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11/16/2011
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In mezzo all'ampia vallata, che da Airola si estende fino a Roccabascerana, di rimpetto al massiccio del Taburno, si

trova una collina sulle cui falde si posa dolcemente Montesarchio. Ivi, fra Bonea e Ceppaloni, era Caudium, che

diede nome alla valle ed ai popoli caudini che l'abitarono ai tempi dei gloriosi Sanniti. Errano coloro che vogliono

Caudio in altro sito perché fu ben determinato dall'Antonino nel suo antico itinerario nel quale lo descrive a 12

miglia da Benevento, esattamente a 9 miglia e 3 quinti dei tempi moderni che intercorrono tra Benevento e

Montesarchio, essendo il miglio romano quattro quinti del nostro. Del resto, i ritrovamenti dei resti della Villa di

Cocceo, proprio a Bonea, confermano oggi questa antica tesi. Caudio era una città importante, ai laboriosi tempi dei

Sanniti, che aveva disposti tutt'intorno una corona di molti templii. Uno di essi era dedicato alla dea Cerere, e da

Cereris ara dovette derivare il nome di Cervinara, paese sorto intorno al tempio di cui si vede ancora qualche

colonna, per metà interrita, avanzi di una antica grandezza, nella zona di Santa Maria della Valle e di Castello.

Anche se altri pensano ad un'origine dovuta ad una cella vinaria, nessuna ipotesi può comunque considerarsi

certezza storica. Un'altra, per esempio, è quella di Domenico Capolongo, secondo il quale fu proprio una mandria di

cervi di questa enorme zona boscosa a dare il nome all'abitato. L'unica a combaciare sarebbe la denominazione di

Cervinaria, utilizzata in un'antica cronaca del monastero di Farfa che ivi possedeva un fondo, che però ci fa pensare

ai cervi volanti, a degli insetti, alle acque paludose, e quindi avvalorare uno storico che quando scriveva di Cervinara

parlava di "aria mediocre". Né gli animaletti con le corna, né l'aria poco salubre però ci piace. E se proprio anche a

noi tocca azzardare, per scegliere una via di mezzo, parleremo di una distesa campestre, un'enorme aria, color

cervino e per questo cervinia. Comunque sia, convertito alla fede cristiana il Tempio di Cerere, sorsero intorno ad

esso nuovi nuclei abitati di servi della gleba che andarono ad unirsi alle case già esistenti, se esistenti. Con

l'invasione dei Longobardi, su una collina poco distante, fu edificato un maestoso Castrum, una fortezza solo

militare, di cui, fra distruzioni e rifacimenti, ancora oggi è possibile ammirare i resti. Attorno ad essa si strinsero nel

tempo i contadini per sfuggire alle incursioni delle bande di briganti e malandrini, formando il nuovo nucleo abitato

di Cervinara: il Castello. Siamo ormai alla nascita dei Casali (più o meno i nuclei che vediamo), allorquando, altri

nobili vassalli, con al seguito intere famiglie di contadini, giunsero nel tempo ad occupare le terre poco lontane

cedute a terzi per lavorarle e produrre economia per conto del loro signore, abate o feudatario che sia. Presero così

corpo i Casali degli Ioffredi, dei Ferrari, degli Scalomoni, dei Salomoni (che ebbero nome dal ceppo delle famiglie

che li abitarono), fino ai villaggi dei Pantanari, di Trescine, Pirozza, San Marciano e di altre zone occupate dalle

famiglie che erano alle dirette dipendenze del feudatario del Castello della Terra di Cervinara. I discendenti di quegli

ex castellani, ex casalini e delle nuove famiglie seicentesche giunte con la bella nobiltà napoletana, danno ancor oggi

vita alla cittadella di Cervinara, capoluogo di mandamento nel 1800, con quasi 8.000 abitanti, su un territorio di

1737 ettari collocato a 284 metri sul livello del mare. Vini, frutta, cereali e i rinomati pioppi di Cervinara hanno fatto

il giro dell'ex Regno delle Due Sicilie, da un paese che, già nel secolo scorso, si vantava di avere sul territorio i

servizi periferici del governo, dalla Pretura all'Ufficio del Registro, dalla stazione dei Carabinieri alla Brigata della

Guardia di Finanza. Strade basolate sempre pulite, belli edifici e comodi mezzi di trasporto per Avellino, Benevento

e Napoli, fanno da sempre di Cervinara il fiore all'occhiello della Valle Caudina.



(Libero adattamento da Luigi Pennetta)



Di Cervinara si fa menzione, la prima vol ta, nella Cronaca del Volturno (Chronicon Vulturnense) riportata

dal Di Meo negli Annali, dove si legge che, nell'anno 837, gli ex duchi longobardi di Benevento (era principe

Sicardo, succeduto al padre Sicone), in cambio di alcune terre e chiese date ai frati del monastero di San

Vincenzo al Volturno, presero da essi, fra gli altri beni, il Castello di Cervinara (inteso come Castrum, ovvero

borgo militare racchiuso dalle mura nel paese dei Caudetani=Caudini, sorto intorno al Castello o ad una

torre di avvistamento), sito presso le forche Caudine, ossia "Castrum quod dicitur Cerbinaria in

Caudetanis". Più che un Castrum da difesa di proprietà dei monaci, bisognerebbe però parlare della terra

dove ricadeva il Castello dei Caudini, probabilmente fatto costruire dagli stessi Longobardi che, dopo

l'entusiasmo della conversione al cristianesimo, rivendicarono l'acquisizione delle terre conquistate dai loro

padri. Territori dove, fin dai tempi dei Sanniti, non erano mancati degli insediamenti indigeni, ovvero degli

Oppidi recintati da mura, costituiti da case, stalle e animali. Sui resti di alcuni di questi Oppidum erano poi

sorte delle fortezze a protezione delle distruzioni operate dai Romani. In verità, alcuni sepolcreti della zona,

che hanno restituito strutture murarie e materiali architettonici, testimoniano una presenza anteriore al III

secolo a.C., relativamente a Ville rustiche esistenti nella zona di Valle e di Castello, le famose Starze (di cui

spesso rincontriamo il nome nelle frazioni dei nostri paesi), o stazioni, costruite per il riparo, di uomini e

animali durante gli spostamenti da Oppidum ad Oppidum sannita. Le stesse, quasi sicuramente, ma è una

convinzione tutta nostra, servirono poi da riparo a legionari e postali che si spostavano da città a città

romana, assumendo le sembianze di ville, delle ville-masserie appunto, fulcro amministrativo dei grandi

appezzamenti terrieri e montani che mantennero più o meno le divisioni che riscontreremo con le corti

longobarde. In alcuni casi erano affidate a sacerdoti direttamente dall'imperatore. Essi avevano il compito di

pregare per gli dei e per Roma, ereggendo un tempio e creando un culto alle divinità pagane anche sui più

remoti territori conquistati. Su quei latifondi, suddivisi ed affidati ai patrizi romani che avevano combattuto e

vinto i Sanniti, nacquero ancora delle vere e proprie ville coloniali a vista o a guardia della strada principale,

come nel caso dell'Appia. Non era necessaria la presenza dell'acqua potabile, in quanto i romani erano

maestri ad incanarla direttamente dalle sorgenti di montagna (ischie) attraverso dei cunicoli sotterranei,

creando degli sfiatatoi in superficie, quelli che ancora ritroviamo e chiamiamo pozzi chiusi, collegati

perpendicolarmente fra loro. Abbiamo infine le tombe dei patrizi, costruite sui colli più alti, oltre le colonne e

le pietre miliari, sempre lungo grandi strade come l'appia. Nei pressi di questi sconvolgimenti dell'aspetto

naturale del territorio (la città di Caudium, i vari Oppidi sanniti, Starze, Ville romane, Ville patrizie, Tombe

e Templi), e più specificatamente sui resti degli stessi, le civiltà si sono sovrapposte alla meglio negli secoli, fra

una distruzione e l'altra, dopo una grande o piccola battaglia, una sterminante o leggera epidemia. Scegliendo

ora una Villa, ora un Oppido, ritornando casomai alla Starza, o facendo tappa su un tempietto, le poche tribù

di Caudini sopravvissero con la pastozia e la caccia negli anni più bui, finché non furono accolte nelle braccia

della Chiesa di Benevento, ovvero restando nei territori che abitavano, dove aveva giurisdizione il potere

temporale della Chiesa. (Che era già della Chiesa di Roma, che fosse stato in qualche modo Terra di

Gerusalemme o di Bisanzio, in questo periodo così nero in quanto a notizie, è solo un particolare.) Diciamo

che alcuni ordini religiosi, di origine a noi ignota, ma di diramazione beneventana, provvidero ad inviare dei

monaci per costruire Chiese a destra e manca, delimitando i propri beni. Per coltivare quei terreni fu poi

necessario l'impiego di intere famiglie di servi della gleba. I poveri eremiti, non avendo mezzi a sufficienza

per edificare Cappelle, quasi sempre si ritrovarono ad utilizzare materiali di risulta preesistenti. E di che cosa

servirsi se non di pietre, ferri e legni provenienti da tombe, strarze eccetera?! E come chiamarli quei luoghi se

non coi nomi naturali che già avevano, legandoli ai simboli o ai culti che li avevano preceduti? Il metodi

seguito fu lo stesso, per molti secoli, nel 500 come nel 1000. (Ad esempio, per il monte Vergine sarebbe nato il

culto a Santa Maria Genitrice di Dio sita a valle, zona Embreciera di Summonte, al confine tra la Contea di

