Analisi giuridica della legge 150/2000 e del suo regolamento - DOC - DOC by 9rKupAq8

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									Analisi giuridica della legge 150/2000 e del suo regolamento 422/2001
Uffici stampa nel settore pubblico:
cittadinanza piena per i giornalisti
di Franco Abruzzo
presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia

Il parere del Consiglio di Stato
sul regolamento della legge 150

Il lavoro giornalistico negli
uffici stampa. Giurisprudenza
ricerca di Franco Abruzzo

Uffici Stampa della Pa e trattative Fnsi/Aran. Fantoni ha ragione
formalmente, ma Serventi Longhi ha dalla sua due articoli della
Costituzione, che prevalgono sulle leggi, e il “patto di alleanza” con
Cgil, Cisl, Uil e Ugl.
La “vendetta” di Franco Bassanini
ha reso problematica l’applicazione
della legge 150/2000
negli uffici stampa pubblici
C’è una ragionevole soluzione: “Alla contrattazione collettiva nazionale per il relativo comparto o
area partecipano altresì – dice l’articolo 47-bis del dlgs 29/1993 (oggi dlgs 165/2001) - le
confederazioni alle quali le organizzazioni sindacali ammesse alla contrattazione collettiva siano
affiliate”. La Fnsi ha un “patto di alleanza” con Cgil, Cisl, Uil e Ugl. L’Aran potrebbe considerare i
rappresentanti della Fnsi “incorporati” nella delegazione confederale.
Analisi di Franco Abruzzo
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Analisi giuridica della legge 150/2000 e del suo regolamento 422/2001
Uffici stampa nel settore pubblico:
cittadinanza piena per i giornalisti

di Franco Abruzzo
presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia

1. Urp, portavoce e uffici stampa nella P.a. e negli enti pubblici
Dal 1990 al 2000 il Parlamento ha varato sei leggi, che parlano di comunicazione e informazione.
La legge 142/1990 afferma il diritto /dovere delle istituzioni di comunicare; la legge 241/1990 pone
la comunicazione al servizio dei principi di trasparenza e di accesso; il Dlgs 29/1993 dà alla
comunicazione lo strumento degli Urp; la legge 59/1997 lega la comunicazione ai processi di
semplificazione; la legge 127/1997 colloca la comunicazione al servizio dello snellimento
dell’attività amministrativa; infine la legge 150/2000 (con il regolamento 2 agosto 2001) legittima
in maniera definitiva l’informazione e la comunicazione riconosciute come costanti dell’azione di
governo nella pubblica amministrazione (così Alessandro Rovinetti in Diritto di parola, Il Sole 24
Ore, Milano 2000). La legge 150, sancendo (con l’articolo 9) la presenza esclusiva dei giornalisti
negli uffici stampa, dà vita ufficialmente e legalmente al giornalismo degli uffici stampa, che
affianca quello tradizionale dei giornali e dei periodici, quello delle tv e delle radio e, infine quello
telematico nato con il Cnlg 2001-2005 (firmato il 24 febbraio 2001). Il Dlgs 29/1993 è stato
assorbito nel Dlgs 165/2001 (“Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle
amministrazioni pubbliche”). Il Dlgs 165/2001 dedica l’articolo 11 agli Urp (Ufficio relazioni con
il pubblico).
Le finalità e la missione degli Urp, del portavoce e degli Uffici stampa sono fissate nelle seguenti
norme:
1.1. L’articolo 11 del Dlgs 165/2001) dedicato all’Urp (Ufficio relazioni con il
pubblico) recita testualmente:
1. Le amministrazioni pubbliche, al fine di garantire la piena attuazione della legge 7 agosto 1990,
n. 241, e successive modificazioni e integrazioni, individuano, nell'àmbito della propria struttura
uffici per le relazioni con il pubblico.
2. Gli uffici per le relazioni con il pubblico provvedono, anche mediante l'utilizzo di tecnologie
informatiche:
a) al servizio all'utenza per i diritti di partecipazione di cui al capo III della legge 7 agosto 1990, n.
241, e successive modificazioni ed integrazioni;
b) all'informazione all'utenza relativa agli atti e allo stato dei procedimenti;
c) alla ricerca ed analisi finalizzate alla formulazione di proposte alla propria amministrazione sugli
aspetti organizzativi e logistici del rapporto con l'utenza.
3. Agli uffici per le relazioni con il pubblico viene assegnato, nell'àmbito delle attuali dotazioni
organiche delle singole amministrazioni, personale con idonea qualificazione e con elevata capacità
di avere contatti con il pubblico, eventualmente assicurato da apposita formazione.
4. Al fine di assicurare la conoscenza di normative, servizi e strutture, le amministrazioni pubbliche
programmano ed attuano iniziative di comunicazione di pubblica utilità; in particolare, le
amministrazioni dello Stato, per l'attuazione delle iniziative individuate nell'àmbito delle proprie
competenze, si avvalgono del Dipartimento per l'informazione e l'editoria della Presidenza del
Consiglio dei ministri quale struttura centrale di servizio, secondo un piano annuale di
coordinamento del fabbisogno di prodotti e servizi, da sottoporre all'approvazione del Presidente del
Consiglio dei ministri.
5. Per le comunicazioni previste dalla legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni ed
integrazioni, non si applicano le norme vigenti che dispongono la tassa a carico del destinatario.
6. Il responsabile dell'ufficio per le relazioni con il pubblico e il personale da lui indicato possono
promuovere iniziative volte, anche con il supporto delle procedure informatiche, al miglioramento
dei servizi per il pubblico, alla semplificazione e all'accelerazione delle procedure e all'incremento
delle modalità di accesso informale alle informazioni in possesso dell'amministrazione e ai
documenti amministrativi.
7. L'organo di vertice della gestione dell'amministrazione o dell'ente verifica l'efficacia
dell'applicazione delle iniziative di cui al comma 6, ai fini dell'inserimento della verifica positiva
nel fascicolo personale del dipendente. Tale riconoscimento costituisce titolo autonomamente
valutabile in concorsi pubblici e nella progressione di carriera del dipendente. Gli organi di vertice
trasmettono le iniziative riconosciute ai sensi del presente comma al Dipartimento della funzione
pubblica, ai fini di un'adeguata pubblicizzazione delle stesse. Il Dipartimento annualmente
individua le forme di pubblicazione.

1.2. La direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri 11 ottobre 1994 “sui principi
per la istituzione ed il funzionamento degli Uffici per le Relazioni con il pubblico” definisce i
principi e le modalità per la istituzione, l’organizzazione ed il funzionamento degli Uffici.
In particolare descrivendone le finalità, la direttiva afferma che essa è finalizzata a:


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    “dare attuazione al principio della trasparenza della attività amministrativa, al diritto di accesso
     alla documentazione e ad una corretta informazione;
  rilevare sistematicamente i bisogni ed il livello di soddisfazione della utenza per i servizi
      erogati e collaborare per adeguare conseguentemente i fattori che ne determinano la qualità;
 proporre adeguamenti e correttivi per favorire l’ammodernamento delle strutture, la
     semplificazione dei linguaggi e l’aggiornamento delle modalità con cui le amministrazioni si
     propongono all’utenza”.
Al successivo punto III, la direttiva recita:
“ Gli uffici svolgono le seguenti attività;
- servizi all’utenza per i diritti di partecipazione di cui al capo III della legge 7 agosto 1990 n. 241;
- informazione all’utenza sugli atti amministrativi, sui responsabili, sullo svolgimento e sui tempi di
conclusione dei procedimenti, e sulle modalità di erogazione dei servizi;
- ricerca ed analisi finalizzate alla conoscenza dei bisogni e proposte per il miglioramento dei
rapporti con l’utenza;
- promozione e realizzazione di iniziative di comunicazione di pubblica utilità per assicurare la
conoscenza di normative, strutture pubbliche e servizi erogati e l’informazione sui diritti dell’utenza
sui rapporti con le amministrazioni”.
Il Capo VI della direttiva in esame, occupandosi del livello degli uffici, afferma che:
“Gli uffici sono istituiti, di norma, là dove si svolge l’attività di amministrazione attiva di maggior
contatto con i cittadini-utenti.
Le funzioni di promozione, programmazione, organizzazione e coordinamento della attività degli
uffici sono svolte, ove ne ricorrano le condizioni, da una unità centrale individuata dalle
amministrazioni.
Il livello degli uffici è adeguato alla struttura, all’impianto organizzativo, alle dimensioni ed alla
natura dell’attività svolta dalle amministrazioni.
Agli uffici sono preposti responsabili in possesso di qualifica dirigenziale, al fine di assicurare un
adeguato livello di rappresentatività ed una concreta capacità di dialogo e di collaborazione con le
strutture delle amministrazioni di appartenenza.
Gli uffici rappresentano il “luogo di incontro” fra l’utenza e le strutture pubbliche che emanano
provvedimenti amministrativi e/o erogano servizi; la loro istituzione non modifica le funzioni e
l’organizzazione delle amministrazioni, né deve creare sovrapposizioni di competenza”.
E’ indubbio che, come ha scritto Adriana Laudani su “Comunicazione pubblica” (maggio 2000), la
legge n. 150/2000 rappresenti “una legge di cambiamento”. Di cambiamento radicale per uno
Stato, che si avvia finalmente ad improntare la sua attività alla trasparenza e al colloquio con i
cittadini, attuando l’articolo 97 della Costituzione. Va detto, però, che la legge 150 non ha mezzi
finanziari: le amministrazioni pubbliche devono in sostanza “arrangiarsi”. Senza fondi, però, non si
va lontano e soprattutto non si raggiungono gli obiettivi prefigurati dalla nuova normativa. Appare
superfluo e retorico affermare che l’informazione e la comunicazione siano fattori strategici anche
per le pubbliche amministrazioni, quando lo Stato si dimostra avaro, contraddicendosi e svuotando
di contenuto le sue leggi innovative, che danno legittimità al giornalismo professionale e alla
comunicazione all’interno delle amministrazioni pubbliche. Il discorso economico diventa
drammatico ove si legga il comma 5 dell’articolo 1 della legge 150: “Le attività di informazione e
di comunicazione sono, in particolare, finalizzate a:
a) illustrare e favorire la conoscenza delle disposizioni normative, al fine di facilitarne
l'applicazione;
b) illustrare le attività delle istituzioni e il loro funzionamento;
c) favorire l'accesso ai servizi pubblici, promuovendone la conoscenza;
d) promuovere conoscenze allargate e approfondite su temi di rilevante interesse pubblico e
sociale;
e) favorire processi interni di semplificazione delle procedure e di modernizzazione degli apparati
nonché la conoscenza dell'avvio e del percorso dei procedimenti amministrativi;

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f) promuovere l'immagine delle amministrazioni, nonché quella dell'Italia, in Europa e nel mondo,
conferendo conoscenza e visibilità ad eventi d'importanza locale, regionale, nazionale ed
internazionale.
6. Le attività di informazione e di comunicazione istituzionale di cui alla presente legge non sono
soggette ai limiti imposti in materia di pubblicità, sponsorizzazioni e offerte al pubblico”. Senza
fondi, queste enunciazioni sono destinate a rimanere tali. Sarà difficile creare una reale cultura
dell’informazione e della comunicazione, nonostante gli sforzi che cercherà di sviluppare il
Dipartimento per l'informazione e l'editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri incaricato
del coordinamento degli Urp e degli uffici stampa delle pubbliche amministrazioni. Alla lunga la
carenza di risorse umane e finanziarie comporterà il ripiegamento su stessa della pubblica
amministrazione, che non potrà utilizzare professionalità esterne.

1.3. L’articolo 7 della legge 7 giugno 2000 n. 150 (Disciplina delle attività di informazione
e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni) dice:
“Art. 7 - Portavoce
1. L'organo di vertice dell'amministrazione pubblica può essere coadiuvato da un portavoce, anche
esterno all'amministrazione, con compiti di diretta collaborazione ai fini dei rapporti di carattere
politico-istituzionale con gli organi di informazione. Il portavoce, incaricato dal medesimo organo,
non può, per tutta la durata del relativo incarico, esercitare attività nei settori radiotelevisivo, del
giornalismo, della stampa e delle relazioni pubbliche.
2. Al portavoce è attribuita una indennità determinata dall'organo di vertice nei limiti delle risorse
disponibili appositamente iscritte in bilancio da ciascuna amministrazione per le medesime finalità”.

1.4. L’articolo 8 della legge 7 giugno 2000 n. 150 (Disciplina delle attività di informazione
e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni) dice:
“Art. 8 - Ufficio per le relazioni con il pubblico
1. L'attività dell'ufficio per le relazioni con il pubblico è indirizzata ai cittadini singoli e associati.
2. Le pubbliche amministrazioni, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge,
provvedono, nell'esercizio della propria potestà regolamentare, alla ridefinizione dei compiti e alla
riorganizzazione degli uffici per le relazioni con il pubblico secondo i seguenti criteri:
a) garantire l'esercizio dei diritti di informazione, di accesso e di partecipazione di cui alla legge 7
agosto 1990 n. 241, e successive modificazioni;
b) agevolare l'utilizzazione dei servizi offerti ai cittadini, anche attraverso l'illustrazione delle
disposizioni normative e amministrative, e l'informazione sulle strutture e sui compiti delle
amministrazioni medesime;
c) promuovere l'adozione di sistemi di interconnessione telematica e coordinare le reti civiche;
d) attuare, mediante l'ascolto dei cittadini e la comunicazione interna, i processi di verifica della
qualità dei servizi e di gradimento degli stessi da parte degli utenti;
e) garantire la reciproca informazione fra l'ufficio per le relazioni con il pubblico e le altre strutture
operanti nell'amministrazione, nonché fra gli uffici per le relazioni con il pubblico delle varie
amministrazioni.
3. Negli uffici per le relazioni con il pubblico l'individuazione e la regolamentazione dei profili
professionali sono affidate alla contrattazione collettiva”.

