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FILOSOFIA

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FILOSOFIA
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11/25/2011
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Italian
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Cristina Di Meo

Liceo Classico S.Weil

a.s. 2007/2008 III C









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Sommario





Introduzione 3



Latino e Greco 5



Italiano 15



Storia dell‟Arte 22



Filosofia 27









Bibliografia 37



Sitografia 38









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INTRODUZIONE



Ho scelto di sviluppare questo percorso interdisciplinare attorno

l’argomento della magia e della superstizione con l’intento di mostrare

come le credenze superstiziose, i riti e il mondo del magico in generale

non siano soltanto caratteristica delle popolazioni primitive e del mondo

antico ma siano parte integrante della cultura antica così come di quella

contemporanea. Il percorso si articola a partire da uno sguardo sul

mondo della letteratura, dove ho messo in luce il tributo nei confronti

della magia a partire da Omero sino alle avanguardie letterarie di inizio

Novecento e alla produzione romanzesca moderna. Lo sguardo passa poi

al mondo dell’arte dove, a partire da un’opera di Breton ,intitolata

“L’arte magica”, mi sono addentrata nelle due correnti artistiche del

Surrealismo e della Metafisica che, più di molte altre, sono in grado di

rigenerare la magia che, secondo Breton, genera l’arte. Infine ho scelto di

collocare in chiusura della tesina, come summa degli aspetti affrontati

nelle varie discipline, la sezione di filosofia. L’antropologia e la sociologia

hanno dedicato volumi interi alla storia dell’uomo, alle credenze e ai

culti che hanno favorito lo sviluppo della società.

L’antropologo Frazer, ad esempio, ha cercato di rintracciare nelle

credenze magiche prima e in quelle religiose poi il senso di una utilità

sociale. Gli innumerevoli casi etnografici che egli descrive nelle proprie

opere sono tutti tesi a dimostrare come in certe razze e in determinate

epoche della loro evoluzione alcune istituzioni che tutti noi, consideriamo

benefiche, si fondino almeno in parte sulla superstizione. Molte tra le

nostre principali istituzioni civili hanno potuto derivare gran parte della

loro forza da credenze che noi saremmo pronti a condannare come

assurde.

Se la superstizione contribui a mantenere in vigore quelle istituzioni che,

sole, garantiscono la sopravvivenza della società, non vi è dubbio che

essa sia al servizio di un intrinseco bisogno di sicurezza dell’umanità.

La magia e l’esoterismo non sono scomparsi , sono ancora parti

integranti della quotidianità del nostro XXI secolo. Il passaggio di un

gatto nero, lo specchio rotto, il sale versato, l’abbigliamento rosso di

capodanno e le lenticchie con il cotechino per propiziare un anno “ricco”

…che tali sopravvivenze siano riscontrabili in diverse nazioni civili

nessuno lo mette in dubbio. Quando leggiamo di una donna irlandese cui

il marito avrebbe dato fuoco per il sospetto che non fosse sua moglie ma

che fosse stata sostituita con arti magiche (questo accadde nella contea di







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Tipperary nel marzo 1895 a Ballyvadlea) o ancora della donna inglese

morta di tetano perché aveva medicato il chiodo che l’aveva ferita

invece della ferita stessa (questo accadde a Norwich nel giugno 1902),

possiamo stare certi che le credenze di cui quelle povere creature caddero

vittime non le avevano apprese a scuola né in chiesa ma fossero state

tramandate loro da antenati davvero selvaggi. Se ci chiediamo come le

superstizioni permangono in una popolazione che in generale ha

raggiunto un livello alto di cultura la risposta va cercata nella naturale

disuguaglianza fra gli uomini.

Le superstizioni sopravvivono perché in cuor loro gli uomini sono ancora

barbari e selvaggi. Ciò spiega perché le barbare punizioni inflitte per alto

tradimento o per stregoneria, siano state tollerate fino a pochi secoli fa.

In Inghilterra le streghe venivano bruciate pubblicamente e i traditori

squartati pubblicamente, mentre la schiavitù è sopravvissuta ancora più

a lungo come forma legalmente riconosciuta. Nella società civile le

persone più colte non hanno nemmeno idea di quante reliquie

dell’ignoranza selvaggia sopravvivano alle loro porte.









“E con che faccia ci presenteremo noi, della nostra generazione al tribunale

della posterità, imputati di alto tradimento nei confronti del genere umano per

aver trascurato lo studio dei nostri simili a favore delle stelle o dei deserti di

ghiaccio dei poli, come se il ghiaccio polare fosse sul punto di sciogliersi e le

stelle dovessero smettere di brillare alla nostra morte?” (James George Frazer)









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LATINO E GRECO

L’Eneide: un viaggio magico tra la terra di Cuma e il mondo sotterraneo dell’Ade.



Il VI libro

LA SIBILLA CUMANA

La prima sezione del sesto libro dell‟Eneide è forse una tra le più suggestive dell‟intera opera.

L‟incombente presenza divina si manifesta nell‟estasi mitica della Sibilla, il personaggio centrale,

nel paesaggio surreale di Cuma e dei Campi Flegrei, nel miracolo fatato del ramo d‟oro, lo strano

talismano di vita e di morte che accompagnerà Enea nel suo viaggio sotterraneo.

Enea, dopo essere approdato a Cuma, si reca al tempio di Apollo, che si erge sulla rocca della

città. È intenzione di Enea incontrare la Sibilla, profetessa figlia di Glauco, che ispirata dal dio

Apollo, dà i suoi responsi nell‟antro sottostante il tempio: da lei l‟eroe troiano vuole sapere quale

sarà il suo futuro nella terra dove è finalmente giunto. Mentre Enea si sofferma ad ammirare i

rilievi che ornano le porte del tempio, sopraggiunge la Sibilla che lo invita a sacrificare sette

giovenche e sette pecore, secondo il rituale, per accedere poi senza indugi nell‟antro profetico.

Scavato nell‟immenso fianco della rupe, perforato da cento fenditure dalle quali escono, come da

bocche della roccia, i responsi emessi nei recessi più interni (secreta), lo speco fa da cornice alla

figura della Sibilla. L‟aspetto e le parole della maga ispirano un sacro terrore in chi si reca a

consultare l‟oracolo. All‟approssimarsi del dio, la sacerdotessa cambia aspetto e colore, i suoi

lineamenti si contraggono, i suoi movimenti diventano scomposti e i capelli ricadono in

disordine. La voce non ha più nulla di umano. Un gelido brivido di religioso terrore (tremor)

corre per le ossa dei Teucri. La descrizione dell‟antro, avvolto da una perturbante aura di mistero

sovrannaturale, unitamente al delirio estatico della profetessa, introduce al clima “infero” del

canto, che è certo, fra i canti del poema, quello più pervaso da un‟ispirata e tenebrosa sacralità.





Excisum Euboicae latus ingens rupis in antrum

quo lati ducunt aditus centum, ostia centum,

unde ruunt totidem voces, responsa Sibyllae.

Ventum erat ad limen, cum virgo ait, cui talia fanti

ante fores subito non voltus, non color unus,

non comptae maniere comae; sed pectus anhelum,

et rabie fera corda tument; maiorque videri

nec mortale sonans, adflata est numine quando

iam propiore dei. ait . Et talia fata

conticuit.









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“ Un fianco della rupe euboica è tagliato a (formare) un antro immenso, verso il quale conducono cento larghi passaggi, cento

imboccature, dalle quali erompono altrettante voci, i responsi della Sibilla. Si era giunti alla soglia quando la vergine: . E a lei che diceva tali parole davanti alle porte cambiò

all‟improvviso il volto, cambiò il colore, si sciolsero i capelli. Ma il petto diviene ansante e il cuore selvaggio si gonfia di furore.

E‟ più alta a vedersi ed emette suoni non umani, poiché è ispirata dal nume del dio ormai sempre più vicino. …egli con impavidi passi si affianca alla guida che avanza. Andavano oscuri nell‟ombra della notte solitaria e per le

vuote case di Dite e i vani regni: quale il cammino nelle selve per l‟incerta luna, sotto un‟avara luce, se Giove nasconde il cielo

nell‟ombra, e la nera notte toglie il colore alle cose.”



A questo punto è doveroso fare un parallelismo con il libro X e XI dell’Odissea, dove è a sua

volta protagonista di una discesa agli inferi Ulisse. L‟eroe è solo nell‟impresa, ma può far

affidamento sui consigli di un‟incantatrice bellissima e terribile, che assolve la stessa funzione

della Sibilla Cumana nell‟Eneide : la maga Circe.





LA MAGA CIRCE - il libro X -

Dopo la fuga dalla terra dei Ciclopi, l‟approdo all‟isola di Eolo e la lotta sanguinosa nella terra

dei Lestrigoni la nave di Odisseo approda su una misteriosa isola che sembra disabitata: l‟unico







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segno di vita è un filo di fumo in lontananza. È la casa della maga Circe, che abita in una dimora

tra i boschi. Odisseo divide i compagni in due gruppi e ne invia alcuni in esplorazione, ma essi

cadono vittima delle fatture di Circe che li trasforma in porci. Odisseo parte in loro soccorso e

grazie al potere di Ermes, reso immune dagli incantesimi, può penetrare nella casa della maga e

renderla innocua, tanto che l‟incantatrice gli dona il suo amore, trasformandosi in alleata e

protettrice.



[…] Lei subito uscita aprì le porte lucenti e li invitò: la seguirono tutti senza sospetto. Indietro restò Euriloco: pensò

che fosse una trappola. Li guidò e fece sedere sulle sedie e sui troni: formaggio, farina d‟orzo e pallido miele

mischiò ad essi col vino di Pramno; funesti farmaci mischiò nel cibo, perché obliassero del tutto la patria. Dopochè

glielo diede e lo bevvero, li toccò subito con una bacchetta e li rinserrò nei porcili. Dei porci essi avevano il corpo:

voci setole e aspetto […]





L’EPISODIO DI CIRCE COSTITUISCE LA PIU’ AMPIA CONCESSIONE AL MONDO MAGICO CHE SI TROVI

IN OMERO (la magia, infatti, viene generalmente omessa dall’epos, in quanto elemento arcaico). E’

IMPORTANTE ANCHE OSSERVARE CHE LA MAGIA NEL MITO GRECO E’ PATRIMONIO ESCLUSIVO DELLA

DONNA, CHE PERALTRO, NE FA SPESSO UN USO PERVERSO. SI ASSISTE DUNQUE A UNA DIVISIONE

ABBASTANZA NETTA DEI RUOLI: L’UOMO E’ INDOVINO E PROFETA MENTRE LA DONNA E’ MAGA.

QUESTA ATTRIBUZIONE DELLA MAGIA A FIGURE FEMMINILI E’ STATA INTERPRETATA COME

SINTOMO DI UN’INCONSCIA PAURA DELL’AMBIGUO FASCINO MULIEBRE, OPPURE COME

TESTIMONIANZA DEL FATTO CHE, FINO A EPOCA STORICA, FURONO LE DONNE A CONSERVARE,

TRAMANDARE E METTER IN PRATICA, IN GRECIA, QUEL PATRIMONIO DI CONOSCENZA DELLE VIRTU’

FARMACOLOGICHE DELLE ERBE PROVENIENTE DALLE CULTURE DEL NEOLITICO.







La Νέκυια - il libro XI -

Seguendo le indicazioni di Circe, Odisseo raggiunge la terra dei morti per consultare lo spettro

dell‟indovino Tiresia riguardo le vie del ritorno. Qui incontra grandi personaggi come Achille,

Aiace e Agamennone. I morti rappresentati nel poema epico non sono né anime afflitte né entità

minacciose, sono solo delle presenze labili e inquiete simili ai sogni, dei fantasmi che vorrebbero

soltanto tornare a godere per un istante la pienezza dell‟esistenza, come dice l‟anima di Achille :



“ Non abbellirmi, illustre Odisseo, la morte! Vorrei da bracciante servire un altro uomo, un uomo senza podere che

non ha molta roba; piuttosto che dominare tra tutti i morti defunti”.



Il quadro del mondo dell‟oltretomba (che nell‟Odissea non è collocato sotto terra ma ai margini

del mondo, nella caliginosa terra dei Cimmeri) contiene passi di grande intensità patetica, in

un‟alternanza di scene corali e di altre in cui singole figure si staccano dal gruppo delle anime

morte.

La discesa agli Inferi di Odisseo presenta aspetti diversi rispetto a quella di Enea. A questo

proposito George Luck, insegnante di antichità classiche presso prestigiose università americane

e europee come Yale e Cambridge, in Arcana Mundi scrive:



“ Nel libro XI dell‟Odissea, lo stesso Odisseo, istruito da Circe, svolge il ruolo di negromante e il rito è eseguito con

grande solennità e intensa partecipazione emotiva; qui, per una simile pratica non sembra esserci alcun marchio

d‟infamia. È forse significativo, tuttavia, che Virgilio nell‟Eneide sottopose a trasformazione questo tema. Invece di

evocare i morti, Enea scende nell‟Ade per incontrarli. Il suo incontro con la Sibilla Cumana e i riti che deve

eseguire contengono elementi di magia. La Sibilla stessa è una profetessa estatica, come la Pizia deifica; nello









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stesso tempo agisce nei confronti di Enea come guida attraverso gli orrori dell‟oltretomba. Più che un semplice

consulto, l‟incontro di Enea con la Sibilla è la rivelazione di una visione filosofica dell‟esistenza e, in quanto tale, è

paragonabile all‟iniziazione ai misteri eleusini.”



