La Libert� n� 23 del 17 giugno �06

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La Libert� n� 23 del 17 giugno �06 Powered By Docstoc
					La Libertà n° 23 del 17 giugno ‘06


   1. EDITORIALE - RICERCA CON USO DI EMBRIONI: IL GOVERNO NON
      STOPPA MUSSI

   2. SASSUOLO: COME ESSERE A LOURDES - DOMENICA 11 GIUGNO
      GIORNATA DIOCESANA DEL MALATO E 50° DELL’UNITALSI DI
      SASSUOLO - DON ERIO BERTOLOTTI NOMINATO "CAPPELLANO DELLA
      GROTTA" DAL VESCOVO DI LOURDES

   3. CAUSA DI BEATIFICAZIONE - SABATO 24 GIUGNO, IN S. AGOSTINO A
      MODENA, SOLENNE CHIUSURA DEL PROCESSO DIOCESANO - SUL
      MARTIRIO DI ROLANDO RIVI ORA LA PAROLA PASSA A ROMA - SARÀ
      PRESENTE IL VESCOVO CAPRIOLI. DOSSIER DI 2.000 PAGINE,
      ASCOLTATI 30 TESTIMONI

   4. SPECIALE ESTATE RAGAZZI - CAMPI ESTIVI NELLE PARROCCHIE DELLA
      DIOCESI (1) - GIOVANI FORZE A SERVIZIO DEI PIÙ PICCOLI - LA RISORSA
      DEL VOLONTARIATO GRATUITO. ANCHE MAMME E PAPÀ DONANO DEL
      LORO TEMPO

   5. VIAGGIO MISSIONARIO - DAL 5 ALL'8 GIUGNO IL VESCOVO HA
      VISITATO I VOLONTARI RTM E LA CHIESA LOCALE - IN KOSOVO COL
      VANGELO DELLA PACE - IL DIFFICILE EQUILIBRIO FRA IMPEGNO
      SOCIALE E PASTORALE

   6. NOVITÀ TRA I MEDIA - PRIMA UN SITO, POI UN PERIODICO STAMPATO,
      COMPOSTI SOLO DA FATTI POSITIVI - BUONE NOTIZIE, ALTRO DAI
      SOLITI GIORNALI - "GRAZIE AI LETTORI FACCIAMO INFORMAZIONE
      ALTERNATIVA"

   7. L’INTERVENTO - CENTRO STORICO DI REGGIO: ASCOLTIAMO LE
      FAMIGLIE

   8. NON DIMENTICARE DON PESSINA - UN PROFILO SPIRITUALE E UNA
      RICOSTRUZIONE POLITICA A 60 ANNI DAL DELITTO
                                        EDITORIALE
     RICERCA CON USO DI EMBRIONI: IL GOVERNO NON
                    STOPPA MUSSI
 La scorsa settimana il ministro Mussi ha ritirato l¹adesione dell¹Italia alla Dichiarazione Etica del
Parlamento Europeo sulla sperimentazione sugli embrioni umani. Tale adesione era avvenuta sulla
scorta dell¹esito plebiscitario del referendum sulla legge 40 del 12 e 13 giugno 2005. La
dichiarazione si basa su due punti fondamentali. Il primo, che la decisione di incoraggiare e
finanziare sperimentazioni che richiedano la distruzione di embrioni umani dovesse essere lasciata
ai singoli Stati; il secondo, che il programma quadro europeo non tenesse sufficientemente conto
"del potenziale terapeutico delle cellule staminali umane adulte", e che a livello comunitario tale
ricerca dovesse essere rafforzata.
La Dichiarazione, quindi, lungi dal proibire la ricerca sugli embrioni alle altre nazioni, come è stato
detto, affermava un principio democratico che è difficile non condividere, e cioè che sui temi etici
la cautela e il rispetto dell'autonomia nazionale sono imprescindibili, anche perché le leggi sono
diverse da Paese a Paese.
La nostra adesione aveva anche lo scopo di riequilibrare il flusso dei finanziamenti, spostandoli
verso la ricerca sulle staminali adulte (importante in Italia), che ha già prodotto notevoli risultati.
Mentre la ricerca sulle cellule provenienti da embrioni non ha portato finora a nulla, nonostante
l'enorme quantità di denaro pubblico e privato che è riuscita a convogliare su di sé.
Ovviamente la decisione ha scatenato numerose polemiche e prese di posizione. Martedì 13 giugno
al Senato la Casa delle Libertà ha presentato due mozioni per chiedere al governo di sconfessare
Mussi e ripristinare l'adesione italiana alla dichiarazione etica, adesione con cui si vietano i
finanziamenti europei alle ricerche sulle cellule staminali embrionali. La richiesta è stata respinta a
maggioranza (159 contro 150 voti); in questo modo l¹argomento, almeno per il parlamento italiano,
sarebbe archiviato.
Sulla scelta di Mussi il governo non torna indietro, come emerge da quanto indicato dalla neo
commissione interministeriale di bioetica composta da Giuliano Amato, Beppe Fioroni, Fabio
Mussi, Livia Turco, Rosy Bindi, Alfonso Pecoraro Scanio, Emma Bonino e Clemente Mastella.
è stato stabilito che la scelta di Mussi non è di natura etica, ma tecnica. D¹altronde si dichiara che
"la legge 40 non si tocca" (come se rispettare una legge dello Stato confermata da un netto
pronunciamento popolare fosse argomento di scambio, una gentile concessione e non un impegno
politico non negoziabile) e che il governo chiederà che i fondi europei per le ricerca sulle staminali
siano indirizzati soprattutto a quella sulle staminali adulte, cioè quella praticata in Italia.
La decisione di Mussi permetterà, quindi, di finanziare soprattutto i centri di ricerca inglesi, mentre
quelli italiani, che sono all'avanguardia nella ricerca sulle staminali adulte, saranno penalizzati.
Così vengono elusi del tutto gli interrogativi etici di una ricerca che comporta la distruzione della
vita umana nel suo sorgere.


                                                           Nunzia D¹Abbiero
                                         Presidente Associazione Scienza e Vita di Reggio Emilia
                             DOMENICA 11 GIUGNO
         GIORNATA DIOCESANA DEL MALATO E 50° DELL’UNITALSI DI SASSUOLO

                  SASSUOLO: COME ESSERE A LOURDES
                            DON ERIO BERTOLOTTI
          NOMINATO "CAPPELLANO DELLA GROTTA" DAL VESCOVO DI LOURDES


Domenica 11 giugno, festa della Santissima Trinità, sorgente e primo motore del nostro essere in
comunione: sarebbe bastato questo a farne una domenica speciale!

