11 settembre by u2k9IA3

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									LA REPUBBLICA, 11 SETTEMBRE 2008
Il retroscena. Sindacati spiazzati dalla mossa del commissario. Contatti tra Sabelli e i piloti che restano
sul piede di guerra
«Vogliono metterci con le spalle al muro, ma a queste
condizioni non ci stiamo»
Epifani: «Gli ultimatum sono sbagliati, bisogna continuare a trattare». Angeletti: «Un conto è
eliminare i privilegi, altro è tagliare del 40% gli stipendi»
di Roberto Mania

«La situazione è esplosiva. Ma se le cose non cambiano io non firmo nulla». Non si può certo dire che Luigi
Angeletti, segretario generale della Uil, rappresenti l'ala del sindacalismo oltranzista nella trattativa Alitalia. Ma
il tourbillon di mosse tattiche di ieri sta cambiando il ruolo di ciascuno e surriscaldando il clima sociale. Il
negoziato davvero è a un passo dal fallimento, come la compagnia della Magliana, d'altra parte. E nei prossimi
giorni non è proprio detto che si voli normalmente.
Augusto Fantozzi, il tributarista chiamato a fare il commissario della bad company, doveva essere l'uomo delle
garanzie, mala sua decisione di convocare i sindacati per annunciare la prossima disdetta formale dei contratti di
lavoro e anche l'avvio delle procedure per l'accesso alla mobilità, che vuol dire l'anticamera del licenziamento, lo
ha fatto percepire dalle organizzazioni dei lavoratori come una controparte anomala, a metà strada tra l'azienda e
l'esecutivo. «Il suo - spiegavano ieri dalle parti del governo - è stato un gesto dovuto. Non poteva non farlo
perché non può rischiare di essere chiamato in causa dai creditori». Sbottava in serata, Raffaele Bonanni, capo
della Cisl: «Un gesto dovuto? Ma a chi?». A dir poco «sorpreso», raccontano, sia rimasto anche il segretario della
Cgil, Guglielmo Epifani per il quale «gli ultimatum sono sempre sbagliati perché irrigidiscono le posizioni,
mentre si deve trattare».
Più realisticamente quella di Fantozzi è parsa una mossa ad effetto, per pressare i sindacati. «Per metterci con le
spalle al muro», come diceva il segretario della Uil-trasporti, Giuseppe Caronia.
Le nove sigle sindacali si aspettavano una trattativa quasi normale: prima il piano industriale, poi gli esuberi,
avevano precisato. Male cose non sono andate così. Nessuno aveva messo in conto la variabile che ora rischia di
drammatizzare la situazione e far saltare tutto: i nuovi contratti di lavoro. Nei contatti informali che i leader
sindacali hanno avuto con il governo e la Cai non si era andati oltre a qualche accenno sulla questione. Nemmeno
nell'ultimo faccia a faccia con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, dove al centro del
colloquio c'erano state le garanzie sul mantenimento per almeno cinque anni dell'italianità e la costituzione delle
società destinate ad assorbire i lavoratori in outsourcing. Neppure di privilegi contrattuali si era parlato. «E in
Ogni caso, un conto e tagliare i presunti privilegi - sostiene Angeletti - un conto è tagliare lo stipendio, togliere i
soldi a tutti». Per una percentuale, che a seconda dei casi, va dal 25 al 40%. E con il paradosso che probabilmente
chi va in cassa integrazione e poi in mobilità per un totale di sette anni finirà per ricevere una indennità superiore
a chi dovesse restare in Alitalia con il nuovo contratto. È stato il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, infatti, a
dire che gli esuberi riceveranno circa l'80% dell'attuale retribuzione. «Ma così si ammazza il sindacato»,
sosteneva ieri uno dei leader sindacali. Perché il nuovo corso dell'Alitalia, il modello "Fenice" con fallimento e
rinascita con nuovi contratti, potrebbe facilmente provocare un effetto imitativo.
Ora si aspettano le prossime mosse. Con l'ultimatum dell'11 settembre (non proprio una data ben augurante per
una compagnia aerea) destinato però ad allungarsi. Gianni Letta, d'altra parte, l'aveva già detto nelle riunioni
informali. Anche perché con l'Alitalia gli ultimatum non valgono quasi mai. Probabilmente ci sarà tempo fino a
fine mese. Seppure negati da tutti, pare che da ieri sera i contatti tra i piloti e lo stesso Rocco Sabelli si siano
intensificati. E se dovesse sbloccarsi il casopiloti, si riapriranno a cascata tutte le partite. Anche quella del
sindacato confederale con la sua base. Altrimenti non ci sarà la prova d'appello.




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LA REPUBBLICA, 11 SETTEMBRE 2008
L’intervista. Parla il vicepresidente della Confindustria: ma non possiamo accettare veti. «Dobbiamo
affrontare due problemi: quello della basa crescita e quello dei salari che si sono alleggeriti». La
detassazione: «Noi chiediamo al governo di rendere strutturale la detassazione di straordinari e premi»
«Accordo con i sindacati per evitare il baratro»
Bombassei: sui contratti cercheremo la firma di tutti
di Roberto Mania

«O l'Italia aumenta la sua produttività oppure rischia di entrare in recessione. D'altra parte, in Europa, siamo i più
cagionevoli di salute e se arriva un colpo di vento, noi ci prendiamola polmonite e gli altri solo un raffreddore».
Alberto Bombassei, vice presidente della Confindustria ha appena partecipato alla riunione del Comitato di
presidenza di Viale dell'Astronomia. La prima del dopo ferie ma soprattutto alla vigilia della ripresa del
confronto con i sindacati sulla riforma del modello contrattuale. E - secondo il patron della Brembo - la ripresa
della produttività passa proprio attraverso l'accordo sindacale. «Questa - dice - è una sfida per il Paese».
L'aggravarsi della crisi economica può facilitare l'intesa, come fu anche nel 1993, oppure allontanarla?
«Penso che i momenti di difficoltà obblighino tutti a essere più pratici, a mettere da parte le ideologie, le
tradizioni, la storia e le abitudini, e a focalizzarsi sui problemi reali. Noi abbiamo due problemi da affrontare:
quello della crescita e della scarsa produttività del sistema; e quello dei salari che si sono alleggeriti».
Mentre, ammetterà, molta parte della ricchezza prodotta è andata ai profitti.
«No, guardi, non è andata proprio così».
In realtà lo dicono anche i dati della Banca d'Italia. Tuttavia, dove è andata allora?
«A favore del mercato che è diventato enormemente più competitivo. Negli ultimi dieci anni i prezzi dei prodotti
industriali sono diminuiti di oltre il 10%. Poi, certo, data la lunga catena distributiva qualcuno ne ha approfittato,
ma non gli industriali».
Diceva che il rischio recessione dovrebbe renderci più pratici. Cosa vuol dire in concreto?
«Vuol dire che gli imprenditori dovrebbero guardare più ai fondamentali, produrre meglio e essere competitivi.
Poi se vogliamo far ripartire i consumi dobbiamo immettere nel circuito un po' più denaro. Ritengo che affrontare
la questione salariale sia diventato un dovere sociale, ma solo aumentando la produttività. E, da un punto di vista
egoistico, significa anche vendere più prodotti».
Volete l'accordo per ottenere gli sgravi fiscali promessi da governo sugli straordinari e sul premi?
«Guardi, l'obiettivo è davvero quello di appesantire le buste paga dei lavoratori. Il disaccordo, semmai, è su come
fare. Noi chiediamo al governo di rendere strutturale la detassazione delle ore di straordinario e dei premi di
risultato. Questo è il modo per spingere a favore della contrattazione aziendale dove è possibile scambiare
maggiore salario con maggiore produttività. Perché - sia chiaro - la stagione degli aumenti "a prescindere" è
finita».
Qual è il futuro del contratto nazionale?
«Nessuno vuole smantellare il contratto nazionale. Deve restare per fissare alcune regole uguali per tutti, dal
punto di vista normativo, e, dal punto di vista economico, tendere a salvaguardare il potere d'acquisto. Insomma
una specie di salario di garanzia. Ma nessun automatismo. Poi si rimanda invece alla contrattazione aziendale la
distribuzione della produttività per cogliere le differenze che obiettivamente esistono tra imprese, settori ma
anche territori».
Abbandonata l'inflazione programmata per definire gli aumenti a livello nazionale, quale indice
proponete?
«Questo è oggetto del negoziato. In ogni caso dovrà essere un indice depurato dall'inflazione importata,
soprattutto di quella legata ai prodotti energetici».
Si potrebbe arrivare ad un accordo anche senza la Cgil?
«Non siamo disposti ad accettare veti, ma credo che nessuno possa sottrarsi alle proprie responsabilità. Certo
questo non è un contratto di categoria, stiamo riscrivendo le regole del gioco e per questo ci impegneremo fino
all'inverosimile perché l'intesa possa essere condivisa da tutti. Ma non possiamo nemmeno farci condizionare da
una parte che, in questo, caso si prenderebbe una responsabilità molto grave».