La maga Circe non svolge al pari della Sibilla una funzione di guida , ma istruisce l‟eroe

all‟esecuzione del rito negroamantico che dovrà svolgere da solo sulla soglia dell‟Ade. Odisseo

infatti scava una fossa con la propria spada e inizia il rito di purificazione , offrendo latte, miele ,

vino e acqua di fonte alle divinità infernali. Egli scanna personalmente le vittime sacrificali: il

montone e la pecora nera che Circe gli aveva consegnato alla fine del libro precedente.



A proposito della negromanzia Luck scrive ancora : “la negromanzia è definita come l‟arte di predire il

futuro attraverso la comunicazione con i morti. Come mostrano i testi da Omero a Eliodoro, le forme della

comunicazione variano. Come tecnica la negromanzia rientra nell‟ambito della magia…ma, dal momento che

prevede relazioni con i morti, può essere presa in esame come una sezione della demonologia; inoltre, visto che il

suo scopo è la rivelazione di eventi futuri, essa è anche una forma di divinazione. Questa incertezza nella

classificazione mostra ancora una volta quanto fossero strettamente collegate le scienze occulte nell‟antichità .”



Il rito di Odisseo ricorda alcune pratiche di magia nera, le cui descrizioni sono molto diffuse

nella letteratura antica. Un esempio ci è dato dal VI libro del Bellum Civile di Lucano, con la

descrizione del rito negromantico svolto dalla maga Erichtho.





La divinazione magica : Lucano e le realtà del rituale



- Con alcune considerazioni dello scrittore Fritz Graf riguardo la pratica rituale nell’opera

“La magia nel mondo antico”-



Un celebre testo letterario ha contribuito a costruire l‟immagine della strega nella letteratura post-

antica: la descrizione fatta da Lucano della consultazione della strega tessala Erichtho (o Eritto)

da parte di Sesto Pompeo nel sesto libro del Bellum Civile.

Lucano introduce il suo tema con una lunga esposizione sulla divinazione, che lo conduce ai

poteri di divinazione magica delle Tessale. Ma si accontenta di contrapporre a questa magia,

giudicata banale, le arti inedite praticate da Eritto, una sorta di super-strega, la cui immagine è

presentata dal poeta con tutti i tratti di una condizione di marginalità estrema. Essa vive fuori

dalle case e dalle città, nelle tombe vuote, a diretto contatto con il mondo dei morti. Colleziona

cadaveri interessanti - morti impiccati, uomini e donne giovani- e all‟occorrenza uccide essa

stessa. È inoltre apportatrice di morte: sotto i suoi passi, i germogli appena spuntati avvizziscono

nei campi, e ovunque cammini l‟aria si carica di veleni. Non pronuncia mai preghiere, non offre

mai sacrifici. Al contrario, contamina quelli offerti agli Olimpi, stando al fianco delle potenze

infernali. E dunque gli dei che stanno in alto la temono, non diversamente da come temono il

mondo infero.

Dopo un interludio narrativo, in cui Pompeo il Giovane incontra Eritto, Lucano si concentra sulla

lunga descrizione del rito.



[…] Dopo aver mischiato sozzure comuni ed altre famose, aggiunse fronde stregate da un empio scongiuro, ed erbe

intrise sul nascere da spunti dell‟orrida bocca, e tutti i veleni che ella preparò per il mondo. Più forte di tutte le erbe

a evocare gli dei dello Stige, dapprima emise mormorii dissonanti e molto diversi dal linguaggio umano.

Contengono i latrati dei cani, gli urli dei lupi, il lamento del trepido gufo e del vampiro notturno, le strida e gli









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ululati delle belve, il sibilo dei serpenti;… un‟unica voce di tante. Poi con demonio scongiuro, esprime le altre

formule;O Eumenidi…o Caos...o Stige…o Persefone… se v‟invoco con voce abbastanza empia e nefanda, se mai

pronuncio incantesimi digiuna di carni umane, se spesso vi ho offerto grembi fecondi, se ho deterso con calde

cervella membra tagliate, se erano destinati a vivere tutti i fanciulli di cui ho imbandito il capo e le viscere sui vostri

piatti, esauditemi….L‟anima di un soldato, nostra da poco, predìca i destini pompeiani al figlio del condottiero, se le

guerre civili meritano qualcosa da voi. […]



Come si è visto con i passi delle opere precedentemente citate il contatto con il mondo dei morti è

tipico del genere epico. Il canto VI di Lucano, presenta un evidente richiamo strutturale al VI

dell‟Eneide, operando tuttavia un netto cambiamento di segno rispetto al modello augusteo. A

entrare in contatto con il regno dei morti non è più il pio Enea, ma l‟empio Sesto Pompeo; lo

scenario non è più l‟apollinea e oracolare Cuma, ma la Tessaglia, terra famosa per i sortilegi e

ogni forma di magia; a operare il rito non è più la Sibilla , ma la terribile maga Erichtho, che

ricorre ai più ripugnanti oggetti magici; il rito stesso consiste in un orribile prodigio

negromantico : il corpo di un soldato morto viene fatto risuscitare, perché la sua anima, che ha

potuto visitare gli Inferi, possa riportarne la profezia.

La preghiera di Eritto, in un primo momento sembra non ottenere gli esiti sperati. L‟anima del

defunto esita a ritornare nel corpo. Eritto ha bisogno di un altro carmen, stavolta di tono

minaccioso: se gli dei non costringono questo morto recalcitrante ad aiutarla, svelerà i più intimi

segreti del Tartaro. La minaccia sortisce il suo effetto: il cadavere si rianima, ed è pronto a

rispondere alle domande della strega.



Il percorso rituale

Abbiamo dunque a che fare con un percorso rituale semplice e chiaro. Dopo gli atti preparatori ha

inizio il rito propriamente detto. Il cadavere viene preparato con l‟aiuto del “veleno lunare”.

Viene quindi la lunga preghiera, con le sue divisioni perfettamente nette. La prima parte è

estranea al linguaggio degli uomini: la strega parla le lingue della natura, ossia quelle degli

animali notturni e pericolosi, e quelle delle forze distruttrici della natura. La seconda parte adotta

la struttura di una banale preghiera greco-romana. Comincia con l‟invocatio, che si rivolge alle

divinità chiamando i loro nomi, i loro luoghi di culto e le loro funzioni- un‟enumerazione

strutturata da invocazioni anaforiche e da proposizioni relative, che si conclude con l‟invito a

comparire e l‟esortazione ad ascoltare la preghiera; segue la narratio, la parte essenziale, che

deve per così dire stabilire la credibilità di colui che prega, e lo fa il più delle volte ricordando i

precedenti sacrifici, i contributi già offerti in passato, che gli danno diritto ai servizi futuri della

divinità e degli assistenti che questa ha già accordato. La preghiera termina con la richiesta

propriamente detta, le preces ,come in ogni preghiera rituale. Quando questa preghiera non

produce l‟effetto desiderato, Eritto ricorre a una seconda preghiera, designata stavolta come

carmen , un‟invocazione magica proferita con tono minaccioso e che porta al compimento del

rito.



Lucano rappresenta la maga Erichtho come una figura che, praticando una totale inversione dei

riti civici, è completamente acquisita alla dimensione infera. Per lo scrittore deve appunto

rappresentare la perversione di Sesto Pompeo, che trascura gli oracoli e la religione pura, per

contaminarsi con le oscure forze infere.



Un grande personaggio femminile : Medea









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Nella letteratura greca abbondano le figure di donne maghe, barbare e streghe. Omero ha scelto

Circe per concedere il suo tributo al mondo magico, Virgilio la Sibilla, Lucano Erichtho… la

letteratura ci mostra dunque un universo femminile detentore di poteri preclusi alla stirpe

mortale: le arti magiche. A questo proposito merita un occhio di riguardo Medea, protagonista

dell‟omonima tragedia di Euripide e del poema epico delle Argonautiche di Apollonio Rodio.

Medea è una figura a tutto tondo, una protagonista assoluta. La sua terra di provenienza è la

Tessaglia, patria per eccellenza della magia nera, luogo che ricomparirà in Apuleio così come in

Teocrito (l’Incantatrice) nella descrizione di vicende magiche. La tragedia di Euripide è

costruita attorno alla vendetta di Medea che, dopo aver aiutato Giasone nella conquista del vello

d‟oro, aver abbandonato per lui la propria patria, e avergli dato figli, viene ripudiata per la figlia

di Creonte, re di Corinto. La donna elimina dapprima la rivale e poi, in un parossismo di ferocia,

uccide i propri figli per infliggere a Giasone il dolore e l‟offesa più atroci. Medea ricomparirà

nelle Argonautiche di Apollonio Rodio (della prima metà del III sec. a.C.),poema costruito

sull‟antica saga mitica dell‟impresa di Giasone e degli Argonauti alla conquista del vello d‟oro.

Qui compare la storia dell‟innamoramento tra i due protagonisti, con la presenza della maga al

fianco degli eroi sulla nave Argo. La donna aiuterà gli Argonauti a superare i diversi ostacoli

durante il loro viaggio con i suoi poteri magici.





APULEIO: Il De Magia o l’Apologia

È attorno al 158 d.C che a Cabrata, nella provincia d‟Africa, troviamo un estroso filosofo sulla

trentina, impegnato a difendersi con una Apologia in un processo per magia intentatogli di

fronte al proconsole Claudio Massimo.



“Eccomi arrivato all‟accusa di magia, a quell‟incendio che acceso con grande baccano, per mia rovina, contro la

comune aspettazione è svanito fra non so quali storielle da vecchie comari…(a C.Massimo) Eccoti quell‟accusa:

cominciata con le ingiurie, nutrita di chiacchiere, difettosa di prove, dopo la tua sentenza non lascerà più nessuna

traccia di calunnia.” (Apologia, 25-7)



„Apuleio ha scritto dei versi‟,[…] „possiede uno specchio il filosofo‟[…] „Apuleio tiene a casa qualcosa che venera

religiosamente‟ […] „Alla presenza di Apuleio un fanciullo è piombato a terra‟[…] „Apuleio tenne qualcosa avvolto

in un fazzoletto vicino ai Lari di Ponziano‟ […] „Apuleio è un mago‟.



L‟orazione, conosciuta anche con il titolo di De Magia, contiene numerose digressioni, anche a

carattere filosofico, che difficilmente si sarebbero potute leggere nella loro interezza durante il

dibattimento in tribunale: ciò lascia supporre che il testo da noi posseduto sia frutto di una

successiva rielaborazione.

Le accuse verso Apuleio nascono a partire dal viaggio che lo scrittore compì ad Alessandria dopo

il soggiorno a Roma. Apuleio fece sosta nella città di Oéa: là incontrò Ponziano, un suo

compagno di studi, e ne conobbe la madre, la ricca Pudentilla. A quanto dice lo stesso Apuleio,

fu lo stesso Ponziano a insistere perché l‟amico sposasse Pudentilla, che all‟epoca era vedova e

molto più anziana di lui. Tuttavia l‟eredità che Apuleio avrebbe potuto ricavarne preoccupò il

suocero di Ponziano: egli cercò prima di istigare Ponziano contro il nuovo marito della madre e

poi, morto Ponziano, convinse il figlio minore di Pudentilla e il suo tutore Licinio Emiliano, a









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intentare un processo contro Apuleio. L‟autore fu accusato di aver costretto al matrimonio

Pudentilla con la magia al fine di impadronirsi della ricca dote e poi dell‟eredità.



“Apuleio ci offre una notevole mole di notizie sulle credenze contemporanee nella scienza occulta…da questa

Apologia apprendiamo quanto fosse facile in quel tempo che uno scienziato e un filosofo fossero accusati di pratiche

magiche[…]è possibile che Apuleio non fosse al di sopra di ogni sospetto[…]Il discorso che Apuleio pronunciò in

giudizio, non solo ci offre numerose informazioni su credenze e pratiche magiche, folclore e superstizioni, ma riflette

anche ciò che le persone pensavano che streghe e maghi facessero in segreto.” (G.Luck)



Nel suo discorso Apuleio nega nel modo più assoluto di avere praticato quel tipo di magia nera

che era stato bandito dalla legge romana a partire già dalle Dodici Tavole, ma sostiene che alcuni

dei più grandi filosofi sono stati ingiustamente accusati di pratiche magiche.

La linea di difesa di Apuleio tende a presentare se stesso come un filosofo e non un mago, e a far

rientrare alcune pratiche all‟apparenza “sospette” nell‟ambito della ricerca filosofica. Per questo

distingue tra una magia volgare e malefica, da cui prende le distanze, e una magia di livello

superiore (teurgia), che consente di conoscere le forze occulte che dominano la realtà e di

indirizzarle a fini benefici: a quest‟ultimo tipo di pratiche magiche Apuleio confessa di

interessarsi. Certamente un interesse per l’occulto deriva dal medio-platonismo e dal

misticismo pitagorico, ma ciò non toglie che l‟Apologia distenda un velo di ambiguità sulla

figura di Apuleio.



