Giornate di studio sulla popolazione by Pz8426

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									             Giornate di studio sulla popolazione
                                        Università di Milano Bicocca
                                        Milano 20-22 febbraio 2001




             Tendenze demografiche e ambiente:
               riflessioni sulla crisi balcanica

     Corrado Bonifazi*, Cinzia Conti** e Marija Mamolo*


                                                Sessione n. 6




* IRP-Istituto di Ricerche sulla Popolazione-CNR
** Dipartimento di Scienze Demografiche Università degli Studi di Roma “La Sapienza”
1. Tendenze demografiche, ambiente e conflitti1

    «[…] Il sogno accademico [….] è sempre quello di “delimitare il campo”, croce e
delizia di tante ricerche. Pare che per le persone cosiddette razionali “delimitare il
campo” e “dire ciò che si può dire” siano una delle gioie più intense e più durevoli della
vita» [Pontiggia 2001]. Il rilievo, garbatamente critico ed ironico, del letterato ai metodi
della ricerca coglie sicuramente un aspetto del nostro procedere e del nostro ragionare
che più può contribuire ad isterilire i risultati del lavoro scientifico, rendendoli
incomprensibili ed oscuri a chi ci osserva, stando magari poco più in là dei confini della
disciplina. Inutile nasconderci che abitudini consolidate e necessità (o convenienze)
accademiche possono concorrere a trasformare in una scontata e ripetitiva routine quel
continuo processo di descrizione dei fatti, di formulazione, di verifica e falsificazione di
ipotesi, teorie e paradigmi che è la ricerca scientifica.

     Gli autori di queste brevi note hanno dalla loro la fortuna di procedere in un ambito,
almeno nel nostro paese, poco frequentato e decisamente accidentato. Così, la
delimitazione del campo non può che perdere quel rassicurante significato di ribadire i
confini noti, entro cui “dire ciò che si può dire” per afferrare le autoreferenziali gioie e
delizie della ricerca, e tende ad acquistarne altri, sicuramente più incerti e più esposti a
critiche e ripensamenti. Diventa, infatti, un modo per cogliere i nessi e le relazioni tra il
proprio campo e altri, non necessariamente prossimi, esplorando nuovi terreni,
evidenziandone i caratteri e leggendo i fenomeni, le loro cause e i loro effetti da
prospettive ed angolazioni diverse da quelle abituali. Noi speriamo che ce la caviamo,
viene da dire, parafrasando il titolo di una fortunata operina di qualche anno fa, e
avvertendo per prudenza il lettore, in modo più forbito ed elegante per meritarne più
acconciamente la benevolenza, che se «si trovano errori, (e se ne troveranno certamente)
vi saranno non per negligenza, ma per la solita ed inevitabile umana infermità e
debolezza» [Volpi 1756, cit. in Dioguardi 1988, p. 143].

    «Dal punto di vista biologico gli esseri umani partecipano al sistema ambiente come
parte sussidiaria del tutto, però la società umana si è prefissa di utilizzare l’ambiente
come un tutto per produrre ricchezza» [Commoner 1972, p. 25]. Di qui quell’inevitabile
salto di qualità e di quantità nell’uso e nello sfruttamento dell’ambiente da parte
dell’uomo rispetto alle altre specie animali, che suscita, ormai da qualche decennio,
sempre maggiore attenzione e preoccupazione negli ambienti scientifici, nel mondo
politico e nella pubblica opinione. La relazione tra ambiente e popolazione trova una
sua prima semplice, ma efficace, formalizzazione nella ben nota formula (I=P·A·T),
secondo cui il livello di inquinamento è il risultato del prodotto delle dimensioni della
popolazione, con l’affluenza (misurata dalla produzione pro capite) e con la tecnologia
(data dalle emissioni di inquinanti per unità prodotta) [Ibidem, p. 311].

    E se sul primo termine della relazione si concentrarono, in un’ottica sostanzialmente
maltusiana, le prime preoccupazioni sullo stato e sul futuro dell’ambiente [Ehrlich
1968], si è ormai arrivati ad una visione più complessiva e soprattutto più attenta alle
dinamiche interne al fattore demografico ed alle sue interrelazioni con le altre due
variabili [Pebley 1998; Misiti e Palomba 1996]. Così, l’agenzia delle Nazioni Unite per



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l’ambiente nel Global environment outlook del 2000, esaminando il contesto socio-
economico delle dinamiche ambientali, parte dalla considerazione che «the forces that
are driving global change are a complex mix of economic and political factors
magnified by a high rate of population growth. These interact in ways that are not
always predictable. While it is possible to identify overall trends in each of these
factors, we are often less successful in identifying feedback loops and interrelationships
between them that may be critical to the ultimate outcome» [Unep 1999].

    E tra le attività umane che influenzano lo stato dell’ambiente i conflitti bellici
rappresentano eventi di natura catastrofica e di portata straordinaria, capaci di alterare
profondamente le condizioni di un territorio, con conseguenze, tempi, modalità e costi
complessivi di recupero difficili da stimare. E’ lo stesso rapporto dell’Unep a
evidenziare le conseguenze sull’ambiente di una guerra: alle perdite di vite umane si
aggiunge una crescente pressione sugli ecosistemi; alla riduzione della capacità
produttiva si somma un inquinamento diretto ed indiretto che può interessare un’area
ben più vasta di quella direttamente coinvolta nel conflitto; mentre i flussi di rifugiati
hanno ricadute ambientali immediate e possono favorire la diffusione di malattie.
L’emergere, proprio in questo inizio del 2001, dei rischi connessi all’uso di proiettili
contenenti uranio impoverito e di possibili gravi conseguenze sanitarie sui militari e sui
civili esposti alle radiazioni è la dimostrazione della vastità degli effetti delle guerre
attuali e della impossibilità di circoscriverli efficacemente e completamente.

    Pur presentandosi, almeno per chi ha avuto la fortuna di osservarle dagli schermi
televisivi, molto più simili a un war game virtuale che non ai tradizionali campi di
battaglia, la guerra del Golfo e l’intervento della Nato in Iugoslavia hanno dimostrato
quanto sia illusoria l’idea che un conflitto possa essere paragonato ad un intervento
chirurgico. Anzi, hanno dimostrato come la moderna tecnologia abbia amplificato il
potere distruttivo delle armi, anche perché rispetto ai conflitti del passato gli obiettivi
strategici hanno visto aumentare enormemente il loro potenziale inquinante
sull’ambiente fisico ed umano circostante.

    Oltre a questi effetti della guerra sulla popolazione e sull’ambiente si sta facendo
strada la consapevolezza che la degradazione ambientale e la conseguente scarsezza di
risorse possano esse stesse essere causa di conflitti. La stessa sicurezza nazionale viene
così a legarsi alla sicurezza ambientale [Unep 1999]: si perde o si diminuisce la prima
se non si riesce a preservare o ad acquisire la seconda. E su questi temi l’attenzione è
crescente, anche perché la fine della guerra fredda ha obbligato a rivedere in profondità
i paradigmi della sicurezza nazionale, riducendo fortemente il peso della geopolitica e
dello scontro tra le due superpotenze per la supremazia mondiale nei meccanismi di
innesco dei conflitti e, contemporaneamente, rafforzando il ruolo delle situazioni locali,
al cui interno stato dell’ambiente e dinamiche di popolazione svolgono una parte
importante [Dabelko et al. 2000]. Ambiente, popolazione e conflitti è così diventata una
triade centrale nella discussione odierna sui temi strategici.

    Su questo insieme di temi il nostro lavoro vuole rappresentare una prima riflessione
relativamente ai conflitti che nello scorso decennio hanno interessato la ex Iugoslavia,



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un’area di grande importanza per il nostro paese. Il tentativo è quello di valutare le
conseguenze ambientali e sulla popolazione dei conflitti e di stabilire il tipo di legami
che tra questi tre elementi è intercorso nella recente crisi balcanica. Si tratta di una vera
e propria esplorazione, tenendo conto che molte delle conseguenze dei conflitti (sul
piano demografico e su quello ambientale) sono tutt’altro che definite ed accertate e che
il materiale statistico a disposizione presenta vistose carenze in termini quantitativi e
qualitativi. Dall’area studiata abbiamo escluso tra i paesi sorti dalla dissoluzione della
Iugoslavia socialista la Slovenia, che in misura molto ridotta è stata coinvolta nelle
operazioni belliche, ma abbiamo compreso l’Albania che, oltre ad aver rappresentato
l’immediato retroterra della recente crisi del Kosovo, costituisce per le peculiarità della
sua situazione e la sua prossimità alle coste italiane un elemento chiave nelle dinamiche
dei Balcani sud-occidentali.

    Nella relazione si cercherà, in primo luogo, di evidenziare le principali
caratteristiche demografiche della regione; il passo successivo sarà quello di esaminare
le conseguenze sulla popolazione dei conflitti: considerando separatamente gli effetti
dimensionali e sulla dinamica demografica naturale da quelli sui movimenti migratori.
L’esame delle conseguenze ambientali dei conflitti precederà l’ultima parte del lavoro
in cui si cercherà di tirare le fila delle nostre considerazioni, avviando una valutazione
complessiva del modo con cui sembrano configurarsi le relazioni tra popolazione e
ambiente nell’area studiata.


2. La situazione demografica2


    Con la fine del socialismo reale si sono avviati, nell’area considerata, processi di
dissoluzione delle entità statali e conflitti su base etnica che hanno avuto conseguenze
ben più larghe e gravi di quelle che si sono registrate negli altri paesi dell’Europa
orientale, fatta eccezione delle zone del Caucaso che facevano parte della Unione
Sovietica. Ai già complessi problemi legati ai processi di trasformazione e di transizione
verso l’economia di mercato e la democrazia parlamentare si sono infatti aggiunte
difficoltà e conflitti che hanno avuto l’effetto, per molti versi e in molte zone, di
riportare l’orologio della storia indietro di decenni. Un quadro di questo tipo rende
veramente ardua una lettura dei processi di popolazione: i dati di base, anche quelli più
semplici, vengono raccolti con grande difficoltà o non lo sono affatto, le informazioni
statistiche non sono facilmente reperibili e, anche quando lo sono, risulta problematico
stabilirne la qualità e l’attendibilità, tenendo soprattutto conto della valenza politica che
possono avere. Inoltre, le stesse fonti internazionali riportano, a volte, valori diversi
anche per i principali indicatori, rendendo quanto mai problematica l’individuazione
delle tendenze di fondo dei fenomeni [Sardon 2000a].

    In questo paragrafo abbiamo voluto dare uno sguardo d’insieme alla situazione
demografica della regione, cercando di evidenziarne i caratteri principali e le linee
evolutive più importanti, lasciando alla sezione successiva il compito di un più
dettagliato e approfondito esame delle tendenze attuali e, soprattutto, dei possibili effetti



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diretti e indiretti dei conflitti sulla popolazione. Nella raccolta e nella selezione dei dati
il primo punto di riferimento è stato individuato nelle statistiche nazionali (Figg. 1 e 2),
anche se difficoltà oggettive di reperimento hanno di fatto indirizzato i nostri sforzi
verso le informazioni pubblicate dall’Observatoire démographique européen [Sardon
2000b] e dal Consiglio d’Europa [Council of Europe 1999] (Tabb. 1 e 2). Queste due
fonti, per altro, sono largamente basate proprio sui dati degli uffici statistici nazionali e,
generalmente, presentano tra loro solo differenze marginali ed estremamente contenute.
Nel caso di vuoti si sono, infine, utilizzate le stime prodotte dalle Nazioni Unite [United
Nations 1999].

    Tenendo conto che la storia dei Balcani ha determinato la presenza sullo stesso
territorio di un vero e proprio intreccio di etnie, religioni, lingue e culture, il primo
elemento della situazione demografica da considerare è proprio la distribuzione della
popolazione tra i diversi gruppi. Per l’Albania i dati a disposizione sono scarni, secondo
il censimento del 1960 il 95% degli 1,6 milioni di abitanti era di nazionalità albanese,
40 mila erano i greci (2,4%), 15 mila i macedoni e i montenegrini (0,9%), 10 mila i
valacchi e i rom (0,6%) e si segnalava la presenza di piccoli gruppi di ebrei e armeni
[Poulton 1991]. Il censimento del 1989, effettuato in un periodo di relativa e limitata
liberalizzazione, stimava in 65 mila unità, pari al 2% della popolazione, il complesso
delle minoranze etniche e tra queste individuava 59 mila greci [Beci 1998]. Tali cifre
probabilmente sottostimano le reali dimensioni delle minoranze etniche, anche se allo
stato attuale delle nostre conoscenze è difficile stabilire in quale misura.

    Nella ex Iugoslavia la costituzione garantiva a tutti i cittadini il diritto di manifestare
(o non manifestare) la propria appartenenza a una nazionalità o a un gruppo etnico e, al
momento della rilevazione, veniva sottolineato che ogni cittadino doveva esprimersi
liberamente secondo la propria personale convinzione [Mrdjen 1991]. Inutile dire che
nel 1991, a processo di disgregazione ormai avviato, le domande sulla nazionalità, la
lingua e la religione avevano acquistato una valenza politica tale da diventare lo
strumento con cui si intendeva misurare i rapporti di forza tra i diversi gruppi. Così,
ricorda Mrdjen [1991], il partito dei musulmani bosniaci invitava a rispondere ai quesiti
etnici “nazionalità musulmana, religione islamica e lingua bosniaca”, nonostante il
bosniaco non fosse considerato una lingua ufficiale della Federazione, il partito serbo
consigliava i serbi di non dichiararsi “iugoslavi” ma serbi, come specularmente faceva
quello croato con i croati, mentre gli albanesi decidevano di boicottare le operazioni
censuarie. Nonostante questa forte caratterizzazione politica della rilevazione i risultati
del censimento, elaborati e pubblicati separatamente dagli istituti di statistica della
maggioranza delle repubbliche [Malacic 2000], vengono generalmente giudicati
soddisfacenti, per quanto riguarda la distribuzione per etnia, anche da osservatori esterni
[Lévy 1999], ad esclusione dei dati relativi agli albanesi che sono stati stimati visto il
boicottaggio della rilevazione da parte di questo gruppo nazionale. Restano in ogni
caso, i grossi problemi di attendibilità, connaturati alle rilevazioni della distribuzione
della popolazione per gruppo etnico [Haug 2000; Petrović 1992].

