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									L’UNITÀ, 19 MAGGIO 2010

Atenei in rivolta contro i tagli: «Stop alla controriforma»
di Maristella Iervasi

Esami saltati, studenti e ricercatori in protesta contro la forbice del duo Gelmini-Tremonti. Raccolta di firme a
Salerno e lezioni a rischio a Roma come Milano, Cagliari e Firenze. È la protesta degli Atenei. Ovunque
manifestazioni contro la controriforma Gelmini. All'unisono, a mezzogiorno, tutti i rettorati sono stati occupati,
simbolicamente. Mala mobilitazione contro i tagli che mette gli Atenei in ginocchio non cessa: oggi la protesta si
sposta sotto il Senato, dove è in discussione il contestatissimo ddl di riforma che prevede pesanti misure sul
trattamento economico, il reclutamento e la riorganizzazione della governance, voluti dalla ministra "unica"
dell'Istruzione. Una «ribellione» generale di tutte le università organizzata da un ampio cartello di sindacati e
associazioni della docenza (una ventina di sigle), studenti inclusi.
La spina nel fianco sono i soldi («mentre in Parlamento si discute, il malato muore: tanti atenei nei prossimi mesi
rischiano il collasso finanziario e altri sono già dovuti ricorrere all'esercizio provvisorio» ha sintetizzato il
segretario generale della Flc, Mimmo Pantaleo). Ma preoccupano parecchio anche le novità previste dal disegno
di legge Gelmini. Un provvedimento che - a parere dei manifestanti - intende «scardinare il sistema nazionale
dell'Università pubblica, concentrando le scarse risorse in pochi Atenei ritenuti eccellenti e ridimensionando il
ruolo di tutti gli altri». Un dissenso che è arrivato alla ministra Gelmini, la quale come al solito, ripete la litania
sul merito: «Bisogna avere il coraggio di cambiare...».
All'Università di Tor Vergata l'assemblea con il segretario della Flc-Cgil Minimo Pantaleo, poi l'occupazione del
rettorato. «Una proiezione della conferenza dei rettori stima all'1 gennaio 2011 il momento di insostenibilità
finanziaria per gran parte degli atenei» - sottolinea il sindacato. A Roma Tre come alla Sapienza è stato
proclamato per il prossimo ottobre «lo stato di agitazione e la mobilitazione generale dell'intera comunità
universitaria». Una mobilitazione che sarà messa in atto «attraverso il rifiuto degli incarichi didattici da parte dei
precari e dei ricercatori, iniziative di lotta del personale tecnico amministrativo, con scioperi a scacchiera nei
servizi, e mobilitazioni generali degli studenti». A Torino e Padova i ricercatori sono arrivati in bicicletta fino
all'Università e hanno consegnato simbolicamente al rettore Giuseppe Zaccaria una "due ruote" per dire "siamo
stanchi di pedalare".
Occupazione simbolica del rettorato a Firenze. L'assemblea ha approvato un documento in cui si chiede «la
convocazione degli Stati generali dell'Università prima dell'approvazione definitiva del ddl Gelmini». Atenei in
subbuglio, dunque. Sit-in degli universitari anche a Cagliari, poi l'incontro con il rettore Giovanni Melis, che
dice: «Non credo sia possibile riformare l'Università proponendo come unico strumento il taglio delle risorse».

L’UNITÀ, 19 MAGGIO 2010

Il Pd: a fianco di studenti e ricercatori
Il Pd è a fianco dei ricercatori che stanno protestando nelle università di tutta Italia. «Stabilizzazione dei tagli
(oltre 1 mld di euro) che stanno impedendo alle università di funzionare, nessuna prospettiva per i ricercatori,
l'intento mal celato di espellere senza complimenti le decine di migliaia di precari che tengono in piedi le
università per sostituirli con una nuova generazione di lavoratori senza diritti.
Di fronte a questo disegno - spiega Marco Meloni, responsabile università e ricerca del partito - noi siamo a
fianco della protesta: É presentiamo un pacchetto di proposte...».

