Terapia per mezzo del cavallo
Metodica particolare, l'Ippoterapia o meglio "Terapia per Mezzo del Cavallo (T.M.C.) si
inserisce nell'ambito di un intervento terapeutico multidisciplinare svolto dall'Associazione
Anni Verdi, offrendosi come momento riabilitativo "aperto" grazie ad una più attiva
collaborazione tra operatori specializzati e l'intero ambiente (famiglie, scuola, tempo libero)
in cui il portatore di handicap vive. La Terapia per Mezzo del Cavallo infatti, grazie alle sue
diverse valenze terapeutiche, sportive e (perchè no!) anche ludiche, riesce ad agire non
soltanto sulle difficoltà neuropsicomotorie del disabile ma anche su quelle della sua
interazione sociale.
Peculiarità di tale tecnica è l'uso del cavallo, "soggetto vivente", dotato di una propria
sensibilità che si fa coprotagonista dell'azione terapeutica, in una relazione interattiva
estremamente ricca e complessa.
Rispetto ad altre metodiche terapeutiche, con la T.M.C viene a porsi in primo piano la
partecipazione attiva del paziente al suo processo riabilitativo, partecipazione che è
strettamente collegata alla motivazione, e questo grazie al rapporto di fiducia, di amore e
di rispetto reciproco che si crea con il cavallo: mediante tale relazione affettiva il disabile si
sente finalmente protagonista, visto poi che è chiamato in prima persona ad accudire e a
curare l'animale. La T.M.C. si pone inoltre come un intervento in grado di stimolare
l'individuo contemporaneamente a livello di più aree funzionali. Grazie alle diverse
andature del cavallo è possibile infatti agire sulle difficoltà neuromotorie del paziente
facilitandone la regolazione del tono muscolare, dell'equilibrio e della coordinazione,
ottenendo un miglior assetto del corpo nelle varie posizioni dello spazio. E' possibile anche
stimolare funzioni neuropsichiche come l'attenzione, l'orientamento ed il linguaggio
sfruttando il diretto rapporto che si crea con il cavallo sensibile ad ogni modificazione del
comportamento e dei movimenti del cavaliere. L'inserimento nel gruppo dei coetanei ed il
coinvolgimento ludico-sportivo favoriscono invece quella dimensione sociale e ricreativa
necessaria per lo sviluppo armonico della personalità dell'individuo portatore di handicap.
Influisce positivamente inoltre anche il rapporto con il maneggio e con tutti gli operatori
che, rimanendo al di fuori dei tradizionali canoni sanitari, forniscono un ambiente
stimolante e rassicurante.
Si riesce così ad interrompere uno dei più tipici feed-back che coinvolgono il disabile,
contribuendo a ridefinire relazioni più adeguate con la famiglia e l'ambiente circostante.
Purtroppo in Italia, sono ancora pochi i Centri che offrono la possibilità ai portatori di
handicap di praticare questo particolare metodo terapeutico, in regime di Convenzione
Sanitaria: tra questi la Nostra Sezione di Ippoterapia, nata nei primi mesi del 1992 e
situata all'interno di Villa Ada, uno dei più suggestivi parchi romani.
Il nostro Centro segue circa 70 utenti disabili affetti da patologie caratterizzate sia da un
danno neuromotorio che da disturbi cognitivi o affettivo-relazionali.
La terapia si svolge nell'ambito del maneggio e della scuderia: dura 45 minuti e la
frequenza è di 2 o 3 volte la settimana.
Da circa 1 anno inoltre, sempre nel nostro Centro, viene praticato anche il Volteggio
Terapeutico.
Il volteggio è un antica disciplina, che consiste nell'esecuzione di esercizi ginnici a cavallo,
prima da fermi, poi al passo, al trotto ed infine al galoppo. Gli esercizi possono riuscire in
modo soddisfacente soltanto se eseguiti in armonia con il cavallo e questo implica un
costante adattarsi del ragazzo ai movimenti e al ritmo delle andature dell'animale.
In questo modo il disabile, oltre a sviluppare un maggiore equilibrio, coordinazione e
scioltezza nei movimenti, viene stimolato ad un maggior contatto sia con l'animale che nei
confronti dell'intero ambiente del maneggio.
Per tutti gli utenti inoltre è prevista, affiancata all'attività a cavallo, anche l'attività di
scuderia che prevede il governo e la pulizia del cavallo, l'ingrassamento della sella e dei
finimenti.
Vengono svolte inoltre attività grafiche di rappresentazione e lezione teoriche di ippologia
volte alla maggiore conoscenza anatomica, fisiologica e psicologica del cavallo.
Il trattamento di T.M.C. prevede fasi diverse a seconda dell'handicap presentato dal
ragazzo:
- la prima fase di Riabilitazione vera e propria in cui per ogni ragazzo è prevista la
presenza di una coppia di operatori (un assistente e un terapista) scelta in relazione alla
patologia presentata dal soggetto.
- la seconda fase di Presportiva prevede che l'intervento continui individualmente e con
l'inserimento progressivo in riprese di gruppo, rimanendo costante la presenza del
terapista specifico.
- nella terza fase di Sport il soggetto può essere avviato alla pratica dell'equitazione con la
relativa autonomia conseguita.
La nostra equipe terapeutica è composta da un medico responsabile, specialista in
Neuropsichiatria Infantile; consulenti specialisti, terapisti della riabilitazione, psicomotricisti,
psicologi, personale di assistenza specializzato. Ogni operatore ha esperienza personale
nella pratica dell'equitazione.
Per ogni utente è prevista una visita medica preliminare con valutazione clinica e
riabilitativa e relativa indicazione al trattamento da effettuare, nonchè consulenze
specialistiche ed esami diagnostici strumentali.
Occorre comunque precisare infine che in nessun caso, qualunque sia la patologia di
base, la Terapia per Mezzo del Cavallo può sostituirsi alle altre forme di trattamento
riabilitativo, ma deve essere considerata piuttosto come una integrazione ad esse,
inserendosi in quella visione interdisciplinare e globale che consideri l'individuo disabile
nella sua totalità. Va inoltre ribadito che il cavallo costituisce sempre e solo il mezzo e non
il fine dell'intervento terapeutico, intendendo con questo che non si deve mirare alla
semplice progressione equestre ma piuttosto al miglioramento dell'individuo inteso nel suo
complesso psicosomatico e nella sua vita di relazione, offrendogli la possibilità di scoprire
man mano delle capacità insospettate, di ritrovare coraggio, determinazione, sicurezza, e
soprattutto di affermare una propria autonomia.
L‘impiego del cavallo nei disturbi psico-fisici
Premessa
L'impiego degli animali in particolari situazioni socio-assistenziali e sanitarie ha generato
una certa confusione.
Una terminologia più corretta e precisa consente di distinguere due categorie di interventi
(Natoli, 1997):
1) le attività svolte con l‘ausilio di animali (A.A.A., Animal Assisted Activity);
2) le terapie svolte con l‘ausilio di animali (A.A.T., Animal Assisted Therapy).
Nel primo caso con le A.A.A. le persone che traggono beneficio dalla presenza di un
animale e dal rapporto con quest‘ultimo. L'obiettivo principale di questi interventi è
finalizzato al miglioramento della qualità della vita di particolari soggetti (anziani, ciechi,
sordi, disabili, malati terminali) In questi casi l‘animale rappresenta una compagnia, un
catalizzatore sociale, un aiuto efficace e consistente soprattutto per l‘assistenza a persone
disabili.
Nel secondo caso, con le A.A.T., gli animali sono impiegati per realizzare veri e propri
interventi terapeutici, che possono interessare molti pazienti di età diverse (bambini,
adolescenti, adulti, anziani) e con problemi e disturbi di varia natura (difficoltà relative al
linguaggio, alla personalità, all'adattamento, all'ansia, all‘umore, allo sviluppo, al
comportamento ecc. per non parlare di sindromi ancora più gravi quali, l'autismo, le psicosi
ecc.) L‘utilizzo degli animali in terapia rappresenta una strategia operativa che affianca,
integra e completa gli interventi tradizionali senza sostituirsi ad essi. Inoltre, occorre anche
sottolineare che gli animali forniscono al paziente sollecitazioni a livello psico-fisico, ma
non potrebbero assolutamente eliminare il ruolo del terapeuta che rimane il protagonista
principale di ogni processo psicoterapeutico. Pertanto, l‘animale da solo non fa vera
psicoterapia anche se la semplice interazione uomo-animale produce effetti terapeutici
ben evidenziati dalla letteratura.
L‘ausilio del cavallo
Nell'ambito delle terapie attuate con l'aiuto degli animali trova una sua specifica
collocazione la riabilitazione equestre , comunemente conosciuta con il nome di
ippoterapia. Questo termine è usato impropriamente perché rappresenta solo uno dei
settori della riabilitazione equestre.
Pertanto, se si discute dell‘apporto sostanziale del cavallo nell‘educazione, rieducazione e
riabilitazione di soggetti portatori di handicap è utile precisare, al fine di evitare confusione,
e disquisizioni superflue, il significato di alcuni termini. Nel congresso internazionale di
Ippoterapia tenutosi a Warwich nel 1979 è stato precisato che:
L‘Ippoterapia è il trattamento rieducativo di un handicap, in cui viene utilizzato il cavallo ed
adottata una tecnica particolare. Il cavallo è bardato in maniera tale che il soggetto
percepisce al massimo gli input trasmessi dal movimento dell'animale e il calore emesso
dal suo corpo. In alcuni casi l'operatore deve cavalcare insieme al soggetto per fargli
assumere determinate posizioni. I cavalli sono condotti al passo mediante le redini. E‘ un
trattamento essenzialmente fisioterapico, che utilizza le qualità bio-meccaniche del cavallo
al passo. Pertanto l‘animale riveste una funzione di strumento. Il soggetto non esercita
nessuna funzione attiva sul cavallo, non pratica equitazione ma subisce il movimento
dell‘animale che, in questa fase, assume un ruolo essenziale:
- nella regolazione del tono muscolare;
- nell‘acquisizione dell‘equilibrio;
- nell‘organizzazione spazio-temporale.
Traggono notevoli vantaggi da questo tipo di trattamento (Citterio, 1981) handicappati in
una situazione apodale (sdraiato prono o sdraiato supino sul cavallo) e quadrupodale
(seduto sulla sella), soggetti caratterizzati da forme gravi di psicopatie (autismo) e da turbe
neuro-psicomotorie.
La Rieducazione Equestre (R.E.) si basa su principi riabilitativi che utilizzano l‘effetto
terapeutico dello sport equestre. La R.E. è anche equitazione pedagogica in quanto, in
questa fase, assume un ruolo essenziale la motivazione che il cavallo riesce a suscitare e
la precisione delle risposte che richiede per essere cavalcato. I cavalli non sono condotti a
mano dagli assistenti ma guidati al passo o al trotto da chi li monta. In questa fase l‘
equitazione è terapeutica anche perché si eseguono esercizi fisioterapici finalizzati al
rilassamento, all‘allungamento, al rafforzamento muscolare, all‘equilibrio, all‘integrazione
dei riflessi ed alla coordinazione dei movimenti Questi aspetti, infatti, sono essenziali per la
conduzione autonoma del cavallo da parte del soggetto. Pertanto, nel momento in cui il
soggetto handicappato cavalca, dimostra di aver conquistato una adeguata e funzionale
autonomia grazie all'attività equestre. Oltre alle sensazioni prodotte dal movimento del
cavallo, in questa situazione si realizza l'insegnamento dell'equitazione che determina
stimoli finalizzati all'acquisizione dei concetti relativi allo spazio-tempo, alla dimensione ed
al movimento.
L‘equitazione come terapia ha uno scopo preventivo e riabilitativo, è usata come forma di
esercizio aerobico, condotto sotto il controllo medico, soprattutto con pazienti con disturbi
cardiaci, circolatori e respiratori.
Nella R.E. vengono inseriti: handicappati nella fase quadrupodale (seduto sulla sella),
bipodale (sul cavallo, in piedi sulle staffe) e unipodale (sul cavallo in piedi su una staffa
sola); soggetti con difficoltà di apprendimento di linguaggio; soggetti con disturbi del
comportamento e/o difficoltà di lateralizzazione.
La fase presportiva interessa soggetti con difficoltà che sono riusciti a superare, a livello
psico-motorio, le due fasi precedenti o quei soggetti che si accostano al cavallo già a
questo livello come, ad esempio, persone con problemi caratteriali, che presentano
disturbi comportamentali e difficoltà relazionali. Il paziente svolge esercizi ginnici a cavallo
per migliorare l‘assetto e l‘equilibrio, ma soprattutto partecipa a lezioni di gruppo sia in
sella sia a terra per instaurare un profondo rapporto con il cavallo. In questo modo, il
soggetto aumenta le sue capacità relazionali, non solo attraverso l‘attività terapeutica vera
e propria, ma anche attraverso la cura dell‘animale prima e dopo la seduta. Lo
svolgimento di alcune attività a terra quale la pulizia, l‘alimentazione del cavallo e la
manutenzione dei finimenti, che sono assegnati a ciascun paziente in considerazione della
propria patologia, possono essere considerati una vera e propria terapia occupazionale.
Questa fase può essere articolata in due momenti:
1) un momento di lavoro individuale nel quale assume notevole rilievo, per l‘inserimento
del soggetto con handicap nel gruppo, il supporto educatore-handicappato;
2) un momento di lavoro di gruppo nel quale si evidenziano relazioni significative tra i
seguenti elementi: educatore, portatore di handicap, cavallo, gruppo.
Lo sport equestre per portatori di handicap consente a molti soggetti handicappati di
praticare gli sport equestri usando i necessari accorgimenti.
Le attività effettuate in questa fase rappresentano aspetti fondamentali per la ridefinizione
del ruolo del soggetto all‘interno della sua famiglia e per l‘inserimento della stessa, con
questo problema, nella vita sociale.
Grazie all‘uso del cavallo, i genitori verificano aspetti e caratteristiche inaspettate
(determinazione, coraggio, controllo emotivo, espressività) del proprio figlio. Ciò,
naturalmente, determina nel contesto familiare una relazione nuova tra genitori e figli
portatori di handicap. E‘ ormai ampiamente dimostrato che la famiglia del soggetto
handicappato è spesso strutturata in modo rigido, iperprotettivo e talvolta squalificante. In
genere, tende ad evidenziare la fragilità della struttura della personalità dell‘handicappato,
coinvolgendolo in comportamenti stereotipati non idonei alle sue reali potenzialità di
sviluppo. I risultati ottenuti con l‘uso del cavallo permettono, perciò, di interrompere uno
dei più tipici ―feedback‖ negativi che impediscono la crescita del soggetto handicappato.
Nel momento in cui la persona con difficoltà psico-fisiche pratica l‘equitazione si riducono
in modo macroscopico i processi di auto-eteroemarginazione del soggetto in seno alla
famiglia, e della famiglia nel contesto sociale.
L‘impiego del cavallo per scopi terapeutici: cenni storici
La scoperta dei benefici effetti dell‘equitazione sembra risalire al tempo di Ippocrate. Fu
Merkurialis nel 1569 a parlare dell'equitazione quale metodo efficace per favorire lo stato
di benessere fisico in " De arte gimnastica " (riportato da Castelli et al. (1991). Lo studioso
sostiene che i diversi tipi di andatura del cavallo favorivano nel cavaliere un "aumento del
calore naturale" e permettono di limitare la "scarsità delle escrezioni" Thomas Sydenham,
nel 1681, nel suo " Tractatus de podagra ", indica lo sport equestre quale valido rimedio
per questo disturbo e consiglia la pratica assidua dell‘equitazione ai soggetti interessati da
questo problema. Van Swieten (medico personale di Maria Teresa di Vienna) e Maximilian
Stoll, membri della prima scuola di medicina Viennese, sostengono che andare a cavallo
rappresenta una efficace strategia di intervento per curare le psicopatie. Dal punto di vista
neurologico alla fine del XIX secolo (1875), Chessigne a Parigi prescriveva l‘equitazione a
persone interessate da:
- problemi neurologici;
- difficoltà a livello dell‘equilibrio;
- problemi nel controllo muscolare.
Anche in uno dei primi trattati di medicina sportiva (― Medicina Gymnastica ‖) Francisco
Fuller nel 1750 dedica ampio spazio alla equitazione. L‘autore sostiene che andare a
cavallo rappresenta un esercizio ginnico molto efficace per la salute sia del fisico che della
mente.
L‘interesse più consistente per il rapporto uomo-animale a fini terapeutici si è realizzato
soprattutto nel primo dopoguerra, quando la pratica della terapia equestre fu introdotta in
Scandinavia. Wiston Churchill, parlando di equitazione, affermava che nell'aspetto esterno
del cavallo è presente qualcosa che fa bene all'aspetto interno dell'essere umano (Rector,
1994)
L‘iniziativa di realizzare programmi di riabilitazione terapeutica con l‘uso del cavallo si è
diffusa negli anni ‘60 e ‘70 in Canada e negli USA soprattutto grazie alla vittoria di Liz
Hartel, che pur essendo affetta da poliomelite dal 1943 vinse la medaglia d‘argento nel
Dressage (gara equestre) ai giochi olimpici di Helsinky nel 1952 (Heipertz 1977). Negli
ultimi tempi, grazie alla realizzazione di congressi internazionali (Parigi 1964, Basilea
1966, Warewick 1979, Amburgo 1982, Toronto 1988 ecc.) l‘equitazione terapeutica è
diventata oggetto di oculata ricerca scientifica.
La rieducazione equestre nel processo riabilitativo. Principi generali
Tra i processi riabilitativi e quelli di apprendimento esistono dei collegamenti molto stretti e
funzionali, che sembrano capovolgere e mettere in discussione molti dei principi sui quali
veniva impostata e forse ancora oggi poggia la rieducazione dei soggetti handicappati.
Alla luce delle nuove teorie, la rieducazione prevede un processo di acquisizione o
riacquisizione di schemi motori e/o mentali che il soggetto interessato dovrebbe vivere da
protagonista attivo, mentre il rieducatore rivestirebbe il ruolo di colui che mette a
disposizione gli strumenti più idonei perché si sviluppino adeguatamente tutte le possibilità
presenti nella persona H.
Il modo, o meglio i modi, in cui la Riabilitazione Equestre agisce vanno ulteriormente
precisati. Esistono attendibili approcci interpretativi che partono dall‘analisi delle dinamiche
correlate al movimento implicito nell'andare a cavallo.
Quando l‘handicappato pratica l'equitazione, come qualsiasi altro cavaliere, riceve stimoli
connessi sia ai movimenti dell'animale in sé, sia allo spostamento cinetico del binomio
uomo-cavallo nello spazio. Egli effettua, fra l‘altro, dei movimenti di orientamento e di
adattamento sul dorso dell'animale. Inoltre, molto spesso, deve con il proprio corpo
anticipare e determinare specifiche risposte motorie del cavallo. Tutto ciò determina un
coinvolgimento del sistema nervoso a vari livelli (neuromotorio, neuropsicologico e
corticale superiore).
A livello neuro-motorio, essendo il baricentro del cavaliere stabile rispetto al cavallo ed
instabile rispetto al terreno, si realizza un‘azione naturale di ―stretching‖ (allungamento dei
muscoli) che agisce sull‘allineamento posturale, sulle reazioni di equilibrio e di
raddrizzamento, sulle reazioni globali tonico-fasiche e sui movimenti reciproci di flesso-
estensione. Occorre sottolineare che il cavallo assume un ruolo determinante nella
regolazione della posizione e dell‘aggiustamento motorio della persona H. Per quanto
riguarda l‘aspetto motorio, è possibile evidenziare lo stretto rapporto che esiste tra il
movimento e la forza di gravità che prevede due aspetti particolari e diversi tra loro:
- tonico, che contrasta la forza di gravità (tono posturale);
- fasico, che consente il movimento degli arti (contrazione fasica).
Essi sono strettamente collegati e consentono rispettivamente l‘assetto del corpo e la
realizzazione di movimenti adeguati ed efficaci.
Il movimento ritmico del cavallo permette ai muscoli lunghi (glutei ed ischiocrurali) una
funzione fasica che consente, grazie all‘allungamento ed al rilasciamento, una postura
adeguata al soggetto caratterizzato da difficoltà a livello fisico. In altri termini sarebbe
proprio il movimento tridimensionale e quello sinusoidale determinato dal cavallo al passo,
a favorire i graduali stiramenti dei muscoli mediante il rilassamento. Lo stesso movimento,
inoltre, interviene anche sulle reazioni toniche. Pertanto, il soggetto diviene capace di
effettuare dei movimenti caratterizzati da una elasticità muscolare sempre più consistente
e ciò gli consente di acquisire e mantenere una efficace mobilità nei diversi piani vertebrali
che comunemente possono essere definiti assi corporei.
Anche la stabilizzazione dei cingoli scapolare e pelvico è resa possibile grazie al rinforzo
del tono dei muscoli che si trovano in queste parti del corpo umano. Volendo descrivere
questo processo in termini più concreti sarebbe possibile affermare che gli arti del cavallo
sostituiscono completamente quelli del soggetto che passa così dalla situazione bipodale
(appoggio di entrambi i piedi sulle staffe anche in posizione eretta) a quella quadrupedale
(seduto sulla sella senza appoggio sulle staffe). In questa posizione il punto di appoggio è
il bacino per cui gli effetti del movimento del cavallo si irradiano contemporaneamente ed
in modo simmetrico sia verso l‘alto (tronco e testa) che verso il basso (gambe e piedi). In
tal modo non essendo più responsabili della posizione eretta del soggetto, i muscoli degli
arti inferiori che non debbono fare pressione alcuna, iniziano a decontrarsi e ad allungarsi.
Inoltre, i paramorfismi (comportamenti ed atteggiamenti anomali) del rachide, che tendono
a compensare difetti di equilibrio nella persona H man mano si attenuano ed alla fine
possono scomparire completamente. L‘equilibrio statico e dinamico del corpo dipende dal
centro di gravità del soggetto, che grazie all‘impiego del cavallo si sposta verso il basso
per cui animale e cavaliere costituiscono un insieme armonico e dinamico. Così il tronco
della persona H si raddrizzerà sul bacino, la testa assumerà una posizione adeguata e
corretta rispetto al tronco e lo sguardo potrà puntare in avanti in modo allineato e parallelo
al suolo.
