Massimiliano “Zaibach”1 La Democrazia moderna: storia e possibile evoluzione.
Definizione ed evoluzione del concetto di “Democrazia”
Il concetto di democrazia nasce nell’antica Grecia ai tempi di Aristotele, e dalla patria ellenica ne prende il nome che viene usato oggi sia nelle culture latine (in Italia: democrazia, nei paesi di lingua spagnola: democracia, in Francia: democratie) che quelle sassoni (UK, USA: democracy). La parola democrazia infatti si scompone in demos (popolo) e cratos (potere). Essa quindi letteralmente significa “potere del popolo”. Storicamente2 il concetto di democrazia si è evoluto in modo notevole. In epoca moderna hanno avuto grossa influenza le idee illuministe, le rivoluzioni del XIX secolo, in particolare la Rivoluzione francese con il suo motto di libertà, uguaglianza e fraternità. Sia la carta costituzionale americana del 1787 che quella francese del 1791 vertevano sul principio della separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario). Il suffragio universale, il primato della costituzione e la separazione dei poteri sono le basi della democrazia rappresentativa. Un'altra importante caratteristica delle democrazie moderne è la separazione tra Stato e Chiesa, cioè l'indipendenza da tutte le religioni. Questo principio è strettamente connesso con quello della laicità dello stato. In seguito si è diffuso il concetto che una democrazia moderna debba avere anche una stampa libera, evidenziando così un quarto potere. Per molti oggi ai poteri esistenti bisogna aggiungere delle authority, come quella che garantisce la concorrenza e quella che si occupa della privacy (riservatezza) dei cittadini e dei loro dati personali. Ma non bisogna dimenticare Sen3, indiano il quale chiarisce che la democrazia non è un'invenzione dell'Occidente: "Quella che va corretta è la tesi, frutto solo d'ignoranza, dell'eccezionalismo occidentale in materia di tolleranza". A questo proposito Sen cita l'editto di Erragudi, emanato nel III secolo AC in India, un manifesto alla tolleranza. In definitiva oggi il concetto di democrazia è visto in modo dinamico, come una necessità per la forma di governo di adattarsi agli sviluppi economici e sociali in modo da garantire al popolo i diritti fondamentali. A livello teoretico esistono due macro-tipi di democrazia: la D diretta, dove il popolo esercita direttamente il potere e la D indiretta dove il potere è esercitato dal Parlamento eletto dal popolo. La prima domanda che viene subito a mente è: quale potere è del popolo? In senso classicogiuridico i poteri principali sono tre: legislativo, esecutivo, e giudiziario. Essi sono sommariamente corrispondenti ai tre momenti dell’attività statale descritti da Aristotele: 1) quello in cui lo Stato detta le norme e le regole di condotta (momento primario); 2) quello in cui lo Stato assicura l'osservanza delle norme attraverso la risoluzione delle controversie e l'attuazione coattiva; 3) quello in cui lo Stato soddisfa bisogni collettivi attuando le norme da esso stesso poste. Più di recente tali “momenti” sono stati diversamente teorizzati da Montesquieu4 nel XVII secolo, che individuò nella separazione dei poteri il principio necessario per la tutela dei diritti dei cittadini. Le Camere, tipico organo legislativo, hanno anche funzioni di carattere amministrativo (approvazione del bilancio, nomina dei propri impiegati, inchieste, controlli sul Governo attraverso
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Il nick “Zaibach” deriva dall’anime “I cieli di Escaflowne”. Cfr: wikipedia.org, voce “democrazia” in italiano. 3 Amartya Sen, "La democrazia degli altri": perché la libertà non è un'invenzione dell'occidente, Milano, Mondadori, 2004. 4 Montesquieu, “De l'esprit des lois”, 1748.
interrogazioni e interpellanze) e di carattere giudiziario (decidono sulle cause di ineleggibilità e incompatibilità dei propri membri). Così, l'Esecutivo esplica anche funzioni legislative (leggi delegate, decreti aventi valore di legge, regolamenti in veste di d.P.R. e giudiziarie (il Presidente della Repubblica esercita il giudizio di grazia ex art. 87 della Costituzione). A loro volta, gli organi giudiziari esercitano funzioni amministrative, ad esempio in materia di volontaria giurisdizione. Il principio tendenziale della divisione dei poteri non è solo criterio di specificazione di organi e funzioni, ma è anche criterio di coordinazione per l'unicità dello Stato, che rimane uno e inscindibile.
