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									                                            Katia Piccini


La rivoluzione scientifico-astronomica
                    &
Il suo influsso sulla letteratura barocca
                         - La rivoluzione astronomica
    - Il Barocco



- Influenze della rivoluzione astronomica sulla letteratura
                                      barocca in Italia




             - Influenze sulla letteratura e sull’ideologia in Europa




                                                                Fine Presentazione
                                  La rivoluzione astronomica e le sue conseguenze.
 La rivoluzione astronomica, con cui prende avvio la rivoluzione scientifica, rappresenta uno degli avvenimenti culturali più importanti
nella storia dell‟occidente, che hanno maggiormente contribuito al passaggio dall‟età antico-medievale all‟età moderna.Generalmente si
crede che tale “rivoluzione” si dovuta, in sostanza, a Copernico. In realtà è vero solo in parte, poiché Copernico, per esattezza, ha
semplicemente dato inizio ad un processo di pensiero che ha coinvolto, al tempo stesso, astronomia, filosofia, teologia e letteratura.Anzi,
quella che comunemente continua a chiamarsi “la visione copernicana dell‟universo” , più che essere il frutto del solo Copernico o di altri
astronomi fisici come Keplero e Galileo, è il prodotto di intuizioni e deduzioni teoriche che risalgono per lo più a Giordano Bruno, il vero
filosofo della nuova visione del cosmo, che in parte sarà confermato dalla scienza successiva e che costituisce ancora oggi lo schema
generale del nostro universo.Di conseguenza, l‟intricato processo che forma la rivoluzione astronomica – intesa soprattutto come
passaggio “dal mondo chiuso all‟universo infinito” (Koyrè) – non è soltanto un fatto astronomico e scientifico ma anche un appassionante
avvenimento filosofico, poiché attraverso i suoi due araldi principali (Copernico e Bruno) ha finito per mutare la visione complessiva del
mondo che per secoli era stata propria dell‟occidente, segnando in profondità la cultura moderna. (“Protagonisti e testi della filosofia” di
Nicola Abbagnano e Giovanni Fornero). Copernico, influenzato dai filosofi neoplatonici, pensava che il Sole fosse al centro, ma concepiva
ancora l‟universo come sferico, unico e chiuso dal cielo delle stelle fisse. "Il pensiero umano, anche quello dei massimi geni, non è mai
tanto logico e conseguente. Non dobbiamo stupirci, perciò che Copernico, credendo nell‟esistenza di sfere planetarie materiali, di cui
abbisognava per spiegare il moto dei pianeti, credesse anche a quella della sfera delle stelle fisse, di cui non aveva più bisogno […] Bisogna
ammettere l‟evidenza. Il mondo di Copernico è finito. Fra l‟altro sembra psicologicamente del tutto normale che chi superò il primo
gradino, arrestando il moto delle stelle fisse, esitasse poi a salire il secondo, dissolvendola in uno spazio senza confini; era sufficiente, per
un uomo solo, muovere la Terra ed ampliare il mondo fino a renderlo non misurabile: immensum; chiedergli di renderlo infinito è
ovviamente troppo. […] La bolla del mondo deve gonfiarsi prima di scoppiare" (A. Koyré). Tycho Brahe cercò una specie di
compromesso per non andare contro le Sacre Scritture: sosteneva che i pianeti girano intorno al Sole, mentre il Sole gira a sua volta
attorno alla Terra, che rimane al centro dell‟universo. Inoltre, grazie allo studio delle comete, fu il primo a negare l‟esistenza della sfera
delle stelle fisse.Keplero affermava che il Sole, considerato Anima motrix, occupasse uno dei due fuochi, intorno ai quali i pianeti giravano
con orbite ellittiche. Successivamente abbandona l‟idea metafisica del Sole come Anima motrix per dare spazio a un‟immagine oggettiva e
quantitativa dell‟universo, che appare finalmente regolato da forze puramente fisiche.Una svolta decisiva in campo scientifico,
astronomico e filosofico fu garantita dalle scoperte di Galileo Galilei. Egli, infatti, fu il primo a rivendicare la libertà della scienza dalla
tradizione e dalla religione. Ai principi prevalentemente astratti della scienza antica Galilei contrappose un metodo sperimentale, la cui
originalità più grande consiste nell‟aver saputo riunire in sé il momento osservativo ed induttivo della ricerca, rappresentato dalle
“sensate esperienze”, con quello teorico e deduttivo, rappresentato dalle “necessarie dimostrazioni”. Inoltre attribuì validità a questo
metodo grazie all‟utilizzo di strumenti che resero possibile la realizzazione di esperimenti, benchè si servisse anche di esperimenti
mentali.Alla visione metafisica e finalistica della natura, Galileo sostituisce la concezione dell‟universo come sistema di leggi e di relazioni,
dando avvio ad un nuovo modo d‟intendere la realtà naturale. Attenendosi alle parole di Koyrè si passa “dal mondo del pressappoco al
mondo della precisione”.Ma Copernico, Keplero e poi anche Galilei, avevano un grande limite, forse dovuto a pregiudizi: erano convinti
che l‟universo fosse finito.
“Il Sole aveva semplicemente preso il posto della Terra, diventando il corpo unico e centrale, il simbolo neoplatonico della divinità”
(Kuhn “La Rivoluzione copernicana”). La struttura delimitata dalla sfera delle stelle fisse era molto diversa da quella aristotelica. Per
Copernico , infatti, la sfera non aveva più la funzione di trasportare le stelle lungo i loro circoli, ne di definire un centro assoluto nello
spazio, perciò possiamo affermare che ciò che lega di più i due modelli è la tradizione.Nel 1576 il copernicano inglese Thomas Digges ,
parafrasando il primo libro del “De Rivolutionibus”, introdusse il concetto d‟ infinito.Restava, però , un paradosso: come può esistere un
centro se l‟universo è infinito?Questo problema era già stato preso in esame da Cusano , che influenzò molto il pensiero di Bruno.Bruno
pensò che il Sole fosse semplicemente una fra un infinito numero di stelle sparse attraverso l‟infinita estensione dello spazio. Affermava
quindi che l‟universo fosse infinito, ma non arrivò a questa teoria grazie a studi scientifici, bensì grazie a un‟intuizione: se la Terra è un
pianeta che gira attorno al Sole, le stelle che si vedono nelle notti serene e che gli antichi immaginarono attaccate all‟ultima parete del
mondo, non potrebbero essere tutte, o almeno in gran parte , immobili soli circondati dai rispettivi pianeti? Per cui l‟universo, anziché
essere composto da un sistema unico, il nostro, non potrebbe ospitare in se un numero limitato di stelle – soli, disseminate nei vasti spazi
del firmamento e centri di rispettivi mondi? Di fronte a questi interrogativi Bruno concluse che “Sono dunque soli innumerabili, sono
terre infinite, che similmente circuiscono quei soli, come veggiamo questi sette circuire questo sole a noi vicino”.Questa affermazione, che
determinò il corso della rivoluzione astronomica, scaturiva, però, da un principio puramente metafisico secondo cui il mondo, essendo
creato da un Dio infinito, doveva necessariamente essere infinito esso stesso. Con Bruno , secondo Kuhn, il distacco del copernicanesimo
dalla tradizione aveva raggiunto la sua massima espressione. Sarà poi Cartesio a riprendere il concetto di universo infinito, pieno, in
quanto la materia coincide con l‟estensione, e indefinitamente divisibile. Il cosmo apparentemente ordinato di Aristotele lasciava ormai
spazio ad un caos che sconvolse ogni certezza dell‟uomo, suscitando effetti contrastanti sia in campo sociale che politico che , soprattutto
, culturale: un profondo senso di smarrimento si affiancava a sentimenti di euforia. Furono proprio i letterati a diffondere questi
sentimenti di stupore e di meraviglia che caratterizzarono la produzione letteraria ed artistica dell‟epoca: il Barocco.
                                  Galileo Galilei




