95, o per i docenti di religione ex art. 3 commi 6 e 7 DPR 399/88)
                                                                         CHIEDE
di essere collocata/o in aspettativa per i seguenti motivi di …………………………………………
come da documentazione allegata.

Nel periodo di aspettativa la/il sottoscritta/o risiederà a ..................................…………….
via ....................................... tel ....................

Allega la seguente documentazione:


Data                                    e                             Firma



Una tipologia aggiuntiva di aspettativa è quella prevista dall’art. 26, comma 14, L. 448/99 , per la quale,
secondo il Ministero del Tesoro (nota prot. 119397 del 26/4/2000), i periodi di aspettativa spettano “di
diritto ai docenti, senza pertanto la richiesta di specifiche motivazioni per la loro fruizione,
compatibilmente, però, con le esigenze di servizio valutate dal capo d'istituto.
Sarebbe opportuno, infine, che l'aspettativa di cui sopra venisse fruita in un'unica soluzione - nel limite
massimo di un anno scolastico ogni dieci anni - al fine di garantire la continuità didattica, prevedendo,
altresì, la possibilità di cumulo con le altre fattispecie di aspettativa già previste dalla normativa
contrattuale” (CM 165/2000).
Per gli incarichi e le borse di studio resta in vigore l’art. 453 del T.U., per i corsi di dottorato di ricerca si
applica la L. 476/84.
ASSEMBLEE DEI GENITORI
(artt. 12 e 15 TU)
Il capo d’istituto, sentita la giunta esecutiva, autorizza l’assemblea, che si svolge fuori dell’orario delle
lezioni. Ad essa possono (quindi non devono) partecipare con diritto di parola i docenti.
L’assemblea convocata per le elezioni degli organi collegiali è presieduta dal capo d’istituto (o da un
docente delegato, quindi con funzione di “supporto organizzativo al capo d’istituto” e pertanto
retribuibile col Fondo dell’Istituzione Scolastica), dopo la sua conclusione viene costituito il seggio
elettorale (anche unico per più classi) composto esclusivamente da genitori (art.33, comma 1 lett. c del
TU).


ASSEMBLEE DEGLI STUDENTI
(artt. 12, 13 e 14 TU)
Gli studenti della scuola superiore possono svolgere, durante l’orario delle lezioni, un’assemblea di
istituto (nel limite delle ore di lezione della giornata) e un’assemblea di classe (massimo 2 ore) al mese.
“L’assemblea d’istituto deve darsi un regolamento … che viene inviato in visione al Consiglio d’Istituto
… Il preside ha potere di intervento nel caso di violazione del regolamento o in caso di constatata
impossibilità di ordinato svolgimento”.
“Non possono aver luogo assemblee nel mese conclusivo delle lezioni. All’assemblea di classe o di
istituto possono assistere … i docenti che lo desiderino”, pertanto non può essere imposto agli insegnanti
nessun obbligo di permanenza a scuola, o di accompagnamento in locali extrascolastici in quanto “le
assemblee studentesche interrompono la normale attività didattica e le famiglie devono essere
obbligatoriamente preavvisate circa la data e i locali dell’assemblea” (CM 312/79 e nota MPI 79/81).


ASSEMBLEE SINDACALI
(art. 13 CCNL 95, CCNQ 7/8/98)
Il CCNL 99 non apporta alcuna modifica al testo del ’95, pertanto:
“il personale … con rapporto di lavoro a tempo determinato e indeterminato ha diritto a partecipare,
durante l’orario di lavoro, ad assemblee sindacali … senza decurtazione della retribuzione, per 10 ore
pro capite per anno scolastico”.
Il capo d’istituto è tenuto a portare le comunicazioni d'assemblee sindacali a conoscenza di tutto il
personale con apposita circolare (comma 8) e conseguentemente a predisporre gli opportuni
adempimenti (comma 9) per consentire la partecipazione del personale:
- ATA. Nel caso in cui si verificasse una partecipazione totale, il capo d’istituto, d’intesa con i soggetti
sindacali presenti nella scuola, “stabilirà … la quota e i nominativi del personale tenuto ad assicurare i
servizi essenziali … vigilanza degli ingressi, centralino, ed altre (? ndr) attività indifferibili”.
- Docente. Il capo d’istituto “sospende le attività didattiche delle sole classi o sezioni di scuola materna
i cui docenti hanno dichiarato di partecipare all’assemblea, avvertendo le famiglie e disponendo gli
eventuali adattamenti di orario”.
Ricordiamo che, secondo quanto disposto dall'art.2 del CCNQ 7/8/98 sulle prerogative sindacali (GU
n.207 del 5/9/98), la “rilevazione dei partecipanti e delle ore di partecipazione di ciascuno
all'assemblea” deve essere “effettuata dai responsabili delle singole unità operative” cioè i capi
d’istituto, e pertanto non è compito delle OO. SS rilasciare certificazioni o attestati di presenza.
Non possono essere convocate assemblee in ore coincidenti con lo svolgimento degli scrutini finali e
degli esami (comma 10).
ATTIVITA' AGGIUNTIVE
Personale ATA
"Costituiscono attività aggiuntive ... le prestazioni di lavoro svolte ... non necessariamente oltre l'orario
di lavoro e richiedenti maggior impegno professionale" (art. 54 CCNL 95), come riconfermato dall'art.
52 del CCNI 99.
Vengono inoltre previste (artt. 32 e 36 CCNL 99) delle funzioni aggiuntive a tempo determinato "che
nell'ambito dei profili professionali comportano l'assunzione di responsabilità ulteriori", e una
conseguente VALORIZZAZIONE DELLA PROFESSIONALITA' (vedi).
Personale docente
"Consistono in attività aggiuntive di insegnamento e attività aggiuntive funzionali all'insegnamento ...
sono deliberate dal collegio dei docenti" (art. 25 CCNL 99).
Il compenso per le attività aggiuntive di insegnamento è previsto per un massimo di sei ore settimanali.
Le attività funzionali all'insegnamento per essere considerate aggiuntive, e quindi retribuibili, devono
superare, insieme con quelle già programmate per i collegi, le 40 ore annue delle "attività di carattere
collegiale riguardanti tutti i docenti" previste dall'art. 42, c. 3, lett. a) del CCNL 95.
Per l'assegnazione di queste attività vedi ATTRIBUZIONE INCARICHI, per i compensi vedi FONDO
DELL'ISTITUZIONE SCOLASTICA,


ATTRIBUZIONE INCARICHI
Il CCNL 99 regola specificatamente l'attribuzione degli incarichi legati ai nuovi istituti contrattuali del
personale ATA (valorizzazione della professionalità) e docente (funzioni-obiettivo), per i quali
rimandiamo alle voci specifiche.
Vengono inoltre indicate "le modalità di attribuzione delle attività aggiuntive", che prevedendo la
"delibera del consiglio di circolo o d'istituto, il quale a tal fine acquisisce la delibera del collegio
docenti" (art. 30 CCNI 99), riconfermano tacitamente la disciplina dell'art. 72 del CCNL 95:
"l'attribuzione degli incarichi è disposta a mezzo comunicazione scritta, la quale in premessa indicherà
le relative delibere del Consiglio d'istituto e del Collegio docenti" , quindi resta un compito del capo
d'istituto che anche in questo caso"assicura l'esecuzione delle deliberazioni degli organi collegiali" (art.
396 T. U.) a cui risulta soggetto e vincolato (vedi sentenza TAR Piemonte 131/79).
Visto che nei contratti si parla spesso di attività e non dell'individuazione di coloro che devono svolgerle
si corre spesso il rischio che qualche capo d'istituto faccia deliberare agli organi collegiali solo le attività
per poi poter attribuire discrezionalmente l'incarico: è necessario non lasciare questo spazio e impegnarci
perchè nelle delibere vengano chiaramente indicati sia i nomi di coloro che sono incaricati, che i tempi
previsti per lo svolgimento dei compiti.


AUTOCERTIFICAZIONE
(L. 15/68, L. 241/90 , L. 127/97, DPR 403/98, art. 10 CCNL 99)
Oggi è sufficiente una semplice dichiarazione firmata e non autenticata per sostituire certificati e attestati
relativi, tra l’altro, a: dati anagrafici e stato civile (eventuale convalida di certificati scaduti); titoli di
studio; qualifiche professionali; situazione reddituale, fiscale ed economica; posizione giuridica; stato di
disoccupazione; posizione relativa agli effetti degli obblighi militari; iscrizioni in albi o elenchi tenuti
dalle amministrazioni pubbliche e da associazioni e formazioni sociali.
Recentemente è stato introdotto l'obbligo per alcune amministrazioni, tra cui la scuola, di accettare
esclusivamente l'autocertificazione (portata anche da un'altra persona o inviata) e non richiedere più
certificati. La mancata accettazione di una dichiarazione sostitutiva costituisce violazione dei doveri di
ufficio, sanzionabile disciplinarmente. Le violazioni delle norme sull’autocertificazione sono prese in
considerazione nella valutazione dell’attività dirigenziale (Circ. Min. Funzione Pubblica 4/98).
Le scuole sono tenute a verificare, con controlli a campione obbligatori, la veridicità delle dichiarazioni:
se dal controllo dovesse emergere la loro non veridicità il dichiarante decade immediatamente dai
benefici eventualmente acquisiti attraverso l’autocertificazione, e l’amministrazione che ha ravvisato il
falso ha l’obbligo di denunciare il reato.


AUTONOMIA
Primo settembre 2000, inizia per la scuola italiana “il regime” dell’autonomia scolastica
Terminata la fase di sperimentazione con la distribuzione di risorse per diffonderne l’ideologia, la
situazione che ci si prospetta ora è quella di avviare un lungo periodo di resistenza, ma anche di
conflittualità per far emergere quanto poco “autonoma” e innovativa sarà la nuova scuola dopo le
trasformazioni introdotte da Berlinguer.
Trasformazioni che non vogliono dare alcuno spazio all’autonomia di cui avrebbe realmente bisogno la
scuola per realizzare i sui compiti istituzionali:
- AUTONOMIA DA STRUTTURE GERARCHICHE. E invece si tenta con meccanismi premiali,
pseudo-meritocratici e competitivi di dividere il personale (vedi, tra le altre, le voci: FUNZIONI
OBIETTIVO, DIRIGENZA, STAFF, SVILUPPO DELLA PROFESSIONE DOCENTE,
VALORIZZAZIONE DELLA PROFESSIONALITA’ ATA)
- AUTONOMIA DAI CONDIZIONAMENTI EXTRACULTURALI. Condizionamenti che invece sono
favoriti dalla nuova “attività negoziale” delle scuole (vedi la voce: CONTABILITA’);
- AUTONOMIA DIDATTICA DEI DOCENTI. Docenti a cui invece viene imposto un unico modello
mutuato dall’azienda: con debiti, crediti, valutazioni “pseudo-oggettive”, ecc. (vedi voce: P.O.F.).

In cosa consiste allora questa "rivoluzione copernicana dell’autonomia", auspicata nel famigerato
Rapporto Oliva (Verso la scuola del 2000, cooperare e competere: le proposte di Confindustria), se non
nel togliere dal centro del sistema scolastico “la libertà d’insegnamento” che promuove “la piena
formazione della personalità degli alunni” (art. 1 del T.U.) sostituendola con la “trinità” gestionale
dell’azienda: efficacia- efficienza- economicità? Una “fede aziendalista” nel nome della quale
attendiamo solo che qualcuno provi a introdurre nella scuola quel concetto di “zero tolerance contro
insegnanti e scuole che danneggiano gli studenti”, tanto caro alla Confindustria, per la quale, anche nella
scuola,“il nemico da battere è la povertà di aspirazioni dei singoli come di un popolo”.

Cos’è poi questa trasformazione delle scuole statali in imprese con cui le famiglie e gli studenti stipulano
un contratto sulla base del Piano dell’offerta formativa, se non la privatizzazione della scuola pubblica?
Privatizzazione proprio nel senso profondo che viene imposto alle scuole il modello privato del
"mercato": in cui ognuno produce una specifica merce (la formazione) per rispondere ad una domanda
che proviene da un preciso settore di potenziali clienti (studenti e famiglie), adeguandosi
contestualmente alla dimensione imprenditoriale: il manager dirige, gestendo risorse e personale
(D.Lgs.59/98), gli organi collegiali "garantiscono l’efficacia dell’autonomia", gli insegnanti, divisi nelle
nuove gerarchie contrattuali, controllati e valutati, "hanno il compito e la responsabilità della
progettazione e della attuazione del processo di insegnamento e di apprendimento" (art.16), il personale
ata sarà destinato anche a "funzioni già di competenza dell’amministrazione centrale e periferica"
(art.14). E poi per evitare lungaggini e intoppi contro i provvedimenti si potrà solo"proporre reclamo
all’organo che ha adottato l’atto" (art.14).
Qui di seguito proponiamo la nostra lettura degli articoli del Regolamento, in modo che il personale della
scuola abbia la possibilità di utilizzare un agile strumento di consultazione e di autotutela, rispetto ad
obblighi e vincoli che non hanno alcun fondamento normativo.

IL REGOLAMENTO DELL’AUTONOMIA SCOLASTICA
Artt. 1, 2 (Natura e scopi dell’autonomia - Oggetto dell’autonomia)
 L’Autonomia delle istituzioni scolastiche si applica a decorrere dal 1° settembre 2.000, pertanto i
Collegi dei docenti devono essere pronti a contrastare la presunta efficacia delle varie proposte
metodologiche previste all’art. 4. E’ necessaria, dunque, da parte dei docenti, una consapevole e critica
presenza all’interno del collegio come forma di controllo nella scelta degli indirizzi di gestione didattica
ed economica che le istituzioni scolastiche dell’autonomia si apprestano ad intraprendere. Come recita
infatti il comma 2 dell’art. 1 del Regolamento: “L’autonomia … è garanzia di libertà di insegnamento e
di pluralismo culturale“, bene, rendiamo allora operante tale principio.
Artt. 3, 4, 5 (Piano dell’offerta formativa - Autonomia didattica - Autonomia organizzativa) POF: già
nella scelta semantica è contenuta la sostanza di un cambiamento fondamentale. La programmazione
didattico-educativa assume infatti le caratteristiche di un’offerta formativa che rende fulcro
dell’istituzione scuola, non più l’azione educativa ‘strictu sensu’, ma la pianificazione aziendalistica di
un’offerta ai clienti/utenti della scuola.
La dominante visione confindustriale che permea l’autonomia, fa poi della flessibilità il perno su cui
impostare tanto l’attività propria dell’insegnamento quanto la formazione degli studenti/lavoratori.
Il POF è l’elemento centrale della scuola dell’autonomia: “il documento fondamentale costitutivo
dell’identità culturale e progettuale delle istituzioni scolastiche ed esplicita la progettazione curricolare,
extracurricolare, educativa ed organizzativa” (art.3, comma1).
Nel POF si decide, infatti, in merito all’offerta dei percorsi formativi da presentare a studenti e genitori,
ma anche in merito ai tempi dell’insegnamento e alla quantificazione degli obblighi di lavoro. Nel
momento della sua elaborazione ed approvazione (“il POF è elaborato dal collegio dei docenti sulla base
degli indirizzi generali per le attività della scuola ... è adottato dal consiglio di circolo o di istituto” - art.3,
comma 3) si deve prestare molta attenzione affinché la progettazione, l’articolazione modulare delle
discipline, la definizione di unità di insegnamento non coincidenti con l'unità oraria., l'attivazione di
percorsi didattici individualizzati e l'aggregazione delle discipline tengano conto di proposte alternative,
anche se non in linea con quanto espressamente deciso dal collegio. Tanto più importante è quindi che i
docenti facciano valere il principio del riconoscimento della libertà di insegnamento: “Il piano
dell’offerta formativa comprende e riconosce le diverse opzioni metodologiche, anche di gruppi
minoritari, e valorizza le corrispondenti professionalità” (art.3, comma 2). Naturalmente è necessaria la
verbalizzazione di ogni decisione o mozione presentata, anche se minoritaria (vedi voce VERBALI).
Lo stesso vale per l’esatta quantificazione degli OBBLIGHI DI LAVORO (vedi); nonché per
l’utilizzazione dei docenti: “le modalità di impiego dei docenti possono essere diversificate nelle varie
classi e sezioni in funzione delle eventuali differenziazioni nelle scelte metodologiche ed organizzative
adottate nel piano dell’offerta formativa.” (art.5, comma 4).
Il collegio dei docenti, inoltre, identifica nel POF le funzioni - obiettivo. Fissa le competenze e i requisiti
per l'accesso a tali funzioni, designa gli insegnanti cui affidare tali incarichi tra coloro che avranno
presentato la candidatura e dichiarato la propria disponibilità a partecipare a specifiche iniziative di
formazione (art.28 CCNL- art. 37 CCNI).
Se in questa prima fase il collegio avrà competenza in merito alla definizione dei criteri e dei requisiti per
la scelta dei colleghi che assumeranno l'incarico, a regime, l'elemento fondamentale della scelta sarà la
partecipazione ai corsi summenzionati, pertanto i collegi saranno, nei fatti, esautorati da tale competenza.
(vedi voce FUNZIONI -OBIETTIVO).
Iniziative di recupero e sostegno. Il comma 4 dell’art. 4 prevede, alquanto ambiguamente, che: “le
istituzioni scolastiche assicurano la realizzazione di iniziative di recupero e sostegno, di continuità e di
orientamento scolastico e professionale, coordinandosi con le iniziative eventualmente assunte dagli Enti
locali”.
Si corre così il rischio di inserire un principio di delega ad istituzioni esterne alla scuola delle attività
citate (in particolare di quelle relative all’integrazione scolastica dei portatori di handicap), aprendo il
terreno a cessioni di "pezzi" di insegnamento e di personale scolastico. Proprio per questo è bene non
assumere iniziative che possano preludere a tale possibilità.
L’azione didattica programmata dal POF determina anche la scelta degli strumenti didattici, compresi i
libri di testo (art.4, comma 5), anche in questo caso è necessario far valere il principio del riconoscimento
di opzioni metodologiche minoritarie.
Artt. 6, 7 (Autonomia di ricerca, sperimentazione e sviluppo - Reti di scuole)
Si presentano le istituzioni scolastiche, singolarmente o associate in rete, come centri di ricerca e
sperimentazione in relazione a: progettazione, valutazione, formazione e aggiornamento del personale,
didattica, integrazione tra sistema scolastico e i diversi sistemi formativi, tra cui la formazione
professionale (art .6, comma 1).
Due i punti da tenere presenti: da un lato la formazione e l’aggiornamento, dall'altro l’integrazione con la
formazione professionale.
La prima questione è di fondamentale importanza almeno per due motivi: perché la formazione e
l’aggiornamento, pur essendo stati eliminati come “conditio sine qua non” per la progressione
professionale, nella realtà rimangono gli elementi in base ai quali si deciderà per l’accesso alle
differenziazioni di progressione economica e professionale; e perché su questo elemento giocheranno sia
i Dirigenti scolastici sia i controllori del sistema (i coordinatori), per imporre forme di aggiornamento
funzionali al sistema stesso, ma non per forza ai docenti. A tale proposito è bene chiarire: a) che nessun
docente è obbligato a forme di aggiornamento “coatto”; b) che la formula dell’autoaggiornamento va
praticata e rivendicata come strumento qualificante di aggiornamento; c) che i collegi dei docenti devono
lasciare la più ampia libertà agli insegnanti di partecipare a forme di aggiornamento previste o meno dalla
propria istituzione scolastica, così come da accordi di rete con altre scuole. Si vuole rivendicare infatti
con ciò, per l'intera categoria, il diritto ad una formazione e ad un aggiornamento che facciano delle
capacità progettuali e di coordinamento il patrimonio comune di tutti i docenti e non solo di coloro che
per aver seguito il “giusto corso” potranno pretendere di averne un riconoscimento specifico.
La seconda questione (integrazione tra sistemi scolastici diversi, tra cui la formazione professionale) si
collega strettamente al RIORDINO DEI CICLI (vedi), che prevede, nella ristrutturazione dell’intero
sistema formativo scolastico italiano, un precoce collegamento tra istruzione scolastica e avviamento
professionale.grazie anche all’introduzione dell’ obbligo formativo fino a 18 anni. Già nel biennio della
scuola secondaria le famiglie potranno scegliere di far proseguire gli studi ai propri figli nell’istruzione
professionale (che può essere tra l’altro anche privata). Con questo si introduce un elemento di forte
involuzione nel sistema scolastico italiano, che vede riaperte le porte a quell’avviamento professionale
che era stato eliminato proprio perché conteneva un principio di netta discriminazione nei confronti di
quegli studenti che, nei fatti, per le reali condizioni socio-economiche della famiglia di provenienza,
venivano estromessi dal diritto ad un’istruzione uguale per tutti. Gli accordi da stipulare, dunque, tra i
vari sistemi scolastici, non devono prescindere da riflessioni adeguate sulle opportunità reali che la
scuola deve offrire agli studenti, nonché sui destini del personale stesso della scuola visto che: “le
istituzioni scolastiche possono promuovere accordi di rete o aderire ad essi … l’accordo può prevedere lo
scambio temporaneo di docenti “ (art. 7, commi 1-3).
Artt. 8, 9 (Definizione dei curricoli. Ampliamento dell’offerta formativa)
Le scuole determinano nel POF il curricolo obbligatorio per i propri alunni, integrando così la quota
prevista a livello nazionale (85%) con quella facoltativa (15%) che comprende le discipline e le attività
che si scelgono in autonomia. In tale determinazione si deve precisare il tipo di flessibilità scelta e si
devono tenere nel debito conto le diverse esigenze formative degli alunni, le attese espresse dalle
famiglie, dagli enti locali, dai contesti sociali, culturali ed economici del territorio.
E’ assolutamente necessario smascherare l’ipocrisia dell’individualizzazione della didattica. Nell'attuale
contesto scolastico, infatti, l’elevato numero di alunni per classe, impedisce la possibilità di seguire gli
alunni, non solo individualmente, ma anche più semplicemente in piccoli gruppi. Non sarà certo con la
disarticolazione del gruppo classe, né con la flessibilità imposta nell’orario dei docenti che si risolverà il
problema della maggiore efficacia dell'intervento didattico, come si vorrebbe far credere agli insegnanti
nel tentativo di convincerli ad accettare progetti "di qualità" che spesso non contengono l’esatta
quantificazione dell’impegno orario e che quindi comportano vincoli ai quali non del tutto
consapevolmente ci si assoggetta.
Bisogna rivendicare, peraltro, la totale, vera, “autonomia” di progettazione didattica. Autonomia tanto
“dalle esigenze e dalle attese espresse dagli enti locali, dai contesti sociali, culturali ed economici del
territorio” quanto dalle esigenze e dalle "attese" delle famiglie, non sempre e non comunque coincidenti
con i necessari percorsi formativi (art. 8, comma 3). Una miope, deformante e strumentale
interpretazione dell’esigenza di aprire la scuola alle realtà territoriali (che per un’intera generazione ha
significato analizzare il contesto di provenienza degli studenti, come correttivo necessario per non fare
della scuola un’istituzione rigida e tesa a perpetuare le stesse divisioni interne alla società), vorrebbe
invece fare della scuola un’agenzia di formazione, e di collocamento. La scuola, subordinata così agli
interessi delle imprese locali (che puntando sullo spauracchio della disoccupazione non possono che
veicolare i bisogni e le attese delle famiglie stesse), viene totalmente deprivata della funzione di
istituzione tesa a fornire ai propri studenti gli strumenti necessari per l’acquisizione di un sapere critico,
divenendo semplice trasmettitrice di informazioni tecniche.
Per tale motivo è necessario rifiutarsi di subordinare la scelta didattica a logiche estranee alla scuola
stessa, così come appare necessario determinare curricoli e progetti nel rispetto dei diritti degli studenti e
dei docenti.
Con riguardo poi all’ampliamento dell’offerta formativa (che le istituzioni scolastiche possono fornire,
singolarmente o in rete, e sulla base di accordi stipulati con Regioni ed enti locali - art. 9, commi 1-2-3),
bisogna assicurarsi che questi interventi siano senza scopo di lucro e totalmente gratuiti per gli studenti.
E' prevedibile, inoltre, un aggravio di lavoro per gli insegnanti, che potrebbero essere costretti, attraverso
la modularizzazione della didattica, a prestare un servizio suppletivo, con rientri pomeridiani, per
integrare il proprio monte ore.
Artt. 10, 11 (Verifiche e modelli di certificazione - Iniziative finalizzate all’innovazione )
Per constatare se sono stati raggiunti gli obiettivi di apprendimento e gli standard di qualità, il Ministero
fisserà rilevazioni periodiche (art.10).
Il ministro può promuovere progetti innovativi, nonché riconoscere progetti di singole istituzioni, purché
abbiano durata predefinita e siano sottoposti a valutazione (art.11).
I due articoli sommariamente riportati fanno trasparire le contraddizioni di un sistema che in realtà non
rende autonome le istituzioni scolastiche, non decentra, ma accentra i poteri, e ancor più vincola a
ipotetici standard di qualità (ad essere “testati” saranno poi direttamente gli insegnanti, vista la
differenziazione di progressione professionale ed economica prevista dal contratto).
Artt. 12, 13 (Sperimentazione dell’autonomia - Ricerca metodologica)
Si ribadisce che fino all’entrata in vigore dell’autonomia (1° settembre 2000) le istituzioni scolastiche
sperimentano l’autonomia stessa in base al DM 251 del 29 maggio ’98.
Artt. 14, 15, 16 (Attribuzione delle funzioni - Competenze escluse - Coordinamento delle competenze)
Dal 1° settembre 2000 le istituzioni scolastiche avranno attribuite, come funzioni proprie, quelle relative
alla carriera scolastica e al rapporto con gli alunni, all’amministrazione e alla gestione del patrimonio e
delle risorse. Concorrono alla formazione e all’aggiornamento del personale.
E’ importante sapere, per quanto detto fino ad ora, che i provvedimenti adottati dalle istituzioni
scolastiche, fatte salve le disposizioni in materia di disciplina del personale e degli studenti, divengono
definitivi entro il 15° giorno dalla data della loro pubblicazione e che entro tale termine si può ricorrere
(art. 14, comma 7).
Le istituzioni scolastiche non possono: stilare le graduatorie permanenti per il personale precario;
reclutare personale a tempo indeterminato; utilizzare personale eccedente l’organico funzionale (art.15).
Nell’art.16 si ribadisce che il capo di istituto esercita le proprie funzioni nel rispetto delle competenze
degli organi collegiali, che per ora, come dicevamo, sono ancora le stesse.
Art. 17 (Abrogazioni )
Articolo tecnico che riporta alcune abrogazioni, tra cui quelle del T.U.(artt. 143 e 176) che vietano di
"imporre tasse o richiedere contributi di qualsiasi genere" per l’iscrizione alla scuola elementare e media.

Pubblichiamo di seguito il glossario che era allegato ad una precedente bozza del Regolamento, per
riflettere anche su come il cambiamento del lessico scolastico, sempre più industrial-affaristico, ci stia
abituando a pensare alla formazione come a un rapporto mercantile piuttosto che come a uno strumento
di complessiva promozione umana.
“Accordo di rete: è l’accordo che le istituzioni scolastiche stipulano per collegarsi tra di loro.
L’accordo, che viene depositato presso le segreterie delle scuole interessate, individua le finalità del
progetto, nonché le competenze e i poteri dell’organo responsabile della gestione. L’accordo di rete può
prevedere altresì intese con enti esterni operanti sul territorio
Attività fondamentali: sono le attività, anche laboratoriali, individuate a livello nazionale. Esse possono
avere caratteristiche di autonomia o essere collegate con le discipline fondamentali.
Autovalutazione: è il processo autoregolativo con cui le scuole misurano i livelli di competenza, di
efficienza e di efficacia raggiunti con riferimento agli standard di apprendimento e di qualità del
servizio, utilizzando gli indicatori resi noti a livello nazionale.
Competenza: è l’intreccio di conoscenze e di abilità e/o capacità, di “sapere” e di “saper fare”.
Credito formativo: è la competenza certificata raggiunta in una disciplina, in una attività o in tematiche
trasversali, anche fuori del percorso scolastico. Il credito formativo può essere speso all’interno del
percorso scolastico, nei passaggi da un indirizzo all’altro e nei percorsi integrati tra i diversi sistemi
formativi.
Curricolo: è il piano di studi proprio di ogni scuola. Nel rispetto del monte ore stabilito a livello
nazionale, ogni istituzione scolastica compone il quadro unitario in cui sono indicate le discipline e le
attività fondamentali definite a livello nazionale, quelle fondamentali alternative tra loro, quelle
integrative, nonché gli spazi di flessibilità.
Curricoli differenziati: sono i curricoli che una istituzione scolastica può attivare variando le
opzionalità all’interno delle discipline e attività alternative e integrative nell’ambito dello stesso piano
di studi. I curricoli differenziati devono essere indicati nel piano dell’offerta formativa.
Debito formativo: è la difformità tra la competenza attesa in un momento prefissato del percorso
scolastico e la competenza effettivamente conseguita. Tempi e procedure per compensare tale difformità
sono stabilite autonomamente dalle istituzioni scolastiche attraverso forme di differenziazione della
didattica.
Disciplina e attività facoltative: sono quelle che nell’ambito dell’ampliamento dell’offerta formativa si
aggiungono ai curricoli e la cui frequenza non è obbligatoria per gli alunni.
Discipline e attività fondamentali alternative: sono le discipline e le attività indicate a livello nazionale
tra cui è possibile una scelta da parte delle scuole (discipline opzionali ex art. 21 L.59/97).
Discipline e attività integrative: sono le discipline e le attività che integrano obbligatoriamente il
curricolo. Esse sono scelte autonomamente dalle istituzioni scolastiche nel rispetto del monte ore
stabilito nazionalmente. Nell’ambito di tali discipline e attività le istituzioni scolastiche possono
proporre una pluralità di offerte con possibilità di opzione da parte delle famiglie e degli studenti
(discipline aggiuntive ex art. 21 L.59/97).
Discipline fondamentali: sono le discipline obbligatorie che compongono un piano di studi. Tra di esse
si collocano le discipline tra di loro alternative.
Flessibilità temporale: è la possibilità, affidata all’autonoma scelta delle istituzioni scolastiche, di
modificare, secondo una percentuale indicata a livello nazionale, il monte orario annuale e/o di ciclo
delle discipline e delle attività fondamentali operando una compensazione attraverso l’incremento o il
decremento delle ore di insegnamento curricolare.
Indicatori: sono i parametri stabiliti a livello nazionale per la valutazione e l’autovalutazione degli
apprendimenti e della qualità del servizio. Gli indicatori sono resi noti alle istituzioni scolastiche.
Laboratori territoriali: sono sedi deputate ad accogliere, nell’ambito della rete, le attività di ricerca
didattica e sperimentale, di documentazione e di formazione.
Modulo: è una parte del percorso formativo, anche articolata in unità didattiche, che ha una propria
autonomia in quanto consente di raggiungere competenze determinate in una o in più discipline. La
didattica modulare può comportare il superamento del gruppo classe e una diversa articolazione del
lavoro degli insegnanti.
Obiettivo formativo: è la finalità di un piano di studi. L’aggettivo “formativo” riassume al suo interno la
duplice valenza di “obiettivo di istruzione” e di “obiettivo di educazione”.
Orario obbligatorio curricolare: è l’orario che comprende le discipline e le attività fondamentali e
integrative.
Organo responsabile della gestione: è l’organo a cui è affidata, secondo quanto stabilito dall’accordo
di rete, la gestione delle risorse sia professionali e finanziarie sia del raggiungimento delle finalità.
Percorsi formativi individualizzati: sono percorsi didattici, integrati nel percorso formativo generale,
progettati per garantire il migliore successo formativo del singoli alunni. Tali percorsi sono attivati con
particolare attenzione alle situazioni di difficoltà, anche transitorie.
Percorsi formativi integrati: sono quelli che prevedono competenze certificate e reciprocamente
riconosciute raggiunte all’interno del sistema scolastico, del sistema della formazione professionale e
del mondo del lavoro, anche in accordo con le Regioni e gli Enti locali.
Piano dell’offerta formativa: è il progetto elaborato dalle singole istituzioni scolastiche che comprende
i curricoli, le eventuali discipline e attività facoltative, gli eventuali accordi di rete, gli eventuali percorsi
formativi integrati. Esso è altresì comprensivo della Carta dei servizi.
Piano di studi: è la struttura comprensiva di discipline e quadro orario - articolata secondo scansioni
temporali predeterminate - corrispondente ad un grado, tipo o indirizzo di istruzione. Il piano di studi è
definito a livello nazionale. Esso prevede un quadro orario nel cui ambito sono indicate le discipline e le
attività fondamentali e le discipline e le attività fondamentali tra loro alternative. Nel piano di studi
vengono altresì indicati lo spazio orario delle discipline e attività integrative e la percentuale di
flessibilità temporale.
Scadenze significative: sono i momenti stabiliti a livello nazionale per la verifica del raggiungimento
degli standard di apprendimento e di qualità. Tali scadenze sono dette “significative” in quanto
rapportate a tappe indicative dei processi formativi. Le scadenze possono o meno coincidere con gli
scrutini o gli esami previsti in ciascun grado, tipo e indirizzo di istruzione.
Scambio temporaneo di docenti: è lo scambio che può operarsi temporaneamente tra docenti che
dichiarino la propria disponibilità all’interno della rete e nell’ambito delle finalità di un progetto.
Standard di apprendimento: è il livello comune - vale a dire la soglia di accettabilità - dell’insieme di
competenze atteso, anche nelle fasi intremedie, per ogni grado, tipo e indirizzo di istruzione
Standard di qualità: è il livello comune - vale a dire la soglia di accettabilità - della funzionalità e
dell’efficacia del servizio erogato da una istituzione scolastica.
Unità di insegnamento: è il tempo dedicato a una lezione nell’ambito della flessibilità organizzativa.
Esso non coincide necessariamente con l’unità oraria. Le unità di insegnamento si iscrivono nei
curricoli e sono determinate nel rispetto del CCNL.
Valutazione: è il giudizio sul livello di competenza raggiunto da ogni alunno, espresso negli scrutini
intermedi e di fine anno”.