L’UNITÀ, 19 MAGGIO 2010

Via Padova è meglio di Milano
di Igiaba Scego

I bambini sanno cose che noi adulti non sospettiamo. Noi siamo persi nel luogo comune e spesso nel pregiudizio.
Vi faccio un esempio. Un bambino ha partecipato insieme a maestri e amichetti ad una visita guidata ai segreti di
via Padova, a Milano. Una via importante, ma che è stata abbandonata da istituzioni e media. Seguito ideale della
commerciale Corso Buenos Aires, Via Padova è stata al centro di una campagna di demonizzazione. Per molti è il
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luogo della Milano violenta, degli immigrati criminali, dei clandestini da cacciare. Lady Moratti, il vicesindaco-
sceriffo De Corato e il leghista Salvini non hanno costruito campagne di inclusione nel quartiere e hanno
abbandonato ogni programma sociale ben lieti di incassare il voto di alcuni abitanti italiani del quartiere. A via
Padova ci sono problemi, nessuno lo nega, ma ci sono anche ricchezze. Quest'ultime poco valorizzate. Il comune
e i media hanno purtroppo snobbato ogni ricchezza, costruendo un clima da Mississippi Burning. Un clima per
futuri scontri di civiltà e ghettizzazioni. Ed è qui che entra in scena il bambino. Quando gli hanno chiesto che idea
si fosse fatto di questa via piena di negozi etnici e facce colorate, lui ci ha pensato un po' e ha detto: «Via Padova
è meglio di Milano». Per questo la sua frase è stata scelta per dare il titolo alla manifestazione culturale di due
giorni (22-23 Maggio) che si terrà proprio nella via. Una festa per tutti fatta di convegni, musica, iniziative di
vario tipo. L'ente promotore del progetto, Comitato Vivere in Zona 2, e la cordata di associazioni che credono che
un'altra Milano sia possibile, hanno lavorato per realizzare per far incontrare italiani e migranti, migranti e
migranti. L'idea è non agitare emergenze, ma concorrere a risolverle. Vivere e non sopravvivere. Per una Milano
più bella. Per una Milano di tutti.

IL MANIFESTO, 19 MAGGIO 2010

Licenziato, basta la parola
di Sara Farolfi

Claudio Treves, responsabile lavoro della Cgil, parla di «un'autentica porcata». La legge rimandata alle Camere
dal presidente della Repubblica rischia di tornare al Colle, per la promulgazione, addirittura peggiorata. Salta il
cosiddetto «emendamento Damiano» e tra le pieghe della giurisprudenza prende corpo una riedizione del
licenziamento verbale che era stato sostanzialmente cancellato nel lontano 1966 (legge 604). Se passeranno al
Senato gli emendamenti presentati dal senatore Maurizio Castro il lavoratore avrà invece ben pochi strumenti per
difendersi da quello che, dal 1966 fino al ddl lavoro, era un licenziamento «inefficace».
Il ministro del lavoro Maurizio Sacconi spezza più di una lancia a favore del collega per dire che «la ratio
dell'emendamento è tutta favorevole al lavoratore e solo una malafede insistita può ipotizzare il contrario». Il
meccanismo giuridico è subdolamente sottile. Dal 1966 in poi il licenziamento va comunicato per iscritto e può
essere impugnato entro sessanta giorni dalla comunicazione (scritta). Qualunque altro tipo di licenziamento, dice
ancora la legge del 66, è «inefficace», pertanto privo di termini per l'impugnativa (perché non servono). Nel disegno
di legge lavoro si dice invece che la stessa procedura (cioè l'impugnativa) vale anche anche per i licenziamenti
inefficaci. Come quelli orali, inefficaci per legge e per i quali fino a ieri non c'era nessun termine d'impugnativa. Un
tranello sottilissimo. Ha buon gioco il governo nel dire che il licenziamento verbale resta illegittimo. È vero, ma
solo sulla carta perchè nella prassi sarà resuscitato, e se un lavoratore vorrà impugnarlo davanti a un giudice dovrà
farlo entro novanta giorni, ma sarà sempre esposto alle ritrattazioni del datore di lavoro che potrà contestare la data
del licenziamento per invalidare la causa stessa. Perchè, molto semplicemente, verba volant.
Viene eliminato anche l'emendamento proposto dall'ex ministro del lavoro Damiano e votato per un soffio alla
Camera. Si ritorna dunque alla casella di partenza per cui, dopo il periodo di prova o dopo 30 giorni dalla stipula
del contratto, il lavoratore potrà essere costretto a delegare qualsiasi controversia futura al giudizio «secondo
equità» di un arbitro e non a quello «secondo legge» di un giudice. E vero che dalle materie oggetto di arbitrato
resta escluso il licenziamento - e tanto basta a Bonanni della Cisl a cantare vittoria - ma vi rientrano tutte le
eventuali modifiche contrattuali peggiorative.
La derogabilità dai contratti nazionali, vero cavallo di Troia del provvedimento, resta in pista soprattutto grazie
all'istituto della «certificazione» (una scrittura tra lavoratore e datore di lavoro) di cui un giudice chiamato a
decidere una controversia tra le parti è ora costretto a tenere conto. E non è finita. C'è una sorpresa in serbo anche
per quei precari (co.co.co) che si vedano riconosciuti dal giudice il diritto alla riassunzione: si tratta soprattutto di
ex telefonisti di call center, e potranno essere riassunti a tempo indeterminato ma, aggiunge l'emendamento, «per
mansioni equivalenti». Che vuol dire, spiega Treves, che «un telefonista potrà essere assunto e messo a fare
operazioni di carico e scarico, che sono contrattualmente equivalenti».
Secondo la Cisl di Raffaele Bonanni «l'emendamento Castro non modifica la libertà di scelta del lavoratore». Di
parere opposto la Cgil che non esclude, a meno di modifiche, lo sciopero generale: «Il centro destra si assuma le
sue responsabilità senza tirare per la giacca il Quirinale, giocando sulla certezza che la seconda deliberazione di
legge non può che essere firmata come prevede la Costituzione», dice Fulvio Fammoni della segreteria del sinda-
cato. Il testo passa ora all'aula del Senato dove, nei prossimi giorni, saranno votati gli emendamenti presentati, e
si prepara alla terza (e definitiva) lettura della Camera.