Le Metamorfosi o L’asino d’oro

Le Metamorfosi sono l‟unico romanzo della letteratura latina giuntoci per intero. In undici libri

l‟opera descrive le peripezie del giovane Lucio, trasformato per magia in asino, che alla fine

riacquista le sembianze umane grazie all‟aiuto della dea Iside. La composizione delle

Metamorfosi è con ogni probabilità databile dopo il processo dei 155-158 d.C., altrimenti

quest‟opera , che documenta gli interessi di Apuleio per le arti magiche, avrebbe costituito

un‟altra prova per l‟accusa e sarebbe stata menzionata nell‟Apologia.

La trama del romanzo è particolarmente intricata e lunga, e la vicenda di Lucio serve anche da

cornice narrativa per l‟inserimento di novelle all‟interno del racconto principale, secondo lo stile

milesio:



Lucio fa un viaggio in Tessaglia per studiare l‟arte della magia, poiché la Tessaglia era considerata per tradizione la patria delle maghe.

Ansioso di apprendere importanti segreti, Lucio stringe amicizia con Fotide, la servetta di una famosa strega ,Panfile, e le chiede di

aiutarlo a trasformarsi in uccello, dopo aver assistito alla straordinaria trasformazione della maga in gufo, per raggiungere a volo il suo

giovane amante..Sfortunatamente Fotide sbaglia unguento e Lucio si trasforma in asino. In un primo momento l‟antidoto sembra molto

semplice: l‟unica cosa che Lucio deve fare per riacquistare sembianze umane è mangiare alcune rose. Tuttavia man mano che la storia

procede , ostacoli di ogni tipo vengono a frapporsi tra Lucio e le agognate rose. Alla fine Lucio si salva grazie all‟intervento della dea

Iside e decide di diventare un suo seguace. Così un romanzo picaresco dai toni leggeri si conclude con una scena di conversione e di

iniziazione. Ormai libero dalla curiosità che gli ha causato tante sofferenze Lucio trova letteralmente salvezza e assurge a una nuova vita

nell‟ambito di una delle grandi religioni misteriche del mondo antico.



L‟opera di Apuleio è una fonte particolarmente significativa per comprendere come la letteratura

antica fosse pervasa da elementi magici quali trasformazioni, incantesimi, sortilegi ecc. La magia

non fu nel mondo antico solo un‟esperienza letteraria ma, come ben si può vedere dall‟Apologia,

una componente culturale, folcloristica e superstiziosa. Gli uomini credevano nell‟esistenza

della magia, vi era chi da un lato tentava di praticarla e chi dall‟altro la perseguitava come

qualcosa di sacrilego.









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L‟undicesimo libro rappresenta la conclusione dell‟itinerario di Lucio e rivela le finalità

mistiche delle sue peripezie. Il culto di Iside e Osiride indica la commistione tra culti orientali

(egizi) e latini all‟epoca del II sec. d.C., e il profondo interessamento verso i primi da parte di

Apuleio, continuamente in viaggio tra Roma e l‟Oriente.



La fonte delle Metamorfosi: Lucio o l’asino di Luciano di Samosata

Uno dei numerosi problemi sollevato dalle Metamorfosi riguarda la presenza di un modello che

Apuleio avrebbe tenuto presente nella composizione del proprio romanzo. L‟ipotesi di una fonte

greca da cui proverrebbe il nucleo del racconto è supportata soprattutto dalla testimonianza di

Fozio (Bisanzio,IX secolo). Fozio non sembra conoscere le Metamorfosi di Apuleio, ma nella

Biblioteca racconta di aver letto le Metamorfosi di un certo Lucio di Patre, e nota una

somiglianza di contenuti con un altro breve testo tradotto in greco, dal titolo Lucio o l’asino.

Quest‟opera, che si è conservata a differenza della prima, ci è giunta sotto il nome del noto retore

greco, Luciano di Samosata.

Luciano fu uno tra gli autori più dissacranti e anticonformisti della letteratura antica. Storia vera,

la sua opera più famosa, si può considerare il prototipo del romanzo fantastico e l‟antesignano

del romanzo di avventura. In Storia vera, viene rappresentato tutto ciò che non è affatto “vero” e

si può trovare l‟ennesimo tributo a tutto ciò che concerne il mondo della magia e del fantastico.

Si tratta di un fantastico racconto in cui un gruppo di viaggiatori si imbatte in innumerevoli

mirabilia. Tra le diverse avventure si inserisce la novella Lucio o l‟asino, la cui trama è

sostanzialmente analoga a quella del testo di Apuleio, costruito sul modulo narrativo che delinea

un mondo alla rovescia, osservato secondo la prospettiva dell‟asino protagonista di avventure

farsesche. Dopo diversi studi l‟opera è apparsa sicuramente spuria, tanto che l‟autore è

convenzionalmente indicato come Pseudo Luciano.









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ITALIANO

Il “Realismo Magico”



Realismo Magico è un termine che può essere applicato sia alla letteratura che alle arti visive e

alla pittura in particolar modo. In letteratura distingue un filone letterario in cui gli elementi

magici appaiono in un contesto altrimenti realistico. In pittura si rifà ad una visione lucidamente

attonita del reale.

Il termine fu per la prima volta utilizzato dal critico tedesco Franz Roh per descrivere il realismo

insolito principalmente di pittori americani e altri artisti durante gli anni venti. In Italia la sua

elaborazione si deve allo scrittore Massimo Bontempelli, mentre il suo principale esponente in

pittura è Antonio Donghi. Il termine è più spesso associato con il boom letterario dell‟America

Latina del ventesimo secolo, segnato dalla pubblicazione di Cent‟anni di solitudine di Gabriel

Garcia Marquez nel 1967, che viene considerato il testo seminale del realismo magico insieme ai

racconti di Jorge Luis Borges.

Il realismo magico può essere visto come più di uno specifico movimento storico-geografico; è

un elemento di stile che può essere rilevato in una gran varietà di romanzi, poesie, dipinti ed

anche film.



I seguenti elementi si trovano in molti romanzi del realismo magico, ma non tutti si possono

trovare in ogni romanzo e molti si ritrovano in romanzi che ricadono in altri generi:

- Contiene un elemento magico e sovrannaturale (o paranormale)

- L‟elemento magico può essere intuito ma non è mai spiegato

- Esibizione di ricchezza di dettagli sensoriali

- Distorsioni temporali, inversioni, ciclicità o assenza di temporalità. Un‟altra tecnica è

quella di collassare il tempo in modo da creare un‟ambientazione in cui il presente si

ripete o richiama il passato.

- Inversione di causa ed effetto, per esempio un personaggio può soffrire prima che una

tragedia avvenga

- Incorporare leggenda e folklore

- Presentare eventi da prospettive multiple, ad esempio il colonizzatore e il colonizzato

- Può essere un evidente ribellione contro un governo totalitario

- Può essere ambientato in o provenire da un area di mescolanza culturale



Come stile letterario, il realismo magico spesso si sovrappone o viene confuso con altri generi e

correnti. Spesso viene considerato una sottocategoria del romanzo postmoderno a causa della sua

sfida all‟egemonia e per l‟utilizzo di tecniche come la distorsione del tempo; vi si trovano

analogie con il surrealismo, per la descrizione del mondo reale stesso come dotato di meravigliosi

aspetti inerenti ad esso, con i romanzi fantasy e di fantascienza.

In pittura il movimento omonimo rifiuta i risultati delle avanguardie per rifarsi alla tradizione

nazionale, prendendo particolare spunto dalla tradizione figurativa della classicità rinascimentale

italiana. Obiettivo principale di questa corrente è ottenere una rappresentazione realista del

mondo e della vita quotidiana attraverso visioni distorte, sospese attonite e quasi allucinate di









15

essa. Lo scenario è immobile, incantato, appunto quasi magico. I principali artisti italiani di

questa corrente sono Giorgio de Chirico, Savinio, Carrà e Antonio Donghi.



Massimo Bontempelli



Massimo Bontempelli nasce a Como nel 1878.

Dopo essersi laureato a Torino in Filosofia e in

Lettere lavora come giornalista (per La Nazione,il

Corriere della Sera, il Nuovo Giornale e altre

riviste minori)e come insegnante. Scoppiata la

guerra, è prima corrispondente dal fronte; poi, dopo

essersi arruolato, vi partecipa come ufficiale di

artiglieria. Terminato il conflitto ritorna a Milano,

dove si era trasferito nel 1915. Nel 1920 pubblica

La vita Intensa e nel 1921 La vita operosa, due

romanzi, poi raccolti in Avventure, che rivelano il

suo fantasioso estro comico e offrono il quadro di

una vita cittadina -quella della Milano del

dopoguerra- dominata da ritmi e trasformazioni

vorticosi e imprevedibili (forte è l‟influsso

futurista). Con La scacchiera davanti allo specchio

(1922) ed Eva ultima (1923), inizia la fase più

felice della sua produzione romanzesca, quella che

risponde in maniera più convincente ai canoni del

“realismo magico” da lui teorizzato, consistente

nella capacità di estrarre il dato fantastico dalle

cose quotidiane, per giungere all’avventura più strana e impensata, partendo da episodi anche

banali. Ma mentre nella Scacchiera Bontempelli affida il magico alla dimensione del sogno, nella

prova successiva egli abbandona questa soluzione “tradizionale” e fa apparire il meraviglioso

come qualcosa che “non è un sogno ma è come quando sogniamo”. L‟invenzione che è alla base

di Eva ultima ci fa intuire quanto fosse grande in Bontempelli l‟interesse per il teatro, nel quale si

era già cimentato con Siepe a nord-ovest e nel 1920 con Guardia alla luna. Ma è con Nostra Dea

(1925) e soprattutto con Minnie la candida (1926) che l‟autore arriva a realizzare la sua più

suggestiva idea di teatro, sempre all‟interno di quel “realismo magico” che aveva già inseguito

nei romanzi e che andava programmaticamente diffondendo dalle colonne di , la rivista da

lui fondata e diretta (gli scritti di questo periodo verranno poi raccolti nel volume L‟avventura

novecentista, 1938). Il progetto consiste nel voler favorire l‟avvento di un‟arte e di un pubblico di

massa.



Lo scopo dello scrittore è quello di entrare in sintonia con il presente e di rielaborare i miti di

cui la società moderna ha bisogno. Lo strumento di cui occorre servirsi è dato da vicende che,

privilegiando invenzione e immaginazione senza trascurare l‟intreccio, miscelino

opportunamente “realismo” e “magia”.









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In questa direzione Bontempelli arriva a costruire racconti di notevole interesse quali Vita e

morte di Adria e dei suoi figli (1934) e il fortunato Gente nel tempo (1937), opere particolarmente

originali e di stampo “magico”.

Tuttavia dopo queste pubblicazioni lo scrittore non riesce più a fornire prove altrettanto

convincenti, anche per l‟accentuazione di elementi di tipo retorico e propagandistico. Convinto

assertore del fascismo, nel quale vede il mezzo politico più adatto a sostenere la nascita di una

società moderna in Italia, Bontempelli è nominato Accademico d‟Italia. La sua narrazione,

inoltre, si perde in una astratta e simbolica ricerca di valori intellettualistici e formali, che

approda alle movenze di un‟arida prosa d‟arte.

Nel dopoguerra Bontempelli, contestato anche per la passata adesione al regime fascista, si riduce

praticamente al silenzio, dopo aver pubblicato gli ultimi racconti (con L’amante fedele del 1953

vince il Premio Strega). Muore a Roma nel 1960. Vanno ricordati infine i saggi critici assai

penetranti e ricchi di intuizioni (in particolare quelli su Leopardi, D‟Annunzio e Pirandello).





L’Avventura Novecentista



 Il movimento di Stracittà



L‟adesione degli intellettuali al fascismo presenta, sul piano culturale,motivazioni diverse. Il che

si spiega con le componenti eterogenee che confluirono nella realizzazione del progetto fascista,

privo di una sostanziale originalità di pensiero e poi soprattutto attento a conciliare ,

opportunisticamente, componenti sociali e forze produttive diverse (gli agrari e gli industriali per

esempio). Queste molteplici „anime‟ potevano facilmente dar luogo a progetti culturali lontani fra

di loro, addirittura antitetici, che presumevano, ciascuno per conto proprio, di interpretare lo

spirito genuino del fascismo.

Fin dall‟inizio un cospicuo gruppo di scrittori, riunito intorno a una rivista come “Il Selvaggio”si

propose di difendere ad oltranza l‟anima rustica e provinciale della stirpe italica, ritenendo che di

qui fossero derivate le energie più vitali e feconde del colpo di Stato fascista. Questo movimento,

che pretendeva di tornare ad una sorta di verismo provinciale e bozzettistico, di stampo

ottocentesco, prese il nome di Strapaese.

Contro queste posizioni si era ben presto pronunciato il raffinato e aristocratico Bontempelli,

anch‟egli di provata fede fascista, ma convinto che il fascismo dovesse fregiarsi e avvalersi di

una cultura moderna e spregiudicata. Queste idee vennero soprattutto propugnata dalla rivista 900

e dettero origine al movimento di Stracittà, così definito in opposizione al movimento

antagonista creatosi attorno al Selvaggio.