1.5. L’articolo 9 della legge 7 giugno 2000 n. 150 (Disciplina delle attività di informazione
e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni) dice:
“Art. 9 - Uffici stampa
1. Le amministrazioni pubbliche di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 3 febbraio
1993, n. 29, possono dotarsi, anche in forma associata, di un ufficio stampa, la cui attività è in via
prioritaria indirizzata ai mezzi di informazione di massa.


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2. Gli uffici stampa sono costituiti da personale iscritto all'albo nazionale dei giornalisti. Tale
dotazione di personale è costituita da dipendenti delle amministrazioni pubbliche, anche in
posizione di comando o fuori ruolo, o da personale estraneo alla pubblica amministrazione in
possesso dei titoli individuati dal regolamento di cui all'articolo 5, utilizzato con le modalità di cui
all'articolo 7, comma 6, del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, e successive modificazioni,
nei limiti delle risorse disponibili nei bilanci di ciascuna amministrazione per le medesime finalità.
3. L'ufficio stampa è diretto da un coordinatore, che assume la qualifica di capo ufficio stampa, il
quale, sulla base delle direttive impartite dall'organo di vertice dell'amministrazione, cura i
collegamenti con gli organi di informazione, assicurando il massimo grado di trasparenza, chiarezza
e tempestività delle comunicazioni da fornire nelle materie di interesse dell'amministrazione.
4. I coordinatori e i componenti dell'ufficio stampa non possono esercitare, per tutta la durata dei
relativi incarichi, attività professionali nei settori radiotelevisivo, del giornalismo, della stampa e
delle relazioni pubbliche. Eventuali deroghe possono essere previste dalla contrattazione collettiva
di cui al comma 5.
5. Negli uffici stampa l'individuazione e la regolamentazione dei profili professionali sono affidate
alla contrattazione collettiva nell'ambito di una speciale area di contrattazione, con l'intervento delle
organizzazioni rappresentative della categoria dei giornalisti. Dall'attuazione del presente comma
non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”.

2. Urp, uffici stampa e portavoce: analisi della legge n. 150/2000 e del
suo Regolamento (Dpr 442/2001)
L’articolo 1 è il “manifesto” della legge 150, perché fissa le “finalità e l’ambito di applicazione”
della legge medesima. Le disposizioni, scritte nella legge, “in attuazione dei princìpi che regolano
la trasparenza e l'efficacia dell'azione amministrativa, disciplinano le attività di informazione e di
comunicazione delle pubbliche amministrazioni”. Dice il comma 4:
“Nel rispetto delle norme vigenti in tema di segreto di Stato, di segreto d'ufficio, di tutela della
riservatezza dei dati personali e in conformità ai comportamenti richiesti dalle carte deontologiche,
sono considerate attività di informazione e di comunicazione istituzionale quelle poste in essere in
Italia o all'estero dalle pubbliche amministrazioni e volte a conseguire:
a) l'informazione ai mezzi di comunicazione di massa, attraverso stampa, audiovisivi e strumenti
telematici;
b) la comunicazione esterna rivolta ai cittadini, alle collettività e ad altri enti attraverso ogni
modalità tecnica ed organizzativa;
c) la comunicazione interna realizzata nell'ambito di ciascun ente.
5. Le attività di informazione e di comunicazione sono, in particolare, finalizzate a:
a) illustrare e favorire la conoscenza delle disposizioni normative, al fine di facilitarne
l'applicazione;
b) illustrare le attività delle istituzioni e il loro funzionamento;
c) favorire l'accesso ai servizi pubblici, promuovendone la conoscenza;
d) promuovere conoscenze allargate e approfondite su temi di rilevante interesse pubblico e
sociale;
e) favorire processi interni di semplificazione delle procedure e di modernizzazione degli apparati
nonché la conoscenza dell'avvio e del percorso dei procedimenti amministrativi;
f) promuovere l'immagine delle amministrazioni, nonché quella dell'Italia, in Europa e nel mondo,
conferendo conoscenza e visibilità ad eventi d'importanza locale, regionale, nazionale ed
internazionale.
6. Le attività di informazione e di comunicazione istituzionale di cui alla presente legge non sono
soggette ai limiti imposti in materia di pubblicità, sponsorizzazioni e offerte al pubblico”.
Il riferimento “ai comportamenti richiesti dalle carte deontologiche” riguarda espressamente i
giornalisti, che il successivo articolo 9 destina agli uffici stampa delle pubbliche amministrazioni.
Gli uffici stampa della Pubblica amministrazione e degli Enti Locali saranno, infatti, composti da
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giornalisti iscritti all’Albo. Le attività di informazione si realizzano attraverso il portavoce e
l’Ufficio stampa. Quelle di comunicazione attraverso l’Ufficio relazioni con il pubblico (Urp) e
strutture analoghe quali gli sportelli del cittadino, quelli polifunzionali o per le imprese. La
separazione tra il mondo della comunicazione e quello dell’informazione è netto.
Anche l’articolo 1 del regolamento (Dpr 422/2001) ha le caratteristiche del manifesto per quanto
riguarda l’ambito di applicazione: “Il regolamento individua i titoli per l'accesso del personale da
utilizzare per le attività di informazione e di comunicazione, disciplina i modelli formativi
finalizzati alla qualificazione professionale del personale che già svolge le attività di informazione
e di comunicazione nelle pubbliche amministrazioni, e stabilisce i requisiti minimi dei soggetti
privati e pubblici abilitati allo svolgimento di attività formative in materia di informazione e
comunicazione delle pubbliche amministrazioni”. Le disposizioni del regolamento “si applicano
alle amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165,
ad eccezione delle regioni a statuto ordinario, delle Regioni a statuto speciale e delle Province
autonome di Trento e Bolzano”.
Il Regolamento, escludendo le Regioni, restringe, rispetto alla legge 150, l’area delle pubbliche
amministrazioni. Il comma 2 dell’articolo 1 del Regolamento fa riferimento “alle amministrazioni
di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165”. Il comma 2 specifica
che “per amministrazioni pubbliche si intendono tutte le amministrazioni dello Stato, ivi compresi
gli istituti e scuole di ogni ordine e grado e le istituzioni educative, le aziende ed amministrazioni
dello Stato ad ordinamento autonomo, le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità montane, e
loro consorzi e associazioni, le istituzioni universitarie, gli Istituti autonomi case popolari, le
Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura e loro associazioni, tutti gli enti pubblici
non economici nazionali, regionali e locali, le amministrazioni, le aziende e gli enti del Servizio
sanitario nazionale”. Le Regioni, come riferito, sono escluse (in omaggio alla potestà legislativa
fissata nel nuovo articolo 117 della Costituzione) dall’applicazione della normativa, mentre nel
concetto di “enti pubblici non economici” rientrano gli Ordini e i Collegi professionali. L’articolo 3
del regolamento, con il riferimento all’articolo 16 del Dpr 5 gennaio 1967 n. 18, toglie dalla portata
dalla legge 150 anche il Ministero degli Esteri, il quale colloca nel suo ufficio stampa soltanto
diplomatici di carriera.
Al rapporto tra amministrazione e organi di informazione sarà incaricato, oltre all’Ufficio stampa,
anche il portavoce che, per la durata del suo incarico, non potrà esercitare attività professionale nei
media. Il portavoce tradizionalmente (ma non necessariamente) è un giornalista (l’esempio viene
dalla Presidenza della Repubblica, dalle Presidenze delle Camere, dalla Presidenza del Consiglio e
dalla Presidenza della Giunta della Regione Lombardia). La stessa incompatibilità (divieto di
attività parallela nei media, ndr) varrà per il personale degli Uffici stampa, che dovrà essere iscritto
nell’Albo dei giornalisti (professionisti e pubblicisti, secondo il Regolamento), il cui profilo
professionale sarà definito attraverso una “speciale area di contrattazione”, con l’intervento della
Fnsi, il sindacato dei giornalisti. “C’è la possibilità - ha precisato Paolo Serventi Longhi, segretario
della Fnsi - di definire una volta per tutte la professionalità e il contratto di categoria dei colleghi
degli uffici stampa”.
I compiti degli Urp, a loro volta, dovranno essere schematizzati con Regolamenti delle
amministrazioni interessate. L’articolo 2 (comma 2) del regolamento della legge 150 individua le
figure professionali degli Urp: “Per il personale appartenente a qualifica dirigenziale e per il
personale appartenente a qualifiche comprese nell’area di inquadramento C del contratto collettivo
nazionale del lavoro per il comparto Ministeri o in aree equivalente dei contratti collettivi
nazionali di lavoro, per i comparti di contrattazione riguardanti le altre amministrazioni pubbliche
cui si applica il presente regolamento è richiesto il possesso del diploma di laurea in scienze della
comunicazione, del diploma di laurea in relazioni pubbliche e materie assimilate, ovvero, per i
laureati in discipline diverse, del titolo di specializzazione o di perfezionamento post laurea o di
altri titoli post universitari rilasciati in scienze della comunicazione o relazioni pubbliche e materie
assimilate da università ed istituti universitari pubblici e privati, ovvero di mister in comunicazione

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conseguito presso la Scuola superiore della pubblica amministrazione se di durata meno
equivalente, presso il Formez, la Scuola superiore della pubblica amministrazione locale e altre
Scuole pubbliche nonché presso strutture private aventi i requisiti di cui all’allegato B al presente
regolamento”.
Un’altra parte della normativa (articoli 11, 12 e 13 della legge 150) è dedicata ai Piani di
comunicazione delle pubbliche amministrazioni, da trasmettere al Dipartimento per l’informazione
e l’editoria presso la Presidenza del Consiglio, che predispone un Piano annuale di comunicazione,
approvato dal Consiglio dei ministri. Al Dipartimento è richiesto un parere preventivo sulla
comunicazione pubblicitaria delle Amministrazioni statali.
Dopo l’entrata in vigore della legge 150/2000, i giornalisti della carta stampata, della tv, della radio,
di internet e delle relazioni pubbliche non possono lavorare negli uffici stampa delle pubbliche
amministrazioni. Le commistioni tra attività giornalistica e attività di ufficio stampa non sono lecite
e tollerabili. L’articolo 9 (punto 4) della legge 150 pone un limite ineludibile e invalicabile (“I
coordinatori e i componenti dell'ufficio stampa non possono esercitare, per tutta la durata dei
relativi incarichi, attività professionali nei settori radiotelevisivo, del giornalismo, della stampa e
delle relazioni pubbliche”).
2.1. Gli Uffici stampa tra giornalisti dipendenti a tempo pieno o a tempo determinato.
Regioni, Province, Comuni ed enti collegati (ad esempio, le Usl o gli ex-Iacp) si sono dotati negli
ultimi anni di Uffici stampa per facilitare il rapporto tra le istituzioni territoriali e i cittadini oppure
per curare pubblicazioni edite da queste istituzioni territoriali e dirette sempre ai cittadini. In tali
strutture di comunicazione hanno trovato collocazione giornalisti professionisti regolarmente iscritti
negli elenchi dell’Albo tenuto dagli Ordini regionali. Ai giornalisti “dipendenti” si applica
esclusivamente il Contratto nazionale di lavoro giornalistico (Cnlg) reso efficace erga omnes dal
Dpr n. 153/1961. Gli stessi devono essere obbligatoriamente assicurati con l’Inpgi ex articolo 76
della legge n. 388/2000. La tesi dell'Inpgi che rivendica a sé la contribuzione dei giornalisti
dipendenti dalle pubbliche amministrazioni ha prevalso rispetto alla pretesa contraria dell'Inpdap
che si attribuiva il titolo alla stessa contribuzione per la natura del rapporto di pubblico impiego. II
ministero del Lavoro, con la nota 24 settembre 2003 n. 9PP/80907/AG-V-180, ha, infatti,
interpretato in tal senso la disposizione inserita nell'articolo 76 della legge 388/2000. La nota
ministeriale afferma il principio che nel regime previdenziale Inpgi assume rilievo, ai fini
dell'iscrizione, soltanto la natura giornalistica del rapporto di lavoro subordinato e non anche
l'applicazione del Ccnl giornalistico come precedentemente previsto dal Dlgs 503/1992 (articolo 17,
punto 3). Ne consegue che, dal 1° gennaio 2001, devono essere iscritti all’Inpgi, a prescindere dal
Ccnl applicato, i giornalisti per i quali concorrano le seguenti condizioni: a) iscrizione all'albo dei
giornalisti: registro praticanti, elenco professionisti ed elenco pubblicisti; b) svolgimento di attività
lavorativa subordinata di natura giornalistica nell’ambito delle pubbliche amministrazioni centrali e
periferiche.
Il ruolo e i compiti dell’addetto stampa delle Usl, ad esempio, sono stati fissati al punto 4 del
Decreto ministeriale (del Ministro della sanità, ndr) 10 febbraio 1984 (pubblicato sulla Gazzetta
Ufficiale 15 febbraio 1984 n. 45). Questo Decreto precisa che l’inquadramento (dell’addetto stampa
o dell’addetto stampa coordinatore, ndr) nel relativo profilo professionale è subordinato
all’iscrizione nell’Albo dell’Ordine dei Giornalisti. La Corte dei Conti della regione Sardegna,
d’altra parte, ha riconosciuto che <l’istituzione dell’ufficio stampa da parte di una provincia non è
soggetta ad approvazione da parte della Commissione centrale per la finanza locale e deve
ritenersi legittima ed utile, rappresentando una funzione strumentale di tipo organizzativo
orizzontale finalizzata a migliorare il livello di comunicazione tra i cittadini ed enti a vasta
competenza territoriale> ( 8 giugno 1994 n. 262).
I giornalisti guadagnano il diritto di cittadinanza, in maniera ufficiale, negli uffici stampa delle
pubbliche amministrazioni. Si avanzano ipotesi minimali di 2.500-3mila nuovi posti di lavoro (200
solo in Sicilia). Il Dipartimento della Funzione pubblica, invece, ha calcolato in circa 40mila i posti
da coprire in tutt’Italia tra Uffici stampa e Urp (fonte: .com, 8 agosto 2001). Si presenta, però,