CARTA DEI SERVIZI
Le vicende legate alla introduzione della Carta dei Servizi nella scuola hanno avuto un iter travagliato,
soprattutto perché questo strumento nasce in un contesto di rapporti tra Amministrazione e Cittadini che
non è vario, articolato e con responsabilità condivise tra i vari soggetti come quello delle Istituzioni
scolastiche.
Ciononostante il DPCM 19/5/95 ha individuato anche l’Istruzione tra i settori pubblici in cui fosse
necessario adottarla, e successivamente è stato elaborato uno “schema generale di riferimento”, d’intesa
tra il Dipartimento della Funzione Pubblica e il MPI (DPCM 7/6/95 in attuazione dell’art. 2 del
DL 163/95, poi convertito nella L. 273/95), su cui però il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione
ha espresso parere negativo, giungendo anche alla proposta di sostituirla con una Carta dei diritti e dei
doveri della scuola.
Nello “schema” aveva un ruolo centrale il Progetto Educativo d’Istituto - PEI, che poi sarebbe stato
previsto, ma come Progetto d’Istituto, dagli artt. 38 e 39 del CCNL 95, che a loro volta sarebbero stati
sospesi da una sentenza del TAR Lazio (CM 304/96).
Da quel momento sparirà la dizione PEI (se non come Piano Educativo Individualizzato per gli alunni in
situazione di handicap) dalle circolari e né l’art. 21 della L. 59/97 , né il DPR 275/99 lo menzionano.
Con la scomparsa del PEI (che era uno dei due documenti previsti dal DPCM 7/6/95, l’altro era la
Programmazione didattico-educativa) sembrava che anche la Carta dei servizi avesse perso la propria
funzione. Invece ogni tanto è ricomparsa, seppure non dove ci si sarebbe aspettati, ad esempio nello
“Statuto delle studentesse e degli studenti” (DPR 249/98), dove viene prevista una consultazione
preventiva, ma non invece nel DPR 275/99 che prevede il Piano dell’Offerta Formativa.
Un’altra comparsa la Carta la fa nel DLgs. 286/99 che, pur abrogando proprio l’art. 2 della L. 273/95 che
ne costituiva il presupposto normativo, riconferma anche la validità del DPCM 7/6/95 “fino a quando
non intervengano … disposizioni modificative contenute nei contratti collettivi o in norme di legge”,
quali potrebbero essere a buon titolo considerati sia il DPR 275/99, sia il CCNL 99, che di fatto quindi la
rendono superata.

Comunque escluso il PEI dall’area didattica, la Carta dovrebbe contenere, oltre la Programmazione, le
parti relative a:
- i principi fondamentali: uguaglianza; imparzialita’ e regolarita’; accoglienza e integrazione; diritto di
scelta, obbligo scolastico e frequenza; partecipazione, efficienza, trasparenza; liberta’ di insegnamento
ed aggiornamento del personale.
- i servizi amministrativi: standard specifici delle procedure
- le condizioni ambientali della scuola
- le procedura dei reclami e valutazione del servizio, escludendo però che essa possa riguardare “la
valutazione dell’attività didattica del personale della scuola” (art. 1, comma 4 DLgs. 286/99).

Spetta al capo d’istituto attivare le procedure per la sua elaborazione, al collegio la stesura della
programmazione, al Consiglio di circolo o d’istituto la sua approvazione, insieme al Regolamento
interno.
CICLI SCOLASTICI RIORDINO
Riordino dei cicli: grande disordine nella scuola
Il 2 febbraio 2000 il Senato ha approvato definitivamente la legge quadro per il "RIORDINO DEI CICLI
SCOLASTICI”: solo sei articoli per "riformare" l'intero assetto del sistema formativo del nostro Paese,
così il Parlamento ha deciso di rinunciare a legiferare in materia di scuola e passa al Governo la delega in
bianco per ridisegnare il sistema scolastico.
Si è trattato di un episodio emblematico dello stato di degrado ed insipienza nel quale versa il
Parlamento. I senatori in aula erano la metà e la legge è passata con 146 voti favorevoli e 65 contrari.
La stampa e le televisioni hanno ripreso impudicamente la velina ministeriale: "riforma epocale a 77 anni
dalla riforma Gentile". Neanche un giornalista ha provato a ricordare la straordinaria stagione di lotte e
riforme che ha portato all’istituzione della scuola materna statale, degli organi collegiali e decreti
delegati, all’abolizione dell’avviamento professionale e all’istituzione della scuola media unica,
all’integrazione dei portatori di handicap e alla programmazione, fino alla L.270/82 istitutiva delle
Dotazioni Organiche Aggiuntive, e alla riforma dell'Istruzione professionale statale.
Le coordinate
La prima è quella di comprimere e deprimere il sistema scolastico italiano tagliando un anno di scuola,
infatti mentre oggi la scuola ha la durata di 13 anni (5 elementari, 3 medie, 5 superiori), la riforma
prevede la durata di 12 anni (7 di primaria e 5 di secondaria). Questo mentre in tutto il mondo ci si
adopera per una estensione del periodo formativo dei giovani con argomentazioni inoppugnabili che
vanno dall'ampliamento delle aspettative di vita alla necessità di fornire ai giovani una formazione
scolastica di base più ricca e approfondita adeguata alla lettura e intelligenza di una realtà planetaria
sempre più vasta e complessa. L'unica ragione di questo accorciamento sembra essere, ancora una volta,
il taglio alla spesa pubblica e alla spesa sociale. Infatti la prima conseguenza sarebbe la diminuzione di
500.000 studenti, la riduzione di 30 - 50.000 posti di lavoro.
La seconda è quella di allargare e dare sempre più spazio alla Formazione Professionale. Formazione
Professionale che delegata da sempre alle Regioni ha dato in 50 anni pessima prova di sé, dando scandalo
per il clientelismo più esasperato nella gestione dei corsi affidati nella maggior parte dei casi ai privati,
per l'altissimo costo, per il bassissimo livello di preparazione degli allievi.
Nel nostro paese la formazione professionale svolge prevalentemente un ruolo di parassitismo legato al
disagio sociale e all'insuccesso scolastico che non ha niente a che vedere con il ruolo che ha in altri paesi
sviluppati, in gran parte coincidente con l'educazione permanente degli adulti, di ammortizzatore sociale
di riqualificazione dei lavoratori. La ragione di una tale scelta sta molto chiaramente, nel dettato della
CONFINDUSTRIA che reclama da sempre un ruolo comprimario della formazione professionale nel
sistema scolastico, con la ricaduta di privatizzazioni e finanziamenti, che secondo il Patto per il Lavoro
dovranno essere dati direttamente alle imprese che "ospitano" gli allievi e gli apprendisti.
La scuola di base
E' in questo ciclo ed in particolare nella scuola elementare che pare debba essere attuato il taglio di un
anno e del relativo 20% dei posti. Vale la pena ricordare che la scuola elementare è quella che ha subito,
e sta subendo, le maggiori trasformazioni dovute alla più recente riforma del sistema scolastico
(L.148/90). Non c'è una parola su come risolvere il problema dell'integrazione degli attuali due cicli a
partire dalla formazione e reclutamento degli insegnanti la cui separazione e diversità è stata nuovamente
sancita dalla legge sulla formazione universitaria del '90. Non una parola sul Tempo Pieno, che non
costituisce soltanto una risposta a bisogni sociali sempre più emergenti ma anche una scelta pedagogica e
didattica e che non può essere ridotto ad un modello residuale come più volte si è tentato negli ultimi
anni.
Le scansioni che regolano la scuola elementare (con i suoi cicli interni) e quella media avevano i loro
fondamenti psicologici e pedagogici che seguivano la cadenza dello sviluppo dei bambini e dei
preadolescenti non solo nei suoi aspetti cognitivi, ma anche di formazione e crescita dell’intera
personalità. Di tutto ciò, e della riflessione educativa sottesa a questa scansione, fa strage il testo
sostituendola con una ennesima delega al governo che sarà davvero difficile motivare ed argomentare per
i nostri legislatori; ammesso che qualcuno glielo chieda.
L'ultimo anno del settennio della scuola primaria dedicato ad "un’attività sistematica di orientamento …
per consentire una scelta fondata sulla pari dignità delle opzioni culturali del ciclo secondario" sembra
attingere ad una concezione assurda dell'orientamento, che viene ridotto a mero fatto informativo
dilatandone però i tempi tanto da caratterizzare un intero anno scolastico.
Decisamente illiberale e autoritario il comma 5 dell' art. 4 "Il ciclo primario si conclude con un esame di
Stato dal quale deve emergere anche un'indicazione orientativa per la scelta dell'area successiva". E'
assurdo che si ritenga un esame la sede adatta per far emergere un orientamento, ma ancora più assurdo è
dare veste formale ad un’"indicazione" che diventa pesante condizionamento se non addirittura
coercizione nei confronti di ragazzini di 12 anni.
Ciclo secondario
Il secondo ciclo riconferma quanto sia estraneo questo progetto alla realtà della scuola. Negli anni '90
migliaia di scuole hanno sperimentato ordinamenti e curricoli, decine di migliaia di insegnanti e milioni
di studenti sono stati coinvolti in progetti di sperimentazione teoricamente destinate a verificare e mettere
a punto ipotesi di riforma della scuola superiore e dei singoli indirizzi (Sperimentazione Brocca per i
licei, progetto '92 per gli istituti professionali, progetto IGEA per gli istituti tecnici).
Chi ha ascoltato i protagonisti di queste sperimentazioni? Quali processi di riflessione hanno avviato
l'amministrazione, il governo, il Parlamento su queste sperimentazioni? Addirittura viene cancellato il
biennio unitario che era già stato acquisito dalla riforma Brocca nei primi anni '90.
Al di là degli improbabili e farraginosi passaggi da un indirizzo all'altro resta la rigidità dei percorsi che
aggrava ulteriormente una scelta precoce imposta a dodici anni.
Cessa la funzione di democratizzazione della scuola, riprende spazio e si istituzionalizza una feroce
selezione di censo, una ripresa del dominio della famiglia sulle possibilità di scelta e di autonomia dei
giovani.
La sanzione dei crediti scolastici è l'esito della "segmentazione" e frantumazione del percorso scolastico,
spinge studenti e insegnanti ad un esasperato individualismo competitivo. Si nega completamente il
concetto di "comunità educante" che è il fondamento della riforma del ‘74.
Questa stessa frantumazione del curricolo allude ad una scomparsa della classe che costituisce nei
sistemi formativi la modalità organizzativa ordinamentale, riconosciuta da psicologi e pedagogisti come
il luogo delle relazioni significative che costituisce la condizione indispensabile degli apprendimenti e il
sostegno indispensabile all'acquisizione di nuovi saperi.
Senza questa rete di relazioni assicurata dalla scuola, l'unico sostegno sarà quello della famiglia e alla
scuola non resterà che il compito di cristallizzare e accentuare le diversità dei punti di partenza.
Il parere dei Sindacati
La settima commissione aveva "audito", per otto minuti ciascuno i Sindacati Cgil, Cisl, Uil, Snals, Ugl, e
Cobas. Esclusi i Cobas, l'unità del coro è stata impressionante: riforma, riforma al più presto pur che sia,
appoggio al governo contro un Parlamento troppo lento e riflessivo, preoccupazione che una mancata
approvazione della riforma ostacoli e confligga con il processo di autonomia. Poche e marginali le
critiche: il mancato obbligo a 5 anni dell'ultimo anno di scuola materna, problemi per l'occupazione, la
formazione e il reclutamento degli insegnanti del ciclo primario, l'assenza della contrattazione e del ruolo
dei sindacati nel processo di riforma. A niente è valso il tardivo pentimento della CISL che cavandosela
con un avviso a pagamento su qualche quotidiano chiedeva ai parlamentari di desistere dal testo arrivato
al Senato. Un' operazione quella della CISL destinata soltanto a salvare la faccia nei confronti dei suoi
numerosi tesserati nella scuola elementare e materna, senza alcuna intenzione seria di respingere e
nemmeno di emendare il testo .
La situazione è certamente molto difficile, se a livello parlamentare la situazione è quella che è, non va
meglio sul fronte dell'associazionismo. Il CIDI spalmato sulle posizioni acefale della CGIL,
l'associazionismo cattolico (AIMC e UCIIM) muto ed impotente, assorbito integralmente dalla CISL.
Insieme ai Cobas, l'unica opposizione sociale e di movimento è stata quella del "comitato per la difesa
della scuola elementare". Nato a Torino più di un anno fa ha esteso la sua analisi all'intero percorso
scolastico e la sua azione su tutto il territorio nazionale. La raccolta di firme in calce ad un argomentato e
radicale appello per il ritiro della legge ha raccolto oltre 10.000 firme ridotte a carta straccia dalla
blindatura decisa dal Governo e dal suo decisionismo antidemocratico.
Un patrimonio di pedagogia cattolica e laica democratica è stato completamente distrutto. Non sarà né
facile né breve ricostruire una riflessione attenta, diffusa, radicata nella pratica educativa e scolastica
come era avvenuto dagli anni del dopoguerra fino agli anni settanta.
E' ineludibile il compito che ci aspetta di dare spazio, fornire sponde, alimentare il dibattito,
sull'educazione e la scuola, i loro compiti, le loro finalità, le idee e gli ideali di quale umanità, quale
mondo devono ispirale la scuola e gli educatori, restituire alla politica il ruolo guida che le spetta nel
progettare l'educazione e la formazione dei giovani.


COLLABORAZIONI PLURIME
Personale ATA previste per le aree A, B e C (escluso il resp. amm.) art. 38 CCNL 99
Personale docente art. 27 CCNL 99.


CONGEDI
La Legge 8 marzo 2000, n. 53 (modificando e integrando la L. 1204/71, la L. 903/77 e la L. 104/92 )
apporta significative innovazioni per quanto riguarda:
1) congedi dei genitori naturali, adottivi o affidatari;
2) permessi e congedi per gravi e documentati motivi familiari;
3) permessi per l’assistenza a portatori di handicap;
4) congedi per la formazione.
In generale per il personale della scuola continuano ad applicarsi, finché vigenti, le norme del CCNL
(vedi voce PERMESSI RETRIBUITI), in quanto più favorevoli, e anche le disposizioni introdotte dalla
nuova legge.

Congedi dei genitori
Per quanto riguarda i congedi parentali la Circ. Inps n. 109, del 6 giugno 2000, fornisce dettagliate
disposizioni applicative (relative agli artt. 3, 12 e 13 della L. 53/2000) in materia di:
- astensione facoltativa dal lavoro: il diritto del genitore di astenersi dal lavoro (nei primi 8 anni di vita
del bambino per un periodo complessivo, tra madre e padre, continuativo o frazionato, di 10 mesi,
elevabili ad 11) ed il relativo trattamento economico sono riconosciuti anche se l'altro genitore non ne ha
diritto (diritto del padre con madre non lavoratrice). La frazionabilità va intesa nel senso che tra un
periodo (anche di un solo giorno per volta) e l'altro deve essere effettuata una ripresa effettiva del lavoro.
Potrebbero risultare ora fruibili gli eventuali periodi di astensione facoltativa non goduti col precedente
regime.
Se non dovesse essere confermata l’attuale disciplina alla scadenza del vigente CCNL, peggioreranno le
condizioni relative al congedo per malattia dei figli fino a tre anni di età: da un mese retribuito all’anno, si
passerebbe alla sola contribuzione figurativa per periodi illimitati.
- riposi orari (c.d. per allattamento): ne viene riconosciuta la possibilità anche al padre lavoratore
dipendente nel caso in cui i figli siano affidati al solo padre, in alternativa alla madre lavoratrice
dipendente che non se ne avvalga, nel caso in cui la madre non sia lavoratrice dipendente. E' da ritenere
escluso un diritto del padre ai riposi orari quando la madre non svolge attività lavorativa (fatta salva
l'ipotesi di grave infermità).
- parto plurimo: i periodi di riposo spettanti durante il primo anno di vita del bambino sono raddoppiati in
caso di parto plurimo e le ore aggiuntive possono essere fruite anche dal padre.
Per i periodi di astensione facoltativa e di riposo è prevista, a seconda dei casi, la contribuzione
figurativa, la facoltà di riscatto e la CONTRIBUZIONE VOLONTARIA (vedi).
- flessibilità dell'astensione obbligatoria: facoltà per le lavoratrici di astenersi obbligatoriamente dal
lavoro anche soltanto dal mese precedente la data presunta del parto (con attestazione sanitaria),
spostando il periodo non fruito prima del parto al periodo successivo al parto, che, pertanto, potrà essere
prolungato fino a quattro mesi.
"Qualora il parto avvenga in data anticipata rispetto a quella presunta, i giorni non goduti di astensione
obbligatoria prima del parto vengono aggiunti al periodo di astensione obbligatoria dopo il parto”(art.
11 L. 53/2000);
- astensione (con indennità all'80%) riconosciuta al padre lavoratore: diritto di astenersi dal lavoro nei
primi tre mesi dalla nascita del figlio in caso di morte o di grave infermità della madre o di abbandono del
figlio da parte della stessa ovvero di affidamento esclusivo al padre.

Permessi e congedi per gravi e documentati motivi familiari
Attualmente (agosto 2000) lo schema di Regolamento (art. 4, comma 4 della L. 53/2000) per
l’applicazione di questi istituti è in attesa del parere del Consiglio di Stato.

Permessi per l’assistenza a portatori di handicap
La Circ. Inps 133/2000, chiarisce le modifiche apportate dalla L. 53/2000 alla L. 104/92 , per quanto
riguarda l’assistenza a persone con handicap in situazione di gravità, non ricoverate a tempo pieno, o che
lavorino. I chiarimenti riguardano:
- la possibilità della persona handicappata che lavora di fruire “alternativamente” di permessi “a giorni”
o di permessi “a ore”;
- la possibilità del genitore di persona handicappata minorenne di fruire dei permessi (art. 33, commi 1, 2
e 3, L. 104/92) anche quando l’altro genitore non ne ha diritto;
- la possibilità dei genitori di persone handicappate maggiorenni, dei parenti e affini entro il 3° grado di
utilizzare i giorni di permesso anche se non convivono con il soggetto handicappato, purché gli prestino
assistenza in via continuativa ed esclusiva;
- la riduzione dei giorni di permesso in caso di part-time verticale.
I giorni di permesso fruiti dal personale scolastico rimangono retribuiti.

Congedi per la formazione
Oltre i permessi per il diritto allo studio, i dipendenti con almeno cinque anni di servizio presso la stessa
amministrazione, possono chiedere una sospensione del rapporto di lavoro, senza retribuzione, per un
periodo, continuativo o frazionato, non superiore a undici mesi nell’arco dell’intera vita lavorativa.
Questi congedi, finalizzati al conseguimento di un titolo di studio o per partecipare ad attività formative
diverse da quelle organizzate dal datore di lavoro, non sono retribuiti, né sono computabili nell’anzianità
di servizio. È possibile la CONTRIBUZIONE VOLONTARIA (vedi), oppure il prolungamento dell’età
pensionabile per un periodo corrispondente al congedo, anche in deroga alle disposizioni concernenti
l’età di pensionamento obbligatoria.


CONTABILITA’
Il comma 3 dell’art. 14 del DPR 275/99 prevede un nuovo Regolamento di contabilità, che attualmente
(agosto 2000) circola ancora in forma di bozza.
Il lungo testo (57 articoli) desta parecchia preoccupazione per l’illegittimo stravolgimento che determina
nei rapporti all’interno della scuola definiti dal DLgs. 297/94, con una redistribuzione in senso
verticistico e in una prospettiva aziendalista, delle competenze tra Consiglio di circolo o d’istituto,
Dirigente e Direttore dei servizi.

La trasformazione delle scuole da Istituzioni destinante alla “piena formazione della personalità degli
alunni” (art. 1 T.U.), in entità economico-finanziarie, soggette alla contrattazione e al ricavo di utili
viene delineata da quegli articoli del Regolamento che prevederebbero:
- che“i laboratori delle istituzioni scolastiche … possono essere utilizzati ed organizzati per lo
svolgimento di attività e servizi per conto di terzi” (art. 16);
- che “le istituzioni scolastiche possono stipulare convenzioni e contratti, con esclusione dei contratti
aleatori e, in genere delle operazioni finanziarie speculative, nonché della partecipazione a società di
persone e società di capitali, fatta salva la costituzione e la partecipazione a consorzi anche costituiti
nella forma di società a responsabilità limitata”(art. 25);
- che “spetta all’istituto scolastico il diritto d’autore sulle opere dell’ingegno prodotte nello svolgimento
delle attività scolastiche”, riconoscendo comunque “agli autori il diritto morale alla paternità
dell’opera”. “Lo sfruttamento delle opere dell’ingegno prodotte nel corso delle attività … è deliberato
dal consiglio di istituto” (art. 31);
- che “le istituzioni scolastiche … hanno facoltà di svolgere attività di servizi per conto terzi, nonché di
alienare i beni prodotti nell’esercizio di attività didattiche o di attività programmate. La vendita avviene
con le modalità stabilite dal Consiglio di istituto” (art. 33);
- che “le istituzioni scolastiche possono concludere accordi di sponsorizzazione con soggetti pubblici o
privati” (art. 36).
- che “l’istituzione scolastica, nell’ambito delle risorse finanziarie disponibili … può stipulare contratti
di gestione finanziaria” (art. 43);
- la“compravendita di beni immobili” (art. 44);
- la “vendita di materiali fuori uso e di beni non più utilizzabili” (art. 47).

Consiglio di circolo o d’istituto (vedi anche ORGANI COLLEGIALI)
Il compito di indirizzo e di controllo del Consiglio viene enormemente ridotto anche attraverso la
scomparsa della Giunta esecutiva, e con essa del suo delegato alla firma di mandati e reversali,.
Al Consiglio dovrebbe competere, per quanto riguarda la gestione finanziaria:
- la delibera del “programma annuale” (art. 2) che sostituirebbe il bilancio di previsione;
- la ratifica delle eventuali modifiche di spesa apportate dal dirigente al programma originario (art. 4);
- l’approvazione del conto consuntivo, che qualora fosse “in difformità dal parere espresso dal collegio
dei revisori dei conti è trasmesso … all’ufficio scolastico regionale … ai fini dell’adozione dei
provvedimenti di competenza”. Nel caso in cui poi il Consiglio non dovesse deliberare entro 60 giorni,
viene sbrigativamente (efficientemente?) esautorato: il dirigente “dà comunicazione al collegio dei
revisori dei conti e al dirigente dell’ufficio scolastico regionale, che nomina un commissario ad acta per
il relativo adempimento”(art. 14).
Per quanto riguarda invece l’attivita’ negoziale (art. 27) il Consiglio dovrebbe deliberare, determinando
un vincolo per il Dirigente, riguardo:
- l’accettazione o la rinuncia di legati, eredità e donazioni;
- la costituzione di fondazioni;
- l’accensione di mutui e contratti di durata pluriennale;
- i contratti di alienazione, trasferimento, costituzione, modificazione di diritti reali su beni immobili
appartenenti alla scuola;
- l’adesione a reti di scuole e consorzi;
- l’utilizzazione economica delle opere dell’ingegno;
- la partecipazione della scuola ad iniziative che coinvolgano soggetti pubblici o privati.
Al Consiglio spetterebbe inoltre la determinazione dei criteri e dei limiti per lo svolgimento, da parte del
dirigente delle seguenti attività negoziali (limiti dai quali però il Dirigente può “recedere, rinunciare e
transigere, qualora lo richieda l’interesse dell’istituzione scolastica”, art. 27 comma 3):
- contratti di sponsorizzazione;
- contratti di locazione di immobili appartenenti alla istituzione scolastica
- utilizzazione di locali, beni o siti informatici appartenenti alla scuola da parte di soggetti terzi;
- convenzioni relative a prestazioni del personale della scuola e degli alunni per conto terzi;
- alienazione di beni prodotti nell’esercizio di attività didattiche o programmate;
- contratti di prestazione d’opera con esperti per particolari attività ed insegnamenti;
- destinazione dei fondi trasferiti dagli Enti locali per assicurare il diritto allo studio;
- partecipazione a progetti internazionali.

Dirigente scolastico
Il Regolamento attribuirebbe al Dirigente le seguenti competenze:
- predisposizione e realizzazione del “programma annuale” (artt. 2 e 4), con la possibilità di “ordinare
la spesa eccedente nel limite massimo del 10% della dotazione originaria”.
- invio ai revisori dei conti del conto consuntivo (art.14).
- affidamento fiduciario di incarichi, deleghe e nomine (artt. 7, 8, 22, 26, 30).
- gestione delle attività negoziali della scuola “nel rispetto del programma annuale e dei compiti
educativi e formativi dell’istituto, nonché della sua immagine” (?) (art. 26), ma, in alcuni casi, con “il
potere di recedere, rinunciare e transigere, qualora lo richieda l’interesse dell’istituzione
scolastica”(art. 27).
- per spese superiori ai 2000 Euro “procede alla scelta del contraente previa comparazione delle offerte
di almeno tre ditte direttamente interpellate” (art. 28), e una sua relazione, insieme alla “copia dei
contratti e delle convenzioni … è messa a disposizione del Consiglio di istituto nella prima riunione utile
ed affissa all’albo della scuola … Il rilascio delle copie della documentazione in favore dei membri del
Consiglio di istituto e degli altri organi dell’istituto è gratuito”(sic!).
- valuta la convenienza dei contratti di locazione finanziaria (art. 42).

Direttore dei servizi generali e amministrativi
Il Direttore, tra gli altri compiti, potrebbe:
- essere delegato, dal Dirigente, all’unica firma di reversali e mandati (artt. 7 e 8);
- predisporre il conto consuntivo che “si compone della situazione di cassa, della situazione
patrimoniale e del prospetto delle spese per il personale e per i contratti d’opera, nonché di un prospetto
sintetico dei risultati economici della gestione” (art.14);
- essere consegnatario dei beni (art. 19)

Le regole contabili attualmente vigenti ( D.I. 28/5/75 , art. 27 del T.U.) invece prevedono:
Bilancio di previsione
Il bilancio di previsione è lo strumento attraverso il quale sono autorizzate le spese, sulla base delle
diverse entrate accertate, e che consente di programmare l’attività finanziaria dell’anno, dal 1° gennaio al
31 dicembre. È costituito quindi da due parti: le entrate e le spese, divise in capitoli in cui vanno iscritte le
somme, e classificate in: correnti, in conto capitale e in partite di giro.
La Giunta esecutiva predispone, entro il 31 ottobre, il bilancio di previsione relativo all'anno finanziario
successivo e lo presenta al consiglio, corredato della relazione illustrativa e della situazione finanziaria
presunta al 31 dicembre.
Il consiglio delibera, entro il 15 novembre, il bilancio di previsione, che a cura del dirigente scolastico
deve essere inviato per l'approvazione al Provveditore agli studi, corredato della prevista
documentazione:
- bilancio preventivo.
- situazione finanziaria presunta al 31 dicembre.
- riepilogo delle economie presunte con vincolo di destinazione.
- relazione della giunta esecutiva, illustrativa del bilancio nel suo complesso.
- delibera del Consiglio sul bilancio di previsione.
- eventuale relazione dei revisori dei conti sul bilancio di previsione e, ove esistenti, sui preventivi delle
aziende agrarie e delle aziende speciali.
C’è poi l’obbligo, da parte del dirigente scolastico, di inviare al Provveditore agli studi la situazione
finanziaria che effettivamente si è determinata al 31 dicembre e il riepilogo delle somme definitive
confluite nell'avanzo di amministrazione per le quali sussiste il vincolo di destinazione.
Per il reimpiego (nel nuovo esercizio finanziario) delle rimanenti economie vincolate e per il reimpiego
delle economie "non finalizzate", come per tutte le eventuali variazioni, è necessaria la formale
approvazione del documento previsionale da parte del Provveditore agli studi e l'adozione delle correlate
delibere di variazione di bilancio.
Il ritardo o la mancata approvazione del bilancio da parte del Provveditorato, comporta l’obbligo di
limitare le spese mensili ad 1/12 del bilancio dell’anno precedente.
Accertarsi, prima di provvedere alle spese deliberate, che non vi siano contrasti con le norme vigenti. Le
delibere vanno riesaminate dal Consiglio qualora dovessero essere irregolari o illegittime. Nel caso di
impegni eccedenti gli stanziamenti, e che non si riescono a coprire con maggiori entrate o disponibilità,
ne rispondono personalmente i membri del Consiglio e della Giunta che li hanno approvati.

Conto consuntivo
Il conto consuntivo contiene il conto finanziario e quello patrimoniale.
Nel conto finanziario sono riepilogati i dati relativi a tutte le somme iscritte, nell’anno di competenza, in
ciascuno dei capitoli in entrata e uscita: quelle previste, le variazioni, le previsioni definitive, quelle
accertate o impegnate, quelle riscosse o pagate, e quelle da riscuotere o da pagare dopo il 31 dicembre. Il
confronto delle entrate accertate e delle uscite impegnate rappresenta lo stato del bilancio di competenza
con l’avanzo, il pareggio o il disavanzo relativo.
La somma ancora da riscuotere costituisce il residuo attivo, quelle da pagare il residuo passivo.
La Giunta esecutiva predispone il conto consuntivo e lo presenta al Consiglio, che delibera sulla base di
una cospicua documentazione:
- relazione della Giunta esecutiva, nella quale devono essere analiticamente illustrati, l'andamento della
gestione della istituzione scolastica;
- elenco dei residui attivi e passivi risultanti alla chiusura dell'esercizio;
- riassunto del movimento dei residui esistenti al 31 dicembre;
- riepilogo generale dei residui;
- situazione finanziaria;
- riassunto generale del movimento amministrativo, in cui confluisce la situazione dei beni inventariati;
- retribuzioni nette corrisposte al personale supplente breve e saltuario;
- ordini di riscossione (reversali) e ordini di pagamento (mandati), corredati dei relativi documenti
giustificativi;
- prospetto di tutte le classi autorizzate e funzionanti e della distribuzione degli insegnanti con
l'indicazione dei nominativi dei docenti e del numero degli alunni frequentanti per ciascuna classe;
- copia delle deliberazioni con gli estremi di approvazione riguardanti: le variazioni di bilancio; le
eventuali convenzioni e contratti; il funzionamento delle sezioni serali; ogni altra deliberazione che abbia
comportato oneri per l'istituzione scolastica, nonchè le copie dei contratti individuali di lavoro stipulati
per supplenze e provvedimenti relativi all'istituzione di corsi non previsti dalla pianta organica;
- copia dei rendiconti degli eventuali corsi aggregati finanziati da altri enti e organizzati dall'istituzione;
- estratto analitico del conto corrente dell'istituto cassiere con l'indicazione dei saldi al 31 dicembre dei
due anni precedenti.
- prospetto dimostrativo delle somme riscosse per l'eventuale partecipazione del personale al vitto a
pagamento (sezioni alberghiere e convitti);
- elenco delle giornate di convivenza degli alunni e relativo prospetto dimostrativo della loro
partecipazione al vitto a pagamento (solo per le istituzioni scolastiche con convitto annesso);
- prospetto delle somme versate per oneri previdenziali ed assistenziali sia a carico dell'istituzione
scolastica che a carico del personale.
- dichiarazione sottoscritta congiuntamente dal dirigente scolastico e dal responsabile amministrativo
circa l'inesistenza di gestioni fuori bilancio.
Il Consiglio delibera il conto consuntivo, che entro i termini più brevi possibili deve essere trasmesso,
corredato della prescritta documentazione, al Provveditore agli studi per l’approvazione, prevista entro il
15 marzo dell’anno successivo a quello di competenza.