   Nel 1991, comunque, la Croazia tra le cinque repubbliche considerate appariva
quella meno disomogenea dal punto di vista etnico (Fig. 1). I croati rappresentavano,



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infatti, il 78% della popolazione e caso unico tra i gruppi maggioritari erano cresciuti
negli anni ottanta sia in numero che in peso percentuale. I serbi nel 1991 costituivano il
12% degli abitanti, il 2,2% dei censiti si era dichiarato iugoslavo, mentre l’1,6% si era
rifiutato di esprimere la propria nazionalità e l’1% aveva riportato una appartenenza di
tipo regionale. Il resto della popolazione si ripartiva in numerosi gruppi etnici minori:
musulmani, ungheresi, sloveni, italiani, cechi, albanesi e montenegrini. La situazione
etnicamente più disomogenea si riscontrava, invece, nella Bosnia Erzegovina, dove la
popolazione si ripartiva tra tre gruppi di rilevante consistenza: musulmani (43,7%),
serbi (31,4%) e croati (17,3%). Un tipo di distribuzione che raramente è dato da
incontrare anche se va detto che le differenze reali tra i tre gruppi sono, a giudizio di
molti osservatori, molto più contenute di quanto i tragici eventi degli ultimi anni
possano far supporre [Hammel 1993]. In Montenegro, Macedonia e Serbia il gruppo
maggioritario rappresentava una percentuale compresa tra il 62 e il 66% della
popolazione. In Montenegro, il secondo gruppo per numerosità era rappresentato dai
musulmani (14,6%), seguiti dai serbi (9,3%), dagli albanesi (6,6%) e dagli iugoslavi
(4,2). In Macedonia, dopo i macedoni, si trovavano gli albanesi (21%), i turchi (4,8%), i
rom (2,7%) e i serbi (2,2%).

    Nel complesso della Serbia, erano ancora gli albanesi (17,2%) a costituire la
minoranza più numerosa, seguiti da ungheresi (3,5%), iugoslavi (3,2%), musulmani
(2,4%) e, con percentuali via via decrescenti, da montenegrini, rom, croati, slovacchi,
macedoni, rumeni e bulgari. Il dato dell’intera repubblica appare, però, di significato
parziale, visto che la Serbia, la Vojvodina e il Kosovo presentavano situazioni
fortemente differenziate sotto il profilo della composizione etnica (Fig. 2). Infatti, nel
primo caso i serbi rappresentavano l’88% della popolazione, nel secondo scendevano al
57% ed erano seguiti dagli ungheresi (17%) e da numerose altre comunità di una certa
consistenza, nell’ultimo si era in presenza di una cospicua maggioranza albanese
(81,6%) a cui corrispondevano minoranze serbe (10%), musulmane (3,4%) e rom
(2,3%). In Serbia e Kosovo si era quindi di fronte ad un gruppo largamente
maggioritario e di minoranze più o meno ampie, in Vojvodina, invece, la situazione era
più frammentata anche se centrata su una prevalenza dell’elemento serbo.

     Per quanto riguarda le variabili più strettamente demografiche, lo stato e
l’evoluzione della popolazione si presentano fortemente differenziati nei cinque stati
considerati (Tab. 1). Utilizzando come metro di valutazione lo schema della transizione
demografica ci troviamo di fronte a paesi ad uno stadio avanzato del processo ed altri in
ritardo più o meno accentuato. Albania, Macedonia e Bosnia rientrano, sia pur a diversi
livelli, in questa seconda categoria in cui il processo transizionale si è avviato più tardi,
mentre la Croazia fa parte del primo gruppo caratterizzato da un inizio meno recente di
questa importante tappa dell’evoluzione del sistema demografico, ormai giunto a livelli
sostanzialmente analoghi a quelli della gran parte delle altre realtà europee [Sardon
1998]. Più complessa la situazione nella attuale Federazione Iugoslava, dove Vojvodina
e Serbia hanno comportamenti demografici assimilabili a quelli della Croazia, mentre il
Montenegro e soprattutto il Kosovo rientrano pienamente nella categoria di avvio
tardivo del calo della fecondità.




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     Scendendo nel dettaglio delle situazioni nazionali, in Albania si registra tra il 1990 e
il 1993 un calo nel numero degli abitanti, scesi da 3 milioni e 287 mila a 3 milioni e 167
mila per effetto della dinamica migratoria e anche di alcuni aggiustamenti di natura
statistica sui dati relativi all’ammontare della popolazione; è solo nel 1996 che i valori
si riportano sugli stessi livelli registrati all’inizio del decennio, per raggiungere nel 1999
i 3 milioni e 373 mila unità. Nel complesso la popolazione albanese non ha ancora
portato a compimento il processo di transizione demografica, visto che il ritmo di
accrescimento naturale è tuttora sostenuto, anche se in diminuzione. Questo andamento
è il risultato di quozienti di natalità elevati, frutto di una fecondità al di sopra del livello
di sostituzione, e di tassi di mortalità, invece, contenuti e decrescenti per il combinato
effetto di un’alta speranza di vita e di una struttura per età dove i giovani sono quasi un
terzo della popolazione e gli anziani poco più del 6%. L’apparente contraddizione, tra
una mortalità infantile che ancora nel 1995 superava il 30 per mille e una speranza di
vita che attorno alla stessa data era di 68,5 anni per le donne e di 75,4 per gli uomini,
trova spiegazione nella relativamente bassa intensità del fenomeno nelle età adulte,
probabile risultato di una alimentazione di tipo mediterraneo meno ricca di grassi
animali e più salutare nel lungo periodo [Gjonça 2000a].

    Pur presentando ancora, con 2,6 figli per donna, il tasso di fecondità totale più
elevato d’Europa, l’Albania mostra una tendenza sostenuta e regolare alla diminuzione
dei valori dell’indicatore e all’avvicinamento a quella soglia di 2,1 che segna il
progressivo arrestarsi del potenziale demografico di crescita. Questo andamento è più
evidente nel lungo periodo, visto che nel 1970 si aveva ancora un valore di 5,16 figli per
donna; in prospettiva la continua diminuzione dei quozienti di natalità, registrata negli
ultimi anni, fa ritenere probabile che la tendenza possa proseguire ulteriormente, anche
se resta da stabilire quanto queste ultime variazioni riflettano cambiamenti strutturali e
duraturi nei comportamenti riproduttivi e non rispecchino, piuttosto, aggiustamenti di
natura congiunturale alle difficili condizioni economiche come è avvenuto in questi anni
nella gran parte dell’Europa orientale.

    Il fattore principale delle attuali dinamiche demografiche albanesi è però
rappresentato dalle migrazioni internazionali. Nel complesso l’emigrazione albanese è
valutata sulle 495 mila unità, di cui 350 mila in Grecia e 100 mila in Italia, una cifra
rilevantissima pari al 15,6% della popolazione totale [Gjonça 2000b]. Si tratta in termini
relativi, e in assenza di conflitti bellici, dell’esodo più rilevante tra quelli che in questi
anni hanno interessato l’Europa orientale e di dimensioni tali da poter avere anche
pesanti ripercussioni sullo stesso processo di sviluppo economico, specie se si tiene
conto della forte presenza di persone con titolo di studio medio o elevato che, secondo
alcune stime UNFPA, dovrebbe essere addirittura pari ai due terzi di tutti il flusso
[Sokoli e Axhemi 2000]. A questi flussi, si aggiungono intensi spostamenti dalle
campagne alle città di Tirana e Durazzo: la popolazione della capitale è, ad esempio,
cresciuta del 30% dal 1990 [Sardon 2000a], con conseguenze importanti anche sotto il
profilo ambientale.

   In termini di tendenze di popolazione, e per quanto sia possibile in questo momento
avanzare simili valutazioni, la Bosnia appare in uno stadio del processo di transizione



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demografica sicuramente più avanzato di quello raggiunto dall’Albania. Infatti, il tasso
di fecondità totale è al di sotto del livello di sostituzione da almeno vent’anni e nel 1990
era di 1,71 figli per donna; lo scarto tra quozienti di natalità e di mortalità è molto più
contenuto e la prevalenza dei primi è ormai da attribuire solamente agli effetti di una
struttura per età ancora giovane; la speranza di vita alla nascita al 1995 era stimata dalle
Nazioni Unite su valori prossimi ai 70 anni per gli uomini e superiori ai 75 per le donne.

    Ancora più avanti nel processo di transizione demografica è la Croazia, dove il tasso
di fecondità è stabilmente al di sotto dei 2,1 figli per donna almeno dalla fine degli anni
sessanta. Conseguentemente più invecchiata la struttura per età, con gli anziani che
superano il 12% della popolazione e i giovani ormai scesi al di sotto del 20%. Natalità e
fecondità, dopo aver fatto registrare una crescita dei valori tra il 1995 e il 1997 per
effetto degli interventi pronatalisti del nuovo stato indipendente [Mrdjen 2000], sono
diminuite vistosamente negli anni più recenti arrivando a livelli ancora più bassi di
quelli che si avevano alla metà dello scorso decennio.

    La situazione demografica macedone si colloca tra quella bosniaca e quella
albanese, presentando nel complesso una maggior vicinanza alla prima che non alla
seconda, specie se si tiene conto dei livelli di fecondità scesi ormai a 1,76 figli per
donna. Da considerare che il calo nell’ammontare della popolazione che si registra a
metà dello scorso decennio è dovuto non a fattori demografici ma a una nuova conta
censuaria, che ha portato a ridurre di più di 200 mila unità le valutazioni del numero
degli abitanti. Questa recente rilevazione fornisce anche, caso unico tra i paesi
considerati, un nuovo conteggio della distribuzione della popolazione tra le diverse
etnie, in base al quale i macedoni sono 1 milione e 288 mila pari al 66,5% del totale, gli
albanesi 443 mila (22,9%), i turchi 77 mila (4%), i rom 44 mila (2,3%) e il resto è
costituito da gruppi di dimensioni inferiori [Sardon 2000c]. Nel complesso, i valori
percentuali hanno sostanzialmente confermato il quadro che emergeva dall’ultimo
censimento iugoslavo e questo nonostante la grande complessità del quadro etnico della
Macedonia e la presenza di numerosi gruppi di piccole dimensioni la cui collocazione
può risultare estremamente difficile e incerta. Il che rappresenta, per molti versi, una
verifica a posteriori della sufficiente attendibilità dei dati raccolti (o stimati) nel 1991.

    Per la Iugoslavia, lo stato più popoloso tra quelli considerati e l’unico a superare i
10 milioni di abitanti, fino al 1998 gli indicatori segnalavano una prosecuzione nel calo
della fecondità e nel conseguente processo di invecchiamento della popolazione. Gli
effetti dell’avvio della transizione di sistema economico e sociale sui livelli della
fecondità nei primi anni novanta appaiono non straordinari, specie se si confrontano con
quelli registrati in altri paesi dell’Europa orientale3, come limitate sembrano le
conseguenze della guerra in Croazia e Bosnia e delle stesse sanzioni internazionali
[Sardon 1998]. Presumibilmente più consistenti saranno gli effetti delle operazioni
belliche del 1999 condotte direttamente sul territorio iugoslavo, sulle quali, come
vedremo più avanti, abbiamo però ancora informazioni decisamente frammentarie. La
situazione iugoslava è, comunque, il risultato di profonde differenze territoriali. In
Kosovo, ad esempio, la fecondità al 1981 era misurata in 4,49 figli per donna e si stima
che al 1991 l’indicatore fosse sceso a 4, mentre calcoli effettuati con i dati delle



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registrazioni delle nascite, sulla cui attendibilità venivano avanzati seri dubbi, davano al
1991 un valore di 3,5 ulteriormente diminuito a 2,37 nel 1997 [Rasević 2000]. Queste
ultime cifre sono per altro in linea con quel tasso di fecondità totale di 2,5 stimato in
base alla prime risultanze di una indagine demografica condotta nel 1999 e che ha
interessato 40 mila individui e 7 mila famiglie della regione [Blayo 2000], e
mostrerebbero un forte calo dei livelli di fecondità, simile del resto a quello che ha
caratterizzato la vicina Albania.

    Al contrario dell’Albania, la Iugoslavia socialista partecipò pienamente ai flussi di
lavoro delle migrazioni europee degli anni cinquanta e sessanta, rappresentando uno dei
principali serbatoi di reclutamento per il sistema migratorio continentale. Le fonti
iugoslave stimano una crescita continua del numero di lavoratori emigrati in Europa tra
il 1964 e il 1973, anno in cui si sarebbe raggiunta una cifra di 850 mila unità; le
politiche di stop introdotte a partire da quel momento nei principali paesi di
immigrazione determinarono una netta inversione di tendenza, arrestatasi solo nel 1985
quando la presenza all’estero si era ridotta a 500 mila unità; nell’ultimo quinquennio
degli anni ottanta i valori ripresero a salire, anche per effetto della profonda crisi
economica, sociale e politica in atto in Iugoslavia, riportandosi nel 1990 sulle 550 mila
unità [Malacic 1994]. Secondo i dati del censimento iugoslavo del 1981 la Serbia, la
Croazia e la Bosnia Erzegovina rappresentavano le principali aree di partenza dei 625
mila migranti individuati dalla rilevazione, facendo registrare, rispettivamente, delle
uscite pari a 153 mila, 152 mila e 134 mila unità; il contributo più contenuto era fornito
dal Montenegro (10 mila unità) e dal Kosovo (29 mila). In termini di etnia erano i serbi
a partecipare in maniera più consistente ai flussi in uscita (203 mila unità), seguiti dai
croati (170 mila) e, via via, dagli albanesi (45 mila), dai musulmani (41 mila), dai
macedoni (36 mila) e dagli sloveni (35 mila) [ibidem].


3. Conseguenze dei conflitti sulla popolazione in Bosnia Erzegovina, Croazia e
   Iugoslavia

    A partire dagli anni novanta l’evoluzione delle dinamiche demografiche nei paesi
dell’ex Iugoslavia è stata influenzata dai pesanti sconvolgimenti in campo
socio-economico susseguenti la dissoluzione dell’ex Iugoslavia, tra cui le stesse vicende
belliche. La crisi economica, tradottasi in un drammatico aumento della disoccupazione
e dell’inflazione, e il degrado del sistema sanitario e sociale hanno notevolmente
peggiorato le condizioni di vita della popolazione. I conflitti bellici in Croazia e in
Bosnia Erzegovina, le operazioni in Kosovo e l’intervento militare nei confronti della
Federazione Iugoslava hanno esasperato una situazione già compromessa e comportato
costi elevati sia in termini di vite umane sia di danni ambientali, nonché consistenti
flussi migratori sia all’interno degli stessi Balcani sia verso l’estero.

    In Bosnia la diminuzione della popolazione tra il 1990 e il 1995 è stata
estremamente rilevante: secondo le stime delle Nazioni Unite la perdita dovrebbe essere
stata di quasi 900 mila unità, pari a poco meno del 21% della popolazione iniziale.
Esperti locali valutano in 1,2 milioni il calo della popolazione tra il censimento del 1991



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e il marzo 1998, con una perdita che ha riguardato tutti i gruppi etnici del paese
[Bošnjović 2000]. Al di là di una precisa quantificazione dei suoi effetti è evidente che
la guerra ha avuto, e non poteva essere altrimenti, un impatto devastante che ha portato
ad una forte contrazione nelle stesse dimensioni demografiche del paese, e a cui hanno
concorso direttamente le perdite causate dagli eventi bellici e gli ingenti spostamenti di
popolazione e, in forma indiretta, l’innalzamento della mortalità e la riduzione della
natalità. Almeno una parte delle persone che avevano lasciato la Bosnia dovrebbero
essere ritornate, ma il completamento di queste operazioni di rientro appare ancora oggi
lungi dall’essere completamente realizzato e i problemi tuttora da risolvere sembrano di
non poco momento.