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CORRIERE DELLA LOMBARDIA, 11 SETTEMBRE 2008
La denuncia della Cisl: «In Lombardia nuove forme di caporalato». Chiesto l’intervento della direzione
del Lavoro. Assolavoro: «Le società di intermediazione devono essere autorizzate dal ministero del
Lavoro
Scandalo del lavoro: operai della Romania a 5 euro l’ora
Un’azienda offre «braccia» tutto compreso: ferie, malattia e maternità. I sindacati:
concorrenza sleale
di Rita Querzé

«Ho una piccola azienda di pulizie. Avrei bisogno di nuovo personale subito e a buon mercato. Possibile?».
«Certo, nessun problema. Tutte le persone che vuole. Le facciamo arrivare dalla Romania». «Quanto mi costa?».
«Dieci euro l'ora». «Solo? E i contributi, le ferie, la malattia, la maternità?». «Tutto già compreso nei dieci euro».
«E gli straordinari?». «Sempre dieci euro l'ora Come il lavoro notturno e festivo». « Le agenzie del lavoro in
affitto per un lavoratore in regola mi chiedono i6-i7 euro l'ora. Siamo sicuri che è tutto in regola?». «Tutto a
posto, non si preoccupi. Risparmiamo un po' sui contributi. Quelli romeni sono più bassi dei nostri».

Nuovo caporalato
Veramente di «a posto» nella proposta che la Romplanet srl sta rivolgendo a numerose aziende della Lombardia
sembra esserci molto poco. E le spiegazioni ottenute ieri al telefono da un rappresentante italiano dell'azienda
non fanno che aumentare i dubbi. Il sindacato è netto: «In Lombardia si stanno sviluppando nuove forme di
caporalato organizzato in barba alle normative in vigore nel nostro Paese - denuncia Fiorella Morelli, segretario
della Cisl regionale -. Il modello è quello campano della raccolta dei pomodori a 2 euro l'ora. Il tutto organizzato
e proposto in modo solo formalmente più presentabile».
La Cisl ha chiesto l'intervento della direzione regionale del Lavoro. E agli atti della denuncia ha portato l'offerta
che la Romplanet (ma non è l'unico caso) sta inviando via fax alle aziende del bresciano. In sostanza alle imprese
la manodopera romena verrebbe a costare dieci euro l'ora tutto compreso: contributi, malattia, tredicesima, ferie,
persino la maternità. Per rendere l'idea, le società italiane del lavoro somministrato chiedono almeno 15 euro, se
non 16 o 17. E se l'operaio lavora di notte, di domenica o nei festivi la paga resta sempre uguale, in barba ai
contratti di categoria. In più, nella sua offerta, la Romplanet fa notare che «il risparmio è immediato e riguarda
anche l'Iva» perché «la fatturazione avviene dall'estero».

Operai in prestito
Il meccanismo proposto è quello del distaccamento di manodopera. I romeni risultano assunti da una società del
loro Paese che li «presta» a un'azienda italiana. Gli stipendi formalmente vengono pagati dal datore di lavoro
romeno anche se di fatto a tirare fuori i soldi è l'azienda italiana che impiega il personale. Il tutto tramite bonifici
diretti in Romania. Secondo i calcoli del sindacato, nella migliore delle ipotesi nelle tasche degli operai romeni
resterebbero 5 euro l'ora. Certo, campare con stipendi così bassi a Brescia come a Milano non deve essere
facilissimo. Ma il rappresentante della Romplanet a Brescia rassicura: «Questa è gente con abitudini diverse dalle
nostre. E non c'è nemmeno il problema di trovare loro una sistemazione perché la maggioranza vive già qui».

Concorrenza sleale
Tutto normale? «Per nulla, questa è concorrenza sleale!», si arrabbia Gianni Bocchieri, vicepresidente di
Assolavoro, associazione che rappresenta le società che si occupano di intermediazione di manodopera. «La
normativa europea parla chiaro, chi lavora in Italia deve essere pagato in base ai minimi contrattuali del nostro
Paese, indipendentemente dalla nazione di provenienza - continua Bocchieri -. E poi le società che fanno
intermediazione di manodopera devono essere autorizzate dal ministero del Lavoro». Quest'ultimo non è un
requisito solo formale. Le agenzie italiane, per esempio, sono tenute a versare soldi in un fondo che serve a
formare i lavoratori «in affitto» in modo da aumentare le loro chance si trovare un posto fisso. Certo, di fronte a
retribuzioni orarie da fame, senza straordinari, festivi e notturni, questi diventano dettagli.




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BRESCIAOGGI, 11 SETTEMBRE 2008
Gli accordi. Intese tra sindacati e aziende
Hayes e Trafilix, nuovi integrativi: più salario e diritti
In Valle previsti investimenti di 15 mln non solo produttivi
Nuovi contratti integrativi alla Hayes Lemmerz di Dello e alla Trafilix (gruppo Lucefin) in Valcamonica.
Nella Bassa - spiega una nota sindacale congiunta nella quale viene espressa soddisfazione - l'intesa è stata
raggiunta tra Fim, Fiom, Rsu e vertici dell'azienda (400 addetti) che fa parte della multinazionale americana
leader nella produzione di ruote per automobili. Prevede la stabilizzazione del salario varabile del quadriennio
precedente per 400 euro, un incremento della retribuzione, ex-novo a regime, complessivamente di 1.590
euro/anno di cui 390 quale Elemento Aziendale suddiviso in 13 quote mensili con incidenza su tutti gli istituti
contrattuali/legge e 1.200 quale PdR collegato a parametri produttivi di cui 650 anticipati in due trance annue; il
saldo a marzo dell'anno successivo e rapportato ai risultati raggiunti. Viene estesa a tutti i dipendenti, dal gennaio
2009 anche nuovi assunti, il trattamento economico delle festività già riconosciuto agli operai; definiti anche un
percorso per l'avanzamento professionale dei lavoratori del reparto meccanica, un'ora aggiuntiva di assemblea
sulla sicurezza e coinvolgimento del Rappresentante del lavoratori e dell'azienda su questi temi. Concordata,
inoltre, la riorganizzazione di alcuni reparti, nonché la reciproca disponibilità a costituire il Comitato Aziendale
Europeo (strumento di confronto riconosciuto dall'Ue per multinazionali).
In Valcamonica intesa raggiunta dalle Rsu con il supporto della Fiom del comprensorio, interessa 130 addetti
della Trafilix occupati negli impianti di Esine e Cividate Camuno. Prevede un programma di investimenti,
produttivi e per la sicurezza, di 15 mln di euro nel periodo 2008-2011. Concordati anche un aumento della
maggioranza notturna dal 25% al 32%, la riconferma del PdR di 800 euro annui e un aumento mensile di 106
euro, di cui 96 come superminimo dal 2009 e 10 euro di premio di produzione. Gli accordi aziendali vengono
estesi agli impiegati. Complessivamente l'accordo prevede un aumento salariale di circa 2 mila euro/addetto
l'anno con un montante nel quadriennio di oltre 8 mila euro. «L'accordo - sottolinea Francesco Ballerini, leader
della Fiom camuno-sebina - dimostra che si possono raggiungere ottimi risultati con gli integrativi, senza "per
forza" legarli a meccanismi di variabilità o produttività».


BRESCIAOGGI, 11 SETTEMBRE 2008
Sellero. Rifondazione contro i supermercati
«Stop ai discount»
di (Lu.Ra.)