Malati e Unitalsi: due feste in una

Invece, a Sassuolo, nel pomeriggio, due importanti ricorrenze in una stessa Eucaristia - la Giornata
Diocesana del Malato e il 50° di fondazione dell’Unitalsi – hanno dato ulteriore rilievo alla festa.
Gli ammalati e l’Unitalsi: binomio più azzeccato non poteva darsi.

Si inizia con la recita del Rosario e siamo al trinomio per antonomasia: gli ammalati, l’Unitalsi e la
Madonna. Adesso manca solo don Ugolini, visto che siamo a Sassuolo. A farne memoria ci pensa,
nel saluto al Vescovo e all’assemblea, il parroco di casa don Romano Baisi, che in un commosso
ricordo accomuna don Alfonso a mons. Pellati e a don “Ercolone” Magnani, i due parroci che, come
del resto lui stesso, hanno sempre fornito l’humus su cui potessero fiorire realtà ecclesiali quali
l’Unitalsi ed altre animate da don Alfonso Ugolini, che nel campo della carità una ne faceva e cento
ne pensava.

“Siete voi il cuore di questa celebrazione!”, ha detto don Romano rivolgendosi agli ammalati. E in
effetti San Giorgio sembrava una piccola Lourdes: sulle carrozzelle allineate davanti al presbiterio, i
volti degli ammalati, carichi della loro sofferenza, erano trasfigurati dalla gioia!

Accanto all’altare si sistemavano gli stendardi Unitalsi; in testa quello della Sezione Emiliana.
Tante dame biancovestite, tanti barellieri, tanti volontari, tanti ospiti delle Case di Carità e operatori
sanitari. Presente il Presidente regionale dell’Unitalsi Frizzoni.

All’Eucaristia, presieduta dal Vescovo mons. Caprioli, concelebravano mons. Guiscardo Mercati,
assistente spirituale regionale Unitalsi, e don Erio Bertolotti, assistente dell’Unitalsi sassolese.
Vedevo, nell’assemblea, sacerdoti, diaconi, fedeli di tutte le parrocchie di Sassuolo e dintorni; ma
anche di Pieve Modolena, di Reggio, Scandiano, Villalunga, Cadiroggio… peccato non citarle tutte!
Da Castelnovo Monti don Giordano Goccini s’era portato anche un buon gruppo di giovani, per
promuovere il prossimo pellegrinaggio a Lourdes tra il popolo giovane della sua zona.

L'unzione degli infermi... "con le mani di Gesù"

Dopo l’omelia e la professione di fede, il suggestivo canto delle Litanie dei Santi ha introdotto la
liturgia dell’Unzione degli Infermi: guidata dal Coro di San Giorgio, l’assemblea partecipava in una
francescana “perfetta letizia”. Il Vescovo, aiutato dai presbiteri, passava tra i malati ad imporre le
mani e ad amministrare la Santa Unzione, ripetendo il gesto delle mani di Cristo.

“Come erano le mani di Gesù?”, si era chiesto all’omelia. “Erano mani premurose, delicate, aperte
nel gesto del donare, benedicenti… Chi non vorrebbe – se mai fosse possibile – essere toccato da
quelle mani, per guarire da tutte le infermità che ciascuno patisce dentro di sé?”.
“È quello che vedrete tra poco”, aveva poi aggiunto, “quando il Vescovo, aiutato dai presbiteri,
passerà in mezzo ai malati. Dietro alla povertà dei gesti compiuti dalla Chiesa – che cosa c’è di più
semplice di una piccola unzione sulle mani del malato? – bisogna intravedere, con l’immaginazione
della fede, il ripetersi di quei gesti umanissimi che le mani di Gesù hanno compiuto sul corpo di
tanti fratelli”.

Quanto poi alla pastorale ordinaria, “la Giornata del malato, pur nella sua caratteristica”, aveva
ancora osservato il Vescovo, “non è diversa da quella degli altri 364 giorni dell’anno. Per questo la
Nota pastorale dei Vescovi italiani (CEI, Predicate il Vangelo e curate il malato. La comunità
cristiana e la pastorale della salute, 4 giugno 2006) afferma: Ogni comunità parrocchiale deve
aprirsi all’accoglienza, impegnandosi a far sì che il sofferente non sia solo nella prova: gli è vicino
Cristo che perdona, santifica e salva, unitamente alla Chiesa che, con i gesti della presenza,
partecipa alla situazione di debolezza del fratello malato e prega con lui. Piace”, aveva poi
concluso, “questa collocazione della cura del malato nella pastorale ordinaria e dunque nella
comunità parrocchiale. È la sfida che ci attende anche nel modo di educare le nostre comunità verso
il mondo della sofferenza, promuovendo, in particolare presso i ragazzi e i giovani, esperienze di
servizio al Vangelo della carità, di cui il progetto stesso di iniziazione alla vita cristiana ha
bisogno”.

Un Monsignore della B.V. di Lourdes

Prima dei riti conclusivi, una festa nella festa: mons. Mercati, con grande sorpresa dell’interessato e
di tutti (fuorché del Vescovo), ha comunicato che, su proposta dell’Unitalsi, don Erio Bertolotti è
stato nominato, dal Vescovo di Lourdes, Cappellano della Grotta. Riconoscimento tanto inatteso
quanto doveroso! Il Vescovo ha benedetto e imposto al collo di don Erio l’azzurro cordone con
l’immagine della Immacolata. “Caro don Erio”, ha scherzato mons. Caprioli, “ora sei un
Monsignore, nominato non dal Papa, ma dalla Madonna”. “La Madonna nel Mistero della sua
Visitazione”, ha aggiunto seriamente, “cioè fuori casa, vicino a chi ne ha bisogno”. Appunto. Don
Erio, da anni, non fa altro che visitare e accudire spiritualmente gli ammalati… In cielo, in terra e in
ogni luogo, potremmo dire.

La sua leggendaria riservatezza è stata messa a dura prova, dopo la Messa, quando è stato
presentato il suo ultimo libro, Una grotta per il mondo (v. La Libertà del 13 maggio 2006, pag. 4).
Naturalmente non sono mancati apprezzamenti ed applausi cui non è proprio riuscito a sottrarsi. I
proventi della vendita serviranno per accompagnare gratis ammalati a Lourdes… Cosa ci si può
aspettare, di diverso, da un assistente Unitalsi innamorato di Maria e della Grotta?

                                                                            Pellegrina Pinelli
                                 CAUSA DI BEATIFICAZIONE
                        SABATO 24 GIUGNO, IN S. AGOSTINO A MODENA,
                         SOLENNE CHIUSURA DEL PROCESSO DIOCESANO

                       SUL MARTIRIO DI ROLANDO RIVI
                        ORA LA PAROLA PASSA A ROMA
    SARÀ PRESENTE IL VESCOVO CAPRIOLI. DOSSIER DI 2.000 PAGINE, ASCOLTATI 30
                                               TESTIMONI

Si concluderà sabato 24 giugno, alle 11, nella chiesa di Sant'Agostino a Modena, il processo
diocesano per la beatificazione e il riconoscimento del martirio del seminarista Rolando Rivi.