Le polemiche che ne seguirono alimentarono per qualche tempo il dibattito culturale, ma non

riuscirono ad elevarne qualitativamente il livello; a parte qualche risultato singolarmente

raggiunto, queste proposte non brillavano certo per originalità: nel primo caso il ritorno a un

mondo rurale e contadino, nel secondo una mediazione di esigenze di modernità, la cui poetica

(quella del “realismo magico”) finì per valere solo per l‟autore della sua proposta,ossia

Bontempelli.









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 Il programma del Novecentismo



Con Giustificazione si apriva, nel settembre del ‟26, il primo quaderno di “900”; seguivano

Fondamenti, Consigli e Analogie. Si tratta di interventi programmatici, che esponevano le vedute

principali secondo le quali la rivista intendeva svolgere la sua azione critica. Seguono articoli, o

frammenti d‟articoli, di data più tarda, in cui si commenta, chiarisce, svolge, qualcuno dei punti

stabiliti nei quattro preamboli.



Unico strumento del nostro lavoro sarà l‟immaginazione. Occorre riimparare l‟arte di costruire, per

inventare i miti freschi onde possa scaturire la nuova atmosfera di cui abbiamo bisogno per respirare. La

smetteremo di stare ad afferrare con la reticella da farfalle i nostri più lievi sospiri, di ballare in giro

continuamente agitandoci intorno le fosforescenti sciarpe delle nostre espressioni più labili: quando

avremo collocato un nuovo solido mondo davanti a noi, la nostra più solerte occupazione sarà

passeggiarlo e esplorarcelo; […]il mondo immaginario si verserà in perpetuo a fecondare e arricchire il

mondo reale. Perché non per niente l‟arte del Novecento avrà fatto lo sforzo di ricostruire e mettere in

fase un mondo reale esterno all‟uomo. Lo scopo è di imparare a dominarlo, fino a poterne sconvolgere a

piacere le leggi. Ora, il dominio dell‟uomo sulla natura è la magia. Ed ecco spiegati certi caratteri e certe

velleità magiche che vediamo spuntare qua e là in quella “atmosfera in formazione” che non ho inventata

io, no no, ma che questo “900”si lusinga di poter rappresentare e favorire.

(Immaginazione, fantasia: ma niente di simile al favolismo delle fate: niente milleunanotte. Piuttosto che

fiaba, abbiamo sete di avventura. La vita più quotidiana e normale, vogliamo vederla come un

avventuroso miracolo: rischio continuo, e continuo sforzo di eroismi o di trappolerie per scamparne.)[…]



Se è vero che l‟arte vede risplendere oggi davanti a sé nuove possibilità, queste dovranno tenersi

ugualmente lontane dalla bellezza e dall‟interiorità. Non si tratta più di far risaltare i muscoli, né di

esplorare la propria anima . l‟importante è creare oggetti, da collocare fuori di noi; e con essi modificare

il mondo.[…]



Il programma del Novecentismo presenta non pochi spunti interessanti per quanto riguarda le

esigenze di una cultura della modernità, da opporre agli orizzonti provinciali entro cui si

muoveva il movimento di Strapaese. Lo sforzo richiesto all‟”immaginazione” offre il presupposto

per la poetica del cosiddetto “realismo magico”, volto a riconoscere appunto la “magia” che si

annida nella nuova realtà, illuminandone le inedite dimensioni.

Per indicare la sintesi fra magia e realtà, ricorrendo ai termini approssimativi di categorie

artistiche già note, Bontempelli affermerà poco dopo: “Forse per ora siamo i figli dell‟antitesi tra lo

spirito cubista e lo spirito futurista (cioè tra l‟ultra-razionale supersolido e l‟ultraillogico superfluido). O

meglio dello sforzo di reagire contro entrambi”.

Per quanto riguarda la letteratura, rifiutata la dimensione tipicamente ottocentesca della ricerca

psicologica, lo scrittore propone una narrativa d’azione e d’intrigo (tesa soprattutto a provocare

“eccitazioni”), che rivela un preciso legame con il romanzo popolare.

Tra le altre forme espressive vengono privilegiati:

- Il jazz

- La pittura metafisica (dove la realtà vive in un‟atmosfera di sospensione magica)

- Il cinema muto, in cui la vicenda viene interamente narrata attraverso una sequenza di

immagini, senza gli indugi costituiti dalla parola.









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I limiti della magia

A proposito delle “velleità magiche” , di cui si parla nel primo preambolo, e del “realismo

magico” trattato nella prima parte del quarto, l‟autore scrive un frammento di articolo intitolato “I

limiti della magia” per chiarire le sue concezioni in merito.



Mi dispiace enormemente essere frainteso quando…mi servo

della parola “magia”. Non solo con essa indico la necessità di

non attenersi alle spiegazioni “naturali” di tutto ciò che l‟uomo

vede, e di cui si interessa; qualche volta ho anche affermato che

è necessario vestire di magia non soltanto la propria

conoscenza ma anche i propri atti, e soprattutto considerare

sotto specie di magia le attuazioni e le interpretazioni artistiche

che diamo alle cose: la poesia.

Ma pure in questo caso è necessario andare cauti. […] La

magia non è soltanto stregoneria: qualunque incanto è magia;

il fondo dell‟arte non è altro che incanto. Forse è l‟arte l‟unico

incantesimo concesso all‟uomo: e dell‟incantesimo possiede

tutti i caratteri…essa è evocazione di cose morte, apparizione di

cose lontane, profezia di cose future, sovvertimento delle leggi

di natura, operati dalla sola immaginazione…L‟era poetica supera l‟era magica…Quando si danno

interpretazioni magiche delle cose comuni, occorre farlo con un piglio che lasci continuamente in dubbio

se l‟autore le dà come interpretazioni pienamente credute da lui, o come simboli di una interpretazione

non già magica, ma puramente spirituale. Soltanto con questa ambiguità si ottiene quella mezza

atmosfera che più di qualunque sorta di spiegazione vale a dare il senso del mistero delle cose

quotidiane, e iniziare i lettori a penetrarne per proprio conto la profondità.





Sebastiano Vassalli: LA CHIMERA

Il romanzo La chimera (1990) fornisce, attraverso una rigorosa documentazione, un quadro

significativo riguardo un‟epoca storica, quella del Seicento, tristemente nota per la caccia alle

streghe. Si tratta di un romanzo storico (il modello narrativo manzoniano è evidente) che narra le

vicende della trovatella Antonia ,sullo sfondo della città di Novara e delle campagne che si

estendono intorno ad essa, negli anni 1590-1610. Il narratore onnisciente segue con

atteggiamento ironico le vicende dei suoi personaggi , facendo emergere tutta l’assurdità della

superstizione che arriva a portare sul rogo come strega la povera Antonia, colpevole solo di

essere bella, di avere atteggiamenti anticonformisti e di criticare il comportamento della gente

della Chiesa. Antonia sin dal suo apparire nel mondo è diversa, “per i gusti dell‟epoca quasi un

mostro”.

Più volte Vassalli usa il termine mostro per adottare il punto di vista di chi viene a contatto con

Antonia, un‟esposta, figlia del peccato più di qualunque altra, marchiata, colpevole per natura,

un‟altra, una diversa. Antonia lo è veramente: con i capelli rasati, il grembiule verde, lungo fino

ai piedi, è comunque la bambina più bella tra le tante ospitate nella Casa di Carità. A cinque

anni segue silenziosa i funerali, la principale occupazione degli esposti, bambini che debbono

venire a contatto con la morte per essere stimolati alla vita, che non possono parlare tra di loro



IN ALTO A DESTRA: Bontempelli e la sua musa, 1922 di Giorgio de Chirico. (frontespizio per Siepe a nord-ovest)









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durante le cerimonie perché la superiora, gialla in viso e con le sopracciglia foltissime, li punisce

con bastonature pubbliche, giornate di digiuno e segregazioni in appositi sgabuzzini .

Dopo essere stata allevata amorevolmente dai Nidasio, piccoli proprietari terrieri del paese di

Zardino che l‟hanno adottata, vede esplodere la sua bellezza quando diventa la modella di un

pittore popolare, che la ritrae adolescente nelle vesti della Madonna.

La ragazza cresce sensibile alle tremende fatiche dei risaroli stremati dalla sofferenza di un

lavoro disumano, indifferente, nel suo silenzio, alle liti tra donne urlanti nei cortili, ai discorsi

sulle streghe che di notte adorano il Diavolo al dosso dell‟albera, ai gesti e ai segni che le

bruttissime donne del paese fanno al passaggio della sua bellezza. La paura dell‟ignoto, tipica dei

primi momenti, lascia il posto ad affetti rassicuranti, come quello per Biagio, un ragazzone

cerebroleso, mite e docile, anche di fronte alle bastonate di chi lo tratta come un animale.

Antonia invece comprende i diversi, i deboli, non isola Biagio, ma lo avvicina con affetto, così

buona e riservata che il Fuente, anziano soldato di Zardino, le si affeziona vegliando sui suoi

giochi di bambina e raccontandole storie di altri paesi, della Spagna innanzitutto, storie che la

fanno rimanere a bocca aperta, sempre curiosa e avida di conoscere.

Antonia è dunque più bella, più sensibile e intelligente delle altre, sa amare il bello delle albe e

dei tramonti, sa aiutare i deboli, incurante dei presagi e delle superstizioni del mondo ignorante e

bigotto che la circonda, indifferente anche alla religione, dopo essere vissuta dieci anni in mezzo

a suore che la obbligano a continue, massacranti funzioni e devozioni.

Ma Antonia, così bella, e proprio per questo diversa, suscita rabbia, avversione, tanto che la

parola stria ricorre sempre più frequentemente sulla bocca di chi le vuol male. L‟esposta non è

mai accettata e ogni azione, anche la più innocente, si può ritorcere contro di lei: Biagio è punito,

chiuso in una stanza per tre giorni senza cibo, per essere liberato dal Diavolo di Antonia che lo

incanta con sguardi e gesti di strega, come sostiene la zia del ragazzo; il pittore di edicole che

ritrae una Madonna con le fattezze dell‟esposta è stravagante, bizzarro e matto, stregato, secondo

le bigotte donne del paese; il ballo involontario e innocente con uno dei Lanzichenecchi che

irrompono in paese è motivo di sconcerto e del plateale sdegno del prete del paese, don Teresio.

“…Chi ha ballato con l’Anticristo sulla pubblica piazza non potrà mai più mettere piedi in una

chiesa, né accostarsi ai sacramenti, né venire sepolto in terra consacrata finché il vescovo di

Novara, o il Papa in persona, non gli avranno dato quell’assoluzione che essi solo, e non io!

possono concedergli tuona don Teresio nel suo anatema contro Antonia…”

Tutta questa invidia e tutta questa superstizione attorno ad Antonia le procurano una denuncia

come strega. Allontanata dai pochi che la difendono, tradita dal camminante Gasparo Tosetto che

l‟ha fatta sognare al dosso dell‟albera sotto le stelle, parlandole della Sardegna, di Genova,

descrivendole il mare come un cielo capovolto, la strega è torturata. Reagisce ancora con tutte le

sue forze, lotta con le unghie e con i denti contro gli inservienti, sputa contro gli aguzzini,

dimentica delle raccomandazione della madre adottiva. Tutto questo non ferma e spegne la

qualità del suo carattere, anzi ora la spinge ad ammettere, senza alcuna vergogna, rapporti carnali

con il Diavolo, esaltato perché diverso dal loro Dio, così crudele. In realtà Antonia mantiene la

sua lucidità, ammette i rapporti carnali col Diavolo perchè conosce benissimo l‟identità di costui

e la confessione è un‟accusa all‟amante che l‟ha abbandonata e una vendetta contro gli aguzzini:

“Io mi incontravo col mio Diavolo…e non sapevo niente di lui: nemmeno che era un

Diavolo! Ma se anche l’avessi saputo le cose non cambiavano. Camminante o Diavolo, ci sarei

andata lo stesso.”

Muore così sul rogo, in mezzo ad un vero tripudio popolare, dal momento che i contadini di

Zardino sono convinti che la morte della strega porterà finalmente la pioggia e l‟abbondanza dei

raccolti dopo una lunga siccità.







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L‟immagine della “strega” nella mentalità superstiziosa del villaggio

Due sono le prospettive attraverso cui viene creata l‟immagine diabolica della strega, quella dei

contadini e quella del prete. Sono prospettive diverse, l‟una rozza e dominata dall‟ignoranza,

l‟altra colta, ma vengono rese sostanzialmente identiche dal comune fanatismo superstizioso.

Per rendere dal vivo questo tipo di mentalità, la narrazione adotta prima il punto di vista corale

del paese, poi quello di Don Teresio, mediante sia il discorso indiretto sia quello diretto. I fatti

prodigiosi che dovrebbero essere la prova del maleficio della strega appaiono tali soltanto perché

presentati attraverso questo filtro deformante.