Rifondazione comunista dice basta ai centri commerciali, ai supermercati e ai discount, che finiscono con il
penalizzare i piccoli negozi.
Alla Scianica di Sellero ha aperto da poco meno di un mese il market Ld, del colosso Lombardini, mentre da
tempo è annunciata la realizzazione di un grande polo Carefour a Costa Volpino.
Così Gianluigi Di Giorgio dice «no» a nuovi insediamenti che «portano alla non vivibilità dei nostri paesi. Così i
cittadini sono obbligati ad utilizzare l'auto per raggiungere i grandi centri commerciali, con conseguente aumento
dei rifiuti (imballaggi ecc.). Usiamo la testa Ritorniamo all'acquisto di prodotti locali - conclude Di Giorgio - e a
far rivivere i nostri centri storici: si contribuirà così a ridistribuire la ricchezza, ad aumentare l'occupazione, ad
inquinare di meno e a migliorare la qualità della vita».




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BRESCIAOGGI, 11 SETTEMBRE 2008
Lovere. Questa sera l’assemblea sindacale nella sala della Comunità montana
La sicurezza in fabbrica: il caso Lucchini fa discutere
Una collaborazione con la Fim-Cisl camuna che ha messo a punto un documento comune
di Giuseppe Cappitta

I problemi legati alla sicurezza sul posto di lavoro, tanto drammaticamente presenti nella realtà lavorativa italiana, ritornano
in primo piano questa sera dalle ore 20 nella sala della Comunità montana a Lovere, nell'ambito di una assemblea pubblica
organizzata, sui temi della sicurezza, della formazione e della prevenzione alla Lucchini Sidermeccanica, dalla Fin Cisl del
comprensorio camuno-sebino. Ad introdurre i lavori dell'assemblea su «Il caso Lucchini Sidermeccanica», un'impresa dove
il tema sicurezza è stato sempre in primo piano già a partire dagli anni Settanta, sarà Giacomo Meloni, segretario generale
della Fim-Cisl Valle Camonica-Sebino. Interverranno, in qualità di relatori, Luca Tonelli, esponente della Fim di fabbrica,
l'ing. Eder Mingoli, amministratore delegato della Lucchini Sidermeccanica, il dott. Alberto Ciglia della Outfit Hr
Consulting, società che collabora con la Lucchini sulla prevenzione, Angelo Faccoli, già segretario generale della Fim, che
parlerà su «L'etica della sicurezza». Le conclusioni saranno tratte ad Gianni Alioti, responsabile per la Fim nazionale per la
sicurezza sul lavoro.
L'assemblea, alla quale sono invitati, oltre che i rappresentanti sindacali, i sindaci e i parroci della zona, il presidente della
Comunità Montana Alto Sebino, rappresentanti dell'Asl, la Pastorale del lavoro, i presidi di alcuni istituti scolastici del
territorio, è stata presentata ieri a Darfo Boario dal segretario generale della Fim, Giacomo Meloni. «L'assemblea - ricorda
Meloni - ha lo scopo di offrire all'opinione pubblicale conoscenze sulle iniziative fatte o in corso nello stabilimento della
Lucchini di Lovere riguardanti il problema della sicurezza sul lavoro, raccogliere sensibilità e mettere in comune l'impegno
che organizzazioni sindacali e direzione aziendale stanno mettendo in campo per garantire la massima sicurezza possibile».
Due gli argomenti del dibattito: il protocollo fumato lo scorso 13 maggio fra la Lucchini Sidermeccanica e le Rsu dello
stabilimento di Lovere. «Quel protocollo - sottolinea Meloni - ha avuto il plauso delle organizzazioni sindacali nazionali. Si
propone, fra l'altro, il raggiungimento dell'obbiettivo «Infortunio zero» e il riconoscimento della centralità del ruolo della
formazione, quale concreto strumento di prevenzione e il manifesto su legalità e sicurezza». Un documento elaborato da
incontri dei sindacati con docenti universitari e che, a partire da lunedì, verrà pubblicizzato in tutte le fabbriche del
comprensorio e in tutti i mercati. Diritto alla vita, alla formazione, a curarsi se malati, divieto alle dimissioni in bianco,
soprattutto per le donne, e al lavoro nero, al razzismo, alla xenofobia, sono solo alcuni dei principi riaffermati dal manifesto.


BRESCIAOGGI, 11 SETTEMBRE 2008
Ono San Pietro. Il rito funebre per i due cognati che hanno perso la vita lunedì mattina
Per Remo e Giovanni un dolore condiviso
Le parole del parroco don Bontempi: «re. È vergognoso che oggi nella nostra nazione si
muoia sul lavoro
di Luciano Ranzanici

Remo Vaira e Giovanni Angeli, i cognati che hanno perso la vita lunedì nel crollo di un muro della cascina che stavano
ristrutturando a Ono San Pietro, rimasti uniti anche dopo la funzione religiosa, celebrata ieri nella parrocchiale di
Sant'Alessandro. Il carro funebre con la salma di «Nani» (Angeli) ha infatti seguito fino al cimitero di Ono S. Pietro il
furgone che trasportava il corpo del congiunto, per poi prendere la direzione di Pescarzo per la tumulazione.
La chiesa si è rivelata, insufficiente per accogliere tanta gente, e molti hanno sostato sulla piazza. Ha presieduto il rito don
Franco Bontempi, con cui hanno concelebrato i parroci di Angone don Battista Dassa, di Pescarzo don Paolo Ravarini, di
Capo di Ponte don Francesco Rezzola ed il responsabile di zona don Renato Musatti. A fianco dell'altare gli alfieri di diversi
gruppi alpini e del gruppo avisino locale.
Don Bontempi ha avuto parole di grandissima stima per Remo e Giovanni: «Le loro vite sono ora nella Luce - ha ricordato -
e la loro sofferenza ora è cancellata. A noi rimane l'esempio della loro vita». Il sacerdote ha poi commentato: «La morte sul
lavoro è qualcosa che si tende a cancellare, facendo scomparire il dramma: è vergognoso che nella nostra nazione tanti
muoiano ancora sui posti di lavoro». «Il lavoro è una cosa importante, che onora la vita di una persona - ha continuato - il
territorio di montagna è più fragile e la nostra gente ha dedicato tanto tempo alle comunità e alla famiglia perché le nuove
generazioni avessero una vita migliore».
La preghiera dell'Alpino, letta dal capogruppo di Ono S. Pietro Giovanni Troncatti, ha aggiunto commozione a quella
palpabile che già aleggiava in chiesa. La benedizione delle salme ha chiuso il rito per Remo e «Nani», che ora riposano nei
camposanti alle pendici della Concarena.

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BRESCIAOGGI, 11 SETTEMBRE 2008
Sulzano. Disagi per gli studenti: le ferrovie si defilano dalle polemiche
«Treni soppressi? Scelte del Broletto»
di (G.Z.)

Non potendo la ferrovia adeguarsi agli orari della scuola, si adegui la scuola alle corse della ferrovia. È questo in estrema
sintesi, il singolare invito che la Provincia ha rivolto alla media «Einaudi» di Sale Marasino quando è apparso chiaro il
disagio provocato dalla soppressione di una corsa mattutina. Prendendo il treno delle 8 che ferma a Sale Marasino alle 8,04, i
32 alunni di Sulzano e Montisola che frequentano l'«Einaudi» non arriverebbero mai in tempo per la prima campanella a
meno di salire sul convoglio delle 7,07 e che arriva a Sale Marasino alle 7,11.
«Perché allora non iniziare le lezioni alle 7,45?», ha suggerito la Provincia. Facile a dirsi ma non a farsi, dal momento che
l'anticipo del suono della campana costringerebbe il Comune di Sale Marasino a rivedere gli orari studiati per il suo
scuolabus. Senza dire delle levatacce e delle attese alle quali si dovrebbero sobbarcare i ragazzi di Sulzano e Montisola.
Sappiamo com'è andata: in sostituzione del treno soppresso, il Comune di Sulzano ha istituito una corsa di scuolabus alle
7,50. A tale proposito è giunto ieri una comunicato per «informare che Fnm - nella duplice veste di operatore ferroviario con
LeNord e di operatore di trasporto su gomma con Fnm Autoservizi - ha elaborato l'orario attualmente in vigore sulla
Brescia-Iseo-Edolo sulla base delle indicazioni fornite dalla Provincia, nell'ambito del piano di mobilità integrata
ferro-gomma tuttora in corso di sperimentazione in Valcamonica».
Come dire: non è colpa nostra se gli studenti di Sulzano e Montisola sono rimasti a piedi, vedetevela con il Broletto. Uno
scaricabarile che non aiuta certo il Comune di Sulzano costretto ad allestire un servizio di trasporto alternativo in pullman
per gli studenti delle medie. Fino a novembre non sembrano esserci spiragli anche alla luce del suggerimento della Provincia
che come rimedio proponeva alla scuola di anticipare l'inizio delle lezioni.