Avellino e quella di Benevento, dipendenza beneventana di San Modesto. Sulle tombe ritrovate, qualche volta

gridando al finto miracolo, del tipo San Modestino di Mercogliano, forse mai esistito in quanto la tomba era

di un soldato romano, con tanto di iniziali sopra, o come successe posteriormente con Santa Filomena,

anch'essa mai vissuta.). Attorno a delle piccole chiese, tanto per essere semplici, abbiamo detto che giunsero

dalle abbazie centrali delle famiglie monastiche prima e dei vassali con i servi della gleba poi, per dissodare,

coltivare e creare rendite. Quando si cominciarono a conoscere e suddividere i latifondi, a Benevento si pensò

bene di vendere, permutare, cambiare, unire e via discorrendo, terreni, e famiglie di vassalli (che nel mentre

avevano fatto nascere dei Casali abitati dai contadini) ad altre Chiese, orfanatrofi o privati cittadini liberi

delle varie province sannitiche. Un paradiso quasi terrestre, insomma, che era stato sconvolto dall'arrivo dei

barbari a Benevento. Ma l'opera dei cristiani, diffusasi ormai nelle città e nei luoghi di culto più grandi, aveva

convertito perfino i Longobardi beneventani che, nei primi anni, non seppero far altro che costruire fortezze

militari, guardandosi in cagnesco l'uno contro l'altro. Innamoratisi poi i principi del monastero femminile

della Chiesa di Santa Sofia, si convertirono al cristianesimo e continuarono ad abitare i loro freddi Castelli

per far costruire armi, ponti, strade e muraglioni e permettendo alla Chiesa di amministrare i territori

assoggettati. I Longobardi, nel frattempo, esauritosi l'entusiasmo iniziale dell'assoluzione, non sapendo che

fare, dovettero scocciarsi e cominciarono a vantare qualche diritto. Anche perché i tempi cambiavano e

c'erano altri barbari, più barbari di essi, che tagliavano le teste e venivano dall'Oriente. Il Castello di

Cervinara, prima dell'837 era dipendente dall'abate di San Vincenzo al Volturno, ma la proprietà della

fortezza militare - lo pensa Barionovi - dovette essere dei Bizantini. Di certo appartenne ai principi

longobardi di Benevento e seguì la sorte di questa città finché restarono i Longobardi nella terra beneventana

della Chiesa. Con la comparsa dei Saraceni nella zona, chiamati dai Napoletani contro Sicardo, erano nati

Castelli a destra e a manca per proteggere le case dei contadini che tendevano ad avvicinarsi alla cinta del

Castello per sentirsi protetti. Scontri violenti fra gli invasori, calamità, distruzioni: sono duecento anni in cui

nessuno sa cosa successe. Di una curtis nel Castello di Cervinara, però, si parlerebbe in un documento

dell'anno 1000 dell'abbazia di Santa Sofia di Benevento. Fu allora che devono essere nate anche le annesse

chiese di San Filippo, già distrutta alla fine del 1500 in quanto si accenna appena ad una selva, e di San

Giovanni in Castro (ovvero in Castrum=Castello). Di certo esisteva la Chiesa di San Nicola (dettaparrocchia

nel 1655) con una attigua Curtis, entrambi site nel Castello di Cervinara. Giunti i Normanni, la Valle

Caudina e tutti gli ex Oppidum sanniti sopravvissuti ai Saraceni in essa racchiusi furono da Re Ruggieri (o

Ruggero II) dati in dote alla sorella Matilde de Hoteville, che sposò Rainulfo Butterico conte di Avellino.

Ruggiero era il primo re normanno della Sicilia, figlio di Ruggeri I principe normanno, il quale, fatto

prigioniero papa Innocenzo II, da lui si fece cedere il ducato di Puglia e il principato di Capua. Dopo il 1108,

in cui si parla nuovamente del Castrum inteso come fortezza, si sa qualcosa anche del Castellum: un

agglomerato abitativo (borgo fortificato) comprendente case coloniche, casalia hominum, ai tempi, appunto,

della dominazione normanna. Successe poi che Castello e borgo dovettero essere distrutti dagli invasori, in

quanto la terra fu assorbita dal vicino Castello di Arpaia che il conte Normanno aveva scelto come sede

politico-amministrativa dell'intera Contea. Castello che dovette accogliere anche i casalini superstiti veri e

propri di chissà quale battaglia se è vero che nel 1127 si parla di ex Castello, zona in cui la Chiesa,

approfittando dei litigi comitali, incrementò l'invio di monaci, per nuove e vecchie fondazioni ecclesiastiche,

con al seguito intere famiglie di casalini da utilizzare per dissodare le terre. Cervinara dunque, guardata da

due militi, ricadeva sotto il comando di un conte, il comes Malcerius, al quale (se non si tratta della stessa

persona successe Malgerii o Malgerio), ma non era feudo a sé, era parte integrante, quindi suffeudo, con

Arpaia, dove, dopo il 1150, aveva il suo demanium Roberto Sansoni de Molino (o De Molinis), signore di

Arpaia e Cervinara. Null'altro apprendiamo dal catalogo dei baroni Normanni su questo periodo, essendo

annoverato solo Arpaia, in quanto mai è citato un Castello di Cervinara, bensì solo il feudo di un milite. Il Di

Meo riferisce che nel 1132 Matilde de Hauteville venne in rottura con Rainulfo, rifugiandosi dal fratello a

Salerno, con il quale si lagnò e protestò in quanto non voleva più unirsi al marito, dal quale rivoleva indietro

la dote. La già nota contesa fra Re Ruggieri ed il conte di Avellino a questo punto si inasprì e il conte, con un

esercito di 3.000 cavalieri e 40.000 fanti, si recò nei suoi Castelli della Hauteville in Valle Caudina (non è detto

Cervinara), dove aspettò l'assalto del cognato. Guerreggiò per ben tre anni, fino al 1135, quando fu sconfitto e

tutte le terre e gli oppida della Valle furono posti a sacco e fuoco, eccetto Montesarchio ed Arpaia, unici due

luoghi fortificati esistenti per certo. Con il sopraggiungere degli Svevi, con Federico II sul trono del Regno di

Sicilia, non volendosi arrendere, la Valle Caudina fu nuovamente distrutta e messa a fuoco al passaggio delle

truppe del re, che ridussero in briciole il borgo e il Castello di Cervinara, già ricostruito per la seconda volta

da Rainulfo II. Subito dopo il re ordinò, siamo nel 1240, che il Castello di Montesarchio fosse elevato a dignità

imperiale, come nel caso di Pietrastornina, Avellino ed altri, e quindi ad avere giurisdizione sull'intera

sotto-provincia foggiana della Valle Caudina, per essere stati, gli altri Castelli rasi completamente al suolo,

ma anche per darsi un'immagine, un tono, adesso che c'era un potere diverso, c'era uno stato nuovo: il Regno

di Sicilia. Nel 1240 appunto, Cervinara, unitamente a San Martino, era tenuta alla riparazione, alla guardia e

alla custodia del Castello imperiale di Montesarchio, ove c'era un fidato giureconsulto dell'imperatore, ivi

insediatosi per l'amministrazione dei feudi e il controllo degli stessi signori, oramai tutti fedeli di Casa sveva.

Nel 1250, milite (sempre dell'ex Castello di Cervinara) era il suffeudatario Soaldo Cappello; nel 1270, Cunsio

de Morello e, nel 1273, Bartolomeo De Luciano. A Cervinara però, anche se non c'era più una sede politica

nel Castello, era nato un primo palazzo, esistente nel 1251, detto "Palazzo della Chiesa di San Matteo", ferma

restante la proprietà del monastero di San Gabriele di Airola, quantizzabile in ben 120 casalia hominun,

costituiti dalle case e dai naturali di quell'ex Castello addetti a coltivare la terra della fondazione ecclesiastica

di Airola. Si tratta di case sparse, come confermato in un documento del 1273 in cui si parla di usurpazione di

15 casate di coloni, ai danni del monastero di San Gabriele, che nella zona già possedeva anche le tre chiese di

San Celestino in Monte Virgilii, San Vitaliano e San Felice "ubi dicitur ad Collina" (probabilmente si tratta

di San Felice a Cancello). Del monastero di San Gabriele erano anche la Chiesa di San Festo, in località

Marmora, forse alle Campizze di Rotondi, presso la strada regia. La Chiesa di San Gennaro ai Ferrari, sita di

fronte al palazzo marchesale, è un'arcipretura esistente nel 1280 e forse anche anteriore al 1250, essendo già

menzionato un arciprete, incarico che, nel 1343, poteva permettersi di eleggere parroci, conferire ordini e

sospendere sacerdoti. Nel 1367 comparirà Santa Maria della Valle; nel 1350 San Pietro; di un Campo San