CONTRIBUZIONE VOLONTARIA
( DLgs. 184/97 , Circ. Inpdap 13/2000)
Solo recentemente, anche al personale della scuola è stato reso possibile avvalersi della contribuzione
volontaria per coprire, ai fini pensionistici, quei periodi, successivi al 1° gennaio 1997, per i quali non
sono stati effettuati versamenti previdenziali.
Possedendo i requisiti previsti, si potrà quindi chiedere l’autorizzazione a proseguire la propria iscrizione
all’Inpdap sia per i periodi necessari ad acquisire il trattamento pensionistico (nel caso di cessazione dal
servizio senza averne avuto diritto), sia per i periodi di aspettativa per motivi di studio o di famiglia, i
congedi L. 53/2000 non coperti, i periodi tra le nomine di supplenza, i periodi in part-time.

(facsimile domanda CONTRIBUZIONE VOLONTARIA)

Al Provveditore agli Studi
di ……..

Alla sede provinciale
dell’INPDAP
……..


Oggetto: prosecuzione volontaria dell’iscrizione all’INPDAP.

La/il sottoscritta/o …….. nata/o a …….. il …….., codice fiscale …….., residente in …….., via ……..,

CHIEDE

di essere autorizzata/o a proseguire mediante versamenti volontari la propria iscrizione all’INPDAP dal ……..

A tal fine dichiara, ai sensi della L. 15/68 e successive modificazioni e integrazioni, di:
(scrivere solo ciò che interessa)
- essere stata/o iscritta/o all’INPDAP dal …….. al ……..
- essere iscritta/o attualmente ad altra forma di previdenza
- avere attualmente un rapporto di lavoro dipendente a tempo …….. presso ……..
- avere risolto il rapporto di lavoro dipendente presso …….., il ……..
- essere intestataria/o di pensione diretta
- poter far valere come neutri i periodi appresso indicati, non già presentati al Provveditorato.

Si allega la seguente certificazione:
……..

data e firma



CONTROVERSIE RELATIVE AI RAPPORTI DI LAVORO
(artt. da 68 a 69bis DLgs. 29/93 e DLgs 80/98 )
I decreti legislativi 80/98 e 387/98 hanno dato attuazione alle pregresse disposizioni già contenute nel
D.L.vo 29/93 dettando una nuova disciplina in materia di controversie di lavoro che vengono trasferite
dal giudice amministrativo, al giudice ordinario.
Infatti, gli articoli dal 29 al 32 del D.L.vo 80 del 31 marzo 1998 (recepiti nel D.L.vo 29/93 come artt. 68,
68bis, 69 e 69bis), modificano la pregressa disciplina.
Il nuovo art. 68 sancisce che “sono devolute al giudice del lavoro, tutte le controversie relative ai rapporti
di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni”…, (con l’eccezione delle controversie in
materia di procedure concorsuali per l’assunzione dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, che
restano devolute alla giurisdizione del giudice amministrativo).
Sono devolute alla competenza del giudice ordinario in funzione di giudice del lavoro anche tutte le
controversie relative a comportamenti antisindacali delle pubbliche amministrazioni, ai sensi dell’art. 20
della Legge 300/70, e tutte le controversie relative alla contrattazione collettiva.
Per quanto concerne la demarcazione temporale della giurisdizione il comma 17 dell’art. 45 del
 D.L.vo 80/98 prevede che siano attribuite al giudice ordinario in funzione di giudice del lavoro tutte le
controversie relative a questioni attinenti al periodo del rapporto di lavoro successivo al 30 giugno 1998
(1° luglio 1998), mentre rimangono nella competenza del giudice amministrativo (TAR), le controversie
di lavoro anteriori a tale data le quali debbono essere proposte, a pena di decadenza, entro il 15 settembre
2000.
Il giudice può adottare nei confronti delle pubbliche amministrazioni tutti i provvedimenti di
accertamento, costitutivi o di condanna richiesti dalla natura dei diritti tutelati e nell'eventualità in cui sia
necessario risolvere pregiudizialmente una questione concernente l’efficacia, la validità o
l’interpretazione delle clausole di un contratto o accordo collettivo nazionale (art. 68 bis D.L.vo 29/93), il
giudice sospende il giudizio al fine di attendere l’eventuale interpretazione o accordo tra ARAN e
OO.SS. sulla questione controversa.
In mancanza di un accordo o modifica sul punto controverso il giudice decide per sentenza sulla sola
questione di cui alla richiesta.
La nuova disciplina ha previsto (art. 69 D.L.vo 29/93), per le controversie individuali l’esperimento
obbligatorio di un tentativo di conciliazione ai sensi dell’art. 410 del codice di procedura civile (cpc),
davanti al Collegio di Conciliazione presso l’Ufficio Provinciale del Lavoro o con le procedure previste
dai contratti collettivi.
Per il mondo della scuola il nuovo contratto non ha previsto procedure specifiche quindi il tentativo di
conciliazione obbligatorio deve essere richiesto all’Ufficio del Lavoro territorialmente competente.
La domanda giudiziale può essere presentata (al giudice ordinario in funzione di giudice del lavoro), solo
dopo che siano trascorsi 90 giorni dalla richiesta di espletamento del tentativo di conciliazione o, se già
presentata, decorso tale termine.
Infatti, stante l’obbligatorietà del tentativo di conciliazione, il giudice adito, in mancanza del tentativo di
conciliazione, rileva l’improcedibilità della domanda e sospende il giudizio fissando alle parti il termine
perentorio di sessanta giorni per esperire il tentativo di conciliazione.
Comunque è importante sapere che si deve nominare un proprio rappresentante in seno al Collegio di
Conciliazione e che durante il tentativo è possibile farsi assistere da un proprio rappresentante sindacale.
L’amministrazione pubblica deve essere rappresentata nel collegio da un proprio funzionario munito del
potere di conciliare la controversia. E’ importante notare che l’eventuale mancata conciliazione ed il
comportamento tenuto dalle parti nella fase conciliativa (di cui è redatto un verbale), è un elemento di
valutazione che il giudice terrà presente nell’eventuale successivo giudizio, anche ai fini del regolamento
delle spese e, quindi, è essenziale porre la massima attenzione su quanto viene dichiarato in tale sede.
Le modifiche alla giurisdizione sono uno degli ultimi tasselli della “privatizzazione” del pubblico
impiego iniziata con il D.L.vo 29/93 ed introducono, come si è visto, alcune importanti novità sulle quali
è utile soffermarsi, nonché alcuni problemi.
Infatti, la giurisdizione del giudice ordinario in funzione di giudice del lavoro in via di principio è
certamente preferibile a quella amministrativa, ma sconterà due ordini di problemi:
- in primo luogo il tentativo di conciliazione obbligatorio non consentirà al singolo di adire
immediatamente l’autorità giudiziaria, ma sarà un “filtro” obbligatorio con un ulteriore rafforzamento
delle Organizzazioni Sindacali a cui, quasi giocoforza, i lavoratori dovranno rivolgersi.
- in secondo luogo i lunghi tempi di fissazione delle udienze pongono un gravissimo problema di certezza
del diritto, anche in relazione alla riorganizzazione dei giudici del lavoro.
Riguardo la possibilità, prevista dalla pregressa disciplina della giurisdizione amministrativa, di
richiedere la cosiddetta “sospensiva” del provvedimento in casi di possibile danno grave ed irreparabile,
vi è ora la possibilità di adire il giudice in via d’urgenza (ex art. 700 del cpc), il quale, come detto
precedentemente, può (non più sospendere) disapplicare il provvedimento dell’amministrazione nella
causa in oggetto.
A tutto questo si aggiunge il recente CCNQ del 27/7/2000 che prevede, a partire dal 31/1/2001, la
possibilità di ricorrere a procedure stragiudiziali di conciliazione e arbitrato presso un “arbitro unico”, nei
casi previsti e secondo le modalità contenute nello stesso accordo.

(scheda fac simile Tentativo di Conciliazione)

Al Collegio di Conciliazione
c/o Ufficio Provinciale del Lavoro
e della Massima Occupazione
Via ______________ ___________

Al………………………
(Provveditore agli Studi)
(Capo d’Istituto)
____________________


Oggetto: richiesta di convocazione tentativo obbligatorio
        di conciliazione ex artt. 69 e 69-bis D.L.vo 29/93.


Il/La sottoscritto/a ____________________________________, nato/a a __________________________ il
_________________ e residente in ___________________ nella via _____________________________,
CHIEDE
la convocazione di un tentativo di conciliazione ex artt. 69 e 69-bis del D.L.vo 29/93, così come novellato dagli artt. 31 e
32 del D.L.vo 80 del 31 marzo 1998.
Si premette che l’esponente è __________________ (insegnante/ATA, etc.), in servizio nell’anno scolastico
_____________ presso __________________________________________, in virtù di contratto a tempo
___________________________ (determinato o indeterminato) stipulato con _______________________ in data
___________________ (specificare sempre l’amministrazione di appartenenza e la sede di lavoro).

* Esporre a questo punto sommariamente i fatti e le ragioni poste a fondamento della pretesa.
________________________________________________________________________________

Tutto ciò premesso lo/la scrivente _______________________________ chiede la convocazione delle parti per un
tentativo obbligatorio di conciliazione e dichiara che le comunicazioni relative alla procedura in oggetto dovranno
essere inviate a:
________________________________________
________________________________________
(Specificare il luogo nel quale devono essere fatte le comunicazioni inerenti alla procedura).
Si comunica che viene nominato come proprio rappresentante nel Collegio di Conciliazione
____________________________________________ (specificare il nome del proprio rappresentante nel collegio di
conciliazione o la delega per la nomina medesima ad un organizzazione sindacale).
Nel rimanere in attesa di un Vostro riscontro si coglie l’occasione per porgere cordiali saluti.
____________, lì___________
                                                     Il/la richiedente
                                            ___________________________
Si allega:
(inserire eventuali allegati in copia)
 _____________________________

 _____________________________
N.B.: la richiesta del tentativo di conciliazione obbligatorio deve essere inviata al Collegio di
Conciliazione presso l’Ufficio Provinciale del Lavoro territorialmente competente ed
all’amministrazione con cui si instaura il contenzioso (Provveditore, Capo d’Istituto, etc.). Entrambe le
copie, comprensive degli allegati devono essere consegnate presso i destinatari (in tal caso deve essere
rilasciato un riscontro dell’avvenuta consegna), o spedite mediante raccomandata con avviso di
ricevimento.


DIMENSIONAMENTO DELLA RETE SCOLASTICA
(art. 1, comma 70, L. 662/96 ; DPR 157/98 ; DPR 233/98; DM 331/98; L.R. Sicilia 6/2000).
Nell’anno scolastico 2000/2001 dovrebbe essere portato a termine il processo di “ri”-dimensionamento
iniziato oltre dieci anni fa con la L. 426/88 (la cosiddetta “razionalizzazione della rete scolastica”).
Da allora il numero delle scuole è sceso, in nome del risparmio, da oltre 15.000 unità alle attuali 12.410.
Secondo gli stessi dati del MPI dall’a.s. 1997/98 al prossimo 2000/01:
- il numero degli alunni passerà da 7.597.262 a 7.467.128 (- 1,7%)
- il numero delle classi/sezioni diminuirà da 378.775 a 366.546 (- 3,2%)
- il personale diminuirà complessivamente del 3,7%, da 901.545 a 867.750 (i docenti da 738.653 a
714.351, -3,3%, gli ATA da 151.860 a 143.179, - 5,7%)
In questo modo la scuola pubblica italiana sta subendo un attacco senza precedenti alla propria capacità
di rispondere ai compiti e ai bisogni di formazione per tutti che la Costituzione le affida e che la società le
richiede.

Strumento principale di questo attacco è stato il DPR 233/98 “Dimensionamento delle istituzioni
scolastiche”. Questo DPR, infatti ha previsto che “per acquisire o mantenere la personalità giuridica,
gli istituti di istruzione devono avere, di norma, una popolazione, consolidata e prevedibilmente stabile
per almeno un quinquennio, compresa tra 500 e 900 alunni”.
Questo criterio fondato su un numero di alunni unico per tutti gli ordini e gradi di scuola ha penalizzato i
licei artistici (con quattro anni curriculari) e soprattutto la scuola media che con solo tre anni di corso
(rispetto ai cinque di elementare e superiore) rischia la scomparsa, determinando una surrettizia
anticipazione del famigerato RIORDINO DEI CICLI (vedi). Rammentiamo che il precedente criterio
(art. 51 del D.Lgs 297/94) invece garantiva la media differenziando il numero minimo di classi:12
rispetto alle 25 della superiore.

D'altronde il DPR 233/98 si inserisce coerentemente nel solco tracciato dalla “Bassanini”, che ha
realizzato il progressivo disimpegno economico pubblico (vedi anche la recente Lettera circolare
194/2000, che riduce drasticamente i finanziamenti alle scuole) per cui solo “la dotazione finanziaria
essenziale … è costituita dall’assegnazione dello Stato” (comma 5 dell’art. 21 L. 59/97 ), mentre il resto
arriverà da qualche improbabile benefattore, qualche amministratore interessato a scopi elettorali, o
piuttosto da alunni e famiglie, come auspicano Confindustria e Cgil.

Infine, per completare l’operazione bisognerà sopprimere, entro il 1° settembre 2000, altre 1.994 scuole,
in modo da giungere al numero di 10.416 previsto dal DM 271/99, che determina l’organico dei dirigenti.
Perché, è bene saperlo, è questo il criterio stabilito per individuare il numero delle scuole in ogni
provincia: con grande attenzione pedagogica il riferimento è l’organico dei futuri dirigenti scolastici,
ridotto come tutti gli organici sulla base dei tagli da effettuare sul personale delle Pubbliche
Amministrazioni, e che in questo caso sta portando alla progressiva cancellazione delle istituzioni
pubbliche dal territorio nazionale.

Sul tema vedi anche:
ISTITUTI COMPRENSIVI di scuole materne, elementari e medie.
AGGREGAZIONE DI ISTITUTI DI ISTRUZIONE SECONDARIA SUPERIORE di diverso ordine e tipo.


DIRIGENZA
È certamente significativo che il primo atto legislativo di “riforma” della scuola, in attuazione del
famigerato art. 21 della L. 59/97 , “Bassanini”, sia stato proprio il DLgs. 59/98 sulla Dirigenza.
Questo Decreto Legislativo, non utilizzando, però, la prevista facoltà di “disapplicare” norme previgenti,
di fatto si aggiunge all’art. 396 del T.U., che definisce la “Funzione direttiva”, ingenerando ulteriori
difficoltà interpretative tra le competenze del dirigente e quelle degli ORGANI COLLEGIALI (vedi).
Senza contare poi le altre norme che derivano da contratti, decreti, ordinanze, regolamenti per giungere
infine alla circolari.
Ed è proprio con una Circolare, la n. 193 del 3/8/2000, che il Ministero tenta di fare quello che lo stesso
legislatore non ha ritenuto possibile: sulla scorta di un parere quanto del Consiglio di Stato, il MPI ritiene
“superata la disposizione contenuta nel comma 2, lettera h, dell'art. 7 del decreto legislativo n. 297/94
riguardante la competenza del collegio dei docenti in materia” di elezione dei collaboratori del capo
d’istituto.
Contro questa illegittima circolare i COBAS hanno già avviato le procedure per impugnarla. Nel
frattempo invitiamo i Collegi docenti a non farsi espropriare delle proprie competenze e, nelle more di un
chiarimento del quadro normativo (perchè non crediamo che una semplice CM abroghi il T.U.),
dobbiamo riaffermare il principio della collegiale gestione della scuola e quindi chiedere l’elezione dei
collaboratori del capo d’istituto (vedi STAFF), anche per evitare inutili ulteriori contenziosi.

Il 9 agosto 2000 è stato siglato il CCNQ con il quale si aggiunge la Dirigenza scolastica alle altre aree
Dirigenziali previste dal DLgs 29/93.
Con quest’atto si creano i presupposti per un contratto separato, cui da tempo aspirano quei capi d’istituto
che non si riconoscono più nel profilo delineato dal CCNL vigente.
L’Associazione Nazionale Presidi e Cgil-Cisl-Uil, con i soldi risparmiati in questi anni sui salari di
docenti e ATA, chiedono nella loro piattaforma contrattuale“la piena equiparazione,
nell’inquadramento e nella retribuzione accessoria, alla dirigenza pubblica”.
Ma, a prescindere dall’odiosa questione economica, è un altro l’aspetto su cui vorremmo che tutti i
lavoratori della scuola riflettessero per poi giungere a scelte conseguenti e responsabili: con la questione
della “dirigenza” si sono delineate due idee di scuola tra loro incompatibili.
Da un lato quella che, avendo verificato la complessità e la difficoltà del fare scuola quotidiano, cerca nel
confronto tra pari quella condivisione necessaria a rendere efficace l’azione didattica, potenziando e
rendendo veramente effettiva la partecipazione di tutte la componenti agli Organi Collegiali (dal
Consiglio di classe a quello Nazionale della Pubblica Istruzione).
Dall’altro quella che, partendo dalle stesse considerazioni, sceglie la scorciatoia della gestione
verticistica e manageriale, perché da sempre incapace di affrontare con il necessario realismo il lavoro
collegiale e cooperativo adesso spera di scavalcare ogni difficoltà con un autoritarismo che cancella il
problema stesso del confronto e della scelta.
Poco contano i distinguo operati nella piattaforma contrattuale confederale su managerialità, gerarchie e
cooperazione quando poi si afferma il ruolo “di guida con le dinamiche relazionali all’interno
dell’istituzione scolastica” del dirigente, da cui “discende la realizzazione concreta dell’autonomia e di
tutte le sue potenzialità”, e si conclude con l’auspicio “che si completi anche l’itinerario legislativo della
riforma degli organi collegiali interni”, certamente non per potenziarne il ruolo, bensì dando
applicazione “integrale al D.L.vo 59/98 sulla prerogativa degli affidamenti dei compiti ai docenti in
campo organizzativo e gestionale”, cioè alla costituzione di quelle gerarchie (staff e figure di sistema) di
cui la scuola non ha certamente bisogno.

In effetti questa è proprio “una rivoluzione copernicana”, come viene ribadito da Cgil- Cisl- Uil nella
loro piattaforma contrattuale, prendendo a prestito la definizione della Confindustria (Rapporto Oliva:
Verso la scuola del 2000, cooperare e competere: le proposte di Confindustria), perché toglie dal centro
del sistema scolastico “la libertà d’insegnamento” che promuove “la piena formazione della
personalità degli alunni” (art. 1 del T.U.) sostituendola con la “trinità” gestionale dell’azienda: efficacia-
efficienza- economicità.
Per concludere questa rivoluzione aziendalista attendiamo solo che i confederali introducano nella scuola
quel concetto di zero tolerance contro insegnanti e scuole che danneggiano gli studenti tanto caro alla
Confindustria, secondo la quale il nemico da battere è la povertà di aspirazioni dei singoli come di un
popolo.

Riportiamo qui di seguito le competenze del capo d’istituto definite dall’art. 396 del T.U. e dagli artt. 19,
20, 21, 22 del CCNL 99:
- l'esecuzione delle deliberazioni degli organi collegiali;
- la presidenza del collegio dei docenti, del comitato di valutazione, dei consigli di intersezione,
interclasse o di classe, della giunta esecutiva del consiglio di circolo o d'istituto;
- la predisposizione del piano delle attività;
- l'adozione del piano delle attività, proposto dal "segretario", per il personale ATA (art. 52 CCNI 99);
- la formazione delle classi, l'assegnazione ad esse dei singoli docenti, la formulazione dell'orario, sulla
base dei criteri generali stabiliti dal consiglio di circolo o d'istituto e delle proposte del collegio dei
docenti.
A questo proposito il fatto che l'art. 24 del CCNL 99 parli solo di generiche"eventuali proposte degli
organi collegiali", la dice lunga sul tentativo di introdurre surrettiziamente nel contratto prerogative
"dirigenziali" che in ogni caso è necessario contrastare sollecitando gli organi collegiali a esercitiare i
loro compiti ben al di là dell'"eventualità" indicata nel contratto.
Tanto più che la nota MPI n.1144/80 afferma"... che i criteri generali e le proposte hanno carattere
preparatorio rispetto all'atto finale del direttore didattico/preside e, pertanto, sono obbligatori nel senso
che, qualora manchino l'atto finale è invalido. I criteri generali poi, sono da considerare anche
vincolanti ... Per quanto riguarda le proposte, invece, ... l'organo competente ad adottare il
provvedimento formale dovrà sempre dare adeguata motivazione delle decisioni difformi dalla proposta
...". Considerazioni ribadite anche dalla sentenza del Consiglio di Stato, sez. VI, n.145/95.
Tutto ciò perchè "per effetto dell'entrata in vigore dei decreti delegati della scuola, il preside non è più
vincolato soltanto nei confronti di un superiore gerarchico ... ma anche nei confronti di un'assemblea
elettiva ... risulta soggetto anche alle deliberazioni dell'organo collegiale" TAR Piemonte 131/79.
E così ribadiamo che anche per l'individuazione dei docenti-collaboratori il capo d'istituto potrà
scegliere"sulla base della normativa vigente" (art. 19, comma 4 CCNL 99), quindi sulla base
dell'elezione dei collaboratori fatta dal collegio (art.7, lett. h T.U.).
Ricordiamo infine che anche la prassi inveterata della delega annuale ai docenti per presiedere i consigli
di classe risulta in contrasto con l'art. 10 del Codice di comportamento (DMFP 31/3/94) allegato al
CCNL 95, che afferma che"il dirigente, salvo giustificato motivo, non ritarda né delega ad altri
dipendenti il compimento di attività, o l'adozione di decisioni di propria spettanza". E pone problemi di
legittimità qualora questo avvenga per gli scrutini perchè determina un consiglio imperfetto.
In ogni caso queste sono collaborazioni "organizzative e gestionali" (art. 19 CCNL 99), attività
aggiuntive che vanno retribuite con il fondo dell'istituzione scolastica (art. 30, c. 3, lett. e CCNI 99).


ESAME DI STATO
( L. 425/97 , DPR 323/98 , OM 31/2000)
Il nuovo esame di stato rappresenta una innovazione ambiziosa, che non si limita ad intervenire sulle
procedure dell'ex esame "di maturità" ma intende costituire un elemento di trasformazione del carattere e
delle finalità della scuola superiore: cioè, pur introdotto come prova finale, si propone di proiettare i suoi
effetti "a monte" sul lavoro didattico.
Ci si potrebbe chiedere perché cambiare solo l'esame finale di un corso di studi che si vuole mutare
radicalmente con la riforma dei cicli. Se il problema era solo quello di eliminare gli inconvenienti del
vecchio esame e le sue incongruenze si poteva superare la difficoltà nella scelta delle materie del
colloquio facendolo svolgere su tutte le materie, o almeno sulle più significative, e si poteva eliminare
l'aleatorietà nella composizione delle commissioni facendo svolgere l'esame presso commissioni di
docenti interni nelle scuole statali e presso commissioni esterne in quelle private. In realtà non si è scelta
questa strada per un'ulteriore agevolazione agli allievi delle scuole private.
Quindi il vecchio esame di maturità poteva essere migliorato nelle procedure, salvandone il carattere di
esame in cui si giudica un allievo sulla base del giudizio espresso su di lui, singolarmente e
collegialmente, dai suoi insegnanti, che prevede lo svolgimento di prove scritte e di un colloquio, da cui
desumere elementi di valutazione che vengono raccolti e sintetizzati in un giudizio complessivo e
ragionato "di maturità", che si traduce poi anche in un voto. Abbiamo sottolineato il concetto di giudizio
per segnalare la forte differenza con la procedura del nuovo esame che prevede una valutazione "a
punteggio".
Berlinguer decide di cambiare radicalmente strada impostando un nuovo esame che significativamente
non si chiama più "di maturità" ma "esame di stato".
La propaganda ministeriale lo presenta come più equo, oggettivo, rigoroso, trasparente, tuttavia,
nonostante il grande dispendio di mezzi, l'operazione di lancio non riesce a dissipare fastidio e diffidenza
in docenti ed allievi.
Vediamo di analizzare le ragioni di questa valutazione.
1) La composizione della commissione.
La commissione mista, metà docenti interni metà esterni, nasce dalla scelta di favorire la scuola privata.
Con la decisione di affidare alcune materie ai commissari interni ed altre a quelli esterni si reintroduce
l'aleatorietà, che era uno dei difetti della vecchia maturità e, tra l'altro, non si capisce come i commissari
interni possano essere sostituiti in caso di impedimento a partecipare agli esami. Comunque alcune
materie non sono "coperte", quindi non sono garantite pari condizioni a tutti i candidati.
2) Come si svolge l'esame.
Il candidato si presenta fornito di un punteggio attribuito dal consiglio di classe in modo sostanzialmente
vincolato, perché legato alla media dei voti, e affronta una successione di prove concepite come un ciclo
di collaudo di un prodotto. Ogni prova è indipendente dalle altre, mira ad accertare competenze settoriali
e si conclude con l'attribuzione di un punteggio. L'esito dell'esame è dato dalla sommatoria dei punteggi.
Non è prevista alcuna fase di sintesi collegiale e valutazione complessiva, lo scrutinio stesso è svuotato di
qualsiasi valenza, si può discutere solo dell'attribuzione di un punteggio aggiuntivo per gli allievi più
meritevoli.
Lo svolgimento dell'esame diventa così un procedimento spersonalizzato, in cui il ruolo dei commissari
si esaurisce nell'operazione di accertamento di una certa competenza e proposta di punteggio, non c'è da
riflettere o collegare, non è prevista alcuna fase di sintesi ragionata dei risultati.
La proposta ministeriale mette in luce la contraddizione di un dispositivo di esame finale pensato come
selettivo, introdotto a conclusione di un ciclo di studi in cui ha operato in modo negativo l'introduzione
dei debiti formativi conseguente all'abolizione degli esami di riparazione. Infatti, nel momento in cui,
con l'abolizione degli esami di riparazione, la scuola superiore doveva farsi carico direttamente del
recupero, il ministero non ha voluto istituire un vero servizio di recupero con relativo organico perché
costoso ed ha ripiegato sul finanziamento degli IDEI creando un quadro di interventi scoordinati ed
episodici, sostanzialmente inefficaci. Questo ha portato ad occultare il problema delle difficoltà
scolastiche pregresse degli allievi, scaricandole via via a valle, ed ha consentito le aspettative di una
sanatoria che non c'è stata, anzi con il nuovo esame i debiti si concretizzano in riduzioni del credito
scolastico.
Quindi oggi affrontano l'esame molti allievi deboli, vittime-complici di una situazione in cui taluni hanno
saputo navigare furbescamente, e che si trovano di fronte ad un meccanismo che, almeno sulla carta, non
dà scampo a chi non raggiunge certe prestazioni.
Da qui la richiesta degli studenti di rivedere almeno i criteri di valutazione per poter spuntare un
maggiore credito scolastico ma anche la difficoltà di ridisegnare una griglia di valutazione per adeguarla
ad un vincolo esterno di cui non sono condivisi i criteri e le finalità.
3) La terza prova.
Anche questa novità suscita perplessità. Prescindiamo per il momento dalle assurdità ed incongruenze
delle proposte di terza prova diffuse su Internet dal Ministero, che costituiscono comunque una utile
lettura per rendersi conto del livello intellettuale delle "teste pensanti" di viale Trastevere. Si insiste
molto sulla novità del test, che viene presentata come scelta "moderna". Ma i test sono un tipico
strumento di valutazione delle aziende per accertare in modo semplice e rapido un sapere parcellizzato,
secondo un'impostazione classificatoria estranea alle finalità della scuola superiore. Anche la molto
propagandata novità della "pluridisciplinarietà" non va oltre l'accostamento di più discipline.
Costringere i docenti ad addestrare i propri allievi a svolgere queste prove costituisce un
condizionamento negativo del lavoro didattico. Ma molti insegnanti sono critici e riluttanti a lavorare su
questo terreno, anche perché percepiscono come estraneo e pericoloso un modello di valutazione che
costituisce un'anticipazione di quello a cui loro stessi verranno sottoposti nel nuovo quadro
dell'autonomia fondato su una valutazione del loro lavoro funzionale alla frammentazione della
categoria.
In conclusione il nuovo esame non è un intervento "tecnico" di effetti limitati ma il tentativo di introdurre
un cambiamento complessivo del carattere della scuola superiore: si impone un "programma d'esame"
cioè si indicano i "livelli di prestazione attesi" e poi si lascia alle singole scuole gestire "liberamente" i
contenuti e le modalità di preparazione degli allievi in modo da metterli in condizione di sostenere le
prove d'esame.
Un rovesciamento dell'ottica che vede l'allievo come punto di partenza del lavoro didattico verso
un'ottica in cui si definiscono astrattamente "livelli di prestazione" da assumere acriticamente come
finalità del proprio lavoro. Un'impostazione che acquista un senso nel quadro di trasformazione della
scuola superiore in una sede di "formazione al lavoro", in cui non si fa cultura ma si acquisiscono
"competenze" analizzabili e misurabili separatamente.
Aspetto non trascurabile della questione è l'aumento di lavoro che le attività connesse all'esame
comportano per tutti i docenti delle classi terminali.
A parte iniziative senza fondamento giuridico, quali l'imposizione della partecipazione obbligatoria a
"corsi di preparazione", ci sono tutte le altre attività:
- preparazione alla terza prova;
- preparazione del documento del 15 maggio;
- rapporti con i candidati esterni;
- svolgimento degli esami preliminari ai candidati esterni e valutazione.
Tutte queste attività possono assumere notevole ampiezza e non trovano collocazione all'interno degli
obblighi di servizio come oggi definiti. Si tratta ovviamente di rifiutarsi di erogare prestazioni gratuite
non previste dalle attuali norme contrattuali e, più in generale, di esercitare in modo intransigente la
propria autonomia professionale individuale e collegiale contro imposizioni di attività e prestazioni non
condivise.


FERIE
(art. 49 CCNL 99, artt. 19, 20, 25 CCNL 95, CM 620/97)
"Le ferie devono essere richieste ... al Capo d'Istituto" .
I docenti ne fruiscono durante i periodi di sospensione delle attività didattiche, salvo che per un massimo
di sei giorni fruibili durante la rimanente parte dell'anno scolastico qualora sia possibile sostituire il
personale con altre unità in servizio e"alla condizione che non vengano a determinarsi oneri aggiuntivi"
(vedi voce PERMESSI).
L'Accordo di interpretazione autentica degli artt. 19 e 25 del CCNL 95 (CM 620/97) chiarisce che"...
l'azione delle ferie nei periodi di sospensione delle lezioni nel corso dell'anno scolastico non è
obbligatoria" e quindi, neanche per i supplenti, è possibile attribuire le ferie forzatamente, senza cioè
che essi ne abbiano fatto esplicita richiesta.
Personale con contratto a tempo indeterminato (di ruolo)
32 gg (30 gg per i neoassunti: fino a 3 anni) ferie + 4 gg festività soppresse.
In caso di mancato godimento nell'anno scolastico di competenza possono essere fruite dal personale
docente entro l'anno scolastico successivo, e dal personale ATA entro il mese di aprile dell'anno
successivo.
Personale con contratto a tempo determinato (supplente)
La durata delle ferie è proporzionale al servizio prestato (2,5 gg al mese), se non è stato possibile fruirne
devono essere liquidate alla fine dell'anno scolastico (comma 2 art. 25 CCNL 95).