Nacque a Pisa nel 1564
Morì a Firenze l'8 gennaio 1642




                                  Macchie lunari
19 febbraio 1473
24 maggio 1543




                   Nicola Copernico
Keplero
1571-1630
Egli immaginava che la Terra fosse immobile al centro dell'universo,
che il Sole e la Luna ruotassero attorno alla Terra e che tutti i pianeti
ruotassero attorno al Sole.
Ecco, in sintesi, le tre leggi di Keplero sulle orbite planetarie:

PRIMA LEGGE - Ciascun pianeta ruota attorno al Sole percorrendo un'orbita piana che ha la forma di un'ellisse; il
Sole occupa uno dei due fuochi dell'ellisse. Il punto in cui il pianeta raggiunge la massima distanza dal sole si chiama
afelio, mentre il punto di minima distanza viene detto perielio.
 SECONDA LEGGE - La velocità di ciascun pianeta lungo la sua orbita non è uniforme, ma cambia a seconda della
sua posizione: il pianeta sarà più veloce nei pressi del perielio e più lento nei pressi dell'afelio. Precisamente, il raggio
vettore che unisce il pianeta al sole, percorrerà aree uguali in tempi uguali. Nella figura, le aree azzurre rappresentano
tratti di orbita percorsi nello stesso intervallo di tempo e quindi sono uguali.
TERZA LEGGE - E' la relazione tra le dimensioni delle orbite e i periodi di rivoluzione dei pianeti: i quadrati dei
periodi di rivoluzione sono proporzionali ai cubi delle distanze
                                            Tycho Brahe

                                          1546-1601




                 1546-1601




                                     Tycho e la stella nova: i cieli non sono immutabili.

Quella sera Tycho, ospite dello zio Steen Bille alchimista, uscendo dal suo laboratorio, notò una stella luminosissima a nord-
ovest di Cassiopea, più luminosa della stessa Venere. Fenomeni come questo erano stati osservati in passato; ne erano
testimonianze soltanto le registrazioni molto dettagliate negli annali astronomici cinesi e le pitture murali di antiche culture
americane. In Europa, al contrario, mancavano quasi completamente registrazioni storiche di stelle “novae” (nuove), come
venivano chiamati questi fenomeni; la grande stella nova del 1054 d.C., prodotta dall’esplosione di una supernova (con
questo termine viene indicata la fine esplosiva della vita di una stella di grande massa) che diede origine alla nebulosa
Granchio, ad esempio, fu osservata nella costellazione del Toro ai primi di Luglio come una stella più luminosa della stella
Venere e fu in congiunzione con la Luna (in fase di luna nuova) poco prima dell’alba il 5 o il 6 di Luglio, ma nonostante la
sua visibilità nell’emisfero boreale, non esiste nessuna testimonianza nell’Europa del tempo di quello spettacolare evento
astronomico.
   1548 – 1600