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problematica l’applicazione dell’articolo 9 della legge n. 150/2000 (sulla disciplina delle attività di
informazione e di comunicazione nelle pubbliche amministrazioni). La nuova legge non parla di
concorsi - via costituzionalmente obbligatoria per l’accesso nell’apparato statale - per
l’assegnazione dei posti eventualmente disponibili, ma specifica che "negli uffici stampa
l’individuazione e la regolamentazione dei profili professionali sono affidate alla contrattazione
collettiva nell’ambito di una speciale area di contrattazione, con l’intervento delle organizzazioni
rappresentative della categoria dei giornalisti". Il comma 5, infine, aggiunge: "Dall’attuazione del
presente comma non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica".
L’articolo 9 (comma 1) ammette da una parte che "le amministrazioni pubbliche possono dotarsi,
anche in forma associata, di un ufficio stampa, la cui attività è in via prioritaria indirizzata ai mezzi
di informazione di massa" per poi, dall’altra parte, affermare (comma 5) che i mezzi di
finanziamento sono sostanzialmente inesistenti. L’istituzione degli uffici stampa diventa così una
scelta discrezionale delle pubbliche amministrazioni.
La chiave di lettura del provvedimento legislativo e in particolare dell’articolo 9 è il decreto
legislativo 29/1993 (oggi inglobato nel Dlgs 165/2001). La dotazione di personale degli uffici
stampa, dice l’articolo 9 (comma 2) della legge 150/2000, è costituita anche "da personale estraneo
alla pubblica amministrazione utilizzato con le modalità di cui all’articolo 7, comma 6, del Dlgs n.
29/1993 (oggi 165/2001) nei limiti delle risorse disponibili nei bilanci di ciascuna amministrazione
per le medesime finalità". Dalla lettura incrociata dei commi 2 e 5 si ricavano questi principi:
 "gli uffici stampa sono costituiti da personale iscritto all’Albo nazionale dei giornalisti";
 il reclutamento dei giornalisti ("personale estraneo alla pubblica amministrazione") avverrà
    secondo l’articolo 7, comma 6, del Dlgs n. 29/1993 (oggi 165/2001) con contratti di assunzione a
    tempo pieno, ma a termine, in mancanza di concorso pubblico per l’assunzione a tempo
    indeterminato;
 le pubbliche amministrazioni daranno la priorità ai propri dipendenti in servizio e in possesso dei
    titoli “individuati dal regolamento” (iscrizione all’Albo dei giornalisti e laurea).
Secondo l’articolo 7 (comma 6) del Dlgs n. 29/1963 (oggi 165/2001), "le amministrazioni
pubbliche, per esigenze cui non possono far fronte con personale in servizio, possono conferire
incarichi individuali ad esperti di provata competenza, determinando preventivamente durata,
luogo, oggetto e compenso della collaborazione". Tradotto in parole povere, il comma 6
dell’articolo 7 significa che le pubbliche amministrazioni faranno ricorso a giornalisti "esperti di
provata competenza " soltanto quando "non sia possibile reperire idonee professionalità all'interno
dell'amministrazione" (Corte dei Conti, Sez. Contr., det. n. 78 del 09-06-1995).
L’articolo 5 del Dpr 422/2001 (Regolamento della legge 150/2000) precisa al riguardo che “il
conferimento dell'incarico di responsabile dell'ufficio per le relazioni con il pubblico e di strutture
assimilate e di capo ufficio stampa a soggetti estranei alla pubblica amministrazione è subordinato
al possesso dei requisiti di cui ai precedenti articoli 2 e 3”. I requisiti sono l’iscrizione nell’Albo
dei giornalisti e la laurea.
L’articolo 3 del Dpr 422/2001 chiarisce i dubbi e aiuta a capire le figure di giornalisti, che
troveranno una collocazione negli uffici stampa delle amministrazioni pubbliche. Dice l’articolo 3:
“1.       L'esercizio delle attività di informazione nell'ambito degli uffici stampa di cui all'articolo 9
della legge 7 giugno 2000, n.150, è subordinato, oltre al possesso dei titoli culturali previsti dai
vigenti ordinamenti e disposizioni contrattuali in materia di accesso agli impieghi nelle pubbliche
amministrazioni, al possesso del requisito della iscrizione negli elenchi dei professionisti e dei
pubblicisti dell'albo nazionale dei giornalisti di cui all'articolo 26 della legge 3 febbraio 1963, n.
69, per il personale che svolge funzioni di capo ufficio stampa, ad eccezione del personale di cui
all’articolo 16 del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n.18 e successive
modificazioni (il riferimento è al Ministero degli Esteri, che, per legge, destina diplomatici al suo
Ufficio stampa, ndr).
2.        Il requisito dell'iscrizione all'albo nazionale dei giornalisti è altresì richiesto per il
personale che, se l'organizzazione degli uffici lo prevede, coadiuva il capo ufficio stampa

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nell'esercizio delle funzioni istituzionali, anche nell'intrattenere rapporti diretti con la stampa e, in
generale, con i media, ad eccezione del personale di cui all’articolo 16 del decreto del Presidente
della Repubblica 5 gennaio 1967, n.18 e successive modificazioni (Ufficio stampa del Ministero
degli Esteri, come già riferito, ndr)..
3.        Nessun requisito professionale specifico è richiesto per il personale addetto all'ufficio con
mansioni non rientranti nelle previsioni di cui ai precedenti commi 1 e 2.
4.        Le amministrazioni che hanno istituito un ufficio stampa provvedono, nell'ambito della
potestà organizzativa prevista dal proprio ordinamento, ad adottare gli atti di organizzazione
dell'ufficio in conformità alle disposizioni di cui ai precedenti commi”.
Il regolamento ha pertanto chiarito:
 che degli uffici stampa potranno far parte soltanto giornalisti professionisti e pubblicisti;
 che i giornalisti responsabili degli Uffici stampa dovranno possedere un diploma di laurea,
    mentre i redattori potranno possedere soltanto il requisito minimo dell’iscrizione nell’Albo dei
    Giornalisti;
 che “le amministrazioni possono confermare l'attribuzione delle funzioni di comunicazione e di
    informazione al personale dei ruoli organici che già svolgono tali funzioni... anche se il predetto
    personale è sfornito dei titoli specifici previsti per l'accesso, e, relativamente all'esercizio delle
    funzioni di informazione, in mancanza del requisito professionale della iscrizione all'albo
    nazionale dei giornalisti”;
 che le Regioni (ordinarie e a statuto speciale) e il Ministero degli Esteri non hanno alcun
    obbligo di applicare la legge 150/2000;
 che le lauree previste sono quelle in scienze della comunicazione, in relazioni pubbliche e in
    materie assimilate, mentre i laureati in discipline diverse dovranno aver conseguito il titolo di
    specializzazione o di perfezionamento post laurea o altri titoli post universitari rilasciati in
    scienze della comunicazione o in relazioni pubbliche e in materie assimilate da università ed
    istituti universitari pubblici e privati, ovvero dovranno aver conseguito master in comunicazione
    presso la Scuola superiore della pubblica amministrazione se di durata meno equivalente, presso
    il Formez, la Scuola superiore della pubblica amministrazione locale e altre Scuole pubbliche
    nonché presso strutture private abilitate alle attività di formazione e con specifica esperienza e
    specializzazione nel settore;
 che il conferimento dell'incarico di responsabile dell'Urp e di capo ufficio stampa a soggetti
    estranei alla pubblica amministrazione è subordinato al possesso dei requisiti della laurea (per il
    capo dell’ufficio stampa) e dell’iscrizione nell’Albo dei giornalisti;
 che le attività formative del personale in servizio (negli Urp e negli Uffici stampa) dovranno
    essere portate a compimento dalle amministrazioni entro 24 mesi dall'entrata in vigore del
    regolamento 422/2001.
Il regolamento, che non prevede alcun particolare tipo di inquadramento contrattuale per i
giornalisti, rinvia indirettamente alla legge 150, che sull’argomento cita l’articolo 7 (comma 6) del
Dlgs n. 29/1993 (oggi 165/2001). L’articolo 7 (comma 6) del Dlgs n. 29/1993 (oggi 165/2001)
prevede, come riferito, incarichi individuali ad "esperti di provata competenza" (con contratto di
assunzione piena a tempo indeterminato qualora le amministrazione pubbliche abbiano bandito
regolari concorsi). Su questa linea si muove il Decreto 15 settembre 1998 della Regione Sicilia
(Determinazione dei criteri per la valutazione dei titoli nei concorsi riservati al personale da
destinare agli uffici stampa degli enti locali). Ai concorsi pubblici (siciliani) “sono ammessi tutti i
giornalisti che alla data del bando del concorso...siano in possesso dei seguenti requisiti
inderogabili: a) essere iscritti all’albo dei giornalisti con almeno tre anni di anzianità; b) essere in
possesso del diploma di laurea per i posti di capo ufficio stampa (VIII qualifica funzionale) o del
diploma di scuola media di II grado per i posti di giornalista (VI qualifica funzionale)”.
Anche la sezione V del Consiglio di Stato con la sentenza n. 573 dell’11 aprile 1995 (parte in causa
il Comune di Fano) concorda con il decreto della Regione Sicilia: ”Ai fini dell’inquadramento
quale giornalista nell’ottava qualifica, è necessario essere giornalista professionista e, dunque,

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possedere il diploma di laurea e la prescritta abilitazione professionale”. Rincara la Corte dei
Conti della Sardegna con la sentenza 8 giugno 1994 n. 262: “La direzione di un periodico edito da
un ente pubblico deve necessariamente essere affidata a un giornalista professionista che va
assunto con rapporto convenzionale di diritto privato”. Con la pronuncia n. 641/1996 la seconda
sezione giurisdizionale centrale della Corte dei Conti ha annullato una sentenza della Corte dei
Conti della Toscana relativa alla istituzione della figura dell’addetto stampa nel Comune di Borgo
San Lorenzo, fissando questo principio: “Affidare a giornalisti esterni all’amministrazione
comunale il compito di addetto stampa di un Comune non configura un danno erariale”. La Corte
dei Conti, sezione centrale giurisdizionale, definisce “le funzioni dell’ufficio stampa come funzioni
necessariamente organiche all’ente pubblico, con ciò introducendo l’idea della necessità della
previsione organica di un ufficio stampa in ogni ente pubblico che preveda per tale ufficio le
funzioni “tipiche” di ufficio stampa”, scrivendo (a pagina 30): “L’ufficio stampa, sostanziandosi
essenzialmente nella funzione di comunicazione all’esterno dell’attività istituzionale dell’ente
pubblico, risponde ad esigenze di carattere continuativo e deve, quindi, entrare nella previsione
organica del soggetto alla cui attività esse si riferisce” (Gianfranco Garancini, commento alla
sentenza citata in OG-informazione, n. 4/5/6-dicembre 1997, pagine 24 e 25),
“Ai sensi dell'art. 19 (comma 6) del dlgs 165/2001, in base al quale possono essere conferiti
incarichi dirigenziali a soggetti non appartenenti al ruolo unico, purché in possesso di titoli
professionali e culturali di eccellenza e coerenti con le funzioni da svolgere, deve ritenersi legittima
la nomina a capo dell'ufficio relazioni con il pubblico presso il Ministero dell'istruzione di un
giornalista professionista, da tempo collaboratore, tra l'altro, dell'ufficio stampa del dicastero,
essendo la predetta struttura deputata allo svolgimento delle funzioni di coordinamento di tutte le
iniziative comunicative delle diverse istituzioni scolastiche”. (C. Conti, Sez.contr., 24/01/2002, n.5;
PARTI IN CAUSA Min. p.i.; FONTE Riv. Corte Conti, 2002, f. 1, 6; RIFERIMENTI NORMATIVI
DLT 30/03/2001 n.165 Art.19).
2.2. La contrattazione in sede Aran non decolla. La Fnsi esclusa dalle trattative per mancanza
di rappresentanza in un comparto (Uffici stampa) che non esiste sul piano normativo. Sulle
mansioni che negli uffici stampa saranno assegnate al "personale iscritto all’Albo nazionale dei
giornalisti" si svolgerà la contrattazione in sede Aran. La contrattazione collettiva punta alla
"individuazione e alla regolamentazione dei profili professionali". Il compenso è per ora un
capitolo aperto, che sarà riempito con il ricorso al Cnlg Fnsi/Fieg oppure ai contratti del pubblico
impiego secondo la nota del ministero del Lavoro, che ha individuato nell’Inpgi l’ente previdenziale
dei giornalisti pubblici dipendenti. L’ordinamento giuridico offre la possibilità di inquadrare i
giornalisti con contratti a tempo indeterminato (a seguito di concorsi pubblici) o determinato. Tale
possibilità dovrà essere oggetto di contrattazione e non può essere lasciata in mano al “mercato”.
Un mercato, quello delle pubbliche amministrazioni, che conosce superficialmente le peculiarità del
lavoro giornalistico.
L’articolo 51 (secondo comma) della legge n. 388/2000 (legge finanziaria 2001) “abroga le norme
che disciplinano il procedimento di contrattazione collettiva in modo difforme da quanto previsto
dalle disposizioni di cui al decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, e successive modificazioni”.
In sostanza, secondo l’articolo 43 del dlgs 165/2001, possono partecipare alle trattative i sindacati
che abbiano una rappresentanza non inferiore al 5% degli addetti nel comparto (“L'Aran ammette
alla contrattazione collettiva nazionale le organizzazioni sindacali che abbiano nel comparto o
nell'area una rappresentatività non inferiore al 5%, considerando a tal fine la media tra il dato
associativo e il dato elettorale. Il dato associativo è espresso dalla percentuale delle deleghe per il
versamento dei contributi sindacali rispetto al totale delle deleghe rilasciate nell'ambito
considerato. Il dato elettorale è espresso dalla percentuale dei voti ottenuti nelle elezioni delle
rappresentanze unitarie del personale, rispetto al totale dei voti espressi nell'ambito considerato”).
Per ora nelle pubbliche amministrazioni non esiste il comparto degli Uffici stampa, ma, ove
esistesse, la Fnsi difficilmente potrebbe raggiungere la percentuale del 5 per cento, considerando
che in questo nuovo comparto non opererebbero soltanto giornalisti. L’Aran, che rappresenta il

