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Terapia per mezzo del cavallo

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Terapia per mezzo del cavallo
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12/5/2011
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Terapia per mezzo del cavallo



Metodica particolare, l'Ippoterapia o meglio "Terapia per Mezzo del Cavallo (T.M.C.) si

inserisce nell'ambito di un intervento terapeutico multidisciplinare svolto dall'Associazione

Anni Verdi, offrendosi come momento riabilitativo "aperto" grazie ad una più attiva

collaborazione tra operatori specializzati e l'intero ambiente (famiglie, scuola, tempo libero)

in cui il portatore di handicap vive. La Terapia per Mezzo del Cavallo infatti, grazie alle sue

diverse valenze terapeutiche, sportive e (perchè no!) anche ludiche, riesce ad agire non

soltanto sulle difficoltà neuropsicomotorie del disabile ma anche su quelle della sua

interazione sociale.

Peculiarità di tale tecnica è l'uso del cavallo, "soggetto vivente", dotato di una propria

sensibilità che si fa coprotagonista dell'azione terapeutica, in una relazione interattiva

estremamente ricca e complessa.

Rispetto ad altre metodiche terapeutiche, con la T.M.C viene a porsi in primo piano la

partecipazione attiva del paziente al suo processo riabilitativo, partecipazione che è

strettamente collegata alla motivazione, e questo grazie al rapporto di fiducia, di amore e

di rispetto reciproco che si crea con il cavallo: mediante tale relazione affettiva il disabile si

sente finalmente protagonista, visto poi che è chiamato in prima persona ad accudire e a

curare l'animale. La T.M.C. si pone inoltre come un intervento in grado di stimolare

l'individuo contemporaneamente a livello di più aree funzionali. Grazie alle diverse

andature del cavallo è possibile infatti agire sulle difficoltà neuromotorie del paziente

facilitandone la regolazione del tono muscolare, dell'equilibrio e della coordinazione,

ottenendo un miglior assetto del corpo nelle varie posizioni dello spazio. E' possibile anche

stimolare funzioni neuropsichiche come l'attenzione, l'orientamento ed il linguaggio

sfruttando il diretto rapporto che si crea con il cavallo sensibile ad ogni modificazione del

comportamento e dei movimenti del cavaliere. L'inserimento nel gruppo dei coetanei ed il

coinvolgimento ludico-sportivo favoriscono invece quella dimensione sociale e ricreativa

necessaria per lo sviluppo armonico della personalità dell'individuo portatore di handicap.

Influisce positivamente inoltre anche il rapporto con il maneggio e con tutti gli operatori

che, rimanendo al di fuori dei tradizionali canoni sanitari, forniscono un ambiente

stimolante e rassicurante.

Si riesce così ad interrompere uno dei più tipici feed-back che coinvolgono il disabile,

contribuendo a ridefinire relazioni più adeguate con la famiglia e l'ambiente circostante.

Purtroppo in Italia, sono ancora pochi i Centri che offrono la possibilità ai portatori di

handicap di praticare questo particolare metodo terapeutico, in regime di Convenzione

Sanitaria: tra questi la Nostra Sezione di Ippoterapia, nata nei primi mesi del 1992 e

situata all'interno di Villa Ada, uno dei più suggestivi parchi romani.

Il nostro Centro segue circa 70 utenti disabili affetti da patologie caratterizzate sia da un

danno neuromotorio che da disturbi cognitivi o affettivo-relazionali.

La terapia si svolge nell'ambito del maneggio e della scuderia: dura 45 minuti e la

frequenza è di 2 o 3 volte la settimana.

Da circa 1 anno inoltre, sempre nel nostro Centro, viene praticato anche il Volteggio

Terapeutico.

Il volteggio è un antica disciplina, che consiste nell'esecuzione di esercizi ginnici a cavallo,

prima da fermi, poi al passo, al trotto ed infine al galoppo. Gli esercizi possono riuscire in

modo soddisfacente soltanto se eseguiti in armonia con il cavallo e questo implica un

costante adattarsi del ragazzo ai movimenti e al ritmo delle andature dell'animale.

In questo modo il disabile, oltre a sviluppare un maggiore equilibrio, coordinazione e

scioltezza nei movimenti, viene stimolato ad un maggior contatto sia con l'animale che nei

confronti dell'intero ambiente del maneggio.

Per tutti gli utenti inoltre è prevista, affiancata all'attività a cavallo, anche l'attività di

scuderia che prevede il governo e la pulizia del cavallo, l'ingrassamento della sella e dei

finimenti.

Vengono svolte inoltre attività grafiche di rappresentazione e lezione teoriche di ippologia

volte alla maggiore conoscenza anatomica, fisiologica e psicologica del cavallo.



Il trattamento di T.M.C. prevede fasi diverse a seconda dell'handicap presentato dal

ragazzo:

- la prima fase di Riabilitazione vera e propria in cui per ogni ragazzo è prevista la

presenza di una coppia di operatori (un assistente e un terapista) scelta in relazione alla

patologia presentata dal soggetto.

- la seconda fase di Presportiva prevede che l'intervento continui individualmente e con

l'inserimento progressivo in riprese di gruppo, rimanendo costante la presenza del

terapista specifico.

- nella terza fase di Sport il soggetto può essere avviato alla pratica dell'equitazione con la

relativa autonomia conseguita.

La nostra equipe terapeutica è composta da un medico responsabile, specialista in

Neuropsichiatria Infantile; consulenti specialisti, terapisti della riabilitazione, psicomotricisti,

psicologi, personale di assistenza specializzato. Ogni operatore ha esperienza personale

nella pratica dell'equitazione.

Per ogni utente è prevista una visita medica preliminare con valutazione clinica e

riabilitativa e relativa indicazione al trattamento da effettuare, nonchè consulenze

specialistiche ed esami diagnostici strumentali.

Occorre comunque precisare infine che in nessun caso, qualunque sia la patologia di

base, la Terapia per Mezzo del Cavallo può sostituirsi alle altre forme di trattamento

riabilitativo, ma deve essere considerata piuttosto come una integrazione ad esse,

inserendosi in quella visione interdisciplinare e globale che consideri l'individuo disabile

nella sua totalità. Va inoltre ribadito che il cavallo costituisce sempre e solo il mezzo e non

il fine dell'intervento terapeutico, intendendo con questo che non si deve mirare alla

semplice progressione equestre ma piuttosto al miglioramento dell'individuo inteso nel suo

complesso psicosomatico e nella sua vita di relazione, offrendogli la possibilità di scoprire

man mano delle capacità insospettate, di ritrovare coraggio, determinazione, sicurezza, e

soprattutto di affermare una propria autonomia.

L‘impiego del cavallo nei disturbi psico-fisici







Premessa



L'impiego degli animali in particolari situazioni socio-assistenziali e sanitarie ha generato

una certa confusione.

Una terminologia più corretta e precisa consente di distinguere due categorie di interventi

(Natoli, 1997):

1) le attività svolte con l‘ausilio di animali (A.A.A., Animal Assisted Activity);

2) le terapie svolte con l‘ausilio di animali (A.A.T., Animal Assisted Therapy).

Nel primo caso con le A.A.A. le persone che traggono beneficio dalla presenza di un

animale e dal rapporto con quest‘ultimo. L'obiettivo principale di questi interventi è

finalizzato al miglioramento della qualità della vita di particolari soggetti (anziani, ciechi,

sordi, disabili, malati terminali) In questi casi l‘animale rappresenta una compagnia, un

catalizzatore sociale, un aiuto efficace e consistente soprattutto per l‘assistenza a persone

disabili.

Nel secondo caso, con le A.A.T., gli animali sono impiegati per realizzare veri e propri

interventi terapeutici, che possono interessare molti pazienti di età diverse (bambini,

adolescenti, adulti, anziani) e con problemi e disturbi di varia natura (difficoltà relative al

linguaggio, alla personalità, all'adattamento, all'ansia, all‘umore, allo sviluppo, al

comportamento ecc. per non parlare di sindromi ancora più gravi quali, l'autismo, le psicosi

ecc.) L‘utilizzo degli animali in terapia rappresenta una strategia operativa che affianca,

integra e completa gli interventi tradizionali senza sostituirsi ad essi. Inoltre, occorre anche

sottolineare che gli animali forniscono al paziente sollecitazioni a livello psico-fisico, ma

non potrebbero assolutamente eliminare il ruolo del terapeuta che rimane il protagonista

principale di ogni processo psicoterapeutico. Pertanto, l‘animale da solo non fa vera

psicoterapia anche se la semplice interazione uomo-animale produce effetti terapeutici

ben evidenziati dalla letteratura.





L‘ausilio del cavallo



Nell'ambito delle terapie attuate con l'aiuto degli animali trova una sua specifica

collocazione la riabilitazione equestre , comunemente conosciuta con il nome di

ippoterapia. Questo termine è usato impropriamente perché rappresenta solo uno dei

settori della riabilitazione equestre.

Pertanto, se si discute dell‘apporto sostanziale del cavallo nell‘educazione, rieducazione e

riabilitazione di soggetti portatori di handicap è utile precisare, al fine di evitare confusione,

e disquisizioni superflue, il significato di alcuni termini. Nel congresso internazionale di

Ippoterapia tenutosi a Warwich nel 1979 è stato precisato che:



L‘Ippoterapia è il trattamento rieducativo di un handicap, in cui viene utilizzato il cavallo ed

adottata una tecnica particolare. Il cavallo è bardato in maniera tale che il soggetto

percepisce al massimo gli input trasmessi dal movimento dell'animale e il calore emesso

dal suo corpo. In alcuni casi l'operatore deve cavalcare insieme al soggetto per fargli

assumere determinate posizioni. I cavalli sono condotti al passo mediante le redini. E‘ un

trattamento essenzialmente fisioterapico, che utilizza le qualità bio-meccaniche del cavallo

al passo. Pertanto l‘animale riveste una funzione di strumento. Il soggetto non esercita

nessuna funzione attiva sul cavallo, non pratica equitazione ma subisce il movimento

dell‘animale che, in questa fase, assume un ruolo essenziale:

- nella regolazione del tono muscolare;

- nell‘acquisizione dell‘equilibrio;

- nell‘organizzazione spazio-temporale.

Traggono notevoli vantaggi da questo tipo di trattamento (Citterio, 1981) handicappati in

una situazione apodale (sdraiato prono o sdraiato supino sul cavallo) e quadrupodale

(seduto sulla sella), soggetti caratterizzati da forme gravi di psicopatie (autismo) e da turbe

neuro-psicomotorie.



La Rieducazione Equestre (R.E.) si basa su principi riabilitativi che utilizzano l‘effetto

terapeutico dello sport equestre. La R.E. è anche equitazione pedagogica in quanto, in

questa fase, assume un ruolo essenziale la motivazione che il cavallo riesce a suscitare e

la precisione delle risposte che richiede per essere cavalcato. I cavalli non sono condotti a

mano dagli assistenti ma guidati al passo o al trotto da chi li monta. In questa fase l‘

equitazione è terapeutica anche perché si eseguono esercizi fisioterapici finalizzati al

rilassamento, all‘allungamento, al rafforzamento muscolare, all‘equilibrio, all‘integrazione

dei riflessi ed alla coordinazione dei movimenti Questi aspetti, infatti, sono essenziali per la

conduzione autonoma del cavallo da parte del soggetto. Pertanto, nel momento in cui il

soggetto handicappato cavalca, dimostra di aver conquistato una adeguata e funzionale

autonomia grazie all'attività equestre. Oltre alle sensazioni prodotte dal movimento del

cavallo, in questa situazione si realizza l'insegnamento dell'equitazione che determina

stimoli finalizzati all'acquisizione dei concetti relativi allo spazio-tempo, alla dimensione ed

al movimento.

L‘equitazione come terapia ha uno scopo preventivo e riabilitativo, è usata come forma di

esercizio aerobico, condotto sotto il controllo medico, soprattutto con pazienti con disturbi

cardiaci, circolatori e respiratori.

Nella R.E. vengono inseriti: handicappati nella fase quadrupodale (seduto sulla sella),

bipodale (sul cavallo, in piedi sulle staffe) e unipodale (sul cavallo in piedi su una staffa

sola); soggetti con difficoltà di apprendimento di linguaggio; soggetti con disturbi del

comportamento e/o difficoltà di lateralizzazione.



La fase presportiva interessa soggetti con difficoltà che sono riusciti a superare, a livello

psico-motorio, le due fasi precedenti o quei soggetti che si accostano al cavallo già a

questo livello come, ad esempio, persone con problemi caratteriali, che presentano

disturbi comportamentali e difficoltà relazionali. Il paziente svolge esercizi ginnici a cavallo

per migliorare l‘assetto e l‘equilibrio, ma soprattutto partecipa a lezioni di gruppo sia in

sella sia a terra per instaurare un profondo rapporto con il cavallo. In questo modo, il

soggetto aumenta le sue capacità relazionali, non solo attraverso l‘attività terapeutica vera

e propria, ma anche attraverso la cura dell‘animale prima e dopo la seduta. Lo

svolgimento di alcune attività a terra quale la pulizia, l‘alimentazione del cavallo e la

manutenzione dei finimenti, che sono assegnati a ciascun paziente in considerazione della

propria patologia, possono essere considerati una vera e propria terapia occupazionale.

Questa fase può essere articolata in due momenti:

1) un momento di lavoro individuale nel quale assume notevole rilievo, per l‘inserimento

del soggetto con handicap nel gruppo, il supporto educatore-handicappato;

2) un momento di lavoro di gruppo nel quale si evidenziano relazioni significative tra i

seguenti elementi: educatore, portatore di handicap, cavallo, gruppo.



Lo sport equestre per portatori di handicap consente a molti soggetti handicappati di

praticare gli sport equestri usando i necessari accorgimenti.

Le attività effettuate in questa fase rappresentano aspetti fondamentali per la ridefinizione

del ruolo del soggetto all‘interno della sua famiglia e per l‘inserimento della stessa, con

questo problema, nella vita sociale.

Grazie all‘uso del cavallo, i genitori verificano aspetti e caratteristiche inaspettate

(determinazione, coraggio, controllo emotivo, espressività) del proprio figlio. Ciò,

naturalmente, determina nel contesto familiare una relazione nuova tra genitori e figli

portatori di handicap. E‘ ormai ampiamente dimostrato che la famiglia del soggetto

handicappato è spesso strutturata in modo rigido, iperprotettivo e talvolta squalificante. In

genere, tende ad evidenziare la fragilità della struttura della personalità dell‘handicappato,

coinvolgendolo in comportamenti stereotipati non idonei alle sue reali potenzialità di

sviluppo. I risultati ottenuti con l‘uso del cavallo permettono, perciò, di interrompere uno

dei più tipici ―feedback‖ negativi che impediscono la crescita del soggetto handicappato.

Nel momento in cui la persona con difficoltà psico-fisiche pratica l‘equitazione si riducono

in modo macroscopico i processi di auto-eteroemarginazione del soggetto in seno alla

famiglia, e della famiglia nel contesto sociale.





L‘impiego del cavallo per scopi terapeutici: cenni storici



La scoperta dei benefici effetti dell‘equitazione sembra risalire al tempo di Ippocrate. Fu

Merkurialis nel 1569 a parlare dell'equitazione quale metodo efficace per favorire lo stato

di benessere fisico in " De arte gimnastica " (riportato da Castelli et al. (1991). Lo studioso

sostiene che i diversi tipi di andatura del cavallo favorivano nel cavaliere un "aumento del

calore naturale" e permettono di limitare la "scarsità delle escrezioni" Thomas Sydenham,

nel 1681, nel suo " Tractatus de podagra ", indica lo sport equestre quale valido rimedio

per questo disturbo e consiglia la pratica assidua dell‘equitazione ai soggetti interessati da

questo problema. Van Swieten (medico personale di Maria Teresa di Vienna) e Maximilian

Stoll, membri della prima scuola di medicina Viennese, sostengono che andare a cavallo

rappresenta una efficace strategia di intervento per curare le psicopatie. Dal punto di vista

neurologico alla fine del XIX secolo (1875), Chessigne a Parigi prescriveva l‘equitazione a

persone interessate da:

- problemi neurologici;

- difficoltà a livello dell‘equilibrio;

- problemi nel controllo muscolare.

Anche in uno dei primi trattati di medicina sportiva (― Medicina Gymnastica ‖) Francisco

Fuller nel 1750 dedica ampio spazio alla equitazione. L‘autore sostiene che andare a

cavallo rappresenta un esercizio ginnico molto efficace per la salute sia del fisico che della

mente.

L‘interesse più consistente per il rapporto uomo-animale a fini terapeutici si è realizzato

soprattutto nel primo dopoguerra, quando la pratica della terapia equestre fu introdotta in

Scandinavia. Wiston Churchill, parlando di equitazione, affermava che nell'aspetto esterno

del cavallo è presente qualcosa che fa bene all'aspetto interno dell'essere umano (Rector,

1994)

L‘iniziativa di realizzare programmi di riabilitazione terapeutica con l‘uso del cavallo si è

diffusa negli anni ‘60 e ‘70 in Canada e negli USA soprattutto grazie alla vittoria di Liz

Hartel, che pur essendo affetta da poliomelite dal 1943 vinse la medaglia d‘argento nel

Dressage (gara equestre) ai giochi olimpici di Helsinky nel 1952 (Heipertz 1977). Negli

ultimi tempi, grazie alla realizzazione di congressi internazionali (Parigi 1964, Basilea

1966, Warewick 1979, Amburgo 1982, Toronto 1988 ecc.) l‘equitazione terapeutica è

diventata oggetto di oculata ricerca scientifica.

La rieducazione equestre nel processo riabilitativo. Principi generali

Tra i processi riabilitativi e quelli di apprendimento esistono dei collegamenti molto stretti e

funzionali, che sembrano capovolgere e mettere in discussione molti dei principi sui quali

veniva impostata e forse ancora oggi poggia la rieducazione dei soggetti handicappati.

Alla luce delle nuove teorie, la rieducazione prevede un processo di acquisizione o

riacquisizione di schemi motori e/o mentali che il soggetto interessato dovrebbe vivere da

protagonista attivo, mentre il rieducatore rivestirebbe il ruolo di colui che mette a

disposizione gli strumenti più idonei perché si sviluppino adeguatamente tutte le possibilità

presenti nella persona H.

Il modo, o meglio i modi, in cui la Riabilitazione Equestre agisce vanno ulteriormente

precisati. Esistono attendibili approcci interpretativi che partono dall‘analisi delle dinamiche

correlate al movimento implicito nell'andare a cavallo.

Quando l‘handicappato pratica l'equitazione, come qualsiasi altro cavaliere, riceve stimoli

connessi sia ai movimenti dell'animale in sé, sia allo spostamento cinetico del binomio

uomo-cavallo nello spazio. Egli effettua, fra l‘altro, dei movimenti di orientamento e di

adattamento sul dorso dell'animale. Inoltre, molto spesso, deve con il proprio corpo

anticipare e determinare specifiche risposte motorie del cavallo. Tutto ciò determina un

coinvolgimento del sistema nervoso a vari livelli (neuromotorio, neuropsicologico e

corticale superiore).

A livello neuro-motorio, essendo il baricentro del cavaliere stabile rispetto al cavallo ed

instabile rispetto al terreno, si realizza un‘azione naturale di ―stretching‖ (allungamento dei

muscoli) che agisce sull‘allineamento posturale, sulle reazioni di equilibrio e di

raddrizzamento, sulle reazioni globali tonico-fasiche e sui movimenti reciproci di flesso-

estensione. Occorre sottolineare che il cavallo assume un ruolo determinante nella

regolazione della posizione e dell‘aggiustamento motorio della persona H. Per quanto

riguarda l‘aspetto motorio, è possibile evidenziare lo stretto rapporto che esiste tra il

movimento e la forza di gravità che prevede due aspetti particolari e diversi tra loro:

- tonico, che contrasta la forza di gravità (tono posturale);

- fasico, che consente il movimento degli arti (contrazione fasica).

Essi sono strettamente collegati e consentono rispettivamente l‘assetto del corpo e la

realizzazione di movimenti adeguati ed efficaci.

Il movimento ritmico del cavallo permette ai muscoli lunghi (glutei ed ischiocrurali) una

funzione fasica che consente, grazie all‘allungamento ed al rilasciamento, una postura

adeguata al soggetto caratterizzato da difficoltà a livello fisico. In altri termini sarebbe

proprio il movimento tridimensionale e quello sinusoidale determinato dal cavallo al passo,

a favorire i graduali stiramenti dei muscoli mediante il rilassamento. Lo stesso movimento,

inoltre, interviene anche sulle reazioni toniche. Pertanto, il soggetto diviene capace di

effettuare dei movimenti caratterizzati da una elasticità muscolare sempre più consistente

e ciò gli consente di acquisire e mantenere una efficace mobilità nei diversi piani vertebrali

che comunemente possono essere definiti assi corporei.

Anche la stabilizzazione dei cingoli scapolare e pelvico è resa possibile grazie al rinforzo

del tono dei muscoli che si trovano in queste parti del corpo umano. Volendo descrivere

questo processo in termini più concreti sarebbe possibile affermare che gli arti del cavallo

sostituiscono completamente quelli del soggetto che passa così dalla situazione bipodale

(appoggio di entrambi i piedi sulle staffe anche in posizione eretta) a quella quadrupedale

(seduto sulla sella senza appoggio sulle staffe). In questa posizione il punto di appoggio è

il bacino per cui gli effetti del movimento del cavallo si irradiano contemporaneamente ed

in modo simmetrico sia verso l‘alto (tronco e testa) che verso il basso (gambe e piedi). In

tal modo non essendo più responsabili della posizione eretta del soggetto, i muscoli degli

arti inferiori che non debbono fare pressione alcuna, iniziano a decontrarsi e ad allungarsi.

Inoltre, i paramorfismi (comportamenti ed atteggiamenti anomali) del rachide, che tendono

a compensare difetti di equilibrio nella persona H man mano si attenuano ed alla fine

possono scomparire completamente. L‘equilibrio statico e dinamico del corpo dipende dal

centro di gravità del soggetto, che grazie all‘impiego del cavallo si sposta verso il basso

per cui animale e cavaliere costituiscono un insieme armonico e dinamico. Così il tronco

della persona H si raddrizzerà sul bacino, la testa assumerà una posizione adeguata e

corretta rispetto al tronco e lo sguardo potrà puntare in avanti in modo allineato e parallelo

al suolo.