Giordano Bruno
              Renato Cartesio



1596 - 1650
Il modo più semplice di rappresentare i numeri è quello di disporli in ordine crescente su una
retta. E' grande merito di Cartesio l' avere intuito che le radici più profonde della matematica e
della geometria vadano ricercate nella logica e nella filosofia, e di avere posto, nell'unire le due
discipline, le basi necessarie allo sviluppo ulteriore delle matematiche.
                     Caratteristiche generali del Barocco
 In un mondo che si rivela ogni giorno diverso da come una tradizione millenaria lo aveva presentato non è strano che l’intero sistema
conoscitivo entri in crisi e il vuoto venga colmato dalla ricerca e dalla sperimentazione, in un clima di tensione e di dubbio che stimola
                              la riflessione critica e cerca le nuove basi per nuove certezze individuali e collettive.
       Più si accentua la varietà delle esperienze, sempre meno le conoscenze tradizionali valgono a spiegare una realtà in continua
 evoluzione.La ricerca delle somiglianze nascoste, delle analogie che l’occhio e la mente dell’analizzatore scoprono tra settori lontani
del reale, costituisce la nuova rete di collegamenti , le coordinate di una nuova mappa del mondo che offra all’individuo una possibilità
                                                                almeno di orientamento.
Soltanto il simbolo pare adatto a spiegare fenomeni sfuggenti; soltanto i collegamenti forniti dalla metafora e dall’allegoria permettono
                all’artista e al letterato di intuire ciò che i sensi e la ragione non sono più in grado di decifrare con sicurezza.
     Quando Galilei afferma che la verità è scritta nel libro della natura in caratteri matematici, egli è costretto dalla novità stessa del
                                                      concetto a esprimersi in termini metaforici.
 La Scienza Nuova di Galilei si basa infatti sulla trasposizione del metodo matematico a un realtà (quella fisica) alla quale non era mai
stato applicato in precedenza.Attribuire alla matematica , fino ad allora considerata una disciplina astratta , puramente convenzionale il
      compito di spiegare fenomeni della realtà materiale, è un innovazione rivoluzionaria che soddisfa l’esigenza dell’età barocca di
    rinvenire, al di là della sua stupefacente varietà, una chiave di interpretazione unitaria della realtà materiale, all’interno di essa. Se
alcune delle ipotesi scientifiche di Galilei saranno nel tempo superate, rivelandosi inesatte e insoddisfacenti, ciò non sminuisce ai nostri
occhi l’importanza della sua intuizione. Allo stesso modo ci pare corretto considerare anche le esagerazioni, l’eccesso di sottigliezza, di
     astrattezza concettosa e di compiacenza tecnicistica che rendono spesso estranee al nostro gusto le opere artistiche e letterarie del
    Barocco, come il prodotto inevitabile del travaglio doloroso di sperimentazione che le condizioni assolutamente nuove del mondo
                                          impongono all’intellettuale, scienziato, artista o letterato che sia.
    L’ acutezza d’ingegno ricercata dal letterato e posta dai teorici alla base dell’operazione artistica si presta certamente, in ambiente
cortigiano, a giustificare elaborazioni gratuite di concetti e collegamenti che non riescono a superare i limiti della bizzarria individuale
                               e che sono destinati ad essere ripudiati dal pubblico nell’arco di qualche decennio.
      Così l’attenzione alla tecnica, sollecitata dalla necessità di individuare gli strumenti con cui attuare il distacco dal mondo della
  tradizione classica , può scadere in tecnicismo fine a se stesso, incoraggiato dalla condizione di separatezza in cui il letterato tenta di
                                                               salvare la propria identità.
Nei grandi, l’attenzione al momento inventivo e tecnico sollecitata dal Barocco favorisce la presa di coscienza dell’autonoma funzione
conoscitiva della letteratura e della dimensione personale , profondamente seria dell’operazione creativa. La riflessione critica, nata dal
       contrasto tra sostenitori della classicità e difensori del primato della modernità, costringe lo scrittore barocco a riconoscere il
                                  collegamento tra gli strumenti espressivi impegnati e la concezione del mondo.
       Ne deriva la necessità di adattare la tecnica della scrittura alla concezione del mondo che lo scrittore scopre, esprime e propone al
 lettore.Si tratta di un impegno che accomuna molti scrittori, letterati e scienziati, dell‟epoca barocca.Questa constatazione è l‟ennesima
   prova dell‟intrecciarsi strettissimo di razionalità e fantasia di riflessione e creazione, di astrazione e concretezza nell‟età del Barocco.I
   grandi progressi della scienza avevano favorito una nuova consapevolezza di sé , che portò gli uomini del Seicento alla coscienza della
  propria superiorità sul passato e quindi a rifiutare i canoni tradizionali. A.Hauser nell‟opera “Storia sociale dell‟arte” scrive: “Con la
  concezione della legge naturale immune da eccezioni nacque l‟idea di una nuova necessità, affatto distinta da quella teologica. Ma così
          veniva scossa non solo la concezione della libera volontà di Dio, ma anche quella del diritto dell‟uomo alla grazia e della sua