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Governo come datore di lavoro, non intende convocare la Fnsi per discutere l’applicazione del
contratto ai giornalisti impiegati negli Uffici stampa. Evidentemente l’Aran ritiene di dover
applicare ai giornalisti degli uffici stampa i contratti del pubblico impiego.
2.3. L’inquadramento contrattuale dei giornalisti degli Uffici stampa. Enti assimilati alla
pubblica amministrazione dal comma 2 dell’articolo 1 del Dlgs n. 165/2001 (gli istituti e scuole di
ogni ordine e grado e le istituzioni educative, le aziende ed amministrazioni dello Stato ad
ordinamento autonomo, le Province, i Comuni, le Comunità montane, e loro consorzi e
associazioni, le istituzioni universitarie, gli Istituti autonomi case popolari, le Camere di
commercio, industria, artigianato e agricoltura e loro associazioni, tutti gli enti pubblici non
economici nazionali, regionali e locali, le amministrazioni, le aziende e gli enti del Servizio
sanitario nazionale) potrebbero prevedere nelle piante organiche gli uffici stampa e bandire di
conseguenza concorsi per assumere (a tempo indeterminato e con il contratto Fnsi-Fieg) "personale
iscritto all’Albo nazionale dei giornalisti". In mancanza di piante organiche (che incorporino gli
Uffici stampa) è possibile che le amministrazioni pubbliche (compresi i Ministeri e le Regioni)
assumano i giornalisti con contratti a tempo determinato secondo questi scenari:
    1. L’articolo 7 (comma 6) del Dlgs n. 165/2001 prevede che "per esigenze cui non possono far
         fronte con personale in servizio, le amministrazioni pubbliche possono conferire incarichi
         individuali ad esperti di provata competenza, determinando preventivamente durata, luogo,
         oggetto e compenso della collaborazione” . Le amministrazioni pubbliche, quindi, possono
         stipulare contratti di assunzione piena, ma a termine, generalmente per la durata del mandato
         del ministro, del presidente della provincia o della regione, o del sindaco. Questa soluzione è
         facilitata, per i Comuni e le Province, dall’articolo 51 (5° comma) della legge n. 142/1990
         sugli enti locali (“Lo statuto può prevedere che la copertura dei posti di responsabili dei
         servizi o degli uffici, di qualifiche dirigenziali o di alta specializzazione, possa avvenire
         mediante contratto a tempo determinato di diritto pubblico o, eccezionalmente e con
         deliberazione motivata, di diritto privato, fermi restando i requisiti richiesti dalla qualifica
         da ricoprire”)..
    2. Le amministrazioni pubbliche potrebbero peraltro assumere a tempo determinato il
         portavoce e i coordinatori degli uffici stampa, avvalendosi dell’articolo 19 (comma 6) del
         Dlgs n. 165/2001. La durata di tali incarichi, comunque, non può eccedere, per gli incarichi
         di funzione dirigenziale, il termine di tre anni, e, per gli altri incarichi di funzione
         dirigenziale, il termine di cinque anni. Regioni ed enti locali sono aiutati da una norma
         presente nel comma 10 dell’articolo 1 della legge 549/1995, il quale, nell’ultima alinea del
         suo disposto, prevede, infatti, che le regioni e gli enti locali “possono conferire, al di fuori
         delle vigenti piante organiche, incarichi di funzioni dirigenziali di livello generale ovvero
         apicale”.
2.4. L’utilizzazione del personale che già opera negli Uffici stampa e negli Urp legata a
percorsi formativi di centri pubblici e privati. L’articolo 4 della legge 150/2000 afferma al primo
comma: “Le amministrazioni pubbliche individuano, nell'ambito delle proprie dotazioni organiche,
il personale da adibire alle attività di informazione e di comunicazione e programmano la
formazione, secondo modelli formativi individuati dal regolamento di cui all'articolo 5”. “Le
attività di formazione – dice il II comma dello stesso articolo 4 - sono svolte dalla Scuola superiore
della pubblica amministrazione, secondo le disposizioni del decreto legislativo 30 luglio 1999, n.
287, dalle scuole specializzate di altre amministrazioni centrali, dalle università, con particolare
riferimento ai corsi di laurea in scienze della comunicazione e materie assimilate, dal Centro di
formazione e studi (Formez), nonché da strutture pubbliche e private con finalità formative”.
In fase di prima applicazione del Regolamento, le amministrazioni “possono confermare” (articolo
6) l'attribuzione delle funzioni di comunicazione e di informazione al personale dei ruoli organici
che già svolgono tali funzioni. La conferma può essere effettuata anche se il personale è sfornito
“dei titoli specifici previsti per l'accesso, e, relativamente all'esercizio delle funzioni di


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informazione, in mancanza del requisito professionale della iscrizione all'albo nazionale dei
giornalisti”.
Le amministrazioni, per la conferma dell'attribuzione delle funzioni già svolte dal personale in
servizio, dovranno prevedere l'adozione di programmi formativi nei limiti delle proprie
disponibilità di bilancio. Le attività formative del personale in servizio saranno portate a
compimento dalle amministrazioni entro 24 mesi dall'entrata in vigore del regolamento. E'
esonerato, però, dalla partecipazione al programma di formazione il personale in servizio, già in
possesso dei requisiti (laurea e iscrizione nell’Albo dei Giornalisti) o che ha frequentato master in
comunicazione pubblica organizzati dalla Scuola superiore della pubblica amministrazione, da
università ed istituti universitari o da strutture private con specifiche competenze. Il personale
confermato nell'esercizio delle funzioni di comunicazione ed informazione è assegnato ad altre
funzioni se non svolge il programma formativo previsto in relazione alla tipologia e al livello della
funzione svolta presso l'amministrazione di appartenenza.
Le attività formative sono svolte con supporti multimediali. Parte dei contenuti del corso (e per un
numero di ore non superiore al cinquanta per cento del monte ore complessivo dei singoli
programmi formativi) può essere erogata mediante formazione a distanza. I relativi moduli
dovranno essere progettati secondo criteri di coerenza con i moduli di erogazione d'aula e dovranno
prevedere test di verifica, valutazione e controllo del percorso di apprendimento del discente.
I partecipanti ai corsi non devono superare, di norma, il numero di venticinque per assicurare il
massimo possibile di interazione. Tutti gli interventi formativi per il personale che già svolge
attività di informazione e comunicazione dovranno assicurare, attraverso lezioni, esercitazioni
pratiche, simulazioni anche operative, confronto con testimoni, un'adeguata trattazione delle
discipline specifiche della comunicazione e dell'informazione con particolare riferimento all'attività
delle istituzioni pubbliche. La partecipazione ai corsi è obbligatoria. La frequenza non può essere
inferiore all'ottanta per cento del totale delle ore complessive previste dai programmi. La frequenza
deve essere attestata dalle strutture di formazione.
L’allegato A del Regolamento stabilisce in particolare che “per i responsabili degli uffici per le
relazioni con il pubblico e strutture assimilate e per i capi uffici stampa gli interventi formativi
devono avere una durata minima di novanta ore per il personale che alla data di entrata in vigore
del presente regolamento svolga l'attività di comunicazione od informazione da almeno due anni e
di centoventi ore ove il periodo sia inferiore. per il restante personale degli uffici sopra indicati i
corsi devono avere una durata minima di sessanta ore se con anzianità nella funzione di almeno
due anni all'entrata in vigore del regolamento e di novanta ore ove il periodo sia inferiore”.
L’allegato B, invece, stabilisce “i requisiti per la selezione delle strutture private abilitate alle
attività di formazione”.
 “Tabloid”, il mensile dell’Ordine di Milano, ha già scritto che “chi gestisce l’informazione per
conto di un soggetto, pubblico o privato, deve essere un professionista qualificato - e l’iscrizione
all’Ordine è garanzia di capacità e di assunzione di responsabilità - che dialoga con i giornalisti
professionisti delle varie testate ed emittenti”. “Fra gli adempimenti professionali c’è senza dubbio
la verifica, l’attendibilità, dell’informazione data: se questo vale per i redattori della carta
stampata e per i giornalisti radiotelevisivi, non si comprende perché la regola non debba essere
osservata - con rischio sanzionatorio per l’inadempiente, sia ben chiaro - anche da parte di chi
opera negli uffici stampa. La tendenziosità di una notizia può derivare da una fonte imprecisa che,
in modo subdolo, fornisce informazioni deviate o devianti……La garanzia dell’informazione, intesa
come controllo di qualità del messaggio, deve nascere alla fonte”. La legge 150/2000 va in questa
direzione.

3. La ratio della legge 150/2000 sui “giornalisti” negli Uffici stampa
Un ente pubblico milanese intendeva collocare l’ufficio stampa all’interno della sua Direzione
marketing. Il giornalista addetto a quell’Ufficio stampa si è rivolto al Consiglio dell’Ordine,
chiedendo di conoscerne la posizione in merito al rapporto tra Ufficio Stampa e Direzione

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Marketing o meglio in merito alla possibilità o alla eventualità di subordinare l’Ufficio stampa alla
Direzione Marketing. Questo il testo del parere:
“Premesso:
a) che l’attività di Ufficio di stampa, figurando nel Tariffario approvato ogni anno dal Consiglio
nazionale dell’Ordine, è attività giornalistica;
b) che la preposizione ad un ufficio stampa di un giornalista professionista esterno significa che le
competenze in concreto conferite alla struttura implicano l'applicazione prevalente degli elementi
della "creatività", dell' "intellettualità" e dell' "intermediazione critica" delle notizie, costituenti
l'essenza della professione giornalistica (Cass. civ., 23 novembre 1983, n. 7007; Riviste: Mass.
1983; Cass. Civ., sez. lav., 20 febbraio 1995, n. 1827; Cass. 1/2/96 n. 889, pres. Mollica, est. De
Rosa, in D&L 1996, 687, nota Chiusolo; Corte Conti, regione Sardegna, sez. Giurisdiz., 8 giugno
1994, n. 262);
c) che il giornalista è vincolato dall’etica professionale racchiusa negli articoli 2 e 48 della legge n.
69/1963 e nel Codice di deontologia sulla privacy (Gazzetta ufficiale 3 agosto 1998) e che è
sottoposto alla vigilanza disciplinare del suo Ordine professionale;
d) che l’Ufficio stampa, affidato a un giornalista, deve funzionare come “fonte” rispettando i vincoli
dell’etica professionale (rispetto della persona e della verità sostanziale dei fatti in un quadro di
buona fede e lealtà teso a rafforzare il rapporto di fiducia tra la stampa e i lettori; rispetto
dell’essenzialità dell’informazione, quando sono in gioco dati personali attinenti alla salute o alla
sfera sessuale);
osservato
a) che per marketing si intende “il complesso dei metodi atti a collocare col massimo profitto i
prodotti in un dato mercato attraverso la scelta e la programmazione delle politiche più opportune
di prezzo, di distribuzione, di vendita, di pubblicità, di promozione, dopo aver individuato, dopo
analisi di mercato, il potenziale consumatore” (Vocabolario Treccani della lingua italiana, Vol. III,
pag. 89),
si conclude affermando che l’attività giornalistica non può essere subordinata al marketing, che
persegue finalità in antitesi con l’attività giornalistica. Un Ufficio Stampa, quindi, non può essere
inglobato nell’attività della Direzione Marketing, che non ha regole etiche e che non è sottoposto al
controllo di uno specifico giudice disciplinare stabilito per legge”.
La ratio della legge 150/2000 è evidente, quando nell’articolo 9 prevede la presenza esclusiva di
giornalisti negli uffici stampa e quando nell’articolo 1 fa riferimento espresso “ai comportamenti
richiesti dalla carte deontologiche” (che sono due con connotazione giuridica: la Carta dei doveri
del giornalista (del 1993) il Codice di deontologia sulla privacy, che a sua volta richiama la Carta
di Treviso sulla tutela dei minori). I giornalisti sono vincolati al rispetto della deontologia fissata
negli articoli 2 e 48 della legge 69/1963 e sono sottoposti alla vigilanza del loro Consiglio
dell’Ordine. Non solo devono essere corretti ma devono anche apparire corretti. L’Ufficio stampa
va configurato come una fonte credibile, che mira a rafforzare “il rapporto di fiducia tra la stampa
e i lettori”.