Oltre all'Arcivescovo di Modena, mons. Benito Cocchi, che presiederà la cerimonia, saranno
presenti il Vescovo di Reggio E. - Guastalla, mons. Adriano Caprioli, e il Vescovo di San Marino
Montefeltro, mons. Luigi Negri, profondo conoscitore ed estimatore della figura di Rolando, da lui
definito "piccolo ma gigantesco frutto della fede del popolo emiliano". Benché il seminarista fosse
della parrocchia di San Valentino di Castellarano, diocesi di Reggio, e frequentasse il Seminario di
Marola (R.E.), il processo è stato necessariamente condotto dalla diocesi di Modena dal momento
che Rolando subì il martirio in territorio modenese, alle Piane di Monchio di Palagano.

Era durato due anni il lavoro del Comitato Amici di Rolando Rivi per giungere a questo importante
passo. Dopo l'unanime consenso espresso un anno fa dai Vescovi dell'Emilia Romagna riuniti
nell’ex seminario di Marola per i loro esercizi spirituali, la causa fu avviata lo scorso 7 gennaio,
giorno della nascita di Rolando Rivi (7 gennaio 1931), e si chiuderà il 24 giugno, giorno della sua
cresima (24 giugno 1941). Non sono coincidenze cercate, ma avvenute apparentemente in modo
casuale, dal momento che le date sono state fissate in base all'agenda di mons. Cocchi e che solo in
seguito s’è scoperto il loro riferimento alla vita del Servo di Dio.

Sono circa 2.000 le pagine del dossier che verrà sigillato sabato 24 per essere inviato a Roma, alla
Congregazione dei Santi. Contiene tutti i documenti storici sul Servo di Dio, gli atti dei convegni e
di altri scritti a lui dedicati, la rassegna stampa, l'analisi del periodo storico, i documenti relativi alla
fama di santità e a grazie ricevute per sua intercessione, oltre, naturalmente, al resoconto
stenografico delle deposizioni rilasciate dai circa 30 tra testimoni e periti storici interrogati dal
Tribunale diocesano.

Tra i testimoni c'è stato anche un membro del gruppo di partigiani che uccise Rolando. Allora
17enne, non era d'accordo sul fatto che Rolando dovesse essere ucciso. Per questo abbandonò poi la
formazione partigiana rientrando nella sua famiglia. Naturalmente, tutto quanto è stato da lui
dichiarato al Tribunale è coperto da segreto.

Dalla Curia di Reggio, infine, sono stati consegnati al Tribunale documenti importanti, tra cui
alcuni scritti autografi del papà di Rolando, Roberto, che ricorda quanto gli confidò un altro
membro del gruppo di partigiani che assistette al martirio: cioè che Rolando fu ucciso mentre
pregava in ginocchio, di fianco alla fossa scavata per lui.

La figura di Rolando è quella di un ragazzo di soli 14 anni che ha saputo coerentemente rendere
testimonianza della propria fede cristiana in uno dei momenti più drammatici della vita del nostro
Paese, pagando questa scelta con la vita. Fu ucciso il 13 aprile 1945, a pochi giorni dalla
Liberazione, nel clima di odio ideologico contro i sacerdoti diffuso in Italia alla fine della seconda
guerra mondiale.

Tra i 130 sacerdoti e seminaristi uccisi in quel periodo, Rolando è il primo per cui, a sessant’anni
dalla morte, si avvia a conclusione il processo diocesano per la beatificazione e la dichiarazione di
martirio.
                                   SPECIALE ESTATE RAGAZZI
                    CAMPI ESTIVI NELLE PARROCCHIE DELLA DIOCESI (1)

           GIOVANI FORZE A SERVIZIO DEI PIÙ PICCOLI
LA RISORSA DEL VOLONTARIATO GRATUITO. ANCHE MAMME E PAPÀ DONANO DEL LORO
                                                TEMPO


Maggio. Per capire che ci si avvicina alla fine delle scuole basta guardare un attimo in viso i
ragazzi: una prontezza di ragionamento che non è più quella delle prime settimane di settembre, un
vago senso di annebbiamento e pesantezza, tanta voglia di 'staccare'... Nelle parrocchie, quei giorni
conclusivi non di rado s'accompagnano a momenti d'incontro collettivi che assumono il significato
di uno spartiacque, perché segnano il passaggio dai doveri dello studio ai piaceri delle vacanze.
Ecco, allora, la conclusione dell'anno catechistico, la festa di chiusura delle attività pomeridiane del
weekend, l'"arrivederci" delle scuole d'infanzia.

Tutto finito? In soffitta (col condizionatore) iniziative e progetti? Nient’affatto. Già dalla metà di
aprile, se non prima, parroci, incaricati della pastorale giovanile e giovani animatori avevano
cominciato a muoversi in vista del Grest (o Cres - a seconda delle zone); o almeno a farci un
pensierino. Giugno e luglio, infatti, sono più vicini che mai. E allora, via con riunioni preparatorie,
laboratori, incontri formativi...

Diamo, di seguito, una prima, parziale ricognizione di alcune di queste esperienze.

Giovani animatori si formano (formando)

In realtà, non è una macchina di produzione, quella che si accende. Il più delle volte, il motore di
tutto è un generoso volontariato che porta giovani studenti a rinunciare ad uno stipendio estivo per
buttarsi in un'avventura che, nello slancio gratuito di una disponibilità, alla fine risulterà formativa
per loro forse più di quanto lo è stato per "i più piccoli" che hanno seguito. Ogni campo ha a propria
disposizione piccoli o grandi 'eserciti' di adolescenti e giovani - l'età va dalla 3a media alla 4a
superiore (i primi sono detti "aiuto-educatori", gli altri si sono conquistati a tutti gli effetti, dando
prova di responsabilità e affidabilità, il titolo di "educatori") - che sono la vera e propria nervatura
di tutto il progetto.

E la spina dorsale? Il coordinamento? Le figure adulte - di esperienza e con tanta disponibilità -
sono fondamentali per tenere assieme, in serenità, il gruppo dei ragazzi e destinarli ai rispettivi
servizi.