BRESCIAOGGI, 11 SETTEMBRE 2008
Temù. Dopo l’annuncio di un possibile trasloco della struttura storica
Musei di guerra ai «ferri corti»
Un’ordinanza comunale chiede entro 20 giorni l’elenco completo dei reperti
di (L.Feb.)

Si inasprisce la polemica tra i due musei della Grande Guerra di Temù. Dopo l'annuncio fatto un paio di settimane fa dai
vertici dell'Associazione che gestisce lo storico Museo della Guerra Bianca, in Adamello (fondato nel 1974 da Sperandio
Zani) in merito al possibile trasloco della ricca. collezione in un'altra provincia del Nord Italia, ora tocca, al Comune
attaccare. E lo fa con un'ordinanza che impone a Belotti e soci di consegnare, al più tardi tra 20 giorni, l'elenco completo
degli oggetti, delle armi, delle foto e di quant'altro conservato nella struttura al piano terreno delle scuole elementari «... onde
stabilirne origine, provenienza, tipologia ed eventuale titolarità».
Inoltre il documento, firmato sabato scorso dal sindaco Corrado Tomasi, diffida i responsabili da effettuare qualsiasi
movimentazione di materiale, in particolare di armi e munizioni, perché «il trasporto può arrecare grave nocumento alla
pubblica, incolumità, anche a livello di percezione del pericolo da parte della cittadinanza, circostanza che può offendere
anche i profili di ordine pubblico».
Tutto deve restare al suo posto. «Trent'anni fa - spiega il vicesindaco Giuseppe Pasina, in predicato di assumere la guida del
neonato Museo civico - la nostra gente e moltissime altre persone hanno affidato all'allora costituenda realtà museale quanto
avevano in soffitta, confidando che sarebbe rimasto di proprietà pubblica, e non, come purtroppo è accaduto, passato di fatto
in mani private. Quando è uscita la notizia del paventato trasloco, molti cittadini hanno scritto in Comune chiedendo che i
loro oggetti restino a Temù».
Pasina fa poi chiarezza sulla nuova sede museale sorta tra il municipio e la parrocchia, che qualcuno sostiene sia stata
espropriata all'associazione «concorrente». «Non volevamo modificare il loro statuto - dice Pasina - chiedevamo solo che il
consiglio di amministrazione fosse aperto a tutti i soggetti che hanno dato vita a questa realtà: Ana, Comunità montana,
parchi dell'Adamello e dello Stelvio, Comune, Provincia e Regione. Ci hanno risposto picche, perché secondo loro saremmo
andati a ledere la loro trentennale autonomia. E ora minacciano di trasferirsi».
Come andrà a finire? «Se entro la data stabilita l'associazione non ottempererà a quanto stabilito nell'ordinanza - annuncia
Pasina - faremo intervenire le forze dell'ordine e un nostro funzionario provvederà a stilare l'inventario dei reperti».




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GIORNALE DI BRESCIA, 11 SETTEMBRE 2008
L’«Atlante» pubblicato dalla Grafo offre una mappa dei siti più rilevanti della nostra provincia. Luoghi
unici ed evocativi, in balìa dei meccanismi del mercato. Il Museo dell’Energia nell’ex centrale Enel di
Cedegolo è l’ultimo esempio di recupero in linea con la funzione originaria dell’edificio.
I luoghi della fatica dove parla la storia
L’archeologia industriale, un patrimonio da tutelare come custode della memoria
di Giovanna Capretti

L’inaugurazione del Museo dell'Energia nella ex centrale elettrica dell'Enel a Cedegolo, presentata ieri sul nostro giornale e
in programma sabato, non è che l'ultimo esempio di recupero di un importante edificio di archeologia industriale, per il quale
la nuova destinazione d'uso - in linea con la funzione originale - garantisce quello che è l'obiettivo precipuo di questo tipo di
interventi: la tutela della memoria di un luogo. Proprio il "genius loci", la capacità cioè di inserirsi in un preciso luogo con le
sue caratteristiche geografiche e sociali, e di definirlo piegando queste stesse caratteristiche ad esigenze produttive, è ciò che
determina quella che viene individuata come "archeologia industriale", quell'ambito architettonico che comprende edifici di
tipo industriale e manifatturiero che cominciarono a definirsi tipologicamente a partire dalla fine dell'Ottocento e che
iniziarono ad essere studiati in modo scientifico e sistematico solo a partire dalla seconda metà del XX secolo.
La vocazione manifatturiera e industriale della nostra provincia ha punteggiato il territorio bresciano di queste emergenze
architettoniche. Pensiamo solo alle miniere della Val Trompia e ai magli della Val Camonica, alle cartiere della Valle di
Toscolano, all'ex zona industriale della periferia ovest della città, all'ex cotonificio di Campione...
Un patrimonio che recentemente e divenuto oggetto di una pubblicazione che raccoglie e ordina secondo una finalità anche
divulgativa il lavoro di catalogazione compiuto a partire dagli anni '80 dalla Regione e poi dalla Provincia: l'«Atlante del
patrimonio storico-industriale della provincia di Brescia», a cura di Carlo Simoni, pubblicato dalla editrice Grafo su
iniziativa dell'Assessorato alle attività e beni culturali e valorizzazione delle identità, culture e lingue locali della Provincia, e
dal Centro Servizi Musei. Realizzato con il contributo della Regione e di Ubi Banco di Brescia, comprende anche un ricco
repertorio fotografico a cura di Mauro Pini, e contributi - oltre che dello stesso Simoni - del soprintendente ai beni
architettonici Luca Rinaldi, di Luciano Minervini e Lucia Morandini (responsabili della catalogazione per Regione e
Provincia) e di Pier Paolo Poggio direttore della fondazione Musil. È completato da un cd con Percorsi e strumenti della
ricerca e della tutela. E il tema della tutela e della conservazione del ricco patrimonio di archeologia industriale bresciano
(106 schede nel censimento della Regione presentato nel 1987; 336 «siti di interesse storico-industriale primario» nell'atlante
redatto per il Piano territoriale paesistico della Provincia) sta alla base della riflessione degli studiosi, che sottolineano da un
lato la presenza di «luoghi nel senso forte della parola - spiega Simoni -, capaci di porsi non solo come spazi e volumi, metri
quadri e metri cubi, vuoti e pieni organizzati funzionalmente, ma anche come complessi in grado di esprimere significati che
vanno oltre le esigenze dettate dagli scopi produttivi. Luoghi singolari, unici nella loro individualità, insoliti, irriproducibili»;
dall'altro ne evidenziano la fragilità, di fronte a «una debole legislazione dei suoli, un'inesistente regolazione dei profitti
immobiliari generati dalla rendita di posizione, un ente pubblico privo di patrimonio in balia di ricatti del privato per far
quadrare i conti, molta ignoranza e indifferenza ai problemi di tutela» nelle parole di Rinaldi.
Fragilità di fronte alla quale gli interventi di recupero o riuso - nelle più varie accezioni, dalla musealizzazione (come per il
Forno fusorio di Tavernole o la Centrale elettrica di Cedegolo) alla ristrutturazione (Borgo Wührer, la Freccia Rossa), dalla
"monumentalizzazione" talvolta involontaria (il Gasometro di Brescia Due) addirittura alla demolizione, come è avvenuto
per parecchi edifici del Comparto Milano, dove la prossima realizzazione del Musil, Museo dell'Industria e del Lavoro -,
sopperirà almeno in parte a questa cancellazione.
L'«Atlante» ripercorre, soprattutto grazie al ricco repertorio fotografico, la varietà di risultati che si sono ottenuti nel
recupero degli edifici di archeologia industriale. Se la musealizzazione, grazie ad interventi pubblici, ha consentito di
mantenere il più possibile forma e memoria di complessi importanti come quelli di Tavernole, Valle delle Cartiere,
Cedegolo, la ristrutturazione ha comportato esiti non sempre all'altezza: a fronte di soddisfacenti recuperi e riutilizzi in
chiave residenziale e commerciale come per la Filatura di Roè, l’ex filanda di Palazzo Bertazzoli a Bagnolo Mella, antichi
mulini nella Bassa (spesso integrati in nuove abitazioni come elementi di pregio e valorizzazione), non si può dire lo stesso
di interventi quali Borgo Wührer (con quel "borgo" piazzato li quasi a voler nobilitare con un termine ora di moda un
complesso che invece fu prettamente industriale) e il centro Freccia Rossa (anche qui la denominazione è fuorviante rispetto
alla primitiva funzione dei capannoni siderurgici), dove l’invadenza della nuova architettura non ha saputo trovare il
coraggio di un proprio linguaggio contemporaneo, preferendo andare a ricalco rispetto ai moduli rispettivamente del primo
Novecento di Dabbeni e delle anonime ma potenti strutture industriali in cemento, con il risultato di una fuorviante
"falsificazione" storica. La strada da perseguire per il futuro - suggeriscono gli autori - può essere quella del rispetto per una
architettura che fa del rapporto privilegiato con il luogo il proprio punto di forza.
Quindi «la tutela di beni che rappresentavano e rappresentano i valori identitari di una comunità, al di là spesso dei caratteri
storico-artistici degli immobili», secondo Rinaldi. Un rispetto che può spingersi fino al «lusso di conservare oggetti
"inutili"», secondo Simoni, come le ciminiere delle fornaci, i serbatoi e i gasometri che svettano nell'orizzonte, densi di
significati e memorie. Che non vanno traditi.

