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									LETTERATURA ROMENA
La letteratura romena d'oggi:sviluppi e interrogativi

di: MIHAIL BANCIU (Istituto Romeno di Cultura)

Qualche tempo fa stavo cercando negli Archivi di Stato di Venezia delle prove riguardanti i legami tra la
Serenissima ed i Principati romeni durante il Medioevo. E devo confessare che mi ha molto commosso il
poter tenere in mano dei manoscritti attestanti i fervidi contatti tra due entità sorelle, derivanti tutte e due da
una stessa matrice, dallo stesso ceppo latino. Latinità orientale e latinità occidentale, dunque Entità alle
quali la Storia ha destinato caratteristiche e sviluppi diversi. E' senza dubbio appassionante seguire
l'evoluzione in tempo e spazio delle vicende che hanno interessato i due popoli e le due culture, individuare
le analogie, i tratti comuni e le differenze specifiche. Non è forse interessante sapere cosa succedeva su
quell'isola latina, abitata dagli eredi di Traiano, allorquando in territorio italiano Dante creava la
"Commedia" o Michelangelo dipingeva la Sistina? La risposta non può essere che affermativa. Non essendo
però questo l'oggetto del presente intervento, di intraprendere cioè un'analisi comparativa delle due civiltà
(argomento che magari potrà essere trattato in un futuro colloquio che si svolgerà presso l'Istituto Romeno
di Cultura), mi soffermerò soltanto sulle principali tappe dell'evoluzione della letteratura romena, insistente
in particolar modo sui mutamenti avvenuti nella letteratura odierna.
Come in molti altri casi, anche nella letteratura romena l'infanzia si identifica con le creazioni folcloristiche,
produzioni anonime le cui origini vanno cercate lontano nei tempi, essendo esse trasmesse per via orale e
stampate solo molto più tardi. Sono poesie e prose di carattere religioso o profano, trattando argomenti
storici o leggendari, esprimendo sentimenti di nostalgia o amore, accompagnando le feste religiose o laiche.
Accanto a produzioni di circolazione più vasta (regionale o addirittura universale) ci sono tra di esse
creazioni fortemente originali, che illustrano una vera filosofia esistenziale, l'indole propria della stirpe.
Così è la ballata Miorita (L'agnelina) che testimonia del senso cosmico della vita, del carattere mite e sereno
del popolo romeno, profondamente legato alla sua terra, riconciliato con sé e col mondo. Tutto in una forma
di alto livello artistico, levigata lungo i secoli, che riesce a trasmettere una profonda emozione. Così la
ballata Il Monastero di Arges imperniata sull'idea del sacrificio necessario, dell'aspirazione verso la
perfezione.
Nel Quattrocento notiamo la circolazione in territorio romeno dei primi manoscritti in lingua romena (fino
allora la lingua della chiesa e delle cancellerie era stata lo slavone): sono testi di carattere religioso
contenenti "Gli atti degli apostoli" e "Il libro dei salmi". Anche le prime stampe apparse nel secolo
successivo sono a loro turno delle traduzioni religiose (pubblicate tra altro nei centri di Sibiu, Targoviste e
Brasov). Gerarchi della chiesa come i metropoliti Dosoftei o Antim traducono e scrivono già ora in un
romeno assai ricco ed elegante. Un'importanza particolare per la formazione della lingua letteraria ebbe la
pubblicazione - nel 1688 - della traduzione completa della Bibbia a cura del principe valacco Serban
Cantacuzino.
Nel frattempo in Moldavia nasce la storiografia, con la comparsa di una "Cronaca moldava" che narra la
storia del paese, cronaca continuata da una serie di boiari come Grigore Ureche, Miron e Nicolae Costin,
Ion Neculce e.a., l'operato dei quali non è privo di certe qualità letterarie (una lingua colorita con forme dal
linguaggio parlato, personaggi espressivi ecc.). Tra gli autori importanti del periodo medioevale dobbiamo
citare gli umanisti Dimitrie Cantemir (principe di Moldavia, autore di lavori storici e non solo con grande
eco negli ambienti europei del tempo) e Constantin Cantacuzino (nobile valacco che studiò all'Università di
Padova).