Pietro si parlerà nel 1318: i Casali erano già nati. I Pantanari dovettero essere zona di Montevergine, il

monastero che ivi possedeva il priorato di Santa Maria delle Grazie fin dagli inizi del 1334, allorquando

abbiamo il primo priore. Il materiale col quale fu ricostruita, però, dovette appartenere ad una Chiesa

precedente, in quanto, gli elementi lapidei ritrovati sono del 1150 circa e alcuni capitelli fanno preciso

riferimento al Chiostro di Santa Sofia di Benevento. Sappiamo poi della donazione di una Cappella e di una

riedificazione della Chiesa e campanile nel 1526. (Soppressa nel 1653, fu annessa al Seminario di Benevento e

il convento e l'annesso giardino affittati, mentre la Chiesa andò in rovina. Ricostruita fu riconsacrata nel

1700.) Nel 1133 era di Santa Sofia anche la Chiesa di Sant'Angelo, sita fuori la Porta delle mura del Castello,

detta appunto di Sant'Angelo, come da un documento del 1390 e dalla successiva specificazione di Castro,

dopo il 1590. San Biagio alla Collina, anticamente di monte Tolino, esisteva invece fin dal 1127. (La Chiesa

di Sant'Angelo a Pitigliano faceva parte del distretto della parrocchia di Sant'Adiutore poco prima del 1600,

ma probabilmente sita nel territorio di Rotondi, luogo ov'era anche la Chiesa di Sant'Andrea a Pitigliano che,

nel 1700 apparteneva all'Università di Rotondi. Chiese minori come quella di San Paolino della parrocchia di

San Nicolò e Santa Marina del Fondo appaiono più in veste di Cappelle nate per contraddistinguere la

proprietà dei fondi.) In origine, gli abitanti dei Salamuni, non era no altro che dei coloni, forse inviati da

Santa Sofia sui possedimenti contrassegnati dalla Chiesa di Sant'Adiutore "apud Montem Virginem" già nel

1120. Nel 1108, però, stranamente, il possesso è confermato al monastero di San Gabriele di Airola.

Comunque sia, Sant'Adiutore divenne parrocchia prima del 1333. Molti beni di Santa Sofia erano passati -

evidentemente - da Benevento ad Airola. I monaci di San Gabriele si trovarono così a gestire un'enorme forza

di uomini e terre. Il Casale di Valle, per esempio, esisteva nel 1273, come confermato nel 1339. Dei Pantanari

si ha notizia a partire dal 1370; dei Ferrari invece si parla nel 1300, con l'annessa Chiesa esistente già nel

gennaio del 1280. Durante la lotta tra Re Manfredi di Svevia ed il papa, l'esercito pontificio, comandato dal

cardinale Ubaldini, si era accampato da queste parti, ritrovando ristoro fra le varie dipendenze della Chiesa.

Nelle succesive lotte con Re Carlo d'Angiò, vi si accampò poi il regio esecito angioino, poco prima di uccidere

Manfredi nel 1266. Quasi certamente, con l'arrivo degli Angioini nel regno, insieme al feudo, nacque

l'Università dei Cittadini di Cervinara, la Terra di Cervinara. Non sappiamo però la data certa in cui

l'Università degli abitanti aventi in comune il patrimonio, gli oneri e i debiti, si scelse anche il simbolo, uno

scudo ovale in cui sono raffigurati un cerbiatto e una stella su un monte roccioso a tre punte, rappresentante

l'appartenenza del Principato Ultra di Montefusco, sede dov'era il giustiziere e il capitano a guerra con i suoi

servienti per la difesa della provincia. La Comune si scelse anche un protettore, San Gennaro, da venerarsi

nell'abbazia della Terra ad esso intitolata. Il feudatario, comprati tutti i beni possibili della Terra che erano

stati incamerati dal re, permise così, volontariamente o involontariamente, l'unità politica e territoriale. Non

un cervo dunque nello stemma, ma un cerbiatto o un capriolo. L'Università di tutti i cittadini che abitavano i

Casali sotto la giurisdizione del feudatario, oltre il diritto di eleggere dei sindaci (come nel caso del 1272

quando erano primi cittadini Ruggiero de Landolfo, Simone di Sasso e Ursone di Blasio) e di nominare un

mastrogiurato per l'ordine pubblico una volta l'anno, aveva il dovere di pagare le tasse, da quella sui fuochi a

quella sulla generale sovvenzione, sulla nuova moneta, sulla difesa della provincia, sulla custodia delle spiagge

del mare, come risulta dai Registri della Cancelleria Angioina. Erano i tempi in cui a Cervinara abbiamo

notizia di un dottore-fisico, il maestro Giovanni, e dell'avvocato Marziano. Un po' sfortunata fu però questa

comunità che, già dopo la prima grande distruzione del 1135, tardò sempre la ripresa.Dalle carte dell'archivio

di Montevergine esistenti nel grande archivio di Napoli, si ricava che Giovanni Sasso, arciprete di Cervinara,

il 5 novembre 1399 donò a Montevergine una cappella che aveva fabbricato sotto il titolo di Santa Maria, sita

accanto alla sua abitazione, nel Casale Pantanari, oltre a due case quali dimore di due padri da inviare al

servizio della Cappella. Col tempo l'eremo fu ampliato ed elevato a priorato da papa Paolo V il 19 maggio

1611. Da una visita pastorale del 1526 veniamo a conoscenza che fu Fra Simone da Cervinara a dare inizio

all'attuale Chiesa, sorta su quella precedente, portata a compimento dal monaco successore, Fra Minichiello

di Cervinara, fino a giungere a noi come ruderi appartenenti alla famiglia Verna. L'arcipretura fu istituita

prima del 1499, anno in cui abbiamo notizia di un arciprete, esistente in verità già da prima, nella Chiesa di

San Gennaro del Casale Ferrari. Questa antichissima Chiesa, edificata nel corso del 1400, fu ampliata nel

1627 sotto don Cesare Ragucci, finché l'arciprete Pio Piccolo, sul finire del 1700, si elevò il titolo in quello di

abate curato, con giurisdizione su più di un paese. Morto costui, seppellito nella stessa Chiesa, ci resta da

ricorare un altro arciprete famoso, Giovanni Ghirardi, vicario apostolico e poi vescovo di Montemarano.

Ghirardi, nato nel 1656 nel Casale di Scalamoni, fu conosciuto per la pubblicazione di due sinodi, della Vita

di San Giovanni e Del modo di governare e di un altro libro sul vivere civile: Ragguagli per ben vivere nella

vita civile. Passato a miglior vita nel 1745, fu seppellito nella Chiesa di San Giovanni a Cervinara. La facciata

della Collegiata di San Gennaro, attigua ad un campanile a finestroni ad arco, è del tipo a capanna con due

ali laterali posteriori ed un portale di pietra del 1581, con il frontone spezzato da una nicchia in cui è

custodita una piccola statua di San Gennaro, due finestre archivolate e due portoni laterali che danno verso

l'interno a tre navate. E' ritenuto il più antico luogo di culto, dove è possibile ammirare un coro ligneo del

1500, l'ex cappella privata dei marchesi Caracciolo, il sepolcro marmoreo del vescovo Giovanni Ghirardi, la

tomba dell'abate Ragucci e l'altare maggiore in marmi policromi. La Chiesa parrocchiale è quella di

Sant'Adiutore ai Salomoni, già esistente nel 1688, come nel caso della Chiesa di San Potito agli Scalomoni,

degli Ioffredo, di Valle e di San Marciano. Vi è poi il monastero dei Carmelitani con la Chiesa, a Trescine, e il

monastero di Santa Maria delle Grazie ai Pantanari, di cui resta una cappella in rovina. Fra i Carmelitani si

ritirò, nel 1693, Fra' Elia Astorini, filosofo e medico, nipote del celebre Tommaso Cornelio, primo matematico

napoletano che, a Cervinara, aveva fondato una scuola di matematica per giovani, come ben leggiamo nelle

ricerche del Barionovi. Nel 1270, la Regia Corte di Napoli posse deva diversi beni, in quel di Cervinara, af

fidati a Cunsio de Morello, poi al figlio Errico e, ancora, a Bartolomeo de Luciano che, nel 1273, era stato

citato in giudizio dal monastero di San Gabriele di Airola per esseresi impossessato di 15 casate di coloni nel

Casale de La Valle, precedentemente tenuti da un Cunsio di Airola. In reatà i beni non erano proprietà né

dell'uno, né dell'altro, ma della Regia Corte alla quale ritornarono, prima di entrare in possesso dei feudatari

francesi scelti dalla Corte per l'affidamento, da Ferrerio de Charalt prima, ad Isabella de Chauville poi.