A livello neuro-psicologico, il movimento del cavallo e quello volontariamente effettuato dal

soggetto che cavalca, determinano specifiche reazioni di orientamento, che facilitano

adeguate reazioni agli stimoli ambientali, favoriscono validi livelli di attenzione e generano

una buona capacità di discriminazione spaziale in persone che presentano carenze a

questi livelli.

Per quanto riguarda le funzioni psichiche superiori, inoltre, il rapporto con un essere

vivente così armonioso e imponente produce una sensazione di benessere e di

compiacimento, nuova e stimolante per il soggetto. Pertanto, in quest'ultimo si verificano

adeguati livelli di estroversione, di aggressività e di espressività che lo rendono molto più

sicuro di sé e delle sue possibilità. Questa nuova situazione gratifica enormemente il

soggetto che si apre più facilmente all‘esterno.

La gratificazione immediata, promossa e favorita anche dal consenso delle persone che

accompagnano e sono vicini al soggetto in questa esperienza, gli consente di acquisire via

via sempre maggiore padronanza e sicurezza nelle situazioni sociali e ciò, naturalmente,

aumenta la sua autostima. Bisogna comunque sottolineare che, in questo meccanismo

psicologico molto favorevole alla persona in difficoltà, giocano un ruolo fondamentale

anche altri complessi fenomeni di reciproca interazione psicologica del binomio cavaliere -

cavallo.

Così, quando sono presenti disordini dello schema corporeo, le modulazioni ritmiche

imposte dal cavallo stimolano il soggetto ad acquisire una progressiva presa di coscienza

e padronanza del proprio corpo. Orientarsi bene nello spazio muovendosi in modo

adeguato è strettamente collegato alla capacità di evocare il proprio schema corporeo

nelle sue diverse parti e nell‘uso di queste ultime. Infatti, le azioni complesse possono

essere effettuate solo se il soggetto è capace di realizzare sequenze articolate di

movimento rese possibili dalla padronanza del proprio schema corporeo.

Pertanto, gli adattamenti sensoriali e propriocettivi, mentre facilitano, da un lato, la

fissazione dell‘immagine corporea, inducono, dall‘altro, anche una migliore ―strutturazione‖

dello spazio esterno. Per creare la giusta immagine mentale del corpo è necessario

mettere in relazione la visione reale dello stesso con le informazioni motorie che

provengono dalla struttura fisica della persona. A giudizio di Nicolas Citterio (1985) il

soggetto H prenderebbe coscienza del proprio corpo grazie al movimento del cavallo che

gli consentirebbe di:

- identificare e definire i punti di appoggio del proprio corpo sull'animale (sarebbero i

recettori profondi della pelle a favorire questo aspetto) nei diversi atteggiamenti prodotti

dal cavallo al passo;

- definire in modo diretto lo stato della sua attività muscolare (tonicità e rilasciamento)

direttamente influenzata dall'animale che si muove su tre diversi livelli (rettilineo, a

serpentina e a cerchio);

- verificare lo spostamento segmentario ed il gioco articolatorio seguendo le sensazioni

dell'asse corporeo che provengono direttamente dalla nuca, dal segmento cervicale del

rachide e dagli altri punti della colonna vertebrale, dal cingolo scapolare e pelvico.





Principali campi di applicazione della R.E.

L‘equitazione terapeutica si è dimostrata utile nel migliorare la regolazione del tono

muscolare e le contratture abnormi; essa facilita inoltre la realizzazione di posture utili per

il soggetto, l‗interazione delle percezioni propriocettive e tattili e la strutturazione dei

rapporti spaziali e della sequenzialità temporale delle azioni.

Sono stati segnalati miglioramenti delle capacità di comunicazione verbale in soggetti

sottoposti a trattamento con riabilitazione equestre.

Sembra che il cavallo, con i suoi aspetti caratterologici di ―docilità non passiva‖ e con la

sua ―presenza vivente‖ attivi nell‘altro componente del binomio -l‘uomo- dinamiche

comunicative che lasciano una traccia positiva nella psiche del soggetto, anche al di fuori

del contesto uomo-cavallo, con miglioramento della comunicazione anche verbale.

Anche se il rapporto psicologico col cavallo non può essere assimilato alla nozione di

―rapporto con l‘altro‖, esistono comunque dei fenomeni di reciproca interazione il cui

approfondimento potrebbe porre in luce peculiari elementi psicodinamici.

Agli innumerevoli studi psicologici e psicopatologici incentrati sul ―rapporto interpersonale‖,

fanno riscontro ricerche molto meno approfondite sulla struttura e le dinamiche del

rapporto che può instaurarsi fra l‘uomo ed altri esseri viventi a struttura encefalica

complessa, come i mammiferi superiori.

Questo campo di indagine appare particolarmente promettente perché potrebbe ampliare

le possibilità di generare nel disabile nuove motivazioni verso il trattamento grazie alle

peculiari caratteristiche emotive ed affettive presenti nel rapporto con un altro essere

vivente. Occorre, a questo punto, sottolineare adeguatamente la rilevanza di questi aspetti

quasi sempre trascurati nel processo riabilitativo e nel rapporto con le persone H anche e

soprattutto a causa di quel fenomeno conosciuto come oscuramento diagnostico che non

ha dedicato mai la dovuta attenzione alla sofferenza psicologica della persona

handicappata caratterizzata da ritardo mentale (Meazzini e Battagliese, 1995).

Come è noto, infatti, le ricerche riabilitative finalizzate solo al recupero della specifica

funzione, senza coinvolgimento attivo e globale del soggetto, hanno minori probabilità di

conseguire risultati positivi.

Occorre purtroppo aggiungere che ancor oggi, all'interno dei servizi pubblici prevale una

filosofia operativa perdente in partenza che mira alla riabilitazione ristretta esclusivamente

al recupero della "funzione" lesa. In tal modo viene trascurata l'analisi dei rapporti sociali

che, molte volte, nella persona H sono seriamente compromessi. Una simile filosofia

operativa è dissonante con gli obiettivi che si intendono raggiungere con l'integrazione

sociale del soggetto soprattutto perché si realizza in strutture chiuse, quali ospedali e

ambulatori senza contatti con il territorio e l'ambiente in cui generalmente vive la persona

H. In tal modo si determina una limitazione dell'apporto costruttivo che il tessuto sociale

potrebbe fornire (Battagliese 1999)

I servizi riabilitativi dovrebbero mirare alla rieducazione della funzione lesa, ma non

fermarsi a questo, attuando una serie di interventi tesi a valorizzare tutti gli aspetti

psicologici e sociali capaci di favorire l'integrazione del soggetto nel suo ambiente. Un

intervento complesso ed articolato che non avvenga solo nelle strutture deputate

tradizionalmente alla riabilitazione, garantirebbe maggiori probabilità di adattamento,

promuovendo una comunicazione più ampia ed articolata tra la persona H e quanti la

circondano. Ciò avverrebbe con molta più facilità ricorrendo ad attività peculiari alla vita di

gruppo. Pertanto la rigidità operativa, che rappresenta la vera essenza della condizione

deficitaria della riabilitazione tradizionale, andrebbe sostituita con un sistema più elastico

che conferisca connotazione riabilitativa anche a settori che finora hanno stentato ad

evidenziare le proprie potenzialità. E' il caso appunto della riabilitazione equestre che sotto

attenta osservazione continua a dimostrare la sua efficacia in tanti settori in generale e

nell'integrazione dei soggetti H in particolare.

Il processo riabilitativo, inoltre, mette in moto anche dinamiche connesse ai processi di

apprendimento, che consentono l‘acquisizione e/o il recupero di modelli psichici carenti.

La componente pedagogica delle tecniche di recupero dei disabili è considerata da molti

AA. come un elemento essenziale e vari studi sono stati condotti sui rapporti fra processo

riabilitativo e apprendimento.

Condizione preliminare essenziale all‘estrinsecazione di un adeguato processo di

apprendimento è la presenza di un sufficiente livello di attenzione ed interesse, fondato su

una situazione-stimolo motivante.

Il soggetto che pratica equitazione terapeutica è stimolato a svolgere il ruolo di

protagonista del suo processo riabilitativo: il gusto della novità e il ruolo-guida nel rapporto

uomo-cavallo stimolano il livello di motivazione del soggetto e, di conseguenza, la sua

capacità attentiva, con ripercussioni positive sulla capacità di collaborazione ed

apprendimento nel corso dell‘iter riabilitativo.

Il ruolo del cavallo con le sue precise caratteristiche fisio-psichiche appare essenziale.

In altri termini l‘animale non sembra svolgere un mero ruolo di mezzo ―biomeccanico‖; il

soggetto handicappato entra in rapporto con un essere vivente, che, mentre da un lato si

differenzia da un soggetto inanimato utilizzabile passivamente, dall'altro può essere

comunque guidato e dominato.

Il cavaliere verifica continuamente che ogni suo gesto suscita una risposta immediata

nell‘animale che può essere o meno in sintonia con lo stimolo di partenza.

Guidare un essere docile ma non passivo, come il cavallo, facendo esercizi con esso, crea

nel soggetto la consapevolezza di dominare una realtà complessa e ciò può determinare

un senso di superiorità o di minore inferiorità rispetto alla condizione di base vissuta per

tanto tempo come frustrante.

Per quanto riguarda i soggetti interessati da un programma di riabilitazione equestre, in

letteratura sono riportati casi in cui si è avuto un netto miglioramento della capacità di

comunicazione, dell‘integrazione sociale e degli scambi relazionali.

Nel contesto del binomio cavaliere-cavallo avvengono, dunque, interazioni psicologiche

complesse, in parte sconosciute, che giustificano gli effetti benefici a livello neuropsichico

della riabilitazione equestre.

Oltre ai fenomeni cui si è testè accennato si deve ammettere, probabilmente, la

sussistenza -almeno in alcuni casi- di un processo di identificazione da parte del cavaliere

con il cavallo, vissuto come essere vivente fiero e potente.

Lo stesso fatto di trovarsi in sella, poi, sortirebbe un effetto benefico sui livelli di autostima,

venendo il soggetto a trovarsi in una situazione spaziale di ―superiorità‖ rispetto agli altri,

così diversa da quella abituale della vita quotidiana, soprattutto nei casi di handicap

motorio che costringono ad esempio il soggetto in carrozzella.

Vi è un altro elemento -ancorché accessorio- che può svolgere un effetto benefico

coadiuvante nell‘equitazione terapeutica. I centri di Riabilitazione Equestre generalmente

sorgono in zone situate fuori dai centri urbani e dispongono di spazi sufficienti ed adeguati

alle necessità dei cavalli e dei cavalieri.

Il verde in cui sono immersi infonde sensazioni di calma e tranquillità.

In questo ―ambiente all‘aria aperta‖ i soggetti eseguiranno gli esercizi iniziali come un

gioco faticoso ma piacevole, in un contesto che non ha nulla in comune con le strutture

chiuse e spesso angoscianti degli ospedali e degli ambulatori.

I vantaggi di un processo terapeutico che si realizzi in luoghi situati al di fuori dei

tradizionali centri di riabilitazione sono anche connessi a migliori possibilità di

territorializzazione dell‘intervento ed all‘attuazione del lavoro di gruppo.

Il setting terapeutico può realizzarsi all‘interno dell‘ampio contesto sociale di un Centro

Ippico frequentato anche da normodotati con comprensibili vantaggi in ordine

all‘integrazione sociale.

L‘autonomia del disabile nei Centri Ippici viene stimolata da tutta una serie di attività che

possono organizzarsi in gruppo, anche con la collaborazione di soggetti normodotati.

L‘attività di gruppo può consistere in partecipazione attiva alla vita del maneggio con

cooperazione collettiva sia agli esercizi svolti dal singolo, sia all‘espletamento delle

incombenze più elementari legate alla struttura (sistemazione scuderie, etc.).

Il clima di cordialità e di entusiasmo e la soddisfazione nell‘espletamento degli esercizi e

dei lavori di maneggio costituiscono importanti fattori di stimolo, propedeutici ad una

migliore socializzazione.

Va da sé che l‘effetto terapeutico della riabilitazione equestre si fonda -come per tutte le

terapie riabilitative- sulla incentivazione delle funzioni del soggetto non compromesse:

l‘handicappato non acquisisce, ovviamente, nuove capacità ma impara ad utilizzare meglio

quelle residue e potenziali già in suo possesso.

Sembra possibile affermare (per qualsiasi soggetto e non solo per gli handicappati) che

chi reca in sé un‘autoimmagine negativa tende a creare una realtà negativa.

Nell‘handicappato l‘emarginazione e gli stessi atteggiamenti iperprotettivi posti in essere

spesso dai familiari, contribuiscono a creare un‘immagine interna di fragilità ed inferiorità,

che impedisce al soggetto anche l‘utilizzo ottimale della funzione residua.

Questo ―feed-back negativo‖ rende, in definitiva, la disabilità sociale del soggetto superiore

a quella strettamente legata al tipo di handicap, concepito come mero danno anatomo-

funzionale.

L‘attivazione di un ―feed-back‖ positivo porterà invece a risultati opposti, stimolando -

attraverso un aumento dell‘autostima del soggetto- l‘utilizzo ottimale delle capacità residue

e l‘attitudine a rapportarsi in maniera più equilibrata agli altri.

Gli stimoli derivanti dalla situazione nuova, la maggiore padronanza di sé, legata alla

scoperta da parte del soggetto di possedere capacità insospettate, l‘ammirazione per la

riuscita degli esercizi da parte degli altri (amici e parenti), sono tutti fattori che, unitamente

ad altri, contribuiscono, come è stato già evidenziato in precedenza, ad attivare feed-back

positivi migliorando sia l‘autoimmagine del soggetto, sia l‘immagine che il soggetto ha del

mondo, sia infine l‘immagine che gli altri hanno del soggetto.





Ricerche ed esperienze di ippoterapia e di riabilitazione equestre



Una prima ricerca, condotta dagli operatori dell‘Associazione Nazionale Italiana di

Riabilitazione Equestre (A.N.I.R.E.) (Dalla Toffola e altri, 1988) in collaborazione con la

Facoltà di Medicina dell‘Università degli Studi di Pavia e presentata al VI Congresso

Internazionale di Riabilitazione Equestre (Toronto, 1988), si propone di valutare gli effetti

dell‘ippoterapia in soggetti interessati da cerebropatia infantile. Dall‘esame della letteratura

risulta che l‘ippoterapia porta ad un miglioramento del controllo posturale globale e della

coordinazione in soggetti con cerebropatia infantile. Come è stato accennato in

precedenza, il controllo posturale sul piano sagittale è indispensabile per mantenere la

postura sull‘animale e a tal fine il soggetto è stimolato ad utilizzare in maniera sincrona e

coordinata la muscolatura paravertebrale (estensoria e flessoria). Quando la persona è

affetta da cerebropatia, il meccanismo di controllo affidato alla muscolatura del tronco

risulta alterato. In questa situazione sarebbero i muscoli flessori a livello del tratto dorso

lombare ed estensori a livello del tratto cervicale ad assumere un ruolo predominante e

perciò non adeguato per la persona H.

Partendo da queste premesse, gli autori hanno effettuato uno studio nel quale sono stati

valutati i risultati ottenuti da dieci soggetti affetti da cerebropatia di diversa eziologia, di età

compresa tra i quattro ed i diciannove anni. La diagnosi clinica era di tetraparesi spastica

in sette soggetti, di paraparesi spastica in due soggetti e di emiparesi destra in un

soggetto. E' stato, inoltre, inserito nello studio un gruppo di controllo di dieci soggetti sani,

di età compresa tra i nove e i quattordici anni, che praticavano equitazione da un minimo

di sei mesi ad un massimo di cinque anni. La ricerca è stata effettuata in due tempi: una

prima valutazione in autunno, dopo una sospensione di tre mesi dell‘ippoterapia per le

vacanze scolastiche, ed una seconda dopo sei mesi di trattamento (una seduta

settimanale di circa trenta minuti).

La valutazione clinica riguarda:

— il controllo posturale del capo e del tronco, da seduti ed in piedi, sul piano antero-

posteriore e laterale;

— la presenza o l‘assenza dei riflessi tonici del collo simmetrici ed asimmetrici;

— la presenza o l‘assenza di reazioni di equilibrio;

— la capacità di mantenere la posizione seduta con o senza appoggio;

— la presenza di paramorfismi e dismorfismi del rachide (scoliosi, ipercifosi);

— la funzionalità degli arti inferiori e superiori, valuta attraverso due scale predeterminate.

Altri dati sono stati rilevati attraverso una valutazione elettromiografica posturale, che

riguardava l‘attività della muscolatura paravertebrale a livello cervicale, dorsale e lombare.

La registrazione è stata effettuata con il paziente a cavalcioni su di una sella con i piedi

sulle staffe in due fasi successive: mentre il soggetto manteneva l‘abituale atteggiamento

posturale (posizione ―comoda‖) e mentre lo stesso simulava l‘atteggiamento adottato

durante le sedute di ippoterapia, con un raddrizzamento del rachide. La registrazione

durava trentadue secondi.

Tutti i soggetti che partecipavano alla ricerca venivano infine sottoposti alla valutazione

delle risposte riflesse.

I dati clinici rilevati hanno evidenziato, dopo sei mesi di ippoterapia, un globale

miglioramento del controllo posturale del capo e del tronco, mentre non sono state rilevate

variazioni significative della deformità del rachide e dell‘articolazione delle anche. A questo

proposito la differenza rispetto al gruppo di controllo, calcolata con test t, era significativa

(p<0.001). La prima valutazione elettromiografica posturale sottolineava nei pazienti

un‘attività significativamente superiore rispetto al gruppo di controllo in entrambe le

condizioni di misurazione (p<0.05). Dopo sei mesi di ippoterapia si notava nei pazienti una

diminuita attività elettromiografica nella posizione di raddrizzamento del rachide. I dati

ottenuti tramite l‘indagine reflessologica strumentale, espressi in medie e deviazioni

standard, venivano confrontati tramite il test t per dati accoppiati (confronto tra i valori dei

pazienti nelle due rilevazioni) e per dati non accoppiati (confronto tra i pazienti ed il gruppo

di controllo). Sebbene i pazienti mostrassero una tendenza al miglioramento, le analisi non

hanno evidenziato differenze significative.

Gli autori concludono che, nonostante il limitato tempo di studio e la disparità della

casistica, questa metodologia di indagine clinica e strumentale può essere considerata

valida per dimostrare con indagini neurofisiologiche l‘efficacia dell‘ippoterapia.

Un lavoro realizzato ancora dagli operatori dell‘A.N.I.R.E. (Viglione et al. 1994) valuta gli

effetti dell‘ippoterapia su soggetti con handicap psichici. Le base teoriche sono quelle

cognitivo-comportamentali. Infatti, gli autori sottolineano come l‘ippoterapia sia un

intervento che favorisce lo sviluppo integrale della persona umana e porta a realizzare un

contatto emotivamente efficace tra paziente ed animale. Questa relazione sarebbe in

grado di modificare i costrutti personali e i comportamenti della persona H con ritardo

mentale. Gli autori si propongono di verificare che l‘ippoterapia porta, appunto,

modificazioni del pensiero, del comportamento e delle relazioni in soggetti con deficit

mentale. Hanno preso parte alla ricerca sedici giovani, di età compresa tra i sedici ed i

ventidue anni, divisi in un gruppo sperimentale ed in uno di controllo. Sono stati effettuati

diversi tipi di indagine psicodiagnostica: test di livello (WISC e Alexander), test carta e

matita (figura umana, famiglia, albero). Questi strumenti sono stati utilizzati all‘inizio dello

studio, dopo tre mesi e dopo sei. Inoltre, gli autori hanno condotto un‘osservazione a tutto

campo sui comportamenti dei soggetti nella vita quotidiana.

Per quanto riguarda i test di livello, si nota un aumento (+ 6.3) nei punteggi del gruppo

sperimentale per ciò che attiene il Q.I. di intelligenza pratica: i soggetti in terapia hanno

preso più coscienza del proprio corpo e delle funzioni delle singole parti. I dati relativi ai

test carta e matita evidenziano che nel gruppo sottoposto ad ippoterapia diminuisce

sensibilmente il numero di soggetti che esprime la paura in modo disfunzionale; inoltre

l‘aggressività reattiva si riduce nel 50% dei pazienti ed inoltre si evidenzia un

miglioramento nelle difficoltà relazionali nel 60% dei casi. Il gruppo di controllo resta

sostanzialmente stabile, evidenziando gli effetti benefici dell‘intervento ippoterapico nel

gruppo di controllo. Risultati positivi sono riportati anche per la conoscenza del proprio

corpo: gli otto soggetti in terapia sono arrivati a riconoscere gli emisoma destro e sinistro.

Inoltre, anche sul piano del comportamento che si può evidenziare l‘utilità di questo

intervento, in quanto il gruppo sperimentale migliora, dopo sei mesi, soprattutto in un

aspetto particolare che si può identificare nella capacità di rapportarsi, in modo

abbastanza adeguato, con se stessi e con gli altri. L‘osservazione sistematica ha

evidenziato come le acquisizioni e le modalità apprese in terapia si siano generalizzate ad

altre situazioni di vita.

In base ai risultati ottenuti, i ricercatori hanno evidenziato che la terapia effettuata con

l'ausilio del cavallo, anche se non dimostrabile empiricamente, è in grado di determinare

una modificazione degli schemi cognitivi e che questi a loro volta incidono sui

comportamenti disfunzionali. Così le stesse esternazioni relative a specifiche emozioni

quali la gioia o l'ira si modificano. Pertanto, alcuni soggetti imparano ad esternare in modo

più adeguato i propri sentimenti, mentre altri manifestano le loro emozioni in modo più

accettabile socialmente. Per quanto riguarda l'aspetto più strettamente relazionale, il

gruppo sperimentale mostra un miglior rapporto con l‘adulto, una maggiore autonomia ed

una migliore capacità di vivere con i pari. In altri termini i soggetti dimostrano di saper

condividere con i propri simili esperienze diverse in modo più attivo e riescono a trarre

profitto da situazioni educative e formative in modo più funzionale alla propria crescita

sociale emotiva e cognitiva.

