LA CASTA di S. Rizzo & G.A. Stella
INDICE
Una oligarchia di insaziabili bramini
Da Tocqueville a De Gregorio: la deriva della classe politica
1. E pensare che dormivano in convento
Dai paltò in prestito di De Gasperi agli sfarzi hollywoodiani
2. Un palazzo di quarantasei palazzi
Spese impazzite nell'infinita moltiplicazione delle sedi
3. Quattro regine al prezzo d'un Napolitano
Costi segreti al Quirinale on-line a Buckingam Palace
4. Prodigi: in volo 37 ore al giorno
Da Berlusconi a Bertinotti, tutti via con gli aerei di Stato
5. «Mi dia un'autoblu, tipo Rolls-Royce»
Hanno promesso tutti di tagliarle, ma sono sempre di più
6. Seggi lasciati agli eredi come case o comò
La Loggia e Mancini, Craxi e Di Pietro, al potere per dinastia
7. Perso il Rolex d'oro? Paga la Camera
Iprivilegi: dalle scorte ai ristoranti meno cari delle mense operaie
8. Baby pensionati di 42 anni
E c'è chi ha avuto il vitalizio senza mai sedere a Palazzo Madama
9. Politica & Affari: Onorevoli SpA
Dalle casalinghe ai tunnel, dalle cliniche alle banche padane
10. Come puntare un euro e vincerne
Ma il referendum non aveva abolito il finanziamento pubblico?
11. Meglio a noi che a Madre Teresa
Più sconti fiscali per le donazioni ai partiti che ai bimbi lebbrosi
12. AAA Cercasi poltrona per trombato
Migliaia di cariche nelle società pubbliche per sistemare gli «ex»
13. Sa tutto di carceri: commercia pesce!
Quei 146.000 consulenti spesso inutili, dalle maghe agli enti ippici
14. Una casta nel cuore della Casta
Perché i Grand Commis sono quasi più potenti dei ministri
15. Fate largo: Sua Maestà il Governatore!
Sprechi, clientele e manie di grandezza delle Regioni ordinarie
16. Ultimo lusso, atterrare sotto casa
Dalla Sicilia alla Val d'Aosta, le spese pazze delle Regioni autonome
17. Le Province sono inutili? Aumentiamole
Tutti falliti i tentativi di abolirle: servono a distribuire posti
18. Il signor sindaco ha fatto crac
La ricerca del consenso e i bilanci comunali in profondo rosso
Appendice
Ringraziamenti
Indice dei nomi
Una oligarchia di insaziabili bramini
Da Tocqueville a De Gregorio: la deriva della classe politica
La pianeggiante Comunità montana di Palagiano è unica al mondo: non ha salite, non ha
discese e svetta a 39 (trentanove) metri sul mare. Con un cucuzzolo, ai margini del
territorio comunale, che troneggia himalaiano a quota 86. Cioè 12 metri meno del
campanile di San Marco. Vi chiederete: cosa ci fa una Comunità montana adagiata nella
campagna di Taranto piatta come un biliardo?
Detta alla bocconiana, l'ente pubblico pugliese ha due mission. Una è dimostrare che gli
amministratori italiani, che già s'erano inventati in Calabria un lago inesistente a Piano
della Lacina e un'immensa tenuta di ulivi secolari nel mare (catasta-le) di Gioia Tauro,
possono rivaleggiare in fantasia con l'abate Balthazard che si inventò l'« Isola dei filosofi»
dove non esiste-va un governo perché i suoi abitanti non riuscivano a decidere insieme
quale fosse «il sistema meno oppressivo e più illumina-to». L'altra è distribuire un po' di
poltrone. Obiettivo assai più concreto della salvaguardia di un borgo alpino o della
sistemazione di una mulattiera appenninica.
Certo, le Comunità montane sono solo un pezzetto della grande torta. Ma possono aiutare
forse meglio di ogni altra cosa a capire come una certa politica, o meglio la sua caricatura
obesa, ingorda e autoreferenziale, sia diventata una Casta e abbia invaso l'intera società
italiana.