Carlo I d'Angiò, passato alla storia come un re prepotente e crudele, possessore indiscusso del Regno, nel

1279, aveva concesso l'intero feudo di Cervinara ad Isabella de Chauville, dalla quale, nel 1288, l'ebbe un

altro nobile francese, Giovanni della Leonessa, che si ritrovò molte terre incamerate dalla Regia Corte

durante la conquista fra le quali quella di Cervinara. Giovanni era maresciallo del Regno ed aveva sposato

Filippa Gianvilla, imparentata con i reali di Francia. Nel 1283 anche il Casale di Valle venne dato in feudo a

Giovanni di Lagonessa, il quale, due anni prima, aveva già comprato da Ruggiero de Molinis, forse un diretto

discendente del signore normanno de Molinis, altri beni feudali, ottenendo la licenza per esigere la

sovvenzione dei vassalli in quanto aveva servito il re per tre mesi quando era a Viterbo. Nel 1284 Guglielmo

de l'Etendart voleva il riconoscimento, come feudatario del milite Riccardo Cappelli (forse discendente di

Soaldo che nel 1256 era miles ex Castello di Cervinara), per i beni posseduti in Arienzo e Cervinara. A

Cappelli successe il filglio Pandolfo, come suffeudatario de l'Etendart (detti degli Stendardo) che, nel 1303,

concedeva ai fratelli Giovanni e Francesco de Gregoriio due pezzi di terra sulla Croce. Morto nel 1295, il

figlio Carlo, generale dei presidii e quindi Gran Siniscalco del Regno, ne ereditò i beni e sposò la figlia del

conte di Ariano Caterina di Valdimonte (de Vaudemont) dei reali di Francia, con il titolo di maresciallo del

Regno. I discendenti della famiglia francese di Guglielmo de la Gonesse, milite di Carlo d'Angiò al quale era

stato concesso il Castello di Airola, si ritrovarono così a dividere la proprietà: Airola a Giovannuccio e

Cervinara a Carlo. Nel 1296 Carlo aveva prestato servizio militare per il possesso dei Casali di Pandarano,

Leoncelli, Campora e Valle, facendo la "soccia di Ruggiero de Molinis". Carlo aveva generato Giovanni ed

Errico, che, nel 1314, successe nel possesso del feudo alla morte dei familiari. Errico era tenuto assai in

considerazione dalla Regina Giovanna, al punto che in molti diplomi è chiamato "affine". Nel quinquennio

dal 1316 al 1320, Cervinara fu tassata per 31 once, 26 tarì e 2 grana. Se si considera che con una grana si

potevano acquistare una quindicina di cavalli, ne risulta che era uno dei paesi più ricchi della provincia, in

quanto pochi altri erano soggetti a pagare una somma così elevata. Evidentemente i De La Gonesse vi

costruirono un palazzo cinto di mura con delle porte per entrarvi, una delle quali era detta "porta Sancti

Angeli", perché dava sul confine della chiesa di Sanctum Angelum ad Carros. Carlo II della Leonessa fu il

primogenito di Errico, e possedé i feudi paterni nel 1325, lasciandoli poi in eredità, nel 1350, al fratello

Roberto che sposò Caterina d'Aquino, dalla quale ebbe Errico, marito di Sveva Sanseverino. Guglielmo

Leonessa, figlio di Errico, ereditati tutti beni nel 1386, sposò Isabella Stendardo ed ebbe il famoso Marino,

che li incamerò nel 1400, a cui successe Giovanni nel 1446 e, nel 1474, Francesco. La famiglia Della Leonessa,

una delle più illustri del Regno, aveva addirittura coniato moneta, sostenendo i più alti incarichi del Regno,

finendo con l'abitare in Napoli, alla via SS. Apostoli, quella stessa casa che era stata di San Tommaso

d'Aquino. Alfonso della Leonessa, nipote e successore di costui, mettendosi fra i ribelli al Re Ferrante

d'Aragona, fallita la congiura, passò con tutti gli altri paesi della Valle Caudina dalla parte del duca

Giovanni, figlio di Renato d'Angiò, mentre era in guerra con gli Aragonesi, proprio nel Sannio. Persa la

guerra, fu privato di tutti i beni che, nel 1461, furono affidati al fedelissimo Fabrizio della Leonessa, cugino di

Alfonso, che nel 1488 aveva già venduto Cervinara a Carlo Carafa, marchese di Montesarchio e conte di

Airola, ai quali, nel 1500, si aggiunse anche Rotondi. Il Carafa sposò Eleonora della Leonessa, figlia di

Alfonso, permettendo una certa continuità nella successione per tutto il dominio aragonese e spagnolo che

declassava il Regno di Napoli, già senza Sicilia, a Viceregno. Una volta morto Carlo Carafa, i feudi furono

rilevati presso la Regia Corte, nel 1515, dal figlio Giovan Vincenzo, il quale, fu incaricato dall'imperatore di

avere cura delle fortezze di Napoli. Ritiratosi a Montesarchio con l'arrivo dei Francesi, Vincenzo non ci pensò

su due volte e passò dalla loro parte nell'invasione del regno e nella spedizione francese del Lautrec Odet de

Foix. Dichiarato ribelle dagli spagnoli, gli furono confiscati i beni; morì durante l'assedio di Napoli nel 1528.

Avuta la meglio gli Aragonesi, in quell'anno, Cervinara, acquisita dal Vicerè Principe D'Orange passò alla

Corte di Napoli. Nel 1532 il re di Spagna Carlo V la donò, insieme ai suoi 11 Casali e alle 240 famiglie, ad

Alfonso d'Avalos, marchese del Vasto, Gran Camerario del Regno e capitano generale di fanteria, come

ricompensa dei servizi resi durante l'assedio di Napoli. A quei tempi Cervinara possedeva boschi e selvaggina

e produceva vino in quantità e granaglie a sufficienza: era sempre uno dei Comuni più grandi del Principato

Ultra. In più, nel 1590, fra le proprietà ecclesiastiche beneventane, abbiamo notizia certa di beni anche presso

un altro Casale detto delli Rutundi (Rotondi). Si tratta di ben 13 chiese. Altri d'Avalos che tennero Cervinara

furono il figlio di Alfonso, Ferrante (1546), e il nipote Alfonso II (1571) che nel 1573 vendé il feudo,

unitamente a quello di Rotondi e Campora per 17.000 ducati a Giovan Felice Scanalone (o Scalaleone) di

Teano, illustre giureconsulto e professore dell'Università di Napoli, al quale seguì il figlio Giulio. Vale la pena

di ricordare che in questo periodo Cervinara visse un momento culturale abbastanza alto per la presenza, nel

campo ecclesiastico, di fervidi studiosi. Il 29 maggio del 1597 ritroviamo il feudo di Cervinara nelle mani di

Berardino Barionovi, segretario del Regno, cui fanno menzione tutti gli scrittori fra cui Toppi e Campanile,

in favore del quale, Giulio, lo aveva alienato per 30.000 ducati; l'ufficialità sarebbe però avvenuta solo nel

1602, allorquando l'ebbe Barionovi (Barrionuevo), Consigliere del Re Filippo III di Spagna e Reggente del

Supremo Consiglio d'Italia. Questo nobile uomo donò Cervinara al figlio Francesco che aveva ottenuto da re

di Spagna Filippo III il titolo di marchese di Cervinara ma, passato a miglior vita nel contempo, titolo e feudo

ricaddero sul padre Bernardino che, nel 1606, ottenne dal re la possibilità di mutare il titolo con quello di

marchese di Cusano, fino a vendere l'antico feudo (1607) a Beatrice Caracciolo, marchesa di Volturara

Appula, per 40.000 ducati. Nel 1608, alla marchesa successe il figlio Giuseppe Caracciolo che, l'anno dopo,

vendé all'Università di Cervinara diverse concessioni, rendendo esenti i cittadini da alcuni obblighi feudali.

L'Università si riuniva una volta all'anno, alla fine di agosto, per eleggere almeno tre cittadini modello tra

magnifici (viventi del proprio), massari, commercianti ed artigiani proposti dalla stessa amministrazione

uscente. Il pubblico parlamento eleggeva i nuovi, "per voce" e con alzata di mano, per l'amministrazione

annuale dei beni comuni, o della Comune, della Terra di Cervinara appunto, detti eletti (assessori), insieme

ad un cancelliere del regno, che li aiutava nell'amministrazione delle tasse. Eppure ci sarebbe stato un caso,

nel 1777, in cui il parlamento si rifiutò di votare la formazione, provocando la reazione dei benestanti. A

Cervinara come a Rotondi vi dimorò per lungo tempo la nobile famiglia dei Caracciolo di Sant'Eramo, prima

della vendita della Casa Palazziata cervinarese al conte Del Balzo di Presenzano, ai discendenti del quale è

rimasto quello che fu detto Palazzo Marchesale che ancora vediamo a Ferrari. Successo nel 1623 al fratello

Giuseppe, il 7 aprile 1629, Francesco sposò Porzia Caracciolo e ottenne il privilegio di mutare nuovamente il

titolo con quello di marchese di Cervinara, per sé e per i suoi discendenti Giovanbattista, Marino, Pasquale I,

Antonio, Pasquale II, Carlo, Onorato, Marino IX marchese di Volturara e marchese di Sant'Eramo, Onorato

e Marino, che mantennero le cariche per tutto il regno dei Borboni, fino all'abolizione della feudalità da parte

dei Francesi con la legge del 1806. Siamo ormai alle soglie del 1800 quando Cervinara comprendeva quasi

5.000 anime. L'arrivo dei Francesi significò l'abolizione della feudalità, delle Università e la nascita del