L‘ippoterapia, quindi, a giudizio degli autori, non solo permette un recupero sul piano

psicomotorio, ma anche su quello relativo all'aspetto comportamentale, alle cognizioni ed

all‘espressione delle emozioni.

Nonostante le esperienze riportate i risultati non possono essere generalizzati facilmente

anche perché sarebbero necessarie ricerche più rigorose dal punto di vista metodologico.

La maggior parte delle pubblicazioni, allo stato attuale, si limita a descrivere i benefici

ottenuti. Secondo alcuni autori italiani (Gallani e Malerba, 1996), per analizzare i risultati

raggiunti in seguito ad interventi specifici di riabilitazione equestre, occorre aver posto con

chiarezza gli obbiettivi di tipo riabilitativo, motori, sensoriali e cognitivi. Gli autori

sottolineano che i benefici della riabilitazione equestre si dividono in due categorie:

neuromotori da una parte e neuropsicologici e psicologici dall‘altra. E‘ evidente che non

tutti i soggetti possono trarre benefici negli aspetti evidenziati. Rivestirebbe comunque una

importanza fondamentale anche il miglioramento di un solo aspetto, perché ciò

determinerebbe una circolarità positiva, producendo miglioramenti in altri aspetti del

funzionamento dell‘individuo. Sempre gli stessi autori evidenziano il lavoro riabilitativo da

loro effettuato con dodici soggetti caratterizzati da deficit psicofisici (otto maschi e quattro

femmine tra i dieci e i quarant‘anni). I risultati raccolti indicano un miglioramento solo nelle

aree della motricità, della relazione e del rapporto con il cavallo.

Un altro studio sulla riabilitazione equestre con portatori di handicap (Castelli, Canali,

Roscio, Verga, 1990) ha voluto verificare e valutare gli effetti di questo tipo di intervento.

La sperimentazione ha avuto luogo presso il Centro di Riabilitazione Equestre ―Vittorio di

Capua‖, Ospedale Maggiore ―Ca‘ Granda‖ di Niguarda, Milano. Cinque pazienti, quattro

con Paralisi Cerebrale Infantile e uno con Idrocefalo Ventricolare, sono stati seguiti per un

periodo di due anni; una scheda annuale di valutazione riporta le osservazioni effettuate

durante la terapia. Sono stati presi in considerazione, in particolare, il lavoro, a cavallo e a

terra (cura del cavallo e dei suoi finimenti), la reazione di approccio al cavallo e

l‘interazione paziente-animale. I dati, seppur di tipo qualitativo, mostrano dei miglioramenti

sia sul piano motorio sia su quello psicologico: in particolare, i soggetti si mostrano più

attivi nel lavoro, sia a cavallo sia a terra, e più interessati a quanto organizzato ed

effettuato con loro.





La R.E. in Italia



In Italia nel 1977 è stata costituita l‘Associazione Nazionale Italiana di Riabilitazione

Equestre e di Equitazione Ricreativa per gli handicappati (A.N.I.R.E) con sede in Milano.

Obiettivi principali dell'Associazione sono:

- rieducazione e la riabilitazione dei portatori di handicap fisici e mentali mediante l‘impiego

del cavallo;

- la promozione della pratica equestre a fini ricreativi e sportivi.

Costituiscono ulteriori scopi sociali dell‘A.N.I.R.E.:

- la promozione della ricerca scientifica del settore;

- l‘organizzazione e la diffusione della riabilitazione;

- la formazione di operatori specializzati nella riabilitazione equestre.



Essa è presente in tutto il territorio nazionale secondo il seguente schema che ne descrive

i dati statistici aggiornati al 1996.





SETTORE RIABILITATIVO



Numero dei centri 149

- convenzionati con USL, comuni e regioni 44

- operanti in strutture militari 12

- operanti in collaborazione con la C.R.I. 10

- coordinati dall'A.N.F.F.A.S. 14

- coordinati dall'A.I.A.S. 4

- coordinati dal LIONS 13

- coordinati dal ROTARY 5

Totale dei portatori di handicap che usufruiscono della terapia 3547

Operatori medici, paramedici, ausiliari operanti presso i C.R.E 541

Numero dei cavalli e dei pony impiegati nella terapia 302



SETTORE F.I.S.E.



Centri affiliati F.I.S.E. 35

Centri affiliati G.I.V. 11

Centri affiliati G.I.A 3

Patenti F.I.S.E.: A1: 19, A 2: 28, A3: 7

Istruttori F.I.S.E. 24

Portatori di handicap inseriti nei centri tradizionali

di equitazione dopo la terapia 225

SETTORE A.N.T.E.



Centri affiliati A.N.T.E. 11

Patenti A.N.T.E. 1

Istruttori A.N.T.E. 12



SETTORE F.I.S.D.



Centri affiliati F.I.S.D. 19

Patenti F.I.S.D. 77

Istruttori F.I.S.D. 2



L‘A.N.I.R.E. è stata riconosciuta dalla Federazione Italiana Sport Equestri (F.I.S.E.) come

associazione di interesse federale.

L‘Associazione ha promosso nel Giugno 1985 a Milano il V Congresso Internazionale di

Riabilitazione Equestre (ben 23 i Paesi che vi hanno partecipato) consacrando

ufficialmente la metodologia di intervento adottata in Italia. L‘A.N.I.R.E. che non ha scopi di

lucro, nel Maggio 1987 è stata insignita dal Rotary International del Premio ARA PACIS

per la solidarietà umana, che annualmente viene assegnato a personalità, Enti o Stati che

si siano distinti per migliorare la qualità della vita dell‘uomo.





Considerazioni conclusive



La presente trattazione vuole essere una succinta illustrazione di una attività riabilitativa e

terapeutica che si sta attualmente molto diffondendo anche nel nostro Paese, che vede in

rapido aumento il numero degli operatori dotati di ottime competenze professionali, animati

non solo da intenti filantropici o di facciata ma da precise esigenze di correttezza

scientifica.

La disciplina ha comunque bisogno di raffinarsi ulteriormente sul piano metodologico e di

darsi una base teorica che permetta di spiegare meglio e di interpretare verosimilmente i

soddisfacenti risultati conseguiti.

Nelle letteratura specialistica internazionale è in aumento il numero di ricerche che si

propongono di documentare e di controllare l‘efficacia degli interventi riabilitativi e

terapeutici che fanno ricorso all‘ausilio degli animali in generale e dei cavalli in particolare.

Sorprende trovare ancora chi, forse per una forma di personale idiosincrasia nei confronti

dei cavalli, assuma un atteggiamento negativo e preconcetto verso questa pratica

riabilitativa che utilizza tali animali. A smentire tali affermazioni un po‘ malevoli potrebbe

bastare l‘alto numero di centri di equitazione associati all‘A.N.I.R.E. che svolgono attività

riabilitativa e terapeutica nei confronti di svariate patologie fisiche e psicologiche.

Ciò molte volte avviene in modo assolutamente gratuito da parte di Associazioni e di

Centri Ippici che operano nel sociale per migliorare la qualità della vita di coloro che sono

stati meno fortunati. Questo a dimostrazione del fatto che non ci sono interessi di parte

che spingano per la diffusione di questa strategia di intervento che i soggetti con difficoltà

psico-fisiche sembrano privilegiare in modo assoluto.

Inoltre, a questo proposito, è doveroso sottolineare ed aggiungere che non è solo ed

esclusivamente l'impiego del cavallo ad essere privilegiato. Una rapida consultazione

bibliografica ―on line‖ permetterebbe di scoprire una rilevante mole di ricerche e di

interventi effettuati con l‘ausilio degli animali da compagnia ed in particolare del cane,

animale non meno caro e nobile del cavallo. Il problema non sono le proprietà intrinseche

più o meno aristocratiche e nobili delle diverse specie di animali, ma l‘utilizzo adeguato e

appropriato delle specifiche qualità di un animale a seconda dei soggetti su cui si intende

intervenire, della loro età e della patologia..





Bibliografia



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dell‘ippoterapia secondo le teorie cognitivo-comportamentali‖, Notiziario A.N.I.R.E.





Nell'ambito degli interventi terapeutici effettuati ―fuori box‖ l'ippoterapia più propriamente

detta Terapia per mezzo del cavallo (T.M.C.) riveste un ruolo molto interessante per la

miriade di implicazioni che la presenza di un essere animato quale il cavallo offre a tutti i

livelli, con la continua variabilità di stimoli e le forti caratterizzazioni emotive e fantastiche

spesso difficilmente evocabili in altri contesti.

Il contatto diretto con il cavallo libera e promuove l'ancestrale linguaggio del corpo, ricco di

significati e simboli a grande rilevanza comunicativa favorendo l'apertura al mondo della

relazione e fornendo una visione diversa di ciò che ci circonda dall'alto di una posizione

sicura e dominante. In questa prospettiva è presente comunque e sempre una

sollecitazione impercettibile e globale di tutto l'organismo senza alcuna fase di stasi, in un

continuo afflusso di stimoli ed informazioni mediate dall'operatore.



All'atto pratico l'utilizzo del cavallo con le sue caratteristiche andature è strumento di

lavoro ad ampio spettro di azione per la quasi totalità dei quadri patologici, con poche

controindicazioni specifiche, che vanno dai quadri neuromotori ai disturbi relazionali e

comportamentali.

Ecco in breve alcune indicazioni e risultanze riabilitative in vari livelli di intervento:



Livello neuromotorio allineamento posturale, acquisizione reazioni di equilibrio, azione di

rilassamento del tono muscolare, dissociazione motoria e coordinazione



Livello neuropsicologico acquisizione dello schema corporeo, orientamento spazio-

temporale, miglioramento dell'attenzione, concentrazione, vigilanza



Livello relazionale maggiore apertura esperenziale, estroversione, gestione

dell'aggressività, tolleranza alle frustrazioni, espressività, creatività, miglioramento livello di

autostima



In definitiva il valore intrinseco della T.M.C. è pienamente esprimibile nel quadro dell'intero

progetto riabilitativo la cui finalità è l'inserimento sociale del ―diversamente abile‖ con lo

sviluppo della capacità di gestione autonoma delle relazioni sociali e la messa in gioco del

proprio unico bagaglio esperenziale.



Spesso è capitato a tutti noi che, montando o portando alla longhina un cavallo, specie in

giornate ventose, egli abbia scartato e tentato di fuggire.

Noi ci siamo arrabbiati e magari abbiamo anche punito l'animale.

Forse bisognerebbe sapere di più sulla visione del cavallo per capire certi suoi

atteggiamenti.



Egli è da sempre stato una preda nella scala alimentare quindi, come tale, oltre all'innato

istinto alla fuga, ha gli occhi situati nella porzione laterale del cranio.

Ciò gli comporta una visione monoculare destra ed una sinistra molto ampie.

Esse, combinate, permettono di coprire un campo visivo di circa 300 gradi intorno a se

stesso.

Durante la visione binoculare (con entrambi gli occhi contemporaneamente) però il cavallo

presenta due coni d'ombra situati frontalmente e posteriormente.

Il frontale ha una profondità di circa un metro, il posteriore di circa tre.



Ciò significa che se il cavallo guarda un oggetto ad un metro da lui con entrambi gli occhi,

egli non lo vede perché questo cade nel cono d'ombra.

Lo stesso vale per la zona posteriore; solo che l'oggetto non è visto fino a tre metri di

distanza.

Allora il cavallo è obbligato a muovere la testa a destra o sinistra per far ricadere l'oggetto

nel campo visivo monoculare o binoculare.

Da ciò è facile dedurre quali siano le difficoltà di un saltatore.

Significa che quando egli si avvicina ad un metro dall'ostacolo per saltarlo, quest'ultimo

scompare, ed egli deve fidarsi "ciecamente" del cavaliere; oppure deve essere stato

talmente intelligente da percepire distanza, profondità e altezza dell'ostacolo prima che

esso scomparisse nel "buco nero".



L' occhio umano è quasi come una macchina fotografica con auto-focus.

Quando noi vediamo un oggetto, l'immagine di questo viene trasmessa sulla retina

(tappeto di recettori nervosi) che si trova sul fondo posteriore dell'occhio passando

attraverso una lente (cristallino) situata fra camera anteriore e posteriore dell'occhio.

Questa lente è tenuta in sito da muscoli molto efficaci che, contraendosi, modificano la sua

forma e le permettono di mettere rapidamente a fuoco l'immagine dell'oggetto sulla retina.

Nel cavallo il meccanismo di visione è diverso perché ci sono delle differenze anatomiche

importanti rispetto all'uomo:



- I muscoli che dovrebbero accomodare la lente sono molto meno efficaci di quelli dei

predatori in generale



- La superficie della retina è "sconnessa, "presenta cioè dei rilievi e degli avvallamenti.



Se traduciamo in pratica queste differenze possiamo capire come la messa a fuoco del

cavallo non avviene tramite l'accomodamento del cristallino bens" l'animale, per mettere a

fuoco un oggetto, deve muovere la testa nelle quattro direzioni fino a quando l'immagine

non va a cadere nella "depressione" della retina più adatta per quella distanza focale.

Spesso infatti è possibile vedere cavalli che, guardando un oggetto, muovono leggermente

la testa in senso verticale: stanno focalizzando l'oggetto.



Esiste un'altra differenza fondamentale fra occhio equino ed umano.

L' occhio del cavallo funziona come lente bifocale.

Una persona che indossa occhiali bifocali può leggere bene da vicino con la parte bassa

della lente e, quando alza lo sguardo, può vedere un oggetto lontano con la parte alta

della lente.

Quando il cavallo pascola con la testa abbassata è in grado di perlustrare l'orizzonte con

la parte alta dell'occhio.

Se invece la sua attenzione è stimolata da un oggetto vicino egli alzerà di scatto la testa

per guardarlo con la parte bassa dell'occhio.



Quindi in definitiva, se un cavallo vuole mettere a fuoco un oggetto lontano con la visione

binoculare egli, con la testa alzata, guarderà con la parte alta dell'occhio effettuando

leggeri movimenti verticali con la testa per focalizzare l'immagine sulla retina.

Per mettere a fuoco un oggetto vicino, purché non ricada però nel cono d'ombra, alzerà la

testa, ma guardando la parte bassa dell'occhio.



L' animale che osserva utilizzando la visione periferica destra riceve degli stimoli ottici che

vengono poi trasmessi al cervello.

Se gli stessi stimoli, leggermente modificati, vengono osservati con l'occhio sinistro, il

cervello del cavallo ne riceve segnali completamente diversi.

Ciò determina una confusione mentale nell'animale che lo porta, nel dubbio, alla ga

(ricordate l'istinto innato alla fuga).



Questo è uno dei motivi fondamentali per i quali l'addestramento del cavallo deve sempre

avvenire con gesti e manualità ripetuti in modo identico sia della parte sinistra che dalla

parte destra dell'animale pena la doma di un soggetto viziato.



Un altro punto importante è la particolare attenzione di metterli rapidamente a fuoco.

Questa attenzione, combinata con il grande udito a loro disposizione (5o% superiore

all'udito umano) ci fa capire che durante una giornata ventosa il cavallo percepisce rumori

o suoni continui anche molto lontani, a cui si aggiunge la vista di oggetti in movimento non

identificati.

E' evidente che tutto questo crea nell'animale, allarme, insicurezza e nervosismo.

Anche la visione notturna del cavallo è superiore del 50% rispetto a quella dell'uomo.

Ciò è dovuto alla particolare capacità della retina che riesce a captare anche il più debole

raggio di luce notturno permettendo una notevole definizione dell'immagine.



Sembrerebbe infine che il cavallo sia in grado di percepire il colore verde o il blu e gli altri

colori sarebbero visti come tonalità di grigio.



Vorrei concludere con un esempio per far riflettere il lettore su quanto detto.



Cosa succede quando si entra in una scuderia, ci si avvicina ad un cavallo affacciato ad

un box e gli si porge la mano vicino al muso?

L' animale sembra che ci guardi, abbassa e alza leggermente la testa appostandola a

destra e a sinistra e annusando la mano prima con una narice e poi con quell'altra.

Probabilmente noi e la nostra mano ci troviamo nel cono d'ombra a profondità diverse.

Il cavallo dovrà alzare leggermente la testa e guardare con la parte bassa del suo occhio

per focalizzare la nostra mano che rappresenta l'oggetto vicino e potenzialmente

pericoloso.

Per vedere la nostra faccia invece egli abbasserà leggermente la testa e, questa volta,

tramite la parte alta dell'occhio, metterà a fuoco l'oggetto lontano. In entrami i casi il

cavallo sarà anche obbligato a muovere la testa lateralmente per poterci far entrare in un

campo visivo (monoculare o binoculare che sia) identificabile.

IPPOTERAPIA come "terapia"



Dott. Romeo Lucioni



L‘ A.G.R.E.S. è una Associazione senza fini di lucro, gestita dai genitori di disabili e la sua

denominazione "Associazione Genitori per la Rieducazione Equestre e Sportiva" dà una

idea esatta dei principi e dei fini che, quasi quindici anni fa, hanno guidato la nascita dell‘

Istituzione.



L‘ A.G.R.E.S., affiliata all‘ A.N.I.R.E., iscritta all‘ Albo Regionale del Volontariato, ha la sua

struttura operativa, il maneggio, a Cislago, località Massina e, con l‘ausilio di tre "impavidi

destrieri" -Balù, Lillo e Nouvelle- permette un intervento riabilitativo su 80 ragazzi

provenienti da 29 Comuni del circondario che comprende tre Province: Varese, Milano e

Como.



Unire l‘aspetto puramente equestre con quello sportivo presuppone una concezione

dinamica (quindi non solo adattiva) dell‘ippoterapia, per la quale l‘intervento si prospetta

come veramente terapeutico.



Nello svolgere attività a favore di determinati gruppi di persone o di soggetti che

presentano qualche problema, più o meno disabilitante, sempre si deve scegliere un

indirizzo che può essere ludico-ricreativo, ma, per altro, può essere sviluppato su un

versante specificamente curativo.



In questa delimitazione concettuale, non si vuole certo togliere valore alla prima modalità,

dal momento che il piacere, il sentirsi bene e/o soddisfatti ha, di per sè, un senso generico

di "favorevole", "benefico", "positivo", ma l‘aspetto terapeutico ha finalità diverse. In questa

ottica, ogni intervento acquista un valore o una prerogativa di scientificità strutturandosi su

tre momenti:



 la diagnosi, la valutazione e la precisazione degli obiettivi per l‘intervento;

 l‘indicazione terapeutica specifica, mirata e personalizzata;

 la quantificazione dei risultati e la riformulazione degli obiettivi e la programmazione

di nuovi cicli operativo-terapeutici.



Evidentemente, i fondatori dell‘ A.G.R.E.S. hanno scelto quest‘ultima modalità proprio

perchè hanno adottato la strada degli obiettivi mutevoli e finalizzati alla crescita psico-

fisica insita nella propensione sportiva.



Gli elementi riabilitativo-terapeutici dell‘ippoterapia richiedono un‘analisi appropriata e

precisa per essere adattati, in forma personalizzata, a ciascun allievo. L‘uso di un

determinato cavallo e delle sue spinte dinamiche nelle tre direzioni dello spazio (dx-sin;

alto-basso; avanti-indietro) è valutato accuratamente da un fisiatra che tiene conto anche

delle limitazioni neuro-artro-muscolari per tracciare il programma terapeutico.



Nello sviluppo dell‘intervento valutano anche le possibilità di passare dal "passo", al

"trotto" e al "galoppo", oltre che la velocità di esecuzione di ognuno di essi, non solo come

possibilità fisica di evoluzione, ma anche come crescita psichica del "senso di potere".

Se questo iter è specifico per affrontare i deficit fisici (paraplegie, tetraplegie, spasmi

muscolari, atresie cerebellari ed anche cecità), bisogna tenere in conto anche delle

disabilità psichiche (autismo, psicosi, sindrome di Down e dell‘ X-fragile) che

rappresentano più o meno il 50 % dei casi seguiti nell‘ A.G.R.E.S. e delle "reazioni" che

accompagnano, in maggior o minor misura, anche i disturbi motori.



Possiamo considerare che le disabilità psichiche e fisiche portano ad un disadattamento

se non ad una destrutturazione dell‘ Io. Questa funzione psichica si presenta come debole

e/o inadeguata alle necessità della vita di relazione. Per questo motivo, nell‘ A.G.R.E.S.,

uno psichiatra valuta le concomitanti psicologico-psichiatriche per poter affrontare

eventuali situazioni di opposizione e di rifiuto alle proposte di crescita e di sviluppo.



A volte l‘ippoterapia è fatta precedere da una serie di sedute proprio per favorire un

adattamento psico-fisico al lavoro con il cavallo e, quindi, evitare inserimenti che siano

subito difficili, inutili o prematuri.



La ristrutturazione dell‘ Io è particolarmente importante per superare quel "falso sè", quegli

elementi d'auto-svalorizzazione e di rifiuto a considerare le proprie capacità (assolute,

relative e/o residue) per rifugiarsi in atteggiamenti autistici e/o regressivi.



Il rapporto con il cavallo è un elemento molte volte straordinario per poter recuperare il

senso del "reale" e la coscienza delle proprie capacità psicomotorie, di reazione ed anche

volitivo-affettive; esso è favorito dal coinvolgimento delle terapiste che, grazie alla loro

lunga esperienza "terapeutica", riescono a cogliere subito sia i momenti di debolezza e di

scoraggiamento, che richiedono un supporto; sia le attitudini corrette che devono essere

utilizzate per spronare verso mete sempre più alte ed importanti.



Quest‘anno, per esempio, un gruppo di nostri ragazzi ha presentato, in occasione del

saggio, una serie di esercizi e volteggi particolarmente difficili perché fatti anche al trotto e

al galoppo ed una sequenza di salti (di 50 centimetri), dimostrando non solo il

superamento delle difficoltà motorie che causano disabilità, ma anche la possibilità di

esorcizzare quei sensi di paura e di angoscia che sono sempre limitanti e pauperizzanti.

Un altro caso paradigmatico è stato quello di una allieva che è passata dalla terapia ad un

centro ippico normale dimostrando una grande capacità di crescita e di auto-superamento.



L‘esperienza di tanti anni di riabilitazione ha portato gli operatori dell‘ A.G.R.E.S., i Genitori

ed anche i Volontari a non accontentarsi più dell‘utilizzo piacevole, ludico e ricreativo dell‘

"andare a cavallo", ma a sfruttare tutte le possibilità che i nostri generosi cavalli offrono per

fare dei ragazzi-allievi veri "adulti", sicuri di sè e contenti dei propri risultati ottenuti con

grandi sforzi, ma anche con grande senso di realtà.