Le forme di Governo delle Democrazie moderne
La Democrazia rappresentativa Le forme di Governo democratiche moderne sono molteplici anche se in via pratica quella più diffusa è la d. “rappresentativa”. La d. rappresentativa è una forma di governo nella quale gli aventi diritto (elettori attivi) eleggono dei rappresentanti per essere governati (in contrapposizione alla democrazia diretta). Sono democrazie rappresentative le democrazie in cui è presente un parlamento (assemblea legislativa). Le democrazie rappresentative si distinguono in democrazie parlamentari, se il parlamento ha i più ampi poteri (a partire dalla fiducia obbligatoria all'esecutivo, come ad esempio in Italia) oppure presidenziali o semipresidenziali se il presidente della repubblica (capo dello stato, vedi USA e Francia) ha poteri abbastanza estesi da essere concorrenziali a quelli dell'assemblea legislativa. Sono democrazie rappresentative anche le monarchie costituzionali. Negli ultimi anni un forte dibattito sulla crisi della d. rappresentativa ha investito in particolare l'America latina e l'Europa. A livello municipale, infatti, in Brasile, Italia e altri paesi sono in via di sperimentazione forme di maggiore coinvolgimento popolare (e dei corpi intermedi: sindacati, associazioni, ecc.) volte ad affiancare ai tradizionali organi istituzionali assemblee e altre forme consultive. Questo modello a metà tra la d. rappresentativa e quella diretta prende il nome di d. partecipativa. Il sistema parlamentare è un tipo di forma di governo della d. rappresentativa ed è la più diffusa in Europa. Essa si può distinguere in due modi: 1) Repubblica Parlamentare: il capo dello stato viene eletto direttamente dal parlamento in seduta comune, ed assume un'investitura temporanea; 2) Monarchia Parlamentare: la carica di capo dello Stato viene rappresentato dal re, designato per via ereditaria e dinastica. Tutte e due le forme di governo, comunque, sono articolate secondo la stessa fisionomia di tipo monastico: il potere si concentra in un unico organo, il Parlamento. Questo eletto direttamente dal popolo, non ha competenze soltanto legislative ma ha anche il compito di esprimere il governo e di controllarne l'operato. Infatti il governo, che detiene il potere esecutivo, è la rappresentazione della maggioranza del parlamento e da esso deve ricevere la fiducia ed è costretto a dimettersi se tale fiducia viene a mancare. Di contro al potere del parlamento, fa normalmente da contrappeso il potere, assegnato talvolta al governo e talvolta al capo dello stato, di sciogliere le camere e indire elezioni anticipate. In tali sistemi il ruolo decisivo lo assume la maggioranza parlamentare, ovvero la formazione dei partiti di coalizione che vincono le elezioni e quindi assumono il diritto di formare il Governo. Tra potere esecutivo e potere legislativo non vi è in genere contrapposizione: infatti il primo è formato dalla stessa maggioranza del secondo. Nel parlamento comunque sono presenti anche i partiti di opposizione che possono ostacolare l'azione di governo.