[…] Sul finire di quello stesso inverno, nel villaggio di Zardino incominciarono anche a manifestarsi

alcuni fatti prodigiosi…animali che improvvisamente s‟ammalavano di mali misteriosi, e stramazzavano a

terra; bambine e donne che dalla sera alla mattina si ritrovavano senza più voce; segni indecifrabili che

apparivano tracciati nella neve…lettere dell‟alfabeto scritte rovesciate messe lì a formare parole

misteriose…queste cose vennero subito collegate a degli artifici diabolici e stregheschi con cui Antonia

accalappiava i suoi morosi;

*

Antonia entrava per fare qualcosa in una casa e poi nei giorni successivi in quella stessa casa

s‟ammalava un bambino, oppure improvvisamente moriva il cane,o un vitello nasceva deforme; ecco il

vero motivo, per cui lei era stata lì!

*

Per difendersi dalla strega, e per liberarsi di lei, gli abitanti di Zardino si rivolsero al prete. Loro

potevano testimoniare che la ragazza andava ai sabba e che era stata vista proprio mentre ci andava…Un

lunedì, don Teresio si mise a tracolla la sua bisaccia delle grandi occasioni e andò a Novara, a

denunciare Antonia al Sant‟Uffizio…negli ultimi tempi ci si era messa anche questa Antonia,un‟esposta

cioè una figlia del peccato più sozzo che ci sia, il peccato carnale;[…









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STORIA DELL’ARTE



 La magia ritrovata : IL SURREALISMO



- Considerazioni tratte dall’opera “ L’arte magica ” di André Breton -



Di questo libro si favoleggiò molto, per più di trent‟anni, senza che se ne avesse, per lo più,

conoscenza diretta. Pubblicato nel 1957 in una tiratura riservata ai soci di un club del libro, è

arrivato in libreria soltanto nel 1991, in concomitanza con la grande esposizione dedicata a

Breton dal Centre Pompidou. Alla sua origine vi è un progetto che aveva appassionato Breton fin

dagli anni Trenta : scrivere una storia dell‟arte “rivisitata da cima a fondo dal pensiero e dallo

sguardo surrealista”. Il fondo magico dell‟arte, le sue implicazioni religiose, la visione

romantica, il fantastico: tutti gli elementi essenziali della teoria e della pratica surrealista

vengono così rivendicati e riconosciuti nelle loro metamorfosi attraverso la storia dell‟arte a

partire dalle pitture paleolitiche.





Mentre il problema delle relazioni fra magia e religione da un lato, e tra magia e scienza da un

altro si è posto ormai da tempo, si può dire che quello dei rapporti fra magia e arte non sia stato

ancora affrontato. L‟uso sempre più esteso dell‟epiteto “magico”, applicato oggigiorno a

un‟intera categoria di opere d‟arte sia del presente, sia del passato, pur denotando assai spesso

una rinuncia alla critica, attesta tuttavia l‟esigenza di comprenderle da un punto di vista ben

diverso da quello suggerito dal loro contenuto manifesto, e la propensione a presupporre nella

loro genesi l‟intervento di fattori più o meno misteriosi. Secondo Breton la categoria di opere

d‟arte in esame comprenderebbe a un tempo quelle dominate - o sottese – da una magia

effettivamente esercitata, vale a dire numerose opere arcaiche e quasi tutte quelle dei “primitivi”

(Africa, America, Oceania), quelle di stampo tradizionale medievale e – sotto la pressione della

realtà odierna – tutte quelle che esercitano su di noi una suggestione superiore a quanto

lascerebbero prevedere le loro caratteristiche più evidenti. S‟intende che, riguardo a queste ultime

opere, la mentalità odierna rende possibile un loro accostamento alle precedenti: fra i

procedimenti che vi predominano alcuni sembrano infatti in grado di provocare il risveglio e lo

scatenamento di forze oscure. Ne consegue che “una vivida luce viene a mettere bruscamente in

risalto, nel corso di questa storia , le opere che per certi versi presentano un volto enigmatico”.

Breton mette in evidenza come alcune nozioni, quali quelle di arte classica, arte barocca , arte

religiosa ecc., comportano sin dall‟inizio un contenuto preciso, mentre quella di “arte magica” è

ardua da definire. Significativo è l‟avvenimento che il critico ricorda come spinta verso

l‟approfondimento di questa ricerca. Un‟esposizione che si era tenuta presso il Museé

pédagogique intitolata “Perennità dell‟arte gallica” suscitò a quel tempo una gran risonanza. Gli

organizzatori di questa mostra invitavano semplicemente a far vagare lo sguardo fra le strutture di

certe medaglie galliche e quelle di alcune opere moderne. Era incredibile la somiglianza esteriore

che saltava agli occhi tra le decorazioni antiche e certe opere “astratte” di oggi. Sembrava che

entrambe conservassero un contenuto magico. L‟opera d‟arte infatti obbedisce a leggi proprie;

decida o no di adattarsi a finalità magiche, non possiamo dimenticare che essa “trae comunque









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la propria origine dalla magia stessa”: anche se pretendesse di essere puramente ,

niente potrebbe far sì che non debba alla magia la maggior parte delle sue qualità. In questo senso

ogni arte sarebbe magica, almeno quanto alla sua genesi. Se si vuole evitare che le due parole

“arte magica” si presentino a un‟estensione illimitata “si dovrà considerare come arte

specificatamente magica solo quella che in qualche modo ri-genera la magia che l’ha

generata”. Ogni arte per poco che si voglia risalire ai suoi principi costitutivi, ha dei rapporti

stretti con la magia. Ricette accademiche volte a imporre l‟idea che certi procedimenti tecnici

sono necessari e sufficienti hanno contribuito ad allontanare l‟arte da questa riflessione su se

stessa.



Nella storia del pensiero, il Surrealismo è probabilmente il primo movimento intellettuale che

abbia voluto con decisione far sì che i mezzi dell‟espressione artistica servissero a una cosa

diversa dall‟aneddoto (emotivo, intellettuale o “astratto”). La rifusione integrale dello spirito

umano, secondo Breton, non poteva rifarsi a una iconoclastia pura e semplice come quella

auspicata dal dadaismo. Al contrario, incontrando l‟arte, il surrealismo aveva il dovere di farla

tornare alle sue origini, di farle percorrere quel sentiero dal quale l‟umanità si era allontanata con

suo grandissimo danno. Il surrealismo è il solo a conservare e allo stesso tempo a rinnovare.

La parola d‟ordine fondamentale di questa corrente artistica, “liberazione incondizionata dello

spirito verso il meglio, non fa che dare, o restituire , un impulso morale e poetico a ciò che, nel

corso di tanti secoli è stato auspicio della magia, il suo segreto in vari modi confessato e mai

dissolto”.



L‟ARTE DELL‟INCONSCIO: L‟ “Automatismo psichico puro”.



L‟inconscio è quella sfera dell‟attività psichica che non raggiunge il livello della coscienza. In

altre parole esso costituisce quella parte della vita interiore di ogni individuo della quale non

possiamo avere né consapevolezza né conoscenza diretta. L‟inconscio, tuttavia, riesce a

manifestarsi in vario modo. Per esempio attraverso alcune azioni che ciascuno di noi compie in

modo automatico, cioè senza il filtro della ragione. Ciò può avvenire grazie all‟improvviso

emergere di ricordi oppure mediante atti ripetitivi. Ma è senza dubbio il sogno la via privilegiata

attraverso la quale l‟inconscio si rivela in tutta la sua essenza e pregnanza.

Fu nel 1899 che Sigmund Freud pubblicò L‟interpretazione dei sogni, un‟opera rivoluzionaria

per la sua visione del sogno. Nel 1924 André Breton pubblicava il Primo manifesto del

Surrealismo. In questo documento fondamentale egli constata che per ogni essere umano il sonno

e il sogno costituiscono una sorta di parentesi all‟interno della sua attività quotidiana. Gran parte

della vita dell‟uomo trascorre nel sonno e sognando. Deve necessariamente esistere, allora, un

modo affinchè anche questa attività del tutto umana possa entrare a far parte di una realtà

superiore che riesca a conciliare i due momenti dell‟esistenza: quello della veglia e quello del

sogno. Scrive Breton:



…>…



Sappiamo, a questo punto, che per “surrealtà” si intende una realtà assoluta. Per quanto riguarda

il Surrealismo è di nuovo Breton che chiarisce la definizione









23

…>…



Pertanto il Surrealismo è un processo automatico che si realizza senza il controllo della ragione, e

fa sì che l‟inconscio emerga e si esprima divenendo operante anche mentre siamo svegli. In tal

modo il pensiero è libero di vagare e raccogliere immagini, idee e parole senza costrizioni

precostruite.

Come fare arte surrealista quindi? La bellezza surrealista nasce dal trovare degli oggetti reali,

veri, esistenti che non hanno nulla in comune (ad es. un ombrello e una macchina da scrivere),

posti assieme in uno stesso luogo ugualmente estraneo a entrambi. Tale situazione genera

un‟inattesa visione che sorprende per la sua assurdità e perché contraddice a fondo le nostre

certezze. I moduli e le tecniche per pervenire a una pittura automatica escogitati dai pittori

surrealisti furono numerosi. Fra essi senza dubbio sono da ricordare il frottage (strofinamento) il

grattage (grattamento) e il collage.





La pittura Surrealista : esempi di opere scelte.



JOAN MIRO’ – Le costellazioni



All‟anno di nascita del Surrealismo (1924-1925)

risale quest‟opera: Il carnevale di Arlecchino. La

realtà, non più presa a modello, diviene, al contrario,

il punto di partenza che la libertà inventiva trasforma

in un qualcosa di diverso, in un sistema di segni. Nel

dipinto è l‟immaginario che prende il sopravvento,

pur ordinato entro una rete geometrica. Non è però il

sogno (l‟inconscio) l‟ispiratore della composizione di

Mirò ma uno stato particolare di allucinazione, la cui

causa il pittore individuava nella fame, che gli

provocava una specie di “trance”. In una stanza

(l‟atelier dell‟artista in rue Blomet a Parigi) delle

figurette fantastiche, in parte zoomorfe, in parte

geometriche, sembrano danzare e muoversi al ritmo

delle note musicali emesse da una minuscola chitarra

volatili, pesci , rettili, insetti e stelle comete animano

quasi scherzosamente la composizione. Dalla finestra

un triangolo nero che emerge simboleggia la tour Eiffel. I colori vivaci e gioiosi e le forme affettuose di esserini

benigni e giocosi evocano “il lato magico delle cose” come lo stesso Mirò spiegava.







RENE’ MAGRITTE

La ricerca dell‟artista verte quasi essenzialmente sul nonsenso

delle cose, sui rapporti tra visione e linguaggio, sulla creazione di

situazioni inattese e impossibili, sulla valorizzazione degli oggetti

usuali che decontestualizzati appaiono in tutta la loro novità e

magia. Non sono, allora il sogno e l‟inconscio i protagonisti delle

riflessioni pittoriche di Magritte, ma è la veglia.









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È del 1928-29 L’uso della parola, un dipinto raffigurante una pipa recante nella porzione inferiore una scritta “Ceci

n‟est pas une pipe”.

Magritte vuole sottolineare la differenza fra l‟oggetto reale (la pipa) e la sua rappresentazione (la pipa dipinta). È

ovvio che la pipa e la sua immagine non coincidono, eppure chiunque di noi guardando una pipa disegnata o dipinta

alla domanda “cos‟è?” risponde “è una pipa” si tratta di un equivoco che lega a ogni oggetto un nome. Questa

contraddizione genera uno stato di shock e il messaggio qui contenuto è di tipo filosofico e invita a riflettere.







Ne Le passeggiate d’Euclide al tema del quadro nel quadro si aggiunge la doppia immagine del cono (la strada in

prospettiva sulla destra e la copertura di un campanile merlato a sinistra). Tali espedienti illusionistici, inducono

l‟osservatore a credere di stare guardando oggetti reali. Questo tipo di tecnica

pittorica prende il nome di Trompe-l’oeil, termine francese che significa

“inganna l‟occhio”. Nel dipinto realizzato con precisione quasi fotografica, la

geometria che può essere illusiva crea una sorta di magico gioco di parole

visivo che procura piacere facendo scattare il nostro meccanismo di curiosità.



Le Grazie naturali raffigura quattro uccelli verdi

che sono allo stesso tempo anche foglie turgide in

un ambiente semidesertico delimitato in

lontananza da una catena montuosa. L‟ibridazione

è un ulteriore mezzo per produrre un effetto di

spaesamento. In questo modo le foglie diventano

esseri animati e gli uccelli partecipano alla vita

vegetale, mentre, radicati a terra, sono privati della

capacità di volare.