A livello neuro-psicologico, il movimento del cavallo e quello volontariamente effettuato dal
soggetto che cavalca, determinano specifiche reazioni di orientamento, che facilitano
adeguate reazioni agli stimoli ambientali, favoriscono validi livelli di attenzione e generano
una buona capacità di discriminazione spaziale in persone che presentano carenze a
questi livelli.
Per quanto riguarda le funzioni psichiche superiori, inoltre, il rapporto con un essere
vivente così armonioso e imponente produce una sensazione di benessere e di
compiacimento, nuova e stimolante per il soggetto. Pertanto, in quest'ultimo si verificano
adeguati livelli di estroversione, di aggressività e di espressività che lo rendono molto più
sicuro di sé e delle sue possibilità. Questa nuova situazione gratifica enormemente il
soggetto che si apre più facilmente all‘esterno.
La gratificazione immediata, promossa e favorita anche dal consenso delle persone che
accompagnano e sono vicini al soggetto in questa esperienza, gli consente di acquisire via
via sempre maggiore padronanza e sicurezza nelle situazioni sociali e ciò, naturalmente,
aumenta la sua autostima. Bisogna comunque sottolineare che, in questo meccanismo
psicologico molto favorevole alla persona in difficoltà, giocano un ruolo fondamentale
anche altri complessi fenomeni di reciproca interazione psicologica del binomio cavaliere -
cavallo.
Così, quando sono presenti disordini dello schema corporeo, le modulazioni ritmiche
imposte dal cavallo stimolano il soggetto ad acquisire una progressiva presa di coscienza
e padronanza del proprio corpo. Orientarsi bene nello spazio muovendosi in modo
adeguato è strettamente collegato alla capacità di evocare il proprio schema corporeo
nelle sue diverse parti e nell‘uso di queste ultime. Infatti, le azioni complesse possono
essere effettuate solo se il soggetto è capace di realizzare sequenze articolate di
movimento rese possibili dalla padronanza del proprio schema corporeo.
Pertanto, gli adattamenti sensoriali e propriocettivi, mentre facilitano, da un lato, la
fissazione dell‘immagine corporea, inducono, dall‘altro, anche una migliore ―strutturazione‖
dello spazio esterno. Per creare la giusta immagine mentale del corpo è necessario
mettere in relazione la visione reale dello stesso con le informazioni motorie che
provengono dalla struttura fisica della persona. A giudizio di Nicolas Citterio (1985) il
soggetto H prenderebbe coscienza del proprio corpo grazie al movimento del cavallo che
gli consentirebbe di:
- identificare e definire i punti di appoggio del proprio corpo sull'animale (sarebbero i
recettori profondi della pelle a favorire questo aspetto) nei diversi atteggiamenti prodotti
dal cavallo al passo;
- definire in modo diretto lo stato della sua attività muscolare (tonicità e rilasciamento)
direttamente influenzata dall'animale che si muove su tre diversi livelli (rettilineo, a
serpentina e a cerchio);
- verificare lo spostamento segmentario ed il gioco articolatorio seguendo le sensazioni
dell'asse corporeo che provengono direttamente dalla nuca, dal segmento cervicale del
rachide e dagli altri punti della colonna vertebrale, dal cingolo scapolare e pelvico.
Principali campi di applicazione della R.E.
L‘equitazione terapeutica si è dimostrata utile nel migliorare la regolazione del tono
muscolare e le contratture abnormi; essa facilita inoltre la realizzazione di posture utili per
il soggetto, l‗interazione delle percezioni propriocettive e tattili e la strutturazione dei
rapporti spaziali e della sequenzialità temporale delle azioni.
Sono stati segnalati miglioramenti delle capacità di comunicazione verbale in soggetti
sottoposti a trattamento con riabilitazione equestre.
Sembra che il cavallo, con i suoi aspetti caratterologici di ―docilità non passiva‖ e con la
sua ―presenza vivente‖ attivi nell‘altro componente del binomio -l‘uomo- dinamiche
comunicative che lasciano una traccia positiva nella psiche del soggetto, anche al di fuori
del contesto uomo-cavallo, con miglioramento della comunicazione anche verbale.
Anche se il rapporto psicologico col cavallo non può essere assimilato alla nozione di
―rapporto con l‘altro‖, esistono comunque dei fenomeni di reciproca interazione il cui
approfondimento potrebbe porre in luce peculiari elementi psicodinamici.
Agli innumerevoli studi psicologici e psicopatologici incentrati sul ―rapporto interpersonale‖,
fanno riscontro ricerche molto meno approfondite sulla struttura e le dinamiche del
rapporto che può instaurarsi fra l‘uomo ed altri esseri viventi a struttura encefalica
complessa, come i mammiferi superiori.
Questo campo di indagine appare particolarmente promettente perché potrebbe ampliare
le possibilità di generare nel disabile nuove motivazioni verso il trattamento grazie alle
peculiari caratteristiche emotive ed affettive presenti nel rapporto con un altro essere
vivente. Occorre, a questo punto, sottolineare adeguatamente la rilevanza di questi aspetti
quasi sempre trascurati nel processo riabilitativo e nel rapporto con le persone H anche e
soprattutto a causa di quel fenomeno conosciuto come oscuramento diagnostico che non
ha dedicato mai la dovuta attenzione alla sofferenza psicologica della persona
handicappata caratterizzata da ritardo mentale (Meazzini e Battagliese, 1995).
Come è noto, infatti, le ricerche riabilitative finalizzate solo al recupero della specifica
funzione, senza coinvolgimento attivo e globale del soggetto, hanno minori probabilità di
conseguire risultati positivi.
Occorre purtroppo aggiungere che ancor oggi, all'interno dei servizi pubblici prevale una
filosofia operativa perdente in partenza che mira alla riabilitazione ristretta esclusivamente
al recupero della "funzione" lesa. In tal modo viene trascurata l'analisi dei rapporti sociali
che, molte volte, nella persona H sono seriamente compromessi. Una simile filosofia
operativa è dissonante con gli obiettivi che si intendono raggiungere con l'integrazione
sociale del soggetto soprattutto perché si realizza in strutture chiuse, quali ospedali e
ambulatori senza contatti con il territorio e l'ambiente in cui generalmente vive la persona
H. In tal modo si determina una limitazione dell'apporto costruttivo che il tessuto sociale
potrebbe fornire (Battagliese 1999)
I servizi riabilitativi dovrebbero mirare alla rieducazione della funzione lesa, ma non
fermarsi a questo, attuando una serie di interventi tesi a valorizzare tutti gli aspetti
psicologici e sociali capaci di favorire l'integrazione del soggetto nel suo ambiente. Un
intervento complesso ed articolato che non avvenga solo nelle strutture deputate
tradizionalmente alla riabilitazione, garantirebbe maggiori probabilità di adattamento,
promuovendo una comunicazione più ampia ed articolata tra la persona H e quanti la
circondano. Ciò avverrebbe con molta più facilità ricorrendo ad attività peculiari alla vita di
gruppo. Pertanto la rigidità operativa, che rappresenta la vera essenza della condizione
deficitaria della riabilitazione tradizionale, andrebbe sostituita con un sistema più elastico
che conferisca connotazione riabilitativa anche a settori che finora hanno stentato ad
evidenziare le proprie potenzialità. E' il caso appunto della riabilitazione equestre che sotto
attenta osservazione continua a dimostrare la sua efficacia in tanti settori in generale e
nell'integrazione dei soggetti H in particolare.
Il processo riabilitativo, inoltre, mette in moto anche dinamiche connesse ai processi di
apprendimento, che consentono l‘acquisizione e/o il recupero di modelli psichici carenti.
La componente pedagogica delle tecniche di recupero dei disabili è considerata da molti
AA. come un elemento essenziale e vari studi sono stati condotti sui rapporti fra processo
riabilitativo e apprendimento.
Condizione preliminare essenziale all‘estrinsecazione di un adeguato processo di
apprendimento è la presenza di un sufficiente livello di attenzione ed interesse, fondato su
una situazione-stimolo motivante.
Il soggetto che pratica equitazione terapeutica è stimolato a svolgere il ruolo di
protagonista del suo processo riabilitativo: il gusto della novità e il ruolo-guida nel rapporto
uomo-cavallo stimolano il livello di motivazione del soggetto e, di conseguenza, la sua
capacità attentiva, con ripercussioni positive sulla capacità di collaborazione ed
apprendimento nel corso dell‘iter riabilitativo.
Il ruolo del cavallo con le sue precise caratteristiche fisio-psichiche appare essenziale.
In altri termini l‘animale non sembra svolgere un mero ruolo di mezzo ―biomeccanico‖; il
soggetto handicappato entra in rapporto con un essere vivente, che, mentre da un lato si
differenzia da un soggetto inanimato utilizzabile passivamente, dall'altro può essere
comunque guidato e dominato.
Il cavaliere verifica continuamente che ogni suo gesto suscita una risposta immediata
nell‘animale che può essere o meno in sintonia con lo stimolo di partenza.
Guidare un essere docile ma non passivo, come il cavallo, facendo esercizi con esso, crea
nel soggetto la consapevolezza di dominare una realtà complessa e ciò può determinare
un senso di superiorità o di minore inferiorità rispetto alla condizione di base vissuta per
tanto tempo come frustrante.
Per quanto riguarda i soggetti interessati da un programma di riabilitazione equestre, in
letteratura sono riportati casi in cui si è avuto un netto miglioramento della capacità di
comunicazione, dell‘integrazione sociale e degli scambi relazionali.
Nel contesto del binomio cavaliere-cavallo avvengono, dunque, interazioni psicologiche
complesse, in parte sconosciute, che giustificano gli effetti benefici a livello neuropsichico
della riabilitazione equestre.
Oltre ai fenomeni cui si è testè accennato si deve ammettere, probabilmente, la
sussistenza -almeno in alcuni casi- di un processo di identificazione da parte del cavaliere
con il cavallo, vissuto come essere vivente fiero e potente.
Lo stesso fatto di trovarsi in sella, poi, sortirebbe un effetto benefico sui livelli di autostima,
venendo il soggetto a trovarsi in una situazione spaziale di ―superiorità‖ rispetto agli altri,
così diversa da quella abituale della vita quotidiana, soprattutto nei casi di handicap
motorio che costringono ad esempio il soggetto in carrozzella.
Vi è un altro elemento -ancorché accessorio- che può svolgere un effetto benefico
coadiuvante nell‘equitazione terapeutica. I centri di Riabilitazione Equestre generalmente
sorgono in zone situate fuori dai centri urbani e dispongono di spazi sufficienti ed adeguati
alle necessità dei cavalli e dei cavalieri.
Il verde in cui sono immersi infonde sensazioni di calma e tranquillità.
In questo ―ambiente all‘aria aperta‖ i soggetti eseguiranno gli esercizi iniziali come un
gioco faticoso ma piacevole, in un contesto che non ha nulla in comune con le strutture
chiuse e spesso angoscianti degli ospedali e degli ambulatori.
I vantaggi di un processo terapeutico che si realizzi in luoghi situati al di fuori dei
tradizionali centri di riabilitazione sono anche connessi a migliori possibilità di
territorializzazione dell‘intervento ed all‘attuazione del lavoro di gruppo.
Il setting terapeutico può realizzarsi all‘interno dell‘ampio contesto sociale di un Centro
Ippico frequentato anche da normodotati con comprensibili vantaggi in ordine
all‘integrazione sociale.
L‘autonomia del disabile nei Centri Ippici viene stimolata da tutta una serie di attività che
possono organizzarsi in gruppo, anche con la collaborazione di soggetti normodotati.
L‘attività di gruppo può consistere in partecipazione attiva alla vita del maneggio con
cooperazione collettiva sia agli esercizi svolti dal singolo, sia all‘espletamento delle
incombenze più elementari legate alla struttura (sistemazione scuderie, etc.).
Il clima di cordialità e di entusiasmo e la soddisfazione nell‘espletamento degli esercizi e
dei lavori di maneggio costituiscono importanti fattori di stimolo, propedeutici ad una
migliore socializzazione.
Va da sé che l‘effetto terapeutico della riabilitazione equestre si fonda -come per tutte le
terapie riabilitative- sulla incentivazione delle funzioni del soggetto non compromesse:
l‘handicappato non acquisisce, ovviamente, nuove capacità ma impara ad utilizzare meglio
quelle residue e potenziali già in suo possesso.
Sembra possibile affermare (per qualsiasi soggetto e non solo per gli handicappati) che
chi reca in sé un‘autoimmagine negativa tende a creare una realtà negativa.
Nell‘handicappato l‘emarginazione e gli stessi atteggiamenti iperprotettivi posti in essere
spesso dai familiari, contribuiscono a creare un‘immagine interna di fragilità ed inferiorità,
che impedisce al soggetto anche l‘utilizzo ottimale della funzione residua.
Questo ―feed-back negativo‖ rende, in definitiva, la disabilità sociale del soggetto superiore
a quella strettamente legata al tipo di handicap, concepito come mero danno anatomo-
funzionale.
L‘attivazione di un ―feed-back‖ positivo porterà invece a risultati opposti, stimolando -
attraverso un aumento dell‘autostima del soggetto- l‘utilizzo ottimale delle capacità residue
e l‘attitudine a rapportarsi in maniera più equilibrata agli altri.
Gli stimoli derivanti dalla situazione nuova, la maggiore padronanza di sé, legata alla
scoperta da parte del soggetto di possedere capacità insospettate, l‘ammirazione per la
riuscita degli esercizi da parte degli altri (amici e parenti), sono tutti fattori che, unitamente
ad altri, contribuiscono, come è stato già evidenziato in precedenza, ad attivare feed-back
positivi migliorando sia l‘autoimmagine del soggetto, sia l‘immagine che il soggetto ha del
mondo, sia infine l‘immagine che gli altri hanno del soggetto.
Ricerche ed esperienze di ippoterapia e di riabilitazione equestre
Una prima ricerca, condotta dagli operatori dell‘Associazione Nazionale Italiana di
Riabilitazione Equestre (A.N.I.R.E.) (Dalla Toffola e altri, 1988) in collaborazione con la
Facoltà di Medicina dell‘Università degli Studi di Pavia e presentata al VI Congresso
Internazionale di Riabilitazione Equestre (Toronto, 1988), si propone di valutare gli effetti
dell‘ippoterapia in soggetti interessati da cerebropatia infantile. Dall‘esame della letteratura
risulta che l‘ippoterapia porta ad un miglioramento del controllo posturale globale e della
coordinazione in soggetti con cerebropatia infantile. Come è stato accennato in
precedenza, il controllo posturale sul piano sagittale è indispensabile per mantenere la
postura sull‘animale e a tal fine il soggetto è stimolato ad utilizzare in maniera sincrona e
coordinata la muscolatura paravertebrale (estensoria e flessoria). Quando la persona è
affetta da cerebropatia, il meccanismo di controllo affidato alla muscolatura del tronco
risulta alterato. In questa situazione sarebbero i muscoli flessori a livello del tratto dorso
lombare ed estensori a livello del tratto cervicale ad assumere un ruolo predominante e
perciò non adeguato per la persona H.
Partendo da queste premesse, gli autori hanno effettuato uno studio nel quale sono stati
valutati i risultati ottenuti da dieci soggetti affetti da cerebropatia di diversa eziologia, di età
compresa tra i quattro ed i diciannove anni. La diagnosi clinica era di tetraparesi spastica
in sette soggetti, di paraparesi spastica in due soggetti e di emiparesi destra in un
soggetto. E' stato, inoltre, inserito nello studio un gruppo di controllo di dieci soggetti sani,
di età compresa tra i nove e i quattordici anni, che praticavano equitazione da un minimo
di sei mesi ad un massimo di cinque anni. La ricerca è stata effettuata in due tempi: una
prima valutazione in autunno, dopo una sospensione di tre mesi dell‘ippoterapia per le
vacanze scolastiche, ed una seconda dopo sei mesi di trattamento (una seduta
settimanale di circa trenta minuti).
La valutazione clinica riguarda:
— il controllo posturale del capo e del tronco, da seduti ed in piedi, sul piano antero-
posteriore e laterale;
— la presenza o l‘assenza dei riflessi tonici del collo simmetrici ed asimmetrici;
— la presenza o l‘assenza di reazioni di equilibrio;
— la capacità di mantenere la posizione seduta con o senza appoggio;
— la presenza di paramorfismi e dismorfismi del rachide (scoliosi, ipercifosi);
— la funzionalità degli arti inferiori e superiori, valuta attraverso due scale predeterminate.
Altri dati sono stati rilevati attraverso una valutazione elettromiografica posturale, che
riguardava l‘attività della muscolatura paravertebrale a livello cervicale, dorsale e lombare.
La registrazione è stata effettuata con il paziente a cavalcioni su di una sella con i piedi
sulle staffe in due fasi successive: mentre il soggetto manteneva l‘abituale atteggiamento
posturale (posizione ―comoda‖) e mentre lo stesso simulava l‘atteggiamento adottato
durante le sedute di ippoterapia, con un raddrizzamento del rachide. La registrazione
durava trentadue secondi.
Tutti i soggetti che partecipavano alla ricerca venivano infine sottoposti alla valutazione
delle risposte riflesse.
I dati clinici rilevati hanno evidenziato, dopo sei mesi di ippoterapia, un globale
miglioramento del controllo posturale del capo e del tronco, mentre non sono state rilevate
variazioni significative della deformità del rachide e dell‘articolazione delle anche. A questo
proposito la differenza rispetto al gruppo di controllo, calcolata con test t, era significativa
(p<0.001). La prima valutazione elettromiografica posturale sottolineava nei pazienti
un‘attività significativamente superiore rispetto al gruppo di controllo in entrambe le
condizioni di misurazione (p<0.05). Dopo sei mesi di ippoterapia si notava nei pazienti una
diminuita attività elettromiografica nella posizione di raddrizzamento del rachide. I dati
ottenuti tramite l‘indagine reflessologica strumentale, espressi in medie e deviazioni
standard, venivano confrontati tramite il test t per dati accoppiati (confronto tra i valori dei
pazienti nelle due rilevazioni) e per dati non accoppiati (confronto tra i pazienti ed il gruppo
di controllo). Sebbene i pazienti mostrassero una tendenza al miglioramento, le analisi non
hanno evidenziato differenze significative.
Gli autori concludono che, nonostante il limitato tempo di studio e la disparità della
casistica, questa metodologia di indagine clinica e strumentale può essere considerata
valida per dimostrare con indagini neurofisiologiche l‘efficacia dell‘ippoterapia.
Un lavoro realizzato ancora dagli operatori dell‘A.N.I.R.E. (Viglione et al. 1994) valuta gli
effetti dell‘ippoterapia su soggetti con handicap psichici. Le base teoriche sono quelle
cognitivo-comportamentali. Infatti, gli autori sottolineano come l‘ippoterapia sia un
intervento che favorisce lo sviluppo integrale della persona umana e porta a realizzare un
contatto emotivamente efficace tra paziente ed animale. Questa relazione sarebbe in
grado di modificare i costrutti personali e i comportamenti della persona H con ritardo
mentale. Gli autori si propongono di verificare che l‘ippoterapia porta, appunto,
modificazioni del pensiero, del comportamento e delle relazioni in soggetti con deficit
mentale. Hanno preso parte alla ricerca sedici giovani, di età compresa tra i sedici ed i
ventidue anni, divisi in un gruppo sperimentale ed in uno di controllo. Sono stati effettuati
diversi tipi di indagine psicodiagnostica: test di livello (WISC e Alexander), test carta e
matita (figura umana, famiglia, albero). Questi strumenti sono stati utilizzati all‘inizio dello
studio, dopo tre mesi e dopo sei. Inoltre, gli autori hanno condotto un‘osservazione a tutto
campo sui comportamenti dei soggetti nella vita quotidiana.
Per quanto riguarda i test di livello, si nota un aumento (+ 6.3) nei punteggi del gruppo
sperimentale per ciò che attiene il Q.I. di intelligenza pratica: i soggetti in terapia hanno
preso più coscienza del proprio corpo e delle funzioni delle singole parti. I dati relativi ai
test carta e matita evidenziano che nel gruppo sottoposto ad ippoterapia diminuisce
sensibilmente il numero di soggetti che esprime la paura in modo disfunzionale; inoltre
l‘aggressività reattiva si riduce nel 50% dei pazienti ed inoltre si evidenzia un
miglioramento nelle difficoltà relazionali nel 60% dei casi. Il gruppo di controllo resta
sostanzialmente stabile, evidenziando gli effetti benefici dell‘intervento ippoterapico nel
gruppo di controllo. Risultati positivi sono riportati anche per la conoscenza del proprio
corpo: gli otto soggetti in terapia sono arrivati a riconoscere gli emisoma destro e sinistro.
Inoltre, anche sul piano del comportamento che si può evidenziare l‘utilità di questo
intervento, in quanto il gruppo sperimentale migliora, dopo sei mesi, soprattutto in un
aspetto particolare che si può identificare nella capacità di rapportarsi, in modo
abbastanza adeguato, con se stessi e con gli altri. L‘osservazione sistematica ha
evidenziato come le acquisizioni e le modalità apprese in terapia si siano generalizzate ad
altre situazioni di vita.
In base ai risultati ottenuti, i ricercatori hanno evidenziato che la terapia effettuata con
l'ausilio del cavallo, anche se non dimostrabile empiricamente, è in grado di determinare
una modificazione degli schemi cognitivi e che questi a loro volta incidono sui
comportamenti disfunzionali. Così le stesse esternazioni relative a specifiche emozioni
quali la gioia o l'ira si modificano. Pertanto, alcuni soggetti imparano ad esternare in modo
più adeguato i propri sentimenti, mentre altri manifestano le loro emozioni in modo più
accettabile socialmente. Per quanto riguarda l'aspetto più strettamente relazionale, il
gruppo sperimentale mostra un miglior rapporto con l‘adulto, una maggiore autonomia ed
una migliore capacità di vivere con i pari. In altri termini i soggetti dimostrano di saper
condividere con i propri simili esperienze diverse in modo più attivo e riescono a trarre
profitto da situazioni educative e formative in modo più funzionale alla propria crescita
sociale emotiva e cognitiva.
L‘ippoterapia, quindi, a giudizio degli autori, non solo permette un recupero sul piano
psicomotorio, ma anche su quello relativo all'aspetto comportamentale, alle cognizioni ed
all‘espressione delle emozioni.