    La struttura per età della popolazione in Bosnia Erzegovina ha subito durante gli
anni novanta profondi cambiamenti dovuti in gran parte alle perdite durante la guerra e
all’emigrazione della popolazione attiva più giovane. Come afferma Ilijas Bošnjović,
«in the last hundred years, the population of this country has not been so dispersed, so
devasted, and so structurally unstable in the most vital age groups» [Bošnjović 2000,
p.7]. In assenza di politiche mirate a sanare la situazione, tali aspetti incideranno sulle
dinamiche della popolazione nel medio e lungo periodo e aggraveranno il processo di
ricostruzione, comportando un ulteriore rallentamento dello sviluppo economico del
paese.

    Le conseguenze della guerra in Bosnia Erzegovina sui livelli di mortalità della
popolazione sono ancora poco chiare per la scarsità di informazioni aggiornate,
riferendosi gli ultimi dati disponibili al 1991. E’ indubbio che i livelli di mortalità sono
aumentati in conseguenza delle difficili condizioni di vita della popolazione durante il
conflitto. Il tasso di mortalità, pari a 6,5 per mille nel 1990, sarebbe salito ad un livello
pari a 17,1 per mille nel periodo 1990-95, secondo quanto emerso dalle stime pubblicate
dalle Nazioni Unite. Nel 1998 il tasso di mortalità è stato pari a 7,8 per mille, maggiore
di quello rilevato per il 1990. La mortalità in Bosnia Erzegovina è crescente durante
tutto il periodo delle ostilità, raggiungendo secondo alcuni studiosi il livello di 17,8 per
mille alla fine dei conflitti [Bošnjović 2000]. Secondo le stime delle Nazioni Unite la
mortalità infantile, pari a 15,3 per mille nel 1990, avrebbe raggiunto il 17 per mille nel
periodo 1990-95. E’ plausibile ritenere che il tasso di mortalità infantile sia almeno pari
ai valori stimati, se non addirittura superiore, a causa della degradazione del sistema
sanitario e sociale e delle precarie condizioni di vita nel paese. Negli anni successivi la
mortalità infantile sembra riprendere il trend decrescente e nel 1998 risulta dell’11 per
mille.

    Il tasso di fecondità totale in Bosnia Erzegovina è passato da 1,71 figli per donna nel
1991 a 1,56 nel 1998. Sembra comunque che la guerra abbia influito solo in misura
limitata sull’andamento dell’indicatore congiunturale della fecondità, decrescente fin
dagli anni sessanta. In calo anche il tasso di natalità (dal 14,8 per mille nel 1991 al 12,2
per mille nel 1998), la cui ripresa si vede ostacolata dall’impoverimento della
popolazione e dalla sfavorevole congiuntura economica, aspetti che spingono le coppie
a non realizzare i loro progetti in termini di fecondità o a modificare le loro intenzioni




                                             10
riproduttive, ed inoltre dall’ormai avviato processo di transizione demografica
[Bošnjović 2000].

    Per la Iugoslavia, solo tra qualche tempo e a condizione di un miglioramento nella
raccolta dei dati, si sarà in grado di valutare le conseguenze sui livelli di riproduttività
della guerra del Kosovo, ma questa non ha potuto che aggravare una situazione già
estremamente difficile e che una demografa iugoslava ha recentemente descritto in
questi termini: «gli anni novanta rappresentano un periodo eccezionalmente complesso
per la popolazione iugoslava. In aggiunta all’impatto dei fattori di lungo periodo,
numerosi eventi tumultuosi hanno influenzato l’evoluzione demografica: dalla
dissoluzione dell’ex Iugoslavia, ai conflitti armati nei paesi vicini, alle sanzioni imposte
dalla comunità internazionale, ai cambiamenti sociali (transizione, trasformazione o
regressione), alla profonda crisi economica, al collasso della struttura sociale, ai
problemi politici, alla crisi istituzionale e all’intervento militare della NATO. La
difficoltà ad adattarsi ai cambiamenti del sistema di norme e valori, i più bassi livelli di
realizzazione personale, i sentimenti di insicurezza e uno stress continuo sono i tratti
principali della vita a livello individuale e psicologico. Le privazioni e una vita a livello
di sussistenza sono gli elementi preminenti del costo economico sostenuto dalla
maggioranza della popolazione» [Rasević 2000, p.2].

     Fin dall’inizio degli anni novanta, quindi, l’instabile situazione politica, le sanzioni
imposte dalla comunità internazionale alla Repubblica Federale Iugoslava e la guerra in
Bosnia Erzegovina e in Croazia non solo hanno prodotto effetti negativi sul sistema
economico e sociale, ma hanno anche influenzato l’evoluzione demografica del paese.
L’aumento della mortalità è dovuto al processo di invecchiamento della popolazione e
all’incerta situazione socio-economica che caratterizza il paese dalla fine degli anni
ottanta. Da un livello pari a 9,3 per mille nel 1990, il tasso di mortalità totale è
aumentato fino a 10,5 per mille nel 1998 (Tab. 2). Negli anni 1991, 1992 e in parte nel
1993 si osserva un aumento della mortalità maschile nelle classi di età centrali. Tale
aumento è dovuto in gran parte ai conflitti e all’intensificarsi di casi di morte violenta
(persone uccise durante gli scontri armati) [Radivojević 2000].

    I livelli della mortalità si differenziano nelle diverse regioni della Federazione
Iugoslava in conseguenza delle differenti strutture per età della popolazione. Nel 1997 il
Montenegro presentava un tasso di mortalità pari a 8 per mille (contro il 6,4 per mille
del 1987), mentre la Serbia Centrale e la Vojvodina avevano un tasso di mortalità
rispettivamente di 12 e 14,5 per mille (contro il 10,1 e il 12,1 per mille del 1987).
Rispetto alle altre regioni la mortalità nel Kosovo-Metohija è ancora marcatamente più
bassa (3,9 per mille nel 1997). Ciò è da attribuire alla giovane struttura per età della
popolazione nella regione. Tuttavia i recenti sconvolgimenti hanno indubbiamente
comportato un innalzamento dei livelli di mortalità, anche se la scarsità di informazioni
riguardanti proprio questa parte del territorio iugoslavo ne impedisce la quantificazione.

   La mortalità infantile presenta in tutto il territorio iugoslavo livelli ancora elevati in
confronto ad altri paesi europei, anche se l’indicatore è stato caratterizzato da un
andamento decrescente fin dagli anni sessanta. Secondo le statistiche ufficiali iugoslave,



                                             11
la mortalità infantile risultava nel 1997 pari a 14,3 per mille. Nel 1997 la mortalità
infantile in Serbia Centrale era 12,2 per mille, in Vojvodina 12 per mille, in Montenegro
14,8 per mille, nella regione Kosovo-Metohija 18,2 per mille. All’inizio degli anni
novanta la mortalità infantile ha risentito degli effetti negativi del periodo di crisi nel
paese: nel 1991 la mortalità era pari a 20,9 per mille, nel 1992 salì a 21,7 per mille, fino
a raggiungere il livello di 21,9 per mille nel 1993 (Tab. 2). Preme sottolineare tuttavia
che le statistiche disponibili includono anche i dati poco attendibili riguardanti il
Kosovo-Metohija, regione per la quale gli ultimi dati ufficiali attendibili risalgono al
periodo antecedente il censimento del 1991. Si ritiene pertanto che la mortalità infantile
possa aver raggiunto nel periodo considerato livelli ancora più elevati [Radivojević
2000].

    L’intervento militare della NATO nel 1999 ha indubbiamente esasperato la
situazione della popolazione della Federazione Iugoslava. Secondo le parole del
giornalista triestino Paolo Rumiz, «Quelle bombe non cambiano nulla sul terreno. […]
Accelerano gli esodi di infelici, […], tagliano l’erba sotto i piedi alle forze
d’opposizione, legittimano i falchi di ciascuno schieramento, colpiscono come sempre i
civili e le città, […]. Una catastrofe.» [Rumiz 2000, p.187]. Nel caso della mortalità le
conseguenze dirette del conflitto sono sicuramente più immediate ed evidenti: i pesanti
bombardamenti a cui è stato sottoposto praticamente tutto il territorio della Federazione
Iugoslava hanno avuto un costo immediato in termini di vite umane perdute, di feriti e
di persone rese inabili temporaneamente o permanentemente. Sotto questo aspetto, il
bilancio della guerra non è ancora stato stilato, ma alle perdite dirette è molto probabile
che bisognerà aggiungere nei prossimi anni gli effetti del peggioramento complessivo
dei livelli di mortalità e morbosità, anche per effetto dei pesanti danni ambientali
provocati dalla distruzione di impianti industriali a rischio [Radivojević 2000].

     Uno degli esempi eclatanti della catastrofe ambientale provocata dai bombardamenti
è il caso di Pančevo, a Nord-Est di Belgrado. Secondo il rapporto dell’UNEP/UNCHS,
tale area rientra tra le innumerevoli “zone calde” che necessitano di interventi immediati
di recupero ambientale sia per evitare danni ecologici a lungo termine sia per ridurre al
minimo i rischi per la salute della popolazione. Secondo quanto affermano i responsabili
delle istituzioni sanitarie, ad avere subito i danni maggiori sulla salute a causa dei
bombardamenti sono stati i bambini “nati sotto le bombe”, ovvero nelle zone in cui gli
attacchi hanno provocato nubi tossiche: in tal caso è stato consigliato alle madri di
allattare più a lungo i neonati per accelerare la formazione delle difese immunitarie. E’
stato riscontrato inoltre, sempre nella zona di Pančevo, un aumento dei tumori e delle
malattie respiratorie e intestinali nelle varie fasce della popolazione. Tuttavia solamente
una seria analisi epidemiologica nelle zone più a rischio riuscirebbe effettivamente a
cogliere la gravità della situazione.

    Il lento adattamento della popolazione al nuovo sistema sociale ed economico e la
situazione di instabilità e insicurezza del paese hanno influito, seppure in modo limitato,
sui comportamenti riproduttivi della popolazione iugoslava. Negli anni novanta si è
riscontrata una diminuzione delle nascite in tutte le regioni a bassa fecondità della
Serbia. In Serbia Centrale il tasso di fecondità totale è sceso nel periodo 1991-1997 da



                                            12
1,74 a 1,54 figli per donna, mentre in Vojvodina è diminuito nello stesso periodo da
1,72 a 1,59. Si crede tuttavia che i dati disponibili sottostimino il numero dei nati negli
anni novanta, anche se il declino delle nascite è una conseguenza immediata in periodi
di crisi [Rasević 2000]. A rendere poco attendibili i dati concorrono anche i flussi di
migrazione: da una parte si assiste all’emigrazione della popolazione nelle classi
giovani, prevalentemente con un alto grado di istruzione, dall’altra si devono
considerare i flussi in entrata dalle zone a rischio verso la Serbia Centrale e la
Vojvodina. L’analisi delle dinamiche demografiche, e in particolare la rilevazione delle
statistiche sui nati e sui decessi, risulta quindi alquanto difficile in un simile contesto.

    La diminuzione dei tassi specifici di fecondità durante gli anni novanta si osserva
soprattutto nelle classi di età 20-24. Tale diminuzione è dovuta in gran parte al declino
dei tassi di fecondità delle donne di età 20-24 nella Serbia Centrale e in Vojvodina,
regioni a fecondità più bassa. Si riscontra, inoltre, una diminuzione, sebbene più
contenuta, dei tassi di fecondità nella classe di età 25-29 (Fig. 3). Analizzando i livelli
di fecondità in Kosovo e Metohija negli anni novanta si ribadisce che l’analisi obiettiva
di tali realtà è fortemente influenzata dalla scarsa affidabilità dei dati disponibili. Gli
ultimi dati attendibili relativi alle statistiche di movimento nella regione risalgono al
1988 [Rasević 2000]. Tenendo presente tale aspetto, è stato rilevato un declino del tasso
di fecondità totale dal 1991 al 1997 (si è passati da 3,5 a 2,37 figli per donna). Anche in
assenza di registrazioni attendibili, si può supporre che i livelli di fecondità siano
diminuiti anche nel Kosovo a causa delle peggiorate condizioni di vita della
popolazione. La situazione, inoltre, si è sicuramente inasprita in conseguenza della tesa
situazione politica e degli interventi militari nella regione. Tuttavia, a causa delle
registrazioni carenti, non è possibile quantificare tale declino né si possono formulare
ipotesi sull’attuale numero di nati in Kosovo e in Metohija. Considerando le
registrazioni ufficiali degli anni novanta, si è riscontrato un calo delle nascite di rango
superiore al quinto.

    Rispetto alle altre repubbliche dell’ex Iugoslavia (esclusa la Slovenia), la Croazia ha
concluso il processo della transizione demografica, presentando già agli inizi degli anni
settanta un tasso di fecondità totale al di sotto del livello di sostituzione. Negli anni
novanta la Croazia ha registrato per la prima volta un tasso di incremento negativo della
popolazione. Dopo il 1995 c’è stata un’inversione di tendenza e il numero delle nascite
è risultato nuovamente superiore ai decessi. I livelli del tasso di fecondità totale dal
1994 al 1998 hanno fatto sperare in un recupero della fecondità. Infatti, mentre nel 1994
la Croazia presenta un tasso di fecondità totale pari a 1,52 figli per donna, negli anni
successivi sale fino a raggiungere un livello pari a 1,69 figli per donna nel 1997 (Tab.
2). Tuttavia, già nel 1998 il tasso di fecondità totale diminuisce nuovamente e nel 1999
è pari a 1,38 figli per donna, ben al di sotto dei livelli registrati all’inizio degli anni
novanta. Il tasso di incremento della popolazione risulta pertanto nuovamente negativo a
partire dal 1998.

    L’analisi dei tassi specifici di fecondità per età dopo il 1990 mostra la diminuzione
dei tassi nelle classi di età 20-24, fenomeno collegato probabilmente alla guerra in
Croazia e alla diminuzione del numero di matrimoni nello stesso periodo, tenendo



                                            13
presente la bassa percentuale di nascite al di fuori del matrimonio. Si è invece registrato
un aumento dei tassi specifici di fecondità dopo i 30 anni. Infatti nel 1992 i tassi
specifici di fecondità nelle classi 30-34, 35-39 e 40-44 sono aumentati rispetto all’anno
precedente e, a partire dal 1994 e fino al 1997, l’accrescimento dei tassi stessi diventa
più significativo (Fig. 4). Ciò è dovuto probabilmente alle politiche nataliste promosse
in Croazia fin dal 1995 e rese ufficiali a partire dal 1996. Le agevolazioni fiscali per le
famiglie con più figli hanno contribuito, negli anni 1995-97, all’aumento delle nascite di
ordine superiore al secondo [Mrdjen 2000]. Tuttavia le speranze di un recupero della
fecondità sono svanite subito dopo il 1997, quando la fecondità ha ripreso l’andamento
delineatosi all’inizio degli anni novanta. Oltre al calo dei tassi specifici di fecondità
delle donne con più di 30 anni, è stata osservata nel 1998 una forte diminuzione dei tassi
specifici di fecondità nella classe di età 20-24 (Fig. 4).