Verso la metà del Settecento registriamo il passaggio, quasi insensibile, dalla letteratura medioevale (di
carattere, come si è visto, storico-religioso) alla letteratura artistica propriamente detta. Sotto l'influsso
greco e francese appaiono ora componimenti poetici, i quali - anche se non si possono considerare come del
tutto riusciti dal punto di vista estetico - segnano una svolta nella creazione della letteratura colta. I
"trovatori" della famiglia Vacarescu (Ienachita, Alecu, Nicolae, Iancu) ed il moldavo Costache Conachi da
una parte, Anton Pann, Matei Millo e Barbu Mumuleanu dall'altra, scrivono delle liriche maggiormente
erotiche o satiriche, di un classicismo diffuso cosparso di elementi preromantici.
Arriviamo così agli inizi dell'Ottocento quando Ion BudaiDeleanu componeva in Transilvania la prima
epopea eroi-comica La Zingareide , significativa per la sua lingua ricca, vivace ed espressiva. Accanto a
Budai-Deleanu, un gruppo di intellettuali raggruppati nella "Scuola transilvana" (Samuel Micu, Gheorghe
Sincai, Petru Maior) compongono delle opere a carattere storico, religioso o filologico destinate a
dimostrare la continuità dell'elemento latino sul territorio dell'antica Dacia e l'unità etnico-linguistica di tutti
i romeni. Nei Principati la prima parte dell'Ottocento segna un periodo di rapida trasformazione e di fervida
vita culturale; si aprono teatri e scuole romene, fanno la loro comparsa i primi giornali, viene pubblicato un
grande numero di traduzioni ed opere originali, si fondano delle associazioni culturali. Il mondo romeno si
stacca dall'Oriente assorbendo rapidamente la cultura ed i principi sociali dell'Occidente. Tra gli animatori
di una tale vita culturale ricordiamo i nomi di Gheorghe Lazar, Gheorghe Asachi, Ion Heliade Radulescu
e.a. Nella letteratura si insedia a pieni diritti il romanticismo. Conosciuto tramite le traduzioni dalla
letteratura occidentale o attraverso gli studenti e gli esuli dalla Francia o dalla Germania, esso frutterà sul
territorio romeno in maniera originale, acquistando delle peculiarità significative. Di carattere eclettico, il
romanticismo romeno che può essere considerato come sincronico a quello di molti altri paesi europei
(dalla Polonia al Portogallo e dall'Ungheria alla Spagna) si può iscrivere in un arco di tempo che va dal
1830 al 1890, con differenze notevoli però da un periodo all'altro o anche da una personalità all'altra. Dalla
moltitudine d'autori, poeti, prosatori, drammaturghi, critici che potrebbero essere citati in proposito
ricordiamo solo poeti come Vasile Carlova (che, bensì fosse autore di sole cinque liriche viene considerato
come il primo poeta romeno moderno), Grigore Alexandrescu (cultore di nuove specie letterarie), Dimitrie
Bolintineanu (che godette di grande influenza sui contemporanei; prosatori come Costache Negruzzi,
Nicolae Filimon (creatore del primo vero romanzo romeno), Mihail Kogalniceanu, Nicolae Balcescu, Alecu
Russo e Alexandru Odobescu; autori drammatici come B. P. Hasdeu, critici come I.H. Radulescu. Le
principali caratteristiche delle loro opere sono il biografismo, il carattere melodrammatico, lo storicismo. La
maggioranza di tali autori fanno parte della cosiddetta "generazione '48" infiammata dagli ideali nazionali e
di libertà. Un posto a parte nella storia letteraria del romanticismo romeno occupano i due maggiori poeti
dell'Ottocento: Vasile Alecsandri e Mihai Eminescu. Vasile Alecsandri viene considerato come un
precursore, creatore nei campi più svariati della letteratura: dalle categorie più diverse di poesie liriche alla
prosa delle leggende e dai ricordi alle quasi cinquanta opere teatrali; la sua raccolta di poesie popolari rese
conosciuta la letteratura romena in Europa.