Marco Pelli è fra i responsabili Grest negli oratori di Gualtieri e Pieve Saliceto. "C'è chi, pur
lavorando, si prende giorni di vacanza per stare coi ragazzi; abbiamo, per esempio, una mamma e
un giovane lavoratore che fanno questi piccoli sacrifici, che però sono davvero importanti". Quella
del volontariato, grazie a Dio (dobbiamo proprio dirlo), è una felice realtà in tanti campi estivi. "Per
noi la cosa essenziale - continua Marco - è investire sulla formazione degli educatori, sulle loro
motivazioni al servizio. Ecco, allora, che un pomeriggio alla settimana il Grest è chiuso e tutto lo
'staff' si ritrova per un pranzo insieme; è un momento di verifica, ma anche di condivisione. C'è un
doppio scopo: facendo vivere esperienze formative agli ospiti più piccoli, anche gli educatori si
formano". E magari qui s’innesca "la logica positiva della restituzione", spiega - da Novellara - don
Alessandro Ravazzini: "Nei momenti di preparazione al campo ho sentito più volte, dalla bocca di
diversi giovani, un'affermazione che arrivava direttamente dal loro cuore: «Quand'ero più piccolo
ho potuto vivere una bella esperienza grazie a persone che dedicavano a me il loro tempo; così, ora
che posso, voglio ricambiare, facendo lo stesso con altri». Piccoli grandi esempi edificanti di
servizio disinteressato".

Narnia e altre storie

A Novellara la storia scelta quest’anno è quella di Pinocchio. "Non siamo burattini guidati da fili -
continua don Alessandro - perciò, se possiamo scegliere in libertà, dobbiamo imparare a farlo con
responsabilità. E ascoltando la coscienza".

Sono le storie a dare una direttrice ed un senso a tutte le giornate. "Noi abbiamo scelto Le Cronache
di Narnia", racconta don Matteo Bondavalli, da Scandiano. Anche a Campagnola e Rio Saliceto è il
saggio leone Aslan ad orientare incontri e laboratori. "Tutte le attività sono attraversate da questa
tematica, dalla preghiera mattutina ai giochi", spiega don Romano Vescovi, parroco a Rio. "Narnia
non è una fiaba, anzi. Richiama i ragazzi, in modo affascinante, alla presenza nel mondo del
Mistero di Dio, la cui ricerca è nel cuore di ogni uomo fin da piccolo".

Protagonisti per un mese

"L'obiettivo - afferma un'animatrice del Grest di Poviglio - è offrire ai ragazzi di tutte le età un
luogo in cui sia loro possibile vivere l'amicizia". "Per un mese - le fa eco il diacono Paolo Prati,
responsabile del Cres di S. Rocco e S. Giacomo di Guastalla - bambini e ragazzi devono poter
essere i protagonisti: sentirsi accolti, trascorrere giornate comunitarie serene, che rappresentino per
loro una crescita umana e spirituale. Il Grande volo è il tema di quest'anno: cinque personaggi,
molto diversi fra loro, accettano di unirsi per condividere un'impresa ardua (che è anche
un'affascinante avventura) e portare così a termine una missione alla quale sono stati chiamati per
nome, uno ad uno".

I temi sono i più vari e non mancano quelli specificamente biblici. A S. Girolamo, Brugneto e
Villarotta, i ragazzi sono In viaggio con S. Paolo; "sulla scia delle lettere perdute", spiega Sr. Pia,
delle Missionarie del Verbo Incarnato. A Reggiolo, invece, il Cres è un MegaPlay: "per ricordare -
spiega don Giuseppe Iotti - che siamo tutti 'in gioco' sulla stessa, grande barca, quella della Chiesa-
comunità".

                                                                            Matteo Gelmini
                                       VIAGGIO MISSIONARIO
DAL 5 ALL'8 GIUGNO IL VESCOVO HA VISITATO I VOLONTARI RTM E LA CHIESA LOCALE

                IN KOSOVO COL VANGELO DELLA PACE
               IL DIFFICILE EQUILIBRIO FRA IMPEGNO SOCIALE E PASTORALE


Può bastare un breve passaggio in Kosovo, una delle realtà più complesse, per capirci qualcosa? O
per poter dire cose significative sul tanto atteso viaggio missionario (5-8 giugno) del Vescovo e dei
suoi accompagnatori?

La Chiesa kosovara e la via della riconciliazione

Il primo giorno dopo l'arrivo, martedì 6 giugno, è stato dedicato agli incontri ecclesiali. In una
regione vasta quanto l’Abruzzo c'è una sola Chiesa locale (i cattolici, una minoranza, sono 65.000
in poco più di 20 parrocchie), non ancora diocesi ma, dal 2000, amministrazione apostolica di
Prizren (Pristina). L’incontro col Vescovo Zef è stato all’interno di uno degli appuntamenti più
popolari: la Messa nell’ultimo dei 13 martedì cosiddetti “di sant’Antonio”, che precedono la festa
del 13 giugno, dedicata al santo più venerato in Kosovo. Immagini del Santo di Padova si trovano in
ogni chiesa, ora insieme alla foto di Madre Teresa, nativa di quell’area.

La Messa è stata all’aperto perché il Santuario di Jacoviza, la più importante parrocchia del Kosovo,
era piccolo per contenere una vera folla di fedeli di ogni età. Tutti cantano, tantissimi si accostano
alla Comunione. Viene in mente il viaggio missionario in Brasile, 6 anni fa, con la moltitudine in
processione a Ruy Barbosa, accompagnando l’immagine anche allora di Sant’Antonio patrono.
Davvero una devozione universale attira questo Santo, come ha detto il Vescovo Adriano nel saluto.

Molto cordiale, dopo la Messa, l’incontro con mons. Gashi che, prendendo visione dei progetti
attuali e futuri di RTM, non credeva alle sue orecchie: la giovane Caterina di Luzzara, responsabile
di un progetto di integrazione nel villaggio Videja, parlava di sostegno al rientro pacifico di alcune
famiglie serbe, accanto alle case dei kosovari, senza bisogno di creare – come quasi sempre avviene
- delle enclave (o ghetti) i cui confini sarebbero tracciati con del filo spinato e protetti dai militari!

