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chimica e arte

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chimica e arte
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11/26/2011
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Italian
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chimica e arte







• gianni michelon

• università ca’foscari

• venezia

vedere, guardare, osservare

• ci sono edifici, monumenti, opere d’arte vicino ai

quali passiamo spesso, ma senza osservarli con

attenzione

• osservare con attenzione significa anche

osservare i particolari, guardare cioè anche con

occhio “scientifico”, non solo “estetico” ciò che

ci circonda

• vi proporrò perciò alcune immagini di “cose” che

sembreranno rarità e sono invece esempi

comunissimi; faremo ipotesi scientifiche sui

fenomeni e cercheremo ragionevoli soluzioni

possibili (di carattere meccanico o chimico)

un laboratorio:Venezia

• problemi che riguardano il degrado di edifici,

statue, monumenti, materiali, si presentano

dovunque

• Venezia li presenta in modo macroscopico anche

perché quasi tutti questi problemi sono legati

alla presenza dell’acqua

• se ci trovassimo in ambiente “anidro” quasi tutti

scomparirebbero, ma… non ci saremmo nemmeno

noi!

• ed ora qualche immagine su cui discuteremo:

mattoni 1

mattoni 2

mattoni 3

mattoni 4

mattoni 5

sculture 1

sculture 2

pietra 1

pietra 2

pietra 3

metalli su pietra

osservazioni

• che cosa avete notato di “anormale”?

• per esempio:

• incrostazioni bianche sui mattoni (di che cosa?)

• parziale demolizione dei mattoni (perché?)

• distacco di intonaco dai mattoni (come mai?)

• pietra bianca con macchie scure (di che natura e

in quali zone dell’opera?)

• sculture che hanno perso loro parti (perché? e

quali?)

qualche domanda…

• quali ipotesi si potrebbero fare sui fenomeni?

• è possibile confermarle?

• è possibile programmare interventi per

eliminare/ridurre i problemi?

• secondo quali criteri?

• la chimica potrebbe servire? da sola oppure no?



• la storia della chimica e della tecnologia può

aiutare, come anche qualche nozione di chimica

fisica delle soluzioni…

qualche risposta sui mattoni…

quelle incrostazioni bianche sono costituite di sali

marini (basta fare una semplice analisi)

• come mai ne troviamo così tanti sui mattoni di

Venezia?

• è colpa della “risalita capillare”

• la soluzione di sali (acqua della laguna) penetra

nei pori fino ad arrivare in superficie: qui parte

del solvente evapora; quando si arriva alla

saturazione, i sali iniziano a cristallizzare

• è un problema solo estetico?

il degrado dei mattoni…

a parte che non è “bello” vedere queste patine bianche sul

rosso del mattone… c’è qualcosa di ancora più grave:

• molti sali sono igroscopici (vedi NaCl) e mantengono

perciò umida la muratura

• alcuni sali possono diventare “idrati”, aumentando il

volume e spaccando il mattone se si trovano al loro

interno

• se tra mattone e rivestimento esterno si ha

efflorescenza salina, questa può provocare il distacco

del rivestimento (oppure la soluzione è costretta a

salire ancora più su)

• che fare?

qualche soluzione…

è evidente che sarebbe auspicabile eliminare la

risalita (se non si può eliminare l’acqua)

si può pensare a tecniche come:

• taglio orizzontale del muro (tecnica meccanica)

• tecnica cuci-scuci con mattoni impermeabilizzati

(mista, meccanica-chimica)

• impermeabilizzazione diretta della muratura con

materiali idrorepellenti fluidi (chimica)

• come si interpreta teoricamente l’intervento dal

punto di vista chimico?

interpretazione chimico-fisica…

la risalita capillare è dovuta all’interazione

dell’acqua con le pareti polari dei pori

• per eliminare o ridurre l’interazione occorre

rendere meno polari (o apolari se possibile) le

pareti dei pori; come indagare sulla polarità?