Ma il più grande scrittore romeno di tutti i tempi, considerato come tale sino ai giorni nostri, è senza
dubbio Mihai Eminescu, personalità sintesi creatore del linguaggio poetico lirico romeno, espressione
dell'anima romena proiettata nell'universale. Con Eminescu il romanticismo romeno "supera la fase di
sentimentalismo elegiaco" per accedere nelle alte sfere della metafisica. Il tema centrale dell'ispirazione
emineschiana è secondo le asserzioni di un noto ermeneuta della creazione emineschiana, la professoressa
italiana Rosa del Conte, il Tempo. Non potendoci soffermare più a lungo sulla personalità
pluridimensionale di quello che fu riconosciuto come il Genio della nostra letteratura e sulla di cui vita e
creazione furono scritti centinaia sennò migliaia di libri e di saggi, vogliamo solo citare un frammento di
una sua poesia, a testimone del profondo senso de suo pensiero, in cui filosofia, scienza, chiaroveggenza e
altro ancora si fondono per offrire un'immagine assai forte anche per il lettore d'oggi: Fino alla stella che
spuntò / c'e strada così lunga / che mille anni camminò / per giungerci la luce.// Forse si spense da
millenni / in lontananze azzurre, / ma appena ora il suo raggio / ai nostri guardi fulse.//L'icona della
spenta stella/Al cielo ascende;/ non si scorgea quando c'era/oggi la vediam e non c'e. "Eminescu - lo dice
la stessa professoressa Del Conte - non è un fiore raro, sbocciato quasi per miracolo da un seme, portato sul
suolo della Dacia dal soffio di venti occidui: è un astro sgorgato dalle profondità dei cieli d'Oriente, a
testimoniare d'una civiltà giovane e nuova, ma radicata in un passato di antica cultura di e di severa
tradizione".
Il fatto che non si tratti di un "fiore raro", di un creatore singolare nel paesaggio letterario romeno, viene
confermato anche dalla lunga serie di autori che gli sono stati contemporanei o gli hanno seguito, fino ai
giorni nostri.
Contemporaneo di Eminescu, Titu Maiorescu - al quale per altro si deve la "scoperta" del Genio - fu il
maggior critico del tempo. Dotato di una forte personalità, il professore, politico, letterato e animatore
culturale Titu Maiorescu avviò le nuove generazioni di letterati tanto nella società letteraria "Junimea"
(creata nel 1864), nella rivista di questa società "Conversazioni letterarie", negli articoli e nei libri che
scrisse.
Accanto ad Eminescu, nel periodo cosiddetto "classico" della letteratura romena (periodo che dura
praticamente dalla seconda metà dell'Ottocento fino ai primi decenni del Novecento), troviamo ancora altri
nomi di spicco come il grande prosatore Ion Creanga (una specie di scrittore verista, le cui opere si ispirano
alla propria biografia, al patrimonio folcloristico e alla vita del contadino romeno, testimoniando delle vaste
possibilità espressive della lingua), Ion Slavici (novelliere transilvano di forte impronta realistica) e Ion
Luca Caragiale (drammaturgo, il creatore del teatro comico nazionale, di impronta antiretorica e
antiromantica).
Il periodo a cavallo tra Otto e Novecento, situato storicamente tra i momenti della realizzazione dell'Unione
dei Principati (1859) e l'acquisto dell'indipendenza nazionale da un lato ed il componimento dell'unità
nazionale (1918) dall'altro è un periodo ricco di iniziative e creazioni anche nel campo della letteratura. Un
periodo di transizione in cui il romanticismo comincia già a intrecciarsi con il simbolismo (come nel caso
del poeta Alexandru Macedonski, autore del celebre ciclo delle "Notti"), con il naturalismo o il realismo
(vedi prosatori come Duiliu Zamfirescu e Barbu Stefanescu Delavrancea, quest'ultimo anche insigne
drammaturgo); un periodo in cui fanno la loro comparsa non solo un ingente numero di riviste ma anche
diverse correnti letterarie con programmi più o meno determinati, alcune delle quali nate come reazioni alle
ideologie letterarie dell'epoca precedente. Le tre tendenze dell'Ottocento - emancipazione sociale, unità
nazionale e creazione originale - si ritrovano con programmi del "Seminatorismo" (con l'omonima rivista) e
del "Poporanismo" (con la rivista "Vita romena") che sostennero una letteratura radicata nella tradizione,
che rispecchi le peculiarità nazionali. Una poesia in prevalenza oggettiva (in contrasto con la lirica
introspettiva dei postemineschiani), in cui l'esaltazione dell'ideale nazionale sta accanto all'amore inteso
come esaltazione dei valori fisici e spirituali del popolo, viene scritta da George Cosbuc, scrittore
transilvano conosciuto anche per le sue traduzioni (tra le quali la "Divina commedia"). Una personalità
poliedrica, che comincia a brillare adesso sul cielo della cultura romena è Nicolae Iorga. Grande storico,
letterato di pregio (scrisse poesie, prose, teatro, critica), giornalista, fondatore di giornali ed istituti culturali,
Nicolae Iorga contribuì all'inserimento della cultura e della storia romene nella cultura e nella storia
dell'Europa. (Tra parentesi vi devo dire che lo stesso Istituto romeno di Venezia - la fu "Casa romena" - fu
aperto nel 1930 dallo stesso Nicolae Iorga). Sono attivi in questo periodo poeti come Stefan Octavian Iosif,
Dimitrie Anghel e Octavian Goga (poeta quest'ultimo di fede profonda e di salda morale), prosatori come
Calistrat Hogas, autori drammatici come Alexandru Davila o critici come Mihail Dragomirescu e Garabet
Ibraileanu.