partecipazione al soprannaturale e al divino. L‟uomo divenne un fattore piccolo e insignificante in quel mondo ormai disincantato. Ma la
   cosa più notevole fù che egli da questa mutata situazione acquistò nuova fiducia in sé e nuovo orgoglio. La consapevolezza di essere in
grado d‟intendere la vastità, la possanza dispotica dell‟universo, di poterne calcolare le leggi conquistando in tal modo la natura, divenne
   fonte di uno sconfinato orgoglio fino allora ignoto.”Questo radicale distacco dalla tradizione classicista comporta il rifiuto delle regole
  prestabilite e in particolare dell‟imitazione, che viene sostituita dalla finzione. A seguito delle nuove scoperte geografiche, scientifiche e
 astronomiche non c‟era più un mondo ordinato e bello (secondo l‟idea platonica) da imitare e la finzione era l‟unico modo per cercare di
        ripristinare un nuovo ordine. Secondo Alberto Asor Rosa (“La cultura della Controriforma”), “Rifiuto dell‟imitazione vuol dire
   esaltazione e rispetto della natura. Con questo arriviamo ad un punto probabilmente decisivo. Al di là, infatti, d‟improbabili elementi
    ideologici comuni, al di là di alcune superficiali affinità espressive, ciò che risulta veramente essenziale e discriminante tra vecchio e
        nuovo nella cultura (sia letteraria sia scientifica) del Seicento è l‟esaltazione e il rispetto della natura, sia che con ciò s‟intenda il
    prevalere dell‟immediatezza sul già noto, sia che s‟intenda la contemplazione diretta dei fenomeni al posto della ripetizione libresca e
dottrinaria.” Giovanni Getto in “La polemica sul Barocco”collega la nuova visione del mondo con le scelte retoriche dei letterati: “è una
      religione e una filosofia di crisi quella che sta alla base di questa cultura, in cui si scompone la sintesi rinascimentale e lascia ormai
     insoddisfatti l‟ottimistica visione dell‟uomo e della natura, l‟armoniosa concezione del rapporto dello spirito e del mondo. Mentre il
  mondo dilata suoi confini geografici ed astronomici e la natura modifica i suoi principi biologici e meccanici, mentre ritorna ad essere
       una presenza preoccupante Dio, o severamente custodito nella complicata analogia dei sistemi teologici dell‟ortodossia cattolica o
  protestante o ineffabilmente allontanato negli abissi delle grandi e complesse esperienze mistiche, l‟uomo lotta per il possesso di questo
    mondo e di questo Dio raffinando la sua filologia (l‟insieme degli strumenti tecnici della conoscenza), suscitando e perfezionando una
       tecnica per ogni settore del sapere, senza che, al di là dell‟impossibile equilibrio rinascimentale incentrato nell‟uomo, sia concesso
ritornare alla facile soluzione medievale.(…) La civiltà barocca…non ha una sua fede e una sua certezza. La sua unica fede è forse quella
          nella validità di una tecnica sempre più perfezionata. La sua unica certezza è nella coscienza dell‟incertezza di tutte le cose,
 dell‟instabilità del reale, delle ingannevoli parvenze, della relatività dei rapporti fra le cose. (…) Nei documenti e nelle testimonianze del
secolo…si possono…trovare risultati assai diversi, che vanno da un atteggiamento di stupore e di gioco sull‟illusione delle parvenze ad un
      impegno assiduo di fissare le cose in schemi e leggi. Varietà di risultati e di atteggiamenti interiori a cui si accompagna una diversa
   possibilità espressiva. Così, per fare un solo esempio, la meraviglia potrà, secondo i casi, restare una semplice intenzione, un proposito
     vano dello scrittore, un esercizio artificioso di regia letteraria, e saprà essere uno stato d‟animo sofferto, capace di tradursi in lirica
  emozione. (…) Così l‟uso metaforico… non può essere in assoluto condannato, in quanto può avere una sua intima giustificazione come
                       riflesso di quella instabilità del reale che si accampa al centro della visione del mondo barocca. (…)
La metafora, in effetti, nell‟impiego che ne fecero i barocchi…pare rispondere alla necessità espressiva di un modo di sentire e di
manifestare le cose, come elemento di un gioco complesso di allusioni e di illusioni, come ideale possibilità di traduzione di ogni termine
del conoscibile, in una visione della realtà in cui le cose sembrano perdere la loro statica e ben definita natura per essere rapite in una
universale traslazione (trasposizione) che scambia profili e significati. La metafora, prima che un fatto retorico, sembra nell‟età
barocca una visione della vita, sicchè per questa civiltà si potrebbe addirittura parlare di un “metaforismo” e di un “metamorfismo”
(disposizione a cogliere le continue metamorfosi, trasformazioni, del reale) universali come di essenziali modo di avvertire e di
esprimere la realtà.” Alcuni temi legati allo scorrere inarrestabile del tempo (l‟orologio in tutte le sue forme, dalla meridiana alla
clessidra all‟innovativo orologio meccanico, “a ruote; lo sfiorire della bellezza femminile; il trascorrere delle stagioni) occupano uno
spazio rilevante in alcuni poeti, come Ciro di Pers. Ne è esempio il suo sonetto “Orologio a ruote”:
                                                     “Mobile ordigno di dentate rote
                                                     lacera il giorno e lo divide in ore
                                                   ed ha scritto di fuor con fosche note
                                                    a chi legger le sa: Sempre si more.