Anche i militari italiani all'incontro col Vescovo

Nel pomeriggio, dopo la visita al Sindaco della municipalità di Klina, dove c’è la casa dei nostri
volontari, un'altra celebrazione dei “martedì di sant’Antonio”, nella parrocchia principale di questa
località. Assente il parroco, trattenuto in Germania per visite agli immigrati del suo Paese, tocca al
giovanissimo ed emozionatissimo viceparroco Don Jeton, che ha studiato teologia nel Seminario di
Cremona, accogliere il Vescovo. Con lui è tutto un movimento: il coro dei giovani con la guida
della Suora (le Suore sono in ogni parrocchia a servizio della pastorale); i ragazzi più grandi sfidano
un certo imbarazzo e indossano il camice per servire all’altare. La chiesa (quasi una cattedrale) era
piena non perché c’era il Vescovo, ma è così tutti martedì, ci assicurano i volontari. Intanto un
gruppo di giovani, guidati dal nostro volontario Lorenzo di Mestre, hanno iniziato il corso di
chitarra con i 12 strumenti fatti arrivare da Novellara da don Alessandro Ravazzini, in bella sintonia
fraterna con don Jeton.
Ma una sorpresa ha reso ancora più bella la festa: i militari italiani, sentito dell’arrivo del Vescovo
di Reggio Emilia, sono arrivati alla Messa con una loro delegazione guidata dal Generale Santo (!),
neocomandante del contingente italiano (quasi 2.500 soldati), e dai tre cappellani. I nostri militari,
amati dalla popolazione, sono davvero in servizio per la pace. E il Generale in quell’occasione ha
voluto conoscere personalmente i parroci del Decanato per sviluppare collaborazione e per dare
aiuto, se del caso. Come stanno facendo per risanare i muri dei locali costruiti sotto l’imponente
chiesa di Klina.

Infine, l’incontro coi giovani, preceduto da una presentazione delle loro attività in “Power-point” al
computer!

I volontari RTM: impegno sociale e pastorale

Mercoledì 7 giugno è stato interamente dedicato ai volontari e ai progetti di RTM, che in Kosovo si
muove d’intesa con la Caritas dell’Emilia Romagna (capofila la Diocesi di Carpi).

Cominciamo dal punto più luminoso: in un Paese dove l’ordinamento scolastico non prevede scuole
d’infanzia, ma solo un anno prescolare, i nostri volontari, con due collaboratrici locali e una cuoca,
hanno attivato un asilo a cui vanno liberamente bambini kosovari, serbi e perfino rom! Un
investimento a lungo termine per un futuro di concordia.

Ci trasferiamo poi a Gllogian, dove il progetto RTM per la raccolta latte è già una realtà
consolidata. Ci fermiamo in parrocchia per il pranzo: l’accoglienza qui, come in tutte le case, è…
“papale”, perché l’ospite è sacro. Così come non c’è mai fretta nei rapporti: una vera sfida per noi
occidentali sempre di corsa!

Pomeriggio e sera sono stati come un ritiro spirituale coi volontari. Sono emersi i classici problemi
di ogni missione: la permanenza troppo breve (anche quando è di un anno) per imparare un’altra
lingua (albanese); il rischio che i progetti, con i loro ritmi dettati dall’Italia, condizionino la vita
comunitaria; il fatto che i cristiani del luogo, visto che i nostri volontari non sono dei cooperanti né
dei tecnici, ma giovani inviati in missione dalla Chiesa di Reggio Emilia, si attenderebbero un
impegno maggiore sul versante pastorale e parrocchiale...

La Chiesa ortodossa: una lezione di spiritualità

Mercoledì 8 giugno c’è stato l’incontro col mondo ortodosso, in particolare con la visita suggestiva
nella chiesa di Dejan e nel monastero di Peië/Pec, culla della Chiesa ortodossa serba, tuttora sede
(religiosa) del patriarcato serbo (la sede amministrativa è a Belgrado). Guidati da donna Dobrilla (il
monastero di Pec è abitato da monache), abbiamo vissuto una mattinata di intensa spiritualità. è lei a
ricordarci che per gli ortodossi è quasi un’eresia pensare che un’attività, anche la più alta, come
quella missionaria, possa essere intrapresa senza prima immergersi con la contemplazione e la
liturgia nel mistero di Dio Trinità!

Un paese da aiutare nell'impegno per la pace

Vorrei chiudere con un ringraziamento e una riflessione. Il grazie va ai nostri volontari, Elena di
Mestre (la veterana e coordinatrice), Benedetta di Limidi di Soliera (l’ultima arrivata piena di
entusiasmo), Caterina e Lorenzo: la loro disponibilità e amicizia sono state una bella testimonianza ,
che fa bene anche a un prete e a un Vescovo.

La riflessione riguarda il nostro atteggiamento qui in Italia. Ammetto che solo in occasione di
questo viaggio mi sono seriamente interessato delle drammatiche vicende del Kosovo. I nostri
media non ci aiutano certo a informarci. Dopo l’emergenza della guerra, chi ancora si interessa oggi
di quel Paese? Solo ora ho scoperto che due nostri accompagnatori, Silvia Riva e Mirko Baccarani,
ex volontari in Kosovo, assieme ad altri redigono quasi mensilmente da quattro anni (!) una
rassegna stampa sulla situazione dei Balcani. La si può scaricare direttamente dal nostro sito
internet diocesano. Quale altra Chiesa in Italia ha un servizio così prezioso di formazione alla
mondialità e alla pace?

Proprio su questo dobbiamo fare un esame di coscienza. La situazione del Kosovo (vi “girano”
tuttora 17.000 soldati ONU!) ci sollecita a chiederci: quando ci convertiremo al Vangelo della pace,
senza paura d’essere scambiati per pacifisti? La nostra difesa della famiglia e della vita (del tutto
prioritaria) può essere autentica senza un pari impegno per la giustizia e la pace qui da noi e tra i
popoli?

                                                                           don Daniele Casini
                               NOVITÀ TRA I MEDIA
   PRIMA UN SITO, POI UN PERIODICO STAMPATO, COMPOSTI SOLO DA FATTI POSITIVI

          BUONE NOTIZIE, ALTRO DAI SOLITI GIORNALI
              "GRAZIE AI LETTORI FACCIAMO INFORMAZIONE ALTERNATIVA"


Da un anno, nel panorama mediatico nazionale, è spuntato un giornale che fa informazione
alternativa, con un nome che è già un programma: "Buone Notizie.it - l'altra attualità". Un
bimestrale lanciato con una tiratura iniziale di 30.000 copie e distribuito in questi mesi in strutture
pubbliche, biblioteche, scuole, fiere di settore e aziende impegnate nel sociale, in attesa - forse -
dell'approdo in edicola. Viene edito dall'Associazione culturale nonprofit "Buone Notizie" e per
farsi un'idea delle sezioni del giornale, così come dei contenuti, basta visitare il sito
www.buonenotizie.it o telefonare nella sede associativa di Brembate Sopra (BG) allo 035.4158818.

L'iniziativa ci ha incuriosito per il suo intento: valorizzare i risvolti migliori di quanto accade in
Italia e nel mondo, portando elementi costruttivi e propositivi in un sistema - quello dei mass media
- troppo spesso orientato da interessi politici, vacuità in rosa e fattacci in nero.