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IL MANIFESTO, 19 MAGGIO 2010
Damiano (Pd). Il governo sta demolendo le tutele
«Indietro sull’arbitrato, no allo Statuto dei lavori»
di Antonio Sciotto

Il «collegato lavoro» - la legge sull'arbitrato rimandata alle camere dal Presidente della Repubblica - non ha
davvero pace. Dopo la presentazione di ben 100 emendamenti al Senato, ora ci si prepara al voto. E poi
approderà, in settima lettura, alla Carnera. «Sì, siamo alla settima lettura, un vero record - dice Cesare Damiano,
capogruppo Pd ili commissione Lavoro della Camera ed ex ministro del Lavoro -. Ma soprattutto è un testo che
era partito con 9 articoli per arrivare a 50. Io l'ho ribattezzato "collegato soufflé", perché si è via uria gonfiato, per
recepire contenuti contro il lavoro».
E questo non vi trova d'accordo. Assolutamente no: tra l'altro, questo modo di costruire le leggi per aggiunte
continue, è stato segnalato negativamente tra i rilievi avanzati dal Presidente Napolitano. Dà l'idea di come questa
maggioranza considera le leggi: omnibl4s in cui ficcare tutto. Un difetto che vediamo anche nel «soufflé» Brunetta,
testo che si estende senza sosta.
Andiamo ai contenuti: è stato cassato l’«emendamento Damiano». Cosa significa in concreto per chi lavora?
Un emendamento presentato dalla maggioranza ha l'effetto di annullare quello che avevo proposto io, approvato
alla Camera con un solo voto di differenza. lo spero davvero che in votazione al Senato il nuovo emendamento
non passi: sarebbe gravissimo. Con la mia formulazione si permette al lavoratore di scegliere l'arbitro o il giudice
di fronte a ogni singola controversia che sorga, senza che mai questo si debba impegnare nella scelta una volta
per tutte. Con la modifica della maggioranza, invece, i1 lavoratore torna a essere ricattabile: non gli viene più
chiesta la firma una volta per tutte al momento dell'assunzione, come era nella formulazione rigettata dal Quiri-
nale, mala scelta gli viene prospettata al momento della conferma del contratto. E allora io dico: quale giovane,
soprattutto in un momento di crisi come questo, avrebbe il coraggio di dire no? Tra l'altro, si tratta di un
«arbitrato per equità», a cui noi siamo contrari.
Ma se dovesse passare la legge - e a questo punto Napolitano deve firmare comunque - voi che farete? È
ovvio che la battaglia continua, credo si possano avanzare rilievi di incostituzionalità. Ma quel testo non contiene
solo le norme sbagliate sull'arbitrato: viene introdotta ad esempio la rappresentatività territoriale per i sindacati, il
che vuol dire minare il concetto di confederalità e autorizzare la creazione di sindacati di comodo. E che dire del
licenziamento verbale? Solo pensarlo è allucinante, si tornerebbe indietro rispetto a una legge del '66.
Siete d'accordo con il progetto dei ministro Sacconi di mettere in soffitta lo Statuto dei lavoratori? Dico la
mia opinione, perché nel Pd ci sono diversi pareri, a volte anche opposti. Non si deve passare dallo Statuto dei
lavoratori a quello dei lavori per un motivo: il lavoratore, il soggetto, deve restare al centro, e non il lavoro, che è