    L’impatto dei conflitti sulla mortalità in Croazia è stato più forte nel 1991, anno in
cui si sono svolti i più sanguinosi conflitti sul territorio del paese [Sardon 2000b]. Gli
effetti negativi della guerra sulla mortalità hanno colpito in prevalenza la popolazione
maschile (Fig. 5). Infatti, nel 1991 il tasso di mortalità maschile era pari a 12,7 per
mille, mentre nel 1990 era 11,6 per mille. Il tasso di mortalità femminile non ha subito
sostanziali variazioni durante gli anni novanta. Nel 1992 e 1993 la mortalità maschile
decresce nuovamente, anche se a partire dal 1994 sia la mortalità maschile sia quella
femminile sono caratterizzate da un trend lievemente crescente (Fig. 5). Analizzando i
tassi di mortalità maschili specifici per età, l’aumento della mortalità maschile durante
gli anni della guerra è ancora più evidente (Fig. 6 e Fig. 7). Nel 1991 si è osservato un
forte aumento dei tassi specifici di mortalità maschili nelle classi di età 20-24 e 25-29 e
un aumento più moderato della mortalità maschile oltre i 30 anni: i tassi specifici di
mortalità tra i 20 e i 30 anni sono più che triplicati rispetto al 1990. Nel 1991 l’aumento
della mortalità ha coinvolto anche i bambini con più di 10 anni, mentre nell’anno
successivo crescono i tassi specifici di mortalità dei bambini sotto i 10 anni. Ciò è
dovuto al peggioramento delle condizioni di vita in seguito alla guerra, ovvero alla
degradazione delle strutture sanitarie e del sistema sociale in sé in alcune zone
particolarmente critiche del paese. A partire dal 1992 è stato osservato pure un aumento
della mortalità nelle classi più anziane della popolazione maschile e femminile, in
particolare nelle età 65-75.


4. I conflitti e le migrazioni forzate

    Lo scoppio delle ostilità nei Balcani ha riproposto in Europa con particolare urgenza
le questioni teoriche e le necessità pratiche di una garanzia di protezione internazionale
nei confronti di gruppi o di categorie di persone i cui diritti umani rischiavano di essere
violati o lo erano apertamente4. Nel giugno del 1991 Slovenia e Croazia si dichiararono
indipendenti dalla Federazione e già dal dicembre 1991 si fecero più accese le ostilità
tra serbi ed albanesi nella regione del Kosovo. Questi eventi diedero il segnale della
dissoluzione sanguinosa che attendeva la Repubblica Federale Iugoslava sancita dal
riconoscimento, avvenuto il 15 gennaio 1992, dell’indipendenza della Croazia e della
Slovenia da parte dei paesi dell’Europa Occidentale.



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    Man mano che si delineavano le dimensioni dell’esodo si è compreso che le
migrazioni non erano solo una “conseguenza naturale” dei conflitti, ma anche uno dei
suoi principali obiettivi al fine di creare territori “etnicamente puri”. Una prima fuga di
massa si è verificata ancor prima dello scoppio delle ostilità: si trattava, perlopiù, di
giovani che fuggivano temendo la mobilitazione delle forze armate, soprattutto serbi che
lasciavano la Croazia e croati che abbandonavano la Serbia. Una seconda ondata, ben
più consistente, ha riguardato le persone in fuga dai territori coinvolti dal conflitto in
Croazia. Il terzo esodo è stato provocato dall’estensione del conflitto ai territori della
Bosnia Erzegovina. La quarta ondata è stata innescata dall’esplodere del conflitto nel
Kosovo. In tempi recenti, avviato il processo di pacificazione e di ricostruzione, si sono
registrati e si registrano consistenti movimenti “di rientro” che devono far riflettere sulle
possibilità di gestione delle problematiche connesse a profughi e rifugiati di lungo
periodo.

     Il primo conflitto armato che ha segnato il passaggio verso una dissoluzione
sanguinosa della Repubblica Iugoslava è scoppiato, come è noto, il 27 giugno 1991 due
giorni dopo la dichiarazione di indipendenza da parte di Slovenia e Croazia e con essa
anche le persecuzioni etniche [Pirjevec, 2001]. Nel 1992 le domande di asilo presentate
nei paesi dell’Unione Europea raggiunsero la cifra record di 672 mila con un aumento
del 31% rispetto all’anno precedente (Tab.3). In alcuni paesi il numero delle richieste
d’asilo aumentò gradualmente anche se in maniera consistente come in Germania, in
altri, quali la Danimarca la Svezia, nel 1992 si registrò un vero e proprio boom
improvviso, il numero di richiedenti asilo, infatti, triplicò rispetto all’anno precedente.
Come emerge dai dati è evidente che se il 1992 è l’anno record per le richieste
presentate nell’insieme dei paesi europei non tutti gli stati occidentali sono stati
coinvolti dalle ondate di richiedenti asilo nello stesso momento: per l’Italia e il Regno
Unito ad esempio l’anno del picco fu il 1991, quando registrarono rispettivamente
26.500 e 73.400 domande di asilo5. Chiaramente il repentino aumento delle persone in
cerca di protezione negli stati dell’Europa Occidentale non poteva non creare pressioni e
difficoltà nel portare avanti le procedure per la concessione del diritto di asilo nei paesi
interessati6.

    Il 29 luglio 1992 l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite
(UNHCR- ACNUR) ha chiesto ai governi di offrire “protezione temporanea” a coloro
che fuggivano dal conflitto nella ex Iugoslavia7. Una quindicina di stati accettarono la
proposta permettendo con la “protezione temporanea” agli interessati di restare nel
paese di asilo fino a quando il ritorno nel paese di origine non fosse stato possibile in
condizioni di sicurezza e concedendo il diritto di essere trattati secondo le norme
umanitarie internazionalmente riconosciute. In tal modo da un lato si garantiva
sicurezza immediata ad un gran numero di persone che correvano pericoli per la propria
vita, risparmiando loro le apprensioni legate ad una lunga e complessa procedura per
l’accertamento dello status di rifugiato, dall’altro si esoneravano gli stati dalla necessità
di esaminare molte migliaia di domande di asilo con processi lunghi e costosi.

    Al di là di questo orientamento generalmente diffuso non è possibile rintracciare,
tuttavia, una linea politica comune che potesse portare ad attuare piani di accoglienza a



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livello comunitario. I profughi che arrivavano ai confini dell’Europa chiedendo asilo
sono stati così esposti ad una certa discrezionalità nelle politiche di accoglienza adottate
dai singoli stati e, comunque, generalmente volte al contenimento degli ingressi8. Il
tentativo di limitare gli ingressi di rifugiati e richiedenti asilo nei paesi dell’Unione,
favorendo altre forme di protezione come quella di tipo umanitario, è stato portato
avanti attraverso trattati intergovernativi piuttosto che attraverso le istituzioni
comunitarie9 [Sassen, 1999]. Chiaramente l’introduzione della protezione temporanea,
l’atteggiamento non omogeneo dei singoli stati rispetto alla questione dei profughi,
l’assenza di uniformità nelle definizioni e nelle procedure, il mutamento recente delle
normative hanno ulteriormente complicato il quadro, già abbastanza confuso, delle
definizioni e delle categorie individuabili relativamente a tale problematica. Difficoltà
che si sono aggiunte a quelle obiettive di rilevazione rendendo assai difficile la raccolta
e la lettura dei dati statistici disponibili.

     Il problema nasce già dalle definizioni. Nel prospetto 1 vengono riportate quelle
utilizzate nell’ambito di tale lavoro che, là dove non si sia fatto riferimento alle
definizione dell’UNHCR, sono state scelte volutamente flessibili proprio per cercare di
adattarsi a comprendere una molteplicità di situazioni che, altrimenti, potrebbero essere
adeguatamente studiate solo attraverso specifiche analisi per singolo paese di
accoglienza dei flussi. Per capire come le definizioni e le diverse normative si riflettano
sulla difficoltà di conoscere la realtà attraverso il dato, si pensi al caso italiano. Se ci si
limita a prendere in considerazione il dato sulle richieste di asilo sulla base della
convenzione di Ginevra nel periodo tra il 1991 e il 1994 il numero di persone
provenienti dalla ex Iugoslavia in cerca di rifugio nel nostro paese sembrerebbero un
numero del tutto trascurabile: si registrano nel periodo solo 249 domande (di cui solo 70
accolte). Tuttavia si deve ricordare che in Italia le persone in fuga dalla ex Iugoslavia
hanno ottenuto uno speciale permesso di soggiorno rilasciato per motivi umanitari che
garantiva una protezione temporanea e non hanno presentato domanda di asilo10.

    Appare quindi difficile ogni comparazione tra i diversi paesi europei, che hanno
adottato, come è noto, differenti atteggiamenti nei confronti delle popolazioni in fuga
dalla ex Iugoslavia; ogni valutazione richiederebbe una profonda conoscenza delle
diverse normative che si sono succedute nei diversi stati durante l’ultimo decennio.
Nella Tab. 4 vengono presentati i dati sui rifugiati dai territori iugoslavi nei paesi
dell’Europa Occidentale a partire dal 1993. La lettura superficiale della tabella potrebbe
risultare fuorviante. Raffrontando, infatti, la situazione di Svezia e Germania potrebbe
sembrare che sia il primo e non il secondo paese ad essere stato la meta privilegiata
dell’esodo della popolazione iugoslava ed in particolare di quella proveniente dalla
Bosnia Erzegovina. In realtà le differenze risultanti dalla tabella sono il frutto di
differenti politiche e definizioni utilizzate nei due paesi di asilo e soprattutto di un
diverso trattamento delle popolazioni iugoslave rispetto a tale diritto. Se, infatti, si fa
riferimento ai flussi di “immigrati” ex iugoslavi, così come registrati dagli uffici
statistici nazionali, subito prima, durante e dopo i primi conflitti emerge in realtà come
un numero enorme di persone in fuga soprattutto dalla Repubblica Federale Iugoslava
(268 mila), ma anche dalla Bosnia Erzegovina (75 mila), si siano dirette verso la
Germania specialmente nel fatidico 199211. La Svezia nel periodo considerato ha



                                              16
accolto, secondo i dati riferiti agli “immigrati” negli annuari statistici nazionali, un
numero molto minore di persone di cittadinanza iugoslava (soprattutto originari della
Bosnia Erzegovina): il punto di massimo è stato, infatti, raggiunto nel 1994 quando
poco meno di 43 mila persone si sono dirette dai territori balcanici verso il paese
scandinavo.

     Anche il numero delle persone che hanno cercato scampo dalla guerre balcaniche in
Italia appare, per quanto ricordato poco sopra, ampiamente sottovalutato. Facendo
riferimento, infatti, al dato sui permessi di soggiorno si può rilevare, infatti, un notevole
incremento nella presenza iugoslava che è passata da 14 mila unità nel 1985 a quasi 27
mila nel 1991 e a 74 mila nel 1995. La tragedia della ex Iugoslavia si è consumata,
quasi del tutto, all’interno dell’area balcanica. Internamente ai territori della ex
Iugoslavia sono stati molto consistenti i flussi di persone in fuga da un’area all’altra. In
molti casi chi fuggiva, pur rimanendo nell’area balcanica ha varcato un confine per
trovare scampo (“rifugiati”), in altri si è solo spostato dal territorio controllato da una
parte in lotta all’altro senza varcare i limiti del proprio stato (IDPs - Internally displaced
persons). Evidentemente tali spostamenti hanno rischiato di causare tensioni e
destabilizzazioni all’interno dei territori limitrofi, anche a seguito del fatto che i
movimenti si sono verificati con ondate improvvise e di vastissima portata: nel giro di
un mese, da giugno a luglio del 1992, si è registrato un aumento del 39% del numero già
elevato di persone provenienti dalla Bosnia in fuga all’interno dei confini della
Repubblica Federale Socialista Iugoslava, per la maggior parte IDPs .

    Nella Tabella 5 vengono riportati i valori disponibili sui rifugiati ospitati dai diversi
paesi della ex Iugoslavia dai quali risulta evidente come i movimenti forzati di
popolazione dalla ex Iugoslavia si siano perlopiù esauriti all’interno di quella che era la
“vecchia” federazione12. Come si può notare, nel primo anno del conflitto il paese
dell’area che ospitava il maggior numero di rifugiati era la Croazia, che offriva asilo
soprattutto a persone in fuga dalla Bosnia Erzegovina: ben 189 mila nel 1995;
successivamente i rifugiati (provenienti prima principalmente dalla Bosnia Erzegovina e
successivamente dalla Croazia) hanno trovato asilo specialmente nel territorio della
Repubblica Federale Iugoslava, che nel 1995 ospitava sul suo territorio 650 mila
rifugiati. Si può notare dopo il 1995 (anno degli accordi di pace) l’affermarsi di una
generale tendenza alla diminuzione del numero di rifugiati grazie ai numerosi rimpatri
realizzati.

    La fuga dalla guerra e dalla “pulizia etnica” è stata comunque, soprattutto, di breve
raggio, spesso solo a coprire la distanza che passa tra territori controllati da diverse parti
in conflitto, eppure anche se brevi tali spostamenti, sono quelli che hanno creato
maggiori problemi, tensioni e difficoltà al momento del ritorno alla normalità. Sebbene
anche in Croazia si siano verificati spostamenti forzati di popolazioni la spinta si è
esaurita in un anno e la presenza di IDPs sul territorio già nel 1995 era notevolmente
ridimensionata rispetto all’inizio del conflitto passando da 344 mila a 72 mila; è stato,
invece soprattutto il conflitto bosniaco-croato a causare dall’aprile 1993 al marzo 1994 i
più consistenti e duraturi spostamenti interni di persone13 (croati verso aree controllate
dai croati e viceversa di bosniaci verso le aree controllate dai bosniaci) [NRC, 2000].



                                             17
L’esodo si è consumato immediatamente dopo l’inizio delle ostilità: nel 1993 si
registravano 1 milione e 290 mila IDPs sul territorio bosniaco (Fig.8); dal 1995 il
numero di Internally displaced persons si è andato lentamente assottigliando, con una
lieve ripresa nel 1996 a causa, come si è avuto modo di dire, dell’entrata in vigore degli
accordi di Dayton che hanno causato un numero aggiuntivo di spostamenti, creando due
entità distinte, la Federazione della Bosnia Erzegovina che occupa il 51% del territorio
(bosniaco-croata suddivisa ulteriormente al suo interno secondo dei “confini etnici”) e
la Repubblica Srpska (Repubblica Serba): determinando lo spostamento di circa 80.000
serbi, come risultato del trasferimento del controllo dei territori tra le due entità che ora
costituiscono la Bosnia Erzegovina (Federazione della Bosnia Erzegovina e Repubblica
Srpska), [NRC, 2000].