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GIORNALE DI BRESCIA, 11 SETTEMBRE 2008
Burocrazia. Chiarimenti dall’Enel sull’obbligo di comunicare i dati degli immobili
Dati catastali, non c’è scampo
Tocca anche ai vecchi clienti, perché il contratto si rinnova ogni anno
di Erminio Bissolotti

Siamo arrivati alla terza puntata del «caso Enel-Catasto». Ovvero della vicenda legata al fatto che i fornitori di
energia elettrica (così come quelli del gas e dell'acqua) sono obbligati a richiedere ai loro clienti i dati
identificativi degli immobili a cui è attivata l'utenza.
Stavolta abbiamo una notizia cattiva e una buona. Quella cattiva è che 1'Enel ci ha chiarito che l'obbligo riguarda
tutti i clienti e non solo quelli nuovi. Quella buona è che l'invio dei dati andrà fatto solo una volta.
Tutto parte dilla legge Finanziaria 2005, che determina vincoli e doveri dei contribuenti e delle aziende fornitrici
di servizi nei confronti dell'Anagrafe tributaria; nelle puntate precedenti avevamo scritto che l'identificazione dei
dati catastali era obbligatoria solo per coloro che aprivano una nuova utenza o che modificavano il loro contratto
con l'azienda di servizi. In tal senso infatti, andava il comma 333 dell'articolo 1 della legge Finanziaria citata: «A
decorrere dal 1° aprile 2005 le aziende, gli istituti, gli enti e le società richiedono i dati identificativi catastali
all'atto della sottoscrizione dei relativi contratti; per i contratti in essere le medesime informazioni sono acquisite
dai predetti soggetti solo in occasione del rinnovo ovvero della modificazione del contratto».
RINNOVI TACITI. Qualche giorno fa, alla luce di questa nostra osservazione, l'Enel ci ha fatto avere una
circolare dove definisce che in riferimento agli obblighi previsti dalla Finanziaria 2005, «l'Agenzia delle Entrate
ha espressamente chiarito che costituisce vero e proprio rinnovo contrattuale anche il mero rinnovo tacito del
contratto stipulato a tempo determinato».
E quando si verifica questo rinnovo tacito? «Per molti contratti, risponde l'Enel, «la disciplina del rapporto di
fornitura di energia elettrica da parte dell'Enel prevede una durata annuale del contratto con rinnovo tacito alla
scadenza, ciò giustifica ampiamente la numerosità dei clienti attualmente interessati dall'operazione di raccolta
dei dati catastali». A livello nazionale, ma anche in provincia di Brescia, il rinnovo tacito annuale è la forma più
diffusa che riguarda più del 50% dei contratti. Quindi dovranno fornire i loro dati catastali tutti i clienti Enel,
anche quelli che lo sono da trent'anni (alcuni dei quali ci hanno chiamato al numero verde di «Pronto Giornale di
Brescia»). D'altra parte, «L'agenzia delle Entrate ha precisato che i dati catastali sono da richiedere una sola volta,
alla scadenza del primo rinnovo tacito»; quindi i dati non saranno da inviare ogni anno, come qualche altro
lettore temeva.
Certo è che, se proviamo a metterci nei panni di un anziano o di un immigrato, percepiamo quanto possa
diventare complicato svolgere un'operazione del genere. Il nostro suggerimento è di rivolgersi agli sportelli
dell'Agenzia del Territorio (l'ex Ufficio del Catasto di via Marsala a Brescia oppure ai distaccamenti presenti in
gran parte dei comuni bresciani, dove è possibile consultare gratuitamente i propri dati catastali (vedi box a
fianco); oppure ai patronati, che in molti casi svolgono assistenza anche su questi problemi; mentre un'altra
soluzione (sicuramente più comoda ma anche più onerosa) è quella di rivolgersi ad un geometra o ad un
architetto.
LE SANZIONI. Da ultimo, le sanzioni. Cosa rischia chi non comunica i dati catastali? L'Enel risponde anche su
questo: «... per quanto riguarda la minaccia di sanzioni amministrative, le istruzioni che accompagnano il
modello, per evitare che il cliente sia portato a sottovalutare l'adempimento - si limitano unicamente a ricordare
quanto disposto dalla Legge e cioè che l'omessa comunicazione dei dati catastali potrà essere (eventualmente)
sanzionata dall'Agenzia delle Entrate». Con multe che vanno da 103 a più di 2mila euro.
Pero ora, comunque, «nessuna sanzione è prevista o minacciata da Enel per la mancata restituzione del modello
entro 30 giorni dalla sua ricezione: l'indicazione di un termine ha il solo fine di consentire ad Enel di acquisire i
tempestivamente i dati indicati entro il 2009». Le sanzioni saranno applicate dall'agenzia delle Entrate dopo
l'invio che Enel farà all'Agenzia ad inizio dell'anno prossimo.
Essendo la norma stabilita dalla Finanziaria del 2005, sarebbe interessante sapere cosa ne pensa l'attuale
Governo. È quello che cercheremo di scoprire nella prossima puntata.




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GIORNALE DI BRESCIA, 11 SETTEMBRE 2008
Come muoversi
I dati si trovano al Catasto, ma anche in molti Comuni
di (sam)

I dati catastali sono consultabili gratuitamente:
• all'Agenzia del Territorio in via Santa Caterina 3 a Brescia, Sportelli catastali decentrati;
• nelle sezioni staccate di Breno e di Salò;
• nel Comune di Brescia (visure censuarie e rilascio planimetrie);
• nelle Comunità montane Valle Sabbia, Sebino Bresciano, Valle Trompia);
• nel Polo Catastale di Montichiari - Carpenedolo - Castenedolo - Calcinato;
• Presso i seguenti Comuni:
Artogne, Botticino, Brandico, Angolo Terme, Anfo, Barbariga, Berzo Demo, Bienno, Borgosatollo, Borgo San
Giacomo, Bovezzo, Braone, Calvisano, Capriano del Colle, Capriolo, Castegnato, Castel Mella, Cazzago San
Martino, Cedegolo, Cellatica, Cevo, Chiari, Coccaglio, Collebeato, Cologne, Concesio, Darfo Boario Terme,
Dello, Erbusco, Flero, Gambara, Gargnano, Ghedi, Gianico, Gottolengo, Gussago, Incudine, Iseo, Leno, Lograto,
Lumezzane, Maclodio, Mairano, Malegno, Manerbio, Marcheno, Marone, Monticelli Brusati, Montirone, Mura,
Niardo, Orzinuovi, Orzivecchi, Palazzolo sull'Oglio, Paratico, Pavone del Mella, Pian Camuno, Pisogne,
Pompiano, Poncarale, Ponte di Legno, Pontevico, Provaglio d'Iseo, Quinzano, Remedello, Rezzato, Roccafranca,
Roncadelle, Rovato, San Paolo Bresciano, Temù, Tignale, Tremosine, Travagliato, Verolanuova, Verolavecchia,
Vestone (presso la Comunità Valle Sabbia), Vezza d'Oglio, Villachiara,Visano.
Un Comune interpellato per verificare la procedura ci ha confermato che sono moltissimi i cittadini che in questi
giorni si stanno rivolgendo agli uffici dell'Anagrafe per chiedere i propri dati catastali.