                                                   Mentre il metallo concavo percuote
                                                     voce funesta mi risuona al core
                                                    né del fato spiegar meglio si puote
                                                   che con voce di bronzo il rio tenore.


                                                   Perch‟io non speri mai riposo o pace
                                               questo che sembra in un timpano e tromba
                                                   mi sfida ogn‟or contro a l‟età vorace


                                                 e con que‟colpi onde „l metal rimbomba
                                                      affretta il corso al secol fugace
                                               e, perché s‟apra, ogn‟or picchia a la tomba.”
              L‟orologio diventa così l‟emblema tangibile della fugacità del tempo e soprattutto della precarietà dell‟uomo.
                   Effetti scaturiti nella letteratura barocca italiana grazie alla rivoluzione astronomica.

 Alcuni letterati, come ad esempio Giambattista Marino, reagirono con entusiasmo alle nuove scoperte scientifico-astronomiche. Il merito
      di Marino consiste nell‟abilità con cui raccolse e fece proprie tutte le spinte innovative che si esprimevano, con forza ma in modo
indiretto, nelle variazioni contenutistiche e formali a cui la materia poetica tradizionale veniva sottoposta nei decenni a cavallo del secolo.
Pertanto compose un‟opera esemplare per coerenza interna, che soddisfaceva quelle esigenze di novità e di fondazione di un nuovo ordine
             , di una nuova sensibilità, che il rinnovato assetto del mondo rendeva necessaria anche in campo letterario: l‟Adone.
   In questo sterminato poema (più di 40.000 versi) la vicenda dell‟amore di Venere e di Adone viene frammentata e diluita all‟infinito in
una straordinaria varietà di immagini. La poesia viene utilizzata per riprodurre la più ampia gamma di sensazioni: la realtà pare esistere
    soltanto per essere colta e goduta attraverso i sensi. Il godimento consapevole del piacere diventa il punto fermo dell‟esistenza e della
vitalità umana. Le percezione sensibili vengono descritte minuziosamente, ne abbiamo esempio nel “giardino del piacere”, dove Mercurio
  accompagna Adone e Venere: nel sesto canto Mercurio fornisce una spiegazione piuttosto scientifica del senso della vista, considerato il
  più elevato (“l‟occhio, siccome principe sublime, in gloria eccede, in nobiltà trapassa”) e dell‟odorato, nel settimo dell‟udito e del gusto,
      nell‟ottavo del tatto, che “sempr‟è del vero fido ministro, e padre de‟ diletti.” Occorre notare che le affermazioni di Mercurio non
       affrontano il problema della verità, ma piuttosto propongono il problema della “certezza”, cioè dei caratteri che permettono di
 distinguere il vero dal falso. Anche Marino, come Galilei, non muove alla ricerca di una Verità assoluta e immutabile, ma piuttosto di un
      metodo che permetta di cogliere innanzitutto delle verità parziali, ma sicure (“certe”), da cui partire per elaborare entrambi, nei
   rispettivi settori, un nuovo modello del mondo e dell‟esperienza umana al suo interno. La sterminata vastità del poema sarebbe allora
      determinata dall‟ansia d‟interpretare secondo i nuovi criteri della “certezza” dei sensi tutto il patrimonio dell‟esperienza erotica,
                        animatrice del mondo, che l‟esperienza personale e la tradizione letteraria consegnano al poeta.
   L‟organizzazione generale dell‟opera appare basata sullo stesso procedimento di associazione con cui le singole sensazioni si collegano
 l‟una con l‟altra nell‟esperienza comune dell‟uomo, in una catena incessante di associazioni per somiglianza o contrasto all‟interno di un
 flusso continuo di esperienze. Si configura quindi un nuova “teoria della conoscenza”, non più basata sulla teologia tradizionale.Trovano
   quindi conferma le tesi critiche contemporanee secondo le quali c‟è uno stretto rapporto tra la poesia di Marino e la scienza moderna.
       Un posto di rilievo nel panorama culturale della letteratura barocca è occupato da Emanuele Tesauro, il quale con il trattato “Il
  cannocchiale aristotelico” mette in evidenza i rapporti profondi che intercorrono tra le forme privilegiate dai letterati e dagli artisti del
nuovo secolo e le tendenze radicalmente innovative che la trasformazione del mondo impone alla mentalità degli uomini dell‟età barocca.
    Attraverso la sistemazione teorica proposta da Tesauro, il Barocco letterario cessa di essere una moda per proporsi come espressione
  piena e positiva della sensibilità del tempo. L‟irrequietezza intellettuale tipica delle età di transizione trova così modo di trasformarsi in
     coscienza critica, in fattore positivo di sperimentazione e di ricerca. Incentrando la sua indagine sull‟uso metaforico del linguaggio,
  Tesauro propone attraverso la teorizzazione dell‟elocuzione acuta e ingegnosa una concezione dell‟opera d‟arte profondamente lontana
       da quella tradizionale. Come il modello geocentrico dell‟universo esce distrutto dalla verifica che Galilei conduce con il proprio
cannocchiale, così i fondamenti tradizionali della letteratura e dell‟arte sono scossi e sostanzialmente modificati dall‟opera di Tesauro, che
    alla rivoluzione galileiana allude fin dal titolo. L‟elocuzione di cui tratta Tesauro è arguta e ingegnosa perché mette in campo insieme
 capacità inventive ed intelligenza, mobilita le capacità di comunicazione espressiva dell‟artista impegnato a inventare (cioè a scoprire tra
                          le forme potenziali della lingua) le forme più adatte ad esprimere le novità delle sue scoperte.