    Nel 1995 gli accordi di Dayton tentavano di dare una soluzione definitiva alla
“questione iugoslava” ignorando, comunque le tensioni nella regione del Kosovo dove
da tempo (1989) era stata abolita l’autonomia di cui l’area aveva goduto in passato e
dove gli albanesi boicottavano lo stato ed avevano proclamato la propria sovranità nel
1990 e l’avevano sancita con un referendum nel 1992. La crisi precipitava all’indomani
degli accordi di Dayton, anche a causa delle aspettative deluse degli albanesi a proposito
dei contenuti dell’accordo che si limitava ad ignorare la questione cossovara.

     La delusione per l’atteggiamento nei confronti della Iugoslavia mostrato da parte
delle comunità internazionale, che riconobbe i confini dello stato, e il mutamento di
governo in Albania condussero ad un abbandono della politica della non-violenza e
all’affermazione del movimento di liberazione nazionale UCK, che provocò tra il 1997
e il 1998 una serie di incidenti armati duramente repressi da Milošević [Pirjevec, 2001].
Per tentare di risolvere il conflitto in Kosovo dove nel frattempo erano stati avviati
tentativi di “pulizia etnica” [Pirjevec, 2001] si giunse alla convocazione di una
conferenza a Ramboullet e a Parigi (febbraio - marzo, 1999) senza ottenere tangibili
risultati; si passò, quindi all’intervento armato della NATO (con l’utilizzo di forze
aeree), voluto dagli Stati Uniti, contro Belgrado. I serbi resistettero ai bombardamenti e
solo nei primi giorni di giugno, anche per le mediazione del presidente del Consiglio
Russo Cernormyrdin, Milošević accettò una soluzione di compromesso e il Kosovo
venne occupato dalle truppe ONU pur restando sotto la sovranità serba.

    L’evoluzione degli eventi ricordati in modo sintetico si è legata intimamente al
cammino di popolazioni in fuga. Nella politica di Milošević, infatti, i profughi sono stati
visti come una potente arma di destabilizzazione dei fragili equilibri degli stati limitrofi
quali Albania e Macedonia dove avrebbe potuto instaurarsi una potente e rischiosissima
reazione a catena. L’intervento della NATO, poi, ha creato i presupposti per nuovi
spostamenti, in questo caso, di popolazione serba in fuga dal Kosovo.

    I dati sugli spostamenti forzati di popolazione dall’area sono, come per i conflitti del
passato, lacunosi e consentono difficilmente comparazioni. Tra l’altro nel caso del
conflitto in Kosovo la raccolta delle informazioni si scontra anche con la necessità di
fornire indicazioni su base etnica di difficile rilevazione. L’UNHCR stima che il 90%
delle richieste di asilo presentate nel 1999 da ex Iugoslavi provengano da



                                             18
cossovari-albanesi. Le informazioni a disposizione dimostrano ancora una volta che i
fuggiaschi che giungono in Europa sono solo la punta di un iceberg che coinvolge in
maniera assai più massiccia i paesi limitrofi al conflitto. Dai dati disponibili si può
notare un aumento dal 1998 al 1999 delle richieste di asilo presentate in Europa14 da
cittadini provenienti dalla ex Iugoslavia, passate da 96.960 a 115.851 con un incremento
da un anno all’altro che sfiora il 30% nonostante la tendenza alla maggiore cautela,
affermatasi negli ultimi anni, delle politiche di asilo (Tab.6).

    Si è già detto del ruolo determinante giocato dai profughi all’interno del conflitto nel
Kosovo. Da una parte essi sono stati le vittime, talvolta appositamente “esibite” delle
persecuzioni etniche, dall’altra hanno inconsapevolmente rischiato di divenire un arma
in grado di innescare una reazione a catena nei Balcani destabilizzando i fragili equilibri
raggiunti dai paesi dell’area15. Secondo l’UNHCR alla fine di maggio del 1999 circa
800.000 persone avevano lasciato il Kosovo verso paesi limitrofi16. La maggior parte
avevano trovato rifugio in Albania (il 55% del totale) e un’altra quota consistente aveva
cercato riparo in Macedonia (il 30%) [UNHCR, 1999]. Il deflusso avvenuto molto
rapidamente - praticamente nell’arco di sei settimane - ha condotto ad una situazione
particolarmente difficile da gestire in Bosnia Erzegovina e soprattutto in Macedonia
dove l’afflusso di profughi albanesi, incontrando una consistente presenza di
popolazione della stessa etnia residente nel paese da prima del conflitto, rischiava di
portare ad allargamento del conflitto. È stato così avviato dall’UNHCR e dall’OIM
(Organizzazione internazionale per le migrazioni) l’Humanitarian Evacuation Program
(voluto soprattutto da Usa e Regno Unito) nell’ambito del quale tra il 5 aprile e il 26
maggio 2000 sono evacuati 65.749 rifugiati cossovari dalla Macedonia verso altri paesi
(soprattutto Germania, Turchia, Canada e Italia) per alleggerire il carico dei campi
profughi della Macedonia ed evitare ogni possibile forma di tensione che aggravasse la
situazione all’interno della penisola.

    Alla fine dei conflitti, sia di quello che ha sconvolto la Bosnia sia di quello esploso
in Kosovo, sono state messe in atto dalla comunità internazionale e dai singoli paesi
politiche volte a promuovere il rientro a casa delle persone che erano state costrette ad
allontanarsi durante la guerra. Il rientro non è stato sempre spontaneo e facile, tanto che
sono stati varati appositi programmi dalle organizzazioni internazionali per il rimpatrio
dei profughi che ha richiesto l’intervento dei governi interessati [U.S. Committee for
Refugees, 2000].

    Nonostante siano passati diversi anni dagli accordi di Dayton risultano essere ancora
molte le persone che, avendo abbandonato il proprio paese durante la guerra, non sono
ancora tornate a casa. Tale situazione è riconducibile a molteplici fattori. Innanzi tutto
ricordiamo il problema ambientale che si frappone al rientro dei rifugiati di cui si avrà
modo di parlare più avanti, ma a tale problematica se ne affiancano altre di rilievo non
minore. In Croazia, che conta ancora 340 mila rifugiati in altri paesi [U.S. Committee
for Refugees, 2000], le misure adottate per eliminare gli ostacoli e favorire i rimpatri
non hanno avuto carattere universale, ma hanno favorito soprattutto il ritorno di
popolazione di etnia croata, mentre al contrario l’atteggiamento nei confronti dei
rifugiati di etnia serba non è apparso mai chiaro e ha rallentato la messa in atto del



                                            19
programma di rimpatrio dalla repubblica Iugoslava, tanto che alla fine del 1999 la
proporzione di serbi sul totale della popolazione in Croazia era intorno al 4% mentre nel
1991 si collocava intorno al 12%              [U.S. Committee for Refugees, 2000].
Discriminazioni contro i serbi si sono segnalate anche nelle procedure per la
riassegnazione della proprietà che hanno suscitato critiche anche da parte dell’OCSE.

     Nel caso della Bosnia Erzegovina sono ancora 300 mila i rifugiati che restano fuori
dai confini del paese e il conflitto nel Kosovo ha contribuito, esacerbando le tensioni
etniche nella regione, a rallentare i rimpatri. Gli ostacoli più gravi per il rimpatrio
vengono incontrati da coloro che provengono da aree non controllate dal loro gruppo di
appartenenza etnica che, molto spesso, non essendo in grado di rientrare nelle proprie
case, si trasformano in internally displaced persons 17. Molti si stabiliscono nei territori
dove la loro etnia è dominante, altri sulle linee di confine che, tuttavia, offrono capacità
di assorbimento limitate. Le indagini svolte non rassicurano sulla possibilità per le
minoranze di rientrare in possesso delle loro proprietà e di non temere per la propria
incolumità. La discriminazione da parte delle autorità locali a volte si spinge fino alla
violazione delle norme nazionali che tendono all’uniformazione delle procedure e verso
il principio della non-discriminazione [U.S. Committee for Refugees, 2000].

    L’ostacolo maggiore che si frappone al rientro dei profughi in Bosnia Erzegovina,
come in Croazia, è, comunque, in generale, l’impossibilità di rientrare in possesso dei
beni posseduti prima della guerra specialmente per coloro che appartengono ad una
minoranza etnica, a cui si affiancano i problemi relativi alle pensioni, al rilascio dei
documenti e il diritto al lavoro. La situazione in Kosovo relativamente ai rimpatri risulta
ancora confusa e spesso dettata dall’emergenza. Anche qui, comunque, resta scoglio
fondamentale da superare il rispetto della sicurezza e dei diritti delle minoranze non
albanesi. Certamente saranno necessari sforzi nella ricostruzione delle abitazioni, delle
infrastrutture e di un tessuto economico disastrato.

    Risulta abbastanza complesso seguire il processo di rientro in patria dei rifugiati
attraverso i dati disponibili. Gli elementi di valutazione a disposizione sui rientri di
rifugiati e di internally displaced persons in Bosnia Erzegovina mettono in luce che le
IDPs all’interno del paese sono tornate a casa immediatamente dopo la fine del
conflitto, il 1996 risulta l’anno di massimo mentre già nel 1997 si registrava una brusca
e consistente riduzione. I rientri di rifugiati al di fuori dei confini dello stato, al
contrario, hanno fatto registrare il loro massimo nel 1997 diminuendo in maniera
consistente solo nel 1999. L’andamento dei rimpatri è stato, comunque sostanzialmente
diverso all’interno delle due entità che compongono lo stato. Se, infatti, in generale la
numerosità dei rientri dei rifugiati ha superato quella del rimpatrio dei profughi interni,
nel caso della Repubblica Srpska, che ha registrato, comunque, un numero contenuto di
“ritorni a casa” è avvenuto il contrario (Tab.7). Sia nel caso delle IDPs che in quello dei
rifugiati, la maggior parte dei serbi di ritorno, come era da attendersi per quanto detto
nel paragrafo precedente, si è diretta verso la Repubblica Srpska.

    Nel caso del Kosovo il rientro è tuttora in corso e i dati a disposizione sono piuttosto
scarsi, risulta comunque che fino al dicembre del 1999 erano state rimpatriate 807 mila



                                            20
persone provenienti soprattutto dall’Albania e dalla Macedonia. Si è trattato in questo
caso di un rientro verificatosi in tempi abbastanza brevi ancor prima della bonifica dei
campi minati e del ripristino dei servizi di base. Come avvenuto per altri conflitti in
passato la fine delle ostilità e il raggiungimento di un accordo ha comportato anche nel
caso del Kosovo da un lato il rientro dei fuggitivi in patria dall’altro nuovi esodi da
parte di popolazioni di diversa etnia. Alla fine di luglio del 1999 l’Ufficio dell’UNHCR
a Belgrado registrava 170.000 nuove “displaced persons” soprattutto serbi e rom che
nella maggior parte dei casi si sono rifugiati in altre regioni della Repubblica Iugoslava.


5. Le conseguenze ambientali dei conflitti

    Solo recentemente, a seguito delle polemiche relative all’utilizzo da parte delle forze
NATO di uranio impoverito durante i bombardamenti avvenuti in Kosovo, l’opinione
pubblica occidentale sembra essersi accorta che la guerra nei Balcani ha provocato
conseguenze di lunga durata sull’ecosistema e sulla salute delle popolazioni. In realtà,
anche se con un’eco meno vasta nelle comunicazioni di massa, già i precedenti conflitti
nell’area avevano avuto conseguenze disastrose sulle risorse ambientali: «Nel cuore
della Bosnia, purtroppo, le ferite sono più evidenti. L’agricoltura, che occupava un terzo
della popolazione e garantiva una percentuale del prodotto interno lordo tra le più alte
d’Europa, risente ad esempio delle zone ancora minate, il cui costo di bonifica è
insostenibile per la debole economia bosniaca. Il turismo, stimato in 4-5 milioni di
persone l’anno prima della guerra, era attratto dal patrimonio storico-artistico e dalla
meravigliosa natura. Città indimenticabili come Dubrovnik, iscritta dal 1979 nel registro
del Patrimonio culturale mondiale dell’Unesco, sono state colpite per oltre il 60-70 per
cento delle costruzioni e dei monumenti. L’avanzata serba in Bosnia e in Croazia ha
mirato sistematicamente ai villaggi, alle chiese, alle moschee, ai cimiteri storici, alle
foreste. Una distruzione incomprensibile, che non coinvolge obiettivi strategici dal
profilo militare, ma simboli della cultura e della civiltà di un popolo…» [Daclon e
Stabile 1997, p.56].

     Il recente rapporto UNEP-UNCHS The Kosovo Conflict Consequences for the
Environment & Human Settlements da un lato sottolinea la necessità di maggiori
informazioni sui luoghi bombardati dalla Nato per verificare la presenza di uranio
impoverito, dall’altro mette in luce la presenza di un forte deterioramento ambientale
precedente al conflitto negando l’esistenza di una vera e propria catastrofe. Le
conclusioni di tale rapporto e i metodi di ricerca utilizzati sono stati fortemente
criticati18 [Bartolomei, Tarozzi, 2000], tuttavia in questa sede non si hanno né le
competenze, né la possibilità per analizzare e verificare i contenuti del rapporto; quello
che invece conta ai fini della nostra ricerca è che, comunque, anche secondo il rapporto
UNEP-UNCHS si sono verificati, a seguito del conflitto, importanti mutamenti
nell’ecosistema e, più in generale, nell’habitat19, che hanno interessato un’area assai più
estesa di quella direttamente coinvolta dagli scontri armati. Gli effetti dei conflitti si
sono esplicati, come esemplificato nel prospetto 2:
      direttamente sulla popolazione: morti, migrazioni forzate, posticipazione di
         matrimoni e nascite, ecc.



                                             21
      direttamente sull’ambiente naturale: distruzione di foreste, inquinamento dei
       fiumi dovuti ai bombardamenti, impraticabilità dei territori minati, ecc.
      indirettamente sia sulla popolazione che sull’ambiente attraverso le relazioni che
       connettono      inscindibilmente    tali   elementi:      migrazioni      innescate
       dall’inquinamento atmosferico o del suolo in alcune aree, pressione dei campi
       profughi sulle risorse idriche, distruzione e ricostruzione degli insediamenti
       umani, ecc.

    Tali pressioni, innescate dalla guerra, hanno condotto necessariamente ad un nuovo
assetto “post bellico” dell’habitat balcanico, che stenta ancora a trovare un nuovo
intrinseco equilibrio. Guerra, ambiente e tendenze demografiche appaiono, quindi,
elementi strettamente connessi in rapporti di causa-effetto che vanno in duplice
direzione: danni ambientali (provocati da conflitti) possono causare, ad esempio,
migrazioni forzate e spostamenti forzati causano spesso alterazioni nei delicati equilibri
dell’ecosistema.