Arriviamo così agli anni Venti di questo secolo, quando, compiuta l'unità nazionale ( 1 Dicembre 1918, col
ricongiungimento della Transilvania alla madrepatria), si registra un incremento non solo in piano
territoriale ma anche economico e spirituale. Il periodo tra le due guerre è senza dubbio una delle epoche
più faste per lo sviluppo delle arti in generale e della letteratura in particolare. Una vera e propria "età
dell'oro" che vede il fiorire delle più svariate tendenze. Coesistono poeti simbolisti, suprarealisti, ermetici e
tradizionalisti; romanzieri interessati degli abissi dell'anima umana stanno accanto ai fautori del realismo
sociale ecc. Anche se, in linea di massima, si può parlare di "modernismo" (il cui teorico fu il critico Eugen
Lovinescu, sostenitore dell'autonomia dell'estetico) e di "tradizionalismo" (promosso innanzitutto dalla
rivista "Il pensiero", guidata da Nichifor Crainic). Tale dicotomia è però assai fragile, non potendosi fare
delle delimitazioni rigide. La maggior parte degli autori appartenenti a questo periodo sono delle
personalità forti, intellettuali di vasta cultura ed apertura al nuovo, di una profonda originalità, la loro
evoluzione interessando generi e correnti diverse della letteratura. Ragguardevoli tra i poeti sono Tudor
Arghezi, Ion Barbu, Lucian Blaga, Ion Vinea, Benjamin Fundoianu, Ion Pillat, Tristan Tzara, George
Bacovia, Alexandru Philippide, Aron Cotrus, Vasile Voiculescu (ed abbiamo citato solo i più importanti);
tra i prosatori Mihail Sadoveanu, Liviu Rebreanu, Camil Petrescu, Hortensia Papadat-Bengescu, Mateiu
Caragiale, Mircea Eliade, Cezar Petrescu, Ion Agarbiceanu, Ionel Teodoreanu, Gib Mihaescu, Anton
Holban; tra i drammaturghi Victor Eftimiu, Victor Ion Popa, George Ciprian, Tudor Musatescu, Mihail
Sorbul, Mihail Sebastian; tra i critici Eugen Lovinescu, George Calinescu, Paul Zarifopol, Tudor Vianu,
Serban Cioculescu, Pompiliu Constantinescu, Mihail Ralea, Panaitescu-Perpessicius, Nae Ionescu, Eugen
Ionescu. E', vi assicuro, soltanto una lista minima che comporta anche due osservazioni: la prima riguarda il
fatto che, per ragioni di periodizzazione, abbiamo messo insieme nomi trovatisi all'apice o alla fine della
carriera accanto ad altri (molti!) che sono appena all'inizio e che continueranno il loro operato anche dopo
la guerra; la seconda osservazione riguarda il rimpianto di non poterci soffermare più a lungo sulla
creazione di questi autori, che senz'altro meriterebbero delle presentazioni a parte.
C'era dunque in quegli anni un'atmosfera di intensa emulazione, di alto impegno estetico ed etico, una
grande voglia di costruire...
E fu anche perciò che la frattura successiva alla guerra ed al cambiamento dell'ordinamento politico apparve
quanto mai drammatica e dolorosa. Il comunismo di tono staliniano instaurato in Romania dopo la guerra
non solo impose un'esigenza duplicitaria, timorosa e conformista ma congedò quasi fino al soffocamento
pure la vita culturale del paese. Molti degli intellettuali di riguardo furono ridotti al silenzio: ad alcuni
venne rifiutato il diritto di pubblicare, altri sono stati buttati addirittura in carcere, altri ancora furono
costretti ad espatriare, prendendo la strada dell'esilio ed affermandosi in seguito sotto orizzonti diversi.