a: su superficie polare a

b: su superficie protetta

c: su superficie apolare a: angolo di contatto



forze di adesione e di coesione

un esempio semplificato…

il mattone è costituito di silicati, perciò la

superficie ultima dei pori presenterebbe solo

atomi di ossigeno:

Si ma essendo umido l’ambiente, per

O somma di H2O, avremo invece

Si ossidrili OH

gli OH interagiscono con l’acqua

Si OH

della soluzione mediante legami H; è

Si OH come se l’acqua potesse

arrampicarsi lungo le pareti dei pori

come si potrebbe fare?

visto che il problema sta nella polarità degli OH,

dovremmo cercare di renderli “passivi”, non polari

se li facessimo reagire, per esempio, con qualcosa

di “apolare”, avremmo risolto il problema:

Si OH Cl CH3 -2HCl Si O CH3

+ Si Si

Si OH Cl CH3 Si O CH3



il reagente si chiama dimetil dicloro silano e il

processo “silanizzazione”

passiamo a intonaci e pietre

• risale ad oltre due millenni fa la scoperta delle

capacità “adesive” delle malte:

calore (T=800-900°C)

CaCO3 CaO + CO2



+H2O

+CO2

lentamente!

anche 9-12 mesi



Ca(OH2)

che può succedere?

• malte, intonaci, pietre calcaree, sono costituite

di (o contengono) carbonato di calcio:

SO2 da combustione + ossidazione



SO3 in acqua

CaCO3 CaSO4 + CO2

+H2O





CaSO4 2H2O

gesso

e che differenza c’è?

• calcare (CaCO3) e gesso (CaSO42H2O) hanno

volumi diversi e solubilità diversa (il gesso è più

di 100 volte più solubile del calcare) perciò:

• il gesso viene portato via dall’acqua piovana

molto più facilmente (parte del materiale se ne

va via e si perdono i profili, se sono statue)

• a causa dell’aumento di volume quando il solfato

di calcio diventa gesso, si spacca la struttura

della pietra

ma cosa avevamo notato?

• che alcune opere avevano perso loro parti ma

soprattutto che alcune presentavano zone più

scure della pietra di cui sono fatte

• da una osservazione più accurata si può notare

che le parti più scure corrispondono a zone più

protette dall’acqua piovana

• sembra cioè che le zone chiare siano state

ripulite dalla pioggia…

• che sia vero? e perché?

una risposta c’è

• l’ipotesi che è stata fatta è che le parti scure,

chiamate “croste nere”, possano essere portate

via dalla pioggia; ma allora, di che cosa sono

fatte, visto che il resto dell’opera non viene

portato via? come si può fare per conoscerne la

composizione?

• si può fare una serie di analisi anche con

strumenti complicati (spettri RX, Auger, massa,

analisi chimiche, microscopio elettronico,…)

• e che cosa si è riscontrato?

cosa sono le croste nere?

• le croste sono essenzialmente costituite da:

• un supporto di gesso (CaSO42H2O proveniente

dal degrado del calcare) che ne è la parte

principale e mantiene, provvisoriamente, la

forma iniziale

• particelle di carbonio attivo (proveniente da

combustione imperfetta, da smog),

• micro particelle metalliche (Fe, Co, Ni, Pd, Pt,

ecc. ora anche dalle marmitte catalitiche)

• queste particelle catalizzano l’ossidazione di

SO2 a SO3 e accelerano perciò il degrado

cosa fa la pioggia?

• l’effetto del dilavamento da parte della pioggia

è quello di solubilizzare il supporto di gesso e di

portare via, assieme alle particelle nerastre,

anche una non indifferente quantità di

materiale:

• la conseguenza è che l’opera d’arte (statua o

monumento o decorazione edilizia) perde il suo

disegno, il profilo, e tende a diventare informe e

arrotondata

• dove la pioggia non arriva, resta la crosta nera,

ma anche, almeno per un certo tempo, la forma…

cosa si potrebbe fare?