Le altre forme principali di democrazia Benjamin Constant definisce la d. diretta come quel esercizio collettivo ma diretto di molte funzioni della intera sovranità. Egli non aveva dubbi che quel esercizio “diretto” della sovranità si risolvesse “nel deliberare sulla piazza pubblica”, in assenza di significativi intermediari che si frapponessero fra il decisore e la decisione, e in regime di compresenza fisica dei consociati. Già prima le stesse cose le aveva scritte il grande avversario di Constant: anche per Rousseau una forma di governo fondata sulla sovranità popolare richiedeva il “popolo adunato”, tanto che la legge non approvata dal “popolo in persona” doveva ritenersi nulla e che l’intermediazione dei magistrati del popolo doveva essere ridotta al minimo. Sia il maggior critico sia il principale teorico della democrazia diretta (o, almeno, di quella che oggi non possiamo fare a meno di chiamare così, ma che certo non era definita tale dallo stesso Rousseau), dunque, vedevano nell’elemento della compresenza fisica del popolo il connotato essenziale di questa forma di governo. Tra la democrazia e il regime rappresentativo, poi, tutti i classici hanno sempre tracciato una nettissima linea divisoria, chiarendo la radicale differenza che le separa. Se è così, si deve allora riconoscere che l’espressione “democrazia diretta” è affetta da un pleonasmo e che l’espressione “democrazia rappresentativa” costituisce un ossimoro. Dove c’è d., infatti, c’è decisione popolare diretta (nel senso appena indicato). Dove, invece, vi è rappresentanza non v’è democrazia. La distinzione, ben tracciata, di là dall’Atlantico, da Madison (con la sua opposizione tra la “pure democracy” e la “republic”) trovò, peraltro, la sua più chiara formulazione in Sieyès, nel suo decisivo intervento alla Costituente, il 7 settembre del 1789: il “concours immédiat” alle decisioni pubbliche è quello che “caractérise la véritable démocratie” ; il “concours médiat”, invece, “désigne le gouvernement représentatif”. Pertanto, “la différence entre ces deux systèmes politiques est énorme”. Di d. partecipativa invece bisogna parlare in tutti quei casi in cui la legge prevede istituti di partecipazione popolare che, come i nostri referendum, sono inseriti in alcune costituzioni rappresentative. Quando questi istituti di democrazia partecipativa si innestano sul tronco del sistema rappresentativo, quel che si genera è un sottomodello rappresentativo – plebiscitario ossia un sottomodello rappresentativo - partecipativo, nel quale il popolo ha sia il potere di eleggere i propri rappresentanti, sia quello di partecipare con appositi istituti alle decisioni pubbliche, sino a poter procedere anche alla loro “diretta” assunzione attraverso specifiche votazioni. Quando si parla di “istituti” di partecipazione non lo si fa casualmente: la partecipazione che caratterizza il sottomodello in questione è, appunto, partecipazione istituzionale, e cioè tramite istituti giuridicamente previsti e regolati e con effetti rivolti direttamente alle istituzioni. Il tratto essenziale del sottomodello rappresentativo - partecipativo, dunque, sta nel non prevedere soltanto le elezioni, ma anche la partecipazione istituzionale. Parlando di un paradigma rappresentativo - partecipativo, pertanto, il termine partecipazione è impiegato in senso non generico, ma puntuale, riferito specificamente alla partecipazione istituzionale. Dopo aver brevemente e molto sommariamente analizzato non è inutile ricordare che l’Italia ha una forma di d. rappresentativa con innesti di d. partecipativa. La forma di governo della Repubblica italiana è descritta nella parte seconda della costituzione in cui vengono descritte le modalità di elezione delle due Camere che compongono il Parlamento, la loro durata e il loro funzionamento e poteri. Il carattere “rappresentativo” della nostra democrazia è
chiaro ed emerge dagli artt. 56, 57, 58, 615 in cui è evidente il ruolo di “elettorato passivo” (gli eletti) ed “elettorato attivo” (gli elettori), rapporto che poi è chiarito e sottolineato dal dettame derubricato sotto l’art. 67 Cost. (“Ogni deputato e ogni senatore rappresenta la Nazione e la Repubblica ed esercita le proprie funzioni senza vincolo di mandato”). Tale dettame è evidente che svincola in ogni modo l’eletto da qualsiasi mandato; nonostante si parli comunemente di "mandato parlamentare", la Costituzione vuole impedire che ogni parlamentare si senta legato ai suoi elettori da un vincolo (appunto il mandato, con cui ci si obbliga a svolgere un'attività nell'interesse di un'altra persona), che gli impedisca di operare per il benessere di tutti i cittadini.