 METAFISICA E OLTRE – Giorgio de Chirico



Una combinazione di casualità, fra le durezze e le sofferenze della guerra, fece incontrare a

Ferrara, nel Marzo 1917, Giorgio de Chirico, il fratello Andrea, meglio noto con lo pseudonimo

di Alberto Savinio e Carlo Carrà. Fu la nascita della pittura metafisica. Il termine “metafisica” è

inerente alla filosofia. Andronico di Rodi nel I secolo a.C. distinse gli scritti di Aristotele in due

gruppi di opere. Il primo comprendeva i trattati riguardanti la fisica (che studia le leggi della

natura); il secondo era costituito dai testi riferiti all‟essenza delle cose, cioè ai principi insiti nelle

cose stesse. Mentre le opere del primo studiano i fenomeni naturali percepibili attraverso i cinque

sensi, quelle del secondo indagano, tramite l‟intuizione e il ragionamento, le realtà di cui non

abbiamo esperienza diretta, il mondo magico e il sovrannaturale. Nell‟uso di de Chirico e dei

metafisici,il termine ha, come unico punto di contatto con quello filosofico, l’allusione a una

realtà diversa, che va oltre ciò che vediamo allorchè gli oggetti, usati fuori del loro contesto

solito, sembrano rivelare un nuovo significato che sorprende. La “collana dei ricordi” (citata da

de Chirico in Valori Plastici) è la logica dei ricordi, che associa significati, usi e spazi propri a

ogni cosa; se essa si spezza, tutto diventa all‟improvviso nuovo. Tale situazione crea una realtà

diversa, estraniando gli oggetti dal loro usuale contesto oppure mostrando come inanimati luoghi

fatti per contenere persone, con un effetto provocatorio che genera un vago senso di turbamento.









25

Non è ,come forse potrebbe superficialmente apparire l‟inizio del Surrealismo, anche se i

Surrealisti ritennero de Chirico loro precursore. Esula dagli intenti di de Chirico il ricorso al

sogno e all‟automatismo. All‟immediatezza visiva e allo spazio rarefatto degli impressionisti, alla

scomposizione delle forme e allo spazio dinamico dei Futuristi la Metafisica oppone uno spazio

rigidamente geometrico, una prospettiva schematica, una solida volumetria degli oggetti, infine

un segno netto, deciso e sicuro. Fu la rivista “Valori Plastici” a diffondere i contenuti della

pittura metafisica. La rivista si prefiggeva lo scopo di mostrare l‟intima coerenza fra le moderne

correnti figurative e i valori più sinceri della tradizione pittorica italiana (forma e solidità

volumetrica). L‟esperienza di Valori Plastici si esaurì nel 1922, quando alcuni artisti si

raggrupparono sotto la sigla Novecento e tra di essi, diversi (tra cui Carrà e lo stesso de Chirico)

aderirono al movimento del Realismo Magico, di cui il più importante esponente fu lo scrittore

Massimo Bontempelli.





Alcune opere scelte di de Chirico





Nelle opere di de Chirico ogni sollecitazione che non fosse quella

della vita segreta delle cose viene respinta. Palesemente l‟oggetto

non è più caratterizzato per se stesso, ma unicamente in funzione di

un segnale che esso attiva, ed è dalla successione di simili segnali che

ci si aspetta la possibilità di stabilire una linea nodale che abbia

potere di destino. Un‟arte come questa presuppone il ricorso

all‟intuizione totale dei simboli che il mono inanimato nasconde. Con

de Chirico si passa all‟ emblematico puro (“l‟arte magica” Breton).

L’enigma dell’ora è fra i primi dipinti propriamente metafisici

dell‟artista. Un porticato, sovrastato da una loggia, occupa quasi

l‟intero spazio della tela. Nella sua ombra densa una figura umana

aspetta immobile. In basso i raggi del sole pomeridiano, che genera

ombre lunghe, sfiorano appena una vasca con uno zampillo d‟acqua,

mentre investono l‟uomo vestito di bianco che le sta di fianco. I due

uomini immobili – forse lì da sempre – e l‟orologio che indica l‟ora

stabiliscono con l‟osservatore un rapporto di attesa; attesa di un

evento sconosciuto, enigmatico, che apparentemente sta per compiersi, ma che, probabilmente non si compirà mai.



Nel 1917, de Chirico dipinge Le Muse inquietanti, quasi fosse un manifesto della

pittura metafisica .Nel mezzo di una grande piazza dominata dalla rossa sagoma

del Castello estense di Ferrara, si protende un palco formato da tavole lignee il cui

colore non è dissimile da quello del castello. Rosse e alte ciminiere sulla sinistra

non buttano fumo e non sono, pertanto, segno di vita o di attività. Sul palco

prendono posto armonicamente delle statue-manichino dalle grandi teste ovoidali e

collocate su piedistalli (la figura inanimata, al centro, seduta su un parallelepipedo

azzurro,è “smontata”: la sua testa rimossa le è appoggiata ai piedi). Altri corpi

geometrici, colorati come i giochi di un bimbo, sono disposti fra i muti personaggi

di pietra. L‟uomo è assente dalla scena, le finestre degli edifici sono buie o chiuse.

Le Muse, protettrici delle arti e paludate all‟antica, quasi colonne consunte dal

tempo, sono immobili ed enigmatiche presenze depositarie di un mistero

inaccessibile e inquietante. Per quanto riguarda i colori, il verde scuro del cielo

terso incupisce l‟atmosfera e rende la scena particolarmente inquietante. Il senso

della prospettiva e fortissimo e acuito dalla presenza di lunghe linee oblique. Ma la

prospettiva non è qui quella reale, e con i suoi difetti contribuisce con i suoi difetti

a creare un forte effetto di sbilanciamento nell‟osservatore.









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FILOSOFIA



 James George Frazer “ L’avvocato del diavolo ”- Il ruolo della

superstizione e della magia nelle società umane.



 EVOLUZIONISMO E FUNZIONALISMO





Sir James George Frazer, nato nel 1854 a Glasgow da una famiglia presbiteriana, ha dato un

fondamentale contributo all'antropologia culturale e alla storia delle religioni.

Nel 1879 viene eletto alla fellowship del Trinity College di Cambridge. Nel 1888 scrive gli

articoli Taboo e Totemism per la nona edizione dell‟ Encyclopaedia Britannica. Nel 1890 esce la

prima edizione de Il ramo d'oro (the golden bough), opera monumentale in dodici volumi, in cui

espose la sua teoria sulla magia, intesa come inizio di un complesso percorso che la vede

evolversi prima nella religione e poi nella scienza. Definisce la magia come un fenomeno di simpatia tra le cose,

capace di instaurare legami per omeopatia, similitudine (come nel caso dei riti vodoo) o contagio (due cose in

contatto fra di loro continuano ad avere un influsso l'una sull'altra anche dopo essere state separate). Nel 1922, Frazer

compilò un‟edizione ridotta dell‟opera, più accessibile per il pubblico.

Lavoratore instancabile, Frazer pubblica nel 1905 le Lectures on the Early History of Kingship e nel 1910 Totemism

and Exogamy. La sua immensa cultura classica e antica si manifesta nel commento alla Periegesi della Grecia di

Pausania e ai Fasti di Ovidio e in Folk-Lore in the Old Testament. Nel 1908 gli fu assegnata la honorary

professorship di antropologia sociale all‟Università di Liverpool. Muore nel 1941 a Cambridge.









Protagonista di questo testo ,è un oggetto difficile da definire e

analizzare, eppure sempre presente in ogni forma di società

umana: la dimensione magica o, per dirla con l‟autore del Ramo

d‟oro, la superstizione. Partecipe dello spirito laico ed empirista

dei suoi tempi, Frazer riteneva che lo sviluppo della civiltà

procedesse, dagli stadi inferiori a quelli superiori, attraverso tre

diverse fasi: la magia, la religione e la scienza. Ci si

aspetterebbe dunque una rigida condanna di ogni forma di

magia. Avviene invece esattamente il contrario. In The Devil‟s

Advocate (pubblicato per la prima volta nel 1909 col titolo

Psyche‟s Task, riedito nel 1913 e poi nel 1928), Frazer dimostra

come le forme del rispetto «superstizioso» per l‟integrità altrui

siano il cemento che tiene unite le istituzioni fondamentali della

società, primitiva o moderna che sia: il governo, la proprietà privata, il matrimonio. È proprio il

timore reverenziale del tabù ,che non può essere infranto, il principale elemento di coesione dei

raggruppamenti umani.

Laureato in diritto, l‟antropologo scozzese che mai esercitò la professione forense, si fa qui

«avvocato del diavolo» delle pulsioni irrazionali dell‟umanità, sostenendo che, lungi dal portare

a un esito negativo, esse conducono a una maggiore integrazione sociale.

Largamente letta e citata dai più grandi pensatori di inizio secolo, L‟avvocato del diavolo è

considerata da Bronislaw Malinowski e Marcel Mauss l‟opera più importante di Frazer.







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Considerazioni preliminari sull’opera: concezioni filosofico – ideologiche di Frazer e il

contesto storico tardo positivista.



Possono ancora impressionare il lettore odierno alcuni episodi di magia e stregoneria narrati in

questo libro. Bisogna riconoscere, però , che essi sono poca cosa rispetto ai fenomeni di

irrazionalità individuale e collettiva che è dato di riscontrare ogni giorno nelle nostre società. Alla

fine del secolo scorso, magia, chiromanzia, satanismo, sette del tipo “New Age” sono più in voga

che mai. Se il nostro mondo è alienante e frustrante, molti sono coloro che immaginano di poter

trovare una via d‟uscita rifugiandosi in un‟illusione totale che possa comunque dare un senso alla

vita.

Tra la seconda metà del XIX secolo gli inizi del XX, eminenti personaggi quali Le Bon, Freud e

lo stesso Frazer, sostenitori di posizioni filosofiche del tardo positivismo, dovettero fare i conti

con l’impotenza della ragione a debellare i fantasmi dell’irrazionalità.

Per la verità, Frazer, convinto non meno di altri suoi colleghi del carattere falso e improprio delle

credenze magiche, ne coglie però la intrinseca utilità sociale, la funzionalità rispetto alla

definizione di un ordine delle società umane.

Il teorico scozzese cerca dunque l‟ausilio dell‟elemento negativo, che altri pensatori più rigoristi

avevano rifiutato, e diventa “l’avvocato del diavolo”, di quei clienti scomodi che sono la magia e

la superstizione.

La magia è senz‟altro concepita come una struttura profonda e di lunga durata, quasi una

categoria a priori rispetto alle condizioni storiche concrete. Magia e superstizione sono stati i

principi logici che hanno guidato l‟infanzia dell‟umanità e lo sono ancora oggi per i selvaggi non

civilizzati.

Nella concezione evoluzionistica di Frazer, il passaggio dalla magia alla religione e infine alla

scienza è soltanto un postulato fittizio, che risente fortemente dell‟influsso positivista, giacchè i

tre termini convivono simultaneamente nelle stesse realtà sociali. È fondamentale sottolineare

come fra secondo Ottocento e primi del Novecento non solo il sentimento religioso viveva una

stagione di risveglio ma si diffondeva largamente la pratica dello spiritismo e si elaboravano

nuovi rituali magici. Filosofi e scienziati non potevano ignorare un fenomeno di tale portata.

A proposito del tema della presenza della religione nelle società umane Frazer assume un punto

di vista dichiaratamente strumentale: rintracciare nelle credenze magiche prima e in quelle

religiose poi il senso di una utilità sociale. Gli innumerevoli casi etnografici che egli descrive

nel libro sono tutti tesi a dimostrare come . Molte tra le nostre principali istituzioni civili – il

governo, la proprietà privata, il matrimonio il rispetto stesso per la vita umana appaiono oggi

fondate su un tenace buon senso. Oggi la loro motivazione può apparire ovvia, ma non altrettanto

evidente doveva risultare nelle società primitive. In esse queste istituzioni hanno potuto derivare

.

Il compito che Frazer si propone in questo scritto consiste appunto nel definire la genesi e il

funzionamento delle istituzioni e nel spiegare in quale modo si ottiene un risultato

accettabile di coesione sociale generale.

Se la superstizione contribuisce a mantenere in vigore quelle istituzioni che, sole, garantiscono la

sopravvivenza della società, non vi è dubbio che essa sia al servizio di un intrinseco bisogno di

sicurezza dell’umanità.









28

La strategia cognitiva messa in opera ne L‟avvocato del diavolo è indubbiamente diversa da

quella del Ramo d‟oro. Nell‟opera più giovane la necessità di dar conto di tanti miti classici

dell‟Occidente aveva condotto l‟autore a individuare nella magia una “falsa scienza”, un tessuto

di errori e false associazioni dovute all‟ignoranza, ma che tuttavia costituiva un tentativo di

spiegare il mondo e le leggi naturali che lo governano.

Diversamente,nell‟Avvocato del diavolo è racchiuso il significato più ampio del mentalismo di

Frazer, ovvero l‟enunciazione del fatto che,se è vero che le credenze superstiziose cementano le

istituzioni sociali, allora le strutture del pensiero sono altrettanto creative dei rapporti

materiali. L’attitudine a vivere in una società è solidale allo sviluppo delle operazioni

logiche mentali – e quello magico-religioso è per Frazer un sistema logico in piena regola, sia

pure illusorio.

L‟entità epistemica di base è per Frazer la credenza (belief). Molti dei positivisti di fine Ottocento

individuano dei confini insuperabili di questo belief.(“ E‟ erroneo, sempre dovunque e per tutti,

credere sulla base di prove insufficienti”). Frazer fu sempre un attento cultore delle scienze

naturali, e il suo positivismo non fu una cieca adesione a generici principi di progresso. Secondo

Frazer,la scienza moderna ha soppiantato del tutto la concezione animista e politeista , che

personificava gli aspetti della natura esterna, e ha sostituito ad essi concetti astratti, come atomi e

molecole, che pur essendo impercettibili come gli spiriti, loro predecessori, compiono, il loro

dovere con più regolarità e certezza.