Nonostante le esperienze riportate i risultati non possono essere generalizzati facilmente
anche perché sarebbero necessarie ricerche più rigorose dal punto di vista metodologico.
La maggior parte delle pubblicazioni, allo stato attuale, si limita a descrivere i benefici
ottenuti. Secondo alcuni autori italiani (Gallani e Malerba, 1996), per analizzare i risultati
raggiunti in seguito ad interventi specifici di riabilitazione equestre, occorre aver posto con
chiarezza gli obbiettivi di tipo riabilitativo, motori, sensoriali e cognitivi. Gli autori
sottolineano che i benefici della riabilitazione equestre si dividono in due categorie:
neuromotori da una parte e neuropsicologici e psicologici dall‘altra. E‘ evidente che non
tutti i soggetti possono trarre benefici negli aspetti evidenziati. Rivestirebbe comunque una
importanza fondamentale anche il miglioramento di un solo aspetto, perché ciò
determinerebbe una circolarità positiva, producendo miglioramenti in altri aspetti del
funzionamento dell‘individuo. Sempre gli stessi autori evidenziano il lavoro riabilitativo da
loro effettuato con dodici soggetti caratterizzati da deficit psicofisici (otto maschi e quattro
femmine tra i dieci e i quarant‘anni). I risultati raccolti indicano un miglioramento solo nelle
aree della motricità, della relazione e del rapporto con il cavallo.
Un altro studio sulla riabilitazione equestre con portatori di handicap (Castelli, Canali,
Roscio, Verga, 1990) ha voluto verificare e valutare gli effetti di questo tipo di intervento.
La sperimentazione ha avuto luogo presso il Centro di Riabilitazione Equestre ―Vittorio di
Capua‖, Ospedale Maggiore ―Ca‘ Granda‖ di Niguarda, Milano. Cinque pazienti, quattro
con Paralisi Cerebrale Infantile e uno con Idrocefalo Ventricolare, sono stati seguiti per un
periodo di due anni; una scheda annuale di valutazione riporta le osservazioni effettuate
durante la terapia. Sono stati presi in considerazione, in particolare, il lavoro, a cavallo e a
terra (cura del cavallo e dei suoi finimenti), la reazione di approccio al cavallo e
l‘interazione paziente-animale. I dati, seppur di tipo qualitativo, mostrano dei miglioramenti
sia sul piano motorio sia su quello psicologico: in particolare, i soggetti si mostrano più
attivi nel lavoro, sia a cavallo sia a terra, e più interessati a quanto organizzato ed
effettuato con loro.
La R.E. in Italia
In Italia nel 1977 è stata costituita l‘Associazione Nazionale Italiana di Riabilitazione
Equestre e di Equitazione Ricreativa per gli handicappati (A.N.I.R.E) con sede in Milano.
Obiettivi principali dell'Associazione sono:
- rieducazione e la riabilitazione dei portatori di handicap fisici e mentali mediante l‘impiego
del cavallo;
- la promozione della pratica equestre a fini ricreativi e sportivi.
Costituiscono ulteriori scopi sociali dell‘A.N.I.R.E.:
- la promozione della ricerca scientifica del settore;
- l‘organizzazione e la diffusione della riabilitazione;
- la formazione di operatori specializzati nella riabilitazione equestre.
Essa è presente in tutto il territorio nazionale secondo il seguente schema che ne descrive
i dati statistici aggiornati al 1996.
SETTORE RIABILITATIVO
Numero dei centri 149
- convenzionati con USL, comuni e regioni 44
- operanti in strutture militari 12
- operanti in collaborazione con la C.R.I. 10
- coordinati dall'A.N.F.F.A.S. 14
- coordinati dall'A.I.A.S. 4
- coordinati dal LIONS 13
- coordinati dal ROTARY 5
Totale dei portatori di handicap che usufruiscono della terapia 3547
Operatori medici, paramedici, ausiliari operanti presso i C.R.E 541
Numero dei cavalli e dei pony impiegati nella terapia 302
SETTORE F.I.S.E.
Centri affiliati F.I.S.E. 35
Centri affiliati G.I.V. 11
Centri affiliati G.I.A 3
Patenti F.I.S.E.: A1: 19, A 2: 28, A3: 7
Istruttori F.I.S.E. 24
Portatori di handicap inseriti nei centri tradizionali
di equitazione dopo la terapia 225
SETTORE A.N.T.E.
Centri affiliati A.N.T.E. 11
Patenti A.N.T.E. 1
Istruttori A.N.T.E. 12
SETTORE F.I.S.D.
Centri affiliati F.I.S.D. 19
Patenti F.I.S.D. 77
Istruttori F.I.S.D. 2
L‘A.N.I.R.E. è stata riconosciuta dalla Federazione Italiana Sport Equestri (F.I.S.E.) come
associazione di interesse federale.
L‘Associazione ha promosso nel Giugno 1985 a Milano il V Congresso Internazionale di
Riabilitazione Equestre (ben 23 i Paesi che vi hanno partecipato) consacrando
ufficialmente la metodologia di intervento adottata in Italia. L‘A.N.I.R.E. che non ha scopi di
lucro, nel Maggio 1987 è stata insignita dal Rotary International del Premio ARA PACIS
per la solidarietà umana, che annualmente viene assegnato a personalità, Enti o Stati che
si siano distinti per migliorare la qualità della vita dell‘uomo.
Considerazioni conclusive
La presente trattazione vuole essere una succinta illustrazione di una attività riabilitativa e
terapeutica che si sta attualmente molto diffondendo anche nel nostro Paese, che vede in
rapido aumento il numero degli operatori dotati di ottime competenze professionali, animati
non solo da intenti filantropici o di facciata ma da precise esigenze di correttezza
scientifica.
La disciplina ha comunque bisogno di raffinarsi ulteriormente sul piano metodologico e di
darsi una base teorica che permetta di spiegare meglio e di interpretare verosimilmente i
soddisfacenti risultati conseguiti.
Nelle letteratura specialistica internazionale è in aumento il numero di ricerche che si
propongono di documentare e di controllare l‘efficacia degli interventi riabilitativi e
terapeutici che fanno ricorso all‘ausilio degli animali in generale e dei cavalli in particolare.
Sorprende trovare ancora chi, forse per una forma di personale idiosincrasia nei confronti
dei cavalli, assuma un atteggiamento negativo e preconcetto verso questa pratica
riabilitativa che utilizza tali animali. A smentire tali affermazioni un po‘ malevoli potrebbe
bastare l‘alto numero di centri di equitazione associati all‘A.N.I.R.E. che svolgono attività
riabilitativa e terapeutica nei confronti di svariate patologie fisiche e psicologiche.
Ciò molte volte avviene in modo assolutamente gratuito da parte di Associazioni e di
Centri Ippici che operano nel sociale per migliorare la qualità della vita di coloro che sono
stati meno fortunati. Questo a dimostrazione del fatto che non ci sono interessi di parte
che spingano per la diffusione di questa strategia di intervento che i soggetti con difficoltà
psico-fisiche sembrano privilegiare in modo assoluto.
Inoltre, a questo proposito, è doveroso sottolineare ed aggiungere che non è solo ed
esclusivamente l'impiego del cavallo ad essere privilegiato. Una rapida consultazione
bibliografica ―on line‖ permetterebbe di scoprire una rilevante mole di ricerche e di
interventi effettuati con l‘ausilio degli animali da compagnia ed in particolare del cane,
animale non meno caro e nobile del cavallo. Il problema non sono le proprietà intrinseche
più o meno aristocratiche e nobili delle diverse specie di animali, ma l‘utilizzo adeguato e
appropriato delle specifiche qualità di un animale a seconda dei soggetti su cui si intende
intervenire, della loro età e della patologia..
Bibliografia
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dell‘ippoterapia secondo le teorie cognitivo-comportamentali‖, Notiziario A.N.I.R.E.
Nell'ambito degli interventi terapeutici effettuati ―fuori box‖ l'ippoterapia più propriamente
detta Terapia per mezzo del cavallo (T.M.C.) riveste un ruolo molto interessante per la
miriade di implicazioni che la presenza di un essere animato quale il cavallo offre a tutti i
livelli, con la continua variabilità di stimoli e le forti caratterizzazioni emotive e fantastiche
spesso difficilmente evocabili in altri contesti.
Il contatto diretto con il cavallo libera e promuove l'ancestrale linguaggio del corpo, ricco di
significati e simboli a grande rilevanza comunicativa favorendo l'apertura al mondo della
relazione e fornendo una visione diversa di ciò che ci circonda dall'alto di una posizione
sicura e dominante. In questa prospettiva è presente comunque e sempre una
sollecitazione impercettibile e globale di tutto l'organismo senza alcuna fase di stasi, in un
continuo afflusso di stimoli ed informazioni mediate dall'operatore.
All'atto pratico l'utilizzo del cavallo con le sue caratteristiche andature è strumento di
lavoro ad ampio spettro di azione per la quasi totalità dei quadri patologici, con poche
controindicazioni specifiche, che vanno dai quadri neuromotori ai disturbi relazionali e
comportamentali.
Ecco in breve alcune indicazioni e risultanze riabilitative in vari livelli di intervento:
Livello neuromotorio allineamento posturale, acquisizione reazioni di equilibrio, azione di
rilassamento del tono muscolare, dissociazione motoria e coordinazione
Livello neuropsicologico acquisizione dello schema corporeo, orientamento spazio-
temporale, miglioramento dell'attenzione, concentrazione, vigilanza
Livello relazionale maggiore apertura esperenziale, estroversione, gestione
dell'aggressività, tolleranza alle frustrazioni, espressività, creatività, miglioramento livello di
autostima
In definitiva il valore intrinseco della T.M.C. è pienamente esprimibile nel quadro dell'intero
progetto riabilitativo la cui finalità è l'inserimento sociale del ―diversamente abile‖ con lo
sviluppo della capacità di gestione autonoma delle relazioni sociali e la messa in gioco del
proprio unico bagaglio esperenziale.
Spesso è capitato a tutti noi che, montando o portando alla longhina un cavallo, specie in
giornate ventose, egli abbia scartato e tentato di fuggire.
Noi ci siamo arrabbiati e magari abbiamo anche punito l'animale.
Forse bisognerebbe sapere di più sulla visione del cavallo per capire certi suoi
atteggiamenti.
Egli è da sempre stato una preda nella scala alimentare quindi, come tale, oltre all'innato
istinto alla fuga, ha gli occhi situati nella porzione laterale del cranio.
Ciò gli comporta una visione monoculare destra ed una sinistra molto ampie.
Esse, combinate, permettono di coprire un campo visivo di circa 300 gradi intorno a se
stesso.
Durante la visione binoculare (con entrambi gli occhi contemporaneamente) però il cavallo
presenta due coni d'ombra situati frontalmente e posteriormente.
Il frontale ha una profondità di circa un metro, il posteriore di circa tre.
Ciò significa che se il cavallo guarda un oggetto ad un metro da lui con entrambi gli occhi,
egli non lo vede perché questo cade nel cono d'ombra.
Lo stesso vale per la zona posteriore; solo che l'oggetto non è visto fino a tre metri di
distanza.
Allora il cavallo è obbligato a muovere la testa a destra o sinistra per far ricadere l'oggetto
nel campo visivo monoculare o binoculare.
Da ciò è facile dedurre quali siano le difficoltà di un saltatore.
Significa che quando egli si avvicina ad un metro dall'ostacolo per saltarlo, quest'ultimo
scompare, ed egli deve fidarsi "ciecamente" del cavaliere; oppure deve essere stato
talmente intelligente da percepire distanza, profondità e altezza dell'ostacolo prima che
esso scomparisse nel "buco nero".
L' occhio umano è quasi come una macchina fotografica con auto-focus.
Quando noi vediamo un oggetto, l'immagine di questo viene trasmessa sulla retina
(tappeto di recettori nervosi) che si trova sul fondo posteriore dell'occhio passando
attraverso una lente (cristallino) situata fra camera anteriore e posteriore dell'occhio.
Questa lente è tenuta in sito da muscoli molto efficaci che, contraendosi, modificano la sua
forma e le permettono di mettere rapidamente a fuoco l'immagine dell'oggetto sulla retina.
Nel cavallo il meccanismo di visione è diverso perché ci sono delle differenze anatomiche
importanti rispetto all'uomo:
- I muscoli che dovrebbero accomodare la lente sono molto meno efficaci di quelli dei
predatori in generale
- La superficie della retina è "sconnessa, "presenta cioè dei rilievi e degli avvallamenti.
Se traduciamo in pratica queste differenze possiamo capire come la messa a fuoco del
cavallo non avviene tramite l'accomodamento del cristallino bens" l'animale, per mettere a
fuoco un oggetto, deve muovere la testa nelle quattro direzioni fino a quando l'immagine
non va a cadere nella "depressione" della retina più adatta per quella distanza focale.
Spesso infatti è possibile vedere cavalli che, guardando un oggetto, muovono leggermente
la testa in senso verticale: stanno focalizzando l'oggetto.
Esiste un'altra differenza fondamentale fra occhio equino ed umano.
L' occhio del cavallo funziona come lente bifocale.
Una persona che indossa occhiali bifocali può leggere bene da vicino con la parte bassa
della lente e, quando alza lo sguardo, può vedere un oggetto lontano con la parte alta
della lente.
Quando il cavallo pascola con la testa abbassata è in grado di perlustrare l'orizzonte con
la parte alta dell'occhio.
Se invece la sua attenzione è stimolata da un oggetto vicino egli alzerà di scatto la testa
per guardarlo con la parte bassa dell'occhio.
Quindi in definitiva, se un cavallo vuole mettere a fuoco un oggetto lontano con la visione
binoculare egli, con la testa alzata, guarderà con la parte alta dell'occhio effettuando
leggeri movimenti verticali con la testa per focalizzare l'immagine sulla retina.
Per mettere a fuoco un oggetto vicino, purché non ricada però nel cono d'ombra, alzerà la
testa, ma guardando la parte bassa dell'occhio.
L' animale che osserva utilizzando la visione periferica destra riceve degli stimoli ottici che
vengono poi trasmessi al cervello.
Se gli stessi stimoli, leggermente modificati, vengono osservati con l'occhio sinistro, il
cervello del cavallo ne riceve segnali completamente diversi.
Ciò determina una confusione mentale nell'animale che lo porta, nel dubbio, alla ga
(ricordate l'istinto innato alla fuga).
Questo è uno dei motivi fondamentali per i quali l'addestramento del cavallo deve sempre
avvenire con gesti e manualità ripetuti in modo identico sia della parte sinistra che dalla
parte destra dell'animale pena la doma di un soggetto viziato.
Un altro punto importante è la particolare attenzione di metterli rapidamente a fuoco.
Questa attenzione, combinata con il grande udito a loro disposizione (5o% superiore
all'udito umano) ci fa capire che durante una giornata ventosa il cavallo percepisce rumori
o suoni continui anche molto lontani, a cui si aggiunge la vista di oggetti in movimento non
identificati.
E' evidente che tutto questo crea nell'animale, allarme, insicurezza e nervosismo.
Anche la visione notturna del cavallo è superiore del 50% rispetto a quella dell'uomo.
Ciò è dovuto alla particolare capacità della retina che riesce a captare anche il più debole
raggio di luce notturno permettendo una notevole definizione dell'immagine.
Sembrerebbe infine che il cavallo sia in grado di percepire il colore verde o il blu e gli altri
colori sarebbero visti come tonalità di grigio.
Vorrei concludere con un esempio per far riflettere il lettore su quanto detto.
Cosa succede quando si entra in una scuderia, ci si avvicina ad un cavallo affacciato ad
un box e gli si porge la mano vicino al muso?
L' animale sembra che ci guardi, abbassa e alza leggermente la testa appostandola a
destra e a sinistra e annusando la mano prima con una narice e poi con quell'altra.
Probabilmente noi e la nostra mano ci troviamo nel cono d'ombra a profondità diverse.
Il cavallo dovrà alzare leggermente la testa e guardare con la parte bassa del suo occhio
per focalizzare la nostra mano che rappresenta l'oggetto vicino e potenzialmente
pericoloso.
Per vedere la nostra faccia invece egli abbasserà leggermente la testa e, questa volta,
tramite la parte alta dell'occhio, metterà a fuoco l'oggetto lontano. In entrami i casi il
cavallo sarà anche obbligato a muovere la testa lateralmente per poterci far entrare in un
campo visivo (monoculare o binoculare che sia) identificabile.
IPPOTERAPIA come "terapia"
Dott. Romeo Lucioni
L‘ A.G.R.E.S. è una Associazione senza fini di lucro, gestita dai genitori di disabili e la sua
denominazione "Associazione Genitori per la Rieducazione Equestre e Sportiva" dà una
idea esatta dei principi e dei fini che, quasi quindici anni fa, hanno guidato la nascita dell‘
Istituzione.
L‘ A.G.R.E.S., affiliata all‘ A.N.I.R.E., iscritta all‘ Albo Regionale del Volontariato, ha la sua
struttura operativa, il maneggio, a Cislago, località Massina e, con l‘ausilio di tre "impavidi
destrieri" -Balù, Lillo e Nouvelle- permette un intervento riabilitativo su 80 ragazzi
provenienti da 29 Comuni del circondario che comprende tre Province: Varese, Milano e
Como.
Unire l‘aspetto puramente equestre con quello sportivo presuppone una concezione
dinamica (quindi non solo adattiva) dell‘ippoterapia, per la quale l‘intervento si prospetta
come veramente terapeutico.
Nello svolgere attività a favore di determinati gruppi di persone o di soggetti che
presentano qualche problema, più o meno disabilitante, sempre si deve scegliere un
indirizzo che può essere ludico-ricreativo, ma, per altro, può essere sviluppato su un
versante specificamente curativo.
In questa delimitazione concettuale, non si vuole certo togliere valore alla prima modalità,
dal momento che il piacere, il sentirsi bene e/o soddisfatti ha, di per sè, un senso generico
di "favorevole", "benefico", "positivo", ma l‘aspetto terapeutico ha finalità diverse. In questa
ottica, ogni intervento acquista un valore o una prerogativa di scientificità strutturandosi su
tre momenti:
la diagnosi, la valutazione e la precisazione degli obiettivi per l‘intervento;
l‘indicazione terapeutica specifica, mirata e personalizzata;
la quantificazione dei risultati e la riformulazione degli obiettivi e la programmazione
di nuovi cicli operativo-terapeutici.
Evidentemente, i fondatori dell‘ A.G.R.E.S. hanno scelto quest‘ultima modalità proprio
perchè hanno adottato la strada degli obiettivi mutevoli e finalizzati alla crescita psico-
fisica insita nella propensione sportiva.
Gli elementi riabilitativo-terapeutici dell‘ippoterapia richiedono un‘analisi appropriata e
precisa per essere adattati, in forma personalizzata, a ciascun allievo. L‘uso di un
determinato cavallo e delle sue spinte dinamiche nelle tre direzioni dello spazio (dx-sin;
alto-basso; avanti-indietro) è valutato accuratamente da un fisiatra che tiene conto anche
delle limitazioni neuro-artro-muscolari per tracciare il programma terapeutico.
Nello sviluppo dell‘intervento valutano anche le possibilità di passare dal "passo", al
"trotto" e al "galoppo", oltre che la velocità di esecuzione di ognuno di essi, non solo come
possibilità fisica di evoluzione, ma anche come crescita psichica del "senso di potere".
Se questo iter è specifico per affrontare i deficit fisici (paraplegie, tetraplegie, spasmi
muscolari, atresie cerebellari ed anche cecità), bisogna tenere in conto anche delle
disabilità psichiche (autismo, psicosi, sindrome di Down e dell‘ X-fragile) che
rappresentano più o meno il 50 % dei casi seguiti nell‘ A.G.R.E.S. e delle "reazioni" che
accompagnano, in maggior o minor misura, anche i disturbi motori.
Possiamo considerare che le disabilità psichiche e fisiche portano ad un disadattamento
se non ad una destrutturazione dell‘ Io. Questa funzione psichica si presenta come debole
e/o inadeguata alle necessità della vita di relazione. Per questo motivo, nell‘ A.G.R.E.S.,
uno psichiatra valuta le concomitanti psicologico-psichiatriche per poter affrontare
eventuali situazioni di opposizione e di rifiuto alle proposte di crescita e di sviluppo.
A volte l‘ippoterapia è fatta precedere da una serie di sedute proprio per favorire un
adattamento psico-fisico al lavoro con il cavallo e, quindi, evitare inserimenti che siano
subito difficili, inutili o prematuri.
La ristrutturazione dell‘ Io è particolarmente importante per superare quel "falso sè", quegli
elementi d'auto-svalorizzazione e di rifiuto a considerare le proprie capacità (assolute,
relative e/o residue) per rifugiarsi in atteggiamenti autistici e/o regressivi.
Il rapporto con il cavallo è un elemento molte volte straordinario per poter recuperare il
senso del "reale" e la coscienza delle proprie capacità psicomotorie, di reazione ed anche
volitivo-affettive; esso è favorito dal coinvolgimento delle terapiste che, grazie alla loro
lunga esperienza "terapeutica", riescono a cogliere subito sia i momenti di debolezza e di
scoraggiamento, che richiedono un supporto; sia le attitudini corrette che devono essere
utilizzate per spronare verso mete sempre più alte ed importanti.
Quest‘anno, per esempio, un gruppo di nostri ragazzi ha presentato, in occasione del
saggio, una serie di esercizi e volteggi particolarmente difficili perché fatti anche al trotto e
al galoppo ed una sequenza di salti (di 50 centimetri), dimostrando non solo il
superamento delle difficoltà motorie che causano disabilità, ma anche la possibilità di
esorcizzare quei sensi di paura e di angoscia che sono sempre limitanti e pauperizzanti.
Un altro caso paradigmatico è stato quello di una allieva che è passata dalla terapia ad un
centro ippico normale dimostrando una grande capacità di crescita e di auto-superamento.
L‘esperienza di tanti anni di riabilitazione ha portato gli operatori dell‘ A.G.R.E.S., i Genitori
ed anche i Volontari a non accontentarsi più dell‘utilizzo piacevole, ludico e ricreativo dell‘
"andare a cavallo", ma a sfruttare tutte le possibilità che i nostri generosi cavalli offrono per
fare dei ragazzi-allievi veri "adulti", sicuri di sè e contenti dei propri risultati ottenuti con
grandi sforzi, ma anche con grande senso di realtà.