La crisi della Democrazia partecipativa
Il distacco tra la politica e i cittadini L’evoluzione recente della democrazia partecipativa ci fa pensare che il modello in questione stia attraversando un periodo di crisi che rischia di ingigantirsi fino a collassate in forme di temporanea anarchia col ripristino di regimi, seppur “democratici”, molto più autarchici, dove cioè il potere si accentra non solo in mano ai rappresentanti parlamentari ma in capo all’esecutivo. I “sintomi” di tale distacco sono molteplici: c’è disinteresse dei cittadini dalla politica, non si ricorre quasi più ai mezzi di democrazia “partecipativa”, è in calo l’affluenza alle urne (a parte le ultime politiche). In merito al primo punto possiamo certamente adoperare il mezzo mediatico come “termometro” dell’interesse pubblico: i dibattiti politici hanno smesso di avere fascino. Questo quadro emerge da una indagine dell'Istat, secondo cui nel 2005 l'ascolto delle tribune politiche ha subito in media un crollo del 35% rispetto ai dati di share che si registravano 15 anni fa. Questo è un segnale certo di disinteresse degli elettori non solo per la politica ma per la vita istituzionale in toto. I dati del distacco degli italiani emergono da un'indagine su partecipazione politica e astensionismo realizzata su richiesta della Commissione nazionale per le pari opportunità. Il drastico passaggio dal 34,7 per cento di ascolti delle trasmissioni politiche negli anni '90 al risicato 22,3 dell'anno scorso fa dire all'Istat che "il linguaggio della politica è sempre più lontano dalla gente". Il calo di attenzione verso la vita politica del paese interessa la società in maniera trasversale, senza distinzioni tra fasce d'età, classi sociali e zone del paese. Gli esperti infatti evidenziano sensibili riflessi anche sul comportamento quotidiano delle persone. Tant'è che tra gli italiani diminuisce la frequenza con cui
Art. 56: La Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto. Il numero dei deputati è di seicentotrenta, dodici dei quali eletti nella circoscrizione Estero. Sono eleggibili a deputati tutti gli elettori che nel giorno delle elezioni hanno compiuto i venticinque anni di età. La ripartizione dei seggi tra le circoscrizioni, fatto salvo il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero, si effettua dividendo il numero degli abitanti della Repubblica, quale risulta dall'ultimo censimento generale della popolazione, per seicentodiciotto e distribuendo i seggi in proporzione alla popolazione di ogni circoscrizione, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti; Art. 57 Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale, salvi i seggi assegnati alla circoscrizione Estero. Il numero dei senatori elettivi è di trecentoquindici, sei dei quali eletti nella circoscrizione Estero. Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sette; il Molise ne ha due, la Valle d'Aosta uno. La ripartizione dei seggi tra le Regioni, fatto salvo il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero, previa applicazione delle disposizioni del precedente comma, si effettua in proporzione alla popolazione delle Regioni, quale risulta dall'ultimo censimento generale, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti; Art. 58 I senatori sono eletti a suffragio universale e diretto dagli elettori che hanno superato il venticinquesimo anno di età. Sono eleggibili a senatori gli elettori che hanno compiuto il quarantesimo anno; Art. 61 Le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti. La prima riunione ha luogo non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni. Finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti.
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si parla di politica, e tra quelli che almeno una volta a settimana ne discutono si passa dal 37,1 per cento del '93 al 32,8 del 20056. Ma del resto: c’è da sorprendersi di tali dati? Per le politiche del 2006 il 30% del tempo è stato dedicato alla tassazione sulle rendite finanziarie. Ora: il 15% della popolazione è alle soglie di povertà, sopravvive appena, il 45% ha un reddito nella media, e solo l’8% è al di sopra della media di reddito nazionale. Ora, c’è da aggiungere che l’80% delle famiglie ha una casa di proprietà e il 60% lascia giacere i propri risparmi in banca7. Bene, chi ha veramente soldi da investire e che è interessato dalla tassazione delle rendite finanziarie? Il 3%? Il 4% della popolazione? Bhè questo era un esempio lampante, ma, sempre a proposito delle scorse elezioni, quanto è stato lo spazio dato a scuola, istruzione, cultura, sport, innovazione, scienze e tecnologie? L’Italia è un Paese fermo, abbiamo crescita pari a zero, dovremmo investire in giovani, cultura, istruzione e industria pesante, e i politici come reagiscono? Parlano di rendite finanziarie, fanno provvedimenti per i loro amici (vedi indulto allargato a reati contro pubblica amministrazione o condannati per reati mafiosi nelle commissioni antimafia), è