IPPOTERAPIA : esperienza, professionalità, specializzazione



Dott. Romeo Lucioni



"Ippoterapia", una parola che ha qualcosa di mitico e di magico: l‘ ippo-grifo ci fa volare

con Orlando a dominare gli spazi, le fantasie ed anche le speranze; nei Centri di

ippoterapia, si impara ad amare il connubio "disabile-destriero" come simbolo di volontà, di

crescere e di liberazione.



L‘uso del cavallo a fini terapeutici risale a Ippocrate di Coo (V-IV sec.a.C.) come rimedio

contro l‘insonnia; Asclepiade di Prusa lo suggeriva contro l‘epilessia e le paralisi; nel

Seicento l‘esercizio equestre assume maggior rilevanza e diffusione, ma è nel XVII secolo

che si struttura come vero corpo scientifico-applicativo per la prevenzione ed il

trattamento.



La "riabilitazione equestre", in Norvegia ed in Danimarca, ha una storia ormai trentennale;

nel 1960 si fonda in Inghilterra la famosa R.D.A. (Riding for the Disabled Associacion); nel

1970, in Francia, sorge l‘ A.N.D.R.E. (Associatiòn Nationale de Rieducaciòn por

L‘Equitation); nel 1977, in Italia, inizia la sua attività l‘ A.N.I.R.E. (Associazione Nazionale

Italiana di Riabilitazione Equestre), associata alla F.I.S.E. (Federazione Italiana Sport

Equestri) e riconosciuta con D.P.R. 8 luglio 1986.



L‘ A.G.R.E.S. nasce legalmente il 23 gennaio 1982 per iniziativa di un gruppo di Genitori, a

Rescaldina, per offrire la "magica" ippoterapia ai loro figli disabili. Nel 1997 la sede legale

dell‘Associazione, riconosciuta dalla Regione, è stata portata a Cislago ed è sorta poi la

"Associazione degli Amici dell‘A.G.R.E.S." che ne vuole ampliare le possibilità tecnico-

operative e scientifico-divulgative.



L‘ippoterapia è uno strumento operativo ad alto contenuto assistenziale-riabilitativo che si

applica in moltissimi casi.



Prima di tutto in disturbi di tipo fisico (del sistema nervoso e motorio) poichè i "sussulti"

ritmici impressi nelle tre direzioni (alto-basso; dx-sin; avanti-indietro) agiscono su tutto il

corpo del cavaliere (soprattutto il tronco ed il bacino) determinando un miglioramento del

tono muscolare, una riduzione delle contrazioni muscolari involontarie, una stimolazione

dei riflessi che controllano l‘equilibrio statico e dinamico.



Per altro lato, l‘ippoterapia diventa elemento terapeutico importantissimo anche nei disturbi

psichici in quanto gli stimoli psico-motori, insieme a quelli emotivi ed affettivi messi in

gioco, investono l‘individuo determinando un miglioramento del senso di sè, del senso di

potere e l‘espansione della coscienza che induce una autovalorizzazione.



Questi sono i meccanismi psichici che portano a far sparire paure, ansietà, sentimenti

svalorativi e distruttivi, permettendo, in ultima analisi, una crescita psicofisica, una fiducia

profonda nelle proprie possibilità ed una strutturazione armonica dell‘ Io;



E‘ necessario anche parlare dell‘aspetto educativo insito nella pratica ippoterapica dal

momento che ci sono elementi formativi indispensabili per la crescita quali: il rispetto dell‘

"amico cavallo", l‘assuefazione a rispondere alle sollecitazioni ed alle precise indicazioni

delle terapiste, l‘adeguamento alle imposizioni che il cavaliere deve rispettare (il cavallo

compie gli esercizi solo se eseguiti correttamente), l‘apprendimento coordinato di

movimenti complessi, lo spostamento nello spazio, rispettando modi e tempi e lo sviluppo

di un "fine" senso di comunicazione empatica che permette di farsi capire dal cavallo.



Queste osservazioni ci sembrano sufficienti per chiarire l‘importanza di una ippoterapia

che, fondata sull‘esperienza, ha richiesto una precisa formazione professionale per poter

offrire il meglio ai ragazzi disabili che abbisognano di utilizzare e sviluppare tutte le loro

potenzialità assolute e/o residue.



Al termine di questo cammino resta però ancora l‘area della specializzazione in quanto

l‘uso del cavallo con fini terapeutici può permettere anche di sviluppare una attività

presportiva che richiede tutte le possibilità intrinseche e profonde dell‘ alunno, un costante

controllo dei risultati centrati su precisi obiettivi, una sottile osservazione delle motivazioni

e delle spinte consce ed inconsce che influiscono con gli stimoli istintivi e cognitivi della

crescita e dello sviluppo. Questi sono i fattori basici per l‘utilizzo corretto, preciso e

puntuale di quello sforzo che accomuna alunni, destrieri e terapiste facendo

dell‘ippoterapia un mezzo imprescindibile per sentirsi orgogliosi e soddisfatti.

Associazione Genitori per la Rieducazione Equestre-Sportiva



HANDICAP e RIABILITAZIONE



L' A.G.R.E.S. è un' associazione senza fini di lucro, sorta, nel 1982, per iniziativa dei

genitori di ragazzi disabili, per permettere loro di usufruire di ippoterapia, forma di

intervento riabilitativo con l' uso del cavallo che da più di un secolo è riconosciuta utile in

molte forme di disabilità fisiche e psichiche.



Ha la sua sede legale e operativa in Cislago (Varese) località Massina, Via Dante Alighieri

896.



Iscritta all' Albo Regionale del Volontariato al n° 22/1993, aderita alla A.N.I.R.E.

(Associazione Nazionale Italiana Riabilitazione Equestre), ha sviluppato progressivamente

le sue capacità operativo-funzionali e oggi offre il suo servizio a 80 ragazzi provenienti da

29 comuni di tre province (Milano, Varese, Como).



Le particolari problematiche psicofisiche di questi ragazzi hanno indotto il Dott. Romeo

Lucioni, medico-psichiatra, presidente dell' associazione dall' aprile del 1993, ad ampliare

l' area di applicazione psico-riabilitativa, organizzando una struttura atta ad eseguire forme

di psicoterapia senso-motoria particolarmente utile per lo sviluppo delle strutture profonde

della personalità, che, nell' attualità, si configurano nell' E.I.T. (Terapia di Integrazione

Emotivo-affettiva).



In questo ambito, l' aiuto della sig.ra Ida Basso, maestra elementare con grande

esperienza nell' educazione di bambini disabili, ha permesso di sviluppare le basi

applicative dell' E.I.T., così che si sono potuti attuare interventi molto specializzati per la

riabilitazione di individui di giovane età, affetti da autismo, sindrome di Down, X-fragile,

insufficienza mentale, psicosi giovanili, sindromi regressive di innesto, oltre che da

particolari espressioni patologiche che richiedono un intervento "globale" come il caso

della Sindrome di Joubert.

E' una tecnica riabilitativa che si prefigge attraverso l'uso del cavallo, la cura e la

riabilitazione dei soggetti affetti da handicap psico-fisici. Da ricerche effettuate risulta che

l'uso del cavallo, per scopi terapeutici, risale a molti secoli fa, e veniva consigliata da

medici di allora contro l'epilessia, l'insonnia e molti casi di paralisi. Niente di nuovo quindi,

ma soltanto la riappropiazione da parte della medicina di tecniche antiche e naturali di

cura.

Il cavallo è un animale buono e tranquillo, da sempre un inseparabile compagno di viaggio

e di lavoro dell'uomo, che ancora una volta utilizza le sue incomparabili doti di pazienza e

generosità. Nella prima fase della terapia si sfrutta il ritmo del cavallo al passo per

riprodurre lo stimolo propriocettivo del cammino umano: i suoi movimenti sono infatti circa

60 al minuto come nell'uomo, e la sua andatura regolare e sinusoidale produce benefici

effetti di rilassamento. La novità, il gioco, lo stare all'aria aperta, lo spirito di emulazione fa

nascere nel ragazzo passione e amicizia verso il cavallo e lo stimola a continuare le

lezioni.

Ed è proprio sfruttando il desiderio dei ragazzi che gli operatori riescono a tramutare il

gioco in terapia, a procedere, ove ce ne sia bisogno, a sblocchi articolari, e alla

realizzazione e presa di coscienza di alcuni movimenti che i ragazzi disabili riusciranno poi

a riprodurre nella vita quotidiana.

Successivamente, in una seconda fase, l'istruttore si mette a distanza, lasciando il neo

cavaliere a guidare il cavallo da solo. In questo modo il disabile passa da una situazione

subalterna ad una più indipendente, sentendosi quindi investito di maggior responsabilità.

Questo lo porterà poi a rapportarsi con gli altri (famiglia, amici, compagni di scuola) con

più sicurezza ed equilibrio



Gli ambiti si differenziano in relazione ai 2 indirizzi principali:



1 - Ambito neuromotorio:



 patologia centrale e periferica (forme fisse e progressive) a interessamento del

S.N.C.



 Forme distoniche

 Forme spastiche

 Impaccio motorio o disprassia

 Forme atassiche lievi



2 - Ambito psichico:



 Disabilità intellettiva, mentale, psichica

 nevrosi

 psicosi.



CONTROINDICAZIONI



Sono da considerare in anticipo come possibili danni o insuccessi:



 L‘incostanza delle sedute

 Una patologia preesistente associata (emofilia, ipertensione, ernia discale,…)

 Soggetti non inviati, provenienti da strutture esterne o fuori da un programma

specifico.

ASPETTI ORGANIZZATIVI



Gli obiettivi della R.E. si differenziano in relazione ai 2 indirizzi principali:



 ambito neuromotorio: coordinazione dei movimenti, mantenimento dell‘equilibrio,

controllo del tronco e uso parziale degli arti inferiori, orientamento spazio-

temporale;

 ambito psichico: consapevolezza della propria immagine corporea, positività del

rapporto con l‘altro, competenze in campo psicomotorio, relazionale,

comportamentale e cognitivo.



La composizione dell‘équipe prevede:



 l‘Istruttore

 il Terapista della Riabilitazione

 il Medico specialista (Neuropsichiatra Infantile, Neurologo, Psichiatra)

 il Palafreniere, volontari.



Tutti i componenti devono saper andare a cavallo, conoscere i principi dell‘equitazione,

della fisiokinesiterapia e dei disturbi intellettivi e psichici.



L‘Istruttore è la figura insostituibile all‘interno dell‘équipe mentre il lavoro della Terapista è

in stretta collaborazione con la Fisiokinesiterapista personale del soggetto.



Il Medico specialista ha la funzione di fornire l‘indicazione, valutarne il tipo e il metodo a

seconda della patologia.



L‘équipe stila il programma iniziale d‘intervento e le modalità di verifica in itinere e finale.





- la prima fase di Riabilitazione vera e propria in cui per ogni ragazzo è prevista la

presenza di una coppia di operatori (un assistente e un terapista) scelta in relazione alla

patologia presentata dal soggetto.

- la seconda fase di Presportiva prevede che l'intervento continui individualmente e con

l'inserimento progressivo in riprese di gruppo, rimanendo costante la presenza del

terapista specifico.

- nella terza fase di Sport il soggetto può essere avviato alla pratica dell'equitazione con la

relativa autonomia conseguita.

L'equipe terapeutica è composta da un medico responsabile, specialista in

Neuropsichiatria Infantile; consulenti specialisti, terapisti della riabilitazione, psicomotricisti,

psicologi, personale di assistenza specializzato. Ogni operatore ha esperienza personale

nella pratica dell'equitazione.

Per ogni utente è prevista una visita medica preliminare con valutazione clinica e

riabilitativa e relativa indicazione al trattamento da effettuare, nonchè consulenze

specialistiche ed esami diagnostici strumentali.

Occorre comunque precisare infine che in nessun caso, qualunque sia la patologia di

base, la Terapia per Mezzo del Cavallo può sostituirsi alle altre forme di trattamento

riabilitativo, ma deve essere considerata piuttosto come una integrazione ad esse,

inserendosi in quella visione interdisciplinare e globale che consideri l'individuo disabile

nella sua totalità. Va inoltre ribadito che il cavallo costituisce sempre e solo il mezzo e non

il fine dell'intervento terapeutico, intendendo con questo che non si deve mirare alla

semplice progressione equestre ma piuttosto al miglioramento dell'individuo inteso nel suo

complesso psicosomatico e nella sua vita di relazione, offrendogli la possibilità di scoprire

man mano delle capacità insospettate, di ritrovare coraggio, determinazione, sicurezza, e

soprattutto di affermare una propria autonomia



036a5090

Progetto per Attività di Ippoterapia Educativa per Alunni disabili delle Scuole Elementari



Disponibile



Quando



Novembre 00 - Giugno 01

con orario da concordare



Dove



Associazione C.R.E. EDOARDO - O.N.L.U.S.

Società Ippica Torinese - Str. dei Cacciatori, 113 - 10042 Nichelino (TO)



Competenze teoriche generali e tecnico-specifiche



Il tirocinante deve conoscere lo sviluppo psicomotorio del bambino dalla nascita ai dieci

anni.

Aspetti dello sviluppo cognitivo.

Classificazione degli handicap.



Breve descrizione attività



Valutazione iniziale dei bambini e programamzione individualizzata per l'anno scolastico.

Riunione con le Insegnanti di sostegno e valutazione delle interazioni tra obiettivi

dell'Associazione e obiettivi della Scuola.

Compilazione e consegna del materiale didattico guidato per le Insegnanti.

Supporto durante l'attività pratica in maneggio.

Verifica del raggiungimento degli obiettivi e compilazione delle relazioni finali.



Caratteristiche personali



Non avere timore degli animali in particolare del cavallo.

Capacità di adattamento al clima e ambiente.

Dimistichezza con soggetti portatori di handicap.



Altre informazioni



Rif.:

Dott.ssa Tiziana Sogno

tel.: 011/3581291

cell.: 0338/1662823



036b5090

L'ippoterapia con il bambino autistico

Disponibile



Quando



Novembre 00 - Giugno 01

con orario da concordare



Dove



Associazione C.R.E. EDOARDO - O.N.L.U.S.

Società Ippica Torinese - Str. dei Cacciatori, 113 - 10042 Nichelino (TO)



Competenze teoriche generali e tecnico-specifiche



Conoscenza di base per la psicodiagnosi.

Elementi di conoscenza sulla normalità e patologia nello sviluppo del bambino.

Nozioni elementari di psicomotricità.



Breve descrizione attività



Compilazione della scheda di osservazione e valutazione del caso.

Impostazione di un intervento non obbligatoriamente sul cavallo.

Valutazione della scheda anamnestica e attento studio della cartella clinica.

Osservazione esterna della terapia.



Caratteristiche personali



Non avere timore degli animali in particolare del cavallo. Capacità di adattamento al clima

e ambiente.

Dimestichezza con soggetti portatori di handicap.

Consapevolezza del tirocinante dei propri limiti rispetto a vissuti, talvolta negativi, possibili

durante il corso della terapia.



Altre informazioni



Rif.:

Dott.ssa Tiziana Sogno

tel.: 011/3581291

cell.: 0338/1662823



L‘ippoterapia, quale disciplina tra le scienze motorie, ha anch‘essa fatto verificare che

qualsiasi risultato, anche per i casi più squisitamente somatici e/o psichici, dipende dal

vissuto e/o dalla motivazione del soggetto cavaliere nell‘interrelazione con il vissuto e/o la

motivazione del cavallo stesso impiegato, non solo nel cavalcarlo.







I più abili e sani cavalieri hanno instaurato una soggettiva interrelazione comunicativa con

il cavallo, in pratica conoscono e sono riconosciuti dal cavallo: è, ormai, un fondamento

etologico di chi armonicamente addestra - o meglio si addestra per – un cavallo.

Il cavalcare oltre ad essere un sano rapporto psicosomatico, attraverso una complessità di

ritmi ed oscillazioni, è prioritariamente un rapporto comunicativo.







L‘occuparsi professionalmente di tale rapporto psicosomatico necessita di una verificabile

integrabilità professionale, attraverso la necessaria eterogeneità delle competenze in

un‘équipe interdisciplinare preposta alla riabilitazione attraverso il mezzo del cavallo:

occorre, quindi, saper lavorare in gruppo.



Diagramma interrelazionale di un'équipe R. E. nella T. M. C.

IPPOTERAPIA E RIABILITAZIONE EQUESTRE



G.DIAFERIA, M.C.OSELLA.



Università di Torino - Facoltà di Medicina Veterinaria.



Ippoterapia e riabilitazione equestre sono una importante componente della "pet-therapy",

che prevede l'uso dell'animale come co-terapeuta di alcune patologie dell'uomo,

determinanti alterazioni a livello fisico e/o mentale.

L'uso terapeutico del cavallo si é notevolmente incrementato in Italia negli ultimi anni; é

opinione degli Autori che una indagine sulle modificazioni derivanti dall'applicazione di tali

pratiche terapeutiche sia dal punto di vista fisiologico che psicologico nell'uomo e nel

cavallo sarebbe di grande utilità.

Nella prospettiva di contribuire alla preparazione di una Linea Guida sull'argomento, gli

Autori presentano un progetto frutto della collaborazione di medici e veterinari, al fine di

individuare gli aspetti positivi e negativi dell' ippoterapia e della riabilitazione equestre.



Pet-therapy: ecco come curarsi con l'aiuto degli animali

Andare a cavallo, nuotare con un delfino, ma anche solo accarezzare un gatto o un cane

aiuta a risolvere disagi fisici e psichici



Le feste di una cane quando rientriamo a casa, le fusa di un gatto mentre si accoccola

sulla nostre gambe: l'affetto di un animale è la medicina migliore per stare in salute. Dà un

senso di sicurezza e di protezione, aiuta a ritrovare il sorriso e a distrae la mente dai

problemi quotidiani. E' stato dimostrato scientificamente che il contatto con un animale

contribuisce notevolmente ad abbassare la pressione arteriosa, stimola le difese

immunitarie e allunga la vita, grazie ad un forte diminuzione dell'ansia e dello stress.



L'idea di utilizzare gli animali per facilitare la convalescenza dei malati o per migliorare la

difficile esistenza di persone disabili è nata osservando gli effetti che derivavano

dall'interazione tra essere umano e animale. In molti casi la vicinanza di un cane o di una

gatto per risolvere problemi relazionali ha dimostrato avere un effetto ben superiore a

quello di molti farmaci.

Il primo programma veramente organizzato di pet-therapy fu sperimentato nel 1944 negli

Stati Uniti dalla Croce Rossa Americana in un centro di convalescenza a Pauling, vicino a

New York dove erano ricoverati i soldati dell'aeronautica militare. La terapia si basava sul

lavoro in fattoria e sull'interazione con gli animali, fra cui anche quelli domestici. Purtroppo

non c'è nessuna documentazione scritta dell'esperimento e anche dopo la Seconda

Guerra Mondiale la terapia con gli animali non venne applicata in maniera sistematica.

Notizie sull'applicazione della pet-therapy si hanno solo a partire dal 1962 quando lo

psicologo Boris Levinson la introdusse nella cura dei suoi pazienti dimostrando che

l'affetto di un animale domestico produceva un aumento dell'autostima e soddisfaceva il

loro bisogno di amore. Tracce della cura dei malati con l'aiuto di animali si trovano anche

alla fine del XVIII secolo in Inghilterra. Nella casa di cura di York, fondata nel 1792 dalla

Società degli Amici per sottrarre i malati di mente alle condizioni sub-umane dei manicomi

tradizionali di quell'epoca, veniva insegnato l'autocontrollo attraverso la cura degli animali

domestici. Un programma simile si ritrova nel 1867 a Bielefeld in Germania per la cura

dell'epilessia.

Oggi quando si parla di pet therapy si pensa subito ai cani, ma a seconda dei casi altre

specie animali possono essere usati. Per correggere i disordini del movimento e per

aiutare le persone affette da patologie neurologiche o muscolari, da lesioni traumatiche

cerebrali, da sclerosi multipla e per i bambini con paralisi cerebrale molto utili si sono

rivelati i cavalli. L'ippoterapia , grazie al rapporto che si istituisce tra cavaliere e cavallo,

produce un senso di indipendenza, aumenta l'autostima e accresce la fiducia in se stessi.

Lo stesso viene fatto con gli asini, grazie alla loro mansuetudine. Inoltre il movimento

durante il trotto facilita la riabilitazione motoria, influendo positivamente sul tono muscolare

del paziente.

Tornando a parlare di cani, i labrador i Retriever, i Collies e i Levrieri hanno dimostrato

avere le caratteristiche più adatte per essere inseriti in un programma terapeutico. In ogni

caso dipende dal singolo animale che può essere sia di taglia grande che piccola a patto

che abbia almeno un anno di età. I cuccioli non dovrebbero essere usati. Il temperamento

del cane è molto importante. Deve essere equilibrato, mansueto e non avere reazione

aggressive verso le persone o nei confronti di altri cani. Per imparare a sopportare

situazioni che normalmente per un animale potrebbero essere stressanti, come abituarsi a

rumori forti, a movimenti improvvisi dell'essere umano, senza reagire in modo violento, i

cani vengono comunque sottoposti a un addestramento mirato.

La pet-therapy negli ultimi anni ha spostato il suo campo di azione dalla terra all'acqua.

Alla fine degli anni settanta un veterinario inglese, Horace Dobbs, iniziò a lavorare con i

delfini solitari e persone mentalmente stressate. Nell'osservare i progressi di un paziente

che aveva sofferto per 13 anni di depressione, egli si rese conto di come il rapporto con il

delfino fosse molto più terapeutico di tutti gli ansiolitici che aveva preso nella sua vita.

Grazie alla loro giocosità, i delfini sono un ottimo ausilio nella cura dei bambini autistici e

nelle persone con disturbi della sfera affettiva. Poiché i delfini comunicano con i suoni e

con i movimenti del corpo, essi riescono a comprendere molto bene il linguaggio del corpo

umano. Non ci sono dati scientifici di supporto, ma sembra proprio che i delfini riescano a

captare i bisogni delle persone. La delfino terapia consiste in un'immersione di 20 minuti

più volte la settimana ed è fattibile con quei pazienti che hanno un buon rapporto con

l'acqua. L'interazione tra uomo e delfino avviene giocando e nuotando fianco fianco,

assecondando i movimenti del grosso mammifero.