Municipio, con degli Eletti ed un sindaco alla guida dell'amministrazione. Non mancarono le liti presso la

Commissione feudale tra ex feudatario, Comune e privati cittadini per il pagamento di tasse e diritti spesso

finiti in disuso. Ritornati i Borboni, anche i cittadini di Cervinara si sentirono in dovere di partecipare ai moti

del 1820-21 e a quelli del 1848, dando un valido contributo all'Unità d'Italia. Un servizio alla giusta causa

offerto anche dopo, per la cattura delle più tremende bande guidate dai briganti Cipriano La Gala, Andrea

Masi e Tommaso Romano che per molti anni avevano saccheggiato e depredato l'intera Valle Caudina. Il

paese era cresciuto, culturalmente e praticamente, divenendo capoluogo di Circondario della provincia di

Avellino e arrivando a contare, a metà del 1800, oltre 7500 abitanti, fino a raggiungere numero 9.000 verso la

fine del secolo scorso. Che cosa abbiano fatto i Consiglieri Provinciali del Mandamento di Cervinara, del

quale Cervinara faceva parte, che si sono succeduti dal 1861 al 1901, è difficile dirlo. Sappiamo però che

anche Cervinara era tenuto in considerazione dall'avvocato Giovanni Finelli (1861-62), da Alessandro

Campanile Cocozza (1862-67), dal cavalier Francesco Del Balzo (1867-71) e dal barone Girolamo Del Balzo

(1871-1901). Molte le mini industrie artigianali di fine ottocento, come quelle rappresentata da Salvatore

Cioffi di Pasquale e da altri negozianti vari. Ma vediamo nei particolari gli abitanti di Cervinara che

esercitavano arti e professioni. Negozianti di cereali erano Pietrantonio e Raffaele Cioffi fu Sigismondo,

Onofrio Cioffi fu Lorenzo, Andrea Caporaso fu Saverio, Raffaele Cioffi fu Domenico, Isidoro e Giuseppe

Cioffi di Onofrio, Michele de Dona fu Orazio, Marco de Dona fu Giovanni, Francesco Lanzillo fu Antonio,

Antonio Lanzillo fu Francesco e Pasquale Pitaniello fu Carmine. Facevano parte della categoria dei

negozianti di stoffe Antonio e Giacomo Cincotti fu Giuseppe. Negozianti di vino (venduto anche nella cantina

di Antonio Cantone fu Pietro) erano Raffaele Milanese fu Angelandrea e Saverio Marro fu Pietro; la neve,

pigiata a ghiaccio nelle fosse montane, era invece una specialità di Pasquale Clemente fu Domenico che, dopo

averla nascosta sotto le foglie per tutto l'inverno, aspettava i giorni più caldi per rivenderla ai caffè e alle

gelaterie del napoletano, oltre che a quelle della Valle Caudina e alla caffetteria cervinarese di Felice Cincotti

fu Giuseppe; il sensale autorizzato per situazioni varie era Giuseppe Cioffi fu Domenico. Diversi i negozianti

di legnami, come Filippo Ceccarelli fu Michele e Fortunato Ceccarelli fu Felice che, dopo aver disboscato le

montagne lavoravano il legno in maniera artigianale; ricordiamo anche altri venditori come Pasquale Cioffi

fu Gregorio, Luciano De Maria fu Felice, Pasquale Fierro fu Giuseppe, francesco Iglio fu Angelo, Pasquale

Miele fu Carmine, Giovanni Pagnozzi fu Antonio e Luigi Ricci fu Arcangelo. Tanti volti, tante storie, tanti

mestieri, come l'appaltatore di opere di fabbrica Antonio Bianco fu Stefano, il negozio di formaggi di Andrea

Taddeo fu Domenico e l'industria agraria di Nicola Tangredi di Giuseppe. Altre aziende agricole erano quelle

di Giovanni de Gregorio fu Vincenzo, Luigi Lengua fu Nicola, Luigi, Nicola e Pasquale Marchese fu Gennaro,

Luigi Iacchetta fu Giuseppe, Orazio e Gennaro d'Onofrio fu Giovanni, Stefano Casale di Giuseppe, Raffaele

Niro fu Domenico. Mugnaio del paese era Alessandro Cioffi fu Pasquale; Michele Schettini fu Domenico, il

farmacista. Vi erano inoltre Antonio de Maria fu Felice col negozio di coloniali, Pasquale Iacchetta fu Nicola

col negozio di spiriti, Francesco Mignuolo fu Pasquale, negoziante di frutti, e Giuseppe Pitaniello di Pasquale,

col magazzino di cuoiami. Di Cervinara conosciamo i nomi degli esercenti l'arte salutare che, nel 1880,

risultano essere medici cerusici originari del posto: Gaspare Cecere fu Francesco, Luigi Girardi fu Vincenzo,

Clemente Mercaldo fu Francesco, Giambattista De Bellis fu Bernardo, Vincenzo Cecere fu Gaspare,

quest'ultimo laureatosi presso la Real Università di Napoli, tra il 1830 e il 1877. Vi erano poi i quattro

farmacisti locali con la cedola: Scipione Madonna fu Domenico, Luigi Cecere fu Gaspare, Paolo Barionovi fu

Pietro, Michele Schettini fu Domenico, e la levatrice, sempre col certificato, Anna Ragalzi fu Giambattista,

che aveva acquisito cedola universitaria il 27 febbraio 1871. A quei tempi, diciamo nella seconda metà del

1800, Cervinara, compresi i villaggi di Trescine, Salamoni, Mainolfi, Mizii, Cioffi, Pie' di Casale, Ferrari,

Pantanari, San Paolino, Ioffredo, Castello, Valle e Pirozza contava 7147 abitanti. Il paese era abbastanza

grande e commerciava in vini, mele, pere, ortaggi, canape e pioppi, lungo la provinciale Irpina e la San

Martino Valle Caudina propriamente detta, oltre che durante il mercato settimanale del mercoledi. Siamo

venuti a conoscenza che, nel gennaio del 1873, la pretura era retta da Teodoro Del Grosso e dal vice Gennaro

Baccalone e che cancelliere e vicecancelliere erano rispettivamente Filippo Martini e Francesco De Feo. Alle

liti ci pensava invece il giudice conciliatore Pasquale Simeone, assistito dal cancellerie Girolamo Piccolo.

Notizie più approfondite ne abbiamo però solo sugli ultimi anni di fine secolo, a partire dal 1889, allorquando

primo cittadino del paese, nonché presidente del Circolo dell'Indipendenza, era Giovanni Barionovi,

coadiuvato da Errico Pepicelli nella qualità di segretario e da Luigi De Maria che faceva l'esattore. Gli

assessori erano invece Alessandro Pagnozzi, Giacinto Barionovi, Girolamo De Nicolais e Pasquale Simeone.

Addirittura sei i parroci: Giuseppe Pisanelli della parrocchia di San Marciano, Pasquale De Dona della

parrocchia di San Potito, Vincenzo Barionovi della parrocchia di Sant'Adiutore, Vincenzo Marro della

parrocchia di San Gennaro, Angelo Ragucci della parrocchia di San Nicola e Giuseppe Clemente della

parrocchia di Santa Maria alla Valle. Giuseppe De Maria era il presidente della Congrega di Carità; ben

diciotto, i componenti della famiglia clericale: Mariano, Pietro e Antonio Valente, Pasquale Cecere, Giuseppe

De Maria, Michele Dorio, Andrea, Giuseppe, Pasquale e Luigi Bove, Francesco Barionovi, Francesco Bianco,

Zaccheria Clemente, Francesco De Nicolais, Antonio Cioffi, Nicola Simenone, Raffaele e Vincenzo Cioffi.

Pare che gli oltre 7.000 cervinaresi dell'epoca mandassero fra i banchi quasi 800 alunni, dislocati nelle 8

scuole elementari, sotto la guida degli insegnanti Nicola Simeone, Antonio Valente, Francesco Mainolfi,

Francesco Bianco, Carmela ed Elisabetta Cavaccini, Blandina Cioffi e Teresa Iuliano. Erano i tempi in cui ai

vecchi medici andò ad aggiungersi il chirurgo condottato Pietro De Nicolais e una nuova levatrice nella

persona di Filomena Viggiano. Nella schiera dei professionisti laureati figuravano - oltre gli ingegneri Saverio

Rossi e Luigi De Nicolais, il medico chirurgo condottato Giuseppe Ferrannini e la levatrice condottata Coletta

Palma - gli avvocati Francesco Cecere, Giovanni Bruno, Nicola Mendozza, Gennaro Boccalone e Angelo

Maietta; i farmacisti Luigi Cecere, Giuseppe Boccalone, Scipione Madonna; gli altri medici-chirurghi

Clemente Mercaldo, Luigi Girardi e Vincenzo Cecere. Giovanna Mignuolo e Antonio Iuliano erano gli

albergatori del paese che offrivano un posto per pernottare. Gennaro Sorice, Giuseppe Crispino e Marco

Marro si davano da fare con le armi, nella vendita e negli aggiusti. Francesco, Giuseppe e Domenico Cioffi,

Girolamo Marro, Michele Villacci e Antonio Mauriello costruivano botti. Giuseppe Cioffi, Francesco,