      L‟arguzia in Tesauro non indica semplicemente una battuta di spirito vivace e intelligente , ma la capacità intellettuale che porta a
  superare le apparenze convenzionali della realtà spezzando i limiti imposti alla percezione dal cristallizzarsi nel tempo dei codici e delle
 convenzioni linguistiche approvate dalla tradizione, per osservare la realtà con occhio nuovo attraverso il “cannocchiale” della metafora.
   La metafora non è per Tesauro una semplice figura retorica, ma la figura, la forma che , nell‟invenzione (ritrovamento e creazione) di
  nuovi rapporti tra le parole, rivela e porta alla luce nuovi rapporti tra le cose (il concetto). La metafora rivela allora l‟analogia di fondo
     che collega reciprocamente fenomeni tradizionalmente considerati distinti, lontani, non correlati. “Né men giovevole a‟ dicitori che
    dilettevole agli uditori è la metafora. Sì perché ella spesse fiate sovviene alla mendicità della lingua e, ove manchi il vocabolo proprio,
 supplisce necessariamente il traslato: come se tu volessi dir co‟ vocaboli propri “vites gemmant” e “sol lucem spargit”, tu non sapresti(“Il
cannocchiale aristotelico”). Il piacere (la meraviglia) che unisce il poeta e il lettore nel riconoscimento della novità è dunque un piacere di
     natura intellettiva basato sulla scoperta delle correlazioni nascoste nella varietà caleidoscopica del mondo, di un nuovo principio di
    catalogazione della realtà, di cui è strumento e fonte il linguaggio umano , o meglio le sue potenzialità non ancora sfruttate. Poiché il
         piacere artistico nasce dall‟invenzione e questa è tanto più autentica quanto più il processo conoscitivo su cui si basa è frutto
       dell‟osservazione e della ricerca individuale, emerge dalle affermazioni di Tesauro una concezione dell‟arte come azione creativa
personale, che travalica con determinazione ogni criterio classicistico di riproduzione o di emulazione di modelli canonici e le prescrizioni
   della retorica cinquecentesca. inoltre, se il fine della poesia è che “l‟uditore in un tempo (contemporaneamente) impari godendo e gode
    imparando”, alla poesia e alla pratica artistica non viene soltanto attribuito un fine edonistico, ma addirittura uno status particolare
       all‟interno dell‟insieme delle attività intellettuali dell‟uomo . L‟ingegno che contraddistingue l‟artista è certamente una forma di
 intelligenza simile a quella (intelletto) di cui da prova il filosofo o lo scienziato , ma se ne distingue per il fatto che, operando attraverso la
      metafora, e cioè per accostamenti analogici, adotta metodi suoi propri, perfettamente legittimi ed autonomi. Ne deriva una chiara
       distinzione tra la “scrittura propria e grammaticale” (denotativa) del filosofo e dello scienziato e la “scrittura retorica e arguta”
    (connotativi) , caratterizzata dal fatto di non essere sottoposta al principio logico di non contraddizione. Il “pensiero artistico” segue
     dunque una sua logica “analogica” che gli permette di cogliere le contraddizioni di cui è ricca l‟esperienza della vita, le implicazioni
reciproche degli opposti , come ad esempio luce ed ombra , vita e morte , corpo e spirito, trasformazione e identità. Le figure retoriche più
usate dall‟arte barocca saranno appunto, oltre alla metafora propriamente detta , quelle che comportano un rapporto di parallelismo o di
 opposizione tra due termini, come l‟antitesi e l‟ossimoro. L‟arguzia metaforica esprime, stimola e soddisfa la necessità dell‟uomo barocco
     di risalire dalle apparenze a una realtà più alta e profonda, rappresentata da un nucleo di esperienza che sfugge ad una definizione
  univoca e lineare e trova rappresentazione adeguata solo nell‟immagine proposta dal concetto ; in parallelo la trattazione concettosa dei
 materiali tradizionali dona nuova vita al vecchio repertorio e vince la “svogliatura” dei lettori, denunciata da Marino. È naturale che in
   un secolo dominato dalla sensazione dell‟ambiguità della realtà, in un tempo di crisi e di precarietà i cui ogni oggetto è percepito come
 “segno” da decifrare “nel gran teatro del mondo”, l‟attenzione si concentri sul mondo dei “segni” e sulla parola in particolare e questa si
  presenti come strumento ideale di sperimentazione di nuovi rapporti con il mondo.La riduzione della realtà a “segno” comporta alcune
        conseguenze di rilievo: l‟arte estende il suo dominio fino a comprendere ogni aspetto della realtà (l‟arte barocca dilata in modo
   sorprendente il campo del “poetabile” comprendendo zone di realtà fino a quel momento escluse dal canone del decoro) e si installa da
         padrona in quella zona intermedia tra le cose rappresentate e i segni che le rappresentano, in quella zona in cui si incontrano
 dialetticamente, per dare origine al segno, i significanti e i significati. La rottura della convenzione che regola i rapporti tra significanti e
     significati ad opera dell‟invenzione metaforica apre la strada al rinnovamento e all‟arricchimento, attraverso la concentrazione dei
                                           significati, della potenzialità significativa dei singoli termini.
       La straordinaria forza di suggestione delle invenzioni proposta dalla grande arte barocca trova nell‟elaborazione di Tesauro una
         spiegazione perfettamente soddisfacente e coerente. L‟ossimoro del titolo , che collega tra loro due nozioni contrastanti come la
        sperimentazione galileiana e il sistema del pensiero classico aristotelico , dichiara infine la consapevole ambizione di Tesauro di
           presentare la propria opera innovativa come lo stabile e organico fondamento di una nuova fase nella storia della creatività
 dell‟uomo.Ecco come Tesauro celebra l‟invenzione del cannocchiale, utilizzandola subito come uno strumento per tessere nuove arguzie:
  “Ma io non so se angelico o umano ingegno fu quello dell‟Olandese che pure ai nostri giorni, con due ottici specchietti, quasi con due ale
di vetro, portò la vista umana per una forata canna laddove uccello non giunge. Con essi tragitta il mar senza vele, ti fa vedere di presso le
  navi, le selve e le città che fuggono l‟arbitrio della pupilla; anzi, volando al cielo in un lampo, osserva le macchie nel sole, scopre le corna
    di Vulcano in fronte a Venere, misura i monti e i mari nel globo della luna, numera i pargoletti di Giove; e ciò che Iddio ci nascose, un
piccol vetro ti rivela. Onde tu puoi conoscere quanto sia il mondo invecchiato, poiché gli bisognano occhialini di così lunga veduta”. Anche
       Marino, nel decimo canto dell‟Adone, in cui Mercurio porta Adone e Venere a visitare il cielo della Luna, tesse l‟elogio di Galilei,
   cogliendo l‟occasione per inserire il tema delle macchie lunari e della loro osservazione con il cannocchiale. Il poeta esalta lo scienziato
        innanzitutto per la costruzione e l‟uso astronomico del cannocchiale, facendo diventare tale strumento scientifico l‟emblema del
   “meraviglioso”, il supremo criterio dell‟estetica barocca. Grazie ad esso Galilei diventa un novello Endemione – di cui era innamorata
 Artemide, dea della Luna, che pertanto si lasciava contemplare nuda da lui – in quanto riesce a vedere la Luna così com‟è. Marino parla
  poi dei satelliti di Giove, scoperti da Galilei che li aveva battezzati “astri medicei” in onore di Cosimo de‟Medici, a cui aveva dedicato il
     “Sidereus nuncius”. In questo canto Galilei viene infine paragonato a Cristoforo Colombo, ed entrambi a Tifi, mitico nocchiero degli
      argonauti. Ma mentre Tifi e Colombo hanno scoperto nuove terre viaggiando lontanissimo e affrontando grandi pericoli, Galilei ha
scoperto addirittura nuovi mondi rimanendo a casa sua e senza affrontare rischi. Ecco un altro esempio del rapporto tra poesia barocca e
       rivoluzione astronomica. Lo stesso Galilei dà un notevole contributo alla letteratura dell‟epoca, grazie alla straordinaria abilità e
     sensibilità creativa che dimostra nelle forme destinate a comunicare al lettore i fondamenti umani, oltre che propriamente scientifici,
      della sua proposta innovatrice. Galilei riesce infatti a portare alla luce con grande forza persuasiva le contraddizioni e le aporie dei
  tradizionalisti, l‟incapacità di uscire dalla sicurezza sussiegosa di chi cerca di sfuggire all‟incertezza rifugiandosi in un sistema chiuso di
  conoscenze, impermeabile al confronto costruttivo con la realtà e con i suggerimenti di una fantasia indirizzata alla comprensione della
   complessità dei fenomeni concreti della realtà dell‟universo. “La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta
 aperto innanzi a gli occhi (io dico l‟universo), ma non si può intendere se prima non s‟impara a intendere la lingua, e conoscer i caratteri,
  ne‟ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è
       impossibile a intenderne umanamente parola;senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto”. In questo passo del
   Saggiatore, forse il più noto, Galilei confuta definitivamente il “principio di autorità” , al quale sostituisce il metodo scientifico, l‟unico
    capace di comprendere la lingua matematica in cui è scritto il libro della natura. È evidente l‟uso tipicamente barocco della metafora,
      grazie alla quale Galilei vuole rendere accessibile la scienza e la filosofia ad un pubblico più vasto e, allo stesso tempo, accentuare la
        critica nei confronti dei seguaci dell‟ “ipse dixit”. L‟impostazione dialettica della nuova scienza, che fonda la veridicità delle sue
  affermazioni sul confronto tra ipotesi e dati sperimentali, sul confronto e sullo scontro di ipotesi provvisorie, non può che rifiutare come
    inadeguato e fuorviante lo schema coerente ma chiuso nel trattato, che comporta l‟esposizione dei dati acquisiti e interpretati secondo
criteri assoluti, incontrovertibili, da parte di un maestro che trasmette, non crea, conoscenza. Il perfetto dominio degli strumenti retorici e
 letterari che Galilei dimostra in questa operazione assicura al sua autore un posto di rilievo nel panorama specificatamente letterario del
                                                                         secolo.
      La creazione del Dialogo mobilita contemporaneamente le facoltà della creazione linguistica e retorica (letteraria) e quelle della
  conoscenza sistematica e concettuale del mondo( propria della scienza). Il punto di contatto tra le due forme d‟intelligenza si colloca in
     questo caso a livello della costruzione delle forme comunicative : nella costruzione e nella esemplificazione di un nuovo metodo di
   esposizione analogo a quello messo a punto in campo scientifico. Poiché l‟affermazione della Scienza Nuova comporta un mutamento
   radicale di mentalità e per raggiungere questa meta occorre, come afferma Galilei, “rifare i cervelli”, lo scienziato è obbligato a fare
          appello a tutte le sue abilità di uomo, per persuadere emotivamente gli altri uomini, oltre che convincerli con la forza del
    ragionamento.Raffaele Spongano descrive così l‟originalità della prosa di Galileo: “La prosa di Galileo è il riflesso della sua anima:
     fervida, e cionondimeno padrona di sé; entusiastica, e cionondimeno grave.[…]Qui si rivela l‟originalità assoluta di Galileo come
     scrittore, che, pur avendo un intelletto potentemente costruttivo e logico, è tuttavia alienissimo dal costruire i suoi periodi su nudi
suggerimenti di esso, cioè con forti e rigide giunture sintattiche, e vi infonde un andamento così sciolto che fa delle sue prose di argomento
                                               più arduo un capolavoro di lucidezza e di duttilità”.
                 Ripercussioni della rivoluzione astronomica nella letteratura europea.