    Non sono, al momento, disponibili dati attendibili che consentano verifiche
empiriche dettagliate e precise dei legami, sopra evidenziati che, pure, si intuiscono
esistere a colpo d’occhio . Ciò nonostante, ci sembra che «preoccuparsi di misurazioni
precise prima di sapere quali sono le cose che davvero vale la pena di misurare ha
portato spesso ad una perdita di tempo» [Collins, 1983, p.5]. Senza dubbio – sempre
richiamando Collins – «la misurazione non è qualcosa di cui si possa fare a meno», ma,
allo stadio in cui è giunto attualmente il cammino della ricerca relativamente alle
tematiche affrontate in questo capitolo non appare superfluo riflettere e tentare di
stabilire «le linee generali d’analisi lungo cui la spiegazione può adeguatamente
procedere e svilupparsi….Una volta individuata la giusta linea esplicativa, la ricerca di
misurazioni migliori è una delle vie che permettono di accrescere il potere esplicativo di
una teoria» [Collins, 1983, p.5].

    Nella ex Iugoslavia la guerra e gli esodi di popolazione hanno cambiato, in alcuni
casi in maniera indelebile, il paesaggio, la geografia, la distribuzione dell’insediamento
umano20. Le concitate fughe causate dai conflitti, hanno avuto un peso non indifferente
sulle risorse ambientali: l’allestimento dei campi profughi ha comportato il
deterioramento delle risorse naturali nei paesi coinvolti dal conflitto e in quelli limitrofi;
inoltre lo spostamento di popolazione da aree rurali verso aree urbane difficilmente sarà
reversibile e lascerà, quindi, spopolate ampie aree dei paesi coinvolti (soprattutto nel
caso della Bosnia). La presenza improvvisa in determinate aree di un numero così
elevato di persone ha comportato un non trascurabile deterioramento ambientale.
Ovviamente nei momenti di grave emergenza nei giorni degli scontri le tematiche
ambientali sono rimaste in secondo piano, tuttavia alla fine del conflitto si è presa
coscienza dell’impatto ambientale negativo di tali flussi di popolazione sull’habitat e in
particolare sul suolo e sulle acque [REC, 1999].

   I modi in cui l’esodo di popolazione ha inciso sulle risorse ecologiche sono stati
molteplici. L’acqua per i campi profughi in Albania durante la guerra in Kosovo, per
esempio, veniva prelevata soprattutto dai sistemi idrici delle città vicine, in tal modo si è



                                             22
notevolmente assottigliata la quantità di acqua disponibile per persona. Nei campi non
sono stati previsti sistemi di depurazione delle acque di scarico e ciò ha comportato
l’inquinamento di molti canali utilizzati impropriamente per il deflusso delle acque.
Molte delle acque di scarico sono finite in buche senza la costruzione di veri e propri
serbatoi che hanno raggiunto presto il massimo della capacità di raccolta ed hanno,
quindi cominciato ad inquinare il suolo circostante ed ovviamente le acque sotterranee
[REC, 1999].

    Uno dei più gravi problemi, causato dall’esistenza di affollati campi profughi, da
affrontare a livello ambientale è stato lo smaltimento dei rifiuti solidi. In alcuni casi le
tendopoli sono state allestite in aree prive di discariche, create spesso in fretta lungo le
rive dei fiumi, appena fuori dai campi. La quantità di rifiuti prodotta è dipesa in larga
parte dal numero di rifugiati ospitato, ma anche dal tipo di cibo e di aiuti distribuiti e
nell’emergenza, forse, non si è riflettuto abbastanza sull’impatto ambientale del package
degli aiuti 21.

     In generale i campi sono stati allestiti lungo i corsi d’acqua o vicino ai laghi con
conseguenze disastrose su ecosistemi dal fragile equilibrio. La costruzione di campi
profughi su terreni coltivabili ha condotto là dove le zone fertili sono scarse ad un
impatto ecologico e produttivo negativo di non trascurabile portata: migliaia di ettari di
terreno arabile hanno perso la loro funzione a causa della ghiaia e del calcestruzzo
utilizzati per la pavimentazione delle aree destinate alle tende dei profughi. Tale
problema si è mostrato particolarmente accentuato nei distretti dove sono stati costruiti
campi di grande estensione che hanno occupato centinaia di ettari di terreno il cui
recupero per la destinazione agricola richiederà 10-15 anni. Molte tendopoli sono state,
inoltre, costruite all’interno di aree protette e di riserve di caccia causando un grave
deterioramento della flora e della fauna anche perché in molti casi gli alberi delle foreste
circostanti sono stati tagliati per il riscaldamento [REC, 1999]. Si deve, inoltre
considerare che molti dei movimenti di popolazione non sono stati causati direttamente
dal conflitto, ma indirettamente dalle sue conseguenze ambientali e la stessa tipologia
dello spostamento (temporaneo o permanente) dipenderà, in larga parte, dalla capacità
di recupero di condizioni ambientali vivibili.

    Nella convinzione che non possano esistere “bombardamenti intelligenti” –
definizione che sembra, più che altro, un ossimoro di cattivo gusto – è evidente che la
più atroce conseguenza dei bombardamenti nella ex Iugoslavia sono le vittime umane,
in molti casi civili22, che hanno mietuto. Al di là di questa prima gravissima perdita le
azioni militari, causando danni indelebili o difficilmente recuperabili all’ambiente,
hanno reso l’habitat più povero e, talvolta, ostile all’insediamento umano [Zucchetti
2000]. Si pensi (solo per ricordare gli avvenimenti più recenti) ai danni causati dal
bombardamento che ha colpito nell’aprile del 1999 la raffineria dell’impianto
petrolchimico di Pančevo da cui l’area residenziale distava meno di 150 metri. Durante
il bombardamento sostanze chimiche altamente tossiche sono state rilasciate
nell’atmosfera, nel suolo e nelle acque mettendo in grave pericolo non solo
l’ecosistema, ma direttamente migliaia di vite umane. Molte persone sono rimaste
intossicate e molte altre sono state evacuate, aggiungendosi alle migliaia di IDPs. Si



                                            23
pensi ancora alla quantità di oli finiti nel Danubio a seguito del bombardamento della
Raffineria di Novi Sad causando preoccupazioni in tutta l’area balcanica. Non sono,
comunque, gli “incidenti” eclatanti che hanno avuto il massimo rilievo sui giornali a
causare i danni più gravi all’ambiente, ma soprattutto la “routine” dei bombardamenti.
Interi centri abitati nel Kosovo sono stati distrutti e in Bosnia villaggi con la
caratteristica architettura in pietra sono oggi città fantasma dove chi è partito prima
della guerra non è più tornato. Gran parte del patrimonio artistico e culturale (risorsa
turistica di grande importanza) è stato colpito. I danni sull’agricoltura e le foreste sono
facilmente intuibili se si pensa che sono stati fatti saltare magazzini di munizioni nelle
riserve naturali.

    I bombardamenti hanno effetti diretti sia sull’ambiente che sugli spostamenti di
persone; a loro volta i danni ambientali, rendendo invivibili alcune aree, possono
causare movimenti di persone che, a loro volta, causando spopolamento, possono
alterare gli equilibri ambientali nel lungo periodo. Se i bombardamenti durante i
conflitti, infatti, hanno causato la fuga di migliaia di persone dalle aree colpite i loro
effetti rischiano di estendersi nel tempo, rallentando il rientro dei profughi nelle aree di
origine (specialmente a causa della mancanza di abitazioni) e causando nuove partenze
là dove l’ambiente risulti deteriorato a tal punto da non consentire una vita dignitosa a
popolazioni per cui l’agricoltura era la principale fonte di sostentamento.

     Come già si è accennato il conflitto ha accelerato il processo di urbanizzazione in
maniera che al momento sembra irreversibile [NRC, 1999]. Prima della guerra circa il
40% della popolazione della Bosnia Erzegovina era impiegata in agricoltura anche se
nelle zone di montagna la produttività agricola era molto bassa e le infrastrutture nei
villaggi assai carenti. La guerra ha portato molte persone nelle città e molti, specie
giovani, alla fine del conflitto, hanno preferito restare piuttosto che fare ritorno nelle
aree rurali, anche a causa del deterioramento ambientale (soprattutto presenza di campi
minati e di ordigni inesplosi) che rende impossibile l’insediamento e la coltivazione di
alcune aree. A seguito della guerra la produzione agricola in Bosnia è crollata riuscendo
a rispondere a solo un quarto delle necessità del paese. Nel luglio del 1997 la FAO ha
individuato in Bosnia Erzegovina 149.585 famiglie ancora bisognose di aiuti per il
ristabilimento della produttività delle loro aziende agricole ed evidentemente una
problematica di tali proporzioni necessita di aiuti ed assistenza esterni [NRC, 1999]. Le
differenze esistenti a livello demografico ed economico tra le diverse regioni sembrano,
quindi, destinate ad accrescersi. Il processo potrebbe ulteriormente essere accelerato
dalla mancanza del ristabilimento di condizioni di “normalità” nelle aree agricole dove
dalla pressione economica potrebbero originarsi nuovi flussi di popolazione in direzione
delle città che modificherebbero ulteriormente la distribuzione dell’insediamento umano
all’interno del paese.

    A tutt’oggi le mine rappresentano una minaccia non trascurabile nella ex Iugoslavia.
La mancanza di fondi, la lentezza nell’ottenere i permessi, i diverbi sulle linee di
confine rallentano notevolmente i lavori per la bonifica dei territori. Nel 1998
l’UNMAC (United Nations Mine Action Center) stimava che in Bosnia Erzegovina ci
fossero ancora 30.000 campi minati e circa 750.000 mine. Se durante la guerra la gran



                                            24
parte delle vittime delle mine erano militari dopo la fine della guerra nell’80% le
persone uccise o ferite da tali ordigni sono civili, nella maggior parte dei casi
agricoltori23. Molte delle mine sono state collocate in terreni coltivabili riducendo la
produzione agricola ed impedendo la ricostruzione. È difficile poter quantificare gli
effetti dei campi minati sulla produzione agricola, tuttavia secondo stime del
Federation’s Secretary of Agricolture, Waterpower and Forestry 10.000 ettari di terreno
agricolo in Bosnia Erzegovina non sono più utilizzabili a causa delle mine e dei
bombardamenti. Le mine, particolarmente numerose proprio nelle zone più densamente
popolate prima della guerra, chiaramente rallentano il ritorno dei rifugiati: «The
presence of land mines in the ground inihibits free and safe access to land which is
fundamental to return and reconstruction» [NRC 1999, p.56]. Le mine, inoltre, in alcuni
casi sono state utilizzate contro le minoranze etniche per prevenirne il rientro nelle aree
di origine [ICRC 1998]. Il ritorno, comunque, di molte persone nei territori di partenza
causerà, verosimilmente, un aumento degli incidenti dal momento che la pressione
demografica sul territorio porterà molti a insediarsi in aree non bonificate24 tanto che la
Croce Rossa considera i rifugiati tra i gruppi particolarmente a rischio.

    Al momento il degrado ambientale gioca, quindi, un ruolo non indifferente nel
rallentare il ritorno di profughi e rifugiati nelle aree di origine. I bombardamenti, gli
incendi, i saccheggi hanno causato distruzioni ed inquinamento che avranno
conseguenze economiche disastrose per lungo tempo e che difficilmente potranno
consentire un immediato rientro della popolazione scappata durante il conflitto nei
territori di provenienza. L’esistenza di campi minati, inoltre, incide fortemente
sull’abitabilità e la produttività di alcuni terre.

    Il ripristino di situazioni ambientali favorevoli appare prioritario al ripopolamento di
alcune aree che dovrebbe essere adeguatamente regolamentato. Il patrimonio abitativo
ha subito gravissime distruzioni a causa degli incendi, dei bombardamenti e degli
scontri armati. Al di là, quindi, delle difficoltà incontrate dai profughi nel tornare in
possesso delle proprietà possedute prima del conflitto (dovute ai nuovi confini “etnici”
tracciati negli accordi o a forme di discriminazione) esiste anche l’impossibilità di
tornare a casa perché una casa non c’è più. Si deve considerare, quindi, che il rientro dei
rifugiati in patria e la conseguente ricostruzione delle abitazioni distrutte, se non
adeguatamente regolata, potrebbe condurre ad un’ulteriore perdita del patrimonio
forestale.

    Gli stretti legami tra deterioramento ambientale e popolazione sono emersi fino ad
ora soprattutto relativamente allo spostamento di persone: la prima reazione della
popolazione al deterioramento ambientale è evidentemente lo spostamento in zone più
vivibili. Per quanto riguarda gli altri fenomeni demografici come la mortalità e la
fecondità l’esistenza di conseguenze riconducibili alle distruzioni causate dal conflitto,
al di là delle morti provocate dagli scontri e dai bombardamenti, si potrà verificare solo
nel momento in cui saranno disponibili, si spera a breve, dati attendibili ed aggiornati
sulle tendenze demografiche25 e, soprattutto, sui livelli di inquinamento.




                                            25
6. Conflitti, popolazione e ambiente nei Balcani: relazioni, problemi e ipotesi di lavoro

    «The thesis that environmental stress and population change contribute to violent
conflict has undergone intensive examination over the last ten years. Both case study
and quantitative efforts have sought to unpack the complex mix of casual factors
leading to violent conflict. Historically neglected in the study of conflict, environmental
stress has moved into mainstream debates for a combination of reasons including the
findings of new research on the pervasiveness and magnitude of environmental
degradation, opportune political timing, and the search for an orienting post-Cold War
security paradigm» [Matthew e Dabelko 2000, p. 99]. Nella realtà balcanica, operando
una evidente ma utile semplificazione, è possibile trovare alla radice dei conflitti due
diverse e strettamente connesse esigenze: controllare il territorio e le relative risorse,
assicurare l’omogeneità etnica degli stati. Il controllo dell’ambiente naturale ed umano e
la gestione della popolazione e del fattore demografico appaiono, quindi, i due veri
obiettivi di fondo delle diverse parti in causa.

    Le ragioni di questo intreccio tra fattori ambientali (in senso lato), elementi
demografici e conflitti possono essere rintracciate nelle contraddizioni che l’affermarsi
nei Balcani, nel corso dell’Ottocento, dei moderni nazionalismi di matrice europea ha
aperto in una realtà che per tutta la durata dell’impero bizantino, prima, e di quello
ottomano, poi, si era invece andando modellando, nelle modalità di insediamento sul
territorio e nei rapporti tra etnie, lungo direttrici completamente diverse [Prévélakis
1997]. Un contrasto di fondo «tra ethnos, la nazione nel suo significato moderno, cioè
associata allo stato territoriale, esistente o immaginato, e genos, la nazione in quanto
entità culturale e politica, ma che non ha né stato né territori propri. Questa distinzione
tra nazione politica e territoriale e nazione culturale e “diasporica” è fondamentale per
capire la “questione d’oriente” di ieri e di oggi» [ibidem, p. 82].