Giovanni e Ferdinando Pitaniello, Luigi Cappabianca e Francesco Fuccio facevano i barbieri. Nei loro saloni,

qualche volta, si presentavano a perdicchiare tempo i tanti artigiani, dopo un buon caffè gustato da

Mariantonio Cincotti oppure nelle altre caffetterie, cioè da Raffaele De Notaris, Lucia De Girolamo e Felice

Cincotti. Di fama, non solo locale, erano i proprietari di cave di pietra Giuseppe Visconti, Francesco Ricci,

Nicola Visconti e Vincenzo Simeone; questi ultimi due, insieme a Domenico Simeone, andavano alla ricerca

delle venature più estrose per lavorare la pietra e il marmo secondo antica tradizione. Dicevamo degli

artigiani. Possiamo ricordare i capimastri muratori (Antonio Bianco, Antuono, Gaspare e Giambattista

Mercaldo, Angelantonio e Pasquale Gervasi), la schiera dei calzolai (Domenico D'Agostino, Domenico Cioffi,

Arcangelo Moscatiello, Berardino Iuliano, Michele e Giuseppe Pitaniello, Alfonso e Orazio Miele), i cappellai

(Raffaele Ippolito, Luigi Cappabianca e Francesco Ricci), i commercianti in genere di moda Emilia Candela,

Concetta Brevetti, Mariantonia Mercaldo, Nicola Caniello, Luigi Cappabianca, Giacomo e Antonio Cincotti;

del commissionario Girolamo Piccolo e i droghieri Pasquale e Luigi Cioffi. Non possiamo qui dimenticare i

fabbricatori di stoffe e di tele Marianna De Simone e Carmela D'Onofrio, Filomena Valente e Maria Cioffi; di

cera, come Pasquale Telaro, e quelli di mobili Angelantonio Marro, Giuseppe Fierro, Pasquale e Luigi

Perrotta, e Domenico Cioffi. Vendevano mattoni e stoviglie Giovanni e Raffaele Niro; Matteo De Dona,

Lorenzo Cioffi, Saverio e Andrea Caporaso erano negozianti in olii; da non dimenticare quelli di tessuti

Antonio e Giacomo Cincotti, Nicola Caniello, Concetta Brevetti, Emilia Candela e quelli di legnami, Pasquale

e Luigi Perrotta, Domenico Mercaldo e Girolamo Marro. Due i fabbricanti di sedie, Agostino Miele e

Pasquale Ricci, e uno quello di gassose, Antonio De Maria. Anche se quasi ogni famiglia allevava in casa il

maiale o degli agnelli, vi erano comunque i beccai Antonio Iuliano, Pasquale, Giovanni e Raffaele

Cappabianca, Andrea Iuliano e Francesco Fucci che "sfasciavano" la carne, oltre i mugnai Angelantonio e

Pasquale Mastone, Alessandro Cioffi, Pasquale Moscatiello, Giovanni e Vincenzo Befi, i panettieri, Onofrio

Cioffi, Raffaele De Dona, Giuseppe e Raffaele Cioffi, e i negozianti in grani e farine Pietrantonio Cioffi, Luigi

Lanzilli e Giuseppe e Raffaele Cioffi; ai vini ci pensava invece Raffaele Milanese. La frutta toccava a

Pasquale Moscatiello e Pasquale Taddeo; e tre erano le fruttaiuole: Rosa Pitaniello, Angelamaria D'Agostino

e Carmela D'Onofrio. Ancora i fabbri-ferrai Giovanni e Diodato Ricci, e Lorenzo, Pasquale e Gregorio

Brevetti, al pari dei falegnami Raffaele Cincotti, Raffaele Mauriello, Antonio Cioffi, Carlo e Stefano Bianco,

Antonio Mauriello e Giuseppe Villacci. E i sensali: Nicola e Giuseppe Cioffi, Giuseppe Esposito, Luigi

Celentano, Ferdinando Villacci, Giuseppe Simeone, Pietro Stellato, Carminantonio Finelli e Antonio Lanzilli.

E che dire degli orologiai Giuseppe e Francesco Cioffi, del pittore di stanze Nicola Esposito, dei fuochisti

pirotecnici Carmine Leone e Francesco Starace; dei sarti Luigi Ricci, Giuseppe Russo, Carlo e Francesco

Ricci e Vincenzo Vassallo; gli speziali manuali Giuseppe Tagliaferri e Antonio De Maria. Vi erano poi i

venditori di generi diveri Giacomo e Antonio Cincotti; quelli di cuoiami Lorenzo Cioffi e Vincenzo Pitaliello.

Nomi e cognomi che ricorrono tutt'oggi. Un fiaschetto di vino lo si poteva trovare nelle trattorie, da Clemente

Taddeo e Giovanni Mignuolo, o dai bettolieri, Fortunato Cappabianca, Giovanni Telaro, Luigi, Gabriele e

Clemente Taddeo, accompagnato o meno da un nostrano piatto caldo. Per chiudere poi il pranzetto, più o

meno leggero, bastava un buon sigaro da comprare in uno dei vari tabacchini. Giuseppe Cioffi, donna

Carmela Vele, Nicola Moscatiello, Giuseppe Ricci, Giovannantonio D'Onofrio o Francesco Ruggiero

conoscevano bene "tabacchi" e "pacchetti". Sono ancora visibili, a monte dell'attuale abi- tato di Cervinara, i

ruderi del vecchio Castello. Si tratta di un'antica fortezza risalente all'epoca dei Longobardi e dei Normanni,

ma distrutta e ricostruita più volte a causa delle varie invasioni, costituita da una torre e da una cinta

muraria. Nel 1528 ne abbiamo notizia come "castello antiquo e mezzo rovinato", probabilemente costruito su

un iniziale perimetro di un Oppidum sannitico, ossia un villaggio di pastori recintato da una serie di possenti

mura lunghe ben 600 metri. Oggi non resta altro che parte di una torre e parte delle mura di cinta. Articolata

in tre piani, la torre, a pianta quadra, presenta un basamento a scarpata con una grande finestra e delle

fuciliere al primo e al secondo piano. E' ancora ben visibile una bocca delle ciminiere per le segnalazioni di

fumo. E' possibile risalire ad un progetto iniziale della cinta muraria di ben sette torri e torrette pentagonali,

raramente a forma cilindrica, ma resta pressoché sconosciuta l'originaria pianta complessiva. E' pensabile

che le torrette siano comparse in un periodo successivo agli Svevi. Nel 1264 sappiamo di una casa ubicata

presso la cinta muraria del Castello, poi più nulla, relativamente al maniero, per via delle continue

distruzioni. Gli stessi signori, possessori della terra di Cervinara, dipenderanno dal vicino Castello di Airola e

ne saranno addirittura suffeudatari. Alla fine del 1200 il Castello di Cervinara era già un ricordo. Adesso

c'era l'Università e il potere posseduto dal signore appariva sempre più solo un titolo per le tasse: la sede,

ormai in rovina, contava poco. Sarà poi con il sopraggiungere dei Francesi, e quindi con i de la Gonesse, che

nascerà un palazzo, una chiesa e una piazza: il nuovo Castrum del dopo-medioevo. (Anna Lisa Barbato)



Il 29 e il 30 novembre del 1860 gli abitanti di Cervinara insorsero contro il governo piemon tese, dando inizio

al brigantaggio post-unitario del Partenio e della Valle Caudina. Ma Cervinara era già nota alle forze

dell'ordine per i fatti seguiti al 1848. La stessa insurrezione napoletana del 15 maggio era stata organizzata a

Cervinara da Nicola Nisco di San Giorgio del Sannio. L'agitazione in Valle Caudina aveva assunto l'aspetto

di una rivendicazione, portando ad un nuovo tentativo di appropriazione delle terre quel 10 settembre,

fomentato - scrive Cioffi - da elementi borghesi al grido di "Viva il comunismo, Viva la repubblica, ci

dobbiamo dividere le robe altrui, Vogliamo dividerci i terreni", accompagnato da colpi di fucile. Protagonisti

ne erano i fratelli Verna, Pasquale Del Balzo, Giovanni Gallo, Alessio Vaccariello, Crescenzo Taddeo,

Giuseppe Perone, Nicola Capparelli e Francesco De Marco. L'elezione di Bernardo De Bellis a capo

provvisorio della locale Guardia Nazionale - ci ricorda Vincenzo Cioffi - aveva già provocato un aspro

conflitto che il comandante della Polizia, Giovanni Sbordone, non aveva esitato a definire "guerra civile" nel

rapporto del 9 aprile 1849. Tutti elementi che sarebbero risultati scintille per il brigantaggio. Si cominciò con

le piccole bande capeggiate da Andrea De Masi di Buccino, più noto come Miseria, e quelle dei fratelli

Giovanni e Tommaso Romano di Limatola, fino alla grande ammucchiata di decine e decine di uomini e

donne che andarono ad ingrossare le file dell'esercito fuorilegge di Cipriano La Gala, il feroce criminale di

Nola evaso dal carcere di Castellammare insieme al fratello Giona e ad altri detenuti, che contava oltre 500

seguaci. Ci è nota l'insurrezione di Cervinara del 29 novembre 1860, che ebbe per premessa la rivalità tra

alcune famiglie di possidenti - ricorda Cioffi - fra i quali i quattro fratelli Giuseppe, Donato, Luigi ed Angelo

Doria che complottarono con Giovanni Sacco, Angelo Romano, Giuseppe Cioffi e Tommaso Taddeo per

vedersi riconosciuta la "patente" di nobiltà. Il 29 novembre, capitanata dal sarto Domenico Cioffi e dai

pastori Elia e Felice Taddeo, "un'orda di contadini si gittò in paese", dirigendosi verso la sede della Guardia

Nazionale. L'intervento delle truppe garibaldine verso sera, aveva già fatto prendere la via dei monti ai

promotori della rivolta. Non erano mancati i primi morti innocenti e 40 furono gli arrestati. In meno di un

anno le comitive brigantesche erano cresciute in numero ed aggressività, saccheggiando di tanto in tanto i

paesi a valle del Partenio. I briganti erano soliti mandare un "biglietto di richiesta" ai galantuomini dei paesi

della zona per avere armi, cibo e denaro. Pena: rapimenti, orecchie mozzate, gambizzazioni, uccisioni.