GIORNALE DI BRESCIA, 11 SETTEMBRE 2008

I quesiti dei lettori
NASCE PER UN MIGLIOR CONTROLLO FISCALE
«Che se ne fa l'Enel dei miei dati catastali?» La prima domanda al nostro numero verde, da parte di un'anziana
lettrice alquanto perplessa, è ancora dei primi di agosto. La dichiarazione dei dati catastali dell'immobile oggetto
di fornitura elettrica fa parte di un gruppo di informazioni che andranno raccolte nella cosiddetta «anagrafe
tributaria» per permettere un controllo incrociato (da parte della Guardia di Finanza o dell'Agenzia delle Entrate)
dei redditi di ogni contribuente. Così il modulo è chiesto dall'Enel, ma per conto dell'Agenzia delle Entrate.

È OBBLIGATORIO ANCHE PER CHI È IN AFFITTO
Su questo tema ci è giunto anche il quesito del lettore Paolo di Manerbio: «Sono un affittuario e mi è arrivata
quella carta dell'Enel in cui chiedono di mandare i dati catastali. Ma devo farli io o il proprietario dell'immobile»?
Il modulo in questione deve essere compilato dall'intestatario del contratto di fornitura del servizio,
indipendentemente dalla proprietà dello stabile. Perciò se Paolo ha stipulato il contratto con 1'Enel, è Paolo che
deve inviare il modulo con i dati catastali. Se invece il contratto è intestato al proprietario, spetta al proprietario..




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GIORNALE DI BRESCIA, 11 SETTEMBRE 2008
Dal 18 al 21 settembre
Cividate si prepara a festeggiare il Beato Giuseppe Tovini.
In attesa della mostra
di Giuliana Mossoni

«Auspichiamo che la mostra su Giuseppe Tovini arrivi anche in Valcamonica e in particolare a Cividate
Camuno». Ad affermarlo è il sindaco Francesco Gelfi, che esprime il suo auspicio sia perché il paese camuno ha
dato i natali al Beato nel 1841, sia perché egli si sente in qualche modo un suo «successore» (Tovini è stato primo
cittadino di Cividate dal 1871 al 1874).
L'esposizione di cui stiamo parlando è quella che si è svolta a fine agosto al Meeting di Rimini e che tanto
successo ha riscosso, registrando in una sola settimana oltre 12mila visitatori. In autunno la mostra dovrebbe
arrivare a Brescia, ma sono davvero tanti i paesi che hanno in un certo senso già «prenotata». Tra questi, appunto,
anche Cividate.
«Il periodo estivo - spiega Gelfi - non ha favorito una cospicua presenza della gente di Cividate alla mostra.
Anche per questo motivo vorrei che i miei concittadini, e tutti i camuni, potessero vedere e sentire quanto viene
raccontato sul personaggio cividatese più illustre in assoluto.
«Quella mostra dedicata al camuno Giuseppe Tovini - continua -, udire raccontare la sua vita e le sue grandi
opere, che sono partite proprio da Cividate, mi ha fatto sentire orgoglioso di essere camuno. Se poi provieni da
Cividate, ti si allarga davvero il cuore. Come sindaco, sento questa cosa ancora più forte, perché rappresento il
Comune e tutta la mia gente. Vedere un tuo antenato portato a tali onori è una gioia davvero grande».
Secondo il sindaco, il luogo ideale per allestire l'esposizione potrebbe essere la casa natale di via Palazzo, in
accordo con i proprietari, che sono i diretti discendenti di Tovini. È lì che durante l'estate si sono recati gli
organizzatori della mostra, per fare delle ricerche e alcune riprese sui documenti originali ancora conservati.
Nel frattempo, nella cittadina camuna fervono i preparativi per la festa del Beato Giuseppe bovini, a dieci anni
dalla sua beatificazione, avvenuta il 20 settembre 1998 a Brescia da parte di Giovanni Paolo II. Il Comune e la
Pro loco gli dedicheranno tre intere giornate, dal 18 al 21 settembre, in cui non mancheranno appuntamenti
religiosi e popolari. Insieme a Giuseppe, sarà ricordato anche il nipote Mosè Tovini, anch'esso proclamato Beato.
La giornata più importante sarà sicuramente domenica 21, quando alle 10.30 il rettore del Seminario di Brescia,
don Flavio Saleri, celebrerà una Messa in ricordo dei due Beati. Nel pomeriggio continuerà l'esposizione delle
opere dell'estemporanea e del concorso di pittura Beato Tovini, dal tema «Immagine sacra». In serata, oltre
all'apertura dello stand gastronomico in piazza Fiamme Verdi, ci sarà la premiazione dell'estemporanea e del
concorso di pittura e, alle 22, la consegna sia del ringraziamento per le attività svolte e per l'impegno durante
l'anno alle associazioni cividatesi, sia del Premio Giuseppe Tovini.




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GIORNALE DI BRESCIA, 11 SETTEMBRE 2008
La giornata sindacale
Accordo integrativo alla Trafilix [...]
Dopo quattro mesi di trattative tra azienda e rappresentanti dei lavoratori, nei giorni scorsi è stato firmato il
rinnovo dell'accordo aziendale alla Trafilix (gruppo Lucefin) per gli stabilimenti di Esine e Cividate Camuno.
L'intesa, che interessa circa 130 lavoratori, prevede: nel periodo 2008-2011 un programma di investimenti di
circa 15 milioni di euro, mentre per la parte normativa e salariale si è concordato un incremento della
maggiorazione notturna dal 25 al 32%, la riconferma del premio di risultato di 800 euro annui e un aumento
mensile di nuovo salario di 106 euro, di cui 96 di superminimo dal 1° gennaio 2009 e 10 euro di premio di
produzione. Nel complesso, l'accordo prevede un aumento salariale di circa 2mila euro l'anno per ogni
dipendente con un montante complessivo nel quadriennio di oltre 8mila euro.
«L'accordo raggiunto - sottolinea Francesco Ballerini, segretario generale della Fiom camuna - dimostra che si
possono raggiungere ottimi risultati nel rinnovo degli accordi integrativi aziendali, senza legarli necessariamente
a meccanismi di variabilità o produttività di cui in questi tempi tanto si parla».


GIORNALE DI BRESCIA, 11 SETTEMBRE 2008
Pontedilegno. Si rinnova in questi giorni l’ospitalità promossa da “Un raggio di sole per Chernobyl”
Un nuovo abbraccio coi bambini bielorussi
di Anna Veclani

Di nuovo a Pontedilegno. Per riabbracciare i volontari del gruppo «Un raggio di sole per Chernobyl». Ma anche
per trascorrere un mese tra le montagne camune.
I bambini bielorussi, provenienti dell'orfanotrofio di Ulokovie, sono tornati nel centro dalignese. Accolti, al loro
arrivo, dal presidente dell'associazione Mauro Bulferi, affiancato dai tanti che lavorano per regalare un soggiorno
salutare ed educativo ai piccoli ospiti. 119 bambini hanno varcato il confine italiano sabato 30 agosto. Per un
mese alloggeranno nei locali della Casa di Nazareth, come ogni anno messa a disposizione dal parroco di
Pontedilegno, don Luigi Bianchi. Fino al primo di ottobre, quando arriverà il momento dei saluti, nella
consapevolezza di ritornare in Valcamonica nel settembre del prossimo anno.
Trenta giorni, quindi. Ricchi di attività, escursioni e giochi. Si è iniziato con un soggiorno al mare, a Caorle. Una
settimana interamente offerta da Bianca, volontaria di Padova sensibile ai problemi dei bambini provenienti dalla
zona colpita dal disastro di Chernobyl. Qui i piccoli orfani hanno potuto godere del clima salutare marino.
Domenica scorsa il rientro a Pontedilegno.
Il programma delle giornate prevede di trascorrere alcune ore della mattinata sui banchi di scuola: nelle stanze
dell'Oratorio Giovanni Paolo II, messe a disposizione dal curato don Cristian Favalli, i 19 orfani seguono le
lezioni tenute da maestre bielorusse. Poi, nel pomeriggio, spazio al divertimento. Giochi, escursioni e sport in
piscina. Molte le località. che verranno visitate; tra queste Sant'Apollonia, Case di Viso e le pinete che
circondano il paese, dove i bambini passeggeranno in tutta sicurezza, accompagnati dal dalignese Bruno
Pertocoli.
Sabato 28 settembre i bambini bielorussi e quelli di Ponte si incontreranno nella chiesa parrocchiale, per
partecipare insieme alla celebrazione della Messa, vissuta come un momento di gioia. Domenica 29 la chiusura
del soggiorno, con una giornata interamente di festa.
Il gruppo «Un raggio di sole per Chernobyl» opera tutto l'anno per raccogliere fondi a favore dell'orfanotrofio di
Ulokovie. Nel mese di dicembre verrà organizzata una pesca di beneficenza, mentre a Natale inizierà la
prevendita dei biglietti della lotteria, la cui estrazione è in programma durante le festività pasquali del 2009.
Da poco, inoltre, l'associazione ha inviato all'istituto bielorusso 100 letti, dotati di reti, materassi e cuscini, oltre
che accompagnati dai rispettivi comodini.