Nel frattempo la vita letteraria romena era dominata dal famigerato "realismo socialista". Criticastri d'ogni
specie passavano al setaccio di questa ideologia d'importazione l'intera storia della letteratura romena.
Risultato: un quadro strambo, privo di vita, in cui nomi ed opere di grande valore furono semplicemente
cancellati, considerati "corrotti", "marci", non adatti all'atmosfera asettica che si andava a configurare. Una
rigida censura impediva la pubblicazione di ogni creazioni considerata come cosmopolita, ostile o contraria
alla morale di classe. Sono ammesse più che altro le opere programmatiche, che condannano i "soprusi"
delle società reazionarie ed esaltano i pseudovalori delle idilliche democrazie popolari. Tutto in bianco e
nero, pesato con la bilancia falsata dell'ideologia. Gran parte delle opere apparse alla fine degli anni '40 e
durante tutto il decennio degli anni '50, le opere cioè sociologizzanti del periodo proletcult, peccano pure
della bassa qualità estetica. Gli scrittori veri, già affermati prima della guerra, quei pochi che continuano ad
attivare anche in quest'epoca, sia si rifugiano nel passato (Camil Petrescu), sia creano delle opere di minor
valore - risultato di certi compromessi nei confronti dei comandamenti del tempo (Mihail Sadoveanu), sia
sono emarginati in un cono d'ombra (Lucian Blaga).
Il quasi cinquantennio che corre dalla metà degli anni '40 fino alla fine degli anni '80 non è però un periodo
del tutto lineare: nell'atteggiamento del potere verso gli scrittori si registrano alti e bassi, brevi "disgeli" (per
esempio nel settimo decennio) e lunghi "congelamenti"; così come l'atteggiamento degli autori stessi non è
nemmeno esso uniforme: accanto agli opportunisti riescono ad affermarsi degli scrittori autentici, l'opera
dei quali resiste tutt'oggi all'esame critico. Perciò non possiamo parlare di buio assoluto o di terra deserta.
Nelle riviste letterarie prima ("Vita romena", "Gazzetta-poi Romania letteraria", "Il contemporaneo",
"Equinozio" e. a.) e in volume dopo esordiscono adesso alcuni autori rappresentativi in prospettiva
temporale: A. E. Baconsky, Nicolae Labis, Leonid Dimov, Stefan Augustin Doinas, Aurel Rau, Nichita
Stefanescu, Cezar Baltag, Gheorghe Tomozei, Gellu Naum, Marin Sorescu, Adrian Paunescu, Ioan
Alexandru, Ion Caraion, Mihai Ursachi, Ana Blandiana - in poesia; Marin Preda, Eugen Barbu, Alexandru
Ivasiuc, Fanus Neagu, Stefan Banulescu, Augustin Buzura, Nicolae Breban, Constantin Toiu - in prosa;
Horia Lovinescu, Ion Baiesu, Teodor Mazilu - in teatro; Adrian Marino, Dumitru Micu, Mircea Iorgulescu,
Zoe Dumitrescu-Busulenga, Nicolae Balota, Eugen Simion, Ion Negoitescu, Mircea Zaciu, Nicolae
Manolescu, Alexandru Piru - nella critica. Autori, alcuni importantissimi per l'evoluzione della letteratura
romena di questo secolo, innovatori anche di nuovi linguaggi, come il grande poeta Nichita Stanescu,
considerato come "l'Eminescu del Ventesimo secolo".
Tutti questi scrittori (ed altri ancora, delle ultime generazioni: Ion Mircea, Adrian Popescu, Daniel Turcea,
Ileana Malancioiu, Mircea Cartarescu, Florin Iaru, Ion Muresan, Mircea Dinescu, Eugen Uricaru, Bedros
Horasangian, Andrei Plesu, Mircea Nedelciu, Laurentiu Ulici, Marian Papahagi, Ion Pop, Matei Visniec
ecc.) dovettero però far fronte a non pochi ostacoli, cominciando dalla stessa censura, più o meno velata,
che imponeva dei limiti assai rigidi alla creazione, dal vietare l'uso di certi vocaboli (per esempio quelli
connessi alla religione) o la citazione di nomi di autori romeni viventi all'estero, fino all'interdizione d'ogni
riferimento critico riguardante i vertici del partito o le "conquiste" del socialismo. Per il superamento di tali
ostacoli furono adottati linguaggi allusivi o vere e proprie tecniche dissimulatrici; accanto alle liriche
astratte, quasi ermetiche (aspramente condannate anch'esse dagli ideologie ufficiali), furono pubblicati
romanzi o poesie a chiave, intrecci piazzati in altre epoche o spazi geografici, allegorie filosofiche.