    E’ in questo quadro che le pulizie etniche che hanno accompagnato gli ultimi due
secoli di storia balcanica trovano una loro tragica ragion d’essere. Caratterizzandosi,
ancor più tragicamente e sciaguratamente, come un vero e proprio elemento di
continuità, capace di ripresentarsi ogni volta che il sonno della ragione ha impedito alla
politica la ricerca di soluzioni pacifiche e condivise ai conflitti. Di qui quella centralità
del fattore demografico nella tematizzazione dei conflitti, di ieri e di oggi, che appare
anch’esso un aspetto costante nella realtà dei Balcani [Bonifazi 2001]. Così, di volta in
volta, è la distribuzione delle diverse etnie su un dato territorio, i criteri di
individuazione dei gruppi, i differenti ritmi di accrescimento o la diversa mobilità a
focalizzare le tensioni e a presentarsi come il vero elemento di divisione e di conflitto.
Le stesse difficoltà incontrate nella preparazione e nella gestione delle operazioni
censuarie del 1994 in Macedonia, nonostante la rilevazione avvenisse sotto il controllo
internazionale, confermano la delicatezza e l’importanza della dimensione demografica
dei conflitti balcanici [Sardon 2000c].
    E’ evidente che la dimensione demografica dei problemi è strumentale e funzionale
all’obiettivo di raggiungere il controllo del territorio, assicurandone l’omogeneità
etnica. Appare però un elemento impossibile da trascurare, anche perché la storia e la
morfologia del territorio hanno creato di fatto un intreccio tale di popolazioni, etnie,



                                             26
culture, lingue e religioni che trova pochissimi riscontri nel nostro continente. I dieci
anni di conflitti che ci siamo lasciati alle spalle (speriamo definitivamente) hanno
determinato una situazione ancor più confusa di quella iniziale, acuendo e ingigantendo
le divisioni, gli odi e i rancori e allontanando il raggiungimento di un assetto stabile
dell’area. Del resto, visti gli obiettivi reali della gran parte dei contendenti, la soluzione
a cui tendevano le operazioni belliche non poteva che essere quella di una gigantesca e
definitiva pulizia etnica, in grado di cancellare sic et simpliciter l’eredità di oltre un
migliaio di anni di storia.

    La triade conflitti, popolazione e ambiente acquista così nell’area studiata una
valenza particolare. E’ la volontà di controllare e omogeneizzare il territorio ad
innescare i conflitti, che non solo non risolvono i problemi, ma distruggendo risorse
ambientali e sociali e dando luogo a giganteschi spostamenti forzati di popolazione
contribuiscono a rendere sempre più difficile la ricerca di soluzioni. In un quadro di
questo tipo i dati demografici e ambientali assumeranno una veste sempre più
importante, caratterizzandosi come un elemento basilare della ricerca di assetti stabili e
duraturi all’area balcanica. Infatti, senza una precisa e dettagliata conoscenza degli uni e
degli altri sarà ben difficile prospettare ipotesi risolutive.

     I risultati del nostro lavoro, che è voluto essere soprattutto una prima presa di
contatto con la realtà studiata, hanno evidenziato la necessità di continuare a seguire nei
prossimi anni con grande attenzione gli sviluppi della situazione. In primo luogo, per
cercare di stabilire, con maggiore precisione di quanto non sia sinora possibile, le
conseguenze sulla popolazione e sulle tendenze demografiche dei conflitti e per
valutarne i nessi e le reciproche interrelazioni con i fattori più propriamente ambientali.
In secondo luogo, è auspicabile che la relativa normalizzazione della situazione
favorisca la ripresa nella raccolta e nella elaborazione delle statistiche demografiche e
ambientali che, specie nella dimensione microterritoriale, appaiono quanto mai
necessarie ai processi e ai progetti di ricostruzione dell’area studiata. Infine, è da
considerare l’impatto delle dinamiche innescate dai conflitti sui complessivi processi di
ridefinizione dell’intero sistema migratorio continentale, aspetto preso in esame solo di
riflesso nel presente lavoro ma che, con ogni probabilità, rappresenta per i paesi
occidentali (e per l’Italia in particolare) la conseguenza diretta e più avvertibile delle
nuove crisi balcaniche.




                                             27
Note
1
   Lavoro effettuato nell’ambito della ricerca “Gli effetti ambientali della crisi balcanica: aspetti
demografici” del progetto strategico del Cnr “Ambiente e territorio”. Pur costituendo il frutto di un
congiunto lavoro di ricerca, la stesura dei paragrafi 1, 2 e 6 è stata curata da C. Bonifazi, quella dei
paragrafi 4 e 5 da C. Conti, mentre il paragrafo 3 è stato scritto da M. Mamolo.
2
  Per una lettura più complessiva della situazione demografica nell’area studiata si rimanda a Bonifazi
[2001].
3
  Tanto per avere un quadro di massima dell’intensità del calo della fecondità basta considerare che in
Russia tra il 1990 e il 1998 l’indicatore è passato da 1,90 figli per donna a 1,24 e, nell’area balcanica, i
valori sono scesi nello stesso periodo da 1,78 a 1,11 in Bulgaria e da 1,84 a 1,32 in Romania [Council of
Europe 1999].
4
  Per le definizioni cfr. prospetto 1 più avanti.
5
   Nel caso italiano come si potrà notare più avanti le richieste non provenivano da cittadini della ex
Iugoslavia, ma soprattutto da Albanesi
6
   Contemporaneamente al precipitare della crisi iugoslava si innescavano in Africa una serie di conflitti
che avrebbero causato la fuoriuscita di un numero crescente di persone in cerca di protezione.
7
  Si avviava così quell’atteggiamento che portava ad intervenire per sanare le emergenze piuttosto che ad
agire in base a programmi di più ampio respiro.
8
  Soprattutto la Germania, il paese più profondamente coinvolto dai flussi di richiedenti asilo provenienti
dall’Europa Balcanica e da quella orientale, ha provveduto negli anni successivi allo scoppio del conflitto
iugoslavo ad un inasprimento delle procedure per la concessione dell’asilo che fino a tempi recenti erano
state le più liberali del continente [Sassen, 1999].
9
  Nel 1990 tutti i paesi dell’Unione Europea hanno firmato tra loro un accordo (convenzione di Dublino)
che stabilisce che ogni richiedente asilo ha un paese competente che è di solito quello di primo ingresso.
Un ampio numero di procedure volte a inasprire i controlli sulle richieste di asilo sono presenti anche
nell’accordo di Shengen.
10
   Nel 1995 erano 5.075 i cittadini della ex Iugoslavia con un regolare permesso di soggiorno rilasciato
per altri motivi (nella maggior parte dei casi si tratta di motivi umanitari), solo 11 erano i permessi in
corso di validità rilasciati per asilo politico.
11
   Si sottolinea che in questo caso si tratti di “immigrati” in generale e non di rifugiati.
12
   Si noti come nel 1999, l’anno del conflitto in Kosovo, siano improvvisamente aumentati i rifugiati in
Macedonia.
13
   Alcuni hanno sostenuto che tali spostamenti sarebbero riconducibili per certi versi a spostamenti rurali-
urbani. Le IDPs sembrano, infatti, essere originarie soprattutto delle aree rurali mentre i rifugiati, sono
soprattutto originari delle città [NRC, 2000]
14
    Sono stati considerati i seguenti paesi: Austria, Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Danimarca,
Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, Irlanda, Liechtenstein, Lussemburgo, Olanda, Norvegia, Polonia,
Romania, Repubblica Slovacca, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito.
15
   L’importanza inconsapevole dei rifugiati e dei profughi sulle sorti del conflitto è ben riassunta dal
titolo di un articolo dedicato al caso del Kosovo comparso sulla rivista “Rifugiati”, n.2 del 2000, a cura
dell’UNHCR “I rifugiati erano troppo importanti per lasciarli all’UNHCR”.
16
    Secondo l’UNHCR [1999] al 31 dicembre 1998 le “Internally displaced persons” nella Repubblica
Federale Iugoslava erano 225 mila
17
    Si tratta, soprattutto, di coppie miste, di persone di etnia mista e di Rom. A volte il rimpatrio delle
minoranze dà luogo ad una divisione delle famiglie. Il rientro di anziani o di altre persone “innocue” non
è, infatti, ostacolato, mentre viene impedito il re-ingresso a persone giovani in età di leva.
18
    Alcuni studiosi ritengono che la Nato avrebbe condotto proprio una “guerra ecologica” contro la
Iugoslavia [Bartolomei, Tarozzi, 2000].
19
   Per habitat si intende, in questo caso, l’insieme di popolazione e ambiente come elementi in continua
interazione.
20
   Secondo la Federazione Pro Natura 80 mila chilometri quadrati di ecosistema sarebbero andati perduti
o sarebbero stati danneggiati [Daclon e Stabile 1997, p.56].
21
   La maggior parte dei rifiuti solidi era costituita da carta, plastica e scatole.
22
   Si stima che durante la guerra in Kosovo siano morte circa 1.400 persone a causa dei bombardamenti.




                                                    28
23
    Dall’agosto 1996 all’agosto 1997 si stimano 30-35 incidenti al mese causati da mine. Subito dopo la
fine del conflitto morivano circa 50 persone al mese a causa delle mine[ICRC, 1998].
24
    Molti avendo abbandonato il territorio all’inizio del conflitto non conoscono la localizzazione dei
campi minati e non riconoscono le insegne di pericolo.
25
   Le recenti polemiche sull’utilizzo dell’uranio impoverito inducono a sottolineare l’esigenza di una
raccolta dati accurata anche per ciò che concerne le dinamiche demografiche. La possibilità negli anni
futuri dello studio della mortalità per causa potrebbe aggiungere molto alla conoscenza delle interazioni
tra guerra, ambiente e popolazione




                                                   29
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                                          33
Tabella 1 - Principali indicatori di struttura e dinamica demografica nei paesi dei Balcani
Sud-Occidentali, 1985-1999.

Paese                                      1985           1990        1995         1997       1999

Albania
Popolazione totale                        (2962)         3286,5     3248,8     3354,3 (a)   3373,4
Pop. con meno di 15 anni (%)               (34,5)         (32,7)     (31,3)      32,6(a)          ..
Pop. tra 15 e 64 anni (%)                  (60,2)         (62,0)     (63,2)      61,2(a)          ..
Pop. con più di 65 anni (%)                 (5,3)          (5,3)      (5,5)       6,1(a)          ..
Quoziente di natalità (per 1000 ab.)       (26,7)           25,0       22,4      17,9(a)       17,1
Quoziente di mortalità (per 1000 ab.)       (6,1)            5,5      (5,9)         5,4         4,9
Tasso di fecondità totale                    3,26           3,03       2,90        2,70      2,60(a)
Mortalità infantile (per 1000 nascite)       30,1           28,3     30,7(c)       22,2        12,2
Speranza di vita alla nascita – maschi       68,7           69,6    68,5(b)            ..         ..
Speranza di vita alla nascita – femmine      74,4           75,5    75,4(b)            ..         ..

Bosnia Erzegovina
Popolazione totale                        (4122)         (4308)     (3415)     3695,5(a)          ..
Pop. con meno di 15 anni (%)               (25,1)        23,6(d)     (21,9)           ..          ..
Pop. tra 15 e 64 anni (%)                  (69,3)        69,7(d)     (70,3)           ..          ..
Pop. con più di 65 anni (%)                 (5,6)          6,7(d)     (7,8)           ..          ..
Quoziente di natalità (per 1000 ab.)         16,9           14,8     (12,6)           ..    12,2(a)
Quoziente di mortalità (per 1000 ab.)         6,7            6,5     (17,1)         7,5      7,8(a)
Tasso di fecondità totale                    1,89           1,71    1,65(b)       1,68      1,56(a)
Mortalità infantile (per 1000 nascite)       25,1           15,3       (17)       12,4      11,0(a)
Speranza di vita alla nascita – maschi       68,7           69,7     (69,5)           ..         ..
Speranza di vita alla nascita – femmine      74,2           75,2     (75,1)           ..         ..

Croazia
Popolazione totale                        4652,9         4687,5     4670,2     4536,8(a)    4527,5
Pop. con meno di 15 anni (%)               (21,0)         (20,5)     (18,8)       19,9           ..
Pop. tra 15 e 64 anni (%)                  (68,5)         (68,2)     (68,4)       67,9           ..
Pop. con più di 65 anni (%)                (10,5)         (11,3)     (12,8)       12,3           ..
Quoziente di natalità (per 1000 ab.)         13,5           11,8       10,8       12,1         9,9
Quoziente di mortalità (per 1000 ab.)        11,2           11,1       10,9       11,5        11,5
Tasso di fecondità totale                    1,81           1,67       1,58       1,69        1,38
Mortalità infantile (per 1000 nascite)       16,6           10,7        8,9         8,2        7,7
Speranza di vita alla nascita – maschi       67,5           68,4     (67,3)       70,2           ..
Speranza di vita alla nascita – femmine      75,0           76,0     (75,7)       77,0           ..




                                                    34
Segue - Tabella 1

Paese                                        1985            1990       1995        1997         1999

Macedonia
Popolazione totale                         2004,7          2121,4     1957,3     2002,3(a)     2012,7
Pop. con meno di 15 anni (%)                (27,3)          (26,2)     (24,7)       24,1             ..
Pop. tra 15 e 64 anni (%)                   (66,1)          (66,4)     (66,6)       66,9             ..
Pop. con più di 65 anni (%)                  (6,6)           (7,4)      (8,7)         9,1            ..
Quoziente di natalità (per 1000 ab.)          19,2            16,7       16,4       14,8         13,6
Quoziente di mortalità (per 1000 ab.)          7,1             6,9        8,3         8,3          8,3
Tasso di fecondità totale                     2,31            2,06       2,13       1,93         1,76
Mortalità infantile (per 1000 nascite)        43,4            31,6       22,0       15,7         14,9
Speranza di vita alla nascita - maschi        68,9            70,3       69,8       70,4        70,4(a)
Speranza di vita alla nascita - femmine       73,2            74,5       74,0       74,5        74,5(a)

Repubblica Federale di Iugoslavia
Popolazione totale                        10171,0         10496,3    10535,3    10613,7(a)           ..
Pop. con meno di 15 anni (%)                (24,0)          (23,4)     (21,8)      20,8(a)           ..
Pop. tra 15 e 64 anni (%)                   (67,4)          (67,1)     (66,8)      66,2(a)           ..
Pop. con più di 65 anni (%)                  (8,6)           (9,5)     (11,4)      13,0(a)           ..
Quoziente di natalità (per 1000 ab.)          16,3            14,8       13,3       12,4        11,3(a)
Quoziente di mortalità (per 1000 ab.)          9,6             9,3       10,2       10,5        10,5(a)
Tasso di fecondità totale                     2,22            2,09       1,90       1,77             ..
Mortalità infantile (per 1000 nascite)        32,9            22,8       16,8       13,8        12,6(a)
Speranza di vita alla nascita - maschi        68,1            69,2       70,2       70,0             ..
Speranza di vita alla nascita - femmine       72,9            75,4       74,8       74,9             ..