Di pet-therapy in Italia si parla da poco tempo. Ippoterapia e delfino-terapia sono

conosciute e praticate in Italia solo in alcuni centri, come nella comunità degli educatori di

ville San Secondo nel Vercellese e nel delfinario di Rimini , dove vengono organizzati corsi

per bambini autistici e adulti depressi. Purtroppo solo l'ippoterapia gode di convenzioni con

il servizio sanitario nazionale.



L'incontro con l'animale



Non capita spesso di trovare una persona che ci ami incurante del nostro grado

intellettivo, prestanza fisica, potenzialità produttiva. Nel comportamento dei cavalli e di altri

animali troviamo aspetti che vanno proprio in questa direzione, e a questa già enorme

potenzialità di amore si aggiunga tutta una serie di altre azioni positive.



La presenza di un animale favorisce l'acquisizione di un senso di responsabilità: un essere

vivente che dipende da noi e dalle nostre cure, esige una presa di coscienza dei nostri

doveri. In questo senso un animale può essere un efficace supporto alla crescita e alla

maturazione di un bambino, uno stimolo valido per riacquisire una immagine positiva di sè

e del proprio valore.



Il contatto con un animale e il meccanismo ludico, cioè il gioco e il divertimento che si può

avere rapportandosi con esso, spezza spesso l'isolamento dei bambini con scarse

interazioni sociali e difficoltà di comunicazione.

Le considerazioni fin qui sommariamente esposte hanno sicuramente richiamato

l'attenzione sugli animali quali "agenti terapeutici", e in tale senso numerosi studi svolti sui

cavalli hanno confermato l'enorme potenzialità di quest'ultimi.



Cause degli effetti terapeutici



La riabilitazione equestre consiste in un "complesso di tecniche rieducative che mirano ad

ottenere il superamento di un danno sensoriale, motorio, cognitivo e comportamentale

attraverso l'uso del cavallo come strumento terapeutico" (Bisi, 1985).



La riabilitazione equestre si diversifica, in rapporto alle finalità ed agli obiettivi, in

ippoterapia, equitazione terapeutica, equitazione presportiva. Il "mezzo terapeutico" è il

cavallo: non uno "strumento meccanico" ma un essere vivente in grado di relazionarsi con

il Paziente con modalità del tutto particolari.



Le principali cause degli effetti terapeutici sono riconducibili ad alcuni elementi.



Legame uomo-animale: il contatto corporeo ed il rapporto che s'instaura con il cavallo

sono importanti canali emozionali attraverso cui il Paziente acquisisce controllo e fiducia in

sè.



Esercizio fisico: l'attività equestre coinvolge diversi muscoli e sollecita più sensi, inoltre

garantisce un miglioramento dell'apparato respiratorio e cardiovascolare.



Andatura con movimento tridimensionale: le ondulazioni provocate dal movimento

tridimensionale durante la marcia del cavallo stimolano la coordinazione motoria del

Paziente e sollecitano l'elasticità dei dischi intervertebrali.



Equilibrio: il movimento del cavallo, determinando continui spostamenti del baricentro del

cavaliere, stimola il senso dell'equilibrio.



Stimolazione neuromuscolare: il cavaliere riceve stimoli neuromuscolari efficaci sul

rilassamento fisico e mentale.



Stimoli sensoriali ed affettivi



Uno degli aspetti sicuramente più interessanti di questa terapia consiste nella straordinaria

quantità di stimolazioni sensoriali che il cavallo è in grado di assicurare.



Andare a cavallo coinvolge ben sei elementi sensoriali simultaneamente: il Paziente riceve

stimoli acustici, visivi, olfattivi, ma soprattutto riceve intense stimolazioni tattili, vestibolari

(per l'equilibrio) e propriocettive.



E' inoltre un valido stimolo affettivo ed un incentivo alla comunicazione.



L'ippoterapia offre ai bambini Down la possibilità di riabilitarsi psicofisicamente con

modalità del tutto naturali ed armoniche, riducendo gli effetti di stress a cui spesso questi

bimbi sono sottoposti proprio nell'intento di seguire diverse programmazioni ed interventi

riabilitativi, che peraltro giovano ad altri fattori.

Il contatto che il bambino stabilisce con l'animale diventa un ponte attraverso il quale entra

spontaneamente in rapporto con le realtà.



L'esperienza di emozioni sul dorso di un cavallo mette in correlazione il bambino con le

sue sensazioni non verbalizzate: in pratica sperimenta emozioni ed impara a riconoscerle

guidato dalla sua sensibilità, che incontra appieno quella di un animale sensibilissimo

come il cavallo.

Ippoterapia: Attività psico-motoria con il mezzo del cavallo

Il Sagittario



"There is something in the body of horse that is good for the spirit of the human" (c‘è

qualcosa nel fisico del cavallo che fa bene allo spirito dell‘uomo) così affermava Wiston

Churcill e prima di lui Senofonte.



In ognuno di noi l‘immagine del cavallo ha significati reconditi, fascinosi ed onirici sui quali

molto è già stato scritto.



Non vogliamo qui scrivere di equitazione sulla quale la bibliografia è vastissima, ma

sull‘impiego del "mezzo cavallo" quale strumento riabilitativo per portatori di handicap

fisico e/o psichico.



Dal 1965 (anno nel quale il metodo è stato istituzionalizzato in Francia) in Europa sono

nate scuole diverse in continuo aggiornamento. Perchè si possa parlare di ippoterapia e

non di equitazione adattata ai disabili occorre fissare uno dei requisiti primari: l‘intervento è

sempre da intendersi come individuale quindi non può prescindere da un progetto

terapeutico e da un piano di lavoro individualizzato. Questo è l‘elemento che distingue il

"lavoro terapeutico" da quello, altrettanto valido, dell‘istruttore sportivo. Il progetto nasce

dalla osservazione e dal confronto con le figure professionali che già seguono l‘utente e

dalle eventuali prescrizioni mediche. Il progetto di lavoro indica gli obiettivi individuali da

perseguire, gli strumenti e le strategie poste in atto.



Figura importante è quella dell‘operatore che agisce sull‘utente con un rapporto sempre di

uno a uno durante le sedute. Non essendo al momento una figura "normata" dalla legge

(non esiste albo professionale) è importante che egli abbia un curriculum adeguato: titolo

di studio e preparazione professionale idonei ed esperienza nel settore.



Il cavaliere disabile ha l‘opportunità in scuderia di diventare protagonista del suo percorso

riabilitativo, motivato da un ambiente non medicalizzato e dalla relazione con un animale

vivo, mai immobile a cui si parla e ci si affeziona.



Le macchine fisiatriche ed i movimenti ripetitivi ed imposti sono sostituiti dal movimento

ritmico dell‘animale, muoversi nello spazio con lui diventa l‘occasione per finalizzare

movimenti e volontà.



Addentrarsi nello specifico tecnico del lavoro potrebbe essere in questa sede noioso;

l‘ippoterapia non è certo da intendersi come una panacea, ma praticata in armonia e

collaborazione con le altre figure ed interventi terapeutici porta, nella quasi totalità dei casi

ed a piccoli passi nel tempo a lenti ed evidenti miglioramenti.



Lo dimostrano le nostre piccole esperienze quotidiane: P. (10 anni di età) che per la prima

volta ha potuto guardare gli altri dall‘alto in basso ed orientare lo sguardo verso l‘orizzonte

senza doversi preoccupare della sedia a rotelle o di chi lo sorreggesse in quel momento.

M. che ha pronunciato la prima parola "cavallo" a sei anni. R. (28 anni) inserito con un

progetto lavoro nella azienda agricola che ospita il centro...



Ed altri che l‘entusiasmo di chi scrive ricorda!

IPPOTERAPIA









La Riabilitazione per Mezzo del Cavallo, meglio conosciuta come Riabilitazione Equestre

(R.E.) o Ippoterapia, è una disciplina "giovane" in corso di specializzazione e va inserita

all‘interno di un progetto riabilitativo generale. E‘ rivolta a persone con difficoltà cliniche

(disabilità neuromotorie, intellettive, psichiche) e sociali.





INDICAZIONI CLINICHE



La R.E. pone le sue basi sulla relazione che si instaura tra disabile, cavallo, terapista e

ambiente.



Gli ambiti della R.E. si differenziano in relazione ai 2 indirizzi principali:



1 - Ambito neuromotorio:



 patologia centrale e periferica (forme fisse e progressive) a interessamento del

S.N.C.



 Forme distoniche

 Forme spastiche

 Impaccio motorio o disprassia

 Forme atassiche lievi



2 - Ambito psichico:



 Disabilità intellettiva, mentale, psichica

 nevrosi

 psicosi.



CONTROINDICAZIONI







Sono da considerare in anticipo come possibili danni o insuccessi:



 L‘incostanza delle sedute

 Una patologia preesistente associata (emofilia, ipertensione, ernia discale,…)

 Soggetti non inviati, provenienti da strutture esterne o fuori da un programma

specifico.



ASPETTI ORGANIZZATIVI



Gli obiettivi della R.E. si differenziano in relazione ai 2 indirizzi principali:

 ambito neuromotorio: coordinazione dei movimenti, mantenimento dell‘equilibrio,

controllo del tronco e uso parziale degli arti inferiori, orientamento spazio-

temporale;

 ambito psichico: consapevolezza della propria immagine corporea, positività del

rapporto con l‘altro, competenze in campo psicomotorio, relazionale,

comportamentale e cognitivo.



La composizione dell‘équipe prevede:



 l‘Istruttore

 il Terapista della Riabilitazione

 il Medico specialista (Neuropsichiatra Infantile, Neurologo, Psichiatra)

 il Palafreniere, volontari.



Tutti i componenti devono saper andare a cavallo, conoscere i principi dell‘equitazione,

della R.E., della fisiokinesiterapia e dei disturbi intellettivi e psichici.



L‘Istruttore è la figura insostituibile all‘interno dell‘équipe mentre il lavoro della Terapista è

in stretta collaborazione con la Fisiokinesiterapista personale del soggetto.



Il Medico specialista ha la funzione di fornire l‘indicazione, valutarne il tipo e il metodo a

seconda della patologia.



L‘équipe stila il programma iniziale d‘intervento e le modalità di verifica in itinere e finale.









Ippoterapia per la rieducazone socio-ambientale degli allievi portatori di handicap o

con comportamenti di tipo caratteriale



Premessa



Molte e ripetute sono le circostanze nelle quali a scuola si deve constatare che

l‘applicazione delle teorie classiche nella riabiliatzione dei soggetti disabili, risulta

insufficiente e priva di quegli esiti che invece sono auspicabili perché il diritto alla crescita

e allo sviluppo della persona sia effettivamemte realizzabile.L‘impotenza riabilitativa deriva

talvolta da schemi di intervento eccessivamemte squilibrati sotto il profilo delle pressioni

cognitivistiche,,e cosi‘ i soggetti disabili vengono a trovarsi schiacciati da modelli scolastici

che non tengono conto del bisogno prioritario che hanno i suddetti soggetti di

recuperare,prima di tutto , la fiducia in se stessi,e un sano rapporto con la natura e con

l‘ambiente.Il presente progetto,pertanto,oltre che impegnare a una specifica azione

riab8ilitativa e didattica,si muove lumgo una direttrice educativa volta a fondare la crescita

in un equilibrato rapporto con la natura,a comimciare dalla scoperta di tale dimensione,in

una sorta di concezione della vix medicatrix naturae.



In questo quadro di orientamento generale si deve prendere atto dell,esistenza di una

serie di norme ,vigenti sul territorio sia nazionale. Sia anche regionale.Il DPR 8 luglio 1986

n.61° riconosce,ad esempio,le associazioni nazionali operanti nel settore della

riabilitazione equestre dei portatori di handicap,mentre e‘ ormai largamente diffusa,sul

territorio nazionale,la pratica terapeutica con il mezzso del cavallo,per la quale,diverse

regioni italiane hanno istituito specifici corsi di specializzazione..Ma e‘ soprattutto la legge

5 febbraio 1992,n.1°4 (legge-quadro per l‘assistenza ,l‘integrazione sociale e i diritti delle

persone handicappate) a fondare, per la prima volta in modo organico e puntuale,una

progettualita‘ i nterattiva e interistituzionale,capace di fornire al portatore di handicap i

servizi di cui ha bisogno ai fini di una doverosa sua riabilitazione.In particolare,l‘art. 1° da‘

ai comuni la possibilita‘ di realizzare ,con risorse ordinarie proprie ,sia ildiritto

all‘integrazione scolastica e sociale,sia opportunit6a‘ di servizi come le comunita‘ alloggio

e i centri socio-riabilitativi,l‘art.13 si riferisce all‘integrazione scolastica per la cui

realizzazione ci si richiama ad una programmazione "programmazione coordinata"tra le

attivita‘ e le risorse esistenti sul territorio a livello pubblico e privato.



SOGGETTI INTERESSATI E DESTINATI DEL SERVIZIO



-utenti. Tutti gli allievi portatori di handicap,



-o, anche, soggetti fortemente ‗disturbati‘ sotto il profilo comportamentale;



-operatori: docenti di sostegno su specifica delibera di adesione dei consigli di classe dei

soggetti destinatari del servizio- docenti coordinatori dei consigli di classe di detti

soggetti,o altri docenti interessati.



-organi collegiali:delibere del collegio dei docenti e del consiglio di istituto.



MODALITA‘ OPERATIVA



possibilmente in piccoli gruppi di normodotati e articolazione degli interventi con

diversificazione degli stessi,in direzione ambientale e terapeutica per i disabili,di

educazione ambientale e multidisciplinare per gli altri soggetti del gruppo di

socializzazione.Il trattamento dovrebbe avvenire con una certa costanza evitando

l‘isolamento dalla microstruttura sociale di riferimento,con caratteri riabilitativi polivalenti.



TEMPI E ORGANIZZAZIONE ORARIA



due ore settimanali fino al termine dell‘anno scpolastico.



FINALITA‘ PRIORITARIE



-migliorare il controllo neuromuscolare;



-migliorare la coordinazione dei movimenti;



-favorire il mantenimento di una postura asimmetrica;



-sollecitare la conoscenza del proprio corpo;



-alleviare le sofferenze derivanti da un eccessiva immersione in una

realta‘"esasperatamente esigente" e favorire la scoperta delle possibvilita‘ di dominio del

mondo esterno,e lo sviluppo di attivita‘ spontanee;



-superare l‘angoscia della dipendenza, o della non autosufficienza piena;

-favorire la costruzione della propria autonomia.



MOTIVAZIONE GENERALE



Si tratta di sviluppare nei soggetti disabili,in situazione microsociale,il senso di

quell‘autonomia possibile senza la quale m



non si da‘ creativita‘ alcuna e,quindi, neanche crescita della personalita‘.Qui giova

richiamare le teorie pedasgogiche e psicosociali diRogers, Adler e Winnicott che ci

conducono a riflettere sulle forme di dipendenza dei bambini e dei ragazzi,e su come

essi,attraverso il contatto fisico con la madre,il sostegno di essa,la sicurezza che riesce a

garantire,subiscano il contenimento di quella angoscia che solitamente,e

inconsciamente,e‘ alla base di pareccdhi disturbi del comportamento e dell‘apprendimento

nei soggetti in eta‘ dell‘obbligo.



Appare importante,perciò,l‘ippoterapia in quei disturbi dell‘eta‘ evolutiva e del

comportamento che sono frequenti nell‘eta‘ dell‘obbligo scolastico e che si

configurano,soprattutto,come:



-sindromi di ritardo maturativo dello sviluppo psicomotorio;



-disturbi dell‘attenzione;



-instabilita‘ psicomotoria;



-psicosi infantili e adolescenziali;



-stati di borderline;



-turbe sensorialki;



-patologie ortopediche quali dismorfismi scheletrici,cifosi e scoliosi.







AUTISMO E IPPOTERAPIA



Marzia Bonetti, Francesca Gobbi, Silvia Pedota



L'ippoterapia è un insieme di attività praticate con il cavallo ed eseguite con uno scopo

terapeutico di vari livelli. Essa viene usualmente diretta a disabili fisici ma anche utilizzata

come valido ausilio per disabili psichici e per soggetti con problematiche socio-relazionali.

Mira, in ogni caso, allo sviluppo psicofisico globale del disabile che la utilizza, migliorando

la sua autonomia e favorendone l'integrazione sociale.



L'attività equestre rinforza le potenzialità muscolari e motorie e stimola le facoltà intellettive

(memoria, attenzione e concentrazione); inoltre sviluppa qualità sociali quali la stabilità

emotiva, la capacità di stabilire una relazione positiva con il cavallo e con gli Altri,

consentendo così al bambino di raggiungere un comportamento adeguato al setting.

Questo animale ha delle peculiarità fondamentali di carattere e fisicità: animale da branco,

docile e tollerante, facile ad essere addestrato, tuttavia non accetta gesti e comportamenti

strani, inusuali ed incoerenti, e non viene a compromessi con i cavalieri; il cavallo, infatti,

non permette al bambino di utilizzare quegli atteggiamenti che condizionano invece il

comportamento del caregiver, costringendo così il cavaliere ad un comportamento

consono alla situazione.



Fisicamente si presenta come grande, forte e potente, caldo e morbido allo stesso tempo.



Nell'ambito dell'ippoterapia si riconoscono generalmente quattro fasi: ippoterapia,

riabilitazione equestre, fase presportiva e fase sportiva; esse indicano un potenziamento

delle acquisizioni e quindi un ruolo sempre più attivo e autonomo del bambino sul cavallo.



Un altro approccio terapeutico è quello francese della "mis en selle therapeutique" che

riconosce tre modelli operativi:



1. L'ippoterapia, che è attuata come una tecnica passiva in cui il soggetto trae

beneficio dai movimenti sinusoidali del cavallo e dal contatto con l'animale, che

però viene diretto dalla terapista. Tale tecnica, pur stimolando il soggetto a livello

tattile, acustico, visivo, olfattivo e vestibolare, non tiene conto di importanti fattori

messi in evidenza dalla scuola di Ginevra con Piaget che ha chiaramente

dimostrato l‘importanza di un adeguato comportamento motorio nella costruzione di

un modello di rappresentazione del reale e quindi di adattamento ad esso.

2. L'equitazione adattata, che è una pratica effettuata con soggetti portatori di

handicap fisico e psichico e che utilizza le discipline equestri quali: passo, galoppo,

trotto, salto, volteggio e dressage.

3. La terapia equestre, in cui l'attività a cavallo non è l'obiettivo finale, né il cavalcare

in sé un processo terapeutico, ma esso è frutto di uno spazio globale che coinvolge

cavallo, terapista, setting e che investe oltre al piacere ludico ricreativo, anche il

piano fisico e motorio, nonché relazionale ed affettivo.



L'ippoterapia che viene praticata nel nostro centro, l'E.I.T. ippoterapica, pur seguendo le

quattro distinzioni classiche, nonché i principi della terapia equestre francese, presenta

delle peculiarità che permettono di adattarla al meglio alle caratteristiche dei bambini

autistici. Si avvantaggia, inoltre, del valido ausilio di sedute di E.I.T. con frequenza

settimanale dove il bambino ha la possibilità di ricevere il sostegno di un‘ulteriore terapia

avvalendosi quindi di un‘altra figura di riferimento. Tali peculiarità si evidenziano a partire

dai principi terapeutici Winnicottiani di holding, handling ed object presenting, per finire con

un ruolo peculiare della terapista vista come Io-terapeutico ed educatrice che aiuta a

leggere la realtà.



1. L'holding (sostegno al fine di acquisire un'integrazione psicomentale) attuato dalla

terapista attraverso il sostegno del cavallo, il suo calore e il suo cullamento, inserito

in un'atmosfera "sufficientemente buona", ricca di linee, curve, e spostamenti

regolari. Il tutto crea un clima affettivo che avvolge il bambino e gli permette di

percepire la situazione terapeutica come garanzia di poter essere, poter agire e

poter esistere.

2. L'handling (la manipolazione che permette di creare legami e riconoscere l‘oggetto

relazionale). Si tratta di aiutare il bambino a passare da una dimensione fusionale

con il cavallo, ad una di indipendenza ed attivazione individuale e personologica,

attraverso l'acquisizione di quelle manovre che permettono di guidare il cavallo

(tirare e girare le redini, dare le gambe…). In tal modo l'azione aiuta il bambino a

vincere le attese onnipotenti.

3. L'object presenting. La terapista funge da traduttrice della realtà, rendendola

comprensibile ed accettabile, ed inoltre permette al bambino di superare le sue

ansie pantoclastiche agendo sulla realtà concretizzata dall'imponente figura del

cavallo. Tale animale permette l'azione del bambino, ma mantiene salda la sua

funzione di portatore - materno; inoltre favorisce il passaggio alla dimensione

paterna, fallica, che consente al bambino di vedersi come persona attiva che si

valorizza.



La rilevanza del ruolo della terapista è da sottolineare proprio perché nell'immaginario

l‘ippoterapia è stata rappresentata come una pratica in cui il cavallo (animale da sempre

descritto con doti di intelligenza superiore nell'ambito del non umano) va a prendere il

posto del terapeuta.



È invece la terapista che agisce da educatore diventando l'Io-terapeutico (Io-ausiliare) che

si affianca al bambino per aiutarlo ad interagire con la realtà, nella fattispecie col cavallo.

Affiancandosi al bambino, la terapista gli permette di superare le fantasie fusionali nelle

quali sono in gioco le dinamiche dell'oggetto diadico onnipotente; il cavallo rappresenta

infatti il femminile, con il suo "portare", ed anche il maschile, con la sua forza,

riproducendo quindi l'oggetto genitoriale. In tale processo la terapista, come detto,

introduce la creazione di un "proto Io funzionale" che è il primo passo verso la realtà ed il

senso del sé. Il cavallo, in quanto oggetto transizionale, permette al bambino di staccarsi

dalla fusione con la madre e di prendere così coscienza delle proprie possibilità di agire, di

guidare, ponendosi quindi come individuo indipendente dall'Altro con il quale esiste però la

relazione. L'O.K. della terapista in tali dinamiche rinforza proprio la differenziazione e

mette in moto il processo di autovalorizzazione.