IPPOTERAPIA : esperienza, professionalità, specializzazione
Dott. Romeo Lucioni
"Ippoterapia", una parola che ha qualcosa di mitico e di magico: l‘ ippo-grifo ci fa volare
con Orlando a dominare gli spazi, le fantasie ed anche le speranze; nei Centri di
ippoterapia, si impara ad amare il connubio "disabile-destriero" come simbolo di volontà, di
crescere e di liberazione.
L‘uso del cavallo a fini terapeutici risale a Ippocrate di Coo (V-IV sec.a.C.) come rimedio
contro l‘insonnia; Asclepiade di Prusa lo suggeriva contro l‘epilessia e le paralisi; nel
Seicento l‘esercizio equestre assume maggior rilevanza e diffusione, ma è nel XVII secolo
che si struttura come vero corpo scientifico-applicativo per la prevenzione ed il
trattamento.
La "riabilitazione equestre", in Norvegia ed in Danimarca, ha una storia ormai trentennale;
nel 1960 si fonda in Inghilterra la famosa R.D.A. (Riding for the Disabled Associacion); nel
1970, in Francia, sorge l‘ A.N.D.R.E. (Associatiòn Nationale de Rieducaciòn por
L‘Equitation); nel 1977, in Italia, inizia la sua attività l‘ A.N.I.R.E. (Associazione Nazionale
Italiana di Riabilitazione Equestre), associata alla F.I.S.E. (Federazione Italiana Sport
Equestri) e riconosciuta con D.P.R. 8 luglio 1986.
L‘ A.G.R.E.S. nasce legalmente il 23 gennaio 1982 per iniziativa di un gruppo di Genitori, a
Rescaldina, per offrire la "magica" ippoterapia ai loro figli disabili. Nel 1997 la sede legale
dell‘Associazione, riconosciuta dalla Regione, è stata portata a Cislago ed è sorta poi la
"Associazione degli Amici dell‘A.G.R.E.S." che ne vuole ampliare le possibilità tecnico-
operative e scientifico-divulgative.
L‘ippoterapia è uno strumento operativo ad alto contenuto assistenziale-riabilitativo che si
applica in moltissimi casi.
Prima di tutto in disturbi di tipo fisico (del sistema nervoso e motorio) poichè i "sussulti"
ritmici impressi nelle tre direzioni (alto-basso; dx-sin; avanti-indietro) agiscono su tutto il
corpo del cavaliere (soprattutto il tronco ed il bacino) determinando un miglioramento del
tono muscolare, una riduzione delle contrazioni muscolari involontarie, una stimolazione
dei riflessi che controllano l‘equilibrio statico e dinamico.
Per altro lato, l‘ippoterapia diventa elemento terapeutico importantissimo anche nei disturbi
psichici in quanto gli stimoli psico-motori, insieme a quelli emotivi ed affettivi messi in
gioco, investono l‘individuo determinando un miglioramento del senso di sè, del senso di
potere e l‘espansione della coscienza che induce una autovalorizzazione.
Questi sono i meccanismi psichici che portano a far sparire paure, ansietà, sentimenti
svalorativi e distruttivi, permettendo, in ultima analisi, una crescita psicofisica, una fiducia
profonda nelle proprie possibilità ed una strutturazione armonica dell‘ Io;
E‘ necessario anche parlare dell‘aspetto educativo insito nella pratica ippoterapica dal
momento che ci sono elementi formativi indispensabili per la crescita quali: il rispetto dell‘
"amico cavallo", l‘assuefazione a rispondere alle sollecitazioni ed alle precise indicazioni
delle terapiste, l‘adeguamento alle imposizioni che il cavaliere deve rispettare (il cavallo
compie gli esercizi solo se eseguiti correttamente), l‘apprendimento coordinato di
movimenti complessi, lo spostamento nello spazio, rispettando modi e tempi e lo sviluppo
di un "fine" senso di comunicazione empatica che permette di farsi capire dal cavallo.
Queste osservazioni ci sembrano sufficienti per chiarire l‘importanza di una ippoterapia
che, fondata sull‘esperienza, ha richiesto una precisa formazione professionale per poter
offrire il meglio ai ragazzi disabili che abbisognano di utilizzare e sviluppare tutte le loro
potenzialità assolute e/o residue.
Al termine di questo cammino resta però ancora l‘area della specializzazione in quanto
l‘uso del cavallo con fini terapeutici può permettere anche di sviluppare una attività
presportiva che richiede tutte le possibilità intrinseche e profonde dell‘ alunno, un costante
controllo dei risultati centrati su precisi obiettivi, una sottile osservazione delle motivazioni
e delle spinte consce ed inconsce che influiscono con gli stimoli istintivi e cognitivi della
crescita e dello sviluppo. Questi sono i fattori basici per l‘utilizzo corretto, preciso e
puntuale di quello sforzo che accomuna alunni, destrieri e terapiste facendo
dell‘ippoterapia un mezzo imprescindibile per sentirsi orgogliosi e soddisfatti.
Associazione Genitori per la Rieducazione Equestre-Sportiva
HANDICAP e RIABILITAZIONE
L' A.G.R.E.S. è un' associazione senza fini di lucro, sorta, nel 1982, per iniziativa dei
genitori di ragazzi disabili, per permettere loro di usufruire di ippoterapia, forma di
intervento riabilitativo con l' uso del cavallo che da più di un secolo è riconosciuta utile in
molte forme di disabilità fisiche e psichiche.
Ha la sua sede legale e operativa in Cislago (Varese) località Massina, Via Dante Alighieri
896.
Iscritta all' Albo Regionale del Volontariato al n° 22/1993, aderita alla A.N.I.R.E.
(Associazione Nazionale Italiana Riabilitazione Equestre), ha sviluppato progressivamente
le sue capacità operativo-funzionali e oggi offre il suo servizio a 80 ragazzi provenienti da
29 comuni di tre province (Milano, Varese, Como).
Le particolari problematiche psicofisiche di questi ragazzi hanno indotto il Dott. Romeo
Lucioni, medico-psichiatra, presidente dell' associazione dall' aprile del 1993, ad ampliare
l' area di applicazione psico-riabilitativa, organizzando una struttura atta ad eseguire forme
di psicoterapia senso-motoria particolarmente utile per lo sviluppo delle strutture profonde
della personalità, che, nell' attualità, si configurano nell' E.I.T. (Terapia di Integrazione
Emotivo-affettiva).
In questo ambito, l' aiuto della sig.ra Ida Basso, maestra elementare con grande
esperienza nell' educazione di bambini disabili, ha permesso di sviluppare le basi
applicative dell' E.I.T., così che si sono potuti attuare interventi molto specializzati per la
riabilitazione di individui di giovane età, affetti da autismo, sindrome di Down, X-fragile,
insufficienza mentale, psicosi giovanili, sindromi regressive di innesto, oltre che da
particolari espressioni patologiche che richiedono un intervento "globale" come il caso
della Sindrome di Joubert.
E' una tecnica riabilitativa che si prefigge attraverso l'uso del cavallo, la cura e la
riabilitazione dei soggetti affetti da handicap psico-fisici. Da ricerche effettuate risulta che
l'uso del cavallo, per scopi terapeutici, risale a molti secoli fa, e veniva consigliata da
medici di allora contro l'epilessia, l'insonnia e molti casi di paralisi. Niente di nuovo quindi,
ma soltanto la riappropiazione da parte della medicina di tecniche antiche e naturali di
cura.
Il cavallo è un animale buono e tranquillo, da sempre un inseparabile compagno di viaggio
e di lavoro dell'uomo, che ancora una volta utilizza le sue incomparabili doti di pazienza e
generosità. Nella prima fase della terapia si sfrutta il ritmo del cavallo al passo per
riprodurre lo stimolo propriocettivo del cammino umano: i suoi movimenti sono infatti circa
60 al minuto come nell'uomo, e la sua andatura regolare e sinusoidale produce benefici
effetti di rilassamento. La novità, il gioco, lo stare all'aria aperta, lo spirito di emulazione fa
nascere nel ragazzo passione e amicizia verso il cavallo e lo stimola a continuare le
lezioni.
Ed è proprio sfruttando il desiderio dei ragazzi che gli operatori riescono a tramutare il
gioco in terapia, a procedere, ove ce ne sia bisogno, a sblocchi articolari, e alla
realizzazione e presa di coscienza di alcuni movimenti che i ragazzi disabili riusciranno poi
a riprodurre nella vita quotidiana.
Successivamente, in una seconda fase, l'istruttore si mette a distanza, lasciando il neo
cavaliere a guidare il cavallo da solo. In questo modo il disabile passa da una situazione
subalterna ad una più indipendente, sentendosi quindi investito di maggior responsabilità.
Questo lo porterà poi a rapportarsi con gli altri (famiglia, amici, compagni di scuola) con
più sicurezza ed equilibrio
Gli ambiti si differenziano in relazione ai 2 indirizzi principali:
1 - Ambito neuromotorio:
patologia centrale e periferica (forme fisse e progressive) a interessamento del
S.N.C.
Forme distoniche
Forme spastiche
Impaccio motorio o disprassia
Forme atassiche lievi
2 - Ambito psichico:
Disabilità intellettiva, mentale, psichica
nevrosi
psicosi.
CONTROINDICAZIONI
Sono da considerare in anticipo come possibili danni o insuccessi:
L‘incostanza delle sedute
Una patologia preesistente associata (emofilia, ipertensione, ernia discale,…)
Soggetti non inviati, provenienti da strutture esterne o fuori da un programma
specifico.
ASPETTI ORGANIZZATIVI
Gli obiettivi della R.E. si differenziano in relazione ai 2 indirizzi principali:
ambito neuromotorio: coordinazione dei movimenti, mantenimento dell‘equilibrio,
controllo del tronco e uso parziale degli arti inferiori, orientamento spazio-
temporale;
ambito psichico: consapevolezza della propria immagine corporea, positività del
rapporto con l‘altro, competenze in campo psicomotorio, relazionale,
comportamentale e cognitivo.
La composizione dell‘équipe prevede:
l‘Istruttore
il Terapista della Riabilitazione
il Medico specialista (Neuropsichiatra Infantile, Neurologo, Psichiatra)
il Palafreniere, volontari.
Tutti i componenti devono saper andare a cavallo, conoscere i principi dell‘equitazione,
della fisiokinesiterapia e dei disturbi intellettivi e psichici.
L‘Istruttore è la figura insostituibile all‘interno dell‘équipe mentre il lavoro della Terapista è
in stretta collaborazione con la Fisiokinesiterapista personale del soggetto.
Il Medico specialista ha la funzione di fornire l‘indicazione, valutarne il tipo e il metodo a
seconda della patologia.
L‘équipe stila il programma iniziale d‘intervento e le modalità di verifica in itinere e finale.
- la prima fase di Riabilitazione vera e propria in cui per ogni ragazzo è prevista la
presenza di una coppia di operatori (un assistente e un terapista) scelta in relazione alla
patologia presentata dal soggetto.
- la seconda fase di Presportiva prevede che l'intervento continui individualmente e con
l'inserimento progressivo in riprese di gruppo, rimanendo costante la presenza del
terapista specifico.
- nella terza fase di Sport il soggetto può essere avviato alla pratica dell'equitazione con la
relativa autonomia conseguita.
L'equipe terapeutica è composta da un medico responsabile, specialista in
Neuropsichiatria Infantile; consulenti specialisti, terapisti della riabilitazione, psicomotricisti,
psicologi, personale di assistenza specializzato. Ogni operatore ha esperienza personale
nella pratica dell'equitazione.
Per ogni utente è prevista una visita medica preliminare con valutazione clinica e
riabilitativa e relativa indicazione al trattamento da effettuare, nonchè consulenze
specialistiche ed esami diagnostici strumentali.
Occorre comunque precisare infine che in nessun caso, qualunque sia la patologia di
base, la Terapia per Mezzo del Cavallo può sostituirsi alle altre forme di trattamento
riabilitativo, ma deve essere considerata piuttosto come una integrazione ad esse,
inserendosi in quella visione interdisciplinare e globale che consideri l'individuo disabile
nella sua totalità. Va inoltre ribadito che il cavallo costituisce sempre e solo il mezzo e non
il fine dell'intervento terapeutico, intendendo con questo che non si deve mirare alla
semplice progressione equestre ma piuttosto al miglioramento dell'individuo inteso nel suo
complesso psicosomatico e nella sua vita di relazione, offrendogli la possibilità di scoprire
man mano delle capacità insospettate, di ritrovare coraggio, determinazione, sicurezza, e
soprattutto di affermare una propria autonomia
036a5090
Progetto per Attività di Ippoterapia Educativa per Alunni disabili delle Scuole Elementari
Disponibile
Quando
Novembre 00 - Giugno 01
con orario da concordare
Dove
Associazione C.R.E. EDOARDO - O.N.L.U.S.
Società Ippica Torinese - Str. dei Cacciatori, 113 - 10042 Nichelino (TO)
Competenze teoriche generali e tecnico-specifiche
Il tirocinante deve conoscere lo sviluppo psicomotorio del bambino dalla nascita ai dieci
anni.
Aspetti dello sviluppo cognitivo.
Classificazione degli handicap.
Breve descrizione attività
Valutazione iniziale dei bambini e programamzione individualizzata per l'anno scolastico.
Riunione con le Insegnanti di sostegno e valutazione delle interazioni tra obiettivi
dell'Associazione e obiettivi della Scuola.
Compilazione e consegna del materiale didattico guidato per le Insegnanti.
Supporto durante l'attività pratica in maneggio.
Verifica del raggiungimento degli obiettivi e compilazione delle relazioni finali.
Caratteristiche personali
Non avere timore degli animali in particolare del cavallo.
Capacità di adattamento al clima e ambiente.
Dimistichezza con soggetti portatori di handicap.
Altre informazioni
Rif.:
Dott.ssa Tiziana Sogno
tel.: 011/3581291
cell.: 0338/1662823
036b5090
L'ippoterapia con il bambino autistico
Disponibile
Quando
Novembre 00 - Giugno 01
con orario da concordare
Dove
Associazione C.R.E. EDOARDO - O.N.L.U.S.
Società Ippica Torinese - Str. dei Cacciatori, 113 - 10042 Nichelino (TO)
Competenze teoriche generali e tecnico-specifiche
Conoscenza di base per la psicodiagnosi.
Elementi di conoscenza sulla normalità e patologia nello sviluppo del bambino.
Nozioni elementari di psicomotricità.
Breve descrizione attività
Compilazione della scheda di osservazione e valutazione del caso.
Impostazione di un intervento non obbligatoriamente sul cavallo.
Valutazione della scheda anamnestica e attento studio della cartella clinica.
Osservazione esterna della terapia.
Caratteristiche personali
Non avere timore degli animali in particolare del cavallo. Capacità di adattamento al clima
e ambiente.
Dimestichezza con soggetti portatori di handicap.
Consapevolezza del tirocinante dei propri limiti rispetto a vissuti, talvolta negativi, possibili
durante il corso della terapia.
Altre informazioni
Rif.:
Dott.ssa Tiziana Sogno
tel.: 011/3581291
cell.: 0338/1662823
L‘ippoterapia, quale disciplina tra le scienze motorie, ha anch‘essa fatto verificare che
qualsiasi risultato, anche per i casi più squisitamente somatici e/o psichici, dipende dal
vissuto e/o dalla motivazione del soggetto cavaliere nell‘interrelazione con il vissuto e/o la
motivazione del cavallo stesso impiegato, non solo nel cavalcarlo.
I più abili e sani cavalieri hanno instaurato una soggettiva interrelazione comunicativa con
il cavallo, in pratica conoscono e sono riconosciuti dal cavallo: è, ormai, un fondamento
etologico di chi armonicamente addestra - o meglio si addestra per – un cavallo.
Il cavalcare oltre ad essere un sano rapporto psicosomatico, attraverso una complessità di
ritmi ed oscillazioni, è prioritariamente un rapporto comunicativo.
L‘occuparsi professionalmente di tale rapporto psicosomatico necessita di una verificabile
integrabilità professionale, attraverso la necessaria eterogeneità delle competenze in
un‘équipe interdisciplinare preposta alla riabilitazione attraverso il mezzo del cavallo:
occorre, quindi, saper lavorare in gruppo.
Diagramma interrelazionale di un'équipe R. E. nella T. M. C.
IPPOTERAPIA E RIABILITAZIONE EQUESTRE
G.DIAFERIA, M.C.OSELLA.
Università di Torino - Facoltà di Medicina Veterinaria.
Ippoterapia e riabilitazione equestre sono una importante componente della "pet-therapy",
che prevede l'uso dell'animale come co-terapeuta di alcune patologie dell'uomo,
determinanti alterazioni a livello fisico e/o mentale.
L'uso terapeutico del cavallo si é notevolmente incrementato in Italia negli ultimi anni; é
opinione degli Autori che una indagine sulle modificazioni derivanti dall'applicazione di tali
pratiche terapeutiche sia dal punto di vista fisiologico che psicologico nell'uomo e nel
cavallo sarebbe di grande utilità.
Nella prospettiva di contribuire alla preparazione di una Linea Guida sull'argomento, gli
Autori presentano un progetto frutto della collaborazione di medici e veterinari, al fine di
individuare gli aspetti positivi e negativi dell' ippoterapia e della riabilitazione equestre.
Pet-therapy: ecco come curarsi con l'aiuto degli animali
Andare a cavallo, nuotare con un delfino, ma anche solo accarezzare un gatto o un cane
aiuta a risolvere disagi fisici e psichici
Le feste di una cane quando rientriamo a casa, le fusa di un gatto mentre si accoccola
sulla nostre gambe: l'affetto di un animale è la medicina migliore per stare in salute. Dà un
senso di sicurezza e di protezione, aiuta a ritrovare il sorriso e a distrae la mente dai
problemi quotidiani. E' stato dimostrato scientificamente che il contatto con un animale
contribuisce notevolmente ad abbassare la pressione arteriosa, stimola le difese
immunitarie e allunga la vita, grazie ad un forte diminuzione dell'ansia e dello stress.
L'idea di utilizzare gli animali per facilitare la convalescenza dei malati o per migliorare la
difficile esistenza di persone disabili è nata osservando gli effetti che derivavano
dall'interazione tra essere umano e animale. In molti casi la vicinanza di un cane o di una
gatto per risolvere problemi relazionali ha dimostrato avere un effetto ben superiore a
quello di molti farmaci.
Il primo programma veramente organizzato di pet-therapy fu sperimentato nel 1944 negli
Stati Uniti dalla Croce Rossa Americana in un centro di convalescenza a Pauling, vicino a
New York dove erano ricoverati i soldati dell'aeronautica militare. La terapia si basava sul
lavoro in fattoria e sull'interazione con gli animali, fra cui anche quelli domestici. Purtroppo
non c'è nessuna documentazione scritta dell'esperimento e anche dopo la Seconda
Guerra Mondiale la terapia con gli animali non venne applicata in maniera sistematica.
Notizie sull'applicazione della pet-therapy si hanno solo a partire dal 1962 quando lo
psicologo Boris Levinson la introdusse nella cura dei suoi pazienti dimostrando che
l'affetto di un animale domestico produceva un aumento dell'autostima e soddisfaceva il
loro bisogno di amore. Tracce della cura dei malati con l'aiuto di animali si trovano anche
alla fine del XVIII secolo in Inghilterra. Nella casa di cura di York, fondata nel 1792 dalla
Società degli Amici per sottrarre i malati di mente alle condizioni sub-umane dei manicomi
tradizionali di quell'epoca, veniva insegnato l'autocontrollo attraverso la cura degli animali
domestici. Un programma simile si ritrova nel 1867 a Bielefeld in Germania per la cura
dell'epilessia.
Oggi quando si parla di pet therapy si pensa subito ai cani, ma a seconda dei casi altre
specie animali possono essere usati. Per correggere i disordini del movimento e per
aiutare le persone affette da patologie neurologiche o muscolari, da lesioni traumatiche
cerebrali, da sclerosi multipla e per i bambini con paralisi cerebrale molto utili si sono
rivelati i cavalli. L'ippoterapia , grazie al rapporto che si istituisce tra cavaliere e cavallo,
produce un senso di indipendenza, aumenta l'autostima e accresce la fiducia in se stessi.
Lo stesso viene fatto con gli asini, grazie alla loro mansuetudine. Inoltre il movimento
durante il trotto facilita la riabilitazione motoria, influendo positivamente sul tono muscolare
del paziente.
Tornando a parlare di cani, i labrador i Retriever, i Collies e i Levrieri hanno dimostrato
avere le caratteristiche più adatte per essere inseriti in un programma terapeutico. In ogni
caso dipende dal singolo animale che può essere sia di taglia grande che piccola a patto
che abbia almeno un anno di età. I cuccioli non dovrebbero essere usati. Il temperamento
del cane è molto importante. Deve essere equilibrato, mansueto e non avere reazione
aggressive verso le persone o nei confronti di altri cani. Per imparare a sopportare
situazioni che normalmente per un animale potrebbero essere stressanti, come abituarsi a
rumori forti, a movimenti improvvisi dell'essere umano, senza reagire in modo violento, i
cani vengono comunque sottoposti a un addestramento mirato.
La pet-therapy negli ultimi anni ha spostato il suo campo di azione dalla terra all'acqua.
Alla fine degli anni settanta un veterinario inglese, Horace Dobbs, iniziò a lavorare con i
delfini solitari e persone mentalmente stressate. Nell'osservare i progressi di un paziente
che aveva sofferto per 13 anni di depressione, egli si rese conto di come il rapporto con il
delfino fosse molto più terapeutico di tutti gli ansiolitici che aveva preso nella sua vita.
Grazie alla loro giocosità, i delfini sono un ottimo ausilio nella cura dei bambini autistici e
nelle persone con disturbi della sfera affettiva. Poiché i delfini comunicano con i suoni e
con i movimenti del corpo, essi riescono a comprendere molto bene il linguaggio del corpo
umano. Non ci sono dati scientifici di supporto, ma sembra proprio che i delfini riescano a
captare i bisogni delle persone. La delfino terapia consiste in un'immersione di 20 minuti
più volte la settimana ed è fattibile con quei pazienti che hanno un buon rapporto con
l'acqua. L'interazione tra uomo e delfino avviene giocando e nuotando fianco fianco,
assecondando i movimenti del grosso mammifero.