ovvio che la gente non li ascolti e vi sia distacco! L’affluenza alle urne è in calo, lo è negli USA, lo è drammaticamente in GB, lo è anche in Italia. Unico dato in controtendenza sono le elezioni politiche del 2006 rispetto a quelle del 2005 in cui l’affluenza raggiunse l’83% contro l’81% del 2005 ma alle comunali l’affluenza è scesa al 64% e alle regionali al 67%, rispetto il 70% e 73% delle elezioni precedenti. Negli strumenti di democrazia partecipativa il crollo è mostruoso: dal 60% del 1995 al 21% del 20058!I motivi del calo sono evidenti:la consultazione popolare è stata resa vana più volte da una legislazione contraria del Parlamento! Possibili cause del distacco Ma cosa ha causato tale distacco tra classe politica e cittadini? Dalla nascita della Repubblica Italiana i parlamentari in nome di una giusta e giustificata libertà di agire una volta eletti in Parlamento hanno goduto della protezione Costituzionale sancita dall’art. 67 in cui si sancisce “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” (vedi sopra). Tuttavia col passare delle legislature essi, non in toto ma in parte significativa, hanno perpetuato una politica spesso scostante con le loro promesse, più largamente conosciute come programmi politici, causando, scontenti malumori e ripensamenti nell’elettorato attivo. Senza contare quanto detto sopra circa il distacco tra tali programmi e i reali interessi dei cittadini. L’unico rimedio che è dato avere all’elettore è, in sede elettorale, quello di poter votare una coalizione diversa rispetto a quella della precedente legislatura. Tuttavia tale coalizione è, sempre o quasi sempre o quanto meno di fatto, una unica. Come a dire che all’elettore è dato scegliere solo tra colazione A o coalizione B poiché, come è stato dimostrato un terzo polo in Italia non è possibile. Tale impossibilità non è data da un difetto legislativo ma una legittima scelta effettuata secondo le nostre regole democratiche. La nostra forma di democrazia rappresentativa si è dimostrato nel trascorso dei tempi insufficiente o quantomeno improprio. Esso è infatti inadeguato per essere intrinsecamente riduttivo e vincolante. Nella prima repubblica, de facto, si sceglieva tra “a” (DC –con innesti del PRI, PLI, PSDI, e dal ’63 con moro col PSI ) o “b”. Dopo tangentopoli degli anni ’90 si sono affermati altri due schieramenti dal 1995 (noti ora come Ulivo e Cdl). Quindi l’elettore si è trovato, nel corso dei tempi, e parallelamente con le altre democrazie occidentali ad affrontare una scelta in senso quasi esclusivista, o rosso o nero, senza sfumature di grigio che abbiano mai rappresentato una vera alternativa portante. Come accennato in precedenza, la mancanza di scelta è data da una legittima seppur convogliata scelta democratica.
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Cfr. “Repubblica” del 20 Febbraio 2006. Fonte: ABI. 8 Tutti i dati sulle affluenze sono del ministero dell’interno.
Però tale consapevole mancanza di scelta ha indotto i partiti a essere coscienti della loro forza tanto da rendere le scelte del Paese non tanto decise dal Governo o dal Parlamento ma dai Partiti o dal consiglio dei Partiti della coalizione dominante. La conseguenza di tale consapevole forza comporta un arbitrario quanto scadenzato e continuo disattendimento dei programmi politici illustrati in sede di propaganda elettorale, ormai al solo fine di conquistare il potere per scopi (salvo taluni casi) personali e clientelari.
La crisi di tangentopoli degli anni ’90 e la sostanziale impunità di cui hanno goduto i membri parlamentari di allora dimostrano come il bene del paese di cui tutti i politicanti si riempivano e riempiono la bocca non è de facto presente in tutti i nostri ex e forse attuali amministranti. Focalizzando il discorso sugli amministratori attuali il discorso da storico diventa cronistico-politico con tutte le polemiche e i dibattimenti che si porta dietro. Brevemente (ma ci sono migliaia di pagine di documentazione su entrambe le parti) si può dire che gli innumerevoli fatti di incompatibilità dei due leaders coi loro ruoli è sufficiente a dimostrarne l’inadeguatezza al ruolo in sè, senza dover analizzare la loro azione. Riassumendo: i cittadini scelgono liberamente il partito e lo schieramento che ritengono qualificato a governare, lo schieramento vincente (dal ’95 in poi) regolarmente e facilmente disattende i programmi da lui reclamizzati (tanto che dal 1995 in poi c’è sempre stata alternanza al governo), l’elettore per reazione a fine legislatura vota lo schieramento all’opposizione. Questo meccanismo risulta inefficiente poiché lo schieramento vincente non soddisfa mai i propri programmi. Il difetto è palese e la causa è evidente: l’elettore non ha alcun controllo sull’operato dell’eletto e i parlamentari hanno avuto premura di dotarsi di immunità in modo da proteggersi anche dalla magistratura. L’art. 67 e le immunità penali parlamentari rendono la nostra democrazia monca, e a ciò bisogna porre rimedio.