4. Il ricorso Ferpi alla Commissione Ue sull’articolo 9 della legge n. 150/2000
La legge 150/2000 pone una chiara distinzione fra le attività di informazione e quelle di
comunicazione, con il riconoscimento che le prime competono a giornalisti iscritti nell’albo. La
Ferpi (Federazione relazioni pubbliche italiane) ha annunciato un ricorso (contro l’articolo 9 della
legge 150 in base al quale soltanto i giornalisti lavorano negli uffici stampa pubblici) alla
Commissione Ue. Con questo ricorso la Ferpi “si appella a quegli articoli del Trattato di Roma in
tema di libera circolazione dei lavoratori e di libera prestazione dei servizi, che la nuova legge
italiana avrebbe palesemente violato. In pratica, si fa notare che un lavoratore straniero non
potrebbe mai lavorare in un ufficio stampa italiano perché è abbastanza improbabile che abbia i
requisiti necessari per iscriversi all’albo dei giornalisti” (Prima comunicazione/ottobre 2000. ndr).
L’iniziativa della Ferpi si colloca all’esterno dell’ordinamento giuridico della Repubblica.

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L’articolo 9 della legge comunitaria 6 febbraio 1996 n. 52 afferma che il cittadino comunitario può
diventare direttore (e anche proprietario) di un giornale italiano. In base all’articolo 9 della legge
29 dicembre 1990 n. 428 “i cittadini degli Stati membri delle Comunità europee sono equiparati ai
cittadini italiani ai fini della iscrizione nel Registro dei praticanti e nell'elenco dei pubblicisti di
cui, rispettivamente agli articoli 33 e 35 della legge 3 febbraio 1963, n. 69. Ai medesimi cittadini,
per l'iscrizione nell'elenco speciale di cui all'articolo 28 della legge 3 febbraio 1963 n. 69, non si
applica la condizione di reciprocità richiesta dall'articolo 36 della legge predetta”. I cittadini
comunitari hanno parità di trattamento rispetto ai cittadini italiani a patto che gli stessi abbiano il
domicilio professionale in Italia (articolo 16 della legge comunitaria n. 526/1999). I praticanti
comunitari possono sostenere l’esame di abilitazione nella loro lingua (articolo 54, II comma, del
Dpr n. 115/1965). La Ue ha recentemente rafforzato, con la direttiva sul trading online, il ruolo
degli Ordini italiani. Fra pochi anni in Italia si diventerà giornalisti soltanto in Università. Dopo 80
anni andrà in archivio il “sistema” che attribuiva agli editori il potere di “fare” i giornalisti
professionisti attraverso l’istituto dell’assunzione come praticante (intaccato dal 1977 dalle scuole
dell’Ordine).
Una volta a regime il nuovo accesso alla professione giornalistica per via esclusivamente
universitaria, i giornalisti degli altri Paesi Ue dovranno avere titoli equivalenti a quelli dei colleghi
italiani per lavorare nei media e negli uffici stampa della pubblica amministrazione della Penisola.
Varranno le norme del Dlgs 27 gennaio 1992 n. 115 (Attuazione della direttiva n. 89/48/CEE
relativa ad un sistema generale di riconoscimento dei diplomi di istruzione superiore che
sanzionano formazioni professionali di una durata minima di tre anni). L’articolo 8 (Prova
attitudinale) di questo Dlgs dice: “1. La prova attitudinale consiste in un esame volto ad accertare
le conoscenze professionali e deontologiche ed a valutare la capacità all'esercizio della
professione, tenendo conto che il richiedente il riconoscimento è un professionista qualificato nel
Paese di origine o di provenienza. 2. Le materie su cui svolgere l'esame devono essere scelte in
relazione alla loro importanza essenziale per l'esercizio della professione. 3. In caso di esito
sfavorevole, la prova attitudinale può essere ripetuta non prima di sei mesi”. Il ricorso Ferpi alla
Commissione europea è, quindi, privo di fondamento. L’esame di abilitazione all’esercizio
professionale (o prova attitudinale per la Ue) è previsto dall’articolo 33 (V comma) della
Costituzione. Il cerchio così si chiude.
Per quanto concerne la libera circolazione dei lavoratori e la libera prestazione dei servizi, deve
essere sottolineato che il Dlgs 165/2001 dà spazio all’impiego di cittadini comunitari nelle nostre
pubbliche amministrazioni. L’articolo 4 del Dpr 422/2001 non a caso recita: “In caso di
affidamento a cittadini degli Stati membri dell'Unione europea delle funzioni di comunicazione di
cui all'articolo 2 e di informazione di cui all'articolo 3, si applicano le disposizioni di cui
all'articolo 38, commi 2 e 3, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 e successive
modificazioni ed integrazioni”. “Nei casi in cui non sia intervenuta una disciplina di livello
comunitario, all'equiparazione dei titoli di studio e professionali - dice il 3° comma del citato
articolo 38 - si provvede con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, adottato su proposta
dei Ministri competenti. Con eguale procedura si stabilisce l'equivalenza tra i titoli accademici e di
servizio rilevanti ai fini dell'ammissione al concorso e della nomina”.
L’emanazione del regolamento stata preceduta da una vivace polemica all’interno del Governo
Amato tra il ministro Franco Bassanini e il sottosegretario Raffaele Cananzi. Nel regolamento,
come sopra riferito, si prevede che le attività di informazione (uffici stampa) saranno riservate ai
giornalisti professionisti e pubblicisti, mentre quelle di comunicazione (Urp) ai laureati in
Relazioni pubbliche e Scienze della comunicazione.
Cananzi ha difeso lo spirito della legge 150 e soprattutto l’articolo 9, che disciplina l’accesso
esclusivo dei giornalisti negli uffici stampa. Cananzi ha contestato in particolare la decisione,
ispirata da Bassanini, di far presentare, tramite il sottosegretario al Tesoro Piero Giarda, un
emendamento all’articolo 83 della Finanziaria, che, una volta approvato, avrebbe snaturato
completamente la legge 150, sostituendo i giornalisti con i laureati in relazioni pubbliche.

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Quell’emendamento, però, è stato dichiarato “inammissibile per materia” dal presidente del Senato,
Nicola Mancino.

5. L’ultima “raffica” di Guseppe Tesauro. Il 26 luglio 2001, MF e Ansa riferiscono che.
Giuseppe Tesauro, presidente dell’Antitrust, con una segnalazione ai presidenti del Senato e della
Camera nonché al presidente del Consiglio e al ministro della Funzione pubblica, si è scagliato
contro la presenza obbligatoria di giornalisti negli uffici stampa delle amministrazioni pubbliche
prevista dalla legge n. 150/2000. Si sa che il Consiglio dei Ministri il 2 agosto successivo dovrà
recepire in un Dpr il regolamento della legge 150, dopo il disco verde dato il 21 maggio dal
Consiglio di Stato (“Lo schema di regolamento, in linea con le previsioni e le finalità fissate dalla
richiamata norma primaria, prevede in dettaglio i requisiti di professionalità specifica che devono
possedere i dipendenti addetti ai servizi di informazione e comunicazione. Il provvedimento e
suddiviso in due previsioni, quella futura, e quella temporale-transitoria relativa alla situazione
attuale. Sul contenuto del provvedimento, che appare conforme agli scopi previsti dalla normativa,
la Sezione esprime parere favorevole”). Il siluro è tempestivo. Tesauro - che è sulla linea della
Ferpi, di Bassanini e Giarda - vuole allargare l’offerta, come scrive, ai laureati in relazioni
pubbliche e in scienze della comunicazione. In particolare l’Antitrust ritiene che alcune disposizioni
della legge 150 “producano ingiustificate restrizioni della concorrenza e del libero mercato
subordinando il reclutamento del personale degli uffici stampa all’iscrizione nell’Albo dei
giornalisti”. L’Ordine dei Giornalisti della Lombardia ribatte subito, osservando preliminarmente
che “i laureati in relazioni pubbliche e in scienze della comunicazione non sono vincolati per legge
al rispetto di una deontologia professionale” e ricordando che “questa manovra, portata avanti
dall’ex ministro Franco Bassanini, è già fallita in Parlamento in sede di approvazione della
Finanziaria 2001”.
Nel comunicato dell’Ordine di Milano si legge ancora: “Strano destino quello del professor
Tesauro, che nel giro di 4 anni ha perso tutte le battaglie ingaggiate contro gli Ordini professionali
italiani e contro i professionisti italiani. E’ stato abbandonato al suo destino dal Governo Amato,
che nel settembre-novembre 2000 ha presentato un progetto di riforma degli Ordini, che prevede
l’esistenza di tutti gli Ordini in essere, mentre con la direttiva sul commercio elettronico (approvata
il 4 maggio 2000 dal Consiglio europeo), la Ue ha dato una serie di regole che riguardano le libere
professioni e ha chiamato gli Ordini italiani a vigilare su Internet. Il nuovo Governo, per bocca del
ministro Maurizio Gasparri, ha già comunicato che non ha alcuna intenzione di sopprimere gli
Ordini e in particolare quello dei giornalisti”.
“Colpisce - afferma ancora l’Ordine - che a un giurista del valore di Giuseppe Tesauro sfuggano le
ragioni in base alle quali il Parlamento ha deciso di affidare, con una legge, gli uffici stampa delle
pubbliche amministrazioni ai giornalisti iscritti nell’Albo. I giornalisti hanno una deontologia
fissata per legge e hanno il dovere di comunicare con correttezza. Le pubbliche amministrazioni,
contrariamente a quello che pensa Tesauro, hanno l’obbligo di comunicare ai cittadini, principio
costituzionale trasfuso nella legge 241/1990, nel dlgs n. 29/1993 e nella legge 150/2000. Soltanto i
giornalisti, secondo il Parlamento, possono garantire una informazione tempestiva, corretta e di
qualità sui “fatti” che riguardano le pubbliche amministrazioni”.
Il 2 agosto successivo il Consiglio dei ministri ha trasformato il regolamento in Dpr. La proposta è
stata illustrata dal ministro della Funzione pubblica, Franco Frattini, padre della legge 150. Il
Governo boccia le argomentazioni dell’Antitrust e per Tesauro la sconfitta, come gli era stato
vaticinato, è molto amara. Il professore napoletano si rende conto che le sue prediche sono davvero
inutili e che nessuno lo ascolta, perché la legge 150 e il suo regolamento non violano il principio
della concorrenza. E alla fine anche la Ferpi lo abbandona, dicendosi “molto soddisfatta
dell’approvazione del regolamento di attuazione della legge 150 e soprattutto della possibilità di
partecipare con le sue strutture ai percorsi formativi previsti dalla stessa legge” (fonte: .com, 8
agosto 2001).


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Franco Abruzzo
presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia

Testo aggiornato in Milano, 2 gennaio 2006


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Il parere del Consiglio di Stato
sul regolamento della legge 150

CONSIGLIO DI STATO
Sezione Consultiva per gli atti normativi
Adunanza del 21 maggio 2001

N. Sez. 137/2001

Oggetto: PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI -

Schema DPR - Regolamento recante norme per la determinazione dei titoli per l'accesso alle attività
di informazione e di comunicazione e per l'individuazione e la disciplina degli interventi formativi,
ai sensi dell'articolo 5 della legge 7 giugno, n.150, e comunicazione delle pubbliche
amministrazioni.

LA SEZIONE
Vista la Relazione n. ó2196/UL/46.635 del 17 maggio 2001 con cui la Presidenza del Consiglio dei
Ministri ha chiesto il parere di questo Consiglio in ordine allo schema di D.P.R. suindicato.

Letti gli atti e udito il relatore-estensore, Consigliere Francesco D'OTTAVI,

PREMESSO:

Il richiedente Ministero nella richiamata relazione premette che lo schema di regolamento in esame
è stato approvato in sede preliminare dal Consiglio dei Ministri in data 7 febbraio 2001,
successivamente inoltrato alla Conferenza Unificata Stato-Regioni e Stato-Città ed autonomie
locali, è stato da questa esaminato, dapprima, in sede tecnica, nelle riunioni del 22 marzo e del 12
aprile 2001, nel corso delle quali sono state convenute alcune modifiche proposte dalle regioni e
dall'ANCI e, da ultimo, in via definitiva, nella seduta della Conferenza Unificata del 19 aprile 2001.
In tale data, è stato acquisito il parere favorevole all'intesa dell'UPI, dell'UNCEM, dell'ANCI e dei
Presidenti delle regioni, e del Governo, che ha raccolto le ulteriori richieste di modifica avanzate in
quella sede dalle regioni e dall'ANCI, come risulta dal verbale che qui si allega.
La Presidenza rappresenta poi che lo svolgimento, da parte delle pubbliche amministrazioni, di
attività di informazione e comunicazione è stato normativizzato, in via generale, con il decreto
legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, il cui articolo 12 ha istituito gli URP - Uffici per le Relazioni con
il Pubbico. Rileva peraltro la Presidenza che lo svolgimento di tale tipo di attività, necessita di
talune, specifiche, professionalità che non sempre sono attualmente presenti nelle pubbliche
amministrazioni.
Sulla base di tale avvertita circostanza il legislatore è quindi intervenuto, con la legge 7 giugno
2000 n.150 - recante "Disciplina delle attività di informazione e comunicazione delle pubbliche


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amministrazioni" - per porre delle regole, sia di principio che operative, cui la pubblica
amministrazione deve attenersi nella predisposizione e nella comunicazione delle informazioni.
La legge (art.5), dovendo altresì affrontare la disciplina dei requisiti di cui il personale pubblico
deve essere in possesso per poter svolgere le funzioni di informazione e comunicazione, ha
demandato tale compito ad una fonte regolamentare.
Nel presente schema regolamentare, evidenzia la Presidenza, si è cercato di far sì che il personale
addetto agli uffici cui sono affidate le funzioni istituzionali di comunicazione sia adeguatamente
formato ed addestrato, in modo tale da garantire un elevato livello minimo di professionalità, che
possa rendere più agevoli e produttivi i rapporti della cittadinanza con la pubblica amministrazione
e che possa consentire a quest'ultima di disporre, al proprio interno, delle risorse umane adeguate ai
compiti di comunicazione - diversi dalle tradizionali funzioni amministrative - che assumono
sempre maggior importanza correlativamente allo sviluppo delle I.C.T (Information &
Communication Technology).
L’impianto del regolamento è sostanzialmente ripartito lungo le due direttrici della disciplina a
regime, che riguarda i titoli che consentono al personale pubblico di essere utilizzato per le attività
di informazione e comunicazione, e di quella transitoria, che concerne le attività formative
prescritte per coloro che, pur se già addetti agli uffici che svolgono attività di comunicazione e
informazione istituzionale, e quindi dotati di una certa esperienza nel settore, tuttavia non
possiedono quegli strumenti conoscitivi, adeguatamente aggiornati, che consentono di adempiere al
proprio ufficio in modo da tenere il passo con le crescenti innovazioni tecnologiche e con la messa a
punto di sempre nuove tecniche comunicative.