[…]
Ma proprio perché la montagna vera ha bisogno di essere aiutata, spicca l'indecenza della
montagna finta. Artificiale. Clientelare. Costruita a tavolino per dispensare posti di sotto-
governo. Divoratrice di risorse sottratte ai paesi che vengono sommersi davvero dalla
neve o non vedono davvero il sole per mesi e mesi come succedeva a Viganella, sopra
Domodossola, prima che piazzassero uno specchio di 40 metri quadrati che cattura i raggi
e li riflette sulla piazza del villaggio.
[…]
Chi vuoi capire come funziona faccia un salto a Mottola, dov'è la sede, e giri una per una
le stanze vuote fino a trovare qualcuno. «Cosa fate, esattamente?» «Cosa vuole che
faccia-mo... Abbiamo pochissimi soldi. Non è che ci sono margini per fare tante cose.»
«Quindi?» «Qualcosa qua e là... Poca roba.» «Ma il bilancio 2006 di quanto è stato?»
«Non so... Intorno ai 400.000 euro. Togli gli stipendi, togli le spese...» «Il presidente, per
esempio, che fa?» «Gira.» «Gira?» «Gira, si dà da fare per cercare di avere dei
finanziamenti.» «E ne raccoglie?» «Mah...»
[…]
Eppure non è solo la Puglia, ad aver giocato al piccolo montanaro. L'ha fatto la Campania,
che con poco più della metà degli ettari montagnosi della Lombardia ha quasi il doppio dei
dipendenti e quasi il triplo dei contributi pro capite. L'ha fatto la Sardegna, che era arrivata
ad avere 25 Comunità, alcune delle quali bizzarre. Come quella di Arci Grighine, con paesi
definiti nelle carte «totalmente montuosi» come Santa Giusta, che, a parte un pezzo del
territorio che si innalza all'interno, è sulle rive di uno stagno nella piana di Arborea, da O a
10 metri sul livello del mare. O quella di Olbia (Olbia!) che fino alla primavera del 2007
portava un nome assolutamente strepitoso, per una «Comunità montana»: Riviera di
Gallura.
[…]
Altro esempio: è normale che il ministro della Giustizia, come chiese un'interrogazione
parlamentare del diessino Francesco Carboni, possa andare in vacanza in uno dei posti
più belli del mondo, nel villaggio-vacanze nell'area della colonia penale di Is Arenas, in
Sardegna, costruito coi soldi trattenuti sugli stipendi delle guardie carcerarie che ne
fruiscono a rotazione? Roberto Castelli, accusato di averci portato anche il parentado e gli
amici, rispose piccatissimo che il suo comporta-mento era stato ritenuto corretto dalla
Corte dei Conti. Vero. Ma i giudici contabili dovevano rispondere solo a una domanda: se il
guardasigilli avesse rispettato la legge pagando il dovuto. Stop. Lo scandalo era un altro.
E stava nella fattura presentata dal senatore leghista al processo per diffamazione contro
sua villeggiatura. Tre camere matrimoniali: 19,37 euro l'una. Ventiquattro camere singole:
11,82 euro l'una. Meno che in una topaia sulla costa marocchina. Quello era il dovuto.
Fissato per agenti carcerari che però hanno già versato i soldi per la costruzione e
guadagnano un decimo di un senatore. Un decimo.
C'è chi dirà: non è vero. E citerà il sito di Palazzo Madama dove sta scritto che nel 2007
l'importo mensile della indennità «è pari a 5486,58 euro (prima del "taglio" della
Finanziaria 2006 era pari a 5941,91 euro), al netto della ritenuta fiscale (€ 3899,75),
nonché delle quote contributive per l'assegno vitali-zio (€ 1006,51), per l'assegno di
solidarietà (€ 784,14) e per l'assistenza sanitaria (€ 526,66). Nel caso in cui il senatore
versi anche la quota aggiuntiva per la reversibilità dell'assegno vitalizio (2,15% pari a €
251,63), l'importo netto dell'indennità scende a 5234,95 euro». Insomma, uno stipendio
buono ma non eccezionale.