l'oggetto. Se vogliamo «ammodernare» quella legge, piuttosto pensiamo a uno «Statuto delle lavoratrici e dei
lavoratori». Lo Statuto resta attuale nei suoi contenuti, e non sono tra quelli che si beve la propaganda del
«togliere ai vecchi per dare ai giovani».
I precari però restano l'anello più debole, soprattutto con la crisi. Quali ricette propone per loro il Pd? Il
governo ha cominciato a smontare tante garanzie appena si è insediato. Pensiamo ai call center: grazie alle noie
circolari, Teleperformance a Taranto aveva assunto 3 mila giovani, e negli ultimi tre anni sono nati in quelle
famiglie 300 bambini. Oggi, però, a causa delle nuove circolari Sacconi, e per il fatto che si strizza l'occhio a chi
fa dumping; chi ha seguito le regole ha costi più alti e minaccia di licenziare. lo non sono d'accordo con il nuovo
contratto caldeggiato da parte del mio partito, il Cuif (contratto unico di ingresso formativo), soprattutto perché
non è chiaro se accanto a quello debbano sopravvivere tutte le altre forme: così non si fa altro che offrire un
ulteriore colore in una tavolozza già variegatissima. Piuttosto: facciamo costare il lavoro flessibile più di quello
stabile. Siamo l'unico paese in Europa in cui permane il paradosso che ciò che è flessibile costa meno: e quale
impresa rinuncerebbe mai a questa pacchia?




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IL SOLE 24 ORE, 19 MAGGIO 2010
Epifani e Bonanni pronti al confronto
I sindacati confederali: apriamo il tavolo, no a misure solo
sul fronte sociale
I sindacati lanciano un aut aut al governo: per il momento restano in attesa che si definisca la manovra correttiva,
dicendosi però pronti a scioperare se saranno varati solo tagli alla spesa sociale.
Questa posizione "attendista" accomuna i leader dei sindacati confederali. Per Guglielmo Epifani il governo «ha
il dovere» di spiegare agli italiani perchè « fa una manovra da lacrime e sangue», quando lino ad una decina di
giorni fa «aveva sostenuto che l'Italia stava meglio di altri Paesi». Dal congresso dei sindacati tedeschi (Dgb) in
corso a Berlino, il segretario generale della Cgil ha sollecitato l'avvio di un tavolo di confronto con il governo
escludendo - almeno per il momento - il ricorso allo «sciopero generale», che si «proclama quando tutte le cose
sono chiare e definite». Epifani ha chiesto una manovra all'insegna dell'equità con interventi sui «grandi
patrimoni, l'uniformazione della tassazione delle rendite, tagli agli sprechi» perchè « a pagare non possono essere
sempre e soltanto lavoratori e pensionati». Sulla stessa lunghezza d'onda, il segretario generale della Cisl ha
spiegato che il Governo « deve dirigere la manovra verso sprechi e ruberie: se dovessimo trovare nelle scelte un
indirizzo di questo tipo daremo la nostra approvazione. Diversamente protesteremo». Sulla base dei contatti
informali avuti nei giorni scorsi con il governo, Bonanni ha detto di «aspettarsi che la manovra conterrà una
sospensione degli aumenti contrattuali sugli statali», e