Ecco che nel setting triangolare "cavallo, terapista e bambino" si giunge a costituire da una

parte la diade, classica nella psicoterapia, bambino-terapista, e dall'altra la realtà

rappresentata dal cavallo.



Nella terapia a cavallo il bambino sperimenta la partecipazione nell'agire e la

soddisfazione nel riuscire che accompagnano la nascita del senso di realtà. L'acquisizione

di volontà, di tenacia e perseveranza e, soprattutto, di autovalorizzazione, allontanano la

dimensione di narcisismo primario caratterizzato da egocentrismo ed onnipotenza,

dimensione in cui vive il bambino autistico.



Con il cavallo il bambino attiva meccanismi funzionali alla nascita della coscienza di sé:

vissuti corporei e percettivi nelle diverse dimensioni, il riconoscimento delle proprie

potenzialità, la percezione delle proprie possibilità di provare e costruire affetti, la facoltà di

capire le relazioni con gli altri, la voglia di godere di una certa autonomia; l'equitazione

mette quindi di fronte a sé e agli altri stimolando la crescita ed il rinforzo del Sé.



La relazione con il cavallo non è verbale ma si fonda su una comunicazione analogica che

comprende l'espressione fisica, la reattività emotiva ed una empatia che si struttura su

elementi istintivi. In quest'ottica l'ippoterapia può essere considerata una terapia corporea

in cui la comunicazione tra bambino e cavallo avviene attraverso un dialogo tonico dove

ad ogni movimento fatto dal cavallo risponde uno fatto dal bambino e viceversa. La

bellezza, l'imponenza, la potenza fisica del cavallo, così come la sua socievolezza e

curiosità, motivano il ragazzo a scoprire nuovi orizzonti relazionali mettendosi alla prova e

stimolando nuove reazioni nell'"amico destriero".



La pratica dell'E.I.T. ippoterapica si struttura in diverse fasi quali l'accoglienza,

l'applicazione, la terapia e la valutazione.



1. Accoglienza: momento che risulta particolarmente importante perché ha il

significato di ricevere il bambino dalle braccia della madre per portarlo in un luogo

in cui iniziare un cammino di crescita grazie alla figura della terapista.







2. Applicazione: è la fase in cui il bambino si avvicina al cavallo e viene fatto salire su

di esso; il movimento sinusoidale dell'animale ha da subito un effetto rassicurante e

calmante.







3. Terapia e osservazione : si riferisce alla fase attiva in cui la terapista, supportata

da una formazione specifica e dall'équipe di osservazione, deve tener conto delle

reazioni del bambino, del cavallo, oltre che delle situazioni che si creano nel setting.



In aggiunta alle abituali problematiche relative al setting nel suo insieme,

quali la scelta del cavallo e della sua alimentazione, la scelta della sella, dei

punti di riferimento alle pareti, l‘uso della musica appropriata, la cura del

terreno e dei programmi da svolgere, la terapista deve affrontare le

problematiche relative alla situazione autistica, quali:



 Incontinenza emotiva: essa viene controllata attentamente e continuamente dalla

terapista con l'uso della musica, del tono della voce, con il suo atteggiamento

affettuoso oltre che dal ritmo del passo del cavallo che, stimolando il sistema

vagale, induce tranquillità.



 Siderazione affettiva: la terapista deve portare il piccolo paziente ad un vero

sviluppo affettivo riconoscendo gli atteggiamenti controfobici che si manifestano

attraverso un'apparente espansività affettuosa.

 Isolamento: la terapista utilizza la relazione col cavallo per sviluppare la

partecipazione del bambino e il suo desiderio di esserci attivamente.

 Difficoltà cognitive: occorre che la terapista trovi il modo, il linguaggio e lo stimolo

per far capire al bambino gli ordini e le situazioni che si sviluppano nel setting,

come per esempio il punto verso cui dirigersi attraverso i vari riferimenti del

maneggio.

 Riduzione dell'attenzione: spetta alla terapista non far cadere l'interesse e portare a

compimento gli esercizi, facendo rimanere il bambino nel setting per tutto il tempo

previsto.

 Percezione pantoclastica del mondo: la delicatezza del lavoro della terapista

porterà il bambino a percorrere lentamente il cammino della possibilità di assumere

le proprie responsabilità che, in un primo momento, saranno agite da lei. Esempio

tipico è il "dare le gambe" che assume per l'autistico un significato distruttivo così

che è necessario, molto spesso, che la terapista salga in groppa per aiutarlo

(maternage) e scaricarlo delle responsabilità. Allo stesso modo è necessario il suo

intervento quando il bambino si rifiuta di guidare e si aggrappa alla maniglia.

 Spinte regressive: vengono incanalate in movimenti adattivi più efficaci che

sostituiscono atteggiamenti coatti e stereotipati.



1. Valutazione. Per valutare i risultati abbiamo utilizzato una scala composta da 21

items. Abbiamo inoltre avuto la possibilità di confrontare diverse situazioni

terapeutiche per quanto concerne i bambini autistici: la prima è caratterizzata da

quei ragazzi che praticano solamente l'ippoterapia; la seconda prevede

l'affiancamento di sedute di E.I.T. (tecnica descritta precedentemente dal Prof.

Lucioni), e la terza, scaturita dalle circostanze, analizza ragazzi che, dopo aver

iniziato l'E.I.T. e l'ippoterapia, si sono serviti solo della seconda per problemi

contingenti familiari.



Le osservazioni che sono scaturite sono le seguenti:



1. Solo ippoterapia: i bambini dimostrano miglioramenti incostanti e scarse capacità di

accettare la propria autonomia.

2. E.I.T. + ippoterapia: si sono osservati notevoli miglioramenti comportamentali,

affettivi e di autonomia; i ragazzi sono arrivati a guidare il cavallo in modo quasi

autonomo.

3. Mantenimento dell'ippoterapia e perdita dell'E.I.T. (2 casi): l'interruzione dell'E.I.T.

ha portato ad un progressivo decadere delle prestazioni con la ricomparsa di errori

comportamentali quali urla, rifiuto di finire la mezz'ora di seduta ippoterapica,

abbracci controfobici alla terapista, necessità di sostegno della terapista che deve

montare in sella, adesività alla madre che deve restare nascosta.



Questi peggioramenti possono essere riferiti al

processo di autoidentificazione in atto che si è

bruscamente interrotto. Infatti:



 La svalorizzazione di una buona relazione terapeuta-bambino fa emergere vissuti

abbandonici.

 La de-identificazione riporta il rapporto con gli oggetti ad un livello inferiore, ed

anche il cavallo, svuotato di valore, torna ad essere uno dei tanti oggetti senza

significato che vagano nell'inconscio.

 La perdita del valore del terapeuta riporta ogni processo intrapsichico alla

dimensione onnipotente.

 L'incontinenza emotiva torna quindi a dominare il quadro psicodinamico del

bambino apportando energia ai comportamenti problema: urla, fuga, movimenti

coatti e ripetitivi, ecc…



Queste osservazioni ci hanno permesso di considerare l'E.I.T. come basilare in questo

modello terapeutico. Le caratteristiche autistiche infatti non permettono di considerare

sufficiente una terapia a cavallo, per quanto ricca di accorgimenti. Essa viene vista come

ottima integrazione e spinta per quei processi di autoidentificazione e autovalorizzazione

che prevedono, però, ore in palestra, nelle sedute di E.I.T. Inoltre l'ippoterapia non rimane

mai isolata, ma attentamente seguita dall'équipe, ed ogni qual volta si incontrino difficoltà

o si notino atteggiamenti nuovi nel bambino non manca la discussione e la verifica durante

le sedute di E.I.T. Il processo, nel suo insieme, rende più facile sia la lettura degli

avvenimenti, sia il controllo delle reazioni emotive e delle "dinamiche di crescita" da tutti

attese con affettuosa ansia anticipatrice.

Ippoterapia e riabilitazione equestre sono una importante componente della "pet-

therapy", che prevede l'uso dell'animale come co-terapeuta di alcune patologie

dell'uomo, determinanti alterazioni a livello fisico e/o mentale.

L'uso terapeutico del cavallo si é notevolmente incrementato in Italia negli ultimi anni; é

opinione degli Autori che una indagine sulle modificazioni derivanti dall'applicazione di

tali pratiche terapeutiche sia dal punto di vista fisiologico che psicologico nell'uomo e nel

cavallo sarebbe di grande utilità.

Nella prospettiva di contribuire alla preparazione di una Linea Guida sull'argomento, gli

Autori presentano un progetto frutto della collaborazione di medici e veterinari, al fine di

individuare gli aspetti positivi e negativi dell' ippoterapia e della riabilitazione equestre.



Premesse



Il recente interesse per il Rapporto Uomo-Animale è dimostrato anche dal crescente

numero di articoli, pubblicazioni e libri, che soprattutto in questi ultimissimi anni è andato

aumentando. La bibliografia che si è formata sull‘argomento presenta una particolarità,

comune peraltro ad ogni argomento di nuova formazione, soprattutto se di tipo

interdisciplinare, e cioè quella della estrema differenziazione delle riviste, giornali ed altre

sedi in cui i contributi sono stati e continuano a venire pubblicati. Solo per citare alcuni casi

in un certo senso emblematici, si va dalle riviste specialistiche mediche e veterinarie, a

quelle altrettanto specialistiche in psicologia e sociologia, senza dimenticare quelle delle

scienze umane.



Le moderne tecnologie di raccolta, elaborazione e trasmissione delle informazioni

bibliografiche, in particolare le banche dati, agevolano moltissimo il reperimento e la

utilizzazione dell‘informazione, ma non forniscono un quadro complessivo della situazione,

che invece è molto utile per indirizzare nuove ricerche e soprattutto migliori applicazioni.

Da qui l‘interesse della raccolta, la più ampia possibile, della bibliografia Rapporto Uomo-

Animale con la costituzione di una banca dati, collegata alle reti informatiche internazionali

e continuamente aggiornata.



La costituzione di una banca dati sul Rapporto Uomo-Animale relativa agli ultimi 20

anni (dal 1 gennaio 1975 al 1994) e tutt‘ora in corso di continuo aggiornamento ha

permesso di rilevare diversi importanti elementi, oggetto della presente nota.



Una banca dati sul Rapporto Uomo-Animale



Lavori scientifici, articoli diversi, atti di congressi, libri, video ed altre pubblicazioni sono

stati raccolti con i sistemi tradizionali ed attingendo da banche dati di diversa natura. La

catalogazione e l‘archiviazione è stata eseguita con i sistemi tradizionali, assegnando a

ciascun documento (Record) una serie di Parole chiave.



La banca dati è stata costruita organizzando i Record (Autore, titolo, riferimenti

pubblicazione, parole chiave, etc, estremi di catalogazione) mediante una struttura logica

di catalogazione dei dati di tipo convenzionale come il Data-base.



Sulla base delle Parole chiave e soprattutto tramite una loro combinazione, in tempo reale

è possibile conoscere le pubblicazioni su un determinato argomento, per risalire ai testi

originali.

I testi originali, tramite scannerizzazione possono venire inseriti in toto nell‘archivio, in

maniera da rendere ancora più semplice e veloce il processo di accesso alle informazioni.



Alla fine del 1994 il totale dei Records catalogati ed inseriti nella banca dati era di circa

mille, ma con una continua espansione.



Rapporto Uomo-Animale: un problema recente e vasto



Analizzando la bibliografia raccolta e riguardante il Rapporto Uomo-Animale, si rileva

quanto segue.



Lo studio scientifico del Rapporto Uomo-Animale è recente. Come tale incomincia ad

essere documentato all‘inizio degli anni ottanta, nel decennio 1975-1984 non vi è più del

4% delle pubblicazioni dei due decenni, un rapido incremento si osserva dal 1989 ad oggi.



La varietà di specie o categorie di animali, ad esempio i pesci di acquario, gli uccelli da

gabbia o gli insetti, che sono stati esaminati è elevata, oltre le venti. Tuttavia alcune specie

animali sono nettamente privilegiate come il cane (24%), il gatto (6,78%), il cavallo

(5,79%), gli uccelli (2,03%). Gli animali da compagnia sono inoltre considerati nel 14,78%

delle pubblicazioni.



Per quanto riguarda l‘uomo, questo è direttamente considerato nel 45,72% delle

pubblicazioni, con le seguenti specificazioni: bambino 16,01%, anziano 3,25%.



La Pet Therapy riguarda il 21,7% delle pubblicazioni, con una ampia gamma di

applicazioni che vanno dalla riabilitazione alla profilassi di diverse condizioni morbose e

che comprendono molte specie animali, ma soprattutto il cavallo (Ippoterapia 5,02% delle

pubblicazioni) ed il cane.



I problemi dei portatori di handicap e l‘influenza del Rapporto Uomo-Animale sono

considerati nel 2,30% delle pubblicazioni. Anche il problema della morte, sia degli animali

che dell‘uomo, ha suscitato diverse pubblicazioni (2,71%). Il ruolo del veterinario ha avuto

un significativo numero di pubblicazioni (7, 46%).

IPPOTERAPIA

Disabili a cavallo

F. D'Ippolito (diplomato t.m.c.) IPPOTERAPIA



A fronte di esperienze dirette e familiari, posso dire che il cavallo è un ottimo mezzo per

rieducare e riabilitare i portatori di handicaps fisici e mentali. L'avanzata ricerca scientifica

nel settore, conferma ulteriormente la mia citata considerazione. a) Il cavallo è di per sé

una presenza viva come oggetto di polarizzazione affettiva in grado di sollecitare fantasie

emotive ed affettive da parte del soggetto. Per cui non solo l'andare a cavallo

(equitazione) ma anche il solo stare a cavallo (ecco l'ippoterapia). Il disabile non guidando

il cavallo resta, sotto questo punto di vista, passivo; al contrario arricchisce di enormi

contenuti relazionali le possibilità terapeutiche. b) il disabile è attivo in sella quando guida il

suo cavallo (rieducazione equestre). Sono esperienze che dal punto di vista visuo-

spaziale, tattile, cinestesico, propriocettivo, integrate a livello centrale, incidono

favorevolmente sulla maturazione psicomotoria del disabile. c) la possibilità di

padroneggiare la situazione attraverso il cavallo (di grandi dimensioni), si traduce nel

recupero di sentimenti di autostima e di sicurezza, in forti spinte all'autonomia che

favoriscono più in generale l'adattamento emozionale del disabile. E' ovvio che queste tre

diverse possibilità terapeutiche presuppongano, da parte del disabile, livelli di competenza

progressivamente crescenti. La prima componente si pone come esperienza per soggetti

con handicap anche gravi - non richiedendo nessuna competenza equestre di base - la

terza è accessibile solo a quei soggetti il cui livello cognitivo, neuromotorio e relazionale

consenta la gestione autonoma del cavallo. Queste premesse servono a differenziare

nell'ambito della riabilitazione equestre, rispettivamente: l'ippoteapia, la rieducazione

attraverso l'equitazione, l'equitazione pre sportiva. Nel dettaglio delle patologie potremmo

dire che: l'ippoterappia si può applicare nelle kinesipatie encefaliche, nei ritardi mentali

anche di grado elevato e nelle forme anche gravi di disturbi relazionali (distorsioni

psicotiche della personalità, autismi, stati prepsicotici). La rieducazione attraverso

l'equitazione, che presuppone la capacità di mantenere un'andatura a cavallo, insieme alla

disponibilità relazionale alle proposte del terapista, risulta particolarmente indicata nelle

così definibili disabilità evolutive e che investono certi ambiti di prestazioni (motricità,

linguaggio, apprendimento, etc.). L'equitazione pre-sportiva si rivolge, sotto il profilo

terapeutico, a soggetti con disordini emotivi ma che hanno nel complesso competenze

cognitive, neuromotorie e relazionali sufficientemente integrate. E' ovvio che risulterebbe

semplicistico, per gli addetti ai lavori, schematizzare il campo dell'età evolutiva perché non

reggerebbe il confronto con la vastità di profili che ci sono in riabilitazione e che rendono

unico ogni individuo. Per questo c'è la necessità, per ogni bambino, di formulare un

programma "personalizzato" che consideri le esigenze poste da quel soggetto in quella

determinata fase del suo processo evolutivo. Così come è ovvio che nel formulare un

programma bisogna chiaramente definire le finalità dell'intervento, discutendole e

prospettandole ai genitori. Questo per eliminare ogni falsa aspettativa e per favorire un

esame della situazione in termini di realtà. La riabilitazione equestre è controindicata?

Bisogna tener sempre presente il concetto di voler attuare un'attività terapeutica con

un'indicazione medica precisa. Per cui non esiste una regola generale delle

controindicazioni, accettando quelle dettate dal buon senso, come quelle rappresentate

dalle fasi acute dei reumatici, dei cardiopatici, dei portatori di sclerosi a placche e di alcune

miodistrofie. Per questo, possiamo riflettere sul concetto di riabilitazione, che esprime, in

una comune accezione, l'esigenza di favorire l'adattamento del soggetto all'ambiente, il

migliore possibile in rapporto alle sue obiettive difficoltà. Vorrei dire che essa include ogni

situazione, anche non sanitaria, che la comunità offre per la non emarginazione

dell'handicappato. In questa prospettiva la r.e. si pone come momento sicuramente valido

di un più ampio progetto riabilitativo, che tenga in considerazione le molteplici esigenze del

soggetto portatore di handicap.

Pet Therapy



"Siamo come due amanti usciti dal profondo del

mare.Questo meraviglioso delfino mi ama per le mie piu'

profonde qualita'. Che io sia giovane, vecchia, grassa

o magra, poco gli importa.Non devo provargli nulla."

(Tricia Kirkmann)



LA ZOOTERAPIA: PET-THERAPY e sue applicazioni.



La zooantropologia e' la scienza che studia i rapporti tra l'essere umano e gli animali e che

si estende inevitabilmente alla meta-zooterapia, comprendente, a sua volta, la biofilia,

termine coniato dal biologo americano Edward O. Wilson nel 1984, con la quale prende

corpo e si sostiene l'interesse sugli organismi viventi e sui processi esistenziali come base

genetica.

Nelle case europee si contano circa 310 milioni di animali, in relazione ai circa 341 milioni

di persone: la statistica ci dice che ogni europeo possiede quasi un animale, secondo la

percentuale dello 0,39%. Certamente, la quantita' di animali e' da mettersi in stretto

rapporto col grado di urbanizzazione. In base a quest'ultimo, l'Europa puo' essere divisa in

tre livelli, ovvero in basso-medio-alto numero di animali familiari, che mettono nel primo

gruppo il Portogallo , l'Irlanda e la Spagna, al secondo la Danimarca, la Francia e l'Italia, al

terzo il Belgio, il Lussemburgo, l'Olanda, la Gran Bretagna e la Germania. In particolare ,

in Italia, si contano oltre 42 milioni di animali familiari, con netta preferenza del mondo

felino, il gatto, del cane, degli uccelli da gabbia, anche se viene parimenti apprezzato

l'acquario e il cavallo, coi relativi problemi economici.

Una cosi' cospicua presenza animalesca nel mondo umano induce, indubbiamente, al

concetto di "famiglia allargata"; inoltre, il dilatarsi del confine tra uomo e animale e' stato

agevolato da diverse nuove condizioni sociali e dall'urbanizzazione, oltre che dalla

devitalizzazione degli ambienti naturali. Se e' vero che l'uomo ha bisogno degli animali, si

pensi a quest'ultimo come mezzo di contatto con la natura e di equilibrio psico-fisico, e',

altrettanto, vero che l'animale ha bisogno dell'uomo, in un rapporto di reciproco rispetto e

armonia, fatti salvi i diritti del mondo animale.

Dove nasce il successo dell'animale in famiglia? Bisogna considerare, senza dubbio, il

fatto che ricopra funzioni plurime, vale a dire che con l'animale si puo' parlare, sfogarsi,

dialogare, giocare, imparare, insegnare, per citare solo le piu' evidenti, cosa che un

orsacchiotto in peluche potra' ben difficilmente fare. Di particolare funzionalita' si rivela,

poi, per le famiglie singole, i cosiddetti single, che trovano nell'animale una fonte di

compagnia e amicizia fidata che, molto difficilmente, troveranno al di fuori del loro piccolo

contesto mono-familiare, mentre, per le tradizionali coppie, si garantisce una "via di fuga"

agli stress quotidiani, un mezzo per ritrovare il dialogo, riappacificarsi, concentrare la

propria attenzione, anche se spesso l'animale diviene il motivo, per lo piu' apparente, per

contrasti e scelte drammatiche: notissima l'ancestrale formula: "Scegli - o me, o il cane!".

Evidentemente, l'esperienza insegna a non sottovalutare nulla, ma anche a non

sopravvalutare, poiche' nulla, di regola, e' assoluto.

Il dialogo con l'animale, ma piu' precisamente col proprio animale familiare, garantisce un

effetto calmante e, dunque, una diminuzione della pressione del sangue: tale dialogo non

conosce, infatti, rigide regole sociali e, soprattutto, sentimenti competitivi distruttori. La

comunicazione avviene nelle forme piu' impensabili, non potendo,ovviamente, far ricorso

al linguaggio: nasce, percio', il gattese, associabile in qualche modo al bambinese, tutti

para-linguaggi che garantiscono, comunque, una base comunicativa povera o ricca che

sia. Del resto, non mancano i sostenitori delle capacita' linguistiche degli animali, o di

alcuni di essi, come ben appare dal recentissimo libro Spoken Cats, secondo il quale e'

possibile capire e parlare la lingua del gatto.

L'animale rappresenta, certamente, un soddisfacimento dei bisogni fisiologici e di

sopravvivenza, come fornitore di alimenti, pelli e lavoro, ma diviene, altresi', dispensatore

di soddisfazione del bisogno di sicurezza, nella forma di animale da guardia, il vetusto

Cave canem patrizio, o da combattimento in senso lato: si pensi ai combattimenti tra cani

o, assai piu' semplicemente, al "combattimento" tra il gatto e il topo all'interno delle mura

domestiche. Vi e', poi, la soddisfazione del bisogno di affetto e di relazione

"interpersonale", come base della pet-therapy, che crea le condizioni per un buon

equilibrio psico-fisico, segnatamente nei bambini, negli anziani, nei malati, nei detenuti, e,

piu' genericamente, nelle persone "sole". L'animale garantisce, infine, la soddisfazione del

bisogno di stima e di realizzazione personale attraverso, per esempio, le mostre o i

concorsi degli animali. Va tenuto, comunque, sempre a mente che l'animale non puo' e

non deve divenire l'interlocutore e il compagno principale all'interno delle relazioni extra-

personali: puo', senz'altro, rivelarsi una compagnia felice ed efficace per moltissimi motivi,

ma la relazione fondamentale uomo-uomo e, soprattutto, uomo-donna, non viene mai

messa in discussione.