CONSIDERATO:

Come rilevato nelle premesse e come più diffusamente illustrato dalla richiedente Presidenza nella
richiamata relazione, con lo schema di D.P.R. in esame viene data attuazione alla previsione di cui
all'art.5 della L. 7 giugno 2000, n.150, recante la disciplina delle attività di informazione e
comunicazione delle pubbliche amministrazioni.

Lo schema di regolamento, in linea con le previsioni e le finalità fissate dalla richiamata norma
primaria, prevede in dettaglio i requisiti di professionalità specifica che devono possedere i
dipendenti addetti ai servizi di informazione e comunicazione. Il provvedimento e suddiviso in due
previsioni, quella futura, e quella temporale-transitoria relativa alla situazione attuale.

Sul contenuto del provvedimento, che appare conforme agli scopi previsti dalla normativa, la
Sezione esprime parere favorevole.
Ritiene tuttavia opportuno che il provvedimento sia confrontato con il contenuto del recente D.Lgs
30 marzo 2001, n. 165 (pubblicato sulla G.U. n. 106 del 9 maggio 2001) i cui estremi (cfr. artt.10 e
11) dovranno essere citati nel testo.
Alcune integrazioni formali sono evidenziate nello schema allegato.

P.Q.M.

Nelle suesposte considerazioni é contenuto il parere favorevole espresso dalla Sezione.
Visto:                                                              Per estratto dal verbale:
Il Presidente della Sezione                                         Il Segretario della Sezione
Tommaso Alibrandi                                                   Maria Barbagallo




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Il lavoro giornalistico negli uffici stampa. Giurisprudenza
Ricerca di Franco Abruzzo

          Cnlg. Articolo 1. Materia del contratto.
          Il presente contratto regola il rapporto di lavoro fra gli editori di quotidiani, di
          periodici, le agenzie di informazioni quotidiane per la stampa, l'emittenza
          radiotelevisiva privata di ambito nazionale e gli uffici stampa comunque collegati
          ad aziende editoriali, ed i giornalisti che prestano attività giornalistica quotidiana
          con carattere di continuità e con vincolo di dipendenza anche se svolgono all'estero
          la loro attività.

          Cnlg. Articolo 44. Rapporto tra informazione e pubblicità.
          I testi elaborati dai giornalisti collaboratori dipendenti da uffici stampa o di pubbliche
          relazioni devono essere pubblicati facendo seguire alla firma l'indicazione
          dell'organizzazione cui l'autore del testo è addetto quando trattino argomenti riferiti
          all'attività principale dell'interessato.

          Legge 150/2000. Articolo 9. Uffici stampa
          1. Le amministrazioni pubbliche di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo
          3 febbraio 1993, n. 29, possono dotarsi, anche in forma associata, di un ufficio
          stampa, la cui attività è in via prioritaria indirizzata ai mezzi di informazione di
          massa.
          2. Gli uffici stampa sono costituiti da personale iscritto all'albo nazionale dei
          giornalisti.
          4. I coordinatori e i componenti dell'ufficio stampa non possono esercitare, per tutta
          la durata dei relativi incarichi, attività professionali nei settori radiotelevisivo, del
          giornalismo, della stampa e delle relazioni pubbliche. Eventuali deroghe possono
          essere previste dalla contrattazione collettiva.



  Decreto del Presidente della Repubblica 21 settembre 2001, n. 422 -
  Regolamento recante norme per l’individuazione dei titoli
  professionali del personale da utilizzare presso le pubbliche
  amministrazioni per le attività di informazione e di comunicazione e
  disciplina degli interventi formativi. (G.U. n. 282 del 4/12/2001).
          Articolo 3. Requisiti per lo svolgimento delle attività di informazione
          1. L’esercizio delle attività di informazione nell’ambito degli uffici stampa di cui
          all’articolo 9 della legge 7 giugno 2000, n. 150, è subordinato, oltre al possesso dei
          titoli culturali previsti dai vigenti ordinamenti e disposizioni contrattuali in materia di
          accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni, al possesso del requisito
          della iscrizione negli elenchi dei professionisti e dei pubblicisti dell’albo nazionale
          dei giornalisti di cui all’articolo 26 della legge 3 febbraio 1963, n. 69, per il personale
          che svolge funzioni di capo ufficio stampa, ad eccezione del personale di cui
          all’articolo 16 del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, e
          successive modificazioni.
          2. Il requisito dell’iscrizione all’albo nazionale dei giornalisti è altresì richiesto per il
          personale che, se l’organizzazione degli uffici lo prevede, coadiuva il capo ufficio
          stampa nell’esercizio delle funzioni istituzionali, anche nell’intrattenere rapporti
          diretti con la stampa e, in generale, con i media, ad eccezione del personale di cui
          all’articolo 16 del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, e
          successive modificazioni.

                                                                                                    18
               3. Nessun requisito professionale specifico è richiesto per il personale addetto
               all’ufficio con mansioni non rientranti nelle previsioni di cui ai precedenti commi 1 e
               2.
               4. Le amministrazioni che hanno istituito un ufficio stampa provvedono, nell’ambito
               della potestà organizzativa prevista dal proprio ordinamento, ad adottare gli atti di
               organizzazione dell’ufficio in conformità alle disposizioni di cui ai precedenti commi.

Tribunale di Messina: l'addetto stampa della Provincia è giornalista e va retribuito come tale
Messina, 9 novembre 2004. Il contratto collettivo di lavoro giornalistico si applica anche ai
giornalisti addetti agli uffici stampa degli enti locali. Lo ha confermato il giudice del lavoro del
Tribunale di Messina, Fabio Conti, che, con la sua sentenza chiarificatrice, ha definitivamente
chiuso la vertenza aperta nel 1998 da Gino Mauro, Capo dell’Ufficio Stampa della provincia di
Messina, contro la stessa amministrazione provinciale peloritana.
Poiché la disciplina regionale costituisce una “lex specialis” rispetto alla normativa generale, ai
giornalisti in servizio negli uffici stampa spetta la piena applicazione del contratto di lavoro
giornalistico. Per loro, analogamente a quanto avviene nel campo del lavoro subordinato alle
dipendenze dei privati, la mansione prevale sull’inquadramento formale.
Secondo il magistrato, chi opera all’interno di un ufficio stampa non si limita infatti alla mera
trasmissione di notizie, ma si occupa con autonoma prestazione stabilmente inserita in una vera e
propria organizzazione editoriale, dell’elaborazione, dell’analisi e della valutazione di materiale
giornalistico. (da www.fnsi.it).

In fase di prima applicazione della legge 150/2000 conferma per chi è sprovvisto di titoli
professionali specifici
Ferma restando la necessità del possesso del diploma di laurea per il conferimento di incarichi
dirigenziali a soggetti non appartenenti al ruolo unico, tuttavia, con specifico riferimento allo
svolgimento di funzioni attinenti le attività di informazione e comunicazione, l'art. 6 del D.P.R. n.
422 del 2001 (che richiama per gli uffici stampa la normativa posta con la legge n. 150 del 2000)
prevede che in fase di prima applicazione possa essere disposta la conferma di coloro che già
svolgevano le predette funzioni, prescindendo dai titoli professionali specifici previsti per l'accesso;
pertanto, alla luce della disposizione da ultimo citata, è legittima la conferma nell'incarico di
coordinatore dei servizi di comunicazione ed informazione presso un dipartimento della Presidenza
del Consiglio dei Ministri di un giornalista professionista in possesso, oltretutto, di un diploma di
comunicazione istituzionale rilasciato dalla scuola superiore della Pubblica Amministrazione. (C.
Conti Sez. contr., 14-05-2003, n. 7 -pd. A31299- Pres cons. ministri. FONTI CED Cassazione,
2004)

Può essere ritenuta lavoratrice subordinata l’addetta stampa assunta con contratto di lavoro
autonomo, che sia stata stabilmente incaricata di provvedere alla promozione di produzioni
cinematografiche per effetto dell’inserimento nell’organizzazione aziendale.
La S.r.l. Clemi Cinematografica ha conferito a Monica G., con contratto di collaborazione
autonoma, l’incarico di addetta all’ufficio stampa. Dopo quattro anni la società cinematografica ha
posto termine al rapporto, il 31 gennaio 1995, con comunicazione verbale. La lavoratrice ha
impugnato il licenziamento con lettera raccomandata del 18 febbraio 1995. L’azienda ha risposto
con lettera del 7 marzo 1995 rilevando che, in base al contratto a suo tempo sottoscritto, il rapporto
intercorso doveva ritenersi di lavoro autonomo ed aggiungendo: “poiché il detto rapporto rientra in
un aria di libera recedibilità, ove è consentito alle parti il recesso immediato e immotivato, deve
considerarsi privo di fondamento quanto da lei affermato e preteso.” La lavoratrice non ha replicato
a quest’ultima comunicazione aziendale ed ha chiesto al Pretore di Roma di accertare l’esistenza di
un rapporto di lavoro subordinato e di dichiarare l’inefficacia del licenziamento. Il Pretore, dopo
avere sentito alcuni testimoni, ha rigettato il ricorso. In grado di appello il Tribunale di Roma ha
parzialmente accolto le domande della lavoratrice, dichiarando la natura subordinata del rapporto e

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l’inefficacia del licenziamento comunicato verbalmente il 31 gennaio 1995; ha però ravvisato un
licenziamento in forma scritta nella lettera aziendale del 7 marzo 1995, non impugnata dalla
lavoratrice e pertanto si è limitato a condannare la datrice di lavoro al pagamento della retribuzione
per il periodo 31 gennaio – 7 marzo 1995, nonché del trattamento di fine rapporto. Sia l’azienda che
la lavoratrice hanno proposto ricorso per cassazione censurando la sentenza del Tribunale di Roma,
la prima per avere accertato l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato e la seconda per avere
ravvisato un licenziamento nella lettera aziendale del 7 marzo 1995.
La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 13375 dell’11 settembre 2003, Pres. Senese, Rel. Toffoli) ha
rigettato il ricorso della società cinematografica, mentre ha accolto quello di Monica G. Il Tribunale
di Roma – ha affermato la Corte – ha correttamente dichiarato l’esistenza di un rapporto di lavoro
subordinato, avendo accertato che a Monica G. era stata attribuito, in via continuativa e stabile,
l’incarico di curare le campagne di stampa per la promozione delle produzioni cinematografiche
della datrice di lavoro, occupandosi dei rapporti con la stampa italiana ed estera e con i circuiti
televisivi e di quant’altro necessario ai fini di tali campagne. Il pregnante inserimento della
lavoratrice nell’ambito dell’organizzazione aziendale – ha osservato la Cassazione – è stato
accertato dal Tribunale in base a vari elementi: in particolare, alla stessa era stato assegnato un
ufficio che le era necessario per assicurare la continuità del servizio e per soddisfare l’esigenza
fondamentale di mantenere un contatto costante con l’amministratore responsabile, che forniva le
direttive di massima e al quale ogni programma doveva essere sottoposto per l’approvazione e che
anche, in particolare, decideva a quali manifestazioni la G. dovesse partecipare, anche per ragioni di
bilancio. La Corte ha ricordato che, in relazione alle prestazioni lavorative di tipo dirigenziale,
intellettuale e professionale, la giurisprudenza converge nel prendere in considerazione il particolare
atteggiarsi dell’elemento dell’assoggettamento del prestatore di lavoro alle direttive altrui, in
relazione allo specifico ruolo di tali lavoratori nell’ambito dell’organizzazione datoriale e al rilievo
che hanno nei loro rapporti con l’imprenditore gli elementi, a seconda delle funzioni, della capacità
professionali e della particolare fiduciarietà dell’incarico; ne consegue un particolare rilievo
dell’inserimento continuativo delle prestazioni nell’ambito dell’organizzazione dell’impresa e la
necessità di cogliere gli elementi di subordinazione che lo caratterizzano, nonostante gli aspetti di
autonomia insiti nel tipo e nell’elevatezza delle funzioni, procedendo ad una valutazione globale
dell’atteggiarsi del rapporto, e tenendo presenti anche i c.d. criteri complementari e sussidiari, come
quelli della continuità delle prestazioni, dell’osservanza di un orario determinato, della periodicità e
predeterminazione della retribuzione.
Nella specie – ha affermato la Corte – il Tribunale di Roma si è correttamente attenuto a tali
principi; infatti è esatta la sua affermazione che il vincolo di subordinazione deve essere inteso in
modo attenuato nell’ambito delle prestazioni che abbiano contenuto intellettuale, o che comunque
prevedano ampi margini di creatività da parte del lavoratore. Accogliendo il ricorso della lavoratrice
la Corte, con riferimento alla lettera aziendale del 7 marzo 1995, ha affermato che non può ritenersi
equipollente al licenziamento la mera espressione del convincimento della validità di un precedente
atto risolutivo, in quanto una simile dichiarazione è priva evidentemente di contenuto volitivo.
(Cassazione Sezione Lavoro n. 13375 dell’11 settembre 2003, Pres. Senese, Rel. Toffoli).