.. Dato non disponibile
Note: (a) 1998; (b) 1996; (c) 1994; (d) 1991.
Fonte: Sardon (2000b), Council of Europe (1999), per i dati tra parentesi United Nations (1999). In
quest’ultimo caso i dati relativi alla dinamica demografica sono relativi ai quinquenni terminanti con gli
anni indicati (ad esempio il valore del 1985 si riferisce al periodo 1980-1985).




                                                     35
Tabella 2 – Principali indicatori di mortalità e fecondità in Croazia e Iugoslavia, 1990-1999(1)
Paese                  1990      1991     1992      1993         1994      1995          1996        1997        1998          1999

Croaziaa
Tasso di natalità      11,6      10,8      10,5      10,8        10,9          11,2          12       12,1        10,5          9,9*
(per 1000 ab.)
Tasso di mortalità     10,9      11,5      11,6      11,4        11,1          11,3      11,3         11,4        11,6        11,5*
(per 1000 ab.)
Tasso di fecondità     1,69      1,55      1,44      1,52        1,52          1,58      1,67         1,69        1,45        1,38*
totale
Mortalità infantile    10,7      11,1      11,6       9,9        10,2           8,9          8,0          8,2       8,2         7,7*
(per 1000 nati)

Iugoslaviaa
Tasso di natalità 14,7           14,6      13,5      13,4        13,1          13,3          13       12,4       11,3*               ..
(per 1000 ab.)
Tasso di mortalità 9,3             9,8     10,1      10,2          10          10,2      10,6         10,5       10,5*               ..
(per 1000 ab.)
Tasso di fecondità 2,1             2,1       1,9      1,9         1,9           1,9      1,85             1,7          ..            ..
totale
Mortalità infantile 22,8         20,9      21,7      21,9        18,4          16,8          15       14,3       12,6*               ..
(per 1000 nati)

.. Dato non disponibile
Note: (1) Alcuni indicatori presentano dei valori leggermente diversi rispetto a quelli riportati in Tabella 1
e pubblicati nelle fonti internazionali.
Fonte:
a
  I dati sono stati presi dagli annuari della Repubblica di Croazia e della Repubblica Federale Iugoslava.
*Sardon (2000b)


Tabella 3 - Numero annuale di richieste di asilo presentate in alcuni paesi europei, 1988-1999
Anno     Austria   Belgio     Danimarca   Francia   Germania      Olanda        Svezia       Svizzera       Regno           Italia        EU
                                                                                                            Unito

                                                     Valori assoluti in migliaia

1988       15,8        5,1        4,7       34,4       103,1             7,5          19,6         16,7          5,7           1,3        210,6
1989       21,9        8,1        4,6       61,4       121,3            13,9          30,3         24,4         16,8           2,3        288,1
1990       22,8         13        5,3       54,8       193,1            21,2          29,4         35,8         38,2           4,8        400,2
1991       27,3       15,2        4,6       47,4       256,1            21,6          27,4         41,6         73,4          26,5        512,7
1992       16,2       17,6       13,9       28,9       438,2            17,5          84,0         18,0         32,3           6,0        672,5
1993        4,7       26,9       14,3       27,6       322,6            35,4          37,6         24,7         28,0           1,6        515,9
1994        5,1       14,4        6,7       26,0       127,2            52,6          18,6         16,1         42,2           1,8        309,9
1995        5,9       11,4        5,1       20,2       167,0            29,3           9,0         17,0         55,0           1,7        313,4
1996        7,0       12,4        5,9       17,4       149,2            22,2           5,8         18,0         37,0           0,7        266,3
1997        6,7       11,8        5,1       21,4       151,7            34,4           9,7         24,3         41,5           1,9        299,1
1998       13,8       22,0        5,7       22,4        98,6            45,2          12,8         41,3         46,0          11,1        451,6
1999       20,1       35,8        6,5       30,9        95,1            39,3          11,2         46,1         71,2          33,4        367,4

Note: (a) Per l’Italia il dato del 1999 comprende anche i dati riferiti alle domande non ufficialmente
registrate dalla Commissione. Durante il 1999 la Commissione ha ricevuto ufficialmente 12.146 richieste
di asilo.
Fonte: elaborazioni su dati UNHCR, 1998 e U.S. for Refugees, 1999




                                                            36
   Prospetto 1 - Principali definizioni relative alle persone coinvolte nelle migrazioni forzate

Termine                                       Definizione
Richiedenti Asilo                             Tutti coloro che avendo lasciato il proprio paese di
                                              origine hanno richiesto in un altro paese il
                                              riconoscimento dello status di rifugiato e la cui
                                              richiesta è ancora sotto esame (UNHCR)

Rifugiati                                     Tutti coloro a cui è stato riconosciuto tale status
                                              sulla base della Convenzione di Ginevra del 1951
                                              secondo la quale può essere riconosciuto come
                                              rifugiato una persona che “a causa di timore di
                                              persecuzione, per motivi di razza, religione,
                                              nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo
                                              sociale od opinione politica si trova al di fuori de
                                              paese di cui ha la cittadinanza e non può oppure, a
                                              causa di tale timore non vuole avvalersi della
                                              protezione di tale paese” (art.1). (UNHCR)

Rifugiati per motivi umanitari o persone Persone alle quali è stata accordata una protezione
sotto protezione temporanea              temporanea con procedura “abbreviata” che dà
                                              luogo a minori garanzie rispetto allo status di
                                              rifugiato, ma che consente comunque agli interessati
                                              di essere tutelati dal ritorno in un paese dove la loro
                                              sicurezza e dignità corre gravi rischi (CIR –
                                              Consiglio Italiano per i rifugiati)

Internally displaced persons (IDP)            Persone che fuggono dai conflitti abbandonando la
                                              propria terra di origine, ma che non oltrepassano i
                                              confini del proprio stato (UNHCR)


Profughi                                      Con tale termine si ricomprendono tutte le categorie
                                              definite sopra ed anche le persone che pur non
                                              avendo ottenuto nessun tipo di riconoscimento
                                              formale sono in fuga da aree interessate da conflitti
                                              armati o da persecuzioni




                                                37
Tabella 4 - Rifugiati provenienti dalla Bosnia e dalla Repubblica Federale Iugoslava in alcuni
paesi europei, (valori assoluti in migliaia) 1993-1998a

Paese di Asilo          1993 (b)        1994(b)         1996              1997              1998
                                                   Bosnia-Erzegovina
Austria                       24,2              ..              ..            69,9                66,7
Francia                          ..             ..            0,8              0,9                   ..
Germania                         ..             ..            0,3              0,2                 0,1
Italia                           ..             ..            8,0              8,9                 8,0
Svezia                           ..             ..           49,7             51,9                52,2
Svizzera                         ..             ..              ..            10,4                 8,7
                                                    F.R. Iugoslavia.
Francia                          ..          15,0             5,3              5,4                 5,6
Italia                           ..          36,0            21,8             22,5                20,3
Svezia                           ..             ..           19,8             27,4                29,4
Svizzera                       3,2           25,4               ..             7,0                 9,0
Belgio                           ..           5,6               ..             1,8                 1,8
Danimarca                        ..          18,0               ..               ..                  ..

Note: (a) Dai dati pubblicati dall’UNHCR non è possibile risalire al numero totale di rifugiati
provenienti dalla ex Iugoslavia in Europa. (b) Il dato si riferisce non ai rifugiati, ma alle
popolazioni assistite dall'UNHCR.
Fonte: UNHCR, vari anni


Tabella 5 - Rifugiati nei paesi della ex Iugoslavia, valori in migliaia, 1992-1999
Paese d’asilo       Origine           1992   1993      1994   1995     1996      1997      1998     1999
Bosnia Erzegovina   Totale              ..        ..     ..     ..       ..       40        40        67


Croazia             Bosnia Erz.         ..    280      184    189      159        68        28        25
                    Iugoslavia Fr.    332       ..       ..     ..       7         1         ..        3
                    Totale            648     280      184    189      165        69        29        28


Macedonia           Bosnia Erz.         ..     29       13      9        5            4      1         0
                    Croazia             ..      ..       2      ..       ..           ..     ..        ..
                    Iugoslavia Fr.      ..      ..       ..     ..       ..           ..     1        21
                    Totale             32      15       15      9        5            4      2        21


Slovenia            Iugoslavia Fr.      ..      ..      29      2        ..           1      ..           ..
                    Croazia             ..      1        ..     ..       ..           ..     ..           ..
                    Bosnia Erz.        72      44        ..    17        8            5      4            3
                    Totale             47      45       29     22       10            5      4            4


Iugoslavia          Bosnia Erz.       349     201      104     85      251       241       201       198
                    Croazia           166     148       76    232      297       293       297       298
                    Macedonia           ..      1        1      0        1         1         1         ..
                    Slovenia            ..     28       15     13        ..        3         3         ..
                    Totale            517     479      195    650      563       550       502       501

Fonte: UNHCR, vari anni




                                                  38
Tabella 6 - Richieste di asilo presentate da cittadini della ex-Iugoslavia in Europa, 1998 e 1999
 Paesi di                           1998                                  1999
 accoglienza                       v.a.                %                 v.a.                 %
 Germania                        34980                 36              31826                  27
 Regno Unito                      9460                 10              14275                  12
 Svizzera                        21530                 22              29297                  25
 Belgio                           6060                  6              13066                  11
 Austria                          6650                  7               6840                   6
 Altro EU                             ..                ..             12239                  11
 Altro Europa                         ..                ..             37605                  32
 Totale                          96960                100             115851                 100

Note: (a) Nel caso del 1998 le registrazioni si fermano al mese di novembre.
Fonte: Unhcr, vari anni


Tabella 7 - Rimpatri in Bosnia Erzegovina dal 1° gennaio 1996 al 30 aprile 2000



                     Federazione             Repubblica Srpska                Totale
 Anni             Rifugiati      IDP         Rifugiati      IDP         Rifugiati          IDP

 1996               80114        102913          7925        61828         88039       164741
 1997              111650         53160          8630         5135        120280        58295
 1998              106000         19440          4000        10130        110000        29570
 1999               28180         29935          3470        13450         31650        43385
 2000                4097          6303           905         3538          5002         9841

 Totale            330041        211751         24930        94081        354971       305838

Fonte: UNHCR, 2000




                                               39
Prospetto 2 – Relazioni tra conflitti, ambiente e popolazione




                                    CONFLITTI



                                      HABITAT

                  Ambiente                                Popolazione




                            NUOVO HABITAT




                                               40
Figura 1 - Popolazione per nazionalità in alcune repubbliche della ex Iugoslavia, 1991, valori
percentuali


                                              Bosnia Erzegovina
                                              7,6
                        17,3
                                                                                         43,7




                                     31,4

                                       Musulmani     Serbi     Croati     Altro




                                                    Macedonia
                                            9,6
                               4,8




                 21,0
                                                                                         64,6



                                      Macedoni      Albanesi     Turchi     Altro




                                                       Croazia
                                            9,7
                        12,2




                                                                                  78,1


                                              Croati     Serbi    Altro




                                                        41
Figura – 1 (segue)


                                                 Serbia
                             17,1




          17,2

                                                                                        65,7



                                         Serbi   Albanesi       Altro




                                           Montenegro

                                 12,8
                   4,2
            6,6




            14,6                                                                        61,8




                         Montenegrini   Musulmani        Albanesi   Iugoslavi   Altro




                                                    42
Figura 2 - Popolazione per nazionalità in alcune regioni della Repubblica Federale Iugoslava,
1991, valori percentuali
                                             Serbia Centrale


                                      12.1




                                                                 87.9



                                                    Serbi    Altro




                                             Kosovo-Metohija



                                              8.5
                               9.9




                                                                         81.6

                                         Albanesi      Serbi     Altro




                                                Vojvodina


                                     17.6

                        8.7



                                                                                 56.8
                              16.9



                                 Serbi       Ungeresi       Iugoslavi    Altro




                                                      43
Figura 3 – Tassi specifici di fecondità per età della madre (periodo 1985-1997): Repubblica
Federale Iugoslava (per 1000 donne)


                    180
                    160
                    140
                    120
                    100                                                       1985
               fx




                                                                              1995
                    80
                                                                              1997
                    60
                    40
                    20
                     0
                           meno   15-19 20-24 25-29 30-34 35-39 40-44 45-49     50+
                            15
                                                 Classi di età




Figura 4 – Tassi specifici di fecondità per età della madre (periodo 1994-1998): Croazia (per
1000 donne)


                      120
                                                                       1994
                      100
                                                                       1996
                          80                                           1998
               fx




                          60

                          40

                          20

                          0
                               meno 15-19 20-24 25-29 30-34 35-39 40-44 45-49    50+
                                15
                                                   Classi di età




                                                 44
Figura 5 – Tassi di mortalità (periodo 1989-1998): Croazia (per 1000)


                                     14

                                     12

                                     10
                Tassi di mortalità




                                      8

                                      6                                                               Maschi
                                                                                                      Femmine
                                      4
                                                                                                      Totale
                                      2

                                      0
                                          1989   1990     1991   1992   1993    1994    1995   1996   1997     1998
                                                                             Anni




Figura 6 – Tassi di mortalità specifici per età maschili – classi quinquennali da 1 a 50 anni
(periodo 1990-1998): Croazia (per 1000)


                                     14

                                     12                                        1991            1994

                                                                               1995            1998
                                     10

                                     8
           mx




                                     6

                                     4

                                     2

                                     0
                                          1-4    5-9    10-14 15-19 20-24 25-29 30-34 35-39 40-44 45-49 50-54

                                                                        Classi di età




                                                                        45
Figura 7 - Numeri indici dei tassi di mortalità specifici per età maschili (1990 = 100): Croazia

                       350


                       300
                                                                                         1991                 1994

                       250                                                               1995                 1998
       Numeri indici




                       200


                       150


                       100


                        50


                         0
                              0    1-4   5-9   10-    15- 20-   25-    30-   35-   40- 45-   50-    55-   60- 65-   70-   75-   80- 85+
                                               14     19 24     29     34    39    44 49     54     60    64 69     74    79    84


                                                                             Classi di età



Figura 8 - Internally displaced persons in Bosnia Erzegovina, valori in migliaia, 1993 - 1998

                       1400        1290              1284

                                                                  1098
                       1200

                       1000                                                                                    836
                                                                                   760             816

                       800

                       600

                       400

                       200

                         0
                                  1993         1994             1995           1996          1997            1998

              Fonte: UNHCR, vari anni




                                                                        46

								
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