>



In questa concezione sta la modernità dello studio antropologico qui affrontato. Le convinzioni

dell‟epoca vengono accantonate a favore della difesa di un cliente fortemente sospetto: la magia.

Attraverso il suo studio,secondo l‟antropologia sociale, siamo in grado di comprendere le

dinamiche delle comunità odierne e il funzionamento di quelle istituzioni che, ancora oggi,

costituiscono l‟ossatura della società moderna.





Magia e superstizione come fondamenta delle istituzioni di una società: analisi del

sistema del “GOVERNO”



Siamo abituati a pensare alla superstizione come a un male assoluto, che ha portato gravi danni

nel mondo, cosa impossibile da negare. In suo nome sono state sacrificate innumerevoli vite,

separate le famiglie e portate alla guerra intere nazioni.

Frazer si propone in maniera “caritatevole” di difendere questo cliente sospetto e diabolico ,

cercando di dimostrare attraverso svariati esempi, come le istituzioni civili si fondino almeno in

parte proprio su di esso. Se nella nostra società siamo pronti a difendere con solidi e fondati

argomenti la sopravvivenza di questi sistemi, è praticamente certo che fra i selvaggi e anche fra

i popoli che si sono elevati al di sopra dello stato di barbarie, queste stesse istituzioni

derivino gran parte della loro forza da credenze che noi saremmo pronti a condannare

senza riserve come assurde.

Le istituzioni prese ad esame sono quattro, e cioè il governo, la proprietà privata, il matrimonio e

il rispetto della vita umana.









29

In questo percorso ho scelto di approfondire il primo sistema preso in considerazione: IL

GOVERNO.



L‟antropologo, nell‟analisi del sistema del governo, si propone di dimostrare la seguente

proposizione:



...>...(*)



Nell‟apertura del saggio Frazer fa una precisazione: nessuna istituzione che si fondi

unicamente sulla superstizione, vale a dire su qualcosa di falso, può essere duratura. Se essa

non risponde ad un bisogno reale dell‟umanità, se le sue fondamenta non penetrano in maniera

forte e profonda nella natura delle cose, è destinata a perire. Pertanto le istituzioni in questione si

sorreggono anche sulla base di altri aspetti, e la superstizione ne costituisce solo una parte.

Altra precisazione: lo studio è qui limitato ad alcune razze umane e ad alcuni periodi storici.



In un certo numero di popoli, il ruolo del governo si è trovato molto facilitato dalla credenza che i

governanti appartengono a una classe di esseri superiori, che godono di un potere

sovrannaturale e magico a cui i governati non potrebbero ambire. Per esempio tra i

Melanesiani, l‟autorità dei capi si è sempre fondata sulla credenza in un potere sovrannaturale

derivato dagli spiriti con cui essi sono in rapporto. Nella misura in cui questa credenza si è

affievolita la condizione del capo tende a diventare precaria. Secondo la testimonianza di un

nativo melanesiano, l‟autorità dei capi si fonda interamente sulla credenza che essi siano in

comunicazione con fantasmi potenti e che godano di un potere magico, grazie al quale possono

far sì che questi fantasmi influenzino la vita umana. Da quando un numero dei sudditi ha preso a

dubitare dell‟influenza del capo sulle entità spirituali, la sua facoltà di riscuotere imposte è

diminuita.

In Nuova Zelanda si credeva che i capi Maori fossero atua o dei. Il reverendo Taylor, che fu per

più di trent‟anni missionario in quelle terre ci dice che un capo Maori, quando parlava, assumeva

un tono innaturale per lui, una sorta di linguaggio di corte. Viveva a distanza dai suoi sudditi e

mangiava separatamente: la sua persona era sacra. Questo principio non era confinato al corpo.

Poichè gli dei potevano essere più o meno potenti, ognuno naturalmente cercava di diventare una

divinità del primo tipo. La strategia adottata consisteva nell‟incorporare gli spiriti degli altri

insieme al proprio; così quando un guerriero uccideva un capo, immediatamente gli cavava gli

occhi e li ingoiava, perchè si supponeva che la divinità risiedesse in questi organi; egli non

soltanto uccideva un suo nemico, ma entrava in possesso della sua anima: in questo modo più

capi uccideva, più si accresceva la sua divinità. Anche qualsiasi oggetto che il capo Maori

toccava diveniva sacro. Sono noti casi di Maori morti dalla paura, apprendendo che avevano

inconsapevolmente mangiato i resti di un pranzo del capo o toccato qualcosa che gli apparteneva.

A Tahiti, quando un re andava al potere, era fasciato da una cintura sacra di piume rosse, che lo

identificava con gli dei. Di conseguenza tutti gli oggetti connessi al re o alla regina diventavano

sacri. A nessuno era permesso di toccare il corpo del re o della regina: chi avesse steso il braccio

verso di loro o passato la mano sulla loro testa avrebbe dovuto pagare con la vita questo atto

sacrilego.









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Allo stesso modo si crede che i re Africani siano dotati del potere magico di far cadere la pioggia

e di far crescere i raccolti: la siccità e la carestia vengono attribuite alla debolezza o alla cattiva

volontà del re, che può addirittura essere messo a morte.

La diffusa concezione africana della divinità dei re conobbe il suo culmine molto tempo fa

nell‟antico Egitto, dove i re erano trattati come dei, sia in vita che in morte, e dove i templi erano

riservati alla loro adorazione.

Queste superstizioni non erano confinate ai selvaggi e ad altri popoli di razza diversa che

vivevano nelle parti più remote del mondo, ma sembra che siano state condivise dagli

antenati di tutti i popoli ariani, dall‟India all‟Irlanda.

Nella Grecia omerica , i re e i capi erano descritti come sacri o divini; anche le loro case erano

divine e i loro carri sacri; si pensava che il regno di un buon re facesse sì che la nera terra

producesse grano ed orzo, che gli alberi fossero carichi di frutta.

Forse l‟ultimo vestigio di simili superstizioni che si protrassero fino ai re d‟Inghilterra di fine

Settecento era la convinzione che essi potessero guarire la scrofola col loro tocco. Il primo re

francese a toccare gli ammalati fu Roberto il Pio, il primo re inglese Edoardo il Confessore. In

Francia, la credenza sopravvisse più a lungo, perchè, mentre in Inghilterra la regina Anna fu

l‟ultimo monarca a toccare i malati di scrofola, sia Luigi XV che Luigi XVI , durante la loro

incoronazione toccarono migliaia di malati.



Queste testimonianze, per quanto sommarie, possono essere sufficienti a provare che molti popoli

hanno considerato i loro governanti , capi o re, con timore superstizioso, come se fossero dotati

di poteri magici superiori alle possibilità della gente comune. Sulla base di questa profonda

venerazione, non possono che aver concesso un’obbedienza molto più pronta e assoluta. La

proposizione di partenza dell‟antropologo è dunque provata (*).

In conclusione Frazer dimostra come la superstizione e la magia abbiano reso un grande servigio

all‟umanità. Hanno fornito alle masse un motivo, seppur sbagliato, per agire giustamente.

L‟autore riesce nel suo intento di difesa in favore della superstizione e si presenta come

“avvocato del diavolo” e non come suo carnefice.







LA TEORIA DELL’EVOLUZIONE E L’EVOLUZIONISMO FILOSOFICO

- la magia come stadio di un processo evolutivo –



[ Darwin, Spencer, legge dei tre stadi di Comte, teoria unilineare di Frazer]



Sul finire del Settecento si era affacciata nella scienza l‟idea della storicità della natura e delle

specie viventi. Queste ultime non sarebbero state create già compiute agli inizi dei tempi

(secondo la visione biblica tradizionale) ma deriverebbero da specie più semplici.

Il botanico e zoologo Jean Baptiste de Lamarck fu tra i primi pensatori a proporre una teoria

dell’evoluzione della specie. Nella natura sarebbe presente una spontanea tendenza

all‟organizzazione, perennemente in contrasto con una forza disgregativa opposta.

Successivamente con Charles Darwin furono esposti i principi cardine del meccanismo

evolutivo: il principio di variazione e quello di selezione naturale. Per Darwin le specie sono

popolazioni o insiemi di individui, che interagiscono nella riproduzione, nella lotta per il cibo, e

così via. Questi individui presentano delle differenze- trasmissibili ai discendenti- a livello







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morfologico, fisiologico o comportamentale: per esempio in una popolazione di serpenti, alla

nascita la metà può avere la testa ricoperta da scaglie, mentre l‟altra metà può esserne priva: si

tratta del principio di variazione. Ora quegli individui che sono meglio adatti all‟ambiente hanno

maggiori opportunità di sopravvivere e di riprodursi, trasmettendo così i propri caratteri:

principio della selezione naturale.





Alle teorie darwiniane e lamarckiane si riallaccia l’evoluzionismo che doveva affermarsi come

visione unificante del mondo nella seconda metà dell‟Ottocento. Le teorie biologiche di partenza

vengono trasformate in un principio interpretativo di ogni forma di divenire. L‟autore di questa

sintesi del sapere è principalmente Herbert Spencer.L'evoluzionismo, nelle scienze

etnoantropologiche, è un approccio teorico che vede le varie culture umane collocate in

differenti stadi evolutivi. I diversi stadi evolutivi possono essere rapportati a quelli definiti dalla

legge dei tre stadi di Auguste Comte.



Comte considerava la sociologia come l'ultimo risultato di uno sviluppo di scienze, quali la

biologia, la chimica, la fisica. Egli credeva che lo studio di tale disciplina avrebbe portato

l'umanità ad uno stato di benessere, dato dalla comprensione e dalla conseguente capacità di

controllo del comportamento umano. Con la legge dei tre stadi Comte prefigurava l'avvento

dell'era positiva in cui la scienza avrebbe avuto un posto centrale nella vita degli uomini. La

legge è così articolata: stadio teologico, metafisico, positivo. Nello stadio teologico i fenomeni

naturali vengono spiegati facendo appello a entità e potenze sovrannaturali; nello stadio

metafisico tali potenze sono sostituite da entità concettuali, essenze e principi astratti: dalla

fantasia e dall‟immaginazione si passa alla riflessione e alla ragione ma sempre con l‟obiettivo di

individuare le cause prime dei fenomeni. Solo nello stadio positivo tale pretesa è abbandonata:

non si ricercano più le cause, ma le leggi, ovvero le relazioni tra i fenomeni, e ci si avvale del

metodo scientifico, basato sull‟esperienza e sul ragionamento.



I primi antropologi riconosciuti come scienziati furono britannici e americani. Studiosi come

Edward Burnett Tylor e James Frazer in Gran Bretagna si occuparono dell'argomento

lavorando soprattutto su materiali raccolti da altri, di solito missionari, esploratori, o ufficiali

coloniali. Questi etnologi erano interessati in modo particolare nelle motivazioni per cui i popoli

che vivevano in diverse parti del globo avessero credenze e pratiche simili. Tutti fondavano la

loro teoria sulla convinzione dell'esistenza di un progresso nella storia dell'uomo. La storia

della società umana era vista come il prodotto di una sequenza necessaria di stadi di sviluppo

sempre più complessi, culminante nella società industriale di metà Ottocento. Le società

contemporanee più semplici non avevano ancora raggiunto gli stadi culturali più elevati del

progresso e potevano essere ritenute simili alle società più antiche. In questo quadro si cercava di

dare spiegazione di comportamenti e usanze ritenute altrimenti insensate: sarebbero state

sopravvivenze di precedenti stadi culturali .In questo paradigma teorico, i popoli "selvaggi"

sparsi sui vari continenti possono illustrare le condizioni di vita degli uomini preistorici,

antenati della nostra civiltà. Per cui le società non europee venivano viste come dei "fossili

viventi" di stadi di evoluzione sorpassati dalla civiltà occidentale e che potevano essere studiati

per gettare luce sul passato di quest'ultima.









32

Nell'evoluzionismo classico dell'Ottocento la visione dominante è quella unilineare. Per questa

concezione esiste una linea evolutiva dominante, tutte le società passano attraverso gli stessi stadi

e lo fanno con velocità diverse. Frazer individuava nelle fasi in cui c'è il predominio della magia,

della religione e della scienza i tre stadi che le società attraversano. Nel 1871 Edward Tylor nella

Cultura dei primitivi arrivò alla conclusione che la magia fosse una «scienza sbagliata» in

quanto non in grado di distinguere i rapporti causa-effetto da quelli propriamente temporali.

Vicino alla posizione tyloriana fu appunto Frazer, il quale, nel Ramo d'oro, pur considerando la

magia un primo stadio nello sviluppo della civiltà, ebbe il merito di fornirne una prima

classificazione. Egli distinse i processi magici in simpatetici/imitativi, basati sull'errore che il

simile agisca sul simile (es. travestirsi da animale per augurarne la caccia) e contigui/contagiosi,

basati sull'errore che le cose che sono state in contatto possono continuare ad interagire anche se

distanti (es. ciocche di capelli, oggetti appartenenti alla persona su cui gettare il malocchio).