Possibili sviluppi futuri della Democrazia
Un assetto costituzionale diverso Una possibile ed immediata soluzione (che non esclude rimedi più utopici e radicali quali la democrazia diretta, la democrazia consapevole) potrebbe essere l’abolizione della non vincolatività del mandato parlamentare unitamente a una elezione diretta circoscrizionale dei parlamentari. In un epoca in cui la nostra libertà di cittadini viene continuamente violata e limitata, seppur in funzione della nostra sicurezza personale o della nostra salute, non appare a chi vi scrive che una limitazione della libertà dei parlamentari sia scandalosa vista in funzione di una migliore (in realtà oserei dire sufficiente) gestione della res pubblica a noi tanto cara. Certamente, nodo centrale problematico, vi sono degli ostacoli non insormontabili da definire. Innanzi tutto c’è da chiedersi: nel caso in cui un parlamenta sia vincolato al suo mandato, in che misura dovrà egli rispettare il suo programma? E in che casi potrà non osservalo? E, ancora, in caso di problema sopravvenuto, che atteggiamento dovrà tenere? E, last but not least, come agire per revocare il mandato? Con quali modalità? E come provvedere alla sua sostituzione? E’ in relazione a tali quesiti che l’elezione si rende necessaria solo in caso di elezione diretta nominale del parlamentare, senza dover eleggere un solo membro dal parlamento da ciascuna circoscrizione elettorale.
Terzo elemento necessario al nuovo sistema sarà poi la non segretezza del voto in Parlamento per conoscere e capire il comportamento del proprio eletto. Riassumendo. Una circoscrizione elegge uno o più candidati, con la possibilità di scelta del candidato da parte di ciascun elettore. Il (I) candidato(i) eletto manifesta il suo voto in Parlamento sempre in modo palese, in modo che il suo comportamento sia vagliabile e sindacabile. Nel caso in cui egli disattenda il suo programma la sua circoscrizione potrà, con determinati limiti necessari, con determinate modalità, quorum e tempi (non si può revocare un mandato ogni giorno, ma bisognerà pur dare un certo periodo di tempo all’eletto per porre in essere un comportamento politico all’interno di un contesto generale temporale) revocare il mandato all’eletto e procedere repentinamente a una pronta sostituzione, anche di un membro dello stesso schieramento o dello stesso partito.
Epilogo al prologo Come mi è stato fatto notare questo mio breve testo, questa mia breve analisi è certamente superficiale e, senza dubbio, non completa. E’ fondamentale capire tuttavia che il testo di questo brevissimo paper vuole semplicemente focalizzare il fatto che la nostra democrazia rappresentativa è malfunzionante in modo cronico e, oserei dire, congenito. Volevo infatti porre l’accento su come il sistema col passar del tempo si renda sempre meno idoneo e rispondente alle necessità sociali. Altro punto focale è volevo informare che un sistema diverso, funzionante, e migliore è possibile. Su ho menzionato un “tarlo”: l’art. 67. Non pretendo che esso sia il male di tutto né che una sua modifica sia la soluzione finale e risolutiva di ogni problema, credo solo che potrebbe essere una cambiamento efficiente. E’ questo il motivo per cui questo ultimo paragrafo è intitolato “epilogo” (=fine del discorso) al prologo (=premessa), poiché tutto ciò che precede vuole essere un punto di partenza e al massimo di “suggerimento” per un eventuale sviluppo del presente lavoro. Perciò se volete portare proposte fate pure.