FONDO DELL'ISTITUZIONE SCOLASTICA
(artt. da 26 a 31 CCNI 99, CM 194/99)
Sulle attività da retribuire delibera il Consiglio di circolo o d'istituto che acquisisce la delibera del
Collegio dei docenti (art. 30 CCNI 99) e le proposte del responsabile amministrativo.
Con il fondo sono retribuite, eventualmente anche in misura forfetaria, le seguenti prestazioni:
a) - la "flessibilità", le turnazioni per le scuole che sperimentano l'autonomia (per i docenti "flessibili"
possono essere previsti compensi compresi tra le 300 e le 600 mila lire lorde annue);
b) - le attività aggiuntive di insegnamento (50.000 lire lorde ad ora);
c) - le attività aggiuntive funzionali all'insegnamento (28.000 lire lorde ad ora);
d) - le prestazioni aggiuntive del personale ATA, sia oltre l'orario che "intensificate" (dalle 20 alle 39
mila lire lorde ad ora);
e) - l'attività dei collaboratori del capo d'istituto, eletti dal collegio ai sensi dell'art. 7, comma 2, lettera h,
T.U. (escluso il collaboratore vicario che è funzione-obiettivo);
f) - ogni altra attività deliberata dal consiglio di circolo o d'istituto nell'ambito del piano delle attività.
Nonostante i capi d'istituto e i "segretari" presentino generalmente la questione avvolta da
indeterminazione e incertezze, l'entità del fondo, attribuito dal MPI, è determinabile fin dal 1° settembre
sulla base di nuovi parametri:
- £ 693.000 per ogni posto in organico di diritto del personale docente ed educativo;
- £ 900.000 per ogni posto in organico di diritto del personale docente della scuola superiore, per
finanziare gli IDEI;
- il finanziamento previsto dalla L. 440/97 (ridotto, per l’a.s. 2000/2001, di oltre il 60%, LC 194/2000):
per il POF (1.500.000 per scuola, 2.500 per alunno, 25.000 per docente);
per la formazione (750.000 per scuola, 12.000 per docente).
- eventuale finanziamento per ogni scuola:
con sezioni carcerarie e ospedaliere (3.000.000);
sede di riferimento per l'educazione per adulti e corsi serali (2.000.000);
ricadente in aree a forte processo immigratorio (da definire);
Ulteriori finanziamenti potrebbero derivare da attività o progetti realizzati con l'UE, gli Enti Locali,
soggetti pubblici e privati, comprese le famiglie che pagheranno per le attività integrative (peraltro già
previste fin dal 1924 col Regio Decreto 965 che però ne imponeva l'assoluta e totale gratuità!).

Così, con uno Stato che garantisce una sempre più ridotta “dotazione finanziaria essenziale" (art. 21
 L. 59/97 ), le scuole, dipendendo sempre più dalle "realtà e dagli Enti Locali", vedranno accrescersi le
diseguaglianze territoriali e la segmentazione della struttura sociale (come già drammaticamente accade
in Francia e Inghilterra), contro le quali un eventuale "assegnazione perequativa" appare soltanto come
un intervento cosmetico. La ricchezza, distribuita in maniera così disomogenea sul territorio nazionale,
finirà per privilegiare ulteriormente chi già privilegiato lo è, visto che lo Stato rinuncia a farsi garante di
imparzialità e a rivestire il ruolo di responsabile ultimo della qualità del sistema formativo.
In più con un "dirigente scolastico che attiva i necessari rapporti con gli enti locali e con le diverse
realtà sul territorio" (art.3 dell'AUTONOMIA) la scuola del futuro marcerà a più velocità: avanti alcuni
istituti, guidati da dirigenti influenti sugli amministratori e favoriti nell’accesso ai vari finanziamenti,
nonché aiutati da famiglie altrettanto influenti, e dietro, molto dietro, scuole che “aprendosi” verso un
territorio difficile si trasformeranno in ricettacolo dei problemi sociali del quartiere. I difetti della
situazione attuale, piuttosto che essere combattuti assurgono a paradigma della scuola futura.


FUNZIONI-OBIETTIVO
(art 28 CCNL 1999; art. 37 CCNI 1999)
Il collegio docenti prima dell’inizio delle lezioni identifica nell’ambito del P.O.F., le funzioni-obiettivo
riferite alle aree previste dall’art 28; nelle scuole dimensionate ne sono previste almeno 4, incluso il
docente collaboratore vicario che viene equiparato, ai soli fini economici, a queste nuove figure.
Il collegio determina contestualmente le competenze e i requisiti professionali per poter accedere a
ciascuna funzione, i parametri e le cadenze per la valutazione e la durata di ciascun incarico che è
rinnovabile. Per far questo il collegio può avvalersi di una commissione, eletta al suo interno.
Non può accedere a tali Funzioni chi è in Part-Time e chi è autorizzato a svolgere libera professione; la
funzione-obiettivo non può godere di esoneri totali.
Entro 15 gg dall’inizio delle lezioni, con motivata deliberazione, il collegio designa i responsabili di
ogni Funzione tra chi ne abbia fatto richiesta, ed esprima disponibilità a frequentare specifici corsi di
formazione, e a permanere nella scuola per l’intera durata dell’incarico (fatto che costituisce titolo
preferenziale). Altri parametri sono: gli incarichi ricoperti e i risultati ottenuti, esperienze e progetti
d’innovazione didattica.
A fine di ogni anno, il collegio sentite le relazioni di ciascun incaricato, esprime una valutazione ai fini
dell’eventuale riconferma. Il compenso ammonta a 3 milioni lordi annui, da erogare entro il 31 agosto.
L'espletamento di queste funzioni è valutabile ai fini dell'accesso agli incarichi in altre scuole,
nell'Amministrazione e alla dirigenza.

Le Funzioni Obiettivo sono, come la DIRIGENZA (vedi), un altro elemento indispensabile alla falsa
AUTONOMIA (vedi). Istituite solo per controllare, dividere, gerarchizzare gli insegnanti, accentrano
nelle mani di pochi compiti e responsabilità, e sminuiscono l’unicità della funzione docente e la centralità
del collegio docenti che, nelle sue articolazioni (dipartimenti, commissioni), ha sempre gestito
collettivamente il funzionamento delle attività
Quest’istituto contrattuale impegna i collegi in farraginose procedure che niente hanno a che vedere con
la didattica, ha esasperato invidie e competizione, e nelle migliori situazioni ha comportato un gran
disagio al momento della scelta dei candidati, che a quanto risulta non sono stati poi tanti, segno che la
categoria ha in parte compreso il loro ruolo destabilizzante, tanto che quando il Ministero ha dato la
possibilità di eleggerne un’altra, la maggior parte delle scuole vi ha rinunciato.
A giugno le relazioni sulle attività svolte, sono state approvate nella più totale indifferenza a riprova che,
di fatto, non c’è stata alcuna proficua ricaduta sull’organizzazione della didattica e sugli alunni.
Che dire poi, della proliferazione dei “supporti” per gli insegnanti (schemi, griglie), prevalentemente
destinati alla valutazione che, oltre ad essere in contrasto con la libertà d’insegnamento, e lungi dal
recepire le istanze dei docenti o dei consigli di classe, hanno riproposto standard, più o meno ministeriali,
di misurazione quantitativa degli obiettivi educativi e formativi
Dobbiamo boicottare le funzioni obiettivo, perché sottraggono professionalità e risorse ai
lavoratori e ai bisogni della scuola, dobbiamo far leva sul generale malcontento affinché il collegio
docenti non se ne avvalga e non identifichi specifiche funzioni da destinare al singolo, ma si riappropri
del suo ruolo di programmazione e gestione delle attività organizzativo-didattiche.
Qualora venissero riproposte, è indispensabile accrescere il controllo del collegio, e nell’eventualità che
si designasse una commissione istruttoria questa andrebbe aperta a tutti coloro che volessero
parteciparvi, senza alcuna limitazione.
Andrebbero quindi previste con precisione le modalità di attuazione:
- puntualizzare gli obiettivi escludendo compiti e ruoli che alludano a funzioni gerarchiche e di
controllo sugli altri docenti;
- stabilire un monte ore, circa 100, che, equiparate alle prestazioni aggiuntive non d’insegnamento,
(retribuite a 28000 lire lorde dal fondo d’istituto), corrispondono al compenso di tre milioni lordi previsti
dal contratto integrativo;
- calendarizzare i loro interventi in quanto queste attività devono essere svolte fuori dall’orario di
servizio, non devono interrompere il loro lavoro e quello degli altri insegnanti;
- evitare che si cumulino altri incarichi nelle commissioni;
- limitare ad un solo anno la durata dell’incarico, per evitare la cristallizzazione di tale ruolo per non
creare “funzionari specializzati” per consentire a tutti di dare un contributo e perché i corsi di
formazione previsti, siano veramente disponibili per tutti come recita il comma 2 dell’art.17 del
contratto intregrativo; mentre la CM n°130 del 21/4/2OOO, evidenziando come criterio fondamentale
per l’attribuzione dell’incarico il “credito formativo” ottenuto lo scorso anno, di fatto negherebbe la
rotazione. Dobbiamo pretendere quindi, il rispetto delle norme (in questo caso il CCNI) che non
devono essere messe in discussione da semplici circolari che vanno nel senso opposto limitando, un
diritto di tutti, solo a chi per primo ha fatto la formazione.
Il voler porre dei vincoli, non deve in nessun caso essere interpretato come una forma di “legittimazione”
di quest'istituto contrattuale, ma solo come tentativo di regolamentare l’attività delle funzioni-obiettivo,
perché siano veramente “al servizio della scuola” e soprattutto perché oggi siamo ancora in una fase in
cui il fronte d’opposizione a tutto il progetto di privatizzazione e aziendalizzazione della scuola non è
ancora così ampio da vedere collegi docenti rifiutare compatti i principi di flessibilità, produttività e
rendimento.
Come insegnanti COBAS, abbiamo sempre denunciato le manovre dei governi - succubi della
confindustria -, per smantellare la scuola pubblica e per assoggettarla ai bisogni del mercato, aggregando
in questa lotta di resistenza, tutti quei lavoratori che vogliono riaffermare il ruolo centrale della scuola
come luogo ideale per lo sviluppo della personalità e della cultura degli alunni.


INCENTIVI PER LE SCUOLE RICADENTI IN ZONE E AREE PARTICOLARI
(artt. 11, 47 CCNL 99, artt. 4, 5, 29 CCNI 99)
L'identificazione di "zone a rischio di devianza sociale e criminalità minorile e caratterizzate da
abbandoni scolastici sensibilmente superiori alla media nazionale", cioè l'istituzionalizzazione di
quartieri ghetto (cioè tutte le province meridionali e le grandi aree metropolitane, vedi Allegato n. 2
CCNI 99), determinerà la frammentazione e la separazione in diversi canali dei percorsi lavorativi,
scaricando sullo spirito di sacrificio degli operatori scolastici contraddizioni che affondano le radici nel
contesto sociale. In questo modo si tace ipocritamente sulla nuova realtà di povertà e segregazione in cui
gran parte delle scuole sta diventando ormai a rischio.
Per queste situazioni, piuttosto che intervenire sulle condizioni strutturali (organici, rapporto
alunni/classe, attrezzature, ecc.), viene monetizzato, peraltro in misura ridicola, il disagio: si "invita ... un
numero limitato di scuole ... a presentare il progetto" e si incentiva (?) il personale (dalle 100 alle 300
mila lire mensili lorde), ma solo quello che partecipa ai progetti scelti "nel limite delle disponibilità
finanziarie previste" (93 mld annui contro, ad esempio, gli 80 destinati alla rivalutazione delle indennità
di direzione e amministrazione)
Scuole situate in zone a rischio
Scuole situate in aree a forte processo immigratorio


INCIDENTI - INFORTUNI - INIDONEITA’
Responsabilità incidenti alunni
E' ricorrente in giurisprudenza l'affermazione che l'obbligo di vigilanza si estende “dal momento
dell'ingresso degli allievi nei locali della scuola a quello della loro uscita (cfr. Cass. 5/9/1986, n. 5424),
comprendendo il periodo destinato alla ricreazione (cfr. Cass. 28/7/1972, n. 2590; Cass. 7/6/1977, n.
2342), con la precisazione che l'obbligo assume contenuti diversi in rapporto al grado di maturità degli
allievi (cfr. Cass. 4/3/1977, n. 894) … esso mira a impedire non soltanto che l'allievo compia atti dannosi
a terzi, siano o meno coetanei ed estranei all'ambito scolastico, ma che resti danneggiato da atti
compiuti da esso medesimo (cfr. Cass. 3/2/1972, n. 260; Cass. 1/8/1995, n. 8890).
Il limite interno della responsabilità è rappresentato dall'impossibilità di impedire il fatto dannoso”
pertanto, sempre secondo la sentenza della Corte di Cassazione n. 6331/98 del 26 giugno 1998, “…
l'amministrazione scolastica è responsabile in via diretta dei danni che il minore cagioni a terzi o a se
medesimo nel tempo in cui è sottoposto alla vigilanza del personale dipendente, salvo che non provi che
non è stato possibile impedire il fatto (cfr. Cass. 4/3/1977, n. 894; Cass. 10/2/1981, n. 826; Cass.
1/8/1995, n. 8390)” e quindi “il ministero della pubblica istruzione è tenuto a risarcire il danno che si
dimostri essere stato subito da terzo a opera di minore affidato a personale scolastico da esso dipendente
o dal minore stesso in conseguenza di atto da lui compiuto nel periodo del suo affidamento alla scuola,
sempre che non dimostri l'impossibilità di impedire l'evento”.
Nonostante il riconoscimento della “particolare rischiosità dell'attività di vigilanza … che coinvolge il
modo in cui è organizzato tale servizio di vigilanza da parte dell'amministrazione scolastica”, qualora
venga riconosciuta la sussistenza di dolo o colpa grave dell'insegnante, che “nel pieno esercizio delle sue
funzioni istituzionali … ha mancato di porre in essere una seria ed accurata sorveglianza degli alunni ad
essa affidati … causando così le premesse per il verificarsi dell'incidente” il MPI può rivalersi nei suoi
confronti (Corte dei Conti Sezione Giurisdizionale per la Regione Lazio sentenza n° 40/98 - R).

Infortuni del personale
“L’impiegato civile che abbia contratto infermità, per farne accertare la eventuale dipendenza da causa
di servizio deve, entro sei mesi dalla data in cui si è verificato l’evento dannoso o da quella in cui ha
avuto conoscenza dell’infermità, presentare domanda scritta all’Amministrazione dalla quale dipende,
indicando specificamente la natura dell’infermità, le circostanze che vi concorsero, le cause che la
produssero e, ove possibile, le conseguenze sull’integrità fisica. L’Amministrazione procede d’ufficio
…”(art. 36 DPR 686/57 ).

(Facsimile istanza riconoscimento “causa di servizio” e “equo indennizzo”)
Al Provveditore agli Studi

............................


        Oggetto: istanza per riconoscimento infortunio quale dipendente da causa di servizio (art.36, DPR 686/57 ), e
concessione dell'equo indennizzo (art.3, DPR 349/94).


        Il sottoscritto ................................., nato a ..................... il .............., ...................... con contratto a tempo
indeterminato presso ...................................... di ..................., dichiara che il .................. , alle ore ..............,

                                                             (descrizione dei fatti)
                                                   riferimenti puntuali a referti e certificati


eventuale riserva per presentare ulteriore documentazione al momento non disponibile

        P. Q. M. il sottoscritto richiede il riconoscimento dell'infortunio quale dipendente da causa di servizio e la
liquidazione dell'equo indennizzo normativamente previsto.

......................., lì ....................                                                con osservanza
Si allegano:
(elenco di tutta la documentazione ritenuta utile, e nomina esperto di parte)

(lettera trasmissione)
Al Preside/Direttore
del ..............................

.............................


              Oggetto: presentazione istanza in risposta raccomandata Provveditore agli Studi di ..................., prot.
.................. del ................... .


        Il sottoscritto ..........................................., nato a .......................... il ...................., ..... ................. con contratto a
tempo indeterminato presso questo ...................., con la presente trasmette istanza tendente ad ottenere il
riconoscimento dell'infortunio occorsogli in data .............................. quale dipendente da causa di servizio e per la
liquidazione dell'equo indennizzo. Istanza da trasmettere al Provveditore agli Studi di ....................... .

         Allegati:
a - istanza in tre esemplari sottoscritti in originale;

b - la seguente documentazione medica in triplice copia (una in originale e due autenticate):
.............................

c - dichiarazione di designazione esperto ex art.6 DPR 349/94.


........................ , lì .....................                                                       con osservanza

Inidoneità
“Il personale dichiarato inidoneo alla sua funzione per motivi di salute può a domanda essere collocato
fuori ruolo ed utilizzato in altri compiti tenuto conto della sua preparazione culturale e
professionale”(art. 514 TU), su disposizione del MPI.


INCOMPATIBILITA'
(art. 58 DLgs 29/93 , art. 5O8 T.U.)
Il primo comma dell’art. 58 del DLgs 29/93 elenca decine di articoli ancora in vigore che riguardano le
incompatibilità per tutti i dipendenti pubblici, è pertanto necessario prenderne conoscenza per evitare i
rischi di azioni disciplinari, che possono giungere anche alla decadenza.
Comunque, in linea assolutamente generale, “i dipendenti pubblici non possono svolgere incarichi
retribuiti, che non siano stati conferiti o previamente autorizzati dall’amministrazione di appartenenza”
(comma 7 dell’art. 58 introdotto dall’art. 26 del DLgs 80/98), non possono cumulare un altro rapporto di
impiego pubblico, non possono esercitare attività commerciale, industriale e professionale, né assumere
o mantenere impieghi alle dipendenze di privati o accettare cariche in società a fini di lucro.
In particolare ai docenti “non è consentito impartire lezioni private ad alunni del proprio istituto”, né
valutare gli allievi preparati privatamente. In caso di assunzioni di lezioni private bisogna comunicare il
nome degli alunni e la loro provenienza al capo d’istituto che può vietarle (sentito il consiglio di circolo o
d’istituto) per esigenze di funzionamento della scuola (art.508 TU). Il CCNL 99 “modernizza” in parte la
materia in questione (vedi l’art. 26 - Ampliamento dell’offerta formativa e prestazioni professionali, e 27
- Collaborazioni plurime).
Ai docenti è consentito l’esercizio di libere professioni, purché ciò non pregiudichi l’assolvimento di
tutte le attività inerenti alla funzione docente e sia compatibile con l’orario.
Contro eventuali dinieghi è possibile ricorrere al provveditore, che decide in via definitiva.
L’art. 37 del CCNI 99 prevede inoltre l’incompatibilità per il conferimento della Funzione-obiettivo per
coloro che hanno un rapporto di lavoro a tempo parziale, o che esercitino la libera professione.
Per quanto riguarda il part-time vedi anche la CM 128/97.

INCOMPATIBILITA’ AMBIENTALE
Personale docente ed educativo
(artt. 467, 468 e 469 del TU)
“Si fa luogo al trasferimento d’ufficio … per accertata situazione di incompatibilità di permanenza del
personale nella scuola o nella sede … Quando ricorrano ragioni di urgenza, il trasferimento … può
essere disposto anche durante l’anno scolastico … può essere nel frattempo disposta la sola sospensione
dal servizio” da parte del capo d’istituto, sentito il collegio dei docenti.
L’eventuale sospensione va immediatamente comunicata per la convalida al Provveditore, competente a
disporre il trasferimento d’ufficio su parere conforme del competente consiglio di disciplina del CSP o
CNPI. “In mancanza di convalida, ed in ogni caso in mancanza di presentazione della richiesta di
parere dell’organo collegiale competente, nel termine di 10 giorni dalla adozione, il provvedimento di
sospensione dal servizio è revocato di diritto”.


ISTITUTI COMPRENSIVI - VERTICALIZZATI
(art. 51, commi 6 e 7 del T.U.; art. 1, comma 70 L.662/96; DPR 233/98 )
Gli istituti comprensivi di scuola materna, elementare e media sono costituiti “qualora le singole scuole
non raggiungano gli indici di riferimento” previsti dal DPR 233/98. Quindi, con buona pace per chi
continua a parlare di chissà quale innovazione pedagogica, culturale e didattica (vedi ad es. le CCMM
27/97, 100/97, 352/98 e 227/99), queste scuole sono uno dei risultati più spuri del
DIMENSIONAMENTO (vedi), e non corrispondono neanche, secondo quella logica surrettizia così tanto
cara al ministero, alle riarticolazioni temporali del famigerato RIORDINO DEI CICLI (vedi). Per
chiunque abbia lavorato alla predisposizione dei Piani di Dimensionamento, nei Consigli Scolastici
Provinciali, questa è stata la scelta obbligata dall’imposizione dei nuovi parametri che conducevano alla
cancellazione delle Scuole Medie, visto che si è passati dallo standard minimo di 12 classi dell’art. 51 del
T.U., alla necessità di “una popolazione, consolidata e prevedibilmente stabile” di almeno 500 alunni
del DPR 233/98. Per cui scuole medie che fino all’a. s. 1998/99 avevano le dimensioni previste si sono
trovate all’improvviso sottodimensionate e destinate alla “verticalizzazione”. Ricordiamo a tutti che
l’istituzione, nel 1962, della Scuola Media unica, e la contemporanea soppressione dell’Avviamento, è
stato il segno più tangibile dell’emancipazione dalla propria condizione di subalternità culturale di grandi
fasce della popolazione italiana, nonché uno dei principali strumenti di integrazione tra giovani,
provenienti dalle condizioni più diverse, in una società un po’ più libera e plurale.
Sono queste le ragioni dell’aumento del numero di queste istituzioni, nelle quali poi, è ovvio, chi ci
lavora ha cercato di dare un senso positivo alle condizioni del proprio operare raggiungendo anche
risultati interessanti e significativi.
Per quanto riguarda i cambiamenti, con cui queste scuole dovranno fare i conti fin dall’inizio dell’anno
scolastico, ricordiamo:
- la ridefinizione dell’organico ATA, ed eventualmente anche di quello docente, nel caso, non raro, di
verticalizzazioni che coinvolgono più di una scuola elementare e/o media;
- formazione di un unico collegio docenti, articolato in sezioni;
     - eventuale decadenza del/i consigli/o di circolo e/o d’istituto, nomina del commissario
         straordinario e indizione delle elezioni del nuovo consiglio d'istituto, applicando in tali casi le
       OM 215/91 e OM 267/95.

Per quanto riguarda, invece, gli istituti comprensivi sia di scuole dell'obbligo che di scuole secondarie
superiori (art. 2, comma 3 D.P.R. 233/98 ), i Provveditori. nomineranno il commissario straordinario, ma
si rinvierà l’elezione del consiglio d'istituto ( CM 192/2000 ) in attesa delle istruzioni che il Ministero si
riserva di diramare, non appena acquisito il parere del Consiglio di Stato sulla ripartizione dei seggi tra le
varie componenti.


LIBERTA' D'INSEGNAMENTO
"L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento" art. 33 della Costituzione
"1... ai docenti è garantita la libertà di insegnamento intesa ... come libera espressione culturale del
docente. 2 L'esercizio di tale libertà è diretto a promuovere, attraverso un confronto aperto di posizioni
culturali, la piena formazione della personalità degli alunni" art.1 T.U.
"Le amministrazioni pubbliche garantiscono la libertà di insegnamento e l'autonomia professionale
nello svolgimento dell'attività didattica, scientifica e di ricerca" ("Gestione delle risorse umane" art. 7
DLgs 29/93 )
Tra le limitazioni che si tentano di porre alla libertà di insegnamento una appare particolarmente
pericolosa: porre sullo stesso piano, contemperare quasi un principio costituzionale di salvaguardia
collettiva dell’istruzione con la possibilità della famiglia di incidere sulla sua realizzazione non
vorremmo servisse per introdurre quel concetto di "zero tolerance contro insegnanti e scuole che
danneggiano gli studenti" tanto auspicato dalla Confindustria, secondo la quale "il nemico da battere è la
povertà di aspirazioni dei singoli come di un popolo".
Con buona pace per chi continua a credere in una scuola che aspiri a "promuovere la piena formazione
della personalità degli alunni e la libertà di insegnamento", sostenuta da uno Stato che garantisce "la
scuola aperta a tutti" e rimuove "gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la
libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana".


MALATTIA
(artt. 23 e 25 CCNL 95, art. 49 CCNL 99 lett. D, E, F, G, I ed L)
E' confermato che l'assenza deve essere comunicata, a meno di comprovato impedimento, non oltre
l'inizio dell'orario di lavoro del giorno in cui essa si verifica, cioè, contrariamente a quanto pensano
numerosi capi d'istituto, che pretenderebbero la comunicazione prima dell'apertura della scuola, prima
dell'inizio dell'orario del lavoratore assente (vedi ORARIO DI LAVORO).
Le novità invece riguardano:
- il controllo che può essere disposto, col rischio quindi di un suo uso discrezionale e/o punitivo;
- la certificazione che deve essere prodotta entro 5 gg;
- le assenze per gravi patologie (ancora da individuare) che vengono escluse dal computo per raggiungere
il periodo massimo di conservazione del posto (un dovuto segno di civiltà che finalmente prende in
considerazione la battaglia che è stata portata avanti attraverso la campagna di mobilitazione Ammalarsi
non è una scelta)
Dopo la visita fiscale non esiste più obbligo di reperibilità per successivi controlli: un tale obbligo
sarebbe limitativo del diritto di spostamento del dipendente, e talvolta non compatibile con le necessità
terapeutiche (Corte di Cassazione, sent. 1942 del 10/3/90).
Personale con contratto a tempo indeterminato (di ruolo):
- ha diritto alla conservazione del posto per 18 mesi (questo periodo viene calcolato sommando le
assenze per malattia verificatesi nei tre anni precedenti l’ultimo certificato presentato), in casi
particolarmente gravi possono essere aggiunti altri 18 mesi dopo una visita collegiale (richiesta dal
dipendente), che stabilisca la sussistenza di eventuali cause di assoluta e permanente inidoneità fisica a
svolgere qualsiasi proficuo lavoro. Al verificarsi di quest’ultimo caso, oppure nel caso di superamento
dei periodi previsti, l’amministrazione può procedere alla risoluzione del rapporto.
- con stipendio: intero per i primi 9 mesi; al 90% per i successivi 3 mesi; al 50% per gli ultimi 6 mesi. Gli
eventuali altri periodi non sono retribuiti e interrompono la maturazione dell’anzianità.
Personale con contratto a tempo determinato (supplenti).
Con contratto del Provveditore:
- ha diritto alla conservazione del posto per 9 mesi nel triennio;
- con stipendio, in ciascun anno scolastico: intero nel 1° mese; al 50% nel 2° e 3° mese. Nei restanti
periodi nessuna contribuzione e nessuna maturazione di anzianità.
Con contratto del capo d’istituto:
- ha diritto, nei limiti di durata del contratto, alla conservazione del posto per trenta giorni annuali;
- lo stipendio è al 50%.
Ricordiamo però che il nuovo Regolamento sulle SUPPLENZE (vedi) prevede che tutti i contratti
vengano stipulati dai capi d’istituto.


OBBLIGHI DI LAVORO
Personale ATA
(artt. da 30 a 33 CCNL 99, art. 52 CCNI 99)
Il personale ATA "assolve alle funzioni amministrative, contabili, gestionali strumentali, operative e di
sorveglianza connesse all'attività delle istituzioni scolastiche, in rapporto di collaborazione con il capo
d'istituto e con il personale docente".
I compiti del personale ATA sono costituiti dalle:
1) attività o mansioni previste dal proprio profilo professionale (tab. A CCNL 99), con 36 ore di lavoro
settimanali, di norma suddivise in sei ore continuative antimeridiane su sei giorni, e un massimo
giornaliero di 9 ore (comprese le attività aggiuntive previste dall'art. 54 CCNL 95). Quando l’orario
giornaliero supera le 6 ore deve essere concessa una pausa di almeno 30 minuti su richiesta del
dipendente, che diventa obbligatoria se l’orario giornaliero supera le 7 ore e 12 minuti.
In particolari condizioni (istituzioni educative, aziende agrarie, orario di servizio superiore alle 10 ore per
almeno tre giorni a settimana) è inoltre possibile una riduzione a 35 ore.
In particolari periodi di aggravio lavorativo previa programmazione e disponibilità si può giungere a 42
ore settimanali. Questo orario non può essere effettuato per più di 3 settimane consecutive e comunque
per un massimo di 13 annuali. Il recupero può essere effettuato con riduzione dell’orario ordinario
giornaliero, riduzione delle giornate lavorative, con l’accesso al fondo dell’istituzione scolastica ed,
inoltre, possono essere accumulate per le ferie, se per motivate esigenze di servizio o per comprovato
impedimento del dipendente non possono essere recuperate, devono essere comunque retribuite.

Può essere adottato: orario flessibile; orario plurisettimanale; turnazione. Può essere programmato su
cinque giorni settimanali (7 ore e 12 minuti giornaliere oppure con due rientri di 3 ore ciascuno).
All'inizio dell'anno scolastico il "segretario" formula una proposta relativa alle attività, il capo d'istituto,
dopo averne verificato la congruenza rispetto al POF, e averne informato le OO SS, la adotta. E' compito
del "segretario" la sua puntuale attuazione.
Il ritardo sull’orario di inizio del lavoro giornaliero può essere recuperato entro il mese successivo.
L’orario degli assistenti tecnici è di 24 ore settimanali di assistenza alle esercitazioni didattiche in
compresenza del docente e 12 ore per la manutenzione, riparazione delle attrezzature, preparazione del
materiale per le esercitazioni; durante i periodi di sospensione delle attività didattiche si occupano della
manutenzione del materiale tecnico-scientifico-informatico dei laboratori, delle officine, o degli uffici di
competenza.
Per tutto il personale ATA l’orario può essere anticipato o posticipato di un’ora;

2) funzioni aggiuntive a tempo determinato, di cui all'art. 36 del CCNL 99, assegnate dal capo d’istituto
secondo graduatorie di scuola stilate sulla base delle domande degli interessati e della valutazione di
titoli di cui all'art. 50 e allegato 7 del CCNI 99.