• l’ideale sarebbe proteggere l’opera dalle piogge

acide, dallo smog, dal dilavamento; per esempio

trasferendola al coperto in zona protetta

• ciò si può fare però solo con statue (e non

sempre), ma non con monumenti (che però

perdono meno i loro profili: spesso ci si limita a

pulire le superfici con acqua nebulizzata, non

sabbiature, che asportano troppo materiale)

• alternativa: operare sul posto risanando l’opera,

bloccando il degrado (non ricostruendo!) e

proteggendola da degrado ulteriore

• ma come? e qui torna il chimico!

che tipi di interventi?

• l’intervento può essere complesso e prevedere

diverse fasi (in sequenza rigida, però, e dopo

accurate indagini preliminari):

• consolidamento della crosta (se sotto la crosta

c’è vuoto, anche riempimento) con sostanze

consolidanti adatte

• pulizia superficiale (acqua nebulizzata, tamponi

con sostanze sgrassanti e assorbenti)

• impregnazione del materiale con sostanze

idrorepellenti (impediscono all’acqua di sostare)

e traspiranti (permettono al vapore acqueo di

uscire)

uno può fare come vuole?

• certamente no: anche se in passato sono stati fatti

danni irrimediabili

• l’UNESCO ha definito una serie di regole da rispettare

• la prima e più importante è che l’intervento deve sempre

essere reversibile (si deve poter eliminare il materiale

usato per la protezione)

• ciò significa che alcune sostanze sono assolutamente

proibite (per es. resine epossidiche, insolubili…)

• un’altra regola impone anche una accurata ricerca di

carattere storico sull’opera e sui materiali usati, e di

utilizzare possibilmente materiali uguali (stessa cava di

marmo, per esempio…): lavoro interdisciplinare!

chi si interessa di queste cose?

• vista la necessità di individuare sempre nuove

tecniche analitiche e di indagine, di creare

materiali nuovi più efficaci, più duraturi, più

protettivi, meno dannosi, più reversibili

• ci sono gruppi di ricerca universitari e privati

che fanno effettiva ricerca sui materiali

• ci sono poi aziende che effettuano i lavori di

restauro e che sperimentano anche sul campo

tali materiali o nuove tecniche, spesso in stretta

collaborazione con l’università

• sono solo questi i campi in cui la chimica è attiva

per il restauro?

chimica del restauro

• abbiamo parlato solo di qualche esempio, ma la

chimica opera anche nel restauro di:

• affreschi (tematiche simili a quelle degli

intonaci, ma molto più complesse)

• dipinti a olio, su tela o legno

• materiali cartacei (manoscritti antichi)

• opere in legno (mobili, intarsi, statue)

• vetri (vetrate romaniche e gotiche)

• opere in metallo (tipo la torre Eiffel)

• ecc.

spunti didattici

partendo da questi esempi nel settore del restauro, poiché

si tratta di problemi reali e perciò interdisciplinari, si

può creare motivazione alle studio di vari temi in vari

settori disciplinari, per esempio:

 chimica (reazioni redox, di precipitazione, acido base,

prodotti di solubilità, cinetica chimica, equilibri in fase

gassosa, polarità dei materiali, polimeri organici…)

 fisica (capillarità e angolo di contatto liquido/solido,

variazioni di volume di sali, solubilità, …)

 biologia (sviluppo di muffe e batteri, e biochimica…)



 tecnologia (interventi di consolidamento e di protezione

dei manufatti, pulitura di superfici…)

conclusioni

partire da un problema reale (di carattere ambientale,

territoriale, sanitario, alimentare, ecc.) anziché da un

“programma” precostituito;

far lavorare gli studenti per cercare di capire che cosa

serva loro, dal punto di vista scientifico, per riuscire a

interpretare i fenomeni e per cercare di risolvere il

problema

è utile per motivarli ad apprendere concetti, metodi e

procedure di carattere chimico e a creare connessioni

tra di essi per avere una chiave di lettura della realtà

la conoscenza chimica diventa così concreta ed utilizzabile

(e non solo utile per superare una prova od un esame…)


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