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LA REPUBBLICA, 11 SETTEMBRE 2008
Il documento verrà presentato a conclusione dell’Expo dedicata alla risorsa più preziosa. Sancisce il
diritto di accesso per tutti. E contro la scarsità punta sulle nuove tecnologie
Acqua. Nasce la Carta di Saragozza: «Così ricicliamo
l’oro blu»
Il nodo: se il pubblico latita l’industria privata fattura 300 miliardi di dollari
di Antonio Cianciullo

Un hamburger costa caro: 2.400 litri d'acqua. Per un chilo di aglio ne bastano 518 e per un chilo di cereali 1.543.
Ma per sgranocchiare un chilo di pistacchi bisogna investire ben 10.864 litri di acqua. E per un chilo di vaniglia
si arriva a 96.649 litri. I visitatori dell'Expo di Saragozza restano con il naso per aria, ipnotizzati da queste cifre
appese tra cascate di acqua riciclata che simulano un'abbondanza in via di estinzione.
Nel momento del bisogno, quando l'incredibile accade e l'acqua viene a mancare, si scopre che la sete è nascosta
dove non ce lo aspettiamo. Non minaccia solo i rubinetti ma anche le dispense. Assedia le centrali elettrice che
senza raffreddamento si bloccano. Rende precari i bilanci delle industrie a più alto consumo idrico, visto che una
semplice T shirt costa 2.4001itri di acqua.
E così, dopo tre mesi di Expo sull'acqua, la città che si è ribellata al furto dell'Ebro, alla deviazione del grande
fiume che la attraversa e che avrebbe dovuto essere dirottato per dissetare la Spagna più arsa dal sole, si prepara a
celebrare l'avvento della Carta che sancisce il diritto all'acqua. Domani a Saragozza verrà presentato il documento
che sintetizza centinaia di seminari a cui hanno partecipato gli esperti più qualificati a livello mondiale, da
Vandana Shiva.all'ex ministro dell'Ambiente del Brasile Marina da Silva.
La Carta sottolineerà il diritto all'acqua come bene indispensabile per la sopravvivenza dell'umanità, e nello
stesso tempo inviterà a spingere sul pedale dell'innovazione tecnologica per far rendere al meglio una risorsa che
si assottiglia. Ma come si farà a garantire un diritto per tutti mobilitando in carenza di interventi pubblici, i
capitali privati di un'industria che vale già 300 miliardi di dollari? È questo il nodo non ancora sciolto mentre il
conto alla rovescia prosegue.
La situazione di partenza è drammatica: 1,4 miliardi di persone non hanno acqua potabile a sufficienza, 1
miliardo beve acqua, non sicura e 3,4 milioni muoiono ogni anno per malattie trasmesse dall'acqua. E i dati
tendono a peggiorare sotto una doppia spinta: da una parte la crescita demografica e dei consumi tira la domanda
verso l'alto, dall'altra il cambiamento climatico modifica il ciclo dell'acqua riducendo l'offerta.
«I prossimi anni saranno segnati dalla battaglia contro la sete», prevede Valerio Calzolaio, l'esperto della
Commissione contro la desertificazione che sta preparando il nuovo rapporto delle Nazioni Unite. «Per l'acqua
bisognerà mettere a punto un processo simile a quello avviato dal protocollo di Kyoto per le emissioni di anidride
carbonica: quando un bene indispensabile come l'acqua e l'aria pulita comincia a scarseggiare, ci vogliono
correttivi che consentano ai prezzi di esprimere la verità ecologica. Lo spreco e l'inquinamento vanno penalizzati:
solo in questo modo il mercato può aiutare l'ambiente, cioè tutti noi».
Come nel caso dell'energia, non si può pensare solo a produrre di più. La proliferazione delle grandi dighe è stata
frenata dalle controindicazioni ambientali sempre più evidenti. E i dissalatori hanno un costo energetico ancora
molto alto. Più prudente appare gestire al meglio le risorse: riuso e riciclo delle acque sia in campo agricolo
(secondo la Fao su 5.000 chilometri cubi di acqua consumati nel mondo, circa 3.500 vanno all'agricoltura, 1.000
all'industria e 200 agli usi civili) che nelle case.
«Se non si stabilisce il principio dell'acqua come diritto, la pressione degli investimenti crescenti in questo settore
spingerà fuori dal mercato una quota enorme di popolazione», commenta uno dei protagonisti dei seminari di
Saragozza, Riccardo Petrella, presidente del Contratto mondiale dell'acqua. «Nel 2030 ci saranno 2,4 miliardi di
esseri umani che abiteranno nelle baraccopoli: affidare tutta la partita a una logica solo monetaria significa
privarli dell'accesso all'acqua potabile». Mentre intrecciare l'innovazione tecnologica con i principi della
bioclimatica che hanno consentito per millenni la convivenza con gli ambienti aridi rappresenta un punto di
equilibrio evidenziato a Saragozza dal Padiglione della Sete, realizzato dall'architetto Pietro Laureano secondo i
principi che permettono alle oasi di battere il deserto.




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LA REPUBBLICA, 11 SETTEMBRE 2008
Gli interventi del sindaco di Roma e del ministro della Difesa nell’analisi di Emilio Gentile: «Non
conoscono la storia»
Il fascismo negato. Falsi miti e luoghi comuni
Responsabilità degli intellettuali: «Le uscite di Alemanno e La Russa avvengono in un contesto
che le legittima, un terreno concimato da stereotipi diffusi anche tra gli storici». Gli errori dei
postfascisti: «La dittatura è un fatto accidentale o appartiene alla volontà di Mussolini? Se
prevale la lettura accidentale, possiamo riscattare lo stesso Hitler
di Simonetta Fiori

«È il nostro paese, la nostra cultura nazionale, a non aver mai fatto i conti fino in fondo con il totalitarismo fascista. Le
recenti sortite del sindaco di Roma e del ministro della Difesa avvengono in un contesto politico e culturale che le legittima,
in un terreno favorevole concimato in questi anni da formulazioni e stereotipi diffusi purtroppo anche in parte della
storiografia e nel discorso pubblico». Quella di Emilio Gentile, storico del fascismo tra i più noti sul piano internazionale, è
un'antica battaglia culturale. I suoi saggi - tradotti in molti paesi - insistono su questo fenomeno tutto italiano che è la
"defascistizzazione del fascismo", lo svuotamento operato sul regime dei suoi tratti liberticidi originari, la negazione del
carattere totalitario. «In un mio saggio recente, a proposito di questa inclinazione nazionale all'autoassoluzione, cito la
provocazione d'un anonimo secondo cui il fascismo non è mai esistito. Da battuta è diventata profezia».

In Germania è impensabile che il ministro della Difesa elogi il patriottismo delle SS o il suo collega francese pronunci
accenti commossi per Vichy. Perché succede da noi?
«In Italia è stato cancellato tutto quello che il fascismo ha rappresentato come distruzione della democrazia e umiliazione
della collettività. La defascistizzazione del fascismo nasce da un totale travisamento di quello che il regime è stato. A
quest'offuscamento non è estranea la cultura antifascista. Per molti anni è prevalsa a sinistra l'immagine d'un regime
ventennale sciolto come un castello di carte, una "nullità storica" con cui in sede storiografica s'è cominciato a fare i conti
troppo tardi. A destra gli umori hanno oscillato tra la caricatura e l'indulgenza, fino alla tesi del fascismo modernizzatore:
un'interpretazione che dura tuttora».