Di pet-therapy in Italia si parla da poco tempo. Ippoterapia e delfino-terapia sono
conosciute e praticate in Italia solo in alcuni centri, come nella comunità degli educatori di
ville San Secondo nel Vercellese e nel delfinario di Rimini , dove vengono organizzati corsi
per bambini autistici e adulti depressi. Purtroppo solo l'ippoterapia gode di convenzioni con
il servizio sanitario nazionale.
L'incontro con l'animale
Non capita spesso di trovare una persona che ci ami incurante del nostro grado
intellettivo, prestanza fisica, potenzialità produttiva. Nel comportamento dei cavalli e di altri
animali troviamo aspetti che vanno proprio in questa direzione, e a questa già enorme
potenzialità di amore si aggiunga tutta una serie di altre azioni positive.
La presenza di un animale favorisce l'acquisizione di un senso di responsabilità: un essere
vivente che dipende da noi e dalle nostre cure, esige una presa di coscienza dei nostri
doveri. In questo senso un animale può essere un efficace supporto alla crescita e alla
maturazione di un bambino, uno stimolo valido per riacquisire una immagine positiva di sè
e del proprio valore.
Il contatto con un animale e il meccanismo ludico, cioè il gioco e il divertimento che si può
avere rapportandosi con esso, spezza spesso l'isolamento dei bambini con scarse
interazioni sociali e difficoltà di comunicazione.
Le considerazioni fin qui sommariamente esposte hanno sicuramente richiamato
l'attenzione sugli animali quali "agenti terapeutici", e in tale senso numerosi studi svolti sui
cavalli hanno confermato l'enorme potenzialità di quest'ultimi.
Cause degli effetti terapeutici
La riabilitazione equestre consiste in un "complesso di tecniche rieducative che mirano ad
ottenere il superamento di un danno sensoriale, motorio, cognitivo e comportamentale
attraverso l'uso del cavallo come strumento terapeutico" (Bisi, 1985).
La riabilitazione equestre si diversifica, in rapporto alle finalità ed agli obiettivi, in
ippoterapia, equitazione terapeutica, equitazione presportiva. Il "mezzo terapeutico" è il
cavallo: non uno "strumento meccanico" ma un essere vivente in grado di relazionarsi con
il Paziente con modalità del tutto particolari.
Le principali cause degli effetti terapeutici sono riconducibili ad alcuni elementi.
Legame uomo-animale: il contatto corporeo ed il rapporto che s'instaura con il cavallo
sono importanti canali emozionali attraverso cui il Paziente acquisisce controllo e fiducia in
sè.
Esercizio fisico: l'attività equestre coinvolge diversi muscoli e sollecita più sensi, inoltre
garantisce un miglioramento dell'apparato respiratorio e cardiovascolare.
Andatura con movimento tridimensionale: le ondulazioni provocate dal movimento
tridimensionale durante la marcia del cavallo stimolano la coordinazione motoria del
Paziente e sollecitano l'elasticità dei dischi intervertebrali.
Equilibrio: il movimento del cavallo, determinando continui spostamenti del baricentro del
cavaliere, stimola il senso dell'equilibrio.
Stimolazione neuromuscolare: il cavaliere riceve stimoli neuromuscolari efficaci sul
rilassamento fisico e mentale.
Stimoli sensoriali ed affettivi
Uno degli aspetti sicuramente più interessanti di questa terapia consiste nella straordinaria
quantità di stimolazioni sensoriali che il cavallo è in grado di assicurare.
Andare a cavallo coinvolge ben sei elementi sensoriali simultaneamente: il Paziente riceve
stimoli acustici, visivi, olfattivi, ma soprattutto riceve intense stimolazioni tattili, vestibolari
(per l'equilibrio) e propriocettive.
E' inoltre un valido stimolo affettivo ed un incentivo alla comunicazione.
L'ippoterapia offre ai bambini Down la possibilità di riabilitarsi psicofisicamente con
modalità del tutto naturali ed armoniche, riducendo gli effetti di stress a cui spesso questi
bimbi sono sottoposti proprio nell'intento di seguire diverse programmazioni ed interventi
riabilitativi, che peraltro giovano ad altri fattori.
Il contatto che il bambino stabilisce con l'animale diventa un ponte attraverso il quale entra
spontaneamente in rapporto con le realtà.
L'esperienza di emozioni sul dorso di un cavallo mette in correlazione il bambino con le
sue sensazioni non verbalizzate: in pratica sperimenta emozioni ed impara a riconoscerle
guidato dalla sua sensibilità, che incontra appieno quella di un animale sensibilissimo
come il cavallo.
Ippoterapia: Attività psico-motoria con il mezzo del cavallo
Il Sagittario
"There is something in the body of horse that is good for the spirit of the human" (c‘è
qualcosa nel fisico del cavallo che fa bene allo spirito dell‘uomo) così affermava Wiston
Churcill e prima di lui Senofonte.
In ognuno di noi l‘immagine del cavallo ha significati reconditi, fascinosi ed onirici sui quali
molto è già stato scritto.
Non vogliamo qui scrivere di equitazione sulla quale la bibliografia è vastissima, ma
sull‘impiego del "mezzo cavallo" quale strumento riabilitativo per portatori di handicap
fisico e/o psichico.
Dal 1965 (anno nel quale il metodo è stato istituzionalizzato in Francia) in Europa sono
nate scuole diverse in continuo aggiornamento. Perchè si possa parlare di ippoterapia e
non di equitazione adattata ai disabili occorre fissare uno dei requisiti primari: l‘intervento è
sempre da intendersi come individuale quindi non può prescindere da un progetto
terapeutico e da un piano di lavoro individualizzato. Questo è l‘elemento che distingue il
"lavoro terapeutico" da quello, altrettanto valido, dell‘istruttore sportivo. Il progetto nasce
dalla osservazione e dal confronto con le figure professionali che già seguono l‘utente e
dalle eventuali prescrizioni mediche. Il progetto di lavoro indica gli obiettivi individuali da
perseguire, gli strumenti e le strategie poste in atto.
Figura importante è quella dell‘operatore che agisce sull‘utente con un rapporto sempre di
uno a uno durante le sedute. Non essendo al momento una figura "normata" dalla legge
(non esiste albo professionale) è importante che egli abbia un curriculum adeguato: titolo
di studio e preparazione professionale idonei ed esperienza nel settore.
Il cavaliere disabile ha l‘opportunità in scuderia di diventare protagonista del suo percorso
riabilitativo, motivato da un ambiente non medicalizzato e dalla relazione con un animale
vivo, mai immobile a cui si parla e ci si affeziona.
Le macchine fisiatriche ed i movimenti ripetitivi ed imposti sono sostituiti dal movimento
ritmico dell‘animale, muoversi nello spazio con lui diventa l‘occasione per finalizzare
movimenti e volontà.
Addentrarsi nello specifico tecnico del lavoro potrebbe essere in questa sede noioso;
l‘ippoterapia non è certo da intendersi come una panacea, ma praticata in armonia e
collaborazione con le altre figure ed interventi terapeutici porta, nella quasi totalità dei casi
ed a piccoli passi nel tempo a lenti ed evidenti miglioramenti.
Lo dimostrano le nostre piccole esperienze quotidiane: P. (10 anni di età) che per la prima
volta ha potuto guardare gli altri dall‘alto in basso ed orientare lo sguardo verso l‘orizzonte
senza doversi preoccupare della sedia a rotelle o di chi lo sorreggesse in quel momento.
M. che ha pronunciato la prima parola "cavallo" a sei anni. R. (28 anni) inserito con un
progetto lavoro nella azienda agricola che ospita il centro...
Ed altri che l‘entusiasmo di chi scrive ricorda!
IPPOTERAPIA
La Riabilitazione per Mezzo del Cavallo, meglio conosciuta come Riabilitazione Equestre
(R.E.) o Ippoterapia, è una disciplina "giovane" in corso di specializzazione e va inserita
all‘interno di un progetto riabilitativo generale. E‘ rivolta a persone con difficoltà cliniche
(disabilità neuromotorie, intellettive, psichiche) e sociali.
INDICAZIONI CLINICHE
La R.E. pone le sue basi sulla relazione che si instaura tra disabile, cavallo, terapista e
ambiente.
Gli ambiti della R.E. si differenziano in relazione ai 2 indirizzi principali:
1 - Ambito neuromotorio:
patologia centrale e periferica (forme fisse e progressive) a interessamento del
S.N.C.
Forme distoniche
Forme spastiche
Impaccio motorio o disprassia
Forme atassiche lievi
2 - Ambito psichico:
Disabilità intellettiva, mentale, psichica
nevrosi
psicosi.
CONTROINDICAZIONI
Sono da considerare in anticipo come possibili danni o insuccessi:
L‘incostanza delle sedute
Una patologia preesistente associata (emofilia, ipertensione, ernia discale,…)
Soggetti non inviati, provenienti da strutture esterne o fuori da un programma
specifico.
ASPETTI ORGANIZZATIVI
Gli obiettivi della R.E. si differenziano in relazione ai 2 indirizzi principali:
ambito neuromotorio: coordinazione dei movimenti, mantenimento dell‘equilibrio,
controllo del tronco e uso parziale degli arti inferiori, orientamento spazio-
temporale;
ambito psichico: consapevolezza della propria immagine corporea, positività del
rapporto con l‘altro, competenze in campo psicomotorio, relazionale,
comportamentale e cognitivo.
La composizione dell‘équipe prevede:
l‘Istruttore
il Terapista della Riabilitazione
il Medico specialista (Neuropsichiatra Infantile, Neurologo, Psichiatra)
il Palafreniere, volontari.
Tutti i componenti devono saper andare a cavallo, conoscere i principi dell‘equitazione,
della R.E., della fisiokinesiterapia e dei disturbi intellettivi e psichici.
L‘Istruttore è la figura insostituibile all‘interno dell‘équipe mentre il lavoro della Terapista è
in stretta collaborazione con la Fisiokinesiterapista personale del soggetto.
Il Medico specialista ha la funzione di fornire l‘indicazione, valutarne il tipo e il metodo a
seconda della patologia.
L‘équipe stila il programma iniziale d‘intervento e le modalità di verifica in itinere e finale.
Ippoterapia per la rieducazone socio-ambientale degli allievi portatori di handicap o
con comportamenti di tipo caratteriale
Premessa
Molte e ripetute sono le circostanze nelle quali a scuola si deve constatare che
l‘applicazione delle teorie classiche nella riabiliatzione dei soggetti disabili, risulta
insufficiente e priva di quegli esiti che invece sono auspicabili perché il diritto alla crescita
e allo sviluppo della persona sia effettivamemte realizzabile.L‘impotenza riabilitativa deriva
talvolta da schemi di intervento eccessivamemte squilibrati sotto il profilo delle pressioni
cognitivistiche,,e cosi‘ i soggetti disabili vengono a trovarsi schiacciati da modelli scolastici
che non tengono conto del bisogno prioritario che hanno i suddetti soggetti di
recuperare,prima di tutto , la fiducia in se stessi,e un sano rapporto con la natura e con
l‘ambiente.Il presente progetto,pertanto,oltre che impegnare a una specifica azione
riab8ilitativa e didattica,si muove lumgo una direttrice educativa volta a fondare la crescita
in un equilibrato rapporto con la natura,a comimciare dalla scoperta di tale dimensione,in
una sorta di concezione della vix medicatrix naturae.
In questo quadro di orientamento generale si deve prendere atto dell,esistenza di una
serie di norme ,vigenti sul territorio sia nazionale. Sia anche regionale.Il DPR 8 luglio 1986
n.61° riconosce,ad esempio,le associazioni nazionali operanti nel settore della
riabilitazione equestre dei portatori di handicap,mentre e‘ ormai largamente diffusa,sul
territorio nazionale,la pratica terapeutica con il mezzso del cavallo,per la quale,diverse
regioni italiane hanno istituito specifici corsi di specializzazione..Ma e‘ soprattutto la legge
5 febbraio 1992,n.1°4 (legge-quadro per l‘assistenza ,l‘integrazione sociale e i diritti delle
persone handicappate) a fondare, per la prima volta in modo organico e puntuale,una
progettualita‘ i nterattiva e interistituzionale,capace di fornire al portatore di handicap i
servizi di cui ha bisogno ai fini di una doverosa sua riabilitazione.In particolare,l‘art. 1° da‘
ai comuni la possibilita‘ di realizzare ,con risorse ordinarie proprie ,sia ildiritto
all‘integrazione scolastica e sociale,sia opportunit6a‘ di servizi come le comunita‘ alloggio
e i centri socio-riabilitativi,l‘art.13 si riferisce all‘integrazione scolastica per la cui
realizzazione ci si richiama ad una programmazione "programmazione coordinata"tra le
attivita‘ e le risorse esistenti sul territorio a livello pubblico e privato.
SOGGETTI INTERESSATI E DESTINATI DEL SERVIZIO
-utenti. Tutti gli allievi portatori di handicap,
-o, anche, soggetti fortemente ‗disturbati‘ sotto il profilo comportamentale;
-operatori: docenti di sostegno su specifica delibera di adesione dei consigli di classe dei
soggetti destinatari del servizio- docenti coordinatori dei consigli di classe di detti
soggetti,o altri docenti interessati.
-organi collegiali:delibere del collegio dei docenti e del consiglio di istituto.
MODALITA‘ OPERATIVA
possibilmente in piccoli gruppi di normodotati e articolazione degli interventi con
diversificazione degli stessi,in direzione ambientale e terapeutica per i disabili,di
educazione ambientale e multidisciplinare per gli altri soggetti del gruppo di
socializzazione.Il trattamento dovrebbe avvenire con una certa costanza evitando
l‘isolamento dalla microstruttura sociale di riferimento,con caratteri riabilitativi polivalenti.
TEMPI E ORGANIZZAZIONE ORARIA
due ore settimanali fino al termine dell‘anno scpolastico.
FINALITA‘ PRIORITARIE
-migliorare il controllo neuromuscolare;
-migliorare la coordinazione dei movimenti;
-favorire il mantenimento di una postura asimmetrica;
-sollecitare la conoscenza del proprio corpo;
-alleviare le sofferenze derivanti da un eccessiva immersione in una
realta‘"esasperatamente esigente" e favorire la scoperta delle possibvilita‘ di dominio del
mondo esterno,e lo sviluppo di attivita‘ spontanee;
-superare l‘angoscia della dipendenza, o della non autosufficienza piena;
-favorire la costruzione della propria autonomia.
MOTIVAZIONE GENERALE
Si tratta di sviluppare nei soggetti disabili,in situazione microsociale,il senso di
quell‘autonomia possibile senza la quale m
non si da‘ creativita‘ alcuna e,quindi, neanche crescita della personalita‘.Qui giova
richiamare le teorie pedasgogiche e psicosociali diRogers, Adler e Winnicott che ci
conducono a riflettere sulle forme di dipendenza dei bambini e dei ragazzi,e su come
essi,attraverso il contatto fisico con la madre,il sostegno di essa,la sicurezza che riesce a
garantire,subiscano il contenimento di quella angoscia che solitamente,e
inconsciamente,e‘ alla base di pareccdhi disturbi del comportamento e dell‘apprendimento
nei soggetti in eta‘ dell‘obbligo.
Appare importante,perciò,l‘ippoterapia in quei disturbi dell‘eta‘ evolutiva e del
comportamento che sono frequenti nell‘eta‘ dell‘obbligo scolastico e che si
configurano,soprattutto,come:
-sindromi di ritardo maturativo dello sviluppo psicomotorio;
-disturbi dell‘attenzione;
-instabilita‘ psicomotoria;
-psicosi infantili e adolescenziali;
-stati di borderline;
-turbe sensorialki;
-patologie ortopediche quali dismorfismi scheletrici,cifosi e scoliosi.
AUTISMO E IPPOTERAPIA
Marzia Bonetti, Francesca Gobbi, Silvia Pedota
L'ippoterapia è un insieme di attività praticate con il cavallo ed eseguite con uno scopo
terapeutico di vari livelli. Essa viene usualmente diretta a disabili fisici ma anche utilizzata
come valido ausilio per disabili psichici e per soggetti con problematiche socio-relazionali.
Mira, in ogni caso, allo sviluppo psicofisico globale del disabile che la utilizza, migliorando
la sua autonomia e favorendone l'integrazione sociale.
L'attività equestre rinforza le potenzialità muscolari e motorie e stimola le facoltà intellettive
(memoria, attenzione e concentrazione); inoltre sviluppa qualità sociali quali la stabilità
emotiva, la capacità di stabilire una relazione positiva con il cavallo e con gli Altri,
consentendo così al bambino di raggiungere un comportamento adeguato al setting.
Questo animale ha delle peculiarità fondamentali di carattere e fisicità: animale da branco,
docile e tollerante, facile ad essere addestrato, tuttavia non accetta gesti e comportamenti
strani, inusuali ed incoerenti, e non viene a compromessi con i cavalieri; il cavallo, infatti,
non permette al bambino di utilizzare quegli atteggiamenti che condizionano invece il
comportamento del caregiver, costringendo così il cavaliere ad un comportamento
consono alla situazione.
Fisicamente si presenta come grande, forte e potente, caldo e morbido allo stesso tempo.
Nell'ambito dell'ippoterapia si riconoscono generalmente quattro fasi: ippoterapia,
riabilitazione equestre, fase presportiva e fase sportiva; esse indicano un potenziamento
delle acquisizioni e quindi un ruolo sempre più attivo e autonomo del bambino sul cavallo.
Un altro approccio terapeutico è quello francese della "mis en selle therapeutique" che
riconosce tre modelli operativi:
1. L'ippoterapia, che è attuata come una tecnica passiva in cui il soggetto trae
beneficio dai movimenti sinusoidali del cavallo e dal contatto con l'animale, che
però viene diretto dalla terapista. Tale tecnica, pur stimolando il soggetto a livello
tattile, acustico, visivo, olfattivo e vestibolare, non tiene conto di importanti fattori
messi in evidenza dalla scuola di Ginevra con Piaget che ha chiaramente
dimostrato l‘importanza di un adeguato comportamento motorio nella costruzione di
un modello di rappresentazione del reale e quindi di adattamento ad esso.
2. L'equitazione adattata, che è una pratica effettuata con soggetti portatori di
handicap fisico e psichico e che utilizza le discipline equestri quali: passo, galoppo,
trotto, salto, volteggio e dressage.
3. La terapia equestre, in cui l'attività a cavallo non è l'obiettivo finale, né il cavalcare
in sé un processo terapeutico, ma esso è frutto di uno spazio globale che coinvolge
cavallo, terapista, setting e che investe oltre al piacere ludico ricreativo, anche il
piano fisico e motorio, nonché relazionale ed affettivo.
L'ippoterapia che viene praticata nel nostro centro, l'E.I.T. ippoterapica, pur seguendo le
quattro distinzioni classiche, nonché i principi della terapia equestre francese, presenta
delle peculiarità che permettono di adattarla al meglio alle caratteristiche dei bambini
autistici. Si avvantaggia, inoltre, del valido ausilio di sedute di E.I.T. con frequenza
settimanale dove il bambino ha la possibilità di ricevere il sostegno di un‘ulteriore terapia
avvalendosi quindi di un‘altra figura di riferimento. Tali peculiarità si evidenziano a partire
dai principi terapeutici Winnicottiani di holding, handling ed object presenting, per finire con
un ruolo peculiare della terapista vista come Io-terapeutico ed educatrice che aiuta a
leggere la realtà.
1. L'holding (sostegno al fine di acquisire un'integrazione psicomentale) attuato dalla
terapista attraverso il sostegno del cavallo, il suo calore e il suo cullamento, inserito
in un'atmosfera "sufficientemente buona", ricca di linee, curve, e spostamenti
regolari. Il tutto crea un clima affettivo che avvolge il bambino e gli permette di
percepire la situazione terapeutica come garanzia di poter essere, poter agire e
poter esistere.
2. L'handling (la manipolazione che permette di creare legami e riconoscere l‘oggetto
relazionale). Si tratta di aiutare il bambino a passare da una dimensione fusionale
con il cavallo, ad una di indipendenza ed attivazione individuale e personologica,
attraverso l'acquisizione di quelle manovre che permettono di guidare il cavallo
(tirare e girare le redini, dare le gambe…). In tal modo l'azione aiuta il bambino a
vincere le attese onnipotenti.
3. L'object presenting. La terapista funge da traduttrice della realtà, rendendola
comprensibile ed accettabile, ed inoltre permette al bambino di superare le sue
ansie pantoclastiche agendo sulla realtà concretizzata dall'imponente figura del
cavallo. Tale animale permette l'azione del bambino, ma mantiene salda la sua
funzione di portatore - materno; inoltre favorisce il passaggio alla dimensione
paterna, fallica, che consente al bambino di vedersi come persona attiva che si
valorizza.
La rilevanza del ruolo della terapista è da sottolineare proprio perché nell'immaginario
l‘ippoterapia è stata rappresentata come una pratica in cui il cavallo (animale da sempre
descritto con doti di intelligenza superiore nell'ambito del non umano) va a prendere il
posto del terapeuta.
È invece la terapista che agisce da educatore diventando l'Io-terapeutico (Io-ausiliare) che
si affianca al bambino per aiutarlo ad interagire con la realtà, nella fattispecie col cavallo.
Affiancandosi al bambino, la terapista gli permette di superare le fantasie fusionali nelle
quali sono in gioco le dinamiche dell'oggetto diadico onnipotente; il cavallo rappresenta
infatti il femminile, con il suo "portare", ed anche il maschile, con la sua forza,
riproducendo quindi l'oggetto genitoriale. In tale processo la terapista, come detto,
introduce la creazione di un "proto Io funzionale" che è il primo passo verso la realtà ed il
senso del sé. Il cavallo, in quanto oggetto transizionale, permette al bambino di staccarsi
dalla fusione con la madre e di prendere così coscienza delle proprie possibilità di agire, di
guidare, ponendosi quindi come individuo indipendente dall'Altro con il quale esiste però la
relazione. L'O.K. della terapista in tali dinamiche rinforza proprio la differenziazione e
mette in moto il processo di autovalorizzazione.