“Deve ritenersi legittima la nomina a capo dell'ufficio relazioni con il pubblico presso il
Ministero dell'istruzione di un giornalista professionista”
Ai sensi dell'art. 19 comma 6 d.lg. n. 165 del 2001, in base al quale possono essere conferiti
incarichi dirigenziali a soggetti non appartenenti al ruolo unico, purché in possesso di titoli
professionali e culturali di eccellenza e coerenti con le funzioni da svolgere, deve ritenersi legittima
la nomina a capo dell'ufficio relazioni con il pubblico presso il Ministero dell'istruzione di un
giornalista professionista, da tempo collaboratore, tra l'altro, dell'ufficio stampa del dicastero,
essendo la predetta struttura deputata allo svolgimento delle funzioni di coordinamento di tutte le
iniziative comunicative delle diverse istituzioni scolastiche. (C. Conti, Sez.contr., 24/01/2002, n.5;
PARTI IN CAUSA Min. p.i.; FONTE Riv. Corte Conti, 2002, f. 1, 6; RIFERIMENTI NORMATIVI

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DLT 30/03/2001 n.165 Art.19).

Giornalista professionista e laureato
La sezione V del Consiglio di Stato con la sentenza n. 573 dell’11 aprile 1995 (parte in causa il
Comune di Fano) ha stabilito questo principio: ”Ai fini dell’inquadramento quale giornalista
nell’ottava qualifica, è necessario essere giornalista professionista e, dunque, possedere il diploma
di laurea e la prescritta abilitazione professionale”.

Periodico dell’ente pubblico affidato a un giornalista professionista
 Rincara la Corte dei Conti della Sardegna con la sentenza 8 giugno 1994 n. 262: “La direzione di
un periodico edito da un ente pubblico deve necessariamente essere affidata a un giornalista
professionista che va assunto con rapporto convenzionale di diritto privato”.

“Affidare a giornalisti esterni all’amministrazione comunale il compito di addetto stampa di
un Comune non configura un danno erariale”.
 Con la pronuncia n. 641/1996 la seconda sezione giurisdizionale centrale della Corte dei Conti ha
annullato una sentenza della Corte dei Conti della Toscana relativa alla istituzione della figura
dell’addetto stampa nel Comune di Borgo San Lorenzo, fissando questo principio: “Affidare a
giornalisti esterni all’amministrazione comunale il compito di addetto stampa di un Comune non
configura un danno erariale”.

“Le funzioni dell’ufficio stampa funzioni necessariamente organiche all’ente pubblico”
La Corte dei Conti, sezione centrale giurisdizionale, definisce “le funzioni dell’ufficio stampa come
funzioni necessariamente organiche all’ente pubblico, con ciò introducendo l’idea della necessità
della previsione organica di un ufficio stampa in ogni ente pubblico che preveda per tale ufficio le
funzioni “tipiche” di ufficio stampa”, scrivendo (a pagina 30): “L’ufficio stampa, sostanziandosi
essenzialmente nella funzione di comunicazione all’esterno dell’attività istituzionale dell’ente
pubblico, risponde ad esigenze di carattere continuativo e deve, quindi, entrare nella previsione
organica del soggetto alla cui attività esse si riferisce” (Gianfranco Garancini, commento alla
sentenza citata in OG-informazione, n. 4/5/6-dicembre 1997, pagine 24 e 25).
Giornalisti iscritti obbligatoriamente all’Inpgi
“Il decreto legislativo n. 503 del 1992 prevede, all’art. 17, che “i dipendenti giornalisti
professionisti iscritti nell’apposito albo di categoria e i dipendenti praticanti giornalisti iscritti
nell’apposito registro di categoria, i cui rapporti di lavoro siano regolati dal contratto nazionale
giornalistico, sono obbligatoriamente iscritti presso l’Istituto Nazionale di Previdenza dei
Giornalisti Italiani Giovanni Amendola”; ne risulta che l’imposizione dell’obbligo di versamento
dei contributi all’INPGI è subordinata, in via esclusiva all’iscrizione del lavoratore all’Albo o
registro professionale e alla soggezione del rapporto di lavoro al Cnlg” (Cassazione, Sezione Lavoro
n. 11944 del 26 giugno 2004, Pres. Ciciretti, Rel. De Luca)

L'istituzione dell'ufficio stampa finalizzata a migliorare il livello di comunicazione fra
cittadini ed enti a vasta competenza territoriale
“L'istituzione dell'ufficio stampa da parte di una provincia non è soggetta ad approvazione da parte
della commissione centrale per la finanza locale e deve ritenersi legittima ed utile, rappresentando
una funzione strumentale di tipo organizzativo orizzontale finalizzata a migliorare il livello di
comunicazione fra cittadini ed enti a vasta competenza territoriale” (C. Conti Sardegna
Sez.Giurisdiz. 08-06-1994, n. 262; FONTI Riv. Corte Conti, 1994, fasc.3, 118).

“Fonti di informazione privilegiata devono ritenersi soltanto gli uffici stampa”
Le agenzie di stampa (nella specie, Ansa e Agi) non costituiscono fonti di informazione privilegiata
quali invece devono ritenersi soltanto gli uffici stampa presso i vari organi costituzionali e pertanto
non è invocabile l'esimente della erronea supposizione della verità del fatto diffamatorio. (Trib.

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Napoli, 11/10/1989; PARTI IN CAUSA Michelotti C. Soc. Edime; FONTE Dir. Informazione e
Informatica, 1990, 987).

PER UN DIPENDENTE COMUNALE ADDETTO ALL’UFFICIO STAMPA I
CONTRIBUTI PREVIDENZIALI DEVONO ESSERE VERSATI ALL’INPGI, IN CASO DI
ISCRIZIONE ALL’ALBO PROFESSIONALE E DI APPLICAZIONE DEL CNLG –
L’Istituto non ha l’onere di provare l’effettivo svolgimento di attività giornalistica (Cassazione
Sezione Lavoro n. 11944 del 26 giugno 2004, Pres. Ciciretti, Rel. De Luca).
 Il Comune siciliano di Vittoria ha assegnato al dipendente Giovanni M., iscritto nel registro dei
praticanti giornalisti, le mansioni di addetto stampa, con l’incarico di provvedere alla diffusione di
comunicati, di tenere rapporti con gli organi di informazione, di coordinare il servizio “Informa
Comune” (consistente nella redazione di un resoconto giornaliero circa le iniziative del Comune) e
di svolgere altre analoghe attività.
Pur applicando al dipendente il contratto nazionale di lavoro giornalistico, il Comune non ha
versato i contributi previdenziali in suo favore all’Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti.
L’INPGI ha ottenuto dal Tribunale di Roma un decreto ingiuntivo a carico del Comune, per il
pagamento dei contributi. Nel giudizio di opposizione che ne è seguito, sia il Tribunale che la Corte
di Appello di Roma hanno dichiarato infondata la pretesa dell’INPGI, in quanto hanno escluso che
sia stata data dimostrazione di un’attività obiettivamente giornalistica ed hanno ritenuto irrilevanti
l’iscrizione dell’impiegato nel registro dei praticanti e l’applicazione nei suoi confronti del contratto
nazionale di lavoro giornalistico.
L’INPGI ha proposto ricorso per cassazione, censurando la sentenza della Corte di Appello di
Roma per difetto di motivazione e violazione di legge.
La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 11944 del 26 giugno 2004, Pres. Ciciretti, Rel. De Luca) ha
accolto il ricorso. Il decreto legislativo n. 503 del 1992 – ha osservato la Corte – prevede, all’art. 17
che “i dipendenti giornalisti professionisti iscritti nell’apposito albo di categoria e i dipendenti
praticanti giornalisti iscritti nell’apposito registro di categoria, i cui rapporti di lavoro siano regolati
dal contratto nazionale giornalistico, sono obbligatoriamente iscritti presso l’Istituto Nazionale di
Previdenza dei Giornalisti Italiani Giovanni Amendola”; ne risulta che l’imposizione dell’obbligo di
versamento dei contributi all’INPGI è subordinata, in via esclusiva all’iscrizione del lavoratore
all’Albo o registro professionale e alla soggezione del rapporto di lavoro al CNLG.
 L’INPGI risulta quindi esonerato – ha affermato la Corte – dalla prova, all’evidenza difficile (se
non proprio impossibile) circa la natura giornalistica della prestazione lavorativa, che, tuttavia, può
ragionevolmente presumersi in presenza dei due requisiti previsti dalla legge. Chi intenda contestare
la legittimità del possesso di tali requisiti, ha l’onere di provare la natura non giornalistica della
prestazione lavorativa. In altri termini, una volta dimostrato il possesso dei requisiti (iscrizione del
lavoratore all’Albo o al registro e applicazione del CNLG) l’obbligo di versamento dei contributi
all’INPGI può essere negato soltanto ove il datore di lavoro fornisca la prova piena che quel
possesso risulti comunque illegittimo. Nel caso in esame – ha aggiunto la Corte – solo in funzione
di contestazione del legittimo possesso dei predetti requisiti andava apprezzata la prova, comunque
acquisita al processo, circa la natura giornalistica, o meno, della prestazione lavorativa. La Corte ha
rinviato la causa alla Corte d’Appello di L’Aquila per una nuova valutazione dell’intero materiale
probatorio, precisando che il giudice di rinvio dovrà tener conto del modello di ufficio stampa delle
amministrazioni pubbliche che una disposizione di legge sopravvenuta (art. 9 L. 7.6.2000 n. 150)
esplicitamente prevede e disciplina sulla falsariga di esperienze precedenti come quelle di cui
all’art. 58 legge Regione siciliana 18.5.1996 n. 33, modificato dall’art. 28 legge regionale 5.1.99 n.
4, nonché le esperienze di fatto praticate anche in precedenza, nella stessa regione ed altrove.




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Uffici Stampa della Pa e trattative Fnsi/Aran. Fantoni ha ragione formalmente,
ma Serventi Longhi ha dalla sua due articoli della Costituzione, che prevalgono
sulle leggi, e il “patto di alleanza” con Cgil, Cisl, Uil e Ugl.

La “vendetta” di Franco Bassanini
ha reso problematica l’applicazione
della legge 150/2000
negli uffici stampa pubblici
C’è una ragionevole soluzione: “Alla contrattazione collettiva nazionale per il relativo comparto o
area partecipano altresì – dice l’articolo 47-bis del dlgs 29/1993 (oggi dlgs 165/2001) - le
confederazioni alle quali le organizzazioni sindacali ammesse alla contrattazione collettiva siano
affiliate”. La Fnsi ha un “patto di alleanza” con Cgil, Cisl, Uil e Ugl. L’Aran potrebbe considerare i
rappresentanti della Fnsi “incorporati” nella delegazione confederale.

Analisi di Franco Abruzzo
1. La notizia. Fantoni (Aran) sugli Uffici stampa della Pa: “La Fnsi è esclusa
dalle trattative”. Al tavolo per l'accordo quadro dei giornalisti che lavorano nelle pubbliche
amministrazioni, previsto dalla legge 150 del 2000, «la Fnsi non compare tra i sindacati
rappresentativi da convocare». Lo ha dichiarato Guido Fantoni, presidente dell'Aran (l'Agenzia per
la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni) durante un'intervista a TelePa, la web
tv del ministero della Funzione Pubblica. «La trattativa è ferma - ha spiegato Fantoni - per
un'imperfezione della legge, che prevede che siano i contratti collettivi, stipulati previo consenso
della Federazione nazionale della stampa, a regolamentare alcuni aspetti della professione». Ma
questo «non è tecnicamente possibile - aggiunge il presidente dell'Aran - perché il sistema del
pubblico impiego prevede che al tavolo delle trattative si siedano solo le rappresentanze sindacali
del comparto e, fra queste, non figura la Fnsi».
Oltretutto «i sindacati rappresentativi hanno espresso un parere formale negativo alla nostra
richiesta di coinvolgere il sindacato dei giornalisti, perché questo potrebbe creare un pericoloso
precedente per altre categorie, ad esempio gli avvocati e gli ingegneri». Per Fantoni vista «la
difficoltà di stipulare un accordo quadro, credo che dovremo riproporre la questione con accordi di
comparto». (Adnkronos).