Personale docente
Il 27 luglio 2000 si è conclusa la sequenza contrattuale relativa agli obblighi di lavoro del personale
docente. L’accordo prevede che “le modalità organizzative per l'esercizio della funzione docente e
l'articolazione dell'orario di insegnamento … restano disciplinate dall'art. 24 del CCNL 26.5.1999 e
dall’art. 41 del CCNL 4.8.1995”, e che “sono del pari confermate le interpretazioni autentiche” relative
a questi due articoli.
Rimane pertanto invariata la situazione rispetto allo scorso anno scolastico: "i contenuti della prestazione
professionale ... si definiscono ... nel rispetto degli indirizzi delineati nel piano dell'offerta formativa"
(art. 23 CCNL 99), e le prestazioni si effettuano secondo modalità e tempi stabiliti dal piano annuale
delle attività.
Il capo d'istituto predispone questo piano (art. 24 CCNL 99), "sulla base delle eventuali proposte degli
organi collegiali (l'art.10 T.U., in verità, parla di "criteri generali stabiliti dal consiglio di circolo o
d'istituto", senza considerarla una "eventualità"), e i conseguenti impegni del personale docente che può
prevedere attività aggiuntive".
Il piano è"deliberato dal collegio dei docenti nel quadro della programmazione", quindi attenzione a
quello che viene deliberato in collegio dei docenti!
Gli obblighi di lavoro (comma 4, art. 24 CCNL 99) sono quindi articolati in:
5) -"attività di insegnamento":
a1) ai sensi dell’art. 41 CCNL 95, si svolge in non meno di cinque giorni settimanali, per 25 ore nella
scuola materna, 22+2 nell’elementare e 18 nella secondaria, ore che comprendono l’eventuale presenza
alla mensa e/o alla ricreazione;
a2) ai sensi del l'art. 4 del DPR 275/99, può essere adottata, tra l’altro, un’eventuale articolazione
modulare del monte ore annuale delle discipline (computato moltiplicando l’orario settimanale per le 33
settimane previste nell’a.s.); un’unità d'insegnamento non coincidente con l'ora, utilizzando la parte
residua;
b) -"attività funzionali alla prestazione di insegnamento" (art. 42, commi 2, 3, 4, 5 CCNL 95):
b1) massimo 40 ore per attività collegiali (collegi ed eventuali commissioni, informazione alle famiglie),
se dovesse essere superato questo limite sono retribuibili in quanto"aggiuntive";
b2) più altre 40 ore, sempre al massimo, per i consigli di classe, interclasse e intersezione.
Altre attività dovute sono: l'aggiornamento e la formazione (con le modalità approvate nel Piano annuale
delle scuole, art. 13 CCNI 99), la preparazione delle lezioni, le correzioni, gli scrutini e la partecipazione
o assistenza gli esami, l'arrivo in aula 5 minuti prima dell'inizio delle lezioni, la sorveglianza degli alunni
fino all'uscita della scuola (sentenza Corte dei Conti - sez. Lazio n° 40/98).
Inoltre su proposta del Collegio, il Consiglio d'istituto definisce le modalità e i criteri per lo svolgimento
dei rapporti con le famiglie e gli studenti, impegno che deve essere poi deliberato all'interno del piano
annuale delle attività.
c) - le attività aggiuntive che sono deliberate dal Collegio dei docenti (art. 25 CCNL 99).
Vengono retribuite nella misura oraria lorda di: 50.000 quelle di insegnamento; 28.000 quelle funzionali
all'insegnamento che superano il limite di 40 previsto per quelle alla lettera b1).
Sgombriamo il campo da un possibile equivoco: le attività aggiuntive sono quelle programmate e affidate
ai singoli insegnanti dal Collegio dei Docenti e retribuite con il fondo dell'istituzione scolastica.
Qui finiscono gli obblighi di lavoro. Non vi dovrebbero essere dubbi, ma sappiamo che non pochi capi
d’istituto pensano che nei mesi di giugno e settembre gli insegnanti debbano essere considerati in
servizio e quindi impegnino i colleghi nei modi più svariati fino alla degradante pratica di andare a scuola
a mettere la firma e poi andarsene.
Chi ha fatto una programmazione seria delle 40 ore ha sperimentato che non sono poche, soddisfano
pienamente le esigenze e occupano non pochi giorni dei mesi di settembre e giugno.

Per chi dovesse avere ancora qualche dubbio riportiamo il testo del contratto decentrato provinciale di
Roma (17 luglio '97) che pure dovrebbe essere dirimente:
"Art.41 Orario di servizio del personale docente durante i periodi di interruzione delle lezioni.
Durante tutti i periodi di interruzione delle lezioni ("vacanze estive", "vacanze pasquali", periodo 1
settembre - inizio delle lezioni, svolgimento dei "corsi di recupero" per la scuola secondaria di II grado) il
personale docente è tenuto a prestare servizio in tutte quelle attività programmate dal collegio dei docenti
ai sensi degli artt. 39 e 42 del CCNL 95".

Pertanto, non si è tenuti all’obbligo della firma e alla formale presenza nella scuola nei giorni in cui non
si svolgono tali attività.
E’ importante concludere che tutte le programmazioni dei piani di attività e la loro calendarizzazione
debbono essere deliberate dai Collegi dei docenti su proposta del capo d’istituto.
Ancora una volta quindi attenzione alle formulazione e alla chiarezza delle delibere votate, perché una
volta previste le attività aggiuntive, e quant’altro inserito nel piano delle attività (orario delle lezioni,
eventuali iniziative didattiche educative e integrative, riunioni degli organi collegiali, rapporti individuali
con le famiglie, aggiornamento e formazione) tutti gli impegni diventano obbligatori!
Naturalmente il Piano può essere successivamente modificato dal Collegio docenti “per far fronte a
nuove esigenze” (comma 4 art. 24 CCNL 99).
Ricordiamo che questi impegni costituiscono tutti gli obblighi di lavoro oltre i quali non si può imporre
alcuna presenza a scuola (vedi: nota MPI n.1972/80, sent. TAR Lazio-Latina n. 359/84, sent. Cons. di
Stato-sez.VI n. 173/87).


ORARIO DI LAVORO E ORARIO DI SERVIZIO
L'art. 22 della L.724/94 (la finanziaria per il 95) ha ribadito che nel Pubblico Impiego "l'orario di lavoro,
nell'ambito dell'orario d'obbligo contrattuale, è funzionale all'orario di servizio" (vedi anche il comma 4
dell'art. 24 CCNL 99).
Ricordiamo che l'orario di lavoro è quello in cui il lavoratore eroga la propria prestazione, ed è
obbligatorio, mentre l'orario di servizio è quello dell'istituzione scolastica (vedi OBBLIGHI DI
LAVORO).
Ata art. 33 CCNL 99, art. 52 CCNI 99
Docenti art 24, comma 4, CCNL 99


ORE ECCEDENTI D’INSEGNAMENTO E APPROFONDIMENTO
(art. 70 CCNL 95)
Il CCNL 99 non apporta novità rispetto al precedente contratto del 1995, che prevede:
1) per ogni ora eccedente l’orario d’obbligo un compenso pari a:
- 1/108 (25 ore settimanali x 52 settimane annuali : 12 mesi) nella scuola materna;
- 1/95 (22 x 52 : 12) nella scuola elementare;
- 1/78 (18 x 52 :12) nella scuola secondaria;
dello stipendio tabellare in godimento (art. 88, comma 4, DPR 417/74).
Nel caso in cui si presti servizio su cattedre con orario settimanale superiore le diciotto ore (anche nei
corsi integrativi degli istituti magistrali e dei licei artistici) il compenso è previsto per “l’intera durata
dell’anno scolastico o della nomina”(art. 6 comma 2 DPR 399/88), quindi tutti gli stipendi e la
tredicesima saranno incrementati, per ogni ora eccedente di 1/18.
2) per ogni ora eccedente, effettivamente prestata sulla base di dichiarata disponibilità, in sostituzione di
colleghi assenti o prima della nomina del supplente il compenso è pari a quello del punto 1) calcolato
però sulla “retribuzione mensile iniziale di livello, ivi compresa la quota di indennità integrativa
speciale” (art. 6 comma 1 DPR 209/87 ) “aumentata del venti per cento” (art. 3 comma 10
DPR 399/88), e non su quella in godimento.
3) per le ore eccedenti di approfondimento negli istituti professionali il compenso è calcolato come al
punto 1) e integrato, a carico del FONDO DELL’ISTITUZIONE SCOLASTICA (vedi), fino a raggiungere
i compensi orari lordi previsti dalla Tabella “D” del CCNI 99.
4) per le attività complementari di educazione fisica, fino a un massimo di 6 ore settimanali, il compenso
è calcolato come al punto 1) e maggiorato del 10%, o forfettizzato (art. 32 CCNI 99).


ORGANI COLLEGIALI
Il corretto funzionamento degli OOCC, nonostante limiti e difetti, è l'unico presupposto per una
partecipazione democratica alle scelte della scuola. Non è un caso infatti che si tenti ulteriormente di
ridurne il ruolo nel Ddl unificato "Organi Collegiali della scuola dell'autonomia" del febbraio 1999, con
il quale, peraltro, si riduce significativamente la presenza della componente docente all’interno del
“Consiglio dell’istituzione”.
Attualmente la loro composizione, le competenze e il funzionamento sono regolati dagli artt. 5, 6, 7, 8, 9,
10, 11 del T.U., e l'esperienza ci insegna che coloro che ne sottovalutano il ruolo di fatto consegnano la
scuola nelle mani del capo d'istituto e/o di gruppi che li utilizzeranno per i loro interessi.
“1) L’organo collegiale è validamente costituito anche nel caso in cui non tutte le componenti abbiano
espresso la propria rappresentanza. 2) Per la validità dell’adunanza … è richiesta la presenza di almeno
la metà più uno dei componenti in carica. 3) Le deliberazioni sono adottate a maggioranza assoluta dei
voti validamente espressi … In caso di parità, prevale il voto del presidente. 4) La votazione è segreta
solo quando si faccia questione di persone”(art. 37 TU), non si calcolano gli astenuti (nota MPI 771/80).
“La convocazione ordinaria per le attività collegiali deve avvenire con un preavviso di almeno 5 giorni”
(art. 12 DPR 209/87 ), il mancato rispetto di questa norma invalida la seduta. L’ordine del giorno deve
essere chiaro “senza l’uso di terminologie ambigue o improprie e di formule evasivamente generiche, è
illegittima la deliberazione … su un argomento indicato in maniera inesatta o fuorviante” (decisione
1058/81 TAR Lombardia-Mi), o non indicato nell’odg. Solo nel caso siano presenti alla seduta tutti i
componenti, e acconsentano all’unanimità, è possibile aggiungere argomenti non previsti dalla
convocazione (Cons. di Stato, sez. V, 679/ 70; decisione 321/85 TAR Lombardia).
Per il funzionamento e in caso di controversie, ricordate:
1)       richiedere la completa verbalizzazione di quanto avviene (vedi voce VERBALI);
2)       ricordare ai presenti che, essendo organi collegiali, le decisioni e le eventuali responsabilità ad
esse connesse, competono a tutti coloro che abbiano approvato le proposte e non a chi lo presiede (art. 24
DPR 3/57 ); pertanto bisogna fare verbalizzare il proprio voto contrario, l'astensione o una propria
dichiarazione per evitare corresponsabilità;
3)       qualunque ordine ritenuto illegittimo non deve essere eseguito, se non dopo riconferma scritta a
seguito di propria rimostanza scritta (vedi voce RIMOSTRANZA);
4)       non ottemperare a quanto richiesto dalla presidenza senza aver fatto quanto previsto nei punti
precedenti;
5)       nel caso di ulteriori contestazioni richiedere il rispetto dell'orario previsto per la riunione (che
deve sempre essere indicato nella convocazione, e dipende dal piano annuale delle attività deliberato dal
Collegio dei docenti), e chiedere la sospensione della stessa          all'ora prevista, anche se non è stato
esaurito l'o.d.g. (CM 37/76).
Gli atti del Consiglio di circolo o di Istituto, del Consiglio Scolastico Distrettuale e di quello Provinciale
(oltre che nelle sedi dei rispettivi consigli: scuole, distretti, comuni, provveditorato) vanno comunque
sempre pubblicati negli albi delle scuole di competenza, tranne quelli che riguardano singole persone,
salvo contraria richiesta dell’interessato (art. 43 T.U.).

Consiglio di intersezione, di interclasse e di classe: secondo la CM 274/84 "costituiscono la sede di più
diretta collaborazione delle componenti scolastiche per la migliore realizzazione degli obiettivi
educativi", forse per questo sono scomparsi dal testo unificato del Ddl sugli "Organi Collegiali della
scuola dell'autonomia".
Ne fanno parte, oltre ai docenti (compresi, a vario titolo, quelli di sostegno, quelli tecnico-pratici e gli
assistenti) i rappresentanti dei genitori e, nella scuola superiore e in quella serale, i rappresentanti degli
studenti. È presieduto dal capo d’istituto o da un docente, membro del consiglio, delegato. Le funzioni di
segretario sono attribuite dal capo d’istituto a uno dei docenti membro del Consiglio.
Il Consiglio ha competenze in materia di programmazione, valutazione e sperimentazione e formula al
Collegio dei docenti proposte in ordine all’azione educativa e didattica.
Le competenze relative al coordinamento della didattica e dei rapporti interdisciplinari, come quelle
relative alla valutazione sono dei soli docenti.

Collegio dei docenti: si riunisce ogni qualvolta il capo d’istituto ne ravvisi la necessità, oppure quando
almeno un terzo dei suoi componenti ne faccia richiesta, tenendo conto dei tempi e del calendario
deliberato dallo stesso Collegio all’interno del piano annuale delle attività.
È composto da tutti i docenti in servizio (di ruolo, supplenti annuali e temporanei, di sostegno), è
presieduto dal capo d’istituto, che designa il segretario tra i suoi collaboratori.
"Si insedia all'inizio di ciascun anno scolastico", quindi il 1° settembre, e pertanto deve essere messo
nelle condizioni di potere assolvere a tutte le proprie funzioni senza limiti precostituiti da delibere
approvate precedentemente il proprio insediamento (come invece pretenderebbero molti capi d'istituto);
esso infatti "... costituisce un organo a formazione istantanea ed automatica, al quale non si applica,
pertanto, l'istituto della prorogatio..." , TAR Calabria-RC, n.121/82.
Il Collegio dei docenti (che può articolarsi in commissioni e/o gruppi di lavoro, soltanto però con
funzione preparatoria delle deliberazioni, che spettano esclusivamente all'intero organo, CM 274/84):
- delibera “nel quadro della programmazione dell’azione educativa … il piano annuale delle attività e i
conseguenti impegni del personale docente che può prevedere attività aggiuntive” (art. 24 comma 4
CCNL 99), nonchè il Piano annuale delle attività di aggiornamento, art. 13 CCNI 99 (vedi
AGGIORNAMENTO - FORMAZIONE).
Ricordiamo ancora una volta che questi impegni, e l'eventuale partecipazione o assistenza agli esami,
costituiscono tutti gli obblighi di lavoro oltre i quali non si può imporre alcuna presenza a scuola (vedi:
nota MPI n.1972/80, sent. TAR Lazio-Latina n. 359/84, sent. Cons. di Stato-sez.VI n. 173/87).
- elabora il Piano dell’Offerta Formativa - POF (vedi), previsto dall’art. 3 del DPR 275/99, prevedendo
conseguentemente eventuali attività da retribuire con il FONDO DELL’ISTITUZIONE SCOLASTICA
(vedi).
- formula proposte su formazione e assegnazione classi, orario.
- delibera sulla divisione dell’anno scolastico in due o tre periodi, tranne che nelle scuole elementari dove
sono previsti i quadrimestri (art. 2 OM110/99).
- valuta periodicamente l’andamento dell’azione didattica e l’attuazione dei progetti per le scuole situate
nelle zone a rischio (art. 4 CCNI 99); programma e attua le iniziative per il sostegno; esamina i casi di
scarso profitto o di irregolare comportamento degli alunni.
- propone modalità e criteri per lo svolgimento dei rapporti con le famiglie e gli studenti (comma 4, art.
42 CCNL 95).
- adotta i libri di testo, sentiti i Consigli di interclasse o di classe, e sceglie i sussidi didattici.
- elegge i collaboratori del preside. Però la recente CM 193/2000 escluderebbe questo compito da quelli
propri del Collegio per affidarlo al DIRIGENTE (vedi).
- elegge il Comitato di valutazione del servizio dei docenti (vedi).
- elegge i propri rappresentanti nel Consiglio di Circolo o d’Istituto (vedi).
- identifica, attribuisce e valuta le FUNZIONI-OBIETTIVO (vedi).
- esprime parere obbligatorio sulla sospensione cautelare dei docenti da parte del capo d'istituto.
- approva, per gli aspetti didattici, gli accordi con reti di scuole (art.7 DPR 275/99).
Su particolari composizioni del collegio vedi:
- ISTITUTI COMPRENSIVI di scuole materne, elementari e medie;
- AGGREGAZIONE DI ISTITUTI DI ISTRUZIONE SECONDARIA SUPERIORE di diverso ordine e
tipo.

Consiglio di circolo o di istituto delibera:
- il bilancio preventivo e il conto consuntivo, le forme di autofinanziamento, acquisti.
- le attività da retribuire con il FONDO DELL’ISTITUZIONE SCOLASTICA (vedi), acquisita la delibera
del Collegio docenti (art. 30 CCNI 99).
- l’adozione del Piano dell’Offerta Formativa - POF (vedi), art. 3, comma 3 del DPR 275/99.
- l'adozione del Regolamento interno.
- i criteri generali: per la programmazione educativa e delle attività para-inter-extrascolastiche, per la
formazione e l'assegnazione delle classi, per l'adattamento dell'orario e del calendario scolastico, per
l'espletamento dei servizi amministrativi, per lo svolgimento dei rapporti con le famiglie e gli studenti
(comma 4 art. 42 CCNL 95).
- l'eventuale collaborazione con altre scuole, la partecipazioni ad attività culturali, sportive e ricreative.
Gli atti del consiglio, ad eccezione di quelli che come il bilancio e il conto consuntivo sono soggetti ad
approvazione per esplicita previsione di legge, sono immediatamente esecutivi e pertanto non soggetti a
preventivo controllo di legittimità.
Inoltre non sussistendo alcun rapporto gerarchico tra gli organi collegiali e il provveditore agli studi è da
escludere che quest'ultimo possa annullare deliberazioni che ritenesse illegittime, "in quanto il potere di
sorveglianza del provveditore agli studi riguarda il funzionamento del predetto organo e non si estende
al controllo dei singoli atti" (sentenza TAR Calabria-RC 108/83), egli potrebbe agire in autotutela, ma
questo potere "non potrà essere esercitato di fronte a qualsiasi mera illegittimità ... dovrà tener conto
necessariamente della comparazione tra l'interesse pubblico alla rimozione della deliberazione
illegittima e quello alla conservazione dell'atto" (CM 60/85 e parere Cons. di Stato Sez. II 1114/83).
Per quanto riguarda gli effetti del DIMENSIONAMENTO (vedi) ricordiamo che (ai sensi CM 192/2000 ,
OM 277/98, OM 267/95) si procede al rinnovo del consiglio d’istituto qualora:
- venga formalmente creata una nuova istituzione scolastica a seguito di fusione di due o più circoli
didattici o scuole medie;
- vengano costituiti istituti scolastici comprensivi di scuola materna, elementare e media;
- in tutti i casi di provvedimenti adottati nell’ambito dei piani di dimensionamento per le scuole
secondarie di 2° grado.
Comitato per la valutazione del servizio dei docenti:
- valuta il servizio su richiesta dell'interessato;
- esprime il parere relativo all'anno di formazione;
- giudica la condotta di chi vuole ottenere la riabilitazione dopo una sanzione disciplinare;
- avrebbe dovuto validare il curriculum dei docenti concorrenti al famigerato “concorsone” (art. 29
CCNL e art. 38 CCNI).


ORGANI COLLEGIALI TERRITORIALI
Cancellato un pezzo di democrazia.
Quando nel 1974, il Decreto Delegato n.416, istituiva gli Organi Collegiali in ogni ordine di scuola una
parte consistente del movimento che aveva contribuito alla democratizzazione della scuola fu assai
critico nei loro confronti.
L'istituzione degli organi di democrazia nella scuola si collocava all'interno una stagione di lotta che
aveva avuto la capacità di incidere fortemente sugli assetti istituzionali e legislativi della scuola italiana:
la riforma della scuola media unica, l’istituzione della scuola materna statale, l'istituzione del tempo
Pieno nella scuola elementare e del tempo prolungato nella scuola media, la legge 517 che realizzava in
modo esemplare l'integrazione degli alunni handicappati e introduceva la programmazione pedagogica
nelle scuole, fino alla legge 270/82 che sanava in modo strategico la condizione del precariato istituendo
le Dotazioni Organiche Aggiuntive.
E' interessante notare che ciascuno di questi provvedimenti immetteva elementi di duttilità e pezzi di
autonomia reale per la progettazione delle singole scuole in senso diametralmente opposto a quanto sta
avvenendo con la "falsa autonomia" ministeriale. Con ciascuno di questi atti legislativi si aprivano,
almeno teoricamente, canali amministrativi per accedere alle risorse aggiuntive per realizzare
l’adeguamento di programmi, orari, ordinamenti alle esigenze del territorio (possibilità di
sperimentazioni sia sui programmi che sugli ordinamenti ex art.2 e 3 del DPR 419, attività integrative e
insegnamenti speciali nella scuola dell'obbligo, progetti di qualità ex art. 14 della legge 270, ecc.), tutto
nel rispetto di un quadro unitario nazionale e senza le derive aziendalistiche dell'autonomia
berlingueriana.
Nei confronti degli Organi Collegiali il "movimento" fu particolarmente critico. Le critiche più puntuali
furono sulla sostanziale mancanza di potere degli organi collegiali proprio nel senso di risorse da
amministrare per concretizzare le scelte innovative e sulla mancanza di reale democrazia. In sostanza,
una parte importante del movimento valutò gli Organi Collegiali come un tentativo per ingabbiare e
burocratizzare le stesse forze che li avevano promossi.
Queste critiche puntuali erano tanto più vere per gli organi collegiali territoriali: consigli di distretto,
provinciali e nazionali, per cui la parte più radicale del movimento, in larga parte, non si impegnò nelle
tornate elettorali.

Vi furono altre cause che hanno contribuito alla atrofizzazione ed al relativo fallimento degli organi di
democrazia nella scuola, tra esse alcune hanno particolare rilevanza.
La particolare debolezza e mancanza di autonomia dalle forze politiche delle associazioni dei genitori, e
il progressivo arretramento dell'Associazionismo professionale, allora forte e radicato tra gli insegnanti
di tutti gli ordini di scuola. Questo associazionismo, sia di ispirazione cattolica che di ispirazione laica,
ha perso gradualmente i suoi caratteri originali per omologarsi ai sindacati confederali, tanto che nelle
ultime tornate elettorali le associazioni non hanno neppure presentato loro liste alle elezioni e i loro
leader sono confluiti nelle liste sindacali.
Il risultato è stato che molti Organi Collegiali si sono trasformati nell'arena delle battaglie di potere e di
clientele tra sindacati confederali, senza nessun collegamento e senza alcuna ambizione di
rappresentanza della base elettorale, appiattiti sulle scelte del ministero e dell'amministrazione.
Sicuramente ha anche influito il clima generale, che si è generato e progressivamente affermato dagli
anni ottanta, di rinuncia alla democrazia partecipata ed all'impegno politico, per cui spesso è risultata
difficile persino la ricerca dei candidati, e le percentuali di votanti sono state davvero minime.

Però la causa che ha influito maggiormente è stata, senza dubbio, l'ostilità manifesta
dell'amministrazione, che in misure e modi diversi ha ostacolato la nascita ed il funzionamento degli
Organi Collegiali territoriali.
Emblematica è la storia dei Consigli di distretto che sin dall'inizio hanno dovuto sopravvivere senza sedi
o con sedi inadeguate, senza personale, con scarse risorse, costretti a vivacchiare e spesso ridotti a
passacarte inefficienti tra provveditorati e scuole.
Eppure il distretto era stato, sulla carta, una delle articolazioni più intelligenti ed evolute: la sua
determinazione, se fatta con criteri rigorosi e aderenti alle specificità dei territori, avrebbe consentito
efficacia e sinergia con altre istituzioni e organi presenti sul territorio (a Roma ad esempio i Distretti
scolastici coincidevano con le Circoscrizioni e le Unità Sanitarie Locali).
Le funzioni del distretto erano chiare e definite: la medicina scolastica, l'orientamento, le attività culturali
e sportive per i giovani, ma soprattutto la programmazione sul territorio della rete delle scuole. Infatti,
seppure solo in forma propositiva il Distretto avrebbe dovuto intervenire "per tutto ciò che attiene alla
istituzione, alla localizzazione e al potenziamento delle istituzioni scolastiche ... e assicurare, di regola,
la presenza nel distretto di scuole dello Stato di ogni ordine e grado …" (art. 19 T.U.).
E' proprio questa attribuzione di compiti che ha fatto resuscitare e riscoprire i distretti da quando la
cosiddetta Razionalizzazione si è abbattuta sulla scuola italiana cancellando migliaia di scuole. Non sono
stati pochi, infatti, i Distretti che si sono opposti ai piani di Razionalizzazione dei provveditorati o a
quelli concertati dai sindacati nei Consigli Scolastici Provinciali. In molti casi sono state le delibere dei
distretti che hanno creato le condizioni affinché i TAR emettessero sentenze contro la chiusura delle
scuole.
Il ministro Berliguer li ha premiati, prima esautorandoli completamente dai piani di Dimensionamento
con il regolamento relativo dell'autonomia, poi, con il Decreto Legislativo del 22 luglio 1999,
cancellandoli completamente dalla geografia di nuovi organi collegiali territoriali.

Naturalmente Berlinguer con il suo decreto legislativo ha fatto ben altro, ha affossato ogni seppur residuo
di democrazia e di rappresentanza in tutti gli organi collegiali, rifondati all'insegna del decisionismo e
dell'autoritarismo che ha caratterizzato la sua politica.

In un incontro con i sindacati all'inizio del suo mandato Berlinguer era stato chiaro: la riforma degli
organi collegiali sarebbe stata l'ultima, vi erano troppe diversità in Parlamento, più di 11 proposte di
legge diverse. Il ministro, però, aveva espresso con chiarezza quale sarebbe stata la filosofia a cui ispirare
la riforma: “per la democrazia reale è dannoso essere in molti … troppi, la democrazia funziona meglio
in pochi". "Gli Organi Collegiali della scuola hanno sofferto per la scelta sbagliata di cercare di
introdurre nella scuola la democrazia tout court mutuata dalla politica, nella scuola la democrazia deve
essere la democrazia scolastica e non altro…".
Il 22 luglio ’99 la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato il Decreto Legislativo n. 233 "Riforma degli organi
collegiali territoriali della scuola" con il quale il ministro ha raggiunto i suoi obiettivi: "La partecipazione
del personale della scuola. Degli studenti e delle famiglie da pletorica, e pertanto teorica, diventa
effettiva si passa infatti, in tutto il territorio nazionale, da circa 31.000 membri a 4.300".
Ma non si tratta solo di una falcidia nel numero, ma di una vera e propria strage nella composizione, nella
rappresentanza delle componenti, nelle modalità di elezione, nelle funzioni.
Il D.Lgs. è un altro frutto avvelenato dell’art. 21 della legge 59/97 , la “Bassanini”, ancora una volta una
delega al governo, ancora una volta una interpretazione ad libitum della delega da parte del ministro. Per
fortuna la delega riguardava soltanto gli Organi collegiali territoriali. Per la riforma degli organi
collegiali nelle scuole ci si è fermati ad un testo unificato (assai pericoloso anch'esso) redatto dalla VII
commissione della Camera ed ancora giacente in Parlamento.

Modalità di elezioni
Le elezioni diretta avverranno solo per il Consiglio Scolastico Locale. Sia nel Consiglio Regionale dell'
Istruzione, sia nel Consiglio superiore della Pubblica Istruzione i membri elettivi vengono eletti, con
elezioni di secondo livello. I membri delle componenti elettive presenti nei Consigli Scolastici Locali
eleggono tra loro (forse sarebbe più appropriato dire scelgono) i componenti del Consiglio regionale e
quelli del Consiglio superiore.
Un marchingegno farraginoso ma utile a blindare gli organi, ad impedire la presenza delle minoranze ad
assicurare alle "grandi organizzazioni" di stato il dominio e il controllo assoluto degli eletti. Nel
Consiglio Locale dei 14-16 eletti tra il personale della scuola bisognerà raggiungere il 25% dei voti per
eleggere un candidato di una lista, (liste che saranno suddivise tra insegnanti dei vari ordini di scuola,
personale ATA e presidi).
Componenti
Genitori e studenti vengono ridotti a 3 nel Consiglio locale (erano 7 nel Distretto).I tre studenti neanche
vengono eletti, piuttosto "designati dalle consulte provinciali degli studenti competenti per territorio", il
che la dice lunga sulla democrazia voluta da Berlinguer anche tra gli studenti.
Straboccano invece i membri nominati dal Ministro: dei 36 componenti il Consiglio Superiore 18 (15+3)
sono nominati dal ministro.
Bisogna riconoscere, però che ad alcune minoranze vengono comunque garantite presenza e
partecipazione, a tutti i livelli ci sono i rappresentanti delle scuole private, e quelli delle "organizzazioni
dei datori di lavoro e dei lavoratori".
Funzioni
Gli organi collegiali non deliberano o decidono su nulla, non esistono e non sono previste risorse
(personale, locali, facilitazioni per la partecipazione per chi si impegna e lavora nei Consigli, budget) a
garanzia delle possibilità di funzionamento degli organi collegiali. Ancora una volta chi decide, magari
dopo aver ascoltato i pareri, sono il ministro e l'amministrazione.
Particolarmente grave è lo spostamento a livello regionale della Commissione di disciplina. Questo
organo, oggi eletto in seno al Consiglio Scolastico Provinciale, ha il compito importante di garantire,
nelle questioni disciplinari e sanzionatorie più gravi, la libertà di insegnamento dei docenti della scuola
dell’obbligo, spostato a livello regionale diventa un organo inquisitorio ancora più subalterno
all'amministrazione di quanto non lo sia già oggi.

Insomma il ministro ce l'ha messa proprio tutta per scoraggiare la partecipazione e l'impegno di tutte le
componenti della scuola. Ci vorrà un grande lavoro a tutti i livelli, parlamentari, di organizzazioni,
associazioni, studenti, genitori, insegnanti, perché si disveli il carattere autoritario e antidemocratico di
questi nuovi organi e si ricominci un percorso per la costruzione dei luoghi necessari perché vi siano
gestione e scelte democratiche nel sistema scolastico.
Resta bruciante, infatti, la sconfitta di che aveva visto negli Organi Collegiali territoriali un pezzo
importante del processo di democratizzazione della società italiana, e per la sinistra tutta che ha perso
l'occasione di cimentarsi in un laboratorio di impegno politico democratico che avrebbe avuto una
importante ricaduta non solo sulla scuola, ma su tutti i cittadini.
Ma sconfitta e rincrescimento non possono costituire un alibi per il disimpegno futuro.
ORGANICO FUNZIONALE
Elementari
Dallo scorso anno è entrato a pieno regime l’organico funzionale di circolo nelle scuole elementari.
Mentre non si vedono i vantaggi che molti dirigenti prospettavano e alcuni colleghi si aspettavano:
aumento dei posti per la realizzazione di laboratori, attività, garanzia nel tempo e nelle continuità con
pluriennalità almeno triennale, etc., invece sono molto concreti ed operanti i danni ed i rischi. Il primo
danno è quello evidentissimo di una mobilità territoriale coatta da un plesso all’altro particolarmente
gravosa nei circoli con molti plessi e su più comuni. Questo danno diventerà maggiore con il crescere
continuo delle scuole indotto dai nuovi standard per l’autonomia. L’altro rischio è che in nome
dell’Organico Funzionale di Circolo i maestri vengano utilizzati come Jolly/tappabuchi, per le mille
emergenze della scuola: supplenze, insegnamento della lingua straniera, figure di sistema e varie altre,
che servirebbero tutte a rendere incerte le condizioni di lavoro e sottrarre risorse alla didattica. Su questo
argomento vogliamo raccogliere il maggior numero di esperienze, pertanto invitiamo i colleghi a scrivere
nella bacheca del nostro sito (www.cobas-scuola.org) le segnalazioni.

Riportiamo qui di seguito il testo di due Contratti Decentrati Nazionali che hanno per oggetto l’Organico
Funzionale. Essi possono costituire un limite forte alla discrezionalità dei Direttori didattici. Soprattutto
bisogna far valere il criterio sancito dal comma 5 dell’art. 21 del CCND sulla mobilità che sancisce
"tenendo conto delle opzioni e delle esigenze manifestate dai singoli docenti".