Ecco che nel setting triangolare "cavallo, terapista e bambino" si giunge a costituire da una
parte la diade, classica nella psicoterapia, bambino-terapista, e dall'altra la realtà
rappresentata dal cavallo.
Nella terapia a cavallo il bambino sperimenta la partecipazione nell'agire e la
soddisfazione nel riuscire che accompagnano la nascita del senso di realtà. L'acquisizione
di volontà, di tenacia e perseveranza e, soprattutto, di autovalorizzazione, allontanano la
dimensione di narcisismo primario caratterizzato da egocentrismo ed onnipotenza,
dimensione in cui vive il bambino autistico.
Con il cavallo il bambino attiva meccanismi funzionali alla nascita della coscienza di sé:
vissuti corporei e percettivi nelle diverse dimensioni, il riconoscimento delle proprie
potenzialità, la percezione delle proprie possibilità di provare e costruire affetti, la facoltà di
capire le relazioni con gli altri, la voglia di godere di una certa autonomia; l'equitazione
mette quindi di fronte a sé e agli altri stimolando la crescita ed il rinforzo del Sé.
La relazione con il cavallo non è verbale ma si fonda su una comunicazione analogica che
comprende l'espressione fisica, la reattività emotiva ed una empatia che si struttura su
elementi istintivi. In quest'ottica l'ippoterapia può essere considerata una terapia corporea
in cui la comunicazione tra bambino e cavallo avviene attraverso un dialogo tonico dove
ad ogni movimento fatto dal cavallo risponde uno fatto dal bambino e viceversa. La
bellezza, l'imponenza, la potenza fisica del cavallo, così come la sua socievolezza e
curiosità, motivano il ragazzo a scoprire nuovi orizzonti relazionali mettendosi alla prova e
stimolando nuove reazioni nell'"amico destriero".
La pratica dell'E.I.T. ippoterapica si struttura in diverse fasi quali l'accoglienza,
l'applicazione, la terapia e la valutazione.
1. Accoglienza: momento che risulta particolarmente importante perché ha il
significato di ricevere il bambino dalle braccia della madre per portarlo in un luogo
in cui iniziare un cammino di crescita grazie alla figura della terapista.
2. Applicazione: è la fase in cui il bambino si avvicina al cavallo e viene fatto salire su
di esso; il movimento sinusoidale dell'animale ha da subito un effetto rassicurante e
calmante.
3. Terapia e osservazione : si riferisce alla fase attiva in cui la terapista, supportata
da una formazione specifica e dall'équipe di osservazione, deve tener conto delle
reazioni del bambino, del cavallo, oltre che delle situazioni che si creano nel setting.
In aggiunta alle abituali problematiche relative al setting nel suo insieme,
quali la scelta del cavallo e della sua alimentazione, la scelta della sella, dei
punti di riferimento alle pareti, l‘uso della musica appropriata, la cura del
terreno e dei programmi da svolgere, la terapista deve affrontare le
problematiche relative alla situazione autistica, quali:
Incontinenza emotiva: essa viene controllata attentamente e continuamente dalla
terapista con l'uso della musica, del tono della voce, con il suo atteggiamento
affettuoso oltre che dal ritmo del passo del cavallo che, stimolando il sistema
vagale, induce tranquillità.
Siderazione affettiva: la terapista deve portare il piccolo paziente ad un vero
sviluppo affettivo riconoscendo gli atteggiamenti controfobici che si manifestano
attraverso un'apparente espansività affettuosa.
Isolamento: la terapista utilizza la relazione col cavallo per sviluppare la
partecipazione del bambino e il suo desiderio di esserci attivamente.
Difficoltà cognitive: occorre che la terapista trovi il modo, il linguaggio e lo stimolo
per far capire al bambino gli ordini e le situazioni che si sviluppano nel setting,
come per esempio il punto verso cui dirigersi attraverso i vari riferimenti del
maneggio.
Riduzione dell'attenzione: spetta alla terapista non far cadere l'interesse e portare a
compimento gli esercizi, facendo rimanere il bambino nel setting per tutto il tempo
previsto.
Percezione pantoclastica del mondo: la delicatezza del lavoro della terapista
porterà il bambino a percorrere lentamente il cammino della possibilità di assumere
le proprie responsabilità che, in un primo momento, saranno agite da lei. Esempio
tipico è il "dare le gambe" che assume per l'autistico un significato distruttivo così
che è necessario, molto spesso, che la terapista salga in groppa per aiutarlo
(maternage) e scaricarlo delle responsabilità. Allo stesso modo è necessario il suo
intervento quando il bambino si rifiuta di guidare e si aggrappa alla maniglia.
Spinte regressive: vengono incanalate in movimenti adattivi più efficaci che
sostituiscono atteggiamenti coatti e stereotipati.
1. Valutazione. Per valutare i risultati abbiamo utilizzato una scala composta da 21
items. Abbiamo inoltre avuto la possibilità di confrontare diverse situazioni
terapeutiche per quanto concerne i bambini autistici: la prima è caratterizzata da
quei ragazzi che praticano solamente l'ippoterapia; la seconda prevede
l'affiancamento di sedute di E.I.T. (tecnica descritta precedentemente dal Prof.
Lucioni), e la terza, scaturita dalle circostanze, analizza ragazzi che, dopo aver
iniziato l'E.I.T. e l'ippoterapia, si sono serviti solo della seconda per problemi
contingenti familiari.
Le osservazioni che sono scaturite sono le seguenti:
1. Solo ippoterapia: i bambini dimostrano miglioramenti incostanti e scarse capacità di
accettare la propria autonomia.
2. E.I.T. + ippoterapia: si sono osservati notevoli miglioramenti comportamentali,
affettivi e di autonomia; i ragazzi sono arrivati a guidare il cavallo in modo quasi
autonomo.
3. Mantenimento dell'ippoterapia e perdita dell'E.I.T. (2 casi): l'interruzione dell'E.I.T.
ha portato ad un progressivo decadere delle prestazioni con la ricomparsa di errori
comportamentali quali urla, rifiuto di finire la mezz'ora di seduta ippoterapica,
abbracci controfobici alla terapista, necessità di sostegno della terapista che deve
montare in sella, adesività alla madre che deve restare nascosta.
Questi peggioramenti possono essere riferiti al
processo di autoidentificazione in atto che si è
bruscamente interrotto. Infatti:
La svalorizzazione di una buona relazione terapeuta-bambino fa emergere vissuti
abbandonici.
La de-identificazione riporta il rapporto con gli oggetti ad un livello inferiore, ed
anche il cavallo, svuotato di valore, torna ad essere uno dei tanti oggetti senza
significato che vagano nell'inconscio.
La perdita del valore del terapeuta riporta ogni processo intrapsichico alla
dimensione onnipotente.
L'incontinenza emotiva torna quindi a dominare il quadro psicodinamico del
bambino apportando energia ai comportamenti problema: urla, fuga, movimenti
coatti e ripetitivi, ecc…
Queste osservazioni ci hanno permesso di considerare l'E.I.T. come basilare in questo
modello terapeutico. Le caratteristiche autistiche infatti non permettono di considerare
sufficiente una terapia a cavallo, per quanto ricca di accorgimenti. Essa viene vista come
ottima integrazione e spinta per quei processi di autoidentificazione e autovalorizzazione
che prevedono, però, ore in palestra, nelle sedute di E.I.T. Inoltre l'ippoterapia non rimane
mai isolata, ma attentamente seguita dall'équipe, ed ogni qual volta si incontrino difficoltà
o si notino atteggiamenti nuovi nel bambino non manca la discussione e la verifica durante
le sedute di E.I.T. Il processo, nel suo insieme, rende più facile sia la lettura degli
avvenimenti, sia il controllo delle reazioni emotive e delle "dinamiche di crescita" da tutti
attese con affettuosa ansia anticipatrice.
Ippoterapia e riabilitazione equestre sono una importante componente della "pet-
therapy", che prevede l'uso dell'animale come co-terapeuta di alcune patologie
dell'uomo, determinanti alterazioni a livello fisico e/o mentale.
L'uso terapeutico del cavallo si é notevolmente incrementato in Italia negli ultimi anni; é
opinione degli Autori che una indagine sulle modificazioni derivanti dall'applicazione di
tali pratiche terapeutiche sia dal punto di vista fisiologico che psicologico nell'uomo e nel
cavallo sarebbe di grande utilità.
Nella prospettiva di contribuire alla preparazione di una Linea Guida sull'argomento, gli
Autori presentano un progetto frutto della collaborazione di medici e veterinari, al fine di
individuare gli aspetti positivi e negativi dell' ippoterapia e della riabilitazione equestre.
Premesse
Il recente interesse per il Rapporto Uomo-Animale è dimostrato anche dal crescente
numero di articoli, pubblicazioni e libri, che soprattutto in questi ultimissimi anni è andato
aumentando. La bibliografia che si è formata sull‘argomento presenta una particolarità,
comune peraltro ad ogni argomento di nuova formazione, soprattutto se di tipo
interdisciplinare, e cioè quella della estrema differenziazione delle riviste, giornali ed altre
sedi in cui i contributi sono stati e continuano a venire pubblicati. Solo per citare alcuni casi
in un certo senso emblematici, si va dalle riviste specialistiche mediche e veterinarie, a
quelle altrettanto specialistiche in psicologia e sociologia, senza dimenticare quelle delle
scienze umane.
Le moderne tecnologie di raccolta, elaborazione e trasmissione delle informazioni
bibliografiche, in particolare le banche dati, agevolano moltissimo il reperimento e la
utilizzazione dell‘informazione, ma non forniscono un quadro complessivo della situazione,
che invece è molto utile per indirizzare nuove ricerche e soprattutto migliori applicazioni.
Da qui l‘interesse della raccolta, la più ampia possibile, della bibliografia Rapporto Uomo-
Animale con la costituzione di una banca dati, collegata alle reti informatiche internazionali
e continuamente aggiornata.
La costituzione di una banca dati sul Rapporto Uomo-Animale relativa agli ultimi 20
anni (dal 1 gennaio 1975 al 1994) e tutt‘ora in corso di continuo aggiornamento ha
permesso di rilevare diversi importanti elementi, oggetto della presente nota.
Una banca dati sul Rapporto Uomo-Animale
Lavori scientifici, articoli diversi, atti di congressi, libri, video ed altre pubblicazioni sono
stati raccolti con i sistemi tradizionali ed attingendo da banche dati di diversa natura. La
catalogazione e l‘archiviazione è stata eseguita con i sistemi tradizionali, assegnando a
ciascun documento (Record) una serie di Parole chiave.
La banca dati è stata costruita organizzando i Record (Autore, titolo, riferimenti
pubblicazione, parole chiave, etc, estremi di catalogazione) mediante una struttura logica
di catalogazione dei dati di tipo convenzionale come il Data-base.
Sulla base delle Parole chiave e soprattutto tramite una loro combinazione, in tempo reale
è possibile conoscere le pubblicazioni su un determinato argomento, per risalire ai testi
originali.
I testi originali, tramite scannerizzazione possono venire inseriti in toto nell‘archivio, in
maniera da rendere ancora più semplice e veloce il processo di accesso alle informazioni.
Alla fine del 1994 il totale dei Records catalogati ed inseriti nella banca dati era di circa
mille, ma con una continua espansione.
Rapporto Uomo-Animale: un problema recente e vasto
Analizzando la bibliografia raccolta e riguardante il Rapporto Uomo-Animale, si rileva
quanto segue.
Lo studio scientifico del Rapporto Uomo-Animale è recente. Come tale incomincia ad
essere documentato all‘inizio degli anni ottanta, nel decennio 1975-1984 non vi è più del
4% delle pubblicazioni dei due decenni, un rapido incremento si osserva dal 1989 ad oggi.
La varietà di specie o categorie di animali, ad esempio i pesci di acquario, gli uccelli da
gabbia o gli insetti, che sono stati esaminati è elevata, oltre le venti. Tuttavia alcune specie
animali sono nettamente privilegiate come il cane (24%), il gatto (6,78%), il cavallo
(5,79%), gli uccelli (2,03%). Gli animali da compagnia sono inoltre considerati nel 14,78%
delle pubblicazioni.
Per quanto riguarda l‘uomo, questo è direttamente considerato nel 45,72% delle
pubblicazioni, con le seguenti specificazioni: bambino 16,01%, anziano 3,25%.
La Pet Therapy riguarda il 21,7% delle pubblicazioni, con una ampia gamma di
applicazioni che vanno dalla riabilitazione alla profilassi di diverse condizioni morbose e
che comprendono molte specie animali, ma soprattutto il cavallo (Ippoterapia 5,02% delle
pubblicazioni) ed il cane.
I problemi dei portatori di handicap e l‘influenza del Rapporto Uomo-Animale sono
considerati nel 2,30% delle pubblicazioni. Anche il problema della morte, sia degli animali
che dell‘uomo, ha suscitato diverse pubblicazioni (2,71%). Il ruolo del veterinario ha avuto
un significativo numero di pubblicazioni (7, 46%).
IPPOTERAPIA
Disabili a cavallo
F. D'Ippolito (diplomato t.m.c.) IPPOTERAPIA
A fronte di esperienze dirette e familiari, posso dire che il cavallo è un ottimo mezzo per
rieducare e riabilitare i portatori di handicaps fisici e mentali. L'avanzata ricerca scientifica
nel settore, conferma ulteriormente la mia citata considerazione. a) Il cavallo è di per sé
una presenza viva come oggetto di polarizzazione affettiva in grado di sollecitare fantasie
emotive ed affettive da parte del soggetto. Per cui non solo l'andare a cavallo
(equitazione) ma anche il solo stare a cavallo (ecco l'ippoterapia). Il disabile non guidando
il cavallo resta, sotto questo punto di vista, passivo; al contrario arricchisce di enormi
contenuti relazionali le possibilità terapeutiche. b) il disabile è attivo in sella quando guida il
suo cavallo (rieducazione equestre). Sono esperienze che dal punto di vista visuo-
spaziale, tattile, cinestesico, propriocettivo, integrate a livello centrale, incidono
favorevolmente sulla maturazione psicomotoria del disabile. c) la possibilità di
padroneggiare la situazione attraverso il cavallo (di grandi dimensioni), si traduce nel
recupero di sentimenti di autostima e di sicurezza, in forti spinte all'autonomia che
favoriscono più in generale l'adattamento emozionale del disabile. E' ovvio che queste tre
diverse possibilità terapeutiche presuppongano, da parte del disabile, livelli di competenza
progressivamente crescenti. La prima componente si pone come esperienza per soggetti
con handicap anche gravi - non richiedendo nessuna competenza equestre di base - la
terza è accessibile solo a quei soggetti il cui livello cognitivo, neuromotorio e relazionale
consenta la gestione autonoma del cavallo. Queste premesse servono a differenziare
nell'ambito della riabilitazione equestre, rispettivamente: l'ippoteapia, la rieducazione
attraverso l'equitazione, l'equitazione pre sportiva. Nel dettaglio delle patologie potremmo
dire che: l'ippoterappia si può applicare nelle kinesipatie encefaliche, nei ritardi mentali
anche di grado elevato e nelle forme anche gravi di disturbi relazionali (distorsioni
psicotiche della personalità, autismi, stati prepsicotici). La rieducazione attraverso
l'equitazione, che presuppone la capacità di mantenere un'andatura a cavallo, insieme alla
disponibilità relazionale alle proposte del terapista, risulta particolarmente indicata nelle
così definibili disabilità evolutive e che investono certi ambiti di prestazioni (motricità,
linguaggio, apprendimento, etc.). L'equitazione pre-sportiva si rivolge, sotto il profilo
terapeutico, a soggetti con disordini emotivi ma che hanno nel complesso competenze
cognitive, neuromotorie e relazionali sufficientemente integrate. E' ovvio che risulterebbe
semplicistico, per gli addetti ai lavori, schematizzare il campo dell'età evolutiva perché non
reggerebbe il confronto con la vastità di profili che ci sono in riabilitazione e che rendono
unico ogni individuo. Per questo c'è la necessità, per ogni bambino, di formulare un
programma "personalizzato" che consideri le esigenze poste da quel soggetto in quella
determinata fase del suo processo evolutivo. Così come è ovvio che nel formulare un
programma bisogna chiaramente definire le finalità dell'intervento, discutendole e
prospettandole ai genitori. Questo per eliminare ogni falsa aspettativa e per favorire un
esame della situazione in termini di realtà. La riabilitazione equestre è controindicata?
Bisogna tener sempre presente il concetto di voler attuare un'attività terapeutica con
un'indicazione medica precisa. Per cui non esiste una regola generale delle
controindicazioni, accettando quelle dettate dal buon senso, come quelle rappresentate
dalle fasi acute dei reumatici, dei cardiopatici, dei portatori di sclerosi a placche e di alcune
miodistrofie. Per questo, possiamo riflettere sul concetto di riabilitazione, che esprime, in
una comune accezione, l'esigenza di favorire l'adattamento del soggetto all'ambiente, il
migliore possibile in rapporto alle sue obiettive difficoltà. Vorrei dire che essa include ogni
situazione, anche non sanitaria, che la comunità offre per la non emarginazione
dell'handicappato. In questa prospettiva la r.e. si pone come momento sicuramente valido
di un più ampio progetto riabilitativo, che tenga in considerazione le molteplici esigenze del
soggetto portatore di handicap.
Pet Therapy
"Siamo come due amanti usciti dal profondo del
mare.Questo meraviglioso delfino mi ama per le mie piu'
profonde qualita'. Che io sia giovane, vecchia, grassa
o magra, poco gli importa.Non devo provargli nulla."
(Tricia Kirkmann)
LA ZOOTERAPIA: PET-THERAPY e sue applicazioni.
La zooantropologia e' la scienza che studia i rapporti tra l'essere umano e gli animali e che
si estende inevitabilmente alla meta-zooterapia, comprendente, a sua volta, la biofilia,
termine coniato dal biologo americano Edward O. Wilson nel 1984, con la quale prende
corpo e si sostiene l'interesse sugli organismi viventi e sui processi esistenziali come base
genetica.
Nelle case europee si contano circa 310 milioni di animali, in relazione ai circa 341 milioni
di persone: la statistica ci dice che ogni europeo possiede quasi un animale, secondo la
percentuale dello 0,39%. Certamente, la quantita' di animali e' da mettersi in stretto
rapporto col grado di urbanizzazione. In base a quest'ultimo, l'Europa puo' essere divisa in
tre livelli, ovvero in basso-medio-alto numero di animali familiari, che mettono nel primo
gruppo il Portogallo , l'Irlanda e la Spagna, al secondo la Danimarca, la Francia e l'Italia, al
terzo il Belgio, il Lussemburgo, l'Olanda, la Gran Bretagna e la Germania. In particolare ,
in Italia, si contano oltre 42 milioni di animali familiari, con netta preferenza del mondo
felino, il gatto, del cane, degli uccelli da gabbia, anche se viene parimenti apprezzato
l'acquario e il cavallo, coi relativi problemi economici.
Una cosi' cospicua presenza animalesca nel mondo umano induce, indubbiamente, al
concetto di "famiglia allargata"; inoltre, il dilatarsi del confine tra uomo e animale e' stato
agevolato da diverse nuove condizioni sociali e dall'urbanizzazione, oltre che dalla
devitalizzazione degli ambienti naturali. Se e' vero che l'uomo ha bisogno degli animali, si
pensi a quest'ultimo come mezzo di contatto con la natura e di equilibrio psico-fisico, e',
altrettanto, vero che l'animale ha bisogno dell'uomo, in un rapporto di reciproco rispetto e
armonia, fatti salvi i diritti del mondo animale.
Dove nasce il successo dell'animale in famiglia? Bisogna considerare, senza dubbio, il
fatto che ricopra funzioni plurime, vale a dire che con l'animale si puo' parlare, sfogarsi,
dialogare, giocare, imparare, insegnare, per citare solo le piu' evidenti, cosa che un
orsacchiotto in peluche potra' ben difficilmente fare. Di particolare funzionalita' si rivela,
poi, per le famiglie singole, i cosiddetti single, che trovano nell'animale una fonte di
compagnia e amicizia fidata che, molto difficilmente, troveranno al di fuori del loro piccolo
contesto mono-familiare, mentre, per le tradizionali coppie, si garantisce una "via di fuga"
agli stress quotidiani, un mezzo per ritrovare il dialogo, riappacificarsi, concentrare la
propria attenzione, anche se spesso l'animale diviene il motivo, per lo piu' apparente, per
contrasti e scelte drammatiche: notissima l'ancestrale formula: "Scegli - o me, o il cane!".
Evidentemente, l'esperienza insegna a non sottovalutare nulla, ma anche a non
sopravvalutare, poiche' nulla, di regola, e' assoluto.
Il dialogo con l'animale, ma piu' precisamente col proprio animale familiare, garantisce un
effetto calmante e, dunque, una diminuzione della pressione del sangue: tale dialogo non
conosce, infatti, rigide regole sociali e, soprattutto, sentimenti competitivi distruttori. La
comunicazione avviene nelle forme piu' impensabili, non potendo,ovviamente, far ricorso
al linguaggio: nasce, percio', il gattese, associabile in qualche modo al bambinese, tutti
para-linguaggi che garantiscono, comunque, una base comunicativa povera o ricca che
sia. Del resto, non mancano i sostenitori delle capacita' linguistiche degli animali, o di
alcuni di essi, come ben appare dal recentissimo libro Spoken Cats, secondo il quale e'
possibile capire e parlare la lingua del gatto.
L'animale rappresenta, certamente, un soddisfacimento dei bisogni fisiologici e di
sopravvivenza, come fornitore di alimenti, pelli e lavoro, ma diviene, altresi', dispensatore
di soddisfazione del bisogno di sicurezza, nella forma di animale da guardia, il vetusto
Cave canem patrizio, o da combattimento in senso lato: si pensi ai combattimenti tra cani
o, assai piu' semplicemente, al "combattimento" tra il gatto e il topo all'interno delle mura
domestiche. Vi e', poi, la soddisfazione del bisogno di affetto e di relazione
"interpersonale", come base della pet-therapy, che crea le condizioni per un buon
equilibrio psico-fisico, segnatamente nei bambini, negli anziani, nei malati, nei detenuti, e,
piu' genericamente, nelle persone "sole". L'animale garantisce, infine, la soddisfazione del
bisogno di stima e di realizzazione personale attraverso, per esempio, le mostre o i
concorsi degli animali. Va tenuto, comunque, sempre a mente che l'animale non puo' e
non deve divenire l'interlocutore e il compagno principale all'interno delle relazioni extra-
personali: puo', senz'altro, rivelarsi una compagnia felice ed efficace per moltissimi motivi,
ma la relazione fondamentale uomo-uomo e, soprattutto, uomo-donna, non viene mai
messa in discussione.