Per i suoi eredi, politici il fascismo è una dittatura nata per caso.
«I neofascisti hanno sempre negato il carattere intenzionale della dittatura, escludendone il tratto totalitario. È la tesi
circolata nel Movimento Sociale fino agli anni Ottanta, uno schema interpretativo che si riflette sulle prime dichiarazioni di
Gianni Alemanno a Gerusalemme: da una parte il fascismo, fenomeno complesso; dall'altra le leggi razziali, vergogna
indotta da Hitler».

Poi il sindaco di Roma ha affrettato una correzione, aggiungendo in modo contorto che non poteva disconoscere
l’esito liberticida del fascismo.
«Sì, ha parlato di fenomeno totalitario, categoria negata ancora da molti storici di destra, e non solo. Ma non capisco come
possano stare insieme il riconoscimento della natura totalitaria del fascismo con la sua assoluzione fino alle leggi razziali.
Gran confusione alberga nella destra postafscista italiana, con un equivoco di fondo».

Quale?
«Partiamo da una domanda essenziale: la dittatura è un fatto accidentale o appartiene all'essenza del fascismo e alla volontà
di Mussolini? Le leggi razziali sono estranee a ciò che il fascismo era stato fino a quel momento? Se noi optiamo per una
lettura accidentale, le leggi antisemite furono un incidente di percorso dovuto a influenze esterne. Con tutto quello che ne
consegue: la buona fede, il patriottismo, i valori di chi servi il fascismo».

È questa la lettura espressa da autorevoli dirigenti di Alleanza Nazionale oltre che importanti cariche istituzionali.
«Ma è un metodo inaccettabile! Con questi stessi criteri si possono riscattare lo stalinismo e il nazismo. Fino al 1941, quando
il Führer decise la soluzione finale, il nazismo fece tante cose buone: nessuno potrebbe negare storicamente che fu per
patriottismo e non per odio agli ebrei che milioni di tedeschi videro in Hitler il salvatore. Sempre seguendo questo metodo,
potremmo dire che De Gaulle e Petain avevano in contrasto solo la linea del fronte: per il resto erano due patrioti francesi...».

Il patriottismo diviene una categoria molto arbitraria. Il ministro La Russa ha reso omaggio al valore dei "patrioti di
Salò".
«Quale patria? Una delle caratteristiche del fascismo fin dalle origini fu quella di negare l’esistenza di una patria di tutti gli
italiani: esisteva soltanto la patria di coloro che aderirono al fascismo. Anche soggettivamente il patriottismo fascista fu
liberticida. È Mussolini che il 4 ottobre del 1922, prima della Marcia su Roma, dichiarò che lo Stato fascista avrebbe diviso
gli italiani in tre categorie: gli indifferenti, i simpatizzanti e i nemici. Questi ultimi, annunciò, andavano eliminati. Se si parte
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da queste premesse, non c'è più una patria degli italiani: c'è solo la patria dei fascisti. Per i seguaci del duce, Amendola e
Sturzo non sono italiani. È questa stessa logica che nel 1938 conduce Mussolini ad affermare che gli ebrei sono estranei alla
razza italiana e per questo vanno discriminati».

Un altro stereotipo invalso in articoli, libri, interviste su Salò è quello deva buona fede dei ragazzi che vi aderirono.
«Per capire storicamente si deve considerare anche la buona fede. Ho scritto anch'io sul patriottismo nella Rsi. Ma la buona
fede non può essere un criterio di valutazione storica! Se avessero vinto Mussolini e il Führer, che ne sarebbe stato di questi
patrioti idealisti o non fascisti? Che fine avrebbero fatto in un nuovo ordine dominato da Hitler, ancor più totalitario, razzista
e nutrito d'odio feroce? Anche i responsabili dei campi di concentramento nazisti come Rudolf Höss, il comandante di
Auschwitz, professarono d'essere bravi padri di famiglia e sinceri amanti deva patria. Forse lo pensavano anche i guardiani
dei gulag».

Perché secondo lei la destra postfascista ha difficoltà a riconoscere una realtà storica così evidente? La condanna di
An finora s'è limitata alla vergogna delle leggi razziali: mai una parola sui delitti precedenti, da Amendola a
Matteotti, Gobetti e i fratelli Rosse1li, Gramsci che muore per la galera. Senza contare le vittime della violenza
squadrista, tra il 1920e il 1922, circa tremila morti. E i ventottomila anni di carcere comminati complessivamente dal
Tribunale Speciale agli antifascisti, con una trentina di condanne a morte. E gli eccidi commessi in Africa, più tardi
centinaia di migliaia di italiani mandati a morire nella guerra voluta da Mussolini. Su tutto questo un prolungato si-
lenzio.
«Una realtà storica che non si presta a equivoci. Sono persuaso che queste dichiarazioni estemporanee, confuse e
contraddittorie, di due importanti esponenti di Alleanza Nazionale siano anche il frutto di scarsa conoscenza delle vicende
del fascismo, di quel che ha detto e fatto Mussolini contro la democrazia. Nel neofascismo è sempre prevalsa una visione
mitico-nostalgica, che evidentemente sopravvive ancora a dispetto della conoscenza storica».

Su questa visione irrazionale s'innesta la nuova vulgata suggerita anche da tanta parte della pubblicistica che si
professa liberale. È innegabile che in questi anni abbia operato nella stampa quotidiana, in tv e in libri di successo un
filone neorevisionistico teso a screditare l'antifascismo e a defascistizzare il fascismo.
«Se un autorevole storico come Piero Melograni dichiara al Corriere della Sera che il fascismo non è esistito ma è esistito il
mussolinismo, posso contestarlo sul piano storiografico, senza però attribuirgli intenti ideologici. Certo, togliendo al
fascismo i suoi attributi originari per i quali fu definito totalitario, si finisce per annacquarlo, facendone un fenomeno
riducibile alla responsabilità di un solo individuo. E senza fare i conti con la vera natura del regime - nella complessità della
sua origine, del suo svolgimento e della sua fine - sarà difficile affrontare con consapevolezza critica il problema dell'eredità
fascista nelle istituzioni, nella politica, nella società e nei costumi degli ultimi sessant'anni. Ma una cosa più di tutto
m'indigna».

Che cosa, professore?
«Che il nome di Renzo De Felice venga spesso citato per giustificare la riduzione del male del fascismo alle leggi antisemite
e ridimensionare il problema della Rsi al patriottismo in buona fede».

Accanto al De Felice storico c'è un De Felice più incline all'uso pubblico della storia, cui si richiamano alcuni dei suoi
eredi.
«A me interessa il grande studioso di storia. Sulle leggi razziali De Felice scrive che la responsabilità maggiore fu di
Mussolini, della sua "incosciente megalomania" di trasformare gli italiani "in nome di principi e ideali che erano negazione
di ogni principio e ogni ideale". Più chiaro di così. E ancora: "La tragica conclusione del fascismo è nelle sue stesse
premesse e nella sua logica, nella sua sostanza antidemocratica e liberticida, nella sua mancanza di rispetto per i valori più
elementari della personalità umana". Anche su Salò si espresse in modo inequivocabile, attribuendo alla Rsi l'origine della
guerra civile. Non sono opinioni assolutorie».

Professore, non le sembra segno d'un grave ritardo culturale che ora ci troviamo a ripetere sul fascismo
considerazioni che dovremmo considerare l'abc d'una coscienza democratica?
«Dopo le grandi passioni ideologiche d'una volta, su una spinta cinica e irrazionale il nostro paese ha forse rinunciato sia
all'ideologia che alla conoscenza storica. Appare come svuotato, isterilito sul piano etico e nella coscienza civica.
Sull'apologia del fascismo prevale l'apatia, l'insensibilità ai problemi della libertà. Gli italiani sembrano indifferenti alla
storia, dunque più esposti alle semplificazioni. Mi chiedo cosa accadrà fra tre anni, quando ricorderemo la nascita dello Stato
italiano. Forse riconosceremo che, soggettivamente, avevano ragione Metternich e Francesco Giuseppe nel voler mantenere
l'Italia divisa e sottomessa? E invece Mazzini, Cavour, Garibaldi, Vittorio Emanuele II oggettivamente sbagliarono a
renderla unita e indipendente?».




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