"CONTRATTO COLLETTIVO NAZIONALE DECENTRATO
CONCERNENTE LA MOBILITA’ DEL PERSONALE SCOLASTICO
TITOLO I
PERSONALE DOCENTE
Art.21 (Destinatari) - 1. Le disposizioni relative ai trasferimenti e ai passaggi contenute nel presente
titolo si applicano ai docenti di ruolo con sede definitiva, ivi compresi quelli titolari su posti di dotazione
organica provinciale, ai docenti già titolari sui posti della dotazione organica provinciale della scuola
elementare, tutti in soprannumero sull’organico di diritto a seguito della soppressione dei posti D.O.P.
per effetto decentrata in vigore dell’organico funzionale di circolo previsto dall’art. 1, comma 72, della
L. 662/96 ed attuato con D.I. n.178 del 15 marzo 1997, a quelli trasferiti per compensazione, nonché a
quelli immessi in ruolo senza sede definitiva, i quali possono partecipare alle operazioni di trasferimento
e di passaggio contestualmente ai docenti di ruolo con sede definitiva.
2. Ai fini di trasferimenti i docenti trasferiti per compensazione e quelli nominati in ruolo senza sede
definitiva, sono considerati, rispetto a qualunque sede richiesta, come provenienti da fuori sede.
3. I presenti docenti, qualora non ottengano nessuno dei movimenti richiesti, saranno assegnati a sede
definitiva sui posti residuati dopo i trasferimenti e i passaggi con precedenza rispetto agli altri docenti
aventi titolo all’ammissione in ruolo con decorrenza all’anno scolastico cui si riferiscono i trasferimenti.
 4. Per effetto dell’istituzione dell’organico funzionale di circolo, i docenti della scuola elementare
assumeranno dal primo settembre 1998 la titolarità sul circolo didattico. Per realizzare tali finalità è
necessario operare in due fasi:
1 - la mobilità per il 1998/99 è indirizzata soltanto verso la titolarità su circolo;
2 - ai docenti della scuola elementare, che dopo le operazioni di mobilità risultano ancora titolari su
scuola o plesso, sarà attribuita la titolarità sul corrispondente circolo.
A tale principio fanno eccezione, come stabilito al successivo articolo, i docenti titolari su posti speciali,
su posti distrettuali per l’istituzione e la formazione dell’età adulta, nonché su posti dell’organico delle
scuole e dei plessi ubicati in piccole isole e in comuni di montagna, che non sono sede di circolo; detti
docenti mantengono la rispettiva titolarità.
I docenti della scuola elementare titolari nelle scuole e nei plessi aggregati alle scuolemedie, attraverso
le predette due fasi, acquisiscono la titolarità sull’organico funzionale assegnato alla scuola
comprensiva, distintamente per il ruolo scuola materna e per il ruolo scuola elementare.
5. Il dirigente scolastico, in relazione ai criteri generali stabiliti dal consiglio di circolo ed in conformità
al piano annuale delle attività deliberato dal collegio dei docenti, assegna i docenti ai plessi ed alle
attività assicurando comunque il rispetto della continuità didattica, valorizzando le competenze
professionali in relazione agli obiettivi stabiliti dalla programmazione educativa e tenendo conto delle
opzioni e delle esigenze manifestate dai singoli docenti. L’assegnazione ai plessi del circolo, anche su
richiesta degli interessati, da effettuarsi con priorità per i docenti già titolari, e l’assegnazione ai plessi
ed alle attività dei docenti che entrano a far parte per la prima volta dell’organico funzionale di circolo,
avviene sulla base delle procedure sopra descritte. In caso di concorrenza l’assegnazione sarà disposta
sulla base della graduatoria formulata in base alla tabella allegato "D" al presente contratto. Sulle
predette operazioni sono attuate le modalità di informazione e di esame previste dall’art. 9 del C.C.N.L.
6. I docenti di scuola elementare, già titolari di organico di sede - posto comune - delle scuole e dei plessi
di circolo, con l’acquisizione della titolarità sul circolo didattico, non sono individuati come perdenti
posto ai fini delle operazioni di mobilità per l’anno scolastico 1998/99.

CONTRATTO COLLETTIVO DECENTRATO NAZIONALE CONCERNENTE LE UTILIZZAZIONI E
LE ASSEGNAZIONI PROVVISORIE DEL PERSONALE DOCENTE, EDUCATIVO ED A.T.A.
Art. 3 comma 3
B. Scuola elementare - Con la piena attuazione dell’organico funzionale di circolo, realizzato per l’anno
scolastico ‘98/99 nella fase della mobilità del personale docente, tutte le esigenze derivanti dalla
necessità di assicurare l’insegnamento curiosare e l’offerta formativa, trovano piena rispondenza
nell’organico di diritto, pertanto non si procede all’adeguamento dello stesso. Eventuali risorse
aggiuntive potranno derivare dall’applicazione della legge n. 440/97 sull'arricchimento e
l’ampliamento dell’offerta formativa. Nell’eventualità che in ambito provinciale, dopo il movimento, si
verifichino esuberi in alcuni circoli, in presenza di carenze di personale docente in altri, per la differenza
fra il numero dei posti dell’organico funzionale di circolo - comprensivo dei posti individuati per la
lingua straniera - e quello dei titolari, viene demandata alla contrattazione decentrata provinciale la
gestione delle operazioni di utilizzazione, secondo i criteri stabiliti dal presente contratto tenendo conto
della tabella allegata (si richiama quanto riportato all’art. 40 comma 9 del C.C.D.N. sulla mobilità) e
con particolare riguardo all’osservanza dei principi indicati dall’art. 40 della L. 449/97. Il personale
docente dell’organico funzionale di circolo viene assegnato ai plessi ed alle attività dal Dirigente
Scolastico, il criterio della continuità didattica, richiamato dal comma 5 del predetto art. 21 del
C.C.D.N., deve essere inteso in coerenza con la progettazione didattico - organizzativa elaborata dal
collegio docenti ed , in particolare, in caso di richiesta volontaria di assegnazione ad altro plesso del
circolo formulata dal singolo docente, non può essere elemento ostativo. Le operazioni di assegnazione
dei docenti già titolari del circolo precedono quelle dei docenti che entrino a far parte per la prima volta
dell’organico funzionale del circolo stesso. In tutti i casi di concorrenza, in assenza di specifiche ragioni
progettuali, le assegnazioni saranno disposte sulla base della graduatoria di circolo formulata tenendo
conto della tabella citata al comma 5 dell’art. 21 del C.C.D.N. sulla mobilità".

Secondaria di 1° e 2° grado
Visto che la Sezione di Controllo ha ricusato il visto e la conseguente registrazione del DM 71/99 che
prevedeva la sperimentazione dell’organico funzionale nella scuola secondaria, il MPI ha emanato il
nuovo DM 105/2000 ravvisando “la necessità di procedere alla determinazione, a partire dall'anno
scolastico 1999/2000, sia pure in un limitato numero di istituzioni scolastiche, di un organico funzionale
tenendo conto delle osservazioni formulate dalla Sezione di Controllo riguardo al citato D.M. 71/99”.
PART-TIME
L’istituto del part-time, introdotto nel nostro ordinamento dalla L. 554/88, è stato guardato con favore
sempre crescente dal legislatore che ha individuato in esso uno strumento per una più flessibile
organizzazione del lavoro. Disposizioni in materia di misure di potenziamento e di incentivazione del
part-time finalizzate ad incrementare il ricorso a tale istituto, sono contenute infatti nelle leggi finanziarie
degli ultimi anni, compresa la legge 23 dicembre 1999, n. 488.
L’OM 446/97 ha disciplinato la trasformazione dei rapporti di lavoro a tempo pieno in rapporti di lavoro
a tempo parziale del personale della scuola a decorrere dall’anno scolastico 1997-1998. Contemplando
anche la possibilità che la prestazione lavorativa a tempo parziale sia concentrata su determinati periodi
dell’anno in relazione alla progettazione educativa di ciascuna istituzione scolastica e alla conseguente
programmazione dell’attività didattica.
L’ OM 55/98 , emanata in attuazione del decreto n. 331 del 29 luglio 1997 del Ministro per la funzione
pubblica di concerto con il Ministro del tesoro del bilancio e della programmazione economica, contiene
ulteriori disposizioni per il personale della scuola che, in possesso dei requisiti anagrafici e contributivi
richiesti per l’accesso al pensionamento, chieda la trasformazione del rapporto a tempo parziale con
contestuale riconoscimento del trattamento di pensione.
L’art. 9 di questa OM prevede che possa essere disposto, a favore del personale in part-time, il
trattamento accessorio collegato alla realizzazione di attività di cui agli artt. 43 e 54 del CCNL 95, anche
in misura non direttamente proporzionale all’orario di servizio prestato, qualora i risultati conseguiti non
siano connessi alla durata della prestazione lavorativa.
La CM 62/98, con cui è stata trasmessa l’ OM 55/98 , raccomanda di prevedere una prestazione su tre
giorni settimanali invece che su quattro al fine di rendere meno oneroso l’impegno lavorativo.
La CM 45/2000 sottolinea la necessità che, in tutte le situazioni di impiego del personale part-time,
laddove sia possibile scegliere tra più soluzioni, sia adottata quella che, compatibilmente con le esigenze
del servizio, risulti la meno gravosa per il dipendente, al fine di garantire che il diritto alla fruizione del
part-time possa essere esercitato in modo pieno e non venga nei fatti reso difficoltoso.
L’art. 9 del DLgs 61/2000 (GU 20/3/2000) dispone che ai fini della determinazione dell’ammontare del
trattamento di pensione si computi per intero l’anzianità relativa ai periodi di lavoro a tempo pieno e
proporzionalmente all’orario effettivamente svolto l’anzianità inerente ai periodi di lavoro a tempo
parziale. La diversa valutazione dell’anzianità non inciderà sull’ammontare della pensione, ma sul
computo del periodo necessario a conseguire il trattamento pensionistico di anzianità.
Recentemente è stata comunque prevista la possibilità di effettuare una CONTRIBUZIONE
VOLONTARIA (vedi) per i periodi non coperti da versamenti previdenziali.


PERMESSI (vedi anche CONGEDI)
(art. 49 CCNL 99; artt. 21 e 25 CCNL 95, CM 301/96 )
Personale con contratto di lavoro a tempo indeterminato (di ruolo):
Il capo d'istituto concede (non è previsto che possa esercitare alcuna discrezionalità) permessi retribuiti
sulla base di idonea documentazione che "può essere acquisita anche successivamente" ( CM 301/96 ):
- a) per concorsi o esami 8 gg., compreso eventuale viaggio;
- b) per lutto 3 gg. per evento;
- c) per matrimonio 15 gg. consecutivi;
- d) per altri motivi previsti da specifiche disposizioni di legge (tra cui ad es.: art. 33 L. 104/92 , art. 2 L.
423/93 assistenza handicap grave; DLgs 645/96, Dir. CEE 92/85, permessi in "gravidanza"; artt. 4 e 7 L.
1204/71, art. 6 L. 903/77, astensione obbligatoria madre e facoltativa madre/padre, con le recenti
modifiche apportate dalla L. 53/2000 ; art. 3 DPR 395/88 diritto allo studio “150 ore”), in alcuni casi
sono applicate riduzioni (anche totali) del trattamento economico;
oppure sulla base di autocertificazione o documentazione presentata al rientro:
- e) per motivi personali o familiari fino a 9 gg. (3 gg. di permesso + i 6 gg. di ferie fruibili durante i
periodi di attività didattica, vedi voce FERIE).
Personale con contratto di lavoro a tempo determinato (supplenti):
- i permessi individuati nelle precedenti lettere a), b) ed e) possono essere concessi per un massimo di 6
gg., non sono retribuiti e interrompono la maturazione dell'anzianità di servizio;
- il permesso per matrimonio, concesso entro i limiti di durata del rapporto, è invece retribuito e
computato nell'anzianità;
- i permessi previsti alla lettera d) sono valutati agli effetti dell'anzianità di servizio, sono applicate
ulteriori riduzioni stipendiali rispetto al personale a tempo indeterminato.
Infine sarebbe da ricordare a molti capi d'istituto che"la concessione del permesso va comunicata
tempestivamente all'interessato e formalizzata con atto dell'organo competente" ( CM 301/96 ).

(facsimile domanda PERMESSI RETRIBUITI PER IL DIRITTO ALLO STUDIO - 150 ore)

Da presentare entro il 15 novembre.


Al Provveditore agli Studi
di ……..

per il tramite del Capo d’Istituto
del ……..

Oggetto: richiesta permessi straordinari retribuiti per il diritto allo studio.

La/il sottoscritta/o nata/o a …….. il…….., con contratto a tempo indeterminato in qualità di …….. (se docente,
indicare il ruolo di appartenenza; se ATA indicare profilo professionale) in servizio presso …….., ai sensi dell’art. 3
del DPR 395/88

CHIEDE

la concessione di permessi straordinari retribuiti, per l’anno solare …….., per frequentare il corso …….., con un
prevedibile impegno di frequenza di …….., compreso il tempo necessario per raggiungere la sede.

La/il sottoscritta/o dichiara, ai sensi della L. 15/68 e successive modifiche ed integrazioni, di avere un’anzianità
complessiva di servizio di ruolo di …….. anni.
La/il sottoscritta/o allega la seguente documentazione, attestante i propri requisiti di precedenza:
……..

Data e firma


PERMESSI BREVI
(art. 22 CCNL 95)
Al personale con contratto a tempo indeterminato o con contratto a tempo determinato stipulato dal
Provveditore possono essere concessi permessi brevi di durata non superiore alla metà dell'orario
giornaliero individuale (per i docenti al massimo 2 unità orarie di lezione, e con sostituzione con
personale in servizio).
Complessivamente questi permessi non possono superare nell'anno scolastico l'orario settimanale di
lavoro (36 ore per gli ATA, orario cattedra per i docenti).
Si è tenuti al recupero delle ore entro i due mesi successivi, se ciò non dovesse realizzarsi per motivi
imputabili al dipendente l'amministrazione trattiene la somma corrispondente.


P.O.F. - PIANO DELL’OFFERTA FORMATIVA
Secondo l’art. 3 del DPR 275/99 il POF “è il documento fondamentale costitutivo dell'identità culturale
e progettuale delle istituzioni scolastiche … è elaborato dal collegio dei docenti sulla base degli indirizzi
generali per le attività della scuola e delle scelte generali di gestione e di amministrazione definiti dal
consiglio di circolo o di istituto, tenuto conto delle proposte e dei pareri formulati dagli organismi e
dalle associazioni anche di fatto dei genitori e, per le scuole secondarie superiori, degli studenti. Il
Piano è adottato dal consiglio di circolo o di istituto”.
Questa definizione lascia intravedere quanto demagogico sia l’impianto di questa autonomia scolastica,
che pretenderebbe (per fortuna senza riuscirci concretamente ed ecco perché demagogico) di determinare
l’identità culturale di una scuola, attraverso l’elaborazione delle eterogenee riflessioni di qualche docente
facente parte della commissione appositamente creata, di gruppi di genitori e alunni; delle diversificate
riflessioni sorte durante i rapporti intercorsi con gli EELL, ed altre realtà economiche, sociali, culturali
istituzionali, operanti sul territorio. Il tutto in tempi non precisati perché non è chiaro se il documento,
affisso all’albo della scuola, deve servire ai genitori e agli alunni a scegliere la scuola in base alle offerte
formative proposte (e in tal caso il POF sarebbe stilato da un collegio che il prossimo anno potrebbe
essere profondamente cambiato) o se deve essere proposto agli stessi dopo l’inizio delle lezioni facendo
venire a mancare quell’elemento, che tanto piaceva al ministro Berlinguer, di competizione tra le
scuole/vetrine per aumentare il numero degli iscritti.
Oltre a questo, nella riforma del nostro sitema educativo, che ha istituito l’autonomia scolastica, non sono
stati esplicitati i contenuti e le finalità sociali dell’istruzione pubblica che lo Stato intende garantire ai
suoi cittadini, dando prova che le trasformazioni in atto non si basano su seri fondamenti culturali,
collettivamente condivisi tali da esere trasmessi da una generazione all’altra e a cui le scuole dovrebbero
far riferimento nel fissare le finalità generali del loro progetto educativo. Demandando ad ogni singola
scuola la costruzione di una propria identità culturale se ne calpesta il suo ruolo pubblico, il suo essere
Istituzione dello Stato e non uno dei tanti servizi, simile a quello delle scuole private. Infatti solo le scuole
private sono le quelle in cui si possa veramente costruire un’identità culturale, perchè appositamente
predisposte a fornire un’ideologia culturale escludente, utilizzando personale accuratamente selezionato
sulla condivisione di essa.

Il POF, interamente costruito sulla retorica della progettualità, tende a scomporre l’unicità e la
complessità del saper critico in rivoli di saperi, sottrae spazio e tempo al curricolo fornendo solo
conoscenze e competenze settoriali. I “saperi minimi”, frutto della riforma berlingueriana, fanno della
scuola il luogo ideale per avviare il processo di “normalizzazione” degli individui privati di strumenti
critici e soggetti sempre più passivi e flessibili, facilmente asservibili, affinché anche il lavoro mentale
sia asservito al mercato e al profitto.
La resistenza che siamo riusciti a fare fin qui, contro la fase di sperimentazione dell’autonomia, oggi non
può bastare; come COBAS abbiamo il compito di creare l’opposizione, di sollecitare nelle scuole un
ampio dibattito per fare emergere le contraddizioni tra l’autonomia progettuale dei docenti e l’autonomia
gestionale-organizzativa “berlingueriana” che di fatto, togliendo alla Scuola il suo compito istituzionale,
le riserva quello di fornire competenze solo di tipo operativo in vista di un più facile inserimento nel
mondo del lavoro. La richiesta di maggior raccordo con il territorio e il mondo produttivo non devono
essere il fine dell’istruzione, ma solo strumenti per allargare il campo esperienziale dei discenti, per molti
dei quali la formazione scolastica resta l’unico momento d’approfondimento culturale.
Dobbiamo riaffermare l’importanza di una Scuola che “insegna a pensare”, senza livellamenti che
relativizzino l’apprendimento
Dobbiamo aggregare, su un modo diverso di concepire la Scuola, tutti quegli insegnanti che reputano
ancora fondamentale, nel processo d’apprendimento, l’approccio affettivo-relazionale e metacognitivo e
che rigettano il compito pseudo-scientifico di “misuratori oggettivi” di competenze e di crediti raggiunti
dagli alunni.
Non si tratta di produrre dei POF alternativi, ma di riempire di contenuti e d’istanze metodologiche
qualificanti la nostra diversità (opposizione?) a cominciare anche dalla terminologia, sostituendo al
termine POF, il Piano delle attività didattiche, frutto dell’elaborazione di tutti i docenti della scuola a
partire dalle istanze del consiglio di classe, l’organo collegiale che meglio conosce i bisogni dei ragazzi.
Dobbiamo contestare due elementi portanti dell’autonomia: il tecnicismo didattico e sopratutto
l’importanza attribuita alla misurazione oggettiva delle prestazioni, che riduce la formazione
culturale a mero possesso di minime abilità (artificiosamente distinte in conoscenze, competenze e
capacità e spesso acquisite in modo decontestualizzato), che in nome di un’oggettiva valutazione
vengono misurate solo quantitativamente e non “qualitativamente”, nel senso che nel processo
d’apprendimento intervengono anche elementi di soggettività di chi esamina e dell’esaminato.
Condividiamo con Massimo Bontempelli la convinzione che: ”per valutare al meglio un allievo occorre
sentire come ragiona … e in quale quadro concettuale inscrive le informazioni che possiede, …occorre
trarre dalla nostra cultura ed esperienza la percezione qualitativa del modo in cui lo ha elaborato”.
Dobbiamo riaffermare la libertà e la creatività dei docenti e dei consigli di classe di costruire con i
propri alunni percorsi formativi diversi, di predisporre forme di valutazione adeguate a quei percorsi,
non accettando modelli e griglie ministeriali, o proposti dalle funzioni obiettivo, che certamente non
tengono conto di tutte quelle variabili che intervengono nel processo d’insegnamento/apprendimento.
Smontiamo la presunta innovazione della didattica modulare, fondata sul modulo cioè su una parte
del percorso formativo resa autonoma, e che prevede il raggiungimento di una singola competenza in una
o in più discipline. La didattica modulare è solo una tecnica tra le tante, divenuta oggetto di culto
nell’autonomia, che può funzionare in alcuni contesti d’apprendimento, (tenuto conto che il suo sviluppo
era legato ai bisogni degli adulti d’acquisire, in tempi limitati, competenze tecnico-operative specifiche),
ma la cui applicabilità generalizzata non ha nessun riferimento teorico anzi è stata ritenuta persino
“pericolosa” da chi per primo l’adottò nelle maxisperimentazioni fin dagli anni 70 (gruppo di ricerca
Sensate Esperienze).
Non dobbiamo consentire forme organizzative che comportino lo smembramento del gruppo-classe
per fasce di livello perché ciò prelude alla costituzione di gruppi differenziati, fortemente caratterizzati
da deficit senza possibilità di ricevere stimoli e aiuto da compagni più autonomi.
Riaffermiamo l’importanza della classe, perché è all’interno del gruppo-classe che i rapporti
affettivo-relazionali si stabilizzano, favorendo la socializzazione e il processo d’apprendimento.
L’insuccesso di un alunno può essere prodotto da altri fattori diversi dalle sue reali abilità ed escluderlo
dal confronto con un gruppo eterogeneo, e confinarlo in una fascia di livello bassa diminuisce
ulteriormente l'interesse rendendolo ancora più passivo. Inoltre, anche senza i moduli, da sempre, si
predispongono percorsi educativi individualizzati che fanno parte però, di un’unica proposta d'attività
che coinvolge tutti gli alunni nello stesso tempo, ma con ruoli diversificati. Tale pratica didattica,trova un
riferimento teorico anche nel modello dell'insegnamento cooperativo.
I moduli costringono a tempi forzati e non c’è la possibilità di ritornare ciclicamente sugli stessi
micro-obiettivi perché dopo la prima fase di verifica d’apprendimento e di eventuale rinforzo dei
contenuti, il modulo in ogni caso si conclude con la certificazione dell’avvenuta o meno acquisizione
della competenza, e il modulo successivo con altri obiettivi non prevede il recupero del precedente; ecco
perché la programmazione degli obiettivi e dei relativi contenuti ed attività, non può essere reggimentata,
ma deve essere costantemente ricalibrata dall’insegnante tenendo conto dei ritmi degli alunni e di altri
fattori esterni.
Dobbiamo rifiutare quegli strumenti di flessibilità organizzativo-didattica, previsti dall’art. 4 del
regolamento sull’autonomia (come la riduzione a 50’ dell’ora di lezione, l’articolazione modulare del
monte ore annuale di ogni disciplina, etc.) che di fatto aumentano i carichi di lavoro e gli impegni del
personale, e che, mutuati dal mondo del lavoro per accrescere la produttività, sono stati artificiosamente
imposti alla scuola che è, e dovrebbe restare, estranea alla logica aziendalistica.
Dobbiamo evitare l’ulteriore disarticolazione delle discipline consentita dall’art. 8 del regolamento
che dà alle scuole la libertà di utilizzare “al meglio” il 15% del monte ore annuo di ogni disciplina
subordinandola ad altre ritenute più funzionali alla realizzazione del POF, svilendone il suo valore
formativo complessivo per frantumarla in segmenti di contenuti su cui poi certificare i crediti o debiti
Questa falsa autonomia - solo di tipo organizzativo - mira anche a deresponsabilizzare lo Stato dal dare ai
problemi della scuola quelle risposte efficaci che noi COBAS chiediamo da tempo, come: la riduzione
degli alunni per classe, il potenziamento degli organici per avere compresenze stabili, la fornitura
gratuita degli strumenti di studio agli alunni e ai docenti, la formazione/aggiornamento del corpo
insegnante.
Laddove se ne ravveda la necessità, dobbiamo far anche parte delle commissioni per i POF per orientare
se è possibile o per far recepire quelle "diverse opzioni metodologiche di gruppi minoritari ... e le
corrispondenti professionalità", come previsto dal comma 2 dell’art. 3 del Regolamento dell’autonomia
(DPR 275/99).
Ma oltre a rendere evidenti l’inconsistenza e la pericolosità delle cosiddette novità metodologiche
previste dall’autonomia, dobbiamo porre dei paletti e vincoli sulla pletora di progetti che affollano il
POF, dobbiamo:
- rifiutare i progetti esterni, che non hanno alcun nesso con i percorsi formativi programmati dal
collegio docenti, i quali pur portando soldi, però fanno passare gli orientamenti culturali di chi li
sovvenziona (EE.LL., Enti più o meno pubblici, imprese, strutture per la formazione professionale);
- verificare che i progetti siano gratuiti per gli alunni, e per i progetti esterni che questi non gravino per
alcune parti sul fondo dell’istituzione scolastica (es. il pagamento dei docenti, dei collaboratori scolastici,
ecc);
- rifiutare i progetti che si rivolgono solo ad alcuni alunni di ogni classe (scelti per fasce di livello)
per favorire il coinvolgimento di tutto il gruppo classe;
- selezionare il personale per lo svolgimento dei progetti extracurricolari (oltre i docenti interni che
aderiscono), attraverso le graduatorie interne d’istituto per le supplenze, per evitare che venga chiamato
direttamente dal capo d’istituto e dai suoi collaboratori in nome dell’autonomia.

In caso contrario il POF rimarrà lo strumento attraverso il quale, attaccando la libertà d’insegnamento, si
subordina il valore dell’istruzione, diritto di tutti alla crescita culturale, all’ideologia della flessibilità e
dell’efficienza tipicamente aziendalistica, che punta all’acquisizione di minime competenze e livella
verso il basso la crescita culturale, proprio come accadeva con il vecchio avviamento professionale,
peraltro reintrodotto subdolamente con il nuovo obbligo formativo a 18 anni, da assolvere anche fuori
dalla scuola.


PRESTAZIONI PROFESSIONALI
Oltre le attività obbligatorie e aggiuntive (vedi voci relative) il contratto prevede per i docenti eventuali
"prestazioni professionali" rivolte al pubblico che, escludendo i propri alunni per le materie comprese
nel curriculum scolastico, "la scuola potrà vendere ... se vi è una domanda di formazione del territorio",
Guida normativa, Il Sole 24 Ore, marzo 1999.
Così anche gli insegnanti potranno fare attività "intramuraria".
Queste attività dovranno essere puntualmente regolate da delibere degli organi collegiali.
E pensare che una vecchia norma, l'art. 62 del Reg. Decr. 965/24, stabiliva che "insegnamenti facoltativi
... possono essere impartiti ... senza che alcuna contribuzione o tassa si richieda agli alunni".


RAPPRESENTANZA E RAPPRESENTATIVITA’ SINDACALE
L’involuzione normativa sulla rappresentanza sindacale nel Pubblico Impiego:
- 1987-1988. Le grandi lotte contro un contratto, certo non peggiore di quello attuale, mostrarono con
evidenza l'inadeguatezza di sindacati distaccati (!) dai lavoratori, incapaci di interpretarne le esigenze, e
contemporaneamente l'urgenza di pensare a forme di organizzazione che sapessero saldare i bisogni con
il potere di decidere senza delegare all'infinito: nacquero i Comitati di Base della Scuola.
- 1990. Il 12 giugno è emanata la Legge 146, ribattezzata immediatamente la legge ANTICOBAS, col
dichiarato obiettivo di rendere inefficaci le forme di lotta più incisive, come gli scioperi a tempo
indeterminato.
- 1992-1993. Gli Accordi di Luglio sul costo del lavoro tra Governo e Confederali, porteranno alla
integrazione della "disciplina del lavoro pubblico con quella del lavoro privato" (art. 1 D. Lgs. 29/93), e
sanciscono la fine delle rivendicazioni contrattuali, inaugurando l'era della concertazione dove tutto è già
fissato da paletti e non c'è più spazio per i miglioramenti economici, pena il tracollo dell'intera economia
italiana. Naturalmente diventa fondamentale stabilire chi deve rappresentare i lavoratori: nel Pubblico
Impiego, un "apposito accordo tra il Presidente del Consiglio ... e le confederazioni sindacali" (art.47
D.Lgs. 29/93); nel Privato si eleggeranno le RSU, dove ai sindacati maggiormente rappresentativi viene
garantito il 33% dei seggi anche se non ottengono nemmeno un voto.
- 1995. Contro questi criteri antidemocratici, per cui un sindacato risulta rappresentativo se così viene
riconosciuto dalla controparte e non invece da chi dovrebbe rappresentare, contro l'automatismo del
rinnovo della delega sindacale, i COBAS, insieme alle altre organizzazioni del sindacalismo di base,
promuovono e vincono i REFERENDUM.
Ciononostante nel CCNL-Scuola, firmato dai confederali di lì a poco, verranno ribadite le norme
precedenti.
- 1997. Il 3 gennaio dalle colonne de Il Sole-24 Ore veniamo a sapere che "... C'è ancora troppo spazio
per i Cobas che remano contro le logiche della concertazione necessarie a perseguire coerenti politiche
dei redditi", la cui coerenza temiamo debba consistere nella compressione dei redditi da lavoro e
nell'espansione di quelli da capitale. Ma la Confindustria deve attendere qualche mese: il 1° novembre Il
Sole-24 Ore titola "Statali, via al decreto anti-Cobas" riferendosi all'imminente pubblicazione del D.
Lgs. 396 che stabilisce, dopo avere anche "acquisito il parere delle organizzazioni maggiormente
rappresentative", le nuove norme su Contrattazione Collettiva e Rappresentatività sindacale nel pubblico
impiego. Questo Decreto 396, piuttosto che integrare la vacatio legislativa determinata dal Referendum
del 1995 nel senso della richiesta dei proponenti, quindi favorendo l'ampliamento delle libertà e
prerogative sindacali contro il monopolio di CGIL-CISL-UIL, prevede invece il raddoppio delle soglie
iscritti/voti rispetto alla normativa precedente e sancisce l'istituzione delle RSU anche nel Pubblico
Impiego. Così il Governo, che, ricordiamolo, nel pubblico impiego è la controparte dei lavoratori, mentre
si gioca cambia le regole del gioco.
- 1998. Se tutto ciò non bastasse viene redatto un regolamento per le elezioni delle RSU che limita
fortemente la possibilità dei lavoratori di presentare proprie liste al di fuori dei sindacati (come per gli
OO.CC.) e si lega la rappresentatività nazionale ad elezioni di livello diverso, provinciale. Ciononostante
i COBAS presentano proprie liste nella maggioranza delle province e si preparano alla competizione
elettorale, quando il Ministro Bassanini, con “un atto d'imperio” (così lo giudicherà il Pretore del Lavoro
di Roma) sollecitato da CGIL e CISL, un giorno prima della chiusura del periodo di presentazione delle
liste sospende le elezioni sine die. Contro questo sopruso i COBAS propongono ricorso e, a seguito della
sentenza favorevole del Tribunale di Roma, viene sottoscritto un accordo tra TUTTE le confederazioni
sindacali e l'ARAN che prevede le elezioni per il 25-28 gennaio 1999.
- 1999. Il 22 gennaio il Consiglio dei Ministri, recependo un ulteriore accordo "tra l'ARAN e talune
confederazioni sindacali, che rappresentano nel loro complesso la più larga maggioranza dei
dipendenti" (CGIL+CISL+UIL+CISAL+UGL = 343.448 iscritti su circa un milione di dipendenti, è
strano il concetto di più larga maggioranza che ha il Consiglio dei Ministri) emana un decreto legge con
cui vengono sospese le elezioni e stabilito un criterio di rappresentatività retroattivo che tiene conto dei
soli iscritti dell’anno precedente, con la conseguenza che anche i lavoratori non iscritti (circa il 60%), non
potendo eleggere propri rappresentanti, risultano di fatto “arruolati” in questi sindacati, che ne
acquisiscono la rappresentanza per via legislativa. In questo modo quelle forze, come i COBAS, che
puntavano soprattutto sul libero consenso che i lavoratori avrebbero potuto esprimere con il voto, si
trovano all’improvviso fuori gioco: costretti a contare il 22 gennaio 1999 solo sugli iscritti fatti entro il 31
dicembre 1998: così nella Scuola, che è il Comparto più grande e meno sindacalizzato di tutto il pubblico
impiego, ai lavoratori non è consentito eleggere i propri rappresentanti.
Chiarificatore risulta il solito, attentissimo, Il Sole-24 Ore che titola “Disinnescata la mina RSU.
Vertenza scuola verso l’intesa”, e già perché nel frattempo stava per uscire dalla clandestinità la
trattativa sul CCNL e come giustamente sottolineano i segretari della CISL (Colturani “Indubbiamente il
voto inquinava la trattativa”) e della CGIL (Panini “Le condizioni per accelerare e arrivare alla firma
mi pare ci siano”) è meglio che di queste cose se ne continuino ad occupare solo i dirigenti sindacali
senza essere infastiditi dai lavoratori.
Ma questo decreto legge, convertito poi, non senza strani ripensamenti di alcune forze politiche nella XI
Commissione Lavoro della Camera (che ci sia stato qualche patteggiamento sottobanco tra taluni partiti,
e i loro sindacati di riferimento, sulla questione dei distacchi è ben più che un fondato sospetto), nella
Legge 69/99 apre ulteriori inquietanti prospettive:
1) fino alle elezioni delle RSU viene consegnato ogni diritto a rappresentare tutti i lavoratori solo ai
sindacati concertativi CGIL-CISL-UIL, SNALS e GILDA, e si tenta di zittire ogni voce fuori dal coro;
2) la rappresentatività a livello nazionale andrà valutata addirittura con elezioni fatte a livello di scuola,
una sorta di strabismo rappresentativo per cui un voto espresso per eleggere un rappresentante di scuola
concorre a determinare la rappresentatività a livello nazionale.