A dispetto di tutto vennero alla luce molte opere di valore; fu in tal modo scansato il pericolo
dell'annientamento che sembrò minacciare ad un certo momento l'esistenza stessa della letteratura romena,
venne assicurata la continuità della grande tradizione letteraria.
La maggior parte degli autori sopra nominati sono per altro attivi tuttora, seguitando il loro operato nel
contesto ormai modificato dal momento "dicembre '89".
Conoscete, ne sono certo, gli avvenimenti accaduti in Romania alla fine del 1989 e i cambiamenti avveratisi
in seguito sul piano politico, economico, sociale. Da quasi quattro anni il mio paese sta attraversando un
periodo di transizione nel suo avanzare sulla via della democrazia, periodo che interessa tutti i campi della
vita sociale, quindi anche la cultura. Non si può certamente parlare di un cammino liscio, privo di ostacoli e
contrasti. Tutt'altro, direi. Dopo un primo momento di euforia per il riacquisto della mancata libertà,
seguirono momenti di confusione, di delusioni e speranze, di piccole vittorie e di non minori difficoltà. I
costi della transizione non possono essere valutati come trascurabili.
L'evoluzione della letteratura d'oggi riflette senza dubbio anche questi scismi, queste convulsioni della vita
politico sociale. Fenomeni positivi e squilibri d'ogni tipo coesistono a tutti i livelli, dalla creazione alla
diffusione e alla fruizione.
Gli scrittori (appartenenti a varie generazioni e che, in linea di massima, sono quelli appena nominati,
perciò faccio a meno di citarne) hanno considerato loro dovere impegnarsi nelle trasformazioni in corso, sia
di persona (alcuni essendo diventati addirittura parlamentari o fondatori di partiti), sia attraverso la parola
stampata. Di conseguenza meno tempo riservato alla creazione, meno libri nuovi. D'altra parte,
l'esaurimento o il logoramento di certi modi di fare letteratura (il modernismo poetico, il tradizionalismo, il
romanzo sociale o la letteratura parabolica) come la scarsa socializzazione di altri modi, più recenti (per
esempio, il post-modernismo delle generazioni degli anni '80 o '90) hanno contribuito al blocco parziale
della creazione. Lo scrittore d'oggi deve accomodarsi alle nuove, cambiate esigenze di linguaggio: passare
cioè da un linguaggio prevalentemente "esopico" ad un linguaggio diretto, quasi da documento, il che non si
dimostra affatto facile. Non è perciò da stupirsi se il principale tipo di letteratura che viene pubblicata
oggigiorno in Romania è la letteratura "non- fittizia", frutto dunque non tanto della fantasia bensì riflesso
immediato della realtà: evocazioni, ricordi, diari, memorie.
Accanto a questi un posto privilegiato occupano le edizioni di opere o autori la cui pubblicazione fu vietata
durante il regime passato. SI tratta tanto di autori (o solo di opere) di epoche remote quanto, e soprattutto,
di autori appartenenti alla diaspora romena di tutti i tempi, alcuni di portata europea (da Elena Vacarescu,
Anna de Noailles-Brancovan, Peter Neagoe, Panait Istrati, Tristan Tzara, Ilarie Voronca, Pius Servien o
Matyla Ghica a Eugen Ionesco, Emil Cioran, Mircea Eliade, Paul Goma, Petru Dumitriu, Vintila Horia,
Virgil Gheorghiu ecc.)
A tale recupero va aggiunto il processo, in corso, di rivalutazione del passato prossimo, operazione
imperniata su criteri tra estetici e morali che porterà, si spera, la dovuta sedimentazione dei valori autentici.
Tutti questi fenomeni e processi permetteranno la configurazione di un quadro quanto più completo e
veritiero dell'intero corpus della letteratura romena, la cui storia resta ancora da ridisegnarsi.
Passando ora al livello della diffusione, dobbiamo notare la vera e propria esplosione dell'editoria post '89.