Chiaramente chi spediva da mangiare alla banda doveva stare attento a non farsi scoprire finendo nella lista

nera della Guardia Nazionale come manutengolo o favoreggiatore. Fu il caso di alcuni componenti la famiglia

Cecere di Ferrari, località dove già erano stati uccisi Saverio Sorice e la moglie Gelsomina Cioffi e il figlio, che

avevano aiutato la banda di Fuoco e Pace. La GN effettuò anche degli arresti, come per Pasqualina

Varrecchione, diventata druda del capobrigante Pico, o delle sorelle Moscatiello, alla contarda Grottola,

drude di Fuoco, e di altri 8 manutengoli. In altri casi non mancarono delle scarcerazioni, come per Vincenzo

Sacco, inizialmente accusato di essere un manutengolo della Banda Fuoco. Le cose erano però peggiorate con

l'arrivo di La Gala, nonostante i rastrellamenti di Carabinieri e Bersaglieri piemontesi. Il feroce capogrigante

che si spostava indisturabato sui monti, muovendo richieste a destra e a Manca, dalla Valle Caudina al Vallo

Lauro Baianese. "Stimatissimo Signor Don Gaetano - scriveva La Gala ad un possidente firmandosi "Capo

della Commitiva" - vi prego di mandarmi qualche cosa per questa oggi perché ci troviamo senza un grano

perciò vi prego per titolo di carità, e potete consegnare alla presente. Si scoprì poi che quella lettera poteva

essere falsa, avvalorando la tesi che altri malandrini, in nome dei briganti, incassavano soldi per conto

proprio. Dopo aver scorrazzato per il Vallo di Lauro, La Gala decise - male - di fuggire sulle montagne del

Partenio. "Era la banda del Cipriano - scrive Carlo Guerrieri Gonzaga - cresciuta ben presto di parecchie

centinaia di seguaci. Non v'era villaggio tra Caserta e Nolada un canto, Benevento e Avellino dall'altro, che

non gli avesse fornito il suo contingente". E dal Nolano, la banda si affacciò sui monti di Caserta per i poggi

di Cancello, il monte Felino, il piano Majuri, i Cigli d'Avella e il Campo di Summonte. Airola, Arpaia,

Arienzo, Cervinara, Montesarchio, San Martino... non ci pensò due volte ad attaccare i militi. 10 soldati morti

dei due drappelli del distaccamento di Cervinara, al comando del Generale Pinelli con sede a Nola, furono il

bigliettino da visita di La Gala. Disfatta tragica anche per la Guardia Nazionale di San Martino, il 29 ottobre

1861, che vide perire un ufficiale e cinque uomini. Non mancarono gravi accuse all'allora sindaco Francesco

Del Balzo per presunte responsabilità colpose nell'eccidio. Strage che precedette di poche ore l'arrivo dei

nuovi Generali (Lamarmora sostituiva Cialdini a Napoli; Franzini, Pinenelli a Nola) che portarono a Nola

perfino una sezione di artiglieri di montagna e cavalleggeri di Lucca, con immediate perlustrazioni generali

del 180 battaglione tra Cancello, Arienzo, Arpaia, Cervinara, Montesarchio, Benevento, insieme ai

distaccamenti del 120 di linea. Ma fu l'approssimarsi del generale inverno, il vero nemico. Autentici criminali

- scrive Francesco Barra - brutale e rozzo Giona, assai più abile ed evoluto Cipriano, i due fratelli che

vantavano gravissimi precedenti penali prima del 1860, non possono aspirare ad un movente politico, né

sociale. Sarebbero rimasti insomma sicuramente in carcere se non avessero accettato la strumentalizzazione

borbonica, in cambio della libertà, con l'avvento del nuovo Stato unitario, che gli aveva fornito protezioni e

finanziamenti occulti. Ma La Gala reastava un criminale, un affiliato alla camorra. Un bandito urbano -

conclude Barra - più che rurale; un camorrista, più che un brigante. Era comunque un furbo che prendeva

continuamente in giro i soldatini piemontesi, scampando ai loro agguati in tutta la Valle Caudina, come

quella volta che scapparono su per lo scosceso vallone di Cervinara, inseguiti dai bersaglieri, e poi giù, per il

dirupo, lasciando vesti ed armi. Quel giorno, per esempio, era stato ordinato alle guardie del paese di

piantonare il burrone, ma al momento oppurtuno non vi si trovò nessuno, rinchiudendosi i militi nelle proprie

case, mentre i briganti, durante la precipitosa fuga dopo il saccheggio, furono per poco tempo inseguiti solo

dagli spaesati bersaglieri che non conoscevano la zona. Era il 14 dicembre 1861, il giorno dell'ultimo

saccheggio. La banda di La Gala, poche lune prima di essere annientata dai bersaglieri del Generale Franzini

sul Piano Majuri, un pianoro fra monti di Avella e Cervinara, era riuscita a saccheggiare le frazioni di

Castello, Joffredo e Ferrari. Il 18, infatti, fu sorpresa ed attaccata alla baionetta. Una quarantina i

malandrini che rimasero a terra, qualche storico parla di 31 uomini uccisi sul piano Cornito. Cipriano, Giona

e i superstiti riuscirono però a scappare a Valle, cercando scampo sul Taburno. Ma la loro disfatta fu sancita

tra Carvinara e Montesarchio, con un intervento del distaccamento del VI Fanteria, comandato da Gaetano

Negri, futuro storico, senatore e sindaco di Milano. I due, ancora una volta, sciolta la banda, riuscirono a

fuggire definitivamente, riparando nello Stato Pontificio, dove dilapidarono la ricchezza male acquisita.

(Un'altra parte del bottino, abbandonata durante il fuggi-fuggi, sarebbe poi stata ritrovata appena qualche

decennio fa, in un terreno privato, nel corso dello scavo di un pozzo, donando improvvisa ricchezza al

fortunato.) Capito insomma che la partita era ormai persa, si diedero alla pazza gioia e ai divertimenti,

mentre sulle montagne irpine non rimanevano a battersi che pochi disperati, destinati a cadere sotto i colpi

della represssione. Due anni più tardi decisero di riparare in Francia, non sentendosi sicuri più neppure a

Roma, imbarcandosi a Civitavecchia sul piroscafo "Aunis". Gli andò male e, il 18 luglio 1863, mentre la nave

francese diretta a Marsiglia faceva sosta a Genova, furono arrestati, non senza conseguenze diplomatiche,

seriamente compromesse tra Italia e Francia. Giona e Cipriano La Gala riuscirono a far parlare si se ancora

per molti anni.Il processo si svolse nel febbraio-marzo 1864 davanti alla Corte d'Assise di Santa Maria Capua

Vetere, ed ebbe risonanza internazionale con la presenza della stampa estera. I fratelli La Gala vennero

condannati a morte, mentre i loro compagni, Domenico Papa e Giovanni D'Avanzo insieme ad essi catturati

sulla nave, se la cavarono chi con i lavori forzati, chi scontando una pena a venti anni. Giusto per chiudere

l'incidente diplomatico con la Francia, però, l'Italia dovette commutare la pena, degli ormai famosissimi

briganti, con l'ergastolo. Al progresso civile ed economico di Cervinara contribuirono, nei primi anni del

1900, la costruzione della ferrovia Benevento-Cancello, la realizzazione di un acquedotto locale e la nascita di

una centrale elettrica. Il nuovo secolo si era aperto senza grandi cambiamenti nella vita politica e

amministrativa di Cervinara: i possidenti mantenevano le loro proprietà; i contadini, servendosi delle proprie

braccia, si affacciavano al mondo con la speranza di sempre. Continuavano a dividere il raccolto con i

proprietari, a portargli i capponi nelle ricorrenze civili e religiose, riuscendo a stento a mettere da parte i

pochi risparmi che certo non sarebbero bastati ad acquistare terreni, ma a dare vita a quel triste fenomeno

che è l'emigrazione. Pur tuttavia, qualcuno, spostatosi verso il borgo, riuscì a mettere in piedi un'attività

artigianale. Il rimanente basso ceto, i figli dei braccianti, dei giornalieri, degli artigiani, nonché qualche

sporadico possidente, scelsero però nell'emigrazione la soluzione più giusta ai propri problemi. Alcuni

avevano preferito abbandonare la vita rurale già alla fine del secolo scorso, in vista di più facili e immediati

guadagni oltreoceano. Chi c'era stato, e aveva fatto "fortuna", anche come scaricatore di porto o come

minatore, era ritornato diffondendo tra il popolo l'immagine di un'America ricca e florida. Seguendo le orme

di quegli "avventurieri" imbarcatisi al porto di Napoli, si partì sempre più spesso, sperando nella stessa

fortuna. Ma l'imminente scoppio della Prima Guerra Mondiale richiese quelle braccia al fronte: la grande

emigrazione era rimandata. Molti cervinaresi non fecero più ritorno. Poveri soldati come Amatiello, Befi,

Bizzarro, Bove, Buccieri, Campana, Calabrese, Garofalo, Ceccarelli, Cerasuolo ed un altro centinaio, come

risulta dall'elenco ufficiale dell'Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi di Guerra, non fecero più ritorno.