RAPPRESENTANZE SINDACALI UNITARIE - R.S.U. - ELEZIONI
Le elezioni delle R.S.U saranno un evento di fondamentale importanza per il futuro dei Cobas e, più in
generale, per la democrazia nella scuola.
Queste elezioni, che nel resto del pubblico impiego si sono già tenute nel novembre del 1998, nel
comparto Scuola sono state bloccate per realizzare sottobanco un Regolamento elettorale che mettesse
Cgil - Cisl - Uil e Snals al riparo da probabili risultati negativi.
Un Regolamento antidemocratico che pretende di misurare la rappresentatività delle organizzazioni
sindacali sul piano nazionale attraverso un voto espresso su liste di singola scuola, come se i partiti alle
elezioni politiche potessero ottenere voti in un determinato caseggiato soltanto se in esso riuscissero a
presentare candidati.
Grazie ad un Regolamento iniquo, si è così trasformata un’occasione per allargare la democrazia nella
scuola, in un’operazione che tende ad espropriare i poteri degli Organi Collegiali (che peraltro già si tenta
di limitare, vedi DIRIGENZA e CONTABILITA’) e a trasferire il meccanismo della concertazione e della
cogestione anche nell’ambito delle scuole-aziende.
Ciononostante, abbiamo deciso di partecipare a queste elezioni, sia per ottenere l’agibilità sindacale
(assemblee in orario di servizio, diritto all’informazione e alla contrattazione, ecc.), sia per permettere ai
colleghi più determinati e più consapevoli dei propri diritti di poter essere delegati nella contrattazione
d’Istituto.
Impegnarsi a fondo perché vengano eletti migliaia di lavoratori e lavoratrici nelle liste Cobas è di
importanza strategica perché:
1. bisogna impedire che acquisisca legittimità alla contrattazione di scuola solo chi, a nome dei sindacati
“pronta firma”, è fin da subito disponibile alla concertazione con i capi d‚istituto;
2. delegare ai rappresentanti dei sindacati che hanno firmato contratti contro i lavoratori il potere di
contrattare con i capi d’istituto per i prossimi tre anni, significa aprire la strada alla concertazione
clientelare sulla pelle di chi lavora;
3. solo in questo modo può essere rappresentato il volere dei lavoratori della scuola e si possono
salvaguardare la collegialità e le prerogative degli organi democratici della scuola;
4. far confluire decine di migliaia di voti alle liste Cobas ed ottenere il 5% come media tra la percentuale
di votanti e la percentuale di iscritti, significa garantire ai lavoratori che si autorganizzano l’agibilità
piena dei diritti sindacali.
La battaglia per i diritti sindacali nei posti di lavoro travalica comunque le elezioni delle R.S.U. e si
sostanzia anche nelle iniziative di lotta che promuoveremo perché i diritti minimi vengano garantiti a
tutti i lavoratori e a tutte le organizzazioni sindacali, a prescindere da qualsiasi soglia di sbarramento.
In ogni caso, comunque vadano le elezioni, per noi resta la moltiplicazione di comitati di base, che, nelle
singole scuole, si facciano carico non soltanto degli aspetti sindacali, ma anche di tutti gli altri aspetti
della vita scolastica.
In ogni caso le liste che presenteremo saranno aperte a tutti i contributi, con un forte richiamo all’unità
per non depotenziare, con una proliferazione di liste, una vera opposizione alla politica
governativa-confederale, contro la gerarchizzazione del personale, contro questa falsa autonomia, per la
democrazia nei posti di lavoro.

(è in preparazione uno specifico Vademecum per le ELEZIONI R.S.U.)


RIDUZIONE ORA DI LEZIONE
Per motivi estranei alla didattica
Il 27 luglio 2000 si è conclusa la sequenza contrattuale relativa agli obblighi di lavoro del personale
docente. L’accordo prevede che “le modalità organizzative per l'esercizio della funzione docente e
l'articolazione dell'orario di insegnamento … restano disciplinate dall'art. 24 del CCNL 26.5.1999 e
dall’art. 41 del CCNL 4.8.1995”, e che “sono del pari confermate le interpretazioni autentiche” relative
a questi due articoli, che sono contenute nella CM 620/97, che ribadisce il contenuto delle
CM 243/79 e CM 192/80 .
Pertanto "... per cause di forza maggiore determinate da motivi estranei alla didattica ... non è
configurabile alcun obbligo per i docenti di recuperare le frazioni orarie oggetto di riduzione ..."
 ( CM 243/79 ).
Il Collegio Docenti deve specificare esplicitamente nel verbale della seduta che la riduzione dell'unità
oraria della lezione viene deliberata per motivi estranei alla didattica.
"Ciò premesso, nei confronti di richieste di riduzione di orario che dovranno comunque essere
formulate, con adeguata, ampia motivazione, dai presidi dopo aver sentito il consiglio di istituto e il
collegio dei docenti e fermo restando che il montante settimanale di ore di lezione deve essere distribuito
nella misura giornaliera più perequata possibile, saranno osservati i seguenti criteri:
a) nei giorni della settimana nei quali l'orario delle lezioni è contenuto in quattro ore, è tassativamente
vietata qualsiasi riduzione della durata oraria, che dunque resta determinata in sessanta minuti;
b) nei giorni della settimana nei quali l'orario delle lezioni è di cinque ore, le riduzioni suscettibili di
autorizzazione devono riferirsi solo alla prima o alla ultima ora; soltanto eccezionalmente possono
riferirsi alla prima e alla ultim'ora;
c) nei giorni della settimana nei quali l'orario delle lezioni è di sei ore, l'autorizzazione alla riduzione
può riferirsi alla prima e alla ultima ora di lezione ed eccezionalmente anche alla penultima ora;
d) nei giorni della settimana nei quali l'orario delle lezioni è di sette ore, la riduzione può riferirsi alle
prime due e alle ultime tre ore. La riduzione dell'ora di lezione non dovrà in nessun caso superare i dieci
minuti; essa dovrà riferirsi solo alle classi in cui sia necessaria senza assumere carattere generalizzato
per l'intera scuola o istituto.
Non è configurabile alcun obbligo per i docenti di recuperare le frazioni orarie oggetto di riduzione"
(CM 243/79).
La CM 192/80 estende la possibilità di ridurre l'orario anche nelle ipotesi non contemplate dalla
circolare del 1979, in presenza di "particolari situazioni di necessità debitamente rappresentate e
documentate".
In alcune scuole può accadere che i Capi d'Istituto, dopo aver effettuato la riduzione di tutte le ore per
quasi 20 anni, al momento di assumersi in prima persona la responsabilità di disporre la riduzione anche
nelle ore centrali della mattinata, pretendano dai docenti il recupero di queste frazioni orarie. Ciò
evidentemente è in contrasto con quanto disposto dalla CM 243/79, pertanto i docenti che dovessero
ricevere un ordine di servizio in tal senso, dovranno opporre rimostranza (vedi) all'ordine di servizio
stesso documentandone le ragioni con i riferimenti normativi qui riportati. In alternativa, il Collegio
Docenti può deliberare le riduzioni orarie rispettando tassativamente i criteri della CM 243/79 senza
deroghe per le ore centrali della mattinata, poichè è senz'altro più valido dal punto di vista didattico
utilizzare 10 minuti nella propria classe insegnando la propria disciplina, piuttosto che restare a
disposizione e fare da tappabuchi andando a supplire colleghi assenti.
La CM n.620 del 3/10/97 che accompagna l'Accordo di interpretazione autentica dell'art. 41 del CCNL
1995, nel rinnovare la validità delle CC.MM. richiamate nell'accordo stesso, le modifica solo nella parte
in cui queste prevedono l'autorizzazione preventiva da parte del Provveditore agli Studi, che dovrà essere
informato dalle scuole esclusivamente "per opportuna conoscenza". In pratica la responsabilità delle
riduzioni orarie viene demandata ai "competenti organi della scuola" ed in particolare al capo d’istituto,
a cui spetta la formulazione dell'orario.
2) Per sperimentazioni autonome
In questo caso "i docenti completano l'orario d'obbligo con attività connesse alla sperimentazione o con
altre modalità previste dallo stesso progetto di sperimentazione" (art. 41 comma 4 CCNL 95), e quindi
secondo le delibere del collegio e non certo con le supplenze, come invece pretenderebbero molti capi
d'istituto.
Sull’equivoco di cosa debba considerarsi “sperimentazione autonoma” temiamo comunque che
giocheranno molti dirigenti, per tentare di far recuperare le frazioni delle ore ridotte per “motivi estranei
alla didattica”, aiutati in questo anche dalla formulazione dell’art. 3 comma 5 della bozza di
Regolamento dei curriculi: “l'adozione, nell'ambito del piano dell'offerta formativa, di unità di
insegnamento non coincidenti con l'unità oraria non può comportare la riduzione dell'orario
obbligatorio annuale … nell'ambito del quale debbono essere recuperate le residue frazioni di tempo”,
che è in evidente contrasto con quanto previsto nella sequenza contrattuale del 27/7/2000.


RIMOSTRANZA
L'art. 17 del DPR 3/57 , prevede che "l'impiegato cui venga impartito dal superiore un ordine che egli
ritenga palesemente illegittimo, deve farne rimostranza in forma scritta allo stesso superiore,
dichiarandone le ragioni. Se l'ordine è rinnovato per iscritto, l'impiegato ha il dovere di darne
esecuzione. L'impiegato non deve comunque eseguire l'ordine del superiore quando l'atto sia vietato
dalla legge penale".
Quindi nel caso di ordini palesemente illegittimi (ad es. in contrasto con le delibere degli Organi
Collegiali, con le norme contrattuali, coi regolamenti, codici) fare protocollare una breve lettera di questo
tenore:

Al Preside/Direttore didattico
del .............................................
SEDE

oggetto: rimostranza scritta ai sensi dell'art. 17 del DPR 3/57

La/Il sottoscritta/o .                                                                , ritenendo palesemente illegittimo
(specificare cosa e perchè)                                     ,
presenta rimostranza scritta, ai sensi dell'art. 17 del DPR 3/57, avversa la sua esecuzione.
Restando in attesa di una vostra risposta            (indicare dove)  , e riservandomi un'eventuale
azione giurisdizionale, con osservanza.
data          e            firma

Nel caso l'ordine venga rinnovato per iscritto, e qualora la sua esecuzione non comporti un reato, bisogna
eseguirlo promuovendo successivamente un'azione giurisdizionale.


SANZIONI DISCIPLINARI
(vedi anche CONTROVERSIE RELATIVE AI RAPPORTI DI LAVORO)
“Ogni provvedimento disciplinare, ad eccezione del rimprovero verbale, deve essere adottato previa
tempestiva contestazione scritta dell’addebito al dipendente, che viene sentito a sua difesa con
l’eventuale assistenza di un procuratore ovvero di un rappresentante dell’associazione sindacale cui
aderisce o conferisce mandato”(art. 59, comma 5 DLgs 29/93 ), in quanto "la mancanza della
contestazione di addebiti determina la illegittimità della sanzione disciplinare inflitta" (nota MPI
4434/97).
Personale ATA
(artt. da 57 a 62 CCNL 95)
Personale docente
"Fino al riordinamento degli organi collegiali della scuola ... si applicano le norme di cui al Titolo IV,
Capo II, del DPR 417/74" art.59 DLgs 29/93, nonchè gli artt. da 492 a 507 T.U.

(facsimile ISTANZA RIABILITAZIONE SANZIONE DISCIPLINARE, personale docente)

Al Capo d'Istituto
del .......................
SEDE

OGGETTO: istanza di riabilitazione, art. 501 D. Lgs. 297/94.

       La/il sottoscritta/o .........................................., nata/o a ........................, il .......................,
docente con contratto a tempo indeterminato di .................. presso questo Istituto, chiede, ai sensi e
per gli effetti della norma in oggetto, che venga convocato, in quanto trascorso il periodo
prescritto, il Comitato per la valutazione del servizio e avviata la conseguente procedura di
riabilitazione dalla sanzione disciplinare di ............................, inflitta da ............................, prot.
.............................. del .............................

....................., lì .......................     Con osservanza


SCIOPERO
Le modalità di adesione e partecipazione agli scioperi da parte del personale della scuola sono previste
dall'art. 2 comma 3 dell’allegato “Attuazione della Legge 146/90 ” al CCNL del 99 che si riporta
integralmente:
“3. In occasione di ogni sciopero, i capi d'istituto inviteranno in forma scritta il personale a rendere
comunicazione volontaria circa l’adesione allo sciopero entro il decimo giorno dalla comunicazione
della proclamazione dello sciopero oppure entro il quinto, qualora lo sciopero sia proclamato per più
comparti.
Decorso tale termine, sulla base dei dati conoscitivi disponibili i capi d'istituto valuteranno l'entità della
riduzione del servizio scolastico e, almeno cinque giorni prima dell'effettuazione dello sciopero,
comunicheranno le modalità di funzionamento o la sospensione del servizio alle famiglie nonché al
provveditore agli studi. Dalla comunicazione al provveditore dovrà altresì risultare se il capo d'istituto
aderirà allo sciopero per consentire al medesimo provveditore di designare l'eventuale sostituto.
L'astensione individuale dallo sciopero che eventualmente segua la comunicazione dell’astensione dal
lavoro, equivale ad un'offerta tardiva di prestazione di lavoro legittimamente rifiutabile dal capo
d’istituto o dal provveditore agli studi”.Pertanto:
1) il personale non ha nessun obbligo di informare chicchessia della propria intenzione di scioperare.
    Sono i capi d’istituto e l’Amministrazione semmai tenuti a rendere pubblici i dati dello sciopero dopo
    la sua effettuazione;
2) il personale può decidere di scioperare anche solo un secondo prima dell'inizio dello sciopero;
3) l'avviso alle famiglie della riduzione del servizio e dell'eventuale chiusura della scuola spetta al capo
    d'istituto, che può delegare gli insegnanti ad avvertire le famiglie.
4) nel caso l'amministrazione o i capi d'istituto non abbiano provveduto ad informare il personale dello
    sciopero la responsabilità degli eventuali disservizi ricade interamente sull'amministrazione o sul
    capo d'istituto.
5) secondo il comma 3 dell’art. 2 delle “Norme di garanzia del funzionamento dei servizi pubblici
    essenziali” allegato al vecchio CCNL 95, il capo d'istituto può riorganizzare il servizio utilizzando il
    personale docente non scioperante in servizio quel giorno anche modificandone l'orario, ma non può
    né aumentare l'orario di sevizio né stipulare contratti a tempo determinato (chiamare i supplenti) per
    coprire l'orario degli scioperanti.

Il contingentamento del personale, che riguarda solamente il personale ATA e quello Educativo dei
convitti (Accordo Integrativo Nazionale dell’8/10/99), è ESCLUSIVAMENTE finalizzato “ad
assicurare le prestazioni indispensabili” previste dal comma 1 dell’art. 2 in questione, e cioè:
10) svolgimento degli scrutini finali (assistente amministrativo, collaboratore scolastico), degli esami
    finali e di idoneità (viene aggiunto assistente tecnico);
11) vigilanza sui minori durante la refezione, quando sia eccezionalmente mantenuta (uno o più
    collaboratori scolastici);
12) vigilanza su impianti e apparecchiature, quando l’interruzione danneggi persone o le stesse
    apparecchiature (assistenti tecnici dell’area interessata e collaboratori scolastici);
13) attività relative alla cura e all’allevamento del bestiame (assistente tecnico, collaboratore scolastico
    tecnico addetto all’azienda agraria, collaboratore scolastico);
14) raccolta, allontanamento e smaltimento dei rifiuti tossici, nocivi e radioattivi (assistente del reparto o
    del laboratorio, collaboratore scolastico);
15) tempo strettamente necessario ad assicurare il pagamento degli stipendi, al personale con contratto di
    lavoro a tempo determinato (responsabile amministrativo, assistente amministrativo, collaboratore
    scolastico), e delle pensioni;
16) nelle istituzioni educative, vigilanza anche nelle ore notturne, con particolare riguardo alla cucina ed
    alla mensa (educatore, cuoco, infermiere, collaboratore scolastico). Il servizio di mensa potrà essere
    erogato, ove possibile, anche attraverso la fornitura di pasti freddi o preconfezionati.
Il numero delle unità di personale, appartenenti a ciascuna delle figure professionali viene determinato
dal capo d’istituto che informa preventivamente le OO SS della scuola ai sensi dell’art. 6 CCNL 99.


SCRUTINI FINALI
( OM 218/99 come modificata e integrata dalla OM 126/2000 )
1) Scuola dell'obbligo
"1. Sono confermate le disposizioni di cui al testo coordinato dell'ordinanza ministeriale n.65 del 20
febbraio 1998 concernenti gli scrutini e gli esami nella scuola elementare, nella scuola media e nelle
scuole medie annesse ai Conservatori di musica e agli istituti d'arte".
2) Istituti d'istruzione secondaria superiore
I consigli di classe (compresi: gli eventuali docenti di sostegno, che partecipano a pieno titolo agli
scrutini con diritto di voto per tutti gli alunni della classe, art. 315, comma 5 del T.U.; gli eventuali
insegnanti di religione cattolica, limitatamente per gli alunni che si avvalgono di tale insegnamento),
sulla base dei criteri determinati dal collegio dei docenti al fine di assicurare omogeneità nelle decisioni,
formulano i giudizi e assegnano i voti di profitto e di condotta, secondo "i criteri di cui alle norme
dell'art.78 e dell'art.79 del R.D. 4.5.1925, n. 653, sostituito dall'art.2 del R.D. 21.11.1929, n. 2049,
nonché, per la parte relativa all'incidenza del voto di condotta, le norme di cui al D.P.R.n.249/1998".
Pertanto "i voti si assegnano, su proposta dei singoli professori, in base a un giudizio brevemente
motivato desunto da un congruo numero di interrogazioni e di esercizi ... corretti e classificati durante il
trimestre (o quadrimestre) o durante l'ultimo periodo delle lezioni. Se non siavi dissenso, i voti in tal
modo proposti si intendono approvati; altrimenti le elaborazioni sono adottate a maggioranza ..."
Nei confronti degli alunni che presentino un'insufficienza non grave in una o più discipline, tale da non
determinare una carenza nella preparazione complessiva, il consiglio di classe, prima dell'approvazione
dei voti, sulla base di parametri valutativi stabiliti preventivamente, procede ad una valutazione che tenga
conto:
        a - della possibilità dell'alunno di raggiungere gli obiettivi delle discipline interessate nell'anno
scolastico successivo, accertando il superamento delle carenze riscontrate (debito formativo);
        b - della possibilità dell'alunno di seguire proficuamente il programma di studi di detto anno
scolastico.
In questo caso la promozione va comunicata per iscritto dal preside alla famiglia con le relative
motivazioni. Nel prospetto degli scrutini affisso all'albo vengono evidenziate la disciplina o le discipline
in cui l'alunno non ha raggiunto totalmente la sufficienza, precisando che la promozione è stata
conseguita ai sensi dell'art. 2, comma 4 dell' OM 218/99 .
Gli studenti che, a giudizio del consiglio di classe, non possono essere valutati per malattia o
trasferimento della famiglia, sono ammessi a sostenere, prima dell'inizio delle lezioni dell'anno
scolastico successivo, prove suppletive per essere ammessi, o meno, alla classe successiva (L. 352/95).
Credito scolastico
Il Consiglio di classe, in sede di scrutinio finale di ciascuno degli ultimi tre anni, procede all'attribuzione
del credito scolastico ad ogni alunno (art. 5 L. 425/97 , art. 11 DPR 323/98 ), che va deliberata,
verbalizzata e quindi pubblicata all'albo insieme ai voti dello scrutinio finale.
Valutazione degli alunni in situazione di handicap
(art. 4 OM 218/99 , CCMM 163/83 e 262/88 )
Nei confronti degli alunni con minorazioni fisiche e sensoriali non si procede, di norma, ad alcuna
valutazione differenziata, anche se si è fatto uso di particolari strumenti didattici per accertarne il livello
di apprendimento.
Il Consiglio di classe esamina gli elementi di giudizio forniti da ciascun insegnante e verifica i risultati
complessivi rispetto agli obiettivi prefissati dal Piano Educativo Individualizzato - PEI, predisposto con
la partecipazione dei genitori nei modi e nei tempi previsti dalla CM 258/83.
Se il PEI è diversificato, in funzione di obiettivi didattici e formativi non riconducibili ai programmi
ministeriali, la valutazione è differenziata e i voti hanno valore legale solo ai fini della prosecuzione degli
studi per il perseguimento degli obiettivi di detto Piano (resta comunque l'obbligo della relazione di cui al
paragrafo 8 CM 262/88 ).
Qualora un Consiglio di classe intenda adottare una valutazione differenziata deve darne immediata
notizia alla famiglia fissandole un termine per manifestare un formale assenso, in mancanza del quale la
proposta si intende accettata. In caso di diniego espresso, l'alunno non è considerato in situazione di
handicap ai soli fini della valutazione.
Gli alunni valutati in modo differenziato possono partecipare agli esami di qualifica professionale e di
licenza di maestro d'arte, svolgendo prove differenziate, omogenee al percorso svolto, finalizzate
all'attestazione delle competenze e delle abilità acquisite, che possono costituire un credito formativo per
la frequenza dei corsi di formazione professionale. In caso di ripetenza, il Consiglio di classe riduce
ulteriormente gli obiettivi didattici del PEI.
Qualora durante il successivo anno scolastico vengano accertati livelli di apprendimento corrispondenti
agli obiettivi previsti dai programmi ministeriali, il Consiglio di classe delibera senza ricorrere alla
valutazione differenziata, e senza necessità di prove di idoneità relative alle discipline dell'anno o degli
anni precedenti, tenuto conto che il Consiglio medesimo possiede già tutti gli elementi di valutazione.
Per facilitare lo svolgimento di prove equipollenti (art. 318 del TU), i Consigli di classe presentano alle
Commissioni d'esame un'apposita relazione che, oltre a indicare i criteri e le attività, dia indicazioni
concrete per l'assistenza alla persona e alle prove d'esame e sulle modalità di svolgimento di prove
equipollenti, sulla base dell'esperienza condotta a scuola.
Per l'esame di Stato conclusivo dei corsi, tale relazione fa parte integrante del documento del Consiglio di
classe del 15 maggio, come precisato dall'art.17, comma 1, dell'O.M. n.38/1999.


SPETTANZE NON PAGATE
Il pagamento delle spettanze può essere richiesto dal giorno 20 del mese successivo a quello della
mancata retribuzione. La presentazione della domanda è indispensabile per far partire la "messa in mora"
in seguito alla quale si potrà successivamente avviare l'eventuale ricorso giurisdizionale.

(facsimile RICHIESTA SPETTANZE NON PAGATE, può essere compilata sia dal personale docente
che ATA)

Al Capo d'Istituto
del ......................
SEDE


OGGETTO: pagamento spettanze dovute.
         La/il sottoscritta/o ..........................................................., dipendente a tempo ........................ . presso questo
Istituto per l'anno scolastico ................, avendo espletato i seguenti incarichi .............................................................., per
un totale di ........ ore, chiede l'immediato pagamento delle spettanze dovute con i relativi interessi legali a partire dalla
data di ricezione della presente.
         In caso contrario la/il sottoscritta/o si riserva di rivolgersi alla competente sede giurisdizionale.


..................., lì .....................                                                                Con osservanza



STAFF
Non ci sembrerà di sentire soffiare vento d’innovazione, né tantomeno di raggiunta autonomia per le
scuole e i docenti quando a settembre i capi d’istituto tenteranno di scegliersi il loro staff.
Il D.Lgs 59/98 sulla DIRIGENZA (vedi) prevede, al comma 5 dell’art. 25-bis, che: "nello svolgimento
delle proprie funzioni organizzative e amministrative il dirigente può avvalersi di docenti da lui
individuati, ai quali possono essere delegati specifici compiti".Lo stesso CCNL all’art 19 comma 4
ribadisce tale possibilità ma aggiunge che la loro scelta è fatta secondo le norme vigenti cioè tra quelli
eletti dal collegio docenti (art.7 T.U.). Si è di fatto creata un’incompatibilità tra i pieni poteri spettanti ai
nuovi dirigenti scolastici e le norme ancora in vigore come quella relativa agli OO.CC. (baluardo
residuale di democrazia nelle scuole). Tale incompatibilità non è certo sfuggita all’Associazione
Nazionale Presidi, né tantomeno ai sindacati confederali che sostengono vada data applicazione integrale
a tutte le prerogative spettanti, a loro dire, ai dirigenti scolastici, non solo quelle contabili amministrative
(cui si riferisce il parere del Consiglio di Stato del 27/10/1999, che peraltro suscita parecchie perplessità),
ma anche per l’affidamento ai docenti di compiti in campo organizzativo e gestionale. Cioè, via libera
per i dirigenti di scegliersi i propri collaboratori e pagarli con il fondo d'istituto.
Questa è la proposta contrattuale di CGIL-CISL-UIL, i soliti sponsorizzatori dell’autonomia e non dei
diritti dei lavoratori.
E a complicare il quadro arriva la CM 3 agosto 2000 n. 193, sempre sulla dirigenza, che sulla base di un
altro fantomatico parere del Consiglio di Stato dispone l’allargamento delle prerogative dei dirigenti, a
scapito del collegio. Nelle more di un chiarimento del quadro normativo, (perché non crediamo che
una semplice CM abroghi il T.U.) dobbiamo affermare il principio della collegiale gestione della
scuola e quindi chiedere l’elezione, in seno al collegio, dei collaboratori del capo d’istituto.


SUPPLENZE
Alla luce degli ignobili fatti finalmente venuti a conoscenza anche della magistratura, e al prevedibile
ritardo nella compliazione delle graduatorie permanenti, riteniamo che anche quest’inizio d’anno
scolastico sarà all’insegna delle incertezze, delle speranze deluse e del solito caos, con supplenze fatte dai
colleghi precari che terranno le classi fino a quando i Provveditorati avvieranno le procedure per il
conferimento delle supplenze annuali. Il ministero continua a ribadire che i tempi saranno rispettati; ma
se i più ottimisti pensano che a dicembre finalmente le graduatorie permanenti saranno pronte, e si potrà
procedere all’immissione in ruolo sul 50% dei posti disponibili, i pessimisti invece temono un decreto
che prolunghi anche per quest’anno (il 6°) le vecchie graduatorie provinciali.
Il ministero per dare segnali incoraggianti, in attuazione della Legge 124/99, ha intanto emanato il
regolamento che disciplina il conferimento delle supplenze, annuali e temporanee, al personale docente.
Come recita il comunicato MPI del 20/7/2000 il regolamento prevede che: per le supplenze annuali e fino
alla fine delle attività didattiche, vengano nominati i docenti inseriti nelle graduatorie provinciali
permanenti, mentre per le supplenze brevi si attingerà dalle graduatorie delle singole scuole. Il
regolamento stabilisce pure i criteri di formazione delle graduatorie d’istituto e che con un successivo
decreto si fisseranno i termini entro cui, gli aspiranti alle supplenze, dovranno presentare le domande per
essere inclusi in tali graduatorie.
Tra le novità introdotte dal regolamento segnaliamo: la competenza del Capo d’istituto a stipulare i
contratti per tutti i tipi di supplenze, e l’introduzione graduale dell’informatizzazione delle procedure.
GRADUATORIE PERMANENTI
Al personale incluso nelle graduatorie permanenti di 2 provincie sono conferite supplenze solo in quella
per cui ne ha espressamente fatto richiesta; le supplenze annuali e fino al termine delle attività didattiche,
vengono disposte mediante un piano d’individuazione dei destinatari che, nel rispetto delle posizioni di
graduatoria, tenga conto dell’ordine di priorità indicato dagli aspiranti complessivamente per tutte le
graduatorie in cui figurano inclusi relativamente ai seguenti parametri:
a) rilevanza economica del contratto;
b) sede;
c) graduatorie d’insegnamento preferenziali
Ogni triennio scolastico gli aspiranti possono variare l’ordine delle priorità; nel primo triennio
d’applicazione tale facoltà può essere fatta annualmente.
I posti di sostegno vengono conferiti a chi è fornito del prescritto titolo di specializzazione con priorità
rispetto alle altre tipologie d’insegnamenti.
L’accettazione in forma scritta e priva di riserve, da parte degli aspiranti, rende il conferimento non
soggetto a rifacimento; le disponibilità successive saranno oggetto di ulteriori conferimenti
L’aspirante a cui viene conferita una supplenza con orario non intero, ha titolo al completamento fino al
raggiungimento dell’orario obbligatorio di insegnamento, anche con più rapporti di lavoro a tempo
determinato,(per la secondaria anche su classi di concorso diverse, per tutti gli ordini di scuola anche con
ore presso scuole private, o con servizi in qualità di personale tecnico, amministrativi o ausiliario, purchè
non svolti in contemporaneità
GRADUATORIE DI CIRCOLO E D’ISTITUTO
Il dirigente scolastico, sulla base delle domande prodotte, costituisce apposite graduatorie per ogni
materia ed una graduatoria distinta in 3 fasce per ciascun posto d’insegnamento, come segue:
-I Fascia: comprende gli aspiranti inseriti in graduatoria permanente per il medesimo posto o classe di
concorso cui è riferita la graduatoria di circolo o d’istituto;
-II Fascia: comprende gli aspiranti non inseriti in graduatoria permanente, ma forniti d’abilitazione cui è
riferita la graduatoria di circolo o d’istituto;
-III Fascia: comprende gli aspiranti forniti solo di titolo di studi valido per l’accesso alll’insegnamento
richiesto.
Le graduatorie della I Fascia hanno validità temporale correlata alle cadenze d’integrazione delle
graduatorie permanenti, vengono riformulate ad ogni fase d’integrazione. Le graduatorie della II e III
fascia hanno validità triennale.Durante il periodo di validità delle graduatorie,per ogni anno successivo al
primo, le scuole possono acquisire ulteriori domande di aspiranti che abbiano titolo ad essere inclusi in
una delle 3 fasce ma gli aspiranti si inseriscono, in ciascun anno, in coda all’ultimo incluso della fascia in
cui hanno titolo ad inserirsi.
EFFETTI DELLA MANCATA ACCETTAZIONE DELLA SUPPLENZA
A) - per le supplenze conferite sulla base delle graduatorie permanenti: 1) la rinuncia o la mancata presa
di servizio comportano la perdita, per l’anno successivo, di conseguire analoghi rapporti sulla base delle
graduatorie permanenti; 2) l’abbandono del servizio comporta sia il punto 1) sia la perdita di conseguire
qualsiasi tipologia di supplenza, conferita sia sulla base delle grAduatorie permanenti, che delle
graduatorie d’istituto, per l’anno in corso
B) - per le supplenze conferite sulla base delle graduatorie d’istituto: 1) la rinuncia ad una supplenza o
alla sua proroga o conferma non comporta alcun effetto; 2) l’abbandono della supplenza comporta la
perdita della possibilità di conseguire qualsiasi tipologia di supplenza conferita sia sulla base delle
graduatorie permanenti che delle graduatorie d’istituto, per l’anno scolastico in corso.
Il personale che non sia già in srvizio con supplenza di durata sino al termine delle lezioni od oltre, ha
facoltà, nel periodo dell’anno scolastico che va fino al 30 aprile, di risolvere anticipatamente quella
supplenza per accettertne un’altra di durata sino al termine delle lezioni od oltre;
Il personale con supplenza conferita sulla base delle graduatorie d’istituto, ha comunque facoltà di
lasciarla per accettarne un’altra attribuita sulla base delle graduatorie permanenti.