Non è così. L'indennità è infatti solo una parte della paga vera e propria, come la
considera qualunque cittadino. E che comprende ogni mese un sacco di altre voci. Quali la
diaria: 4003 euro, meno 258 per ogni giorno di assenza ma solo «dalle sedute
dell'Assemblea in cui si svolgono votazioni qualificate» e solo se il senatore manca per più
del 70% delle votazioni nel-l'arco della giornata. Più il rimborso forfettario delle spese di
viaggio: 554 euro per chi risiede a Roma, da 1108 a 1331 per chi abita fuori a seconda se
sta a meno o a più di 100 chilometri dall'aeroporto o dalla stazione più vicini. L'aereo e il
treno so-no gratis.
Più 258 euro di «spese per viaggi internazionali d'aggiornamento». Più 346 euro per
«spese telefoniche». Più un «rimborso forfettario per le spese sostenute per retribuire i
propri collaboratori e per quelle necessarie a svolgere, anche nel collegio elettorale, il
mandato»: 4678 euro, in parte (1638) dati di-rettamente al senatore medesimo e in parte
(3040) al suo gruppo parlamentare. Fatti i conti, un senatore che vive a Roma e partecipa
con regolarità ai lavori incassa ogni mese 12.032 euro netti. Uno che vive a Potenza o a
Sondrio, coi rimborsi più alti, 12.809.
Sui dettagli e la differenza con la busta paga dei deputati e quella dei parlamentari europei
vi rimandiamo alle tabelle in Appendice: se n'è scritto e discusso così tanto che non vale la
pena di indugiare sul tema. I numeri dicono tutto. Giudichi il lettore. Ricordiamo, in breve,
solo quattro punti.
Il primo: tra i grandi Paesi occidentali l'Italia è quello col numero più alto di parlamentari
eletti. Senza contare i senatori a vita (come non contiamo i Lords, la cui assemblea non ha
i poteri della Camera dei Comuni ed è composta ancora in larghissima parte da gente
nominata) abbiamo un parlamentare ogni 60.371 abitanti contro ogni 66.554 in Francia,
ogni 91.824 in Gran Bretagna, ogni 112.502 in Germania, per non dire de-gli Stati Uniti:
uno ogni 560.747.
Il secondo: lo stipendio di un deputato è cresciuto dal 1948 a oggi, in termini reali e cioè
tolta l'inflazione, di quasi sei volte: era di 1964 euro allora (987 + 977 di diaria) ed è di
11.703 oggi. E non basta dire: «Ah! Altri tempi!».
Terzo punto: nessuno si avvicina ai 149.215 euro di stipendio base dei nostri deputati
europei. Non solo prendono oltre 44.000 euro più degli austriaci ma incassano quasi il
doppio dei tedeschi e degli inglesi, il triplo dei portoghesi, il quadruplo degli spagnoli... E la
lista, spiegano i senatori diessini Cesare Salvi e Massimo Villone nel libro Il costo della
democrazia, non tiene conto delle integrazioni, a partire dal rimborso delle spese di
viaggio per l'europarlamentare e i suoi collaboratori, «calcolato a forfait sul biglietto aereo
più costoso, senza vincolo di documentazione». Più
i collaboratori, di cui non solo non occorre documentare la retribuzione, ma neppure
l'esistenza». Più «indennità e benefit vari». Cioè: «3785 euro mensili come indennità di
spese generali; 571 euro come rimborso forfettario per le spese di viaggio ogni settimana
di seduta; 3736 euro annui per indennità di viaggio per motivi di lavoro; 268 euro
giornalieri come indennità di soggiorno; 14.865 euro mensili di indennità per gli assistenti
parlamentari». Insomma, chiudono i due autori: «Il calcolo di 30-35.000 euro al mese a
testa (tenendo conto delle variabili indicate) è quindi probabilmente approssimato più per
difetto che per eccesso».