Gli animali non sono, poi, cosi' diversi dal genere umano: basti pensare alla loro
associazione antica col divino o ai loro poteri "magici" come quello di prevedere i terremoti
prima dell'uomo stesso, la loro astuzia volpina, la loro forza leonina, la memoria elefantina,
la vista d'aquila, ecc..., per farne, in alcuni casi specifici, esseri migliori dell'uomo stesso; e'
evidente che stiamo trattando un argomento e un rapporto particolarmente difficile,
misterioso e complesso, per lo meno alla luce delle conoscenze attuali. Gli animali hanno,
certamente, delle sensazioni, ma anche delle emozioni e dei sentimenti. Il loro sistema
nervoso, infatti, e' molto simile in tutti i mammiferi in relazione alle sue caratteristiche di
struttura e di funzionamento.
Se nell'epoca antica l'animale godeva di un certo ruolo magico, con il pensiero greco,
tuttavia, inizia un'analisi pre-scientifica e, con Cartesio, l'animale viene ridotto a
"macchina" e studiato come struttura e funzione meccanica. Non credo si debba cadere in
facili assolutismi epocali, quanto, piuttosto, mettere in evidenza come ogni studioso e ogni
periodo storico, un attimo dell'evoluzione umana, arricchisca il pensiero comune: e'
evidente che l'animale, dal nome stesso, contenga un'anima, una scintilla vivente che lo fa
vivere, com' e', altresi', una "macchina" meccanica o un prodotto biologico proprio come
l'uomo. Bisogna proprio finirla con la malvagia e stupida tendenza di classificare sempre le
"cose" in maniera bipolare-assolutistica: esiste, infatti, una terra, ma anche un cielo, una
materia e uno spirito, una ricerca scientifica e una umanistica che si integrano e si
stimolano vicendevolmente - l'atomo fu individuato prima dai filosofi, ovvero la scienza
corre nel tentativo di spiegare col ragionamento logico-razionale-scientifico cio' che l'intuito
ha gia' colto nella sua essenza per un certo tipo di pensiero cognitivo e di sviluppo storico-
. Tuttavia, l'intelletto dello studioso non incorrera' nel pericolo di farsi succube dei limiti
intellettuali altrui, spesso mirati ideologicamente e archetipi del terribile "luogo comune".
Fingiamo, per una volta, di cadere vittime di questo rischioso gioco e poniamo in evidenza
la "rivoluzione" lorenziana, ritenuto l'inventore dell'etologia, che ha considerato l'animale
come Animale Culturale, ovvero inventore e portatore di una peculiare cultura distintiva.
Risultera' chiaro che la cultura non e' confinabile in un ambito puramente umano poiche',
in tutte le specie animali, si verifica la trasmissione di informazioni e comportamenti, in un
universo dove istinto e trasmissione culturale finiscono con l'intrecciarsi inesorabilmente,
come sostiene la socio-biologia, parente stretta della zooantropologia. L'animale e'
elevato, dunque, al rango di "animale-persona" nel pensiero comune e, percio', nella
psicologia sociale, ma anche nel diritto dove, in Germania, per esempio, viene considerato
intermedio tra gli uomini e le cose, con grande rivalutazione della sua presunta
"personalita'".
L'emozione, collegata alla prima linea di ricerca biologica, ovvero quella ormonale,
concerne l'emozione materna e sessuale. L'allattamento, in particolare, presuppone la
presenza di alcuni ormoni, uno su tutti della prolattina, meglio nota come ormone
dell'amore materno nonche' causa o condicio sine qua non vi sarebbe l'amozione materna
di affetto e di amore. Le emozioni hanno, dunque, una base ormonale e il sistema
ormonale, piuttosto simile, umano-animale ci fa indurre nel credere che anche quest'ultimo
abbia sviluppato una componente emozionale. Le emozioni vengono, per lo piu', raccolte
secondo lo schema: dolore-sofferenza-cacocenestesi (sentirsi poco bene)-eucenestesi
(sentirsi bene)-piacere-felicita'. Ancora, si e' evidenziato come le endorfine siano
direttamewnte coinvolte negli stati emozionali, al punto da considerare uno stretto legame
tra emozione,benessere e salute: vi sono, infatti, complessi sistemi che influiscono
sicuramente nel controllo del dolore, nel garantire il benessere e nel generare e regolare le
emozioni. Le endorfine, in quantita' sufficiente, si collegano al senso di benessere, mentre,
se scarse, concorrono nel procurare il sentimento del malessere.
Il dare da mangiare a un animale rappresenta il primo passo per stabilire un rapporto di
fiducia. Grazie al cibo si creano tutta una serie di informazioni ed emozioni che leghano
vicendevolmente uomini e animali. Il cibo rappresenta, in generale, un dono: e', infatti, tale
il latte della madre al neonato e, in altre occasioni esistenziali, il classico invito a cena
serve per iniziare amicizie o relazioni di varia natura; anche gli animali mantengono
l'associazione cibo-dono suddetta, come nel caso degli uccelli che imbeccano i piccoli,
della cagna che nutre i cuccioli col latte e col cibo pre-masticato fino alla gatta che "dona"
il topolino, oltre che insegnare la tecnica di caccia, venendo a rappresentare, percio', un
qualcosa di piu' di un semplice alimento, carico com'e' di significati simbolici e
comunicativi.
Attraverso il cibo, dunque, l'animale diviene compagno dell'uomo e un'attenta analisi
etimologica del termine "compagnia" ci porta al composto latino cum-panis, in relazione a
colui col quale si e' gustato il pane, quest'ultimo divenuto il cibo per antonomasia: celebre
la frase "togliersi il pane di bocca". Quando l'offerta del cibo a un animale diventa
abitudinaria si viene a creare un particolare rapporto tra i due, carico di emozioni e di
comunicazione meta-linguistica, processo che e' da considerarsi alla base della
domesticazione: e' fin troppo nota l'importanza del cibo all'interno dell'esecuzione degli
esercizi circensi degli animali, per fare un solo semplice esempio. Quella che possiamo
considerare come "comunicazione-alimentare" si sviluppa fino a portare l'animale a tavola
insieme a tutta la famiglia. Tuttavia, questa esigenza non puo' sempre essere soddisfatta
per le ovvie diversita' nutrizionali e per le ovvie norme igieniche. Quando, poi, l'alimento
risulti appetitoso agli occhi dell'animale, il padrone sara' considerato "buono", proprio
come l'alimento e, a sua volta, l'animale diventera' "buono" poiche' soddisfatto dal cibo
medesimo. Si puo', percio', affermare che l'abitudine alimentare riveste un'enorme
importanza, rafforzando il messaggio e sviluppando la fiducia tra l'uomo e l'animale.
Il rapporto uomo-animale si puo' considerare come un rapporto dinamico-evolutivo in cui la
prima fase viene rappresentata dal tipo magico-totemico, come nella cultura egizia o
amerindiana, mentre la seconda economico-funzionalista prevede l'impiego dell'animale
come fornitore d'alimenti e di altri beni, segnatamente i tessuti, ovvero di lavoro (traino,
soma...) e di altri servizi quali la caccia, la guardia, lo svago, ecc... Infine, nella terza fase,
nota come fase della parita' e della solidarieta', si assiste al tentativo della creazione di un
rapporto comunicativo con l'animale in un processo di scambio e di crescita comune. In
questa fase si sono generati molti movimenti "animalisti" che si differenziano per le
motivazioni ideologiche: vi e', infatti, l'animalismo collegato all'ecologismo, al
vegetarianesimo, senza contare le formule cariche di riferimenti socio-politici come quella
progressista. C'e' da dire, inoltre, che se ,all'inizio, l'interesse animalista trovava la sua piu'
viva espressione e il suo campo d'applicazione tra gli animali domestici o, comunque,
"familiari", ultimamente e' stato amplificato notevolmente il raggio d'azione che ha
coinvolto generi e specie animali maggiormente distanti rispetto alla specie umana.
Tra i vari atteggiamenti psicologici dei proprietari di animali troviamo, senz'altro, il piacere
della compagnia, motivazione predominante di affetto gratuito e incondizionato oltre che di
stimolo psicologico fornito da tale relazione, del senso di protezione, del conforto emotivo
e della limitazione dell'alienazione. Spesso, inoltre, il legame affettivo viene sancito da un
trattamento speciale dell'animale da parte del padrone, in alcuni casi di favore rispetto agli
stessi simili umani: questo atteggiamento non puo' essere, del tutto, approvato poiche'
finisce col segregare e alienare ancora di piu' l'individuo umano che non gode realmente di
un sano rapporto col mondo animale-naturale ed e' indice di insofferenza, malessere e
delusione del suo vero mondo di appartenenza: ripetiamo, ancora una volta, che l'animale
non puo' e non deve diventare l'alternativa al rapporto inter-personale, ma una semplice
possibilita' in piu', magari, al servizio del miglioramento dei rapporti umani; certamente, e'
anche vero che, a volte, e' piu' facile amare e rispettare un animale di un uomo, ma non e',
comunque, una buona ragione per rinnegare i propri simili.
Parimenti importante e', poi, il ricevere o il manifestare calore emotivo come pure il
ricevere o manifestare l'affetto e la protezione: il primo si evidenzia, soprattutto, attraverso
comportamenti e atti fisici come l'accarezzare o l'essere accarezzati, mentre la protezione
puo' essere di natura fisica, come nel caso del cane da guardia, o di avvertimento di
situazioni anomale. Non va dimenticato, altresi', l'aspetto soggettivo della protezione,
assolutamente efficace quando una determinata persona si senta sicura dalla presenza di
un preciso animale.
In alcuni casi, inoltre, l'animale puo' garantire la sostituzione d'affetti mancanti o carenti,
come, pure, favorire i contatti inter-personali e, in questo senso, viene inteso come
"lubrificante sociale" poiche' offre spunti di conversazione, motivi di ilarita' e di gioco, di
conoscenze, ecc...Non si dimentichi, infine, la funzione educativo-pedagogica legata, in
modo particolare, al mondo dell'infanzia, la funzione di "ammortizzatore" in condizione di
stress, di conflittualita' e di effetti psico-somatici, nonche' la sua funzione per la Terza Eta'
e per varie forme di malattie fisiche e psicologiche.
Un altro aspetto decisamente interessante e' dato dall'interazione tra le personalita' umane
e la scelta degli animali, ovvero delle loro caratteristiche caratteriali e comportamentali. Il
possessore di un cane, generalmente, presenta una certa socievolezza, ma, altresi', una
certa inclinazione alla dominanza e all'aggressivita'; il cane, del resto, sceglie il soggetto
"dominante" all'interno della famiglia. I possesori di gatti, invece, prediligono
l'indipendenza e l'autonomia e sono, generalmente, meno socievoli ed empatici rispetto ai
possessori di cani. Ricordiamo, inoltre, che al cane si attribuiscono le caratteristiche di
essere docile, sottomesso, ossequiente, fedele, sociale, gregario, estroverso, invadente,
generoso, affezionato, comprensibile, diurno, solare, trasparente, semplice, pacioccone,
prevedibile, forte, ingenuo, attivo, rumoroso, sporco e impegnativo, mentre il gatto si
colora con le seguenti definizioni: selvatico, indipendente, ribelle, traditore, asociale,
solitario, introverso, riservato, egoista, opportunista, misterioso, notturno, lunare,
enigmatico, complicato, aristocratico, lunatico, astuto, scaltro, pigro, silenzioso, pulito,
autosufficiente.
I proprietari di cavalli sono, poi, tendenzialmente dominanti, aggressivi, mascolini, decisi,
silenziosi, assimilabili al "tipo cow-boy", mentre i possessori di uccelli da gabbia o voliera
sono, per lo piu', gentili, protettivi, amichevoli e altruisti: che l'abito non faccia il monaco e'
ormai cosa assodata; basti pensare all'ex-calciatore Romeo Benetti, tutti lo ricordiamo
come un vero mastino, un "bruto-rude", che coltivava la passione dei cardellini e degli
uccelli in genere. Infine, i possessori di tartarughe sono, solitamente, laboriosi, fidati,
razionali e perseveranti, mentre i proprietari di serpenti si caratterizzano per una certa
originalita' e anti-convenzionalita', spesso imprevedibili, amanti delle sfide e del rischio,
come pure i possessori di ragni o di altri animali inusuali.
Il collegamento suddetto tra personalita' del proprietario e animale si evidenzia, dunque,
nelle caratteristiche comportamentali e nello stile di vita, nelle caratteristiche psicologiche
di affinita' e/o complementarieta', nelle connotazioni culturali in relazione alla classe socio-
economica degli individui, nel grado di coinvolgimento tra i due, nella direzionalita' del
rapporto, uni-bi-pluri-direzionale, nella dinamica dell'autorita', nella distanza psicologica e
nella sensibilita' dei modi di comunicazione, tutti elementi che collegano il possessore e
l'animale e che devono individuare l'animale-ideale per una determinata persona, in base
alle sue esigenze e alla volonta' del momento.
Le prime specie addomesticate erano, indubbiamente, animali-sociali, proprio come
l'essere umano, e i successivi stati della domesticazione hanno rappresentato la
necessita' di disporre degli animali, relativamente ai loro prodotti e ai i riti religiosi, oltre che
alla caccia. Tuttavia, il fenomeno dell'addomesticamento rimane, tuttora, sconosciuto
come pure l'origine degli animali-familiari o di compagnia, in una parola pet.
Tra gli animali di compagnia, il cane occupa, indubbiamente, il primo posto nelle
preferenze e il cane domestico pare essere derivato dal lupo o da un ipotetico "cane
ancestrale". Le prime testimonianze di addomesticamento del cane risalgono,
presumibilmente, a dei ritrovamenti cavernicoli dell'era paleolotica presso Pelegwara,
nell'Iraq, circa 12.000 anni or sono. Plurime testimonianze si trovano,altresi', in Israele
(12.000 anni addietro), nell'Idaho (10.400 anni addietro), in Inghilterra (9.500 anni
addietro), in Russia e in Anatolia (9.000 anni addietro), in Australia (8.000 anni addietro),
in Cina (6.800anni addietro) e nel Missouri (5.500 anni addietro). Varie ipotesi si sprecano
sui primi contatti tra l'uomo e il cane, ma quella piu' verosimile prevederebbe un incontro
casuale, probabilmente durante la caccia, con dei lupacchiotti che sarebbero stati portati
nella dimora umana e avrebbero interagito con l'essere umano, in particolare coi bambini.
Sicuramente, il rapporto uomo-cane fu favorito dalla somiglianza delle rispettive strutture
sociali, ovvero entrambe vivevano in gruppi e cacciavano gli animali, formando delle vere
e proprie "bande" organizzate che comunicavano attraverso espedienti facciali e corporali.
Il legame col gatto e', senz'altro, di epoca piu' recente. Nell'antichita' godeva di una forte
simbologia magico-divina, soprattutto nella civlita' egizia, mentre nel mondo romano ed
europeo, portato presumibilmente dai Fenici, svolse, in principio, la classica funzione di
anti-roditore, divenendo, successivamene, associato alle forze dell'occulto, alla malvagita'
e alle religioni pagane.
L'aspeto religioso ha influenzato, notevolmente, l'evoluzione del rapporto tra uomo e
animale, ma pari importanza ha avuto l'aspetto economico, militare ed estetico-ricreativo:
l'atteggiamento umano verso gli animali nasce, dunque, dall'evoluzione, dalla necessita',
dalla cultura e dalla tradizione.
Un sentimento, particolarmente, importante nell'ambito relazionale e' dato, inoltre,
dall'attaccamento che si genera da cause remote e prossime. Le prime si rifanno ad aspeti
genetico-evolutivi, che hanno mantenuto l'unita' degli individui aumentandone,
ovviamente, la possibilita' di sopravvivenza, mentre le seconde, dette, altresi', immediate,
si riferiscono alle esperienze emozionali individuali, ai fattori ambientali, ai vari segnali
tattili e visivi, al tempo e agli avvenimenti, tutti fattori che contribuiscono al fenomeno
dell'attaccamento relazionale. Si e' constatato, poi, che la stragrande maggioranza di
popolazione che ha attaccamento accentuato verso i cani non li sfrutta per alcuna finalita'
(25%), oppure li utilizza per la caccia (50%), o, ancora, per controllare il bestiame (12,5%),
mentre coloro che non nutrono un forte attaccamento nei confronti del cane lo impiegano
per tirare la slitta, o come fornitore di cibo (58%), e, soltanto, il 16% ne evita, addirittura, il
contatto, mentre il 26% lo utilizza nelle battute di caccia. Si desume, percio', che il creare
dei legami con gli animali viene fortemente influenzato dalla necessita'.
Le motivazioni che stanno alla base del possedere un animale si possono, cosi',
riassumere nelle ragioni emotive, sociali e di relazione, tutte inerenti alla psicologia
profonda, oppure in quelle utilitaristico-economiche, ovvero nell'interesse generale per il
mondo naturale. L'introduzione dell'animale nella famiglia umana trova, altresi',
spiegazione nella nuova vita sociale umana, piuttosto povera qualitativamente, nel trend
dell'emarginazione crescente nei vari livelli sociali (anziani, handicappati, disoccupati,
singoli...) e nella carenza di comunicazione inter-personale, nonche' nell'incomprensione
sempre piu' generalizzata.
Quali sono i benefici offerti dalla pet-therapy? Riassumendoli, possiamo, indubbiamente,
porre l'accento della sua validita' sui pazienti con problemi di comportamento sociale e di
comunicazione, sui carcerati, sugli anziani, sui malati mentali, sugli ipertesi, sui
cardiopatici, sui paralitici, ecc..., ovviamente con i vari distinguo nei singoli casi specifici.
Facendo, poi, una breve crono-storia della zooterapia citiamo, in primis, l'inglese William
Tuke che incoraggio' i suoi malati mentali nell'accudire degli animali, col fine di potenziare
l'autocontrollo e il senso umano (1792), mentre nel 1867 si assiste all'inserimento della
zooterapia nei programmi terapeutici dell'Istituto tedesco Betheled per pazienti epilettici.
Ancora, nel 1875, il medico francese Chessigne prescrive l'ippoterapia a dei pazienti con
problemi neurologici, poiche' viene ritenuta ottimale per il miglioramento dell'equilibrio e
del controllo muscolare. Nel 1942, nel Pawling Army Air Force Convalescent Hospital, si
impiegheranno gli animali per "normalizzare" i feriti di guerra e nel 1952 Liz Hartel,
ragazza poliomelitica, si piazza seconda nella gara di dressage alle Olimpiadi di Helsinki,
alimentando, cosi', l'ippoterapia in tutto il mondo, mentre, nel 1953, Bolis Levinson,
psicoterapeuta infantile, si avvede del buon effetto dell'animale su un bambino autistico.
Nel 1961 nasce, quindi, ufficialmente la pet-therapy a opera di Levinson che utilizza tale
termine all'interno del libro The dog as Co-Therapist (Il cane come co-terapeuta) e, negli
anni a seguire, la validita' e la vericita' della zooterapia e' stata confermata continuamente
da vari studiosi in sede teorico-pratica. Segnaliamo, infine, l'anno 1981 come nascita della
Delta Society statunitense, associazione che studia il rapporto uomo-animale, il 1983,
anno in cui sorge l'Istituto Canadese di Zooterapia, il 1987, anno dell'avvento della pet-
therapy in Italia al Convegno Interdisciplinare su "Il ruolo degli animali nella societa'
odierna", il 1990, in cui nasce il C.R.E.I. (Centro di Ricerca Etologica Inter-disciplinare per
lo studio del rapporto uomo-animale da compagnia) e, in ultimo, il 1997, in cui prende vita
la S.I.T.A.C.A. (Societa' Italiana Terapia e Attivita' con Animali). Si ricordi infine
l'Associazione Arion esperta di delfino-terapia presso il delfinario di Rimini.
La Pet-therapy si basa necessariamente e principalmente sull'influenza dei legami affettivi
sul duplice aspetto psico-fisico, in senso strutturalista. Infatti, l'uomo deve soddisfare sia i
bisogni primari, come il cibo, il dormire, sia quelli secondari, legati alla sfera emotivo-
spirituale del soggetto-individuo. E' pur vero, altresi', che la solitudine non e' definibile e
comprensibile semplicemente dall'essere o dal trovarsi soli fisicamente, quanto, piuttosto,
rivesta un aspetto decisamente piu' sottile e intimistico: quante volte ci e', infatti, capitato di
sentirci completamente isolati pur stando in compagnia? Qual'e', inoltre, il miglior modo
per sentirsi soli, nel senso anglosassone di lonely, se non quello di stare con gli altri, col
rischio di incorrere nella peggiore delle solitudini, ovvero quella spirituale che conduce
inevitabilmente alla depressione? Per fortuna,non e' sempre cosi' e, spesso, la compagnia
ha effetti altamente positivi sul nostro stato psico-fisico e sulla nostra salute. Serpell
sostiene che l'isolamento dai contatti umani produca delle sensazioni del tutto analoghe a
quelle indotte dalle torture fisiche prolungate, ovvero il senso di dolore aumenterebbe
gradualmente e decrescerebbe fino a cessare completamente, generando stati apatici e di
disperazione generale, in modo del tutto analogo alla separazione del bimbo dalla madre o
alla sindrome di astinenza da narcotici.