SUPPLENZE BREVI
L'art.47 del CCNL 95 stabilisce le modalità per la stipula di contratti di lavoro a tempo determinato per le
assunzioni in sostituzione del personale assente, qualora l'assenza si prolunghi oltre i limiti previsti dalle
norme: 5 gg per le elementari, 10 gg per la secondaria.
Qualora il docente titolare si assenti in un'unica soluzione da una data anteriore di almeno 7gg dall'inizio
di un periodo predeterminato di sospensione delle lezioni e fino a una data non inferiore a sette giorni
successivi la ripresa delle lezioni, “il rapporto di lavoro a tempo determinato è costituito per l’intera
durata dell’assenza”(comma 4).
Le domeniche, le festività e il giorno libero sono retribuite e computate nell'anzianità.

Riportiamo di seguito il testo di una circolare del provveditore di Roma relativa a tutta la questione:
PROVVEDITORATO AGLI STUDI DI ROMA
Gabinetto
Ai Capi delle Scuole ed Istituti di ogni ordine e grado
ROMA E PROVINCIA
e p.c. Alle OO.SS
LORO SEDI
OGGETTO: Conferimento supplenze temporanee personale docente.
         Pervengono a quest'Ufficio da parte delle SS:LL., quesiti relativi al conferimento delle supplenze
al personale docente. Occorre pertanto richiamare alcuni aspetti già trattati, peraltro, in una precedente
circolare (n.57 del 24/3/97) i cui contenuti si ripropongono all'attenzione delle SS.LL. perché ancora
attuali.
Premesso che l'istituto della supplenza temporanea è finalizzato, sia pure per il periodo strettamente
necessario, a garantire la continuità, la regolarità e l'efficacia dell'offerta formativa degli alunni, si
ritiene opportuno precisare quanto segue :
1) Prima di procedere alla sostituzione dei docenti assenti è fatto obbligo di utilizzare per l'intero orario
di servizio di cui all'art.41 del C.C.N.L. il personale assegnato alla scuola.
E' appena il caso di ricordare che non si può ricorrere allo smembramento e/o all'abbinamento delle
classi e sezioni. Al fine di evitare che gli alunni vengano privati della regolarità nello svolgimento delle
lezioni sarà cura delle SS.LL. applicare le disposizioni contenute nella C.M. 266 del 23 settembre 1988,
che si allega.
Si fa, altresì, presente che le sostituzioni devono comunque avvenire nel rispetto del quadro orario
settimanale previsto nei piani attuali di attività.
Si precisa, altresì, che gli insegnanti non debbono essere utilizzati per supplenze brevi nel giorno libero
fissato dal quadro orario.
Resta inteso che anche per l'applicazione dell'art.1, comma 78 della Legge 23/12/96, n.662 è
insostituibile il ruolo del Collegio dei docenti che ha la competenza nella definizione del piano delle
attività, stante la vigenza dell'art.41 del CCNL.2) La stipula di rapporti di lavoro a tempo determinato va
effettuata prima dell'inizio della supplenza e per tutto l'effettivo periodo di assenza del docente da
sostituire.
Le insegnanti in assenza obbligatoria per effetto dell'applicazione della L.1204/71 saranno sostituite con
la stipula di un unico contratto a tempo determinato per tutta la durata dell'assenza obbligatoria.
Per la scuola elementare si dà luogo alla sostituzione del docente assente per un periodo inferiore a
cinque giorni qualora ricorrano le condizioni di cui alla C.M. 247/90 e all'art.41 del C.C.N.L.
Per la sostituzione degli insegnanti di lingua straniera rimangono valide le indicazioni già fornite con
nota di questo Ufficio n.25766 del 28/3/96.
Per le scuole ed istituti di istruzione secondaria ed artistica, fermo restando la vigenza della C.M. n.266
sopracitata, si potrà procedere alla stipula di contratti a tempo determinato nel caso in cui l'assenza del
titolare sia superiore a giorni 10 (cfr. p.14 O.M. 371/94).
Al fine di garantire il più possibile la fruizione di un regolare ed efficace servizio scolastico agli alunni,
potranno essere stipulati, per le scuole secondarie, contratti per un periodo di giorni anche inferiori,
purché l'assenza del titolare si riferisca ad un periodo iniziale superiore a dieci, qualora oggettive
difficoltà di tipo organizzativo non rendano possibile la nomina del supplente sin dal primo giorno di
assenza del docente da sostituire.
3) I docenti di sostegno che, a norma dell'art.13, sesto comma della legge 104/92, sono contitolari nelle
sezioni o classi ove operano, non possono essere utilizzati per supplenze anche quando l'alunno
portatore di handicap è assente giustificato. La sostituzione degli insegnanti che svolgono attività di
integrazione a favore degli alunni in situazione di handicap per assenze superiori a dieci giorni (per la
scuola secondaria) è disposta prioritariamente nei confronti di aspiranti forniti di titolo di
specializzazione.
In assenza di aspiranti inclusi nelle graduatorie di istituto o di circolo si ricorrerà alle graduatorie dei
circoli ed istituti nell'ambito distrettuale ove esiste la scuola o facente parte dei distretti viciniori (2^
comma art.22 O.M. 371/94).
In mancanza di aspiranti specializzati, si procede alla stipula di contratti di lavoro a tempo determinato
mediante lo scorrimento contemporaneo (graduatorie "ad incastro") di tutte le graduatorie d'istituto,
per la scuola elementare e materna mediante lo scorrimento delle graduatorie di tipo comune.
Per quanto concerne gli istituti di istruzione secondaria di secondo grado si dovrà tenere conto delle
graduatorie relative alle classi di concorso appartenenti all'area disciplinare per le quali si deve
procedere a supplenze.
I docenti con orario di cattedra costituito di diciotto ore settimanali di insegnamento (v. insegnanti di
religione cattolica, di sostegno, etc...) non possono sostituire i colleghi assenti se non hanno dato la
disponibilità ad effettuare ore di insegnamento eccedenti l'orario di cattedra. Gli insegnanti
appartenenti ai ruoli degli Enti Locali (ITP dipendenti della Provincia, insegnanti dipendenti dal
Comune, etc...) non possono essere utilizzati in sostituzione di docenti appartenenti ai ruoli statali.
4) Le domeniche, le festività infrasettimanali ed il giorno libero sono considerate servizio a tutti gli
effetti se ricadenti nel periodo di durata del contratto.
Le interruzioni dello attività didattica non previste dal calendario scolastico, ed a qualsiasi titolo
verificatesi non danno luogo alla rescissione dei contratti a tempo determinato se intervengono nel
periodo compreso tra l'inizio e la fine della supplenza.
Le interruzioni previste dal calendario scolastico, segnatamente le festività natalizie e pasquali,
andranno considerate nel periodo di vigenza del contratto, qualora l' assenza del titolare (anche se
supportate da più certificazioni anche a titolo diverso) inizi almeno sette giorni e si protragga senza
soluzione di continuità per almeno sette giorni dopo tale interruzione.
5) La proroga del contratto è dovuta nel caso in cui il docente abbia provveduto a giustificare l'ulteriore
periodo di assenza in tempo utile rispetto all'inizio del periodo della supplenza da prorogare. Nel caso
sia necessario coprire con supplenza "spezzoni" che non hanno concorso alla formazione di cattedra o
di posto orario, il contratto va stipulato fino al termine delle attività didattiche.
IL PROVVEDITORE AGLI STUDI
Paolo Norcia

Supplenze brevi nella scuola elementare
La storia delle supplenze brevi fatte dagli insegnanti di ruolo utilizzando l'orario di contemporaneità
inizia con la Legge 148/90 di riforma della scuola elementare.
L’art. 9 comma 5 di quella legge (divenuto il comma 5 dell'art.131 del TU, poi abrogato dalla Finanziaria
1997), prevedeva che fino ai 2/3 dell'orario di contemporaneità potesse essere destinato allo svolgimento
delle supplenze brevi (non superiori a 5 giorni).
Immediatamente molti collegi, i più informati e avvertiti, destinarono alle supplenze “zero ore". Circolari
e telex del ministero hanno secondato questo processo in primo luogo eliminando la possibilità di far
svolgere supplenze agli insegnanti delle classi a Tempo Pieno, e poi man mano ribadendo il concetto che
contemporaneità e compresenza sono elementi essenziali per una corretta attuazione della riforma della
scuola elementare “per moduli”, poichè l’effettiva unitarietà, caratteristica essenziale della scuola
elementare, non può essere raggiunta senza lo svolgimento di un adeguato numero di ore in compresenza
di almeno due insegnanti del team, e che, per evitare i rischi di secondarizzazione, è necessaria la
compresenza per arginare gli specialismi incombenti.
Così, da una parte l'azione dei Collegi più avvertiti e dall’altra una “normativa secondaria” meno rigida e
più attenta alla progettualità degli insegnanti fecero sì che buona parte delle scuole programmasse le
attività di contemporaneità e deliberasse "zero ore per le supplenze".
Il contratto del ‘95 praticamente sanzionava uno stato di fatto e capovolgeva i termini della questione:
alle supplenze potevano essere dedicate solo e soltanto le ore per le quali il collegio non aveva
programmato le attività da svolgere in contemporaneità. L’articolo 41 di quel CCNL stabilisce infatti che
“nell’ambito delle 22 ore d’insegnamento, la quota oraria eventualmente eccedente l’attività frontale e
di assistenza alla mensa viene destinata, previa programmazione, ad attività di arricchimento
dell’offerta formativa e di recupero individualizzato o per gruppi ristretti di alunni con ritardo nei
processi di apprendimento, anche con riferimento ad alunni stranieri … Nel caso in cui il collegio dei
docenti non abbia effettuato tale programmazione o non abbia impegnato totalmente la quota oraria
eccedente … tali ore saranno destinate per supplenze in sostituzione di docenti assenti fino a un massimo
di 5 giorni nell’ambito del proprio modulo o nel plesso di titolarità.
Nel settembre del 1996 fece il suo esordio la prima normativa relativa all'autonomia scolastica, che pose
a carico del bilancio delle scuole il pagamento delle supplenze brevi, senza però che si desse alcuna
indicazione sull'ammontare delle somme e sui tempi del loro accreditamento.
La gran parte dei Direttori Didattici, in clima di dirigenzialità e “managerialità”, non sapendo né quando
né come avrebbero potuto pagare le supplenze, riprendeva l'iniziativa di far svolgere ai docenti in
servizio le supplenze brevi e in qualche caso addirittura le supplenze lunghe.
Ma questa non fu la sola pratica illegale adottata da molti Direttori, vi fu pure chi fece fare le supplenze
agli insegnanti di sostegno o chi addirittura prese a dividere gli alunni delle classi in cui gli insegnanti
erano assenti, tra le classi presenti dando luogo per le une e per le altre ad una vera e propria "interruzione
di pubblico servizio".
In molte province in seguito alle decise rimostranze degli insegnanti, ai conflitti apertisi tra Direttori e
Collegi dei Docenti, e attraverso trattative decentrate si arrivò ad ottenere dai Provveditori circolari
tassative: si riconoscevano come illegittime alcune iniziative dei direttori, e si ribadiva che in materia la
normativa vigente era costituita dall'art. 41 del CCNL.
Successivamente, l’articolo 1 comma 72 della Legge 662/96 (Finanziaria ’97) non solo ribadiva il
concetto che a deliberare per l'eventuale svolgimento di supplenze brevi dovevano essere gli organi
collegiali, ma soprattutto, abrogando il comma 5 dell'art.131 del DLgs 297/94 (già comma 5 dell'art.9
della legge 148/90), ha sancito che non ci possa essere nessuna obbligatorietà e nessuna misura alla
effettuazione di supplenze da parte degli insegnanti in servizio nella scuola.
L’anno successivo la Finanziaria per il 1998 (L. 449/97), mentre riduceva il personale della scuola del
3%, almeno non prevedeva tagli nei capitoli di spesa relativi alle supplenze brevi.
In questo clima, di faticoso recupero della razionalità e della progettualità delle scuole, giungeva il
proditorio ed illegittimo accordo tra ministero e CGIL - CISL - UIL - SNALS - GILDA - ANP - CISAL,
in materia di supplenze brevi nelle elementari.
Questo gravissimo Contratto Nazionale Decentrato del 5 novembre 1997, integrava l’articolo 9 del
Contratto Nazionale Decentrato sulle “Utilizzazioni e Assegnazioni provvisorie” e prevedeva che si
potesse “arricchire” o “recuperare” alunni per un massimo di 110 ore annue per classe. Fissato questo
tetto, tutti gli insegnanti, anche quelli del Tempo Pieno, furono costretti a stornare dalla propria attività
didattica per le supplenze una media di 30 ore annue, che diventavano oltre 50 ore in un modulo 2+1.
Questo significò che in tutta la scuola elementare furono "devolute" alle supplenze circa 7.500.000 ore di
lavoro degli insegnanti a tempo indeterminato, togliendone altrettante ai supplenti precari, con un
risparmio di circa 400 miliardi ben superiore ai sessanta miliardi che Sindacati di Stato e Governo
dicevano di voler risparmiare.
L’anno scolastico 1997-98 è stato nefasto per la scuola elementare, con questo accordo si è di fatto
consentito a molti Direttori Didattici di abrogare l’istituto delle supplenze brevi.
Ma ben più devastante è stato l’esito per la didattica: gli insegnanti hanno dovuto infatti lasciare la loro
classe per andare a fare supplenza in altre classi sulle quali si sono avvicendati più insegnanti nella stessa
giornata, e ancora più grave è il fatto, previsto dall'accordo, che l'orario delle attività da predisporre ad
inizio dell'anno scolastico dovesse tenere conto proprio dello svolgimento delle supplenze da parte degli
insegnanti in servizio; così l'orario delle supplenze è diventato il "principio ordinatore" dell'intero
calendario con buona pace delle necessità di tipo pedagogico, educativo e didattico.
Attraverso questo accordo sulle supplenze brevi si è realizzato un obiettivo fondamentale del Governo e
dei Sindacati di stato: introdurre elementi di flessibilità e mobilità a scapito sia della efficacia educativa
della scuola elementare che della occupazione dei precari per i quali si è trovata la soluzione: farli
sparire! (vedasi a questo proposito anche l’organico funzionale di Circolo),

La lotta contro questo accordo è stata fondamentale per riuscire a non far passare il concetto
dell’insegnante jolly con il conseguente degrado del servizio e delle nostre condizioni di lavoro.

I COBAS Scuola hanno presentato immediatamente ricorso al TAR del Lazio contro il Contratto
Decentrato Nazionale sulle 110 ore poiché era palese la sua grave illegittimità.
Infatti, nei Contratti Decentrati a qualsiasi livello non si può contrattare su materie per le quali si sia già
contrattato a livello di CCNL, almeno che non vi sia nel contratto una delega specifica per ulteriori livelli
di contrattazione, e non è questo il caso poiché non vi era alcuna delega relativa all’articolo 41.
Appariva inoltre chiaro che la Legge 662/96 (Finanziaria 1997), invocata come fonte normativa per
l’accordo, venisse espressamente contraddetta dall’accordo stesso, poiché la legge abrogando il comma 5
dell’art.131 del Testo Unico, nella lettera e nello spirito, toglieva qualsiasi obbligo o misura per lo
svolgimento di supplenze utilizzando l’orario di contemporaneità. La stessa legge ribadiva, ancora una
volta, che in merito all’utilizzazione dell’organico funzionale le decisioni, le scelte e le delibere spettano
agli organi collegiali.
Nel giugno del 1998 è stato poi siglato un nuovo Contratto Decentrato Nazionale sulle utilizzazioni ed
assegnazioni provvisorie, che ha sostituito integralmente il precedente nel quale era stato previsto il tetto
delle 110 ore, e pertanto quella normativa (a nostro parere illegittima fin dal suo nascere), non esiste più.
Nel 1999, sempre nel mese di giugno è stato siglato il nuovo CDN sulle utilizzazioni ed assegnazioni
provvisorie ed anche nel nuovo testo non viene fatta alcuna menzione sulle supplenze brevi nella scuola
elementare.
Il nuovo CCNL ‘99 non ha modificato l’articolo 41 del CCNL ‘95 che è quindi allo stato pienamente
vigente ed efficace.
Ciononostante la pratica delle sostituzioni illegittime continua in clima di “Autonomia” e “Dirigenza”,
con Direttori che non nominano sia su posti “scoperti” in attesa di nomina da parte dei Provveditori, sia
per assenze superiori ai cinque giorni.
Tali pratiche sono assolutamente illegittime poiché i supplenti devono sempre essere nominati in tali casi
e se si presentano i progetti nella scuola elementare per assenze fino a cinque giorni non vi è alcun
obbligo di effettuare supplenze.
Infatti, come già chiarito, l’Accordo sulle 110 ore non è più vigente e vi è un solo onere da parte dei
colleghi, preparare un progetto di arricchimento e/o recupero e farlo approvare dal Collegio dei Docenti,
così tutte le ore di contemporaneità sono da dedicare al progetto e non vi è alcuna disponibilità oraria
per l’effettuazione di supplenze.
Prepariamo quindi i progetti di arricchimento e/o recupero e pretendiamo che vengano votati in Collegio
dei Docenti, in tal modo non vi è alcuna disponibilità oraria per supplenze (neanche all’interno del
proprio modulo). Ovviamente, ai sensi del comma 2 dell’art. 41 del CCNL chi non presenta i progetti è
disponibile per supplenze nel plesso per l’intero monte ore di contemporaneità del modulo.
IN OGNI CASO: rifiutiamoci di sostituire i colleghi nel giorno libero, fuori orario, poiché tale pratica
non può comunque essere imposta e denunciamo tutte le pratiche illegali di mancata sostituzione dei
colleghi sia entro che oltre i cinque giorni e lo smistamento di alunni in altre classi. Tutte queste attività
non possono essere svolte e …si ribadisce…. meno che mai imposte a nessuno da parte dei “dirigenti
scolastici”.


SVILUPPO DELLA PROFESSIONE DOCENTE
(art. 29 CCNL 99, art.38 CCNI 99)
Era prevista una maggiorazione di 6.000.000 £ annui lordi ai 150.000 docenti, con contratto a tempo
indeterminato con 10 anni di effettivo insegnamento, che avessero superato un concorso.
L'esame si sarebbe dovuto articolare in tre fasi: illustrazione e discussione del curriculo professionale;
svolgimento di una prove strutturata; verifica in aula o trattazione di un'unità didattica.
Il premio doveva essere corrisposto mensilmente dal 1/1/2001.
Ma il confuso ed imbarazzato annullamento delle procedure previste dall’art. 38 CCNI 99 è la
dimostrazione lampante dello sbandamento del MPI e dei sindacati concertativi di fronte alla dilagante
mobilitazione dei docenti contro l'intollerabile iniziativa. L'ostilità al concorso non riguarda solo i quiz,
la prova simulata e gli altri aspetti certamente grotteschi ed indisponenti di un meccanismo che in realtà
la maggioranza dei docenti osteggia nella sua natura più intima: l'idea nefasta che la gerarchizzazione e
frantumazione dell'unità della funzione docente siano il "passepartout" per il buon funzionamento della
scuola-azienda, desiderata dalla Confindustria e dal liberismo nostrano. L'egualitarismo stipendiale e di
ruolo lavorativo non sono un residuo di un passato "collettivista", ma l'unica condizione per svolgere
efficacemente l'attività didattica. L'insegnamento si basa sulla collegialità, sulla cooperazione, sullo
scambio culturale generoso e senza secondi fini: è catastrofica l'idea che gli insegnanti, invece di
collaborare in maniera solidale, si "nascondano" reciprocamente il sapere usandolo come strumento per
competere selvaggiamente e scavalcarsi nella erigenda gerarchia scolastica. La scuola è forse l'unico
luogo sociale formativo e di massa ove non imperi la logica del profitto e della mercificazione, ove non si
insegna che la compravendita di tutto, il potere ed il successo da raggiungere ad ogni costo debbano
essere i criteri-guida della vita associata. Alla scuola pubblica non serve una supposta aristocrazia di
"superdocenti" (fermo restando che il "concorsaccio" non avrebbe premiato affatto i migliori) issati sulle
spalle di una maggioranza bollata di semi-incompetenza: serve per tutti gli insegnanti, nessuno escluso,
un aggiornamento serio, periodico con distacco sabbatico.
TRASPARENZA
Ai sensi della L. 241/90 , chi "abbia interesse per la tutela di situazioni giuridicamente rilevanti"
(motivi personali o legati alla propria partecipazione agli Organi Collegiali) può chiedere di prendere
visione di documenti amministrativi e di averne copia (CCMM 278/92, 163/93 e 94/94), motivando "il
proprio interesse". La risposta deve essere data entro 30 giorni (art. 25, comma 4, L.241/90).
Un eventuale differimento (se l’atto è in preparazione), o diniego (se le informazioni sono tutelate da
segreto) deve in ogni caso essere motivato per iscritto dall'amministrazione. Il diniego non puo’
riguardare gli atti di organi collegiali (parere del 31/12/95 della Commissione per l'Accesso, Presidenza
del Consiglio dei Ministri).

(facsimile domanda di accesso a documenti - TRASPARENZA)

Al …….. (indicare il responsabile dell’ufficio detentore del documento)
……..

Oggetto: richiesta ex L. 241/90 di visione e/o copia dei documenti riguardanti ……..

La/il sottoscritta/o …….., nata/o a …….., il ……..,
…….. (indicare il motivo della propria richiesta, facendo rilevare l’interesse personale e concreto all’accesso al
documento),
ai sensi della L. 241/90 ,

CHIEDE

di prendere visione e/o ricevere copia, a “tutela di situazioni giuridicamente rilevanti”, del …….. (indicare con
precisione la documentazione).

data e firma

(indicare il proprio indirizzo presso il quale ricevere tutte le comunicazioni, riguardanti anche eventuali
irregolarità o incompletezze della domanda, la cui regolarizzazione deve essere richiesta all’interessato
entro 10 giorni)


VALORIZZAZIONE DELLA PROFESSIONALITA' ATA
(art. 36 CCNL 99, art. 50 CCNI 99)
Il capo d'istituto assegna a tempo determinato le funzioni aggiuntive descritte nell'allegato 6 CCNI 99,
sulla base di graduatorie d'istituto divise per profili e funzioni.
Gli interessati presentano la domanda e i titoli di cui alle tabelle di valutazione dell'allegato 7.
Le retribuzioni accessorie (da 1.200.000 a 2.000.000 annui lordi) vengono assegnate compatibilmente
con i fondi accreditati a questo scopo alle singole scuole.
Queste attività, per cui sono previsti specifici percorsi formativi, danno anche titolo alla costituzione di
crediti professionali valutabili ai fini della mobilità.


VERBALI
Il verbale è il documento giuridico in mancanza del quale è nulla la stessa attività dell'organo. Un verbale
completo e dettagliato è la premessa indispensabile per ogni eventuale contestazione degli atti.
Sarà un caso, ma l'art. 10 del CCNL 99, "per eliminare le fiscalità burocratiche" (?), recita: "deve essere
privilegiata la comunicazione verbale nell'ambito degli organi collegiali, contenendone la
verbalizzazione entro il limite strettamente indispensabile", pertanto, almeno per le questioni più
importanti è sempre meglio presentare un intervento scritto da ricopiare.
Nessuna censura può essere imposta alla verbalizzazione, se ciò dovesse accadere richiedere l'immediata
sospensione della seduta per convocare Polizia o Carabinieri e denunziare l'accaduto: abuso di autorità,
omissione di atti d'ufficio e falso ideologico.
Nonostante il fatto che il verbale dovrebbe essere redatto contestualmente allo svolgimento della
riunione (sentenza Cons. di Stato, sez. I, n. 1375/66), ne è stata legittimata la redazione anche in un
secondo momento, purchè venga letto e approvato all'inizio della riunione successiva (nota MPI 737/81).
In questi casi potrebbe essere utile la registrazione della seduta, possibile previa decisione dell'organo
collegiale (nota MPI 1430/82).
Dopo l'approvazione del verbale da parte dell'organo esso va sottoscritto dal segretario (Cons. di Stato
323/68) e autenticato dal presidente della seduta (art. 2 D.I. 28/5/75 ).
Il verbale è valido anche senza la firma del presidente, ma con quella del segretario-verbalizzante
(sentenza Cons. di Stato, sez. IV, n. 454/82).


VIAGGI E VISITE D’ISTRUZIONE
(CM 291/92, CM358/96, CM623/96, D.Lgs. 111/95)
La CM 623/96 fornisce il quadro generale per l'organizzazione e la realizzazione dei viaggi e delle visite
di istruzione da parte delle istituzioni scolastiche.
Le delibere dei Consigli di circolo e di istituto devono fare riferimento a numerosi atti elencati nella CM
291/92, e devono basarsi sulle accertate disponibilità finanziarie, sui criteri generali per la
programmazione e l'attuazione delle iniziative, sugli orientamenti programmatici dei consigli di classe
promossi dal collegio dei docenti. Queste delibere vanno inviate ai Provveditorati solo per necessaria
informazione ed ai fini dell'esercizio del potere di vigilanza. Non deve essere richiesta alcuna
autorizzazione.
La scuola decide il periodo più opportuno di realizzazione dell'iniziativa in modo che sia compatibile con
l'attività didattica, nonché il numero di allievi partecipanti, le destinazioni e la durata.

Le iniziative possono essere ricondotte alle seguenti tipologie:
- viaggi d'integrazione della preparazione d'indirizzo;
- viaggi e visite d'integrazione culturale, anche gli scambi con l’estero (art. 394 TU e CM 358/96);
- viaggi e visite nei parchi e nelle riserve naturali;
- viaggi connessi ad attività sportive
- visite guidate, con rientro nella stessa giornata e divieto di viaggiare in orario notturno.(CM 291/92).
Tutte le iniziative, tranne le visite guidate, devono essere inquadrate nella programmazione didattica
della scuola ed essere coerenti con gli obiettivi didattici e formativi, nelle scuole superiori è opportuno
consultare anche il Comitato studentesco.
Inoltre ricordiamo che “durante il soggiorno all'estero, gli insegnanti accompagnatori devono essere
sostituiti secondo le modalità stabilite dalle disposizioni vigenti”(CM 358/96).

Il D.Lgs. 111/95 ha introdotto, in attuazione della Direttiva 314/90/CEE, una nuova normativa
prescrittiva in materia di “pacchetti turistici”, il cui relativo contratto deve contenere numerose
precisazioni.
Nella CM 291/92 sono contenute utili indicazioni relative a:
- la partecipazione dei genitori degli alunni, a condizione che non comporti oneri a carico del bilancio
dell'istituto e che gli stessi si impegnino a partecipare alle attività programmate.
- l’acquisizione del consenso scritto di chi esercita la potestà familiare per gli alunni minorenni.
- la necessità di assicurare la partecipazione di almeno due terzi degli alunni componenti le singole classi
coinvolte, tranne quando la programmazione contempli la partecipazione di studenti, appartenenti a
classi diverse, ad attività particolari (teatrali, cinematografiche, musicali, sportive, ecc.).
- l’eventuale quota di compartecipazione delle famiglie. Non può essere di rilevante entità, o da
determinare situazioni discriminatorie.
- l’opportunità di individuare gli accompagnatori tra i docenti appartenenti alle classi partecipanti al
viaggio e preferibilmente di materie attinenti alle sue finalità. L'incarico di accompagnatore costituisce
modalità particolare di prestazione di servizio per la quale spetta l'indennità di missione prevista dalle
disposizioni vigenti. Detto incarico comporta l'obbligo di un'attenta ed assidua vigilanza degli alunni,
con l'assunzione delle responsabilità di cui all'art. 2047 del Codice Civile, integrato dall'art. 61 della L.
312/80, che limita la responsabilità patrimoniale del personale ai soli casi di dolo e colpa grave.
- la presenza di almeno un accompagnatore ogni quindici alunni, fermo restando che può essere
deliberata l'eventuale elevazione di un'unità e fino ad un massimo di tre unità per classe.
- la designazione degli accompagnatori. Prima di procedere alle designazioni, il capo d’istituto,
nell'ambito delle indicazioni fornite dal consiglio di circolo o d'istituto e assicurando l’avvicendamento,
individua i docenti tenendo conto della loro effettiva disponibilità.
- la garanzia di copertura assicurativa contro gli infortuni di tutti i partecipanti. Per quanto concerne i
docenti dovrà essere stipulato un apposito contratto di assicurazione in loro favore il cui premio graverà
sul capitolo delle attività integrative e parascolastiche.
- le spese per la realizzazione delle attività. Dovranno essere imputate sugli appositi capitoli del bilancio,
opportunamente dotati, compreso il pagamento delle indennità di missione del personale.
- le sovvenzioni di Regioni, Enti locali o istituzioni diverse e alle quote eventualmente poste a carico dei
partecipanti. Devono essere sempre versate nel bilancio del circolo o dell'istituto.
- i pagamenti disposti a qualsiasi titolo per lo svolgimento delle iniziative in argomento. Devono avvenire
esclusivamente attraverso i normali documenti contabili. In quest'ambito è consentito l'accreditamento al
Preside o ad uno dei docenti accompagnatori di una somma in denaro per piccole spese impreviste, o da
regolarsi in contanti durante il viaggio. Il Preside o il docente renderanno conto di dette spese con la
documentazione del caso.
- la facoltà delle istituzioni scolastiche organizzare le iniziative in proprio. Anche se è consigliato (ma
non per gli scambi con l’estero, CM 358/96) di avvalersi di agenzie (con licenza di categoria A, A
illimitata e B).
- le condizioni di favore contenute nel contratto (ad es. posto gratuito). Devono essere destinate agli
alunni (riduzione della relativa quota di partecipazione, o meglio, messa a disposizione del posto a favore
dei più bisognosi) ovvero devono comportare un'economia nel bilancio dell'istituto, attraverso un
risparmio nella liquidazione del trattamento di missione.
- la scelta dell'agenzia di viaggio o della ditta di autotrasporti, per la quale deve essere osservata la
procedura di cui all'art. 34 del D.I. 28 maggio 1975, che prevede, tra l'altro, l'acquisizione agli atti del
prospetto comparativo di almeno tre ditte interpellate (da allegare alla deliberazione del consiglio di
circolo o d'istituto, unitamente alla dichiarazione dell’agenzia prevista dall’art. 9 comma 7).

Trattamento di missione (indennità e rimborsi).
L’indennità di missione è esplicitamente prevista dalle circolari ministeriali, ed è determinata ai sensi
della L. 836/73, del DPR 513/78, della CM 358/96 (scambi con l’estero) e del DM Tesoro 27/8/98 (diarie
estero), che sostanzialmente prevedono:
- per missioni inferiori alle 4 ore, nessuna indennità (art. 1 DPR 513/78);
- per missioni inferiori alle 24 ore, indennità pari ad 1/24 della diaria giornaliera per ogni ora (art. 3 L.
836/73);
- qualora si fruisca di alloggio o vitto gratuito, fornito dall'Amministrazione, (oppure quando il loro costo
è rimborsato) l'indennità di trasferta è ridotta, rispettivamente, di un terzo o della metà. Se si fruisce sia
dell’alloggio, che del vitto, l’indennità è ridotta a un terzo (art. 9 L. 836/73);
- rimborso delle spese del costo del biglietto per la classe di diritto, con una maggiorazione del 5% se il
viaggio è stato fatto in aereo, del 10% con altri mezzi (artt. 12 e 14 L.836/73);
- per quanto riguarda gli scambi con l’estero l'accompagnatore ha diritto alla corresponsione per intero
dell'indennità di missione, se ricambia l’ospitalità ricevuta (CM 358/96).

				
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