In questo la mission è assai vicina a quella di un settimanale cattolico come il nostro: la ricerca di
buone notizie ci accomuna; di diverso, semmai, in queste pagine vuol esserci anche una lettura
dell'attualità, perfino la più oscura, alla luce di un'antica e sempre nuova Buona Notizia che ci
precede. Ma bando ai paragoni. Per saperne di più su questo ardito progetto, quasi pedagogico nelle
proprie finalità, scambiamo quattro chiacchiere con Silvio Malvolti, il giovane direttore editoriale,
nonché fondatore dell'Associazione "Buone Notizie".

Come le è venuta l'idea?

Molto semplice. L'idea è nata nel 2001, quando leggevo i quotidiani abbastanza spesso. Un giorno
come tanti ne stavo sfogliando uno e, tra indignazione e sconforto, mi sono detto: "Com'è possibile
che non si parli mai di un fatto positivo?". Allora decisi di creare un sito web nel tempo libero:
www.buonenotizie.it. Quattro anni dopo è nato anche il giornale omonimo.

Che rapporto avete con l'informazione ecclesiale?

Le buone notizie hanno un pregio - o un difetto, a seconda del punto di vista: non possono essere di
parte, altrimenti diventano buone per alcuni e cattive per altri. Per cui nella nostra linea editoriale ci
sono tre argomenti tabù: politica, religione e sport.

Che giudizio ha del panorama dell'informazione nazionale?

È troppo standardizzata. Qualsiasi quotidiano si legga, qualsiasi telegiornale si ascolti, se ci si fa
caso, raccontano tutti le stesse cose. L'informazione proviene sempre dalle solite fonti, le agenzie di
stampa, e il giornalismo vero, quello sul campo, è sempre più raro. Oggi è più facile usare il
computer. Inoltre, si dà troppo spazio alle notizie in grado di aumentare le vendite o gli ascolti,
quelle che fanno più scalpore, ovvero la cronaca nera e gli scandali. Come si dice... "Fa più rumore
un albero che cade, che una foresta che cresce".

Carta stampata e Internet funzionano bene anche insieme, in base alla sua esperienza?
Sono due mezzi di comunicazione diversi e complementari. Internet è gratuito ma si deve poter
leggere velocemente. In pochi hanno tempo e voglia di consumarsi gli occhi sullo schermo. La carta
invece si presta meglio ad approfondimenti e inchieste più dettagliate: un giornale lo si può leggere
anche in treno o in una sala d'attesa, o più comodamente in poltrona.

Quali notizie preferite dare?

Quelle che generano sentimenti positivi, come fiducia nel futuro, senso di giustizia, di sollievo, di
benessere. O, ancora, notizie in grado di informare in maniera utile e propositiva, o che hanno un
particolare valore civico. Sempre e comunque notizie vere.

Come siete organizzati? A quali fonti giornalistiche attingete?

Ci avvaliamo dei nostri stessi lettori: sono loro che ci suggeriscono molte buone notizie. Basta
iscriversi alla nostra Associazione: si riceve il giornale a casa per un anno e si entra a far parte di un
comitato editoriale, fatto di persone, non di aziende con secondi fini. Sono loro che decidono quali
sono le buone notizie. Poi, una redazione di aspiranti giornalisti seleziona e approfondisce gli
argomenti migliori, pubblicandoli sul sito o sul giornale a seconda di determinate caratteristiche.
Così apriamo una porta nel mondo del lavoro anche per loro, che dopo due anni di collaborazione
retribuita possono iscriversi all'albo.

Se è vero che i precedenti italiani di testate "specializzate" in good news non sono dei più
incoraggianti (a volte è già tanto se i quotidiani riescono a far sopravvivere una rubrichetta dedicata
alla bella notizia del giorno), è altrettanto vero che la sensibilità dell'opinione pubblica su temi
come l'ambiente, la tutela della salute o le opportunità del mondo del lavoro sta evolvendo in
"positivo", cioè verso l'esigenza di un'informazione più completa, non ansiogena e meno pessimista
di quella solitamente reperibile. In bocca al lupo a "Buone Notizie", allora, se riuscirà a diventare
un antidoto all'insostenibile pesantezza del leggere.

                                                                              Edoardo Tincani
                                            L’INTERVENTO

CENTRO STORICO DI REGGIO: ASCOLTIAMO LE FAMIGLIE
Ogni questione sociale, anche la più "locale" e logorata da infinite discussioni (come quella del
nostro Centro storico), richiama aspetti etici, ossia una visione di persona, di società, di convivenza
civile, ecc.

Che gli attori protagonisti del dibattito su orari, viabilità, vivibilità, sicurezza ecc. dell'esagono
reggiano siano soltanto politici, esercenti - commercianti e, qualche volta, comitati, implicitamente
afferma una certa concezione dei problemi; in questo caso traduce la questione in termini
prevalentemente economici e istituzionali.

In altre parole, "ri-vivacizzare" il centro continua a significare far vendere di più ai negozi, le "notti
bianche", mettere qualche poliziotto in più. È come se, in una famiglia, bastasse garantire entrate
finanziarie e trascorrere qualche fine settimana in più a fare scampagnate, tutti insieme. Non poco,
ma non è tutto. La vita, per "ri-vivacizzare", sta anche in altro. Soprattutto in relazioni, fiducia,
condivisione di spazi, di fini, di responsabilità. Come ha ricordato mons. Vescovo nell'omelia
pronunciata in occasione della celebrazione per il restauro della chiesa di S. Nicolò, il 14 maggio
scorso.

Sotto questo profilo, oltre ad ascoltare le legittime esigenze degli esercenti e gli sfoghi dei
componenti i comitati, l'amministrazione pubblica sarebbe tenuta, sulla base della legge nazionale
sui congedi parentali (53/2000) ad ascoltare (Capo 1, art. 1, § 1 e 24) anche le associazioni
familiari. Da tempo il provinciale Forum delle famiglie chiede che sia costituita la Consulta delle
associazioni familiari. Non si tratta di aumentare il numero dei cosiddetti "tavoli" o di moltiplicare
le contrapposizioni. Al contrario, si tratta appunto di "ascoltare" per "cambiare insieme". Come
recitano gli articoli citati, per il "coordinamento dei tempi di funzionamento della città e la
promozione dell'uso del tempo per fini di solidarietà sociale".

Le esperienze quotidiane delle famiglie, forse, possono portare qualcosa di più delle polemiche o
delle rivendicazioni.

                                                                      don Gianni Bedogni
                     NON DIMENTICARE DON PESSINA
   UN PROFILO SPIRITUALE E UNA RICOSTRUZIONE POLITICA A 60 ANNI DAL DELITTO



IL MARTIROLOGIO CRISTIANO E LA TEOLOGIA DELLA CROCE

Il 60° anniversario della morte di don Umberto Pessina, parroco di San Martino di Correggio,
avvenuta il 18 giugno 1946, vigilia della solennità del Corpus Domini, ripropone, in tutta la sua
consistenza, la serie degli eventi drammatici degli anni 1943-1946, segnati da subdole e latenti
modalità di guerra civile, anche nel territorio reggiano.