La spiegazione di tale fenomeno va intesa innanzitutto tenendo presente la riacquistata libertà di stampa
(associata alla possibilità di poter costruire degli enti privati) e la grande "fame di sapere" delle ultime
generazioni. Cosicché molti dei circa 2000 giornali apparsi tra 1990 e 1992 hanno delle pagine o dei
supplementi letterari; le riviste strettamente letterarie sono anch'esse aumentate di numero, accanto alle
testate conosciute ("Romania letteraria", "Vita romena", "Ventesimo secolo" e. a.) facendo la loro comparsa
delle altre ("Contrapunto", "Apostrofo", "Lettere" e.a.). Le case editrici già esistenti o fondate nello stesso
periodo sfiorano la cifra mille, anche se dobbiamo precisare, non tutte sono ugualmente attive (tra le più
operose segnaliamo "Humanitas", "Il libro romeno", "Universo", "Fondazione culturale romena", "Olimpo"
e.a.). Si va configurando una concorrenza (benefica per il lettore) tra varie editrici pubbliche o private, il
mercato essendo letteralmente invaso da una produzione destinata a colmare il vuoto d'informazione durato
quasi cinquant'anni (anche se, è vero, accanto ai titoli della grande letteratura autoctona o straniera, si
possono trovare delle opere - specie delle traduzioni - di minor pregio o di pessimo gusto).
Autori ed editori dispongono ora di una maggiore libertà di movimento, partecipano a vari incontri e
convegni internazionali, il libro romeno comincia ad essere presente alle grandi fiere, tanto in Romania (La
fiera internazionale di Bucarest) che all'estero (recentemente a Francoforte).
Tutto ciò non vuol dire però che il mercato del libro sta vivendo ora il suo "periodo rosa". I complicati
meccanismi della transizione hanno investito anche questo settore con aumenti di costi della carta e della
stampa e correlativi aumenti di prezzo dei libri. A sua volta, l'utente (il lettore in questo caso), oltre ai
cambiamenti di gusto e all'attrazione della "videosfera" (i programmi televisivi sono attualmente molto più
svariati di quattro anni fa, quando la televisione era arrivata a solo due ore di trasmissione giornaliera, pure
quelle fortemente politicizzate), risente delle difficoltà economiche che non gli permettono di acquistare
riviste o libri a prezzi alti. Donde la cessata apparizione di non poche riviste letterarie (per esempio delle 24
riviste dell'unione degli Scrittori romeni che apparivano nel 1990 ora ne sono rimaste solo 11, che
incontrano anch'esse grosse difficoltà), il fallimento di alcune case editrici o la necessità che queste
pubblichino anche altri generi di libri per poter sopravvivere.
Riconosciamo qui i sintomi di una crisi della cultura scritta che, anche se esistente un po' dappertutto nel
mondo, veste - nel caso della Romania - degli accenti peculiari, derivanti appunto dalle caratteristiche di
questo periodo di transizione. Accanto alle motivazioni esterne (dovute a fattori economici, agli
spostamenti di interesse dal segno stampato verso l'immagine, alla mancanza di alcuni provvedimenti
legislativi a favore della cultura - la legge delle sponsorizzazioni, ad esempio) dobbiamo però tener presente
- come accennavamo già prima - le cause interne, proprie alla letteratura, che, esse per prime, riusciranno a
dare il dovuto impulso per un ravvivato interesse da parte dei lettori. I commentatori del fenomeno
letterario sono piuttosto ottimisti per ciò che riguarda il futuro: la letteratura romena ha provato in varie
circostanze ed epoche di essere un organismo forte; la crisi obbligherà gli scrittori alla riconsiderazione del
proprio "mestiere" nel senso tanto della ricerca di nuovi linguaggi quanto di una diversa rappresentazione
dell'intera esperienza emozionale personale travasata nell'opera d'arte al limite tra interiorità e mondo
visibile.
Questo sbrigativo riassunto, che tralascia inevitabilmente nomi e fatti, sfumature e tendenze, potrebbe forse
suggerire quanto fosse vivo e sofferto allo stesso tempo il percorso della letteratura romena lungo i secoli e
soprattutto negli ultimi decenni. Tutta questa storia travagliata della nostra letteratura oserei metterla sotto il
sigillo dei versi dell'Autoritratto di Nichita Stanescu:

Altro non sono se non
una macchia di sangue
che parla.

								
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