I reduci si ritrovarono nuovamente nei campi, stavolta incolti. Anche i vecchi capivano: la campagna non

poteva continuare a dare, ai loro figli, ciò di cui essi si erano accontentati. L'indelebile marchio del "servo

della terra" doveva scomparire; la guerra aveva riaperto le speranze: gli stenti erano abrogati. Si sentiva il

bisogno di una vita diversa, in direzione di Napoli, oppure, della cara vecchia America. Più di 4 milioni di

italiani entrarono negli Stati Uniti nei decenni a cavallo del secolo. Sono contadini del Mezzogiorno, inseriti

d'impatto nel processo di sviluppo industriale americano di quegli anni. Quasi un terzo di essi si stabilirono a

New York, diventa quasi una grande città "italiana". E' un'altra piccola Italia, la Little Italy. Fu questo uno

dei motivi che spinsero il governo degli Usa ad emanare delle leggi restrittive, impedendo l'ingresso agli

analfabeti di razza bianca, riducendo gli italiani ammessi ogni anno a 3.845 unità contro i 409.239 che si

erano recati in America nel 1920 procurando un dissesto nell'equilibrio demografico della regione Campania.

Avellino era l'unico centro della provincia a superare i 10.000 abitanti tra il '21 ed il '31. Anche Cervinara

diede il suo contributo. Ma quanti degli oltre 200 cervinaresi che nel 1930 ancora restavano in contatto col

paese natio fecero fortuna? Potremmo parlare di Gaetano e Antonio Clemente, Antonio e Pasquale Sorge,

Antonio Martone, Onorio Ruotolo, del dottor Salvatore Brevetti, di Antonio Mercaldi, Antonio Leparulo,

Ferdinando De Dona, Carmine Russo, Nicola Villacci, Alberto Milanese, Carmine Clemente, degli Onor

Prisco e Nicola Vecchione. Ma gli altri fecero veramente fortuna? Addirittura c'è chi sottoscrisse somme per

il monumento da erigersi nella piazza di Cervinara e mai pagò, forse per miseria, forse per errore, forse per

dispetto. Gente come Carmine Buccieri, Salvatore Brevetti, Angelo Cillo, Emilio, Raffaele e Giuseppe Cioffi,

Domenico Cappabianca, Pasquale del Balzo, Francesco D'Agostino, Giovanni Finelli, Francesco Formato,

Luigi e Andrea Iuliano, Francesco Lippoli, Domenico e Francesco Mercaldo, Giuseppe Madonna, Pasquale

Taddeo, Orazio Vaccarelli, Antonio Zucale, la signora e la signorina Villacci. Con quest'ultima famiglia

dovette accadere qualche diverbio di cui nulla sappiamo se è vero che Nicola Villacci, tempo addietro, aveva

offerto ben 900 dollari (verdoni americani del 1930) che mai sborsò alla giusta causa. "Molti in Italia o in

Europa", scriveva il Cavaliere Gaetano Clemente, "hanno la convinzione che l'America è la terra dell'oro; è

la terra dove si inciampa contro la ricchezza e che per divenire ricco basta semplicemente volerlo-sogni

chimerici!". Chissà quanti cervinaresi, intrepresa una carriera e gettatisi negli affari, fecero marcia indietro,

"ritirandosi scoraggiati dopo averci rimesso del tempo prezioso per lanciare la loro impresa e soprattutto

dopo avere assorbito fino all'ultimo soldo che avevano messo da parte a furia di stenti e privazioni". Il

Cavaliere Clemente scrisse che i suoi primi affari furono di una meschinità unica. Lui non pensava

classicamente "Quello che non guadagno finanziariamente adesso lo guadagno in cognizioni che domani mi

daranno quello che rimetto oggi". Che tradotto in dollaroni, pardon, in soldoni, significa che o guadagni da

subito o cambi mestiere. Nato a Cervinara nel 1865, si può dire che Gateno Clemente, alla stregua dei fratelli

Palermo, fu il cervinarese più fortunato d'America. Emigrato nel 1902, dopo aver sperimentato le proprie

capacità con i primi lavori stradali in Valle Caudina, cercò subito qualcosa da fare a più ampio respiro, fino a

farsi un nome nell'ambiente edilizio e arrivando a fondare la Clemente Contracting Company del Bronx, una

ditta che, prima di espandersi, si occupava appena di escavazioni e di costruzioni, realizzando tunnels e

fondamenta sull'isola di Manhattan. Fra le opere più importanti ricordiamo gli edifici che formarono il più

grande Medical Centre del mondo a Washington Height dove sventolò alto il tricolore, oltre alcune strade

newyorkesi alle quali furono dati i nomi dei due illustri connazionali Casanova e Barretto. Il Cavaliere

impiegava solo mano d'opera italiana. Un uomo che si fece da sé: un vero ed autentico "self-made man".

Altre opere del suo ingegno furono il Polyclinic Hospital, alcuni edifici della Fordham University ed altri

edifici importanti, contribuendo anche all'erezione e al mantenimento della Casa Italiana di Cultura presso la

Columbia University, elargendo inoltre somme per ospedali e chiese. Ed a lui si deve anche l'erezione del

monumento ai 100 caduti della Grande Guerra, per esclusiva contribuzione dei cervinaresi d'America,

ricevendo medaglia d'Oro alla esposizione e Fiera Campionaria di Tripoli, sotto l'alto patronato di Benito

Mussolini. Egli si recherà a Cervinara per inaugurare personalmente il monumento ai caduti eroici, opera di

grande valore ideata e scolpita da un mago dell'arte, anch'egli cervinarese, popolarissimo all'epoca, Onofrio

Ruotolo. Clemente, insomma si circondò sempre di cervinaresi, come nel caso di Carmine Clemente,

presidente della Clemente Brothers, e Antonio Mercaldi, che raccolse i fondi per il monumento nel banchetto

del giugno 1927, nella Lotteria, nel Concerto e Ballo del 1928, alla festa di San Clemente, nella pubblicazione

di un "souvenir". Il monumento che ancora vediamo nella piazza di Cervinara fu inaugurato il 17 agosto

1930, con un solo pensiero "clemen-tiano" rivolto agli orfani: "Vivere pericolosamente - abbiate fede in

quello che fate ed il successo sarà vostro". Fra quegli eroi ricordiamo: il maggiore di fanteria Michele De

Dona, ch'ebbe medaglia d'argento l'11 aprile del 1918 per aver dato l'assalto ad una posizione avversaria

difesa da mitragliatrici e fucilieri il 25 agosto del 1927 a Tolmino; il sottotenente Giuseppe De Maria,

medaglia di bronzo alla memoria; e i soldati Pietro Ferraro e Giovanni Girardi, anch'essi medagliati col

bronzo. I cervinaresi d'America, a dire il vero, sono stati sempre uniti. Fin dal 1915 avevano scritto un'altra

pagina di patriottismo e di fratellanza, organizzando la Loggia Cervinara Valle Caudina del grande Ordine

Figli d'Italia in America, grazie ad Antonio Mercaldi, Michele Battuello e Luigi Moscatiello che aggregarono

consensi nel Circolo Educativo Cervinara, dove i compaesani si riunivano quotidianamente. Un circolo con a

presidente Mercaldi, a vice Arcangelo Ricci, Pasquale Moscatiello a segretario; Domenico Cappabianca era il

cassiere, Antonio Martone il provveditore (detto Zì Totonno), Giuseppe Moscatiello e Giuseppe Cioffi, i

curatori. Una Loggia di tutto rispetto con il venerabile Vincenzo Baldini, l'assistente Silvio Rosati, l'ex

venerabile Pellegrino Moscatiello, l'oratore Luigi Moscatiello, i segretari Andrea Bello e Otello Rapini, i

curatori Michele Battuello, Raffaele e Daniele Ricci, Francesco Formato e Antonio Fogliani, i cerimonieri

Luigi Battuello e Florio Stumpo, la sentinella Felice Cataldo e il medico sociale Salvatore Brevetti.


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