Gli animali non sono, poi, cosi' diversi dal genere umano: basti pensare alla loro

associazione antica col divino o ai loro poteri "magici" come quello di prevedere i terremoti

prima dell'uomo stesso, la loro astuzia volpina, la loro forza leonina, la memoria elefantina,

la vista d'aquila, ecc..., per farne, in alcuni casi specifici, esseri migliori dell'uomo stesso; e'

evidente che stiamo trattando un argomento e un rapporto particolarmente difficile,

misterioso e complesso, per lo meno alla luce delle conoscenze attuali. Gli animali hanno,

certamente, delle sensazioni, ma anche delle emozioni e dei sentimenti. Il loro sistema

nervoso, infatti, e' molto simile in tutti i mammiferi in relazione alle sue caratteristiche di

struttura e di funzionamento.

Se nell'epoca antica l'animale godeva di un certo ruolo magico, con il pensiero greco,

tuttavia, inizia un'analisi pre-scientifica e, con Cartesio, l'animale viene ridotto a

"macchina" e studiato come struttura e funzione meccanica. Non credo si debba cadere in

facili assolutismi epocali, quanto, piuttosto, mettere in evidenza come ogni studioso e ogni

periodo storico, un attimo dell'evoluzione umana, arricchisca il pensiero comune: e'

evidente che l'animale, dal nome stesso, contenga un'anima, una scintilla vivente che lo fa

vivere, com' e', altresi', una "macchina" meccanica o un prodotto biologico proprio come

l'uomo. Bisogna proprio finirla con la malvagia e stupida tendenza di classificare sempre le

"cose" in maniera bipolare-assolutistica: esiste, infatti, una terra, ma anche un cielo, una

materia e uno spirito, una ricerca scientifica e una umanistica che si integrano e si

stimolano vicendevolmente - l'atomo fu individuato prima dai filosofi, ovvero la scienza

corre nel tentativo di spiegare col ragionamento logico-razionale-scientifico cio' che l'intuito

ha gia' colto nella sua essenza per un certo tipo di pensiero cognitivo e di sviluppo storico-

. Tuttavia, l'intelletto dello studioso non incorrera' nel pericolo di farsi succube dei limiti

intellettuali altrui, spesso mirati ideologicamente e archetipi del terribile "luogo comune".

Fingiamo, per una volta, di cadere vittime di questo rischioso gioco e poniamo in evidenza

la "rivoluzione" lorenziana, ritenuto l'inventore dell'etologia, che ha considerato l'animale

come Animale Culturale, ovvero inventore e portatore di una peculiare cultura distintiva.

Risultera' chiaro che la cultura non e' confinabile in un ambito puramente umano poiche',

in tutte le specie animali, si verifica la trasmissione di informazioni e comportamenti, in un

universo dove istinto e trasmissione culturale finiscono con l'intrecciarsi inesorabilmente,

come sostiene la socio-biologia, parente stretta della zooantropologia. L'animale e'

elevato, dunque, al rango di "animale-persona" nel pensiero comune e, percio', nella

psicologia sociale, ma anche nel diritto dove, in Germania, per esempio, viene considerato

intermedio tra gli uomini e le cose, con grande rivalutazione della sua presunta

"personalita'".

L'emozione, collegata alla prima linea di ricerca biologica, ovvero quella ormonale,

concerne l'emozione materna e sessuale. L'allattamento, in particolare, presuppone la

presenza di alcuni ormoni, uno su tutti della prolattina, meglio nota come ormone

dell'amore materno nonche' causa o condicio sine qua non vi sarebbe l'amozione materna

di affetto e di amore. Le emozioni hanno, dunque, una base ormonale e il sistema

ormonale, piuttosto simile, umano-animale ci fa indurre nel credere che anche quest'ultimo

abbia sviluppato una componente emozionale. Le emozioni vengono, per lo piu', raccolte

secondo lo schema: dolore-sofferenza-cacocenestesi (sentirsi poco bene)-eucenestesi

(sentirsi bene)-piacere-felicita'. Ancora, si e' evidenziato come le endorfine siano

direttamewnte coinvolte negli stati emozionali, al punto da considerare uno stretto legame

tra emozione,benessere e salute: vi sono, infatti, complessi sistemi che influiscono

sicuramente nel controllo del dolore, nel garantire il benessere e nel generare e regolare le

emozioni. Le endorfine, in quantita' sufficiente, si collegano al senso di benessere, mentre,

se scarse, concorrono nel procurare il sentimento del malessere.

Il dare da mangiare a un animale rappresenta il primo passo per stabilire un rapporto di

fiducia. Grazie al cibo si creano tutta una serie di informazioni ed emozioni che leghano

vicendevolmente uomini e animali. Il cibo rappresenta, in generale, un dono: e', infatti, tale

il latte della madre al neonato e, in altre occasioni esistenziali, il classico invito a cena

serve per iniziare amicizie o relazioni di varia natura; anche gli animali mantengono

l'associazione cibo-dono suddetta, come nel caso degli uccelli che imbeccano i piccoli,

della cagna che nutre i cuccioli col latte e col cibo pre-masticato fino alla gatta che "dona"

il topolino, oltre che insegnare la tecnica di caccia, venendo a rappresentare, percio', un

qualcosa di piu' di un semplice alimento, carico com'e' di significati simbolici e

comunicativi.

Attraverso il cibo, dunque, l'animale diviene compagno dell'uomo e un'attenta analisi

etimologica del termine "compagnia" ci porta al composto latino cum-panis, in relazione a

colui col quale si e' gustato il pane, quest'ultimo divenuto il cibo per antonomasia: celebre

la frase "togliersi il pane di bocca". Quando l'offerta del cibo a un animale diventa

abitudinaria si viene a creare un particolare rapporto tra i due, carico di emozioni e di

comunicazione meta-linguistica, processo che e' da considerarsi alla base della

domesticazione: e' fin troppo nota l'importanza del cibo all'interno dell'esecuzione degli

esercizi circensi degli animali, per fare un solo semplice esempio. Quella che possiamo

considerare come "comunicazione-alimentare" si sviluppa fino a portare l'animale a tavola

insieme a tutta la famiglia. Tuttavia, questa esigenza non puo' sempre essere soddisfatta

per le ovvie diversita' nutrizionali e per le ovvie norme igieniche. Quando, poi, l'alimento

risulti appetitoso agli occhi dell'animale, il padrone sara' considerato "buono", proprio

come l'alimento e, a sua volta, l'animale diventera' "buono" poiche' soddisfatto dal cibo

medesimo. Si puo', percio', affermare che l'abitudine alimentare riveste un'enorme

importanza, rafforzando il messaggio e sviluppando la fiducia tra l'uomo e l'animale.

Il rapporto uomo-animale si puo' considerare come un rapporto dinamico-evolutivo in cui la

prima fase viene rappresentata dal tipo magico-totemico, come nella cultura egizia o

amerindiana, mentre la seconda economico-funzionalista prevede l'impiego dell'animale

come fornitore d'alimenti e di altri beni, segnatamente i tessuti, ovvero di lavoro (traino,

soma...) e di altri servizi quali la caccia, la guardia, lo svago, ecc... Infine, nella terza fase,

nota come fase della parita' e della solidarieta', si assiste al tentativo della creazione di un

rapporto comunicativo con l'animale in un processo di scambio e di crescita comune. In

questa fase si sono generati molti movimenti "animalisti" che si differenziano per le

motivazioni ideologiche: vi e', infatti, l'animalismo collegato all'ecologismo, al

vegetarianesimo, senza contare le formule cariche di riferimenti socio-politici come quella

progressista. C'e' da dire, inoltre, che se ,all'inizio, l'interesse animalista trovava la sua piu'

viva espressione e il suo campo d'applicazione tra gli animali domestici o, comunque,

"familiari", ultimamente e' stato amplificato notevolmente il raggio d'azione che ha

coinvolto generi e specie animali maggiormente distanti rispetto alla specie umana.

Tra i vari atteggiamenti psicologici dei proprietari di animali troviamo, senz'altro, il piacere

della compagnia, motivazione predominante di affetto gratuito e incondizionato oltre che di

stimolo psicologico fornito da tale relazione, del senso di protezione, del conforto emotivo

e della limitazione dell'alienazione. Spesso, inoltre, il legame affettivo viene sancito da un

trattamento speciale dell'animale da parte del padrone, in alcuni casi di favore rispetto agli

stessi simili umani: questo atteggiamento non puo' essere, del tutto, approvato poiche'

finisce col segregare e alienare ancora di piu' l'individuo umano che non gode realmente di

un sano rapporto col mondo animale-naturale ed e' indice di insofferenza, malessere e

delusione del suo vero mondo di appartenenza: ripetiamo, ancora una volta, che l'animale

non puo' e non deve diventare l'alternativa al rapporto inter-personale, ma una semplice

possibilita' in piu', magari, al servizio del miglioramento dei rapporti umani; certamente, e'

anche vero che, a volte, e' piu' facile amare e rispettare un animale di un uomo, ma non e',

comunque, una buona ragione per rinnegare i propri simili.

Parimenti importante e', poi, il ricevere o il manifestare calore emotivo come pure il

ricevere o manifestare l'affetto e la protezione: il primo si evidenzia, soprattutto, attraverso

comportamenti e atti fisici come l'accarezzare o l'essere accarezzati, mentre la protezione

puo' essere di natura fisica, come nel caso del cane da guardia, o di avvertimento di

situazioni anomale. Non va dimenticato, altresi', l'aspetto soggettivo della protezione,

assolutamente efficace quando una determinata persona si senta sicura dalla presenza di

un preciso animale.

In alcuni casi, inoltre, l'animale puo' garantire la sostituzione d'affetti mancanti o carenti,

come, pure, favorire i contatti inter-personali e, in questo senso, viene inteso come

"lubrificante sociale" poiche' offre spunti di conversazione, motivi di ilarita' e di gioco, di

conoscenze, ecc...Non si dimentichi, infine, la funzione educativo-pedagogica legata, in

modo particolare, al mondo dell'infanzia, la funzione di "ammortizzatore" in condizione di

stress, di conflittualita' e di effetti psico-somatici, nonche' la sua funzione per la Terza Eta'

e per varie forme di malattie fisiche e psicologiche.

Un altro aspetto decisamente interessante e' dato dall'interazione tra le personalita' umane

e la scelta degli animali, ovvero delle loro caratteristiche caratteriali e comportamentali. Il

possessore di un cane, generalmente, presenta una certa socievolezza, ma, altresi', una

certa inclinazione alla dominanza e all'aggressivita'; il cane, del resto, sceglie il soggetto

"dominante" all'interno della famiglia. I possesori di gatti, invece, prediligono

l'indipendenza e l'autonomia e sono, generalmente, meno socievoli ed empatici rispetto ai

possessori di cani. Ricordiamo, inoltre, che al cane si attribuiscono le caratteristiche di

essere docile, sottomesso, ossequiente, fedele, sociale, gregario, estroverso, invadente,

generoso, affezionato, comprensibile, diurno, solare, trasparente, semplice, pacioccone,

prevedibile, forte, ingenuo, attivo, rumoroso, sporco e impegnativo, mentre il gatto si

colora con le seguenti definizioni: selvatico, indipendente, ribelle, traditore, asociale,

solitario, introverso, riservato, egoista, opportunista, misterioso, notturno, lunare,

enigmatico, complicato, aristocratico, lunatico, astuto, scaltro, pigro, silenzioso, pulito,

autosufficiente.

I proprietari di cavalli sono, poi, tendenzialmente dominanti, aggressivi, mascolini, decisi,

silenziosi, assimilabili al "tipo cow-boy", mentre i possessori di uccelli da gabbia o voliera

sono, per lo piu', gentili, protettivi, amichevoli e altruisti: che l'abito non faccia il monaco e'

ormai cosa assodata; basti pensare all'ex-calciatore Romeo Benetti, tutti lo ricordiamo

come un vero mastino, un "bruto-rude", che coltivava la passione dei cardellini e degli

uccelli in genere. Infine, i possessori di tartarughe sono, solitamente, laboriosi, fidati,

razionali e perseveranti, mentre i proprietari di serpenti si caratterizzano per una certa

originalita' e anti-convenzionalita', spesso imprevedibili, amanti delle sfide e del rischio,

come pure i possessori di ragni o di altri animali inusuali.

Il collegamento suddetto tra personalita' del proprietario e animale si evidenzia, dunque,

nelle caratteristiche comportamentali e nello stile di vita, nelle caratteristiche psicologiche

di affinita' e/o complementarieta', nelle connotazioni culturali in relazione alla classe socio-

economica degli individui, nel grado di coinvolgimento tra i due, nella direzionalita' del

rapporto, uni-bi-pluri-direzionale, nella dinamica dell'autorita', nella distanza psicologica e

nella sensibilita' dei modi di comunicazione, tutti elementi che collegano il possessore e

l'animale e che devono individuare l'animale-ideale per una determinata persona, in base

alle sue esigenze e alla volonta' del momento.

Le prime specie addomesticate erano, indubbiamente, animali-sociali, proprio come

l'essere umano, e i successivi stati della domesticazione hanno rappresentato la

necessita' di disporre degli animali, relativamente ai loro prodotti e ai i riti religiosi, oltre che

alla caccia. Tuttavia, il fenomeno dell'addomesticamento rimane, tuttora, sconosciuto

come pure l'origine degli animali-familiari o di compagnia, in una parola pet.

Tra gli animali di compagnia, il cane occupa, indubbiamente, il primo posto nelle

preferenze e il cane domestico pare essere derivato dal lupo o da un ipotetico "cane

ancestrale". Le prime testimonianze di addomesticamento del cane risalgono,

presumibilmente, a dei ritrovamenti cavernicoli dell'era paleolotica presso Pelegwara,

nell'Iraq, circa 12.000 anni or sono. Plurime testimonianze si trovano,altresi', in Israele

(12.000 anni addietro), nell'Idaho (10.400 anni addietro), in Inghilterra (9.500 anni

addietro), in Russia e in Anatolia (9.000 anni addietro), in Australia (8.000 anni addietro),

in Cina (6.800anni addietro) e nel Missouri (5.500 anni addietro). Varie ipotesi si sprecano

sui primi contatti tra l'uomo e il cane, ma quella piu' verosimile prevederebbe un incontro

casuale, probabilmente durante la caccia, con dei lupacchiotti che sarebbero stati portati

nella dimora umana e avrebbero interagito con l'essere umano, in particolare coi bambini.

Sicuramente, il rapporto uomo-cane fu favorito dalla somiglianza delle rispettive strutture

sociali, ovvero entrambe vivevano in gruppi e cacciavano gli animali, formando delle vere

e proprie "bande" organizzate che comunicavano attraverso espedienti facciali e corporali.

Il legame col gatto e', senz'altro, di epoca piu' recente. Nell'antichita' godeva di una forte

simbologia magico-divina, soprattutto nella civlita' egizia, mentre nel mondo romano ed

europeo, portato presumibilmente dai Fenici, svolse, in principio, la classica funzione di

anti-roditore, divenendo, successivamene, associato alle forze dell'occulto, alla malvagita'

e alle religioni pagane.

L'aspeto religioso ha influenzato, notevolmente, l'evoluzione del rapporto tra uomo e

animale, ma pari importanza ha avuto l'aspetto economico, militare ed estetico-ricreativo:

l'atteggiamento umano verso gli animali nasce, dunque, dall'evoluzione, dalla necessita',

dalla cultura e dalla tradizione.

Un sentimento, particolarmente, importante nell'ambito relazionale e' dato, inoltre,

dall'attaccamento che si genera da cause remote e prossime. Le prime si rifanno ad aspeti

genetico-evolutivi, che hanno mantenuto l'unita' degli individui aumentandone,

ovviamente, la possibilita' di sopravvivenza, mentre le seconde, dette, altresi', immediate,

si riferiscono alle esperienze emozionali individuali, ai fattori ambientali, ai vari segnali

tattili e visivi, al tempo e agli avvenimenti, tutti fattori che contribuiscono al fenomeno

dell'attaccamento relazionale. Si e' constatato, poi, che la stragrande maggioranza di

popolazione che ha attaccamento accentuato verso i cani non li sfrutta per alcuna finalita'

(25%), oppure li utilizza per la caccia (50%), o, ancora, per controllare il bestiame (12,5%),

mentre coloro che non nutrono un forte attaccamento nei confronti del cane lo impiegano

per tirare la slitta, o come fornitore di cibo (58%), e, soltanto, il 16% ne evita, addirittura, il

contatto, mentre il 26% lo utilizza nelle battute di caccia. Si desume, percio', che il creare

dei legami con gli animali viene fortemente influenzato dalla necessita'.

Le motivazioni che stanno alla base del possedere un animale si possono, cosi',

riassumere nelle ragioni emotive, sociali e di relazione, tutte inerenti alla psicologia

profonda, oppure in quelle utilitaristico-economiche, ovvero nell'interesse generale per il

mondo naturale. L'introduzione dell'animale nella famiglia umana trova, altresi',

spiegazione nella nuova vita sociale umana, piuttosto povera qualitativamente, nel trend

dell'emarginazione crescente nei vari livelli sociali (anziani, handicappati, disoccupati,

singoli...) e nella carenza di comunicazione inter-personale, nonche' nell'incomprensione

sempre piu' generalizzata.

Quali sono i benefici offerti dalla pet-therapy? Riassumendoli, possiamo, indubbiamente,

porre l'accento della sua validita' sui pazienti con problemi di comportamento sociale e di

comunicazione, sui carcerati, sugli anziani, sui malati mentali, sugli ipertesi, sui

cardiopatici, sui paralitici, ecc..., ovviamente con i vari distinguo nei singoli casi specifici.

Facendo, poi, una breve crono-storia della zooterapia citiamo, in primis, l'inglese William

Tuke che incoraggio' i suoi malati mentali nell'accudire degli animali, col fine di potenziare

l'autocontrollo e il senso umano (1792), mentre nel 1867 si assiste all'inserimento della

zooterapia nei programmi terapeutici dell'Istituto tedesco Betheled per pazienti epilettici.

Ancora, nel 1875, il medico francese Chessigne prescrive l'ippoterapia a dei pazienti con

problemi neurologici, poiche' viene ritenuta ottimale per il miglioramento dell'equilibrio e

del controllo muscolare. Nel 1942, nel Pawling Army Air Force Convalescent Hospital, si

impiegheranno gli animali per "normalizzare" i feriti di guerra e nel 1952 Liz Hartel,

ragazza poliomelitica, si piazza seconda nella gara di dressage alle Olimpiadi di Helsinki,

alimentando, cosi', l'ippoterapia in tutto il mondo, mentre, nel 1953, Bolis Levinson,

psicoterapeuta infantile, si avvede del buon effetto dell'animale su un bambino autistico.

Nel 1961 nasce, quindi, ufficialmente la pet-therapy a opera di Levinson che utilizza tale

termine all'interno del libro The dog as Co-Therapist (Il cane come co-terapeuta) e, negli

anni a seguire, la validita' e la vericita' della zooterapia e' stata confermata continuamente

da vari studiosi in sede teorico-pratica. Segnaliamo, infine, l'anno 1981 come nascita della

Delta Society statunitense, associazione che studia il rapporto uomo-animale, il 1983,

anno in cui sorge l'Istituto Canadese di Zooterapia, il 1987, anno dell'avvento della pet-

therapy in Italia al Convegno Interdisciplinare su "Il ruolo degli animali nella societa'

odierna", il 1990, in cui nasce il C.R.E.I. (Centro di Ricerca Etologica Inter-disciplinare per

lo studio del rapporto uomo-animale da compagnia) e, in ultimo, il 1997, in cui prende vita

la S.I.T.A.C.A. (Societa' Italiana Terapia e Attivita' con Animali). Si ricordi infine

l'Associazione Arion esperta di delfino-terapia presso il delfinario di Rimini.

La Pet-therapy si basa necessariamente e principalmente sull'influenza dei legami affettivi

sul duplice aspetto psico-fisico, in senso strutturalista. Infatti, l'uomo deve soddisfare sia i

bisogni primari, come il cibo, il dormire, sia quelli secondari, legati alla sfera emotivo-

spirituale del soggetto-individuo. E' pur vero, altresi', che la solitudine non e' definibile e

comprensibile semplicemente dall'essere o dal trovarsi soli fisicamente, quanto, piuttosto,

rivesta un aspetto decisamente piu' sottile e intimistico: quante volte ci e', infatti, capitato di

sentirci completamente isolati pur stando in compagnia? Qual'e', inoltre, il miglior modo

per sentirsi soli, nel senso anglosassone di lonely, se non quello di stare con gli altri, col

rischio di incorrere nella peggiore delle solitudini, ovvero quella spirituale che conduce

inevitabilmente alla depressione? Per fortuna,non e' sempre cosi' e, spesso, la compagnia

ha effetti altamente positivi sul nostro stato psico-fisico e sulla nostra salute. Serpell

sostiene che l'isolamento dai contatti umani produca delle sensazioni del tutto analoghe a

quelle indotte dalle torture fisiche prolungate, ovvero il senso di dolore aumenterebbe

gradualmente e decrescerebbe fino a cessare completamente, generando stati apatici e di

disperazione generale, in modo del tutto analogo alla separazione del bimbo dalla madre o

alla sindrome di astinenza da narcotici.