2. La reazione di Paolo Serventi Longhi (segretario generale della Fnsi): “I
giornalisti degli uffici stampa aspettano da oltre cinquant’anni l’applicazione del
contratto di categoria. Le speranze suscitate dalla Legge 150, dopo quattro anni, vengono ora
frustrate dalle dichiarazioni del Presidente dell’ARAN che rappresentano un attacco a tutti i
giornalisti. Le motivazioni addotte appaiono speciose: Fantoni afferma che la Fnsi non è ammessa
alla contrattazione nel pubblico impiego; ma non tiene conto della esclusiva rappresentatività del
Sindacato dei giornalisti anche nel settore della pubblica amministrazione. E' difficile comprendere
perché la Legge 150 non debba essere applicata in quanto considerata in contrasto con altre norme.
Non ci risulta, peraltro, che i sindacati rappresentativi abbiano espresso un parere formale negativo,
anzi, almeno fino a questo momento, hanno istaurato con la Fnsi un dialogo costruttivo. Per questo
chiediamo l’intervento del Ministro Mazzella, il cui Dicastero è intervenuto a favore
dell’applicazione della legge in tutte le sue parti, e del Parlamento che ha approvato la 150. In
assenza di immediate e positive risposte ai giornalisti italiani non resterà che ricorrere ai Tribunali
amministrativi regionali ed eventualmente al Consiglio di Stato per ottenere giustizia. Nel frattempo
la Fnsi mobiliterà tutte le strutture del sindacato ed i colleghi degli uffici stampa a sostegno del
contratto di lavoro". (da www.fnsi.it)

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3.    Fantoni (Aran) ha ragione formalmente, ma Serventi Longhi (Fnsi) ha
dalla sua due articoli della Costituzione, che prevalgono sulle leggi, e il “patto di
alleanza” con Cgil, Cisl, Uil e Ugl. Sulle mansioni che negli uffici stampa saranno assegnate
al "personale iscritto all’Albo nazionale dei giornalisti" si dovrebbe svolgere la contrattazione, con
la presenza della Fnsi, in sede Aran. La contrattazione collettiva punta alla "individuazione e alla
regolamentazione dei profili professionali".
L’articolo 51 (secondo comma) della legge n. 388/2000 (legge finanziaria 2001) afferma: “Ferme
restando le disposizioni di cui all'articolo 39, comma 3-ter, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, e
successive modificazioni, sono abrogate le norme che disciplinano il procedimento di contrattazione
collettiva in modo difforme da quanto previsto dalle disposizioni di cui al decreto legislativo 3
febbraio 1993, n. 29, e successive modificazioni”. In sostanza, secondo l’articolo 47-bis del dlgs
29/1993 (oggi Dlgs 165/2001), “l’Aran ammette alla contrattazione collettiva nazionale le
organizzazioni sindacali che abbiano nel comparto o nell'area una rappresentatività non inferiore al
5%, considerando a tal fine la media tra il dato associativo e il dato elettorale. Il dato associativo è
espresso dalla percentuale delle deleghe per il versamento dei contributi sindacali rispetto al totale
delle deleghe rilasciate nell'ambito considerato. Il dato elettorale è espresso dalla percentuale dei
voti ottenuti nelle elezioni delle rappresentanze unitarie del personale, rispetto al totale dei voti
espressi nell'ambito considerato. Alla contrattazione collettiva nazionale per il relativo comparto o
area partecipano altresì le confederazioni alle quali le organizzazioni sindacali ammesse alla
contrattazione collettiva ai sensi del comma 1 siano affiliate”. Per ora nelle pubbliche
amministrazioni non esiste il comparto degli Uffici stampa e degli Urp e che, ove esistesse, la Fnsi
difficilmente potrebbe raggiungere la percentuale del 5 per cento, considerando che in questo nuovo
comparto non opererebbero soltanto giornalisti. L’Aran, che rappresenta il Governo come datore di
lavoro, ha deciso di non convocare la Fnsi per discutere l’applicazione del contratto ai giornalisti
impiegati negli Uffici stampa, ignorando che la Fnsi stessa è unita da un “patto di alleanza” con
Cgil, Cisl, Uil e Ugl (articolo 16/l dello Statuto della Fnsi). Rappresentanti delle quattro
Confederazioni sono presenti di diritto nel Consiglio nazionale della Fnsi .
Va detto anche che l’articolo 51 fa salve “le disposizioni di cui all'articolo 39, comma 3-ter, della
legge 27 dicembre 1997, n. 449”. L’articolo 39 detta “disposizioni in materia di assunzioni di
personale delle amministrazioni pubbliche e misure di potenziamento e di incentivazione del part-
time”. Il Consiglio dei ministri, - anche se la legge 449/1997 impegna il Governo alla riduzione
progressiva del numero dei dipendenti pubblici -, può sempre deliberare nuove assunzioni (tramite
concorsi pubblici) negli apparati pubblici “dopo una istruttoria diretta a riscontrare le effettive
esigenze di reperimento di nuovo personale e l'impraticabilità di soluzioni alternative collegate a
procedure di mobilità o all'adozione di misure di razionalizzazione interna” e quando vengono
creati “nuove funzioni e qualificati servizi da fornire all'utenza”.
Dal punto di vista formale, Guido Fantoni (presidente dell'Aran) ha ragione, ma anche Serventi
Longhi ha ragione, invece, sotto il profilo dell’esame sistematico dell’ordinamento giuridico della
professione giornalistica. Procediamo con un esempio illuminante. Le aziende editoriali (che fanno
riferimento ai sub-contratti Frt, Uspi e grafico editoriale) dal primo gennaio 1996 sono, comunque,
tenute a versare i contributi sui minimi previsti dal contratto Fnsi-Fieg in base al comma 25
dell’articolo 2 della legge n. 549/1995 (che è la legge finanziaria per il 1996). Dice il comma 25:
“In caso di pluralità di contratti di contratti collettivi intervenuti per la medesima categoria, la
retribuzione da assumere come base per il calcolo dei contributi previdenziali e assistenziali è quella
stabilita dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori
comparativamente più rappresentativi nella categoria”. Per quanto riguarda la categoria dei
giornalisti, il contratto più rappresentativo è quello Fnsi-Fieg. C’è da precisare che le aziende,
comunque, sono tenute per legge ad assicurare esclusivamente con l’Inpgi i giornalisti
professionisti, pubblicisti e praticanti, che lavorano a tempo pieno. La morale alla Fedro di questo
esempio si può riassumere così: niente da dire sulla libertà costituzionale delle imprese di non
iscriversi alla Fieg (e di non applicarne il contratto stipulato con la Fnsi), ma la casa previdenziale

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dei giornalisti è, comunque, l’Inpgi.
Lo stesso ragionamento deve guidare chi è chiamato a sbrogliare la matassa Aran-Fnsi. I lavoratori
hanno pari dignità sociale (art. 3 Cost.) e hanno libertà di associazione (art. 18 Cost.). E’ evidente
che l’articolo 51 della legge 388/2000, limitando la capacità contrattuale ai sindacati presenti nelle
pubbliche amministrazioni che toccano la soglia del 5 per cento, viola i principi della pari dignità
sociale e della libertà di associazione. In sostanza Paolo Serventi Longhi deve prepararsi ad
impugnare davanti ai giudici del lavoro il veto dell’Aran, che nega la capacità contrattuale della
Fnsi. Ai giudici i legali della Fnsi dovranno chiedere di sollevare questione di legittimità
costituzionale dell’articolo 51. L’altra via è una norma interpretativa approvata dal Parlamento,
ma questa seconda via appare difficile (il Parlamento è ingolfato). Anche su tale punto c’è una
morale alla Fedro che si può riassumere così: niente da dire sulla libertà costituzionale dei
giornalisti di aderire alla Fnsi e di farsi rappresentare soltanto dalla Fnsi. L’Aran, però, non può
non prenderne atto e chiamare la Fnsi alle trattative. Altrimenti l’Aran si porrebbe in conflitto con
gli articoli 3 e 18 della Costituzione.

4. La “vendetta” di Franco Bassanini ha reso problematica l’applicazione della
legge n. 150/2000. Le difficoltà per la Fnsi sono state costruite tutte dall’ex ministro alla
Funzione pubblica Franco Bassanini (e dall’ex sottosegretario al Tesoro Piero Giarda). Bassanini e
Giarda hanno subito il varo della legge 150/2000 e di quell’articolo 9, che prevede la presenza di
giornalisti negli uffici stampa delle pubbliche amministrazioni. La loro vendetta è il comma 2
dell’articolo 51 della legge n. 388/2000, che esclude formalmente la Fnsi dalle trattative, perché
priva di rappresentanza nel comparto. Quel comma è stato infilato di soppiatto nella legge e nessuno
ne ha compreso le ripercussioni. Bassanini non era solo: era in compagnia di Giuseppe Tesauro
(Antitrust), Mario Pirani (Repubblica) e Ferpi (Federazione relazioni pubbliche italiane).
La storia successiva al varo della legge 388/2000 va ricostruita così. L’emanazione del regolamento
(7 febbraio 2001) è stata preceduta da una vivace polemica all’interno del Governo Amato tra il
ministro Franco Bassanini e il sottosegretario Raffaele Cananzi (mentre Mario Pirani “sparava”
bordate di piombo dalle colonne di “Repubblica” contro la legge 150). Nel regolamento, si prevede
che le attività di informazione (uffici stampa) saranno riservate ai giornalisti professionisti e
pubblicisti, mentre quelle di comunicazione (Urp) ai laureati in Relazioni pubbliche e Scienze della
comunicazione. Cananzi ha difeso lo spirito della legge 150 e soprattutto l’articolo 9, che disciplina
l’accesso esclusivo dei giornalisti negli uffici stampa. Cananzi nel dicembre 2000 aveva contestato
in particolare la decisione, ispirata da Bassanini, di far presentare, tramite il sottosegretario al
Tesoro Giarda, un emendamento all’articolo 51 della Finanziaria, che, una volta approvato, avrebbe
snaturato completamente la legge 150. Quell’emendamento avrebbe sostituito i giornalisti con i
laureati in relazioni pubbliche. Quell’emendamento, però, è stato dichiarato "inammissibile per
materia" dall’allora presidente del Senato, Nicola Mancino. Poche ore dopo Giarda ha presentato il
testo dell’emendamento n. 2 dell’articolo 51, che, invece, è passato.
Il 26 luglio 2001, MF e Ansa riferiscono che Giuseppe Tesauro, presidente dell’Antitrust, con una
segnalazione ai presidenti del Senato e della Camera nonché al presidente del Consiglio e al
ministro della Funzione pubblica, si è scagliato contro la presenza obbligatoria di giornalisti negli
uffici stampa delle amministrazioni pubbliche prevista dalla legge n. 150/2000. Si sa che il
Consiglio dei Ministri il 2 agosto successivo (il ministro della partita frattanto è Frattini, padre della
legge 150 con Di Bisceglie) dovrà recepire in un Dpr il regolamento della legge 150, dopo il disco
verde dato il 21 maggio dal Consiglio di Stato ("Lo schema di regolamento, in linea con le
previsioni e le finalità fissate dalla richiamata norma primaria, prevede in dettaglio i requisiti di
professionalità specifica che devono possedere i dipendenti addetti ai servizi di informazione e
comunicazione. Il provvedimento e suddiviso in due previsioni, quella futura, e quella temporale-
transitoria relativa alla situazione attuale. Sul contenuto del provvedimento, che appare conforme
agli scopi previsti dalla normativa, la Sezione esprime parere favorevole"). Il siluro è tempestivo.
Tesauro - che è sulla linea della Ferpi, di Bassanini e Giarda - vuole allargare l’offerta, come scrive,

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ai laureati in relazioni pubbliche e in scienze della comunicazione. In particolare l’Antitrust ritiene
che alcune disposizioni della legge 150 "producano ingiustificate restrizioni della concorrenza e del
libero mercato subordinando il reclutamento del personale degli uffici stampa all’iscrizione
nell’Albo dei giornalisti". L’Ordine dei Giornalisti della Lombardia ribatte subito, osservando
preliminarmente che "i laureati in relazioni pubbliche e in scienze della comunicazione non sono
vincolati per legge al rispetto di una deontologia professionale" e ricordando che "questa manovra,
portata avanti dall’ex ministro Franco Bassanini, è già fallita in Parlamento in sede di approvazione
della Finanziaria 2001".
Nel comunicato dell’Ordine di Milano si legge ancora: “Strano destino quello del professor
Tesauro, che nel giro di 4 anni ha perso tutte le battaglie ingaggiate contro gli Ordini professionali
italiani e contro i professionisti italiani. E’ stato abbandonato al suo destino dal Governo Amato,
che nel settembre-novembre 2000 ha presentato un progetto di riforma degli Ordini, che prevede
l’esistenza di tutti gli Ordini in essere, mentre con la direttiva sul commercio elettronico (approvata
il 4 maggio 2000 dal Consiglio europeo), la Ue ha dato una serie di regole che riguardano le libere
professioni e ha chiamato gli Ordini italiani a vigilare su Internet. Il nuovo Governo, per bocca del
ministro Maurizio Gasparri, ha già comunicato che non ha alcuna intenzione di sopprimere gli
Ordini e in particolare quello dei giornalisti”.
“Colpisce - afferma ancora l’Ordine - che a un giurista del valore di Giuseppe Tesauro sfuggano le
ragioni in base alle quali il Parlamento ha deciso di affidare, con una legge, gli uffici stampa delle
pubbliche amministrazioni ai giornalisti iscritti nell’Albo. I giornalisti hanno una deontologia fissata
per legge e hanno il dovere di comunicare con correttezza. Le pubbliche amministrazioni,
contrariamente a quello che pensa Tesauro, hanno l’obbligo di comunicare ai cittadini, principio
costituzionale trasfuso nella legge 241/1990, nel dlgs n. 29/1993 (oggi n. 165/2001) e nella legge
150/2000. Soltanto i giornalisti, secondo il Parlamento, possono garantire una informazione
tempestiva, corretta e di qualità sui “fatti” che riguardano le pubbliche amministrazioni”.
Il 2 agosto successivo il Consiglio dei ministri trasforma il Regolamento in Dpr (che poi sarà
identificato con il n. 422/2001). La proposta è illustrata dal ministro della Funzione pubblica,
Frattini. Il Governo boccia le argomentazioni dell’Antitrust e per Tesauro la sconfitta, come gli
era stato vaticinato, è molto amara. Il professore napoletano si rende conto che le sue prediche sono
davvero inutili e che nessuno lo ascolta, perché la legge 150 non viola il principio della
concorrenza. E alla fine anche la Ferpi lo abbandona, dicendosi “molto soddisfatta
dell’approvazione del regolamento di attuazione della legge 150 e soprattutto della possibilità di
partecipare con le sue strutture ai percorsi formativi previsti dalla stessa legge” (fonte: puntocom, 8
agosto 2001), In sostanza la Ferpi rinuncia al ricorso in sede comunitaria. I giornalisti hanno vinto
anche questa battaglia. Ora, però, bisogna vincere la guerra, conquistando il contratto per gli addetti
agli Uffici stampa della Pubblica amministrazione.

Franco Abruzzo
presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia




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