I contatti sociali possono, percio', agire favorevolmente sul benessere e sull'equilibrio
dell'uomo. E' stato osservato, infatti, che coloro che non hanno molte amicizie tendono ad
ammalarsi piu' facilmente e tra i celibi si contano maggiori casi di attacchi cardiaci, di
polmoniti, di diabeti, di nefriti, di tubercolosi, e di forme neoplastiche, rispetto alle persone
coniugate, senza contare i maggiori problemi di natura psichica e i casi di suicidio. La
solitudine e', dunque, un elemento stressante, all'interno della vita di un individuo, che
induce l'interferenza sull'azione dell'insulina, della decalcificazione, dell'arresto della
crescita, dell'eccessiva secrezione gastrica, dell'aumento della pressione arteriosa,della
deficienza del sistema immunitario, a causa della prolungata attivita' ormonale dell'asse
ipofisi-surrene. Non si creda, poi, che il rapporto uomo-animale sia a esclusivo vantaggio
dell'uomo, poiche' anche gli animali godono dei benefici psico-fisici di tale relazione
interspecifica.
Confrontando, poi, le condizioni di salute dei possessori di animali e non, si vede che
quest'ultimi soffrivano maggiormente di sintomi psico-somatici legati all'ansia come, per
esempio, la classica emicrania, l'inappetenza, la depressione e le malattie della pelle e del
cuore; oltre a cio', erano meno capaci nel fronteggiare i problemi quotidiani, relazionali e
non. Senza alcun dubbio, l'animale garantisce il supporto sociale diretto e indiretto, ovvero
con la sua presenza e con l'occasione di interagire con gli altri per mezzo suo, fatto salvo il
principio che l'ideale amico dell'uomo, se non proprio il migliore, non e' il cane ma un altro
essere umano.
La comunicazione riveste, inoltre, un'importanza fondamentale nel rapporto inter-
personale e inter-specifico che, per ovvie ragioni, risulta mediato dalla comunicazione
secondo il noto triangolo semantico-linguistico mittente-messaggio-destinatario: la
comunicazione implica, percio', la trasmissione e la ricezione di segnali-messaggio che
presuppongono, a loro volta, un codice comune espressivo, linguistico o simbolico che sia,
a prescindere dal grado di volontarieta' e di coscienza del messaggio, in un'ottica
necessariamente transpersonale. E' caro, poi, alla socio-biologia il concetto per il quale la
comunicazione e' "un'azione che altera la distribuzione di probabilita' del comportamento
in un altro organismo, in modo adattivo per l'uno o l'altro o entrambi i partecipanti" (Wilson,
1987). Un animale dormente, per esempio, ci comunica l'idea o la sensazione, dipende se
colpisce la mente o l'animo, di pace, di serenita', con l'inevitabile riduzione dello stato
ansiotico e dell'ipertensione; in particolare, tale sensazione si evince anche dal ritmo
respiratorio dell'animale dormente che si attiva in un ciclo binario-lento, producente,
appunto, l'idea di calma e quiete, mentre ritmi sincopati e, comunque, non regolari
generano ansia e agitazione, ma non e' il caso di cadere nella psicologia dell'arte e della
musico-terapia, campi affascinanti ma lontani dalla nostra attuale trattazione. Valga l'idea
generale che anche il ritmo e il suono, all'interno della relazione uomo-animale,
contribuiscono alla trasformazione e al controllo emozionale, psicologico e biologico.
Feogle ritiene, inoltre, che il vedere un animale in atteggiamento di quiete rappresenti un
segnale primitivo di sicurezza, legato alla reminescenza ancestrale dell'assenza di
predatori, pericolosi per la sopravvivenza umana. Si e', poi, verificato che all'idea di calma
e quiete contribuisce magicamente l'acquario con i suoi animali, in un misterioso
coinvolgimento ipnotico- tranquillizzante.
Un altro linguaggio che potremmo definire para-linguaggio o meta-linguaggio, altresi',
linguaggio simbolico, e' dato certamente dal linguaggio corporale. Vi sono,
indiscutibilmente, dei segnali mimici, dei gesti, delle posture e delle sensazioni tattili, che
trasmettono, piu' o meno coscientemente, precisi messaggi e mostrano, altrettanto, precisi
stati d'animo temporanei o non. Il para-linguaggio e', senz'altro, di maggior dominio
animale che non umano: l'uomo, infatti, grazie o a causa della parola ha perso certe
capacita' antiche, per cui non c'e' da stupirsi se l'animale dimostra di capirci maggiormente
di quanto noi facciamo nei suoi riguardi. In virtu' di queste sue capacita' intuitive, l'animale
ci e' di grande conforto, qualora dimostri la sua comprensione per i nostri stati d'animo ed
emozioni.
Con l'animale si rompe, inoltre, il messaggio-equivoco, assai, spesso, diffuso nella
comunicazione inter-personale odierna. Infatti, la cattiva comprensione, talvolta voluta, del
messaggio altrui genera una spirale irreversibile di incomprensione e ambiguita',
accentuata, ancora, dalla contradizione tra messaggio verbale e messaggio non verbale,
quest'ultimo, il piu' delle volte, espresso involontariamente, ma che puo' rivelare, in realta',
il vero pensiero dell'interlocutore, generando frustrazione e senso di smarrimento: ben
difficilmente si creeranno queste situazioni con un animale!
Il parlare con gli animali e', poi, una consuetudine decisamente diffusa in tutto il mondo e
si e' constatato, in base a una ricerca specifica, che il 97% delle persone esaminate parla
volentieri con cani o gatti e che il 98% crede, persino, di essere capito: e' chiaro, in questo
atteggiamento, un "certo" antropomorfismo, per altro comprensibile e per nulla dannoso,
anzi benefico per la salute dell'individuo.
Ma questo linguaggio e' del tutto normale o si presenta in forme alternative? Benche'
costruito sulle parole comuni, il messaggio uomo-animale si basa, verosimilmente, sulle
caratteristiche del para-linguaggio, ovvero sulla cadenza, sul tono, sull'inflessione, tutti
elementi non propriamente comunicativi, ma dall'efficacia eccezionale. La forma del
linguaggio si presenta piuttosto semplice ed essenziale e si impiegano, generalmente,
poche parole, spesso ripetute, un tono cadenzato e regolare, diverse pause-gap
dall'efficacia oratoria indiscutibile, e inflessioni peculiari, una sorta di "bambinese". Oltre
modo, risulta, ugualmente, fondamentale la natura non-competitiva del dialogo uomo-
animale che rende l'espressione vera e sincera nella sua sostanza e nella sua forma,
come pure nell'impostazione sonora o ritmica, in quanto manca totalmente il
condizionamento sociale. Risulta, infine, obsoleto l'aspetto "timidezza" che crea ulteriori
smisurati problemi alla comunicazione umana. La relazione uomo-animale si e', dunque,
rivelata un'efficacissima tecnica e terapia per il recupero di quegli individui che sono caduti
nella spirale del non-dialogo e del dialogo-incompreso con i loro simili, isolandosi, sempre
piu', in un mondo utopicamente "protetto".
Nel 1975 Mugford e McComisky esaltarono la capacita' della relazione uomo-animale nel
favorire i contatti tra le persone, e parlarono, a ragione, della funzione animale come
quella di "lubrificante sociale": in particolare, si favoriscono meccanismi quali la novita' e
l'interesse, l'invidia e l'autostima, il meccanismo innato paragonabile all'impulso stimolato
dai bambini, l'interesse comune per coloro che sono appassionati di animali e che si
avvantaggiano delle occasioni sociali fornite da mostre, esposizioni, gare, conferenze,
convegni..., il migliore giudizio sociale, ovvero tramite l'animale si capisce la personalita'
del proprietario, e l'azione rompighiaccio dove l'animale favorisce situazioni sociali di
contatto, affievolendo la generale diffidenza iniziale altrui.
In seguito alle sperimentazioni pet-terapiche sui bambini autistici, a partire da Boris
levinson, si e' generalizzata l'introduzione degli animali all'interno di programmi terapeutici,
avvalendosi occasionalmente di cani, gatti, uccelli, ma ogni animale puo' trovare la giusta
applicazione, come nel caso della musica terapia in cui ogni paziente necessita di un tipo
particolare di esecuzione musicale, per curare le turbe del comportamento sociale. I
Corson sono stati precursori nell'impiegare la terapia agli adulti per migliorare,con l'uso di
cani, i rapporti interprsonali tra gli anziani e il personale di cura di un istituto medico,
mentre Kaplan ha evidenziato, per esempio, la benefica influenza della pet-therapy sui
ritardati mentali, utilizzando conigli, ricci, cani, polli, capre e serpenti: un cane pechinese
ha contribuito nell'aprire emotivamente e relazionalmente i pazienti, mentre i serpenti
fungevano da veri e propri stimoli nella discussione delle varie paure e fobie, del come
affrontarle e superarle;iconigli, infine, non stimolavano granche' le relazioni tra i pazienti.
L'azione sociale risulta, poi, enormemente facilitata nel caso degli
handicappati:Lapresenza di un animale supporta l'attenzione generale verso il portatore di
handicap, variando in base al tipo dianimale: un rottweiller rendera' il grado di socialita'
mionore rispetto a un cane piu' mansueto e simpatico. Altresi', e' stato osservato chei non
vedenti,accompagnati dal cane,hanno maggiori probabilita' di attenzione pubblica rispetto
a coloro che portano il classico bastone bianco.
L'efficacia della compagnia dell'animale si e', poi, osservata nell'inserimento dei bambini
all'interno del nucleo familiare adottivo. Inoltre, i bambini possessori di animali godono di
una maggiore stima e considerazione, soprattutto dei loro coetanei, rispetto a coloro che
non li posseggono. L'animale suscita, dunque, stima e ammirazione, curiosita' e interesse,
facilitail contatto sociale tra i bambini e puo' divenire un buon maestro per tutti gli
insegnamenti che non fanno parte del normale apprendimento.
Infine, i cuccioli sono in grado di garantire l'effetto "catalizzante",persino,nelle societa'
babbuine: si e' osservato, infatti, la femmina di ungruppo che aveva adottato un gattino
che fungeva da facilitatore sociale, ovvero il suddetto "lubrificante sociale".
Un altro elemento fondamentale,all'interno del rapporto uomo-animae,e' dato dal contatto
fisico che intercorre tra i due, desumibile facilmente dalla stessa parola inglese pet che,
nel dizionario inglese, indica l'animale favorito, ma anche l'accarezzare, il viziare e il
coccolare, tutte azioni che rimandano a un piacevole contatto fisico, uno dei principali
fattori di comunicazione interpersonale e interspecifica. La sensazione tatile serve, inoltre,
alla creazione di uncnfine fisico, allacoscienza della propria corporalita', ovvero alla
formulazione di un'identita' personale e psicologica:infatti, la mancanza o carenza di
stimoli corporei nell'infanzia e' uno dei fattori prioritari di ritardo fisico e psichico,
dell'autismo, delle sindromi di deprivazione e delle difficolta'relazionali. Tuttavia, il contatto
fisico si scontra,inesorabilmente e spesso,col problema morale per cui si genera
facilmente uno squilibrio della sfera affettiva ed emozionale. Hall suddivide lo spazio
intorno alle persone in quattro sfere, vale a dire nella sfera "pubblica", "sociale",
"personale" e "intima": ovviamente, la zona intima intaca maggiormente la sicurezza di un
individuo ed e' piu' problematica e complessa. Col rapporto animale, il semplice contatto o
strofinamento corporale non crea alcuna forma di problema e l'emozione si puo' liberare
maggiormente,non vincolata da alcuna forma di tabu'. Katcher e Baun hanno, inoltre, la
riduzione della pressione in coloro che accarezzavano gli animali e, dunque, la presenza
di animali vicino a pazienti aziani, o malati in genere, aumenta la percentuale di
sopravvivenza. Il contatto fisico diviene, percio', essenziale allo sviluppo della nostra
personalita', della nostra psicologia, e regolatore delle risposte fisiologiche, intervenendo
attivamente sul sistema cardiocircolatorio, sulla pressione arteriosa e sulla frequenza
cardiaca.
Non e', poi, da sottovalutare la funzione svolta dal gioco sia sul piano dell'esercizio fisico
che su quello psicologico: infatti con un semplice prato e una palla si possono iniziare tutta
una serie di giochi con l'animale e, d'altro canto, si sviluppano le sfere emotive, sociali,
caratteriali, segnatamente con l'attivazione dei processi infantili della proiezione e
dell'identificazione, mentre nell'adulto il gioco rimane una fonte di divertimento e di
psensieratezza. E' curioso notare che il semplice rincorrersi o il rotolarsi distrae dai
problemi quotidiani e genera l'ilarita',quanto mai provvida di terapia per il crpo e la mente.
La gioiosita' farebbe scattare alcune molle neuroendocrine "positive" e lo stesso Freud
riconobbe la funzionalita' delle battute e dell'umorismo sui mali come la depressione, la
solitudine e l'infelicita'. Vi e', poi, il caso particolare del gioco idle play, o gioco di indolenza,
costituito da tutte quelle azioni come il grattare, il lisciare o l'attorcigliare il pelo
dell'animale, il piu' delle volte fatto meccanicamente e nel quale si ravvisa un'estensione
della persona.
L'animale favorisce, inoltre, il senso di responsabiltia', quanto mai adatto nel caso di
bambini, oppure di adulti che abbiano perso la fiducia in se stessi, garantendo
un'immagine valida e positiva della propria persona e del proprio valore individuale. Infine,
poiche' il rapporto con gli animali puo' generare meccanismi di identificazione, proiezione e
compensazione, si rende necessario, tuttavia, un costante controllo, soprattutto,nel caso di
bambini o di individui psicologicamente deboli. In breve, con proiezione si intende un
processo psicologico inconscio nel quale il proprio mondo interiore globalizzante viene
trasferito nel mondo esteriore,con la possibilita' positiva di garantire il dominio di ansie e
paure, segnatamente nel periodo della crescita di un bambino; un fenomeno del tutto
simile alla proiezione e', senz'altro, quello dell'antropomorfismo in cui gli elementi umani
sono attribuiti all'animale: in questo caso,puo' essere un efficace metodo di interazione e
conoscenza dell'animale, ma tende a divenire patologica qualora superi certi livelli fino a
considerare e trattare gli animali come esseri umani, un errore grave e piuttosto diffuso nel
mondo. L'identificazione, invece, puo' concernere i ruoli o l'identita', talvolta trasferenziale
quando si opera o ci si comporta in modo analogo rispetto a situazioni gia' sperimentate.
All'interno della zooterapia, questa tecnica e' ben evidente nel caso del bambino che
supplisce alla sua debolezza e incapacita' di sostenere la propria immagine, per cui il cane
diventa una sorta di "specchio per le identificazioni del bambino". In ultimo, la
compensazione che ha il duplice valore di surrogare ad alcune carenze umane, ma,
anche, di portare a eventuali dissociazioni e dipendenze. Essa deve essere vissuta solo
come un valido aiuto ai bisogni dell'individuo come mezzo per tornare alla, piu'
soddisfacente, relazione con gli altri. Il rischio, in caso contrario, e' quello di perdersi e
isolarsi maggiormente, facendo della relazione animale l'unico rapporto interpersonale
sperimentato: purtroppo, questa situazione e' piu' presente di quanto si possa immaginare.
La nostra complessa società definisce , finalmente il cane non più come un soggetto
passivo al quale dare affetto o da utilizzare, ma una figura attiva dal quale ricevere affetto.
La "Pet Therapy" non é una panacea, utile a risolvere tutte le malattie. Infatti non é
sufficiente affiancare un animale a una persona sofferente per aspettarci il miracolo della
guarigione. Una corretta applicazione della "P.T." non coinvolge solo un uomo e un
animale, ma anche tecnici competenti del comportamento umano e quelli competenti del
comportamento animale.
Quindi gli interventi di "P.T." dovrebbero essere monitorati da una équipe seria composta
da medici veterinari, psicologi, medici, educatori, ecc
Comunicazione non verbale:
Gli animali d'affezione, famigliari, sono quindi riconosciuti quali componenti essenziali di
un rapporto equilibrato tra l'uomo e l'ambiente di vita. Tale principio è stato chiaramente
enunciato e difeso in quella che si può oggi definire la "dichiarazione di Ginevra" (7°
conferenza internazionale, 1995, Ginevra: "Animali, Salute e qualità della vita", nel corso
dello quale sono stati presentati 5 principi fondamentali, vediamoli:
1. Accettare il diritto universale non discriminatorio ad avere un animale domestico in
tutti i luoghi e in tutte le circostanze, se I 'animale viene adeguatamente curato e
non inficia i diritti dei non proprietari di animali.
2. Prendere le misure più idonee per assicurare che l'ambiente umano sia pianificato e
progettato in modo da tenere conto dei bisogni e delle caratteristiche degli animali
da compagnia e dei loro proprietari.
3. Incoraggiare la presenza regolamentata degli animali da compagnia nelle scuole e
nei curricoli scolastici. Convincere gli insegnanti e gli educatori dei benefici prodotti
do questa presenza attraverso appropriati programmi di addestramento.
4. Assicurare l'accesso regolamentato degli animali da compagnia negli ospedali,
case di riposo e altri centri di cura per tutti coloro che, a qualsiasi età, hanno
bisogno di questo tipo di contatto.
5. Riconoscere ufficialmente quali validi interventi terapeutici quegli animali che sono
specificamente addestrati per aiutare le persone a superare limiti e disabilita;
promuovere lo sviluppo di programmi per addestrare tali animali e assicurare che la
conoscenza della loro capacità sia inclusa nell'insegnamento base delle professioni
sanitarie e sociali.
l‘individuo organizza le proprie esperienze inferiori ed esteriori tramite le relazioni: ".... la
relazione é sempre un prodotto della descrizione doppia." (G. Bateson). La relazione tra
animale e uomo risale all‘era Paleontolitica, infatti tracce di cane sono state ritrovate in
una caverna di quell'epoca.
Molto importante é anche il fatto che l'animale viene usato come "trasmettitore di
messaggi", ovvero comunicazioni non verbali tramite messaggi di particolari eventi o
situazioni. I messaggi che arrivano da un animale sono correnti tra loro da "una rete
complessa". L'uomo comprende l'animale tramite una sorta di " puzzle", cioè egli formula
delle ipotesi le quali vengono continuamente modificate dalle azioni dell'animale. "La
comunicazione tra specie diverse é sempre una sequenza di contesti di apprendimento in
cui ciascuna specie viene continuamente corretta quanto alla natura di ciascun contesto
da azioni meno ambigue dell'animale......." (G. Bateson).
(Wilson, 1987) la comunicazione é una azione che altera la distribuzione di probabilità dei
comportamento in un altro organismo in modo adattivo per l'uno o l'altro o entrambi i
partecipanti.
Pet Therapy e handicap fisico:
nell'aprile dei 1990 nasce l'AIUCA (Associazione Italiana Uso Cani d'assistenza),
un'associazione che si occupa dell'addestramento di cani per aiutare disabili fisici nelle
azioni del quotidiano.
Nel campo dell'handicap fisico troviamo anche l'ippoterapia., nata alcuni anni fa allo scopo
di "alleviare" e "aiutare" persone affette da handicap fisici o pluriminorati.
L'ippoterapia si distingue in ippoterapia psicologico educativa e quella medica.
Anche la "Pet Therapy" può essere usata con soggetti affetti da handicap fisici, molti
studiosi affermano che l'uso del cane da compagnia aiuta anche il mantenimento
dell'aspetto fisico. Lo spazzolare, lanciare la pallina, lavare il cane, ecc., sono tutte attività
che chiedono un impegno motorio, decisamente più piacevole di un esercizio con un
tutore imposto da uno specialista.
"Pet Therapy" e gioco:
l'attività ludica generalmente risulta essere un qualcosa di piacevole, aumentando il buon
umore, sviluppando la socializzazione, rinforzando l‘attività fisica.
Anche gli animali, soprattutto se cuccioli, amano giocare molto e possono risultare degli
ottimi compagni di gioco, là dove l‘isolamento e la solitudine dominano.
"Pet Therapy" e socializzazione:
l‘animale da compagnia risulta essere un perfetto tramite per lo sviluppo delle relazioni.
Uscire al parco con il proprio cane é fonte di incontri, di discussioni, ecc.
Sviluppo della responsabilità:
alcune volte ci capita di portare a termine un compito assegnatoci con estrema
superficialità, a causa di vari motivi, fretta, disinteresse.
Il risultato spesso può essere negativo con anche delle conseguenze, più o meno
dannose. Accudire una animale richiede invece una certa attenzione, una "responsabilità"
che ci obbliga a svolgere il compito in maniera adeguata perché in questo caso le
conseguenze del disinteresse potrebbero essere molto dannose.
Affidare un compito del genere, ad esempio, ad un adolescente, aiuterebbe la sua crescita
e a sviluppare il senso dei reali valori della "vita".
"Pet Therapy", quali problemi?
chi é interessato a questo mondo, e pensa di iniziare a conoscerlo meglio per poi
proseguire oltre, non deve sottovalutare alcuni problemi:
Non possono essere coinvolte certamente persone affette da fobie per gli animali.
Gli animali coinvolti come supporto alla "Pet Therapy" devono possedere delle
precise qualità fisiche e caratteriali (livello di reattività molto basso alla presenza di
altri animali o di altre persone o di gruppi numerosi, agli stimoli, soprattutto a quelli
negativi), buona capacità di memoria, consequenzialità e direzione ecc.
Gli animali devono essere accuditi in maniera adeguata e il ruolo del medico
veterinario nei loro confronti è di garantirne la salute, eventualmente di individuare
che nel proseguo delle varie esperienze i soggetti impiegati non abbiano a
modificare in senso patologico il loro comportamento.
Quando si utilizza un cane di grosse dimensioni è indispensabile assicurarlo.
Se coinvolta una struttura pubblica o privata, bisogna lavorare con il personale che
si occuperà del progetto stabilendo delle regole precise, valutando la loro reale
motivazione e il grado di impegno.
Qualsiasi progetto deve essere monitorato da una équipe di tecnici, allo scopo di
non iniziare un lavoro "fai da te" poco attendibile.
Bibliografia essenziale:
1. Natoli, E. 1997. Attività e terapie con l'ausilio di animali: quadro internazionale e
stato dell'arte in Italia. ANNALI DELL'ISTITUTO SUPERIORE DI SANITA'.
2. "La Pet Therapy: gli animali e la salute dell'uomo", in collaborazione con l'Istituto
Zooprofilattico Sperimentale dell'Abruzzo e del Molise "G. Caporale", giugno 1996.
3. La Conferenza Internazionale sulle interazioni uomo-animale "Animals, Health and
Quality of Life", settembre 1995.
"Animali e uomini imparano insieme". PET MAGAZINE, novembre 1997.