I contatti sociali possono, percio', agire favorevolmente sul benessere e sull'equilibrio

dell'uomo. E' stato osservato, infatti, che coloro che non hanno molte amicizie tendono ad

ammalarsi piu' facilmente e tra i celibi si contano maggiori casi di attacchi cardiaci, di

polmoniti, di diabeti, di nefriti, di tubercolosi, e di forme neoplastiche, rispetto alle persone

coniugate, senza contare i maggiori problemi di natura psichica e i casi di suicidio. La

solitudine e', dunque, un elemento stressante, all'interno della vita di un individuo, che

induce l'interferenza sull'azione dell'insulina, della decalcificazione, dell'arresto della

crescita, dell'eccessiva secrezione gastrica, dell'aumento della pressione arteriosa,della

deficienza del sistema immunitario, a causa della prolungata attivita' ormonale dell'asse

ipofisi-surrene. Non si creda, poi, che il rapporto uomo-animale sia a esclusivo vantaggio

dell'uomo, poiche' anche gli animali godono dei benefici psico-fisici di tale relazione

interspecifica.

Confrontando, poi, le condizioni di salute dei possessori di animali e non, si vede che

quest'ultimi soffrivano maggiormente di sintomi psico-somatici legati all'ansia come, per

esempio, la classica emicrania, l'inappetenza, la depressione e le malattie della pelle e del

cuore; oltre a cio', erano meno capaci nel fronteggiare i problemi quotidiani, relazionali e

non. Senza alcun dubbio, l'animale garantisce il supporto sociale diretto e indiretto, ovvero

con la sua presenza e con l'occasione di interagire con gli altri per mezzo suo, fatto salvo il

principio che l'ideale amico dell'uomo, se non proprio il migliore, non e' il cane ma un altro

essere umano.

La comunicazione riveste, inoltre, un'importanza fondamentale nel rapporto inter-

personale e inter-specifico che, per ovvie ragioni, risulta mediato dalla comunicazione

secondo il noto triangolo semantico-linguistico mittente-messaggio-destinatario: la

comunicazione implica, percio', la trasmissione e la ricezione di segnali-messaggio che

presuppongono, a loro volta, un codice comune espressivo, linguistico o simbolico che sia,

a prescindere dal grado di volontarieta' e di coscienza del messaggio, in un'ottica

necessariamente transpersonale. E' caro, poi, alla socio-biologia il concetto per il quale la

comunicazione e' "un'azione che altera la distribuzione di probabilita' del comportamento

in un altro organismo, in modo adattivo per l'uno o l'altro o entrambi i partecipanti" (Wilson,

1987). Un animale dormente, per esempio, ci comunica l'idea o la sensazione, dipende se

colpisce la mente o l'animo, di pace, di serenita', con l'inevitabile riduzione dello stato

ansiotico e dell'ipertensione; in particolare, tale sensazione si evince anche dal ritmo

respiratorio dell'animale dormente che si attiva in un ciclo binario-lento, producente,

appunto, l'idea di calma e quiete, mentre ritmi sincopati e, comunque, non regolari

generano ansia e agitazione, ma non e' il caso di cadere nella psicologia dell'arte e della

musico-terapia, campi affascinanti ma lontani dalla nostra attuale trattazione. Valga l'idea

generale che anche il ritmo e il suono, all'interno della relazione uomo-animale,

contribuiscono alla trasformazione e al controllo emozionale, psicologico e biologico.

Feogle ritiene, inoltre, che il vedere un animale in atteggiamento di quiete rappresenti un

segnale primitivo di sicurezza, legato alla reminescenza ancestrale dell'assenza di

predatori, pericolosi per la sopravvivenza umana. Si e', poi, verificato che all'idea di calma

e quiete contribuisce magicamente l'acquario con i suoi animali, in un misterioso

coinvolgimento ipnotico- tranquillizzante.

Un altro linguaggio che potremmo definire para-linguaggio o meta-linguaggio, altresi',

linguaggio simbolico, e' dato certamente dal linguaggio corporale. Vi sono,

indiscutibilmente, dei segnali mimici, dei gesti, delle posture e delle sensazioni tattili, che

trasmettono, piu' o meno coscientemente, precisi messaggi e mostrano, altrettanto, precisi

stati d'animo temporanei o non. Il para-linguaggio e', senz'altro, di maggior dominio

animale che non umano: l'uomo, infatti, grazie o a causa della parola ha perso certe

capacita' antiche, per cui non c'e' da stupirsi se l'animale dimostra di capirci maggiormente

di quanto noi facciamo nei suoi riguardi. In virtu' di queste sue capacita' intuitive, l'animale

ci e' di grande conforto, qualora dimostri la sua comprensione per i nostri stati d'animo ed

emozioni.

Con l'animale si rompe, inoltre, il messaggio-equivoco, assai, spesso, diffuso nella

comunicazione inter-personale odierna. Infatti, la cattiva comprensione, talvolta voluta, del

messaggio altrui genera una spirale irreversibile di incomprensione e ambiguita',

accentuata, ancora, dalla contradizione tra messaggio verbale e messaggio non verbale,

quest'ultimo, il piu' delle volte, espresso involontariamente, ma che puo' rivelare, in realta',

il vero pensiero dell'interlocutore, generando frustrazione e senso di smarrimento: ben

difficilmente si creeranno queste situazioni con un animale!

Il parlare con gli animali e', poi, una consuetudine decisamente diffusa in tutto il mondo e

si e' constatato, in base a una ricerca specifica, che il 97% delle persone esaminate parla

volentieri con cani o gatti e che il 98% crede, persino, di essere capito: e' chiaro, in questo

atteggiamento, un "certo" antropomorfismo, per altro comprensibile e per nulla dannoso,

anzi benefico per la salute dell'individuo.

Ma questo linguaggio e' del tutto normale o si presenta in forme alternative? Benche'

costruito sulle parole comuni, il messaggio uomo-animale si basa, verosimilmente, sulle

caratteristiche del para-linguaggio, ovvero sulla cadenza, sul tono, sull'inflessione, tutti

elementi non propriamente comunicativi, ma dall'efficacia eccezionale. La forma del

linguaggio si presenta piuttosto semplice ed essenziale e si impiegano, generalmente,

poche parole, spesso ripetute, un tono cadenzato e regolare, diverse pause-gap

dall'efficacia oratoria indiscutibile, e inflessioni peculiari, una sorta di "bambinese". Oltre

modo, risulta, ugualmente, fondamentale la natura non-competitiva del dialogo uomo-

animale che rende l'espressione vera e sincera nella sua sostanza e nella sua forma,

come pure nell'impostazione sonora o ritmica, in quanto manca totalmente il

condizionamento sociale. Risulta, infine, obsoleto l'aspetto "timidezza" che crea ulteriori

smisurati problemi alla comunicazione umana. La relazione uomo-animale si e', dunque,

rivelata un'efficacissima tecnica e terapia per il recupero di quegli individui che sono caduti

nella spirale del non-dialogo e del dialogo-incompreso con i loro simili, isolandosi, sempre

piu', in un mondo utopicamente "protetto".

Nel 1975 Mugford e McComisky esaltarono la capacita' della relazione uomo-animale nel

favorire i contatti tra le persone, e parlarono, a ragione, della funzione animale come

quella di "lubrificante sociale": in particolare, si favoriscono meccanismi quali la novita' e

l'interesse, l'invidia e l'autostima, il meccanismo innato paragonabile all'impulso stimolato

dai bambini, l'interesse comune per coloro che sono appassionati di animali e che si

avvantaggiano delle occasioni sociali fornite da mostre, esposizioni, gare, conferenze,

convegni..., il migliore giudizio sociale, ovvero tramite l'animale si capisce la personalita'

del proprietario, e l'azione rompighiaccio dove l'animale favorisce situazioni sociali di

contatto, affievolendo la generale diffidenza iniziale altrui.

In seguito alle sperimentazioni pet-terapiche sui bambini autistici, a partire da Boris

levinson, si e' generalizzata l'introduzione degli animali all'interno di programmi terapeutici,

avvalendosi occasionalmente di cani, gatti, uccelli, ma ogni animale puo' trovare la giusta

applicazione, come nel caso della musica terapia in cui ogni paziente necessita di un tipo

particolare di esecuzione musicale, per curare le turbe del comportamento sociale. I

Corson sono stati precursori nell'impiegare la terapia agli adulti per migliorare,con l'uso di

cani, i rapporti interprsonali tra gli anziani e il personale di cura di un istituto medico,

mentre Kaplan ha evidenziato, per esempio, la benefica influenza della pet-therapy sui

ritardati mentali, utilizzando conigli, ricci, cani, polli, capre e serpenti: un cane pechinese

ha contribuito nell'aprire emotivamente e relazionalmente i pazienti, mentre i serpenti

fungevano da veri e propri stimoli nella discussione delle varie paure e fobie, del come

affrontarle e superarle;iconigli, infine, non stimolavano granche' le relazioni tra i pazienti.

L'azione sociale risulta, poi, enormemente facilitata nel caso degli

handicappati:Lapresenza di un animale supporta l'attenzione generale verso il portatore di

handicap, variando in base al tipo dianimale: un rottweiller rendera' il grado di socialita'

mionore rispetto a un cane piu' mansueto e simpatico. Altresi', e' stato osservato chei non

vedenti,accompagnati dal cane,hanno maggiori probabilita' di attenzione pubblica rispetto

a coloro che portano il classico bastone bianco.

L'efficacia della compagnia dell'animale si e', poi, osservata nell'inserimento dei bambini

all'interno del nucleo familiare adottivo. Inoltre, i bambini possessori di animali godono di

una maggiore stima e considerazione, soprattutto dei loro coetanei, rispetto a coloro che

non li posseggono. L'animale suscita, dunque, stima e ammirazione, curiosita' e interesse,

facilitail contatto sociale tra i bambini e puo' divenire un buon maestro per tutti gli

insegnamenti che non fanno parte del normale apprendimento.

Infine, i cuccioli sono in grado di garantire l'effetto "catalizzante",persino,nelle societa'

babbuine: si e' osservato, infatti, la femmina di ungruppo che aveva adottato un gattino

che fungeva da facilitatore sociale, ovvero il suddetto "lubrificante sociale".

Un altro elemento fondamentale,all'interno del rapporto uomo-animae,e' dato dal contatto

fisico che intercorre tra i due, desumibile facilmente dalla stessa parola inglese pet che,

nel dizionario inglese, indica l'animale favorito, ma anche l'accarezzare, il viziare e il

coccolare, tutte azioni che rimandano a un piacevole contatto fisico, uno dei principali

fattori di comunicazione interpersonale e interspecifica. La sensazione tatile serve, inoltre,

alla creazione di uncnfine fisico, allacoscienza della propria corporalita', ovvero alla

formulazione di un'identita' personale e psicologica:infatti, la mancanza o carenza di

stimoli corporei nell'infanzia e' uno dei fattori prioritari di ritardo fisico e psichico,

dell'autismo, delle sindromi di deprivazione e delle difficolta'relazionali. Tuttavia, il contatto

fisico si scontra,inesorabilmente e spesso,col problema morale per cui si genera

facilmente uno squilibrio della sfera affettiva ed emozionale. Hall suddivide lo spazio

intorno alle persone in quattro sfere, vale a dire nella sfera "pubblica", "sociale",

"personale" e "intima": ovviamente, la zona intima intaca maggiormente la sicurezza di un

individuo ed e' piu' problematica e complessa. Col rapporto animale, il semplice contatto o

strofinamento corporale non crea alcuna forma di problema e l'emozione si puo' liberare

maggiormente,non vincolata da alcuna forma di tabu'. Katcher e Baun hanno, inoltre, la

riduzione della pressione in coloro che accarezzavano gli animali e, dunque, la presenza

di animali vicino a pazienti aziani, o malati in genere, aumenta la percentuale di

sopravvivenza. Il contatto fisico diviene, percio', essenziale allo sviluppo della nostra

personalita', della nostra psicologia, e regolatore delle risposte fisiologiche, intervenendo

attivamente sul sistema cardiocircolatorio, sulla pressione arteriosa e sulla frequenza

cardiaca.

Non e', poi, da sottovalutare la funzione svolta dal gioco sia sul piano dell'esercizio fisico

che su quello psicologico: infatti con un semplice prato e una palla si possono iniziare tutta

una serie di giochi con l'animale e, d'altro canto, si sviluppano le sfere emotive, sociali,

caratteriali, segnatamente con l'attivazione dei processi infantili della proiezione e

dell'identificazione, mentre nell'adulto il gioco rimane una fonte di divertimento e di

psensieratezza. E' curioso notare che il semplice rincorrersi o il rotolarsi distrae dai

problemi quotidiani e genera l'ilarita',quanto mai provvida di terapia per il crpo e la mente.

La gioiosita' farebbe scattare alcune molle neuroendocrine "positive" e lo stesso Freud

riconobbe la funzionalita' delle battute e dell'umorismo sui mali come la depressione, la

solitudine e l'infelicita'. Vi e', poi, il caso particolare del gioco idle play, o gioco di indolenza,

costituito da tutte quelle azioni come il grattare, il lisciare o l'attorcigliare il pelo

dell'animale, il piu' delle volte fatto meccanicamente e nel quale si ravvisa un'estensione

della persona.

L'animale favorisce, inoltre, il senso di responsabiltia', quanto mai adatto nel caso di

bambini, oppure di adulti che abbiano perso la fiducia in se stessi, garantendo

un'immagine valida e positiva della propria persona e del proprio valore individuale. Infine,

poiche' il rapporto con gli animali puo' generare meccanismi di identificazione, proiezione e

compensazione, si rende necessario, tuttavia, un costante controllo, soprattutto,nel caso di

bambini o di individui psicologicamente deboli. In breve, con proiezione si intende un

processo psicologico inconscio nel quale il proprio mondo interiore globalizzante viene

trasferito nel mondo esteriore,con la possibilita' positiva di garantire il dominio di ansie e

paure, segnatamente nel periodo della crescita di un bambino; un fenomeno del tutto

simile alla proiezione e', senz'altro, quello dell'antropomorfismo in cui gli elementi umani

sono attribuiti all'animale: in questo caso,puo' essere un efficace metodo di interazione e

conoscenza dell'animale, ma tende a divenire patologica qualora superi certi livelli fino a

considerare e trattare gli animali come esseri umani, un errore grave e piuttosto diffuso nel

mondo. L'identificazione, invece, puo' concernere i ruoli o l'identita', talvolta trasferenziale

quando si opera o ci si comporta in modo analogo rispetto a situazioni gia' sperimentate.

All'interno della zooterapia, questa tecnica e' ben evidente nel caso del bambino che

supplisce alla sua debolezza e incapacita' di sostenere la propria immagine, per cui il cane

diventa una sorta di "specchio per le identificazioni del bambino". In ultimo, la

compensazione che ha il duplice valore di surrogare ad alcune carenze umane, ma,

anche, di portare a eventuali dissociazioni e dipendenze. Essa deve essere vissuta solo

come un valido aiuto ai bisogni dell'individuo come mezzo per tornare alla, piu'

soddisfacente, relazione con gli altri. Il rischio, in caso contrario, e' quello di perdersi e

isolarsi maggiormente, facendo della relazione animale l'unico rapporto interpersonale

sperimentato: purtroppo, questa situazione e' piu' presente di quanto si possa immaginare.



La nostra complessa società definisce , finalmente il cane non più come un soggetto

passivo al quale dare affetto o da utilizzare, ma una figura attiva dal quale ricevere affetto.

La "Pet Therapy" non é una panacea, utile a risolvere tutte le malattie. Infatti non é

sufficiente affiancare un animale a una persona sofferente per aspettarci il miracolo della

guarigione. Una corretta applicazione della "P.T." non coinvolge solo un uomo e un

animale, ma anche tecnici competenti del comportamento umano e quelli competenti del

comportamento animale.

Quindi gli interventi di "P.T." dovrebbero essere monitorati da una équipe seria composta

da medici veterinari, psicologi, medici, educatori, ecc





Comunicazione non verbale:



Gli animali d'affezione, famigliari, sono quindi riconosciuti quali componenti essenziali di

un rapporto equilibrato tra l'uomo e l'ambiente di vita. Tale principio è stato chiaramente

enunciato e difeso in quella che si può oggi definire la "dichiarazione di Ginevra" (7°

conferenza internazionale, 1995, Ginevra: "Animali, Salute e qualità della vita", nel corso

dello quale sono stati presentati 5 principi fondamentali, vediamoli:



1. Accettare il diritto universale non discriminatorio ad avere un animale domestico in

tutti i luoghi e in tutte le circostanze, se I 'animale viene adeguatamente curato e

non inficia i diritti dei non proprietari di animali.

2. Prendere le misure più idonee per assicurare che l'ambiente umano sia pianificato e

progettato in modo da tenere conto dei bisogni e delle caratteristiche degli animali

da compagnia e dei loro proprietari.

3. Incoraggiare la presenza regolamentata degli animali da compagnia nelle scuole e

nei curricoli scolastici. Convincere gli insegnanti e gli educatori dei benefici prodotti

do questa presenza attraverso appropriati programmi di addestramento.

4. Assicurare l'accesso regolamentato degli animali da compagnia negli ospedali,

case di riposo e altri centri di cura per tutti coloro che, a qualsiasi età, hanno

bisogno di questo tipo di contatto.

5. Riconoscere ufficialmente quali validi interventi terapeutici quegli animali che sono

specificamente addestrati per aiutare le persone a superare limiti e disabilita;

promuovere lo sviluppo di programmi per addestrare tali animali e assicurare che la

conoscenza della loro capacità sia inclusa nell'insegnamento base delle professioni

sanitarie e sociali.



l‘individuo organizza le proprie esperienze inferiori ed esteriori tramite le relazioni: ".... la

relazione é sempre un prodotto della descrizione doppia." (G. Bateson). La relazione tra

animale e uomo risale all‘era Paleontolitica, infatti tracce di cane sono state ritrovate in

una caverna di quell'epoca.



Molto importante é anche il fatto che l'animale viene usato come "trasmettitore di

messaggi", ovvero comunicazioni non verbali tramite messaggi di particolari eventi o

situazioni. I messaggi che arrivano da un animale sono correnti tra loro da "una rete

complessa". L'uomo comprende l'animale tramite una sorta di " puzzle", cioè egli formula

delle ipotesi le quali vengono continuamente modificate dalle azioni dell'animale. "La

comunicazione tra specie diverse é sempre una sequenza di contesti di apprendimento in

cui ciascuna specie viene continuamente corretta quanto alla natura di ciascun contesto

da azioni meno ambigue dell'animale......." (G. Bateson).



(Wilson, 1987) la comunicazione é una azione che altera la distribuzione di probabilità dei

comportamento in un altro organismo in modo adattivo per l'uno o l'altro o entrambi i

partecipanti.





Pet Therapy e handicap fisico:



nell'aprile dei 1990 nasce l'AIUCA (Associazione Italiana Uso Cani d'assistenza),

un'associazione che si occupa dell'addestramento di cani per aiutare disabili fisici nelle

azioni del quotidiano.



Nel campo dell'handicap fisico troviamo anche l'ippoterapia., nata alcuni anni fa allo scopo

di "alleviare" e "aiutare" persone affette da handicap fisici o pluriminorati.





L'ippoterapia si distingue in ippoterapia psicologico educativa e quella medica.



Anche la "Pet Therapy" può essere usata con soggetti affetti da handicap fisici, molti

studiosi affermano che l'uso del cane da compagnia aiuta anche il mantenimento

dell'aspetto fisico. Lo spazzolare, lanciare la pallina, lavare il cane, ecc., sono tutte attività

che chiedono un impegno motorio, decisamente più piacevole di un esercizio con un

tutore imposto da uno specialista.



"Pet Therapy" e gioco:



l'attività ludica generalmente risulta essere un qualcosa di piacevole, aumentando il buon

umore, sviluppando la socializzazione, rinforzando l‘attività fisica.

Anche gli animali, soprattutto se cuccioli, amano giocare molto e possono risultare degli

ottimi compagni di gioco, là dove l‘isolamento e la solitudine dominano.



"Pet Therapy" e socializzazione:



l‘animale da compagnia risulta essere un perfetto tramite per lo sviluppo delle relazioni.

Uscire al parco con il proprio cane é fonte di incontri, di discussioni, ecc.



Sviluppo della responsabilità:



alcune volte ci capita di portare a termine un compito assegnatoci con estrema

superficialità, a causa di vari motivi, fretta, disinteresse.



Il risultato spesso può essere negativo con anche delle conseguenze, più o meno

dannose. Accudire una animale richiede invece una certa attenzione, una "responsabilità"

che ci obbliga a svolgere il compito in maniera adeguata perché in questo caso le

conseguenze del disinteresse potrebbero essere molto dannose.



Affidare un compito del genere, ad esempio, ad un adolescente, aiuterebbe la sua crescita

e a sviluppare il senso dei reali valori della "vita".







"Pet Therapy", quali problemi?



chi é interessato a questo mondo, e pensa di iniziare a conoscerlo meglio per poi

proseguire oltre, non deve sottovalutare alcuni problemi:



 Non possono essere coinvolte certamente persone affette da fobie per gli animali.

 Gli animali coinvolti come supporto alla "Pet Therapy" devono possedere delle

precise qualità fisiche e caratteriali (livello di reattività molto basso alla presenza di

altri animali o di altre persone o di gruppi numerosi, agli stimoli, soprattutto a quelli

negativi), buona capacità di memoria, consequenzialità e direzione ecc.

 Gli animali devono essere accuditi in maniera adeguata e il ruolo del medico

veterinario nei loro confronti è di garantirne la salute, eventualmente di individuare

che nel proseguo delle varie esperienze i soggetti impiegati non abbiano a

modificare in senso patologico il loro comportamento.

 Quando si utilizza un cane di grosse dimensioni è indispensabile assicurarlo.

 Se coinvolta una struttura pubblica o privata, bisogna lavorare con il personale che

si occuperà del progetto stabilendo delle regole precise, valutando la loro reale

motivazione e il grado di impegno.

 Qualsiasi progetto deve essere monitorato da una équipe di tecnici, allo scopo di

non iniziare un lavoro "fai da te" poco attendibile.



Bibliografia essenziale:



1. Natoli, E. 1997. Attività e terapie con l'ausilio di animali: quadro internazionale e

stato dell'arte in Italia. ANNALI DELL'ISTITUTO SUPERIORE DI SANITA'.

2. "La Pet Therapy: gli animali e la salute dell'uomo", in collaborazione con l'Istituto

Zooprofilattico Sperimentale dell'Abruzzo e del Molise "G. Caporale", giugno 1996.

3. La Conferenza Internazionale sulle interazioni uomo-animale "Animals, Health and

Quality of Life", settembre 1995.



"Animali e uomini imparano insieme". PET MAGAZINE, novembre 1997.


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