IL FUNZIONALISMO



Le ricerche di Alfred Reginald Radcliffe-Brown (1881-1955) e di Bronislaw Malinowski danno

origine a quella che venne definita antropologia “funzionalista”.

Radcliffe-Brown fu il primo a elaborare con coerenza il concetto di funzione; essa indica “il

contributo di un‟attività parziale all‟attività totale di cui essa è parte”, cioè il ruolo che un

comportamento, un valore, una “rappresentazione collettiva” hanno nella conservazione della

struttura sociale. Le trasformazioni del sistema sono analizzabili in termini di trasformazioni delle

sue funzioni in ragione di certi bisogni; questi adattamenti possono riguardare i rapporti del

sistema con l‟ambiente, i rapporti tra le funzioni del sistema, i rapporti tra individuo e sistema.

Malinowski ha esteso il concetto di funzione, sostenendo che ogni forma culturale non è solo

funzionale alla conservazione del sistema, ma anche e soprattutto alla realizzazione dei

bisogni dell’individuo. Esempio lampante è quello proposto nell‟analisi del sistema di governo

di Frazer, dove la superstizione e le credenze magiche permettono la conservazione delle

istituzioni fondamentali e sono appunto “funzionali” alla coesione di un gruppo sociale e alla

realizzazione dei bisogni.

In questi nuovi studi si afferma la tendenza all‟analisi sul campo, che rigetta definitivamente il

modello dell‟etnografia come semplice collocazione di materiale; l‟antropologo è chiamato al

confronto diretto con il suo oggetto, mediante lo studio dall‟interno della lingua e degli usi di un

gruppo umano. Ciò ha dato e dà tuttora alla ricerca antropologico-culturale uno spessore umano e

un significato etico di dialogo con l‟altro che si conservano anche nella moderna versione del

positivismo antropologico, l‟antropologia di Lévi-Strauss.









33

 Emile Durkheim “ Le forme elementari della vita religiosa” - la nascita

della sociologia come disciplina autonoma.





Emile Durkheim (Epinal, 1858- Parigi, 1917) nacque da una famiglia ebraica; si

formò alla École normale superieure di Parigi, avvicinandosi al positivismo. Dopo

un periodo di insegnamento liceale, fu nominato professore a Bordeaux, dove

insegnò fino al 1902; in quell‟anno ebbe la nomina alla Sorbona, dove insegnò fino

alla morte. Fu fondatore della rivista “L‟année sociologique” che divenne uno dei

punti di riferimento del dibattito sociologico internazionale. Le sue opere

fondamentali sono: Sulla divisione del lavoro sociale; Le regole del metodo

sociologico e Le forme elementari della vita religiosa. Opere postume riguardano

problemi socio pedagogici, la metodologia e la storia della sociologia.









Considerazioni sull’opera: definizione del fenomeno religioso e della religione.



Oggetto principale dell‟opera è l‟analisi della religione più semplice a noi nota, allo scopo di

determinare le forme elementari della vita religiosa- perché esse possono più facilmente essere

attinte e spiegate attraverso le religioni primitive. Oggetto secondario della ricerca : la genesi

delle nozioni fondamentali del pensiero, cioè delle categorie- ragioni che fanno ritenere che esse

abbiano un‟origine religiosa, e perciò sociale.

Per cercare quale sia la religione più primitiva e più semplice che possiamo cogliere mediante

l‟osservazione, occorre innanzitutto definire che cosa si debba intendere per religione.

Durkheim sostiene che è necessario e possibile indicare un certo numero di segni esteriori,

facilmente percepibili, che permettano di riconoscere i fenomeni religiosi ovunque si incontrano.

Gli uomini sono stati obbligati a farsi una nozione di ciò che è la religione molto prima che

la scienza delle religioni abbia potuto istituire le sue comparazioni metodiche. Il sociologo,

all‟interno dell‟opera, passa in rassegna diverse idee e concezioni, sulla base delle quali potrebbe

essere definita la religione. La prima di queste è quella di soprannaturale e misterioso.

Con questo termine si è soliti indicare ogni ordine di cose che superi la portata del nostro

intelletto: il soprannaturale è il mondo del mistero, dell‟inconoscibile, dell‟incomprensibile. La

religione sarebbe dunque una speculazione concernente tutto ciò che sfugge alla scienza, e più

generalmente al pensiero distinto. Ad ogni modo, è sicuro che questa idea appare molto tardi

nella storia delle religioni; i primitivi attribuivano certe virtù straordinarie a oggetti

insignificanti e in questa concezione siamo facilmente portati a trovare un‟aura di mistero. In

realtà queste spiegazioni che ci sorprendono appaiono al primitivo le più semplici del mondo.

Egli non vi scorge una specie di ultima ratio, ma vi scorge la maniera più immediata di

rappresentarsi e di comprendere ciò che osserva intorno a sé. Le forze che egli chiama in gioco

sono senza dubbio diverse da quelle che lo scienziato moderno conosce, ma per colui che vi crede

non sono più intellegibili di quanto la gravità o l‟elettricità lo sono per il fisico d‟oggi. D‟altra

parte l‟idea del soprannaturale, come noi l‟intendiamo è recente: essa presuppone infatti l‟idea

contraria di cui è la negazione, e che non è affatto primitiva. Bisognava infatti già possedere la

consapevolezza che esiste un ordine naturale delle cose, cioè che i fenomeni dell‟universo sono

legati tra loro secondo rapporti necessari chiamati leggi. Una volta ammesso questo principio,









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tutto ciò che deroga a queste leggi doveva necessariamente apparire al di fuori della natura, e

quindi della ragione. Ma questa nozione di determinismo universale è di ordine recente: essa è

una conquista delle scienze positive. Ecco perché gli interventi miracolosi, che gli antichi

attribuivano ai loro dei, ai loro occhi non erano miracoli. Erano per essi spettacoli belli, rari o

terribili, di sorpresa e di meraviglie (θαύματα) , ma essi non vi scorgevano affatto un mondo

misterioso in cui la ragione non può penetrare. Si è perciò ben lontani dal poter far coincidere

la nozione di religioso con quella di straordinario. La nozione di mistero non è infatti una

nozione primitiva. Inoltre le concezioni religiose hanno anzitutto come scopo quello di

esprimere e di spiegare ciò che è costante e regolare nelle cose e non eccezionale.

Anche la possibilità di definire la religione in funzione dell‟idea di divinità viene scartata:

esistono religioni senza dei e in alcune, pur essendo presenti, vi sono riti che non implicano

alcuna nozione di questa. Soluzione finale è la ricerca di una definizione positiva. I fenomeni

religiosi si collocano naturalmente in due categorie fondamentali: le credenze e i riti. Le prime

sono stati di opinione e consistono di rappresentazioni; i secondi costituiscono tipi determinati di

azione. Tutte le credenze religiose possono inoltre essere distinte in cose sacre e cose profane. Il

carattere distintivo della religione è proprio questa divisione bipartita. I riti sono infine regole di

condotta che prescrivono il modo in cui l‟uomo deve comportarsi con le cose sacre. Ogni gruppo

omogeneo di cose sacre, costituisce un centro di organizzazione intorno al quale gravita un

gruppo di credenze e riti, cioè un culto particolare. Non c’è religione per quanto unitaria,

che non riconosca una pluralità di cose sacre.



Distinzione tra magia e religione – L’ IDEA DI CHIESA-



La definizione data non è ancora completa, perché si addice a due ordini di fatti che, pur essendo

prossimi, debbono per altro essere distinti – la magia e la religione.

La magia è costituita anch’essa da credenze e da riti, ha i suoi miti e dogmi, che sono soltanto

più rudimentali perché non si perdono in speculazioni ma mirano essenzialmente a fini tecnici e

utilitari. Nonostante sembri arduo scindere i due ambiti è possibile trovare delle profonde

differenze. Innanzitutto esiste una profonda avversione tra religione e magia . Nei procedimenti

del mago c’è qualcosa di fondamentalmente anti-religioso. La magia pone una specie di

piacere nel profanare le cose sante (per esempio si profana l‟ostia nella messa nera). Altra

caratteristica fondamentale è il fatto che le credenze religiose sono sempre comuni a una

collettività determinata. Esse non sono soltanto ammesse a titolo individuale, ma sono cosa del

gruppo e ne costituiscono l‟unità. Una società i cui membri sono uniti per il fatto di

rappresentarsi allo stesso modo il mondo sacro e di tradurre queste rappresentazioni comuni in

pratiche identiche, viene denominata chiesa. Diverso è il caso della magia. Le credenze magiche

non producono l’effetto di legare gli uni agli altri gli uomini che vi aderiscono e di unirli in un

medesimo gruppo: non esiste una chiesa magica. Tra il mago e gli individui che lo consultano

non sussistono vincoli durevoli. Questi ha una clientela, non già una chiesa. E i suoi clienti

possono benissimo non avere tra loro alcun rapporto, al punto di ignorarsi l‟un l‟altro. Spesso i

maghi formano tra loro una società, ma queste associazioni non sono indispensabili al

funzionamento della magia. Il mago è un isolato. Inoltre queste specie di società magiche, quando

si formano, comprendono non già tutti gli aderenti alla magia, ma i soli maghi, e ne sono esclusi i

laici. Il mago sta alla magia come il prete sta alla religione. Una chiesa non è solo una

confraternita sacerdotale, ma è una comunità morale costituita da tutti i credenti in una stessa

fede. Questi tipi di comunità mancano nella magia.









35

Arriviamo dunque alla definizione seguente:

“ una religione è un sistema solidale di credenze e di pratiche relative a cose sacre, cioè

separate e interdette, le quali uniscono in un’unica comunità morale, chiamata chiesa, tutti

quelli che vi aderiscono”.



Per quanto riguarda poi la successione evolutiva proposta da Frazer, secondo cui la religione

costituirebbe soltanto una forma derivata della magia, Durkheim sostiene nettamente il contrario.

I precetti sui quali è fondata l‟arte del mago si sono costituiti sotto l‟influenza di idee religiose. I

riti mimetici, utilizzati spesso in cerimonie religiose, si fondano sul principio che il simile

produce il simile (concetto definito impropriamente come magia simpatica). Probabilmente

questo principio ha le proprie radici nella religione, e successivamente si distaccò confluendo in

un caso particolare della fede religiosa…la magia. Vi sono riti simpatici, ma essi non sono

esclusivi della magia. Essi si ritrovano nella religione ed è probabile che la magia li abbia ricevuti

da questa. Dietro ai meccanismi puramente laici, impiegati dal mago, essi hanno mostrato una

base di concezioni religiose, un mondo di forze di cui la magia ha tratto l’idea dalla religione.









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BIBLIOGRAFIA



Filosofia

 Cioffi, Gallo, Luppi: “ Il testo filosofico 3.1.” (l’età contemporanea:

l’ottocento) , Edizioni Bruno Mondatori, 2000 –t.s.-

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 Frazer James George: “ L’avvocato del diavolo” - Il ruolo della

superstizione e della magia nelle società umane ” .

 Strauss Levi: saggio “ Lo stregone e la sua magia ” tratto da Antropologia

Strutturale





Italiano

 Baldi, Giusso :“Percorsi e strumenti: Dalla Scapigliatura al

Postmoderno” , Paravia Bruno Mondatori Editori, Milano, 2002 ,–t.s.-

 Baldi, Giusso. :“Generi: la poesia, la saggistica e la letteratura

drammatica del Novecento” e “La narrativa del Novecento” , Paravia

Bruno Mondatori Editori, Milano, 2002 –t.s.-

 Bontempelli Massimo: brano “ La città degli uomini finti ” tratto dall’opera

teatrale Minnie la candida. –t.s.-

 Elena Pontiggia (a cura di): “ Realismo magico e altri scritti sull’arte ” ,

Abscondita, Milano, 2006

 Vassalli Sebastiano: “ La Chimera ”, Einaudi, Torino, 1990.





Latino e Greco

 Apuleio: “ Metamorfosi ” o “ L’asino d’oro ”, Edizioni Frassinelli, 2002

 Apuleio: passi scelti dal “ De Magia ”

 Canali Luca: da “ Camena ” ( vol. 2*,2**,3), Einaudi Scuola, Milano,2005 passi

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Apuleio. –t.s.-

 Graf Fritz: capitoli scelti da “ La magia nel mondo antico ” , Editori

Laterza, 1995. (in particolare “La rappresentazione letteraria della magia”- la

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 Guidorizzi Giulio: da “ Il mondo letterario greco ” (vol. 1,3) Einaudi Scuola,

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 Luck George: capitoli e passi scelti da “ Arcana Mundi ” (sezioni: Magia ;

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 Mario Geymonat (a cura di): “Eneide -con episodi significativi di Iliade e

odissea-“ Zanichelli, Bologna, 2002, passi scelti.





Storia dell’arte

 Breton André: “ L’arte magica ”

 Cricco, Teodoro: “ Itinerario nell’arte. Dall’ età dei Lumi ai giorni

nostri ” ,Zanichelli, Bologna, 2005 -t.s-









SITOGRAFIA





 http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia “Wikipedia, l'enciclopedia libera”







 http://www.copernico.pv.it/ Percorso: “La strega nei Seicento”









LEGENDA:

-t.s.- = testo scolastico









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