 Questa rivoluzione scientifico-astronomica non influenza soltanto i poeti italiani, ma si estende a gran parte della letteratura europea. In
     Inghilterra si sviluppa l‟ “ingegno” e l‟ “eufuismo” (un‟arte che tende a distinguere l‟espressione poetica dalle altre per preziosità di
   lessico e per l‟uso di artifici retorici e di complesse metafore). In Spagna la letteratura barocca è caratterizzata dal concettismo, inteso
 come collegamento, attraverso nessi imprevedibili, di due elementi o immagini diversi, se non addirittura contrapposti. Baltasar Gracian
     è il teorico più brillante di questa corrente letteraria, il quale scrive: “Brillano meno astri nel firmamento, spiccano meno fiori in un
     prato, di quante acute sottigliezze non si alternino in una feconda intelligenza”. Per quanto riguarda più strettamente l‟adesione o il
      rifiuto alla rivoluzione copernicana, possiamo prendere in considerazione due grandi letterati, Donne e Milton, e il filosofo francese
  Pascal. Il poeta e teologo inglese John Donne prende sul serio l‟innovazione copernicana, ma ne “L‟anatomia del mondo” esprime il suo
    sconforto di fronte alla dissoluzione della cosmologia tradizionale: l‟uomo non ha più i suoi punti di riferimento, la Terra è un mondo
  ormai perduto, frantumato, finito, e le relazioni sociali e familiari (fondate sull‟ordine gerarchico della teoria geocentrica) sono crollate
insieme ad essa mentre l‟individualismo trionfa. “E la nuova filosofia mette tutto in dubbio, l‟elemento del fuoco è affatto estinto; il Sole è
     perduto, e la Terra; e nessun ingegno umano può indicare all‟uomo dove andarlo a cercare. E liberamente gli uomini confessano che
questo mondo è finito, dato che nei pianeti e nel firmamento ne cercano tanti di nuovi; essi vedono che questo si è di nuovo frantumato nei
  suoi atomi. È tutto in pezzi, scomparsa è ogni coesione, ogni equa distribuzione, ogni rapporto: sovrano, suddito, padre, figlio, son cose
   dimenticate, dacché ciascun uomo per proprio conto crede di essere divenuto Fenice, e che allora non possa esserci alcun altro di quel
genere, cui egli appartiene, al di fuori di lui.” La poesia di Donne propone un modello nuovo d‟interpretazione del mondo nell‟esaltazione
    dei contrasti e insieme nella tendenza ad instaurare un collegamento costante tra gli oggetti dell‟esperienza sensibile e il mondo della
    speculazione intellettuale e morale, attraverso la trascrizione degli oggetti e delle esperienze di vita nei termini astratti del linguaggio
     filosofico e teologico e la parallela trascrizione dei concetti astratti nelle immagini emblematiche degli oggetti concreti. Ne nasce una
 poesia spesso scabra, ma densa e ricca di immagini che spesso riescono a trasformare il pensiero e la sensazione in “sentimento”. Anche
  Milton, circa mezzo secolo dopo, si pone lo stesso problema. Egli pensa che l‟innovazione copernicana possa rappresentare la realtà, ma
    nel “Paradiso perduto”, che ha lo scopo di “svelare all‟uomo la Provvidenza eterna”, utilizza una struttura cosmologica tradizionale.
Pascal, invece, privilegia le “ragioni del cuore” e non si lascia persuadere dalle nuove scoperte scientifiche, come testimonia il frammento
“Vanità delle scienze”: “La scienza delle cose esterne non mi consolerà dell‟ignoranza della morale nel tempo dell‟afflizione, ma la scienza
    dei moti del cuore mi consolerà sempre dell‟ignoranza delle scienze esteriori”. Inoltre l‟idea di universo infinito genera in lui un forte
                                      senso di angoscia: “Il silenzio eterno di questi spazi infiniti mi spaventa”.
Presentazione allestita e diretta da :

             Katia Piccini




 Fine Presentazione


         Realizzata con Power Point su base Windows XP

								
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