La morte violenta di don Pessina va iscritta anzitutto nel contesto sociale correggese del tempo,
dove ben 19 persone erano state prelevate e fatte scomparire per odio di parte, e, di più, nel contesto
di violenza dell'intero territorio nazionale, in cui circa 300 sacerdoti e religiosi testimoniarono con
la morte il loro impegno civico e ministeriale. Undici sacerdoti della diocesi di Reggio Emilia, 92
nella regione dell'Emilia Romagna, 300 in Italia complessivamente, costituiscono il lungo elenco di
un martirologio cristiano, all'interno di uno scontro ideologico-politico, che trovava espressione in
una prassi giustizialista, in un clima intimidatorio, in forme di violenza e terrorismo armato.

Dinanzi al prolungato martirologio degli anni 1943-1946, di cui la morte di don Pessina segna il
culmine drammatico e significativo, non basta però l'approccio di cronaca, quasi pagina di cronaca
nera, che non si può rimuovere e che qualifica il dramma societario di un recente passato. Non basta
la cronaca dell'evento. La fede cristiana ci spinge a leggere la storia, soprattutto quella tragica,
negatrice dei valori fondanti della persona, della coscienza personale e comunitaria, nella teologia
della passione del Cristo crocifisso. È un forte invito a superarci e a fissare lo sguardo sulla Croce,
che rivela autenticamente il volto di Dio e il volto dell'uomo. Da tale sguardo intenso sulla Croce,
nel continuo esercizio della fede cristiana, deriva, per la Chiesa e per il singolo cristiano, la novità e
l'originalità di una coscienza cristiana nella storia e nella vita.

Vorrei allora riflettere sulla novità di questa coscienza ecclesiale, quasi denominatore comune della
fede cristiana, che si ispira e si configura in continuità sulla teologia della Croce. Non è una lettura
facile; non è frutto di una tendenza naturale. La coscienza ecclesiale, radicata nella passione di
Gesù, matura gradualmente attraverso il cammino esigente della conversione - adesione impegnata
al Vangelo.

Già nelle pagine programmatiche di Gesù, ai capitoli 5 - 6 - 7 dell'evangelista Matteo, emergono le
enucleazioni tematiche fondamentali (cfr Mt 5,10-11 e Mt 5,30-48). Ma la parola-vangelo del
Discorso della Montagna raggiunge il suo culmine nella narrazione della passione del Signore. Qui
Gesù rivela pienamente la sua identità messianica di "servo" di Dio, obbediente fino alla morte di
Croce, capace, attraverso la morte, di rivelare e donare a tutti, in primo luogo a coloro che lo hanno
rifiutato, tradito, condannato, l'amore infinitamente dilatato al perdono e alla salvezza di Dio.
"Padre, perdonali; non sanno quello che fanno". Il Crocifisso muore scusando; scusare è di più che
perdonare.

In sintesi: la Croce di Gesù dice Dio per l'uomo e, contemporaneamente, dice l'uomo per Dio.
L'amore di Dio è plasticamente esposto, rivelato nel corpo del Cristo Crocifisso. Ma anche l'amore
dell'uomo a Dio trova autentica espressione nei segni del corpo offerto e regalato a Dio. La
memoria di don Pessina sottolinea questa dimensione della fede pasquale, che accetta di esporre e
donare il proprio corpo. La coscienza, fondata sulla fede pasquale, esprime la proiezione vitale
dell'uomo per il suo Dio, fino al dono totale di sé, non solo nell'evento straordinario del martirio, ma
anche nell'offerta abituale a Dio, nella concretezza della storia, della propria vita, del proprio corpo,
come sacrificio vivente e santo, rendendo così a Dio il vero culto spirituale, a Lui gradito (cfr Rm
12,1).

Ha queste peculiari caratteristiche la coscienza storica della Chiesa, a partire dalle sue primissime
origini. Non si concepiva la ricezione del sacramento del Battesimo, slegato dalla sua possibile
"confermazione" nella risposta personale al martirio. È soprattutto l'Apostolo Paolo che ha
evidenziato lo strettissimo rapporto della fede del cristiano alla Croce del Signore, come
componente essenziale e basilare. Di tale convinzione dell'Apostolo desumiamo dai suoi scritti una
breve documentazione:

• 1Cor 1,22: "Mentre i Giudei chiedono miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo
Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani...";

• Gal 2,20: "Sono stato crocifisso con Cristo; non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.
Questa vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso
per me";

• Gal 6,14: "Quanto a me non ci sia altro vanto che nella Croce del Signore nostro Gesù Cristo, per
mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo";

• Col 1,24: "Sono lieto delle sofferenze che sopporto e completo nella mia carne quello che manca
ai patimenti di Cristo".

La memoria della morte-martirio di don Umberto Pessina costituisce una pagina che illustra la
coscienza pasquale della Chiesa e di un suo ministro. 18 giugno 1946 - 13 giugno 2006: come
allora, quasi alla vigilia della Solennità del Corpo e Sangue del Signore. La pienezza e l'autenticità
di ogni celebrazione eucaristica non contemplano unicamente la realtà e la presenza del Corpo
spezzato e donato del Signore e del suo Sangue versato, ma prevedono anche - certo in subordine e
con tutti i nostri limiti umani - il sì del nostro corpo e sangue, sacrificio della fede, santo e gradito a
Dio.

                                                                       don Giovanni Costi

Correggio, 13 giugno 2006




Alle ore 22.30 del 18 giugno di sessant'anni fa, don Umberto Pessina, parroco di San Martino di
Correggio, veniva aggredito da tre persone a pochi metri dalla sua Canonica. Vennero esplosi due
colpi di rivoltella, uno dei quali mortale, e don Pessina riuscì a giungere al portone per accasciarsi
nell'ingresso, ove spirò pronunciando solo: "O Dio, o Dio".

Chi era don Pessina? "Un uomo ed un sacerdote di grande fede che faceva il suo dovere e che si
batteva con opere concrete e non con chiacchiere. È certamente un martire per le sue idee". Così
scrive Germano Nicolini, il partigiano Diavolo, neo-eletto Sindaco di Correggio, che fu condannato
come mandante dell'omicidio a seguito di un complesso iter giudiziario che vide una prima sentenza
di condanna nel febbraio 1949 da parte della Corte d'Assise di Perugia e l'ultima di conferma della
condanna, nel giugno 1955, della Corte di Cassazione.