Quarto punto: l'insofferenza di molti parlamentari verso chi calcola nel loro stipendio anche
i soldi per il collaboratore è spesso ipocrita fino all'indecenza. Lo dimostra il sereno distac-
co con cui i senatori hanno accolto ai primi di ottobre del 2006, votando svogliatamente il
suo ordine del giorno ricco di buone intenzioni ma privo di ogni efficacia, la denuncia in
aula di una matricola di Alleanza nazionale, Antonio Paravia: «Nei primi mesi di presenza
a Roma ho avuto modo di parlare con circa trenta giovani, diplomati, laureati, alcuni anche
con un doppio titolo di laurea, che hanno svolto, mi hanno detto, alcuni per pochi anni, altri
anche per un decennio e passa, la loro prestazione professionale sia per parlamentari di
Camera e Senato sia per il raggruppamento di centrodestra e di centrosinistra. Be-ne,
questi giovani hanno confessato candidamente di non avere nessun anno di contribuzione
previdenziale e assicurativa per-ché hanno sempre percepito tra i 500 e i 1500 euro al
mese, ma senza contribuzione, cioè in nero».
Ma come, direte, fanno le prediche e poi pagano sottobanco i collaboratori per i quali,
come abbiamo visto, prendono al Senato 4678 euro e alla Camera 4190 al mese? Esatto.
Il povero Paravia era sconvolto: come è possibile far lavorare in nero una persona che
«svolge la sua attività munito di badge identificativo rilasciato dagli uffici di questura dei
due rami del Parlamento» e con quello entra nei Palazzi della Camera e del Senato e usa
«in una sorta di comodato gratuito, uffici, arredi, strumenti, reti»?
Si era rivolto al ministero del Lavoro (del Lavoro!) rice-vendo la risposta che «c'è l'assenza
di una qualificazione normativa, cioè il parlamentare che vuole comportarsi corretta-mente
ha difficoltà a trovare uno strumento normativo di riferimento chiaro e preciso». L'aveva
chiesto ai colleghi senatori (senatori!) che gli facevano sorrisetti di cortese comprensione.
L'aveva chiesto al segretario generale (il segretario generale!) di Palazzo Madama, il
cavaliere di Gran Croce (lo specifica perfino nella pianta organica, oibò) Antonio
Malaschini. Il quale gli aveva precisato che «il contributo per il supporto di attività e compiti
degli onorevoli senatori connessi con lo svolgimento del mandato parlamentare, erogato
mensilmente, non ha alcun vincolo di destinazione rispetto a eventuali prestazioni
lavorative rese da terzi o a possibili configurazioni contrattuali». Per capirci: caro senatore,
ne faccia quel che le pare.
Una vergogna. Ingigantita dall'improvvisa e ipocrita «pre-sa di coscienza» seguita a un
servizio tivù delle Iene che a metà marzo del 2007 smascherava il giochetto dimostrando
che alla Camera su 629 collaboratori ufficiali quelli regolarmente as-sunti erano solo 54:
tutti gli altri erano pagati in nero. Quanto? «Il mio riccamente» rispondeva spigliata la
margheritina Cinzia Dato prima di sprofondare in un confuso balbettio alla richiesta di
maggiore precisione: «Ma... No... Chieda a lui...». «La politica ha dei grossi costi. Quindi
ognuno s'arangia» spiegava romanescamente il nazional-alleato Carlo Ciccioli. «Quanto
paga i portaborse?» «Quattro o cinquecento euro ar mese pe' fa 'na cosa. Quattro o
cinquecento pe' fanne 'n'antra...»
E il compagno Fausto Bertinotti? «Non lo sapevo.» Ma dài! «Non lo sapevo.» Cinque mesi
dopo la segnalazione in aula del senatore Paravia, se non lo avesse informato la tivù,
sarebbe rimasto ignaro: «Di fronte alla denuncia siamo intervenuti immediatamente».
Come? D'ora in avanti sarebbero entrati nei pa-lazzi solo i collaboratori a contratto. Però...
«Però serve una leggina» rispondeva Franco Marini. Quando? «Subito. Appena
possibile.» Bene, bravi, bis. Peccato che lo stesso identico problema, dopo un'altra
denuncia pubblica, fosse stato affrontato esattamente allo stesso modo dalla Camera già il
17 luglio dei 2003. Quando i questori avevano intimato ai deputati: «I rap-porti di
collaborazione a titolo oneroso dovranno essere attesta-ti, al momento della richiesta di
accredito, mediante la consegna agli uffici di copia del relativo contratto». Chiacchiere.
Solo chiacchiere in attesa che si calmassero le acque.