Ma Nicolini non era il mandante dell'omicidio, e neanche gli altri due condannati, pur essendo uno
di questi reo confesso, erano i veri colpevoli; il vero omicida era ben noto alla dirigenza comunista
di Correggio. Erano ben noti al PCI anche gli altri due veri partecipanti alla spedizione punitiva
contro don Pessina, spedizione organizzata dallo stesso PCI.

Mentre l'omicida - sia nell'immediato che per i decenni successivi - venne protetto in modo
omertoso dal PCI di Correggio, ma anche dalla Federazione Reggiana del PCI, gli altri due veri
partecipanti furono indotti a rassegnare la loro confessione di colpevolezza ad un notaio di Milano e
poi vennero sottratti alla giustizia facendoli emigrare nell'allora ospitale Jugoslavia di Tito. I due
però non furono creduti dalla giustizia, che anzi li condannò per calunnia.

L’omicidio di don Pessina ebbe vasta eco su tutti i più importanti quotidiani nazionali, anche perché
non era più accettabile che si continuasse ad uccidere a distanza di un anno dalla fine della guerra
stessa. Purtroppo gran parte della dirigenza comunista reggiana non riusciva ad accettare le regole
di una compiuta democrazia pluripartitica: chi non era comunista era necessariamente, e perciò
stesso, un nemico da controllare o un fascista, anche se spesso si trattava di persone che con il
fascismo non avevano avuto niente da spartire.

E don Pessina non fu purtroppo l'ultimo a soccombere in questo clima d'odio e violenza. Il 24
agosto di quell'anno, a S. Michele dei Mucchietti, fu ucciso nella sua residenza di campagna l'avv.
Ferdinando Ferioli, appartenente ad una nota famiglia reggiana di professionisti liberali ed
antifascisti. E due giorni dopo, nella sua casa tra Boglioni di Casalgrande e Salvaterra, venne ucciso
Umberto Farri, socialista prampoliniano e antifascista, da due mesi rieletto a stragrande
maggioranza Sindaco di Casalgrande in una lista unitaria socialcomunista. Anche per questi due
delitti, il cui mandante era il Sindaco comunista del vicino comune di Castellarano, Domenico
Braglia, la verità era ben nota alla dirigenza comunista reggiana, ma ivi rimase in omertà per quasi
cinquant'anni; sino a quando Aldo Magnani, nel 1991, non ha reso noto che allora aveva convocato
a Reggio in Federazione il Braglia per intimargli "Basta!". Ma dovette scomodarsi da Roma
Palmiro Togliatti - che nel settembre 1946 convocò a Reggio i massimi dirigenti delle Federazioni
comuniste emiliane - per dire che tali delitti politici e le violenze in genere dovevano cessare, e
questo anche nell'interesse dell'immagine dello stesso partito.

Togliatti allora non era soltanto il leader assoluto del comunismo italiano ma era anche Ministro di
Grazia e Giustizia sotto la Presidenza del Consiglio affidata a De Gasperi. E in questa veste fece
adottare il Decreto Presidenziale n. 4 del 22 giugno 1946, pubblicato nella G.U. del successivo 23
giugno, che recava amnistia ed indulto per reati comuni politici e militari. Nell'articolo finale il
decreto prevedeva che esso aveva efficacia per i reati commessi a tutto il giorno del 18 giugno
1946. La coincidenza con l'omicidio di don Pessina è un fatto meramente casuale oppure ben voluto
da Togliatti? L'interrogativo è tuttora di difficile risoluzione.

Dobbiamo inoltre ricordare che nella notte del 26 marzo 1947 l'Assemblea Costituente votò con 350
"sì" e 149 "no" l'art. 7 della vigente Costituzione, che prevede che lo Stato e la Chiesa Cattolica
sono, ciascuno, nel proprio ordine, indipendenti e sovrani e che i loro rapporti sono regolati dai Patti
Lateranensi dell'11 febbraio 1929.

Togliatti portò tutto il PCI al voto a favore di questo testo unitamente alla DC che lo aveva
proposto. In assemblea, in proposito fu determinante l'intervento dell'on. Dossetti. Votarono invece
contro sia socialisti di Nenni che altri Deputati appartenenti ai partiti laici minori.
Il voto favorevole del PCI era tutt'altro che scontato e la scelta sicuramente giusta di Togliatti è
tuttora fonte di diverse interpretazioni. Ne diede una con una sua vignetta Giovanni Guareschi nel
suo settimanale "Candido", allora di grande successo, nel numero 14 dell'aprile immediatamente
successivo sia al voto favorevole del PCI all'art. 7 che all'arresto di Nicolini (avvenuto il 13 marzo
1947). Ripresentiamo la vignetta, il cui commento alla luce dei fatti - oggi noti nella loro interezza -
è lasciato ai lettori.

Resta il fatto che Togliatti votò l'art. 7 per non riaprire un dissidio tra Stato e Chiesa Cattolica; resta
il fatto della responsabilità del PCI reggiano e correggese nell'omicidio di don Pessina; resta il fatto
che mons. Socche non è il responsabile dell'errore della Giustizia penale ai danni di Germano
Nicolini.

In questi ultimi anni, più che dell'omicidio di don Pessina, si è parlato e scritto della revisione della
condanna a suo tempo inflitta a Nicolini, che si è sempre dichiarato innocente. Nicolini nel 1993 ha
pubblicato un libro dal titolo volutamente polemico, "Nessuno vuole la verità", in cui descrive il suo
doloroso calvario giudiziario, che egli imputa ad un complotto ordito ai suoi danni dal Vescovo
Beniamino Socche su istigazione del sacerdote correggese don Neviani e dal Capitano dei
Carabinieri, Vesce.

Di certo non si può dimenticare l'immediata reazione di mons. Socche all'omicidio di Pessina;
pretese che venissero individuati e condannati i colpevoli anche allo scopo di tutelare i suoi parroci
nel loro ministero religioso. Mons. Socche - tramite don Enzo Neviani - aveva sì raccolto la
denuncia di una donna di Correggio contro Nicolini che aveva, dato il clima politico del tempo, una
sua credibilità. Ma la condanna spettava ai giudici ed i giudici, non il Vescovo Socche,
condannarono Nicolini. La condanna si è dimostrata ingiusta e sbagliata e questo solo grazie alla
fine dell'omertà del PCI sull'uccisione di don Pessina; nel 1993 i giudici hanno restituito la sua
onorabilità a Germano Nicolini. Don Pessina invece non può ottenere purtroppo alcuna revisione
giudiziaria; rimane un martire della fede ed un esempio di testimonianza per i sacerdoti e le
generazioni future e deve essere ricordato oggi, in occasione del 60° del suo sacrificio. Ma dovrà
essere ricordato anche in futuro, come modello di coraggiosa coerenza nella fede nel Cristo risorto.

                                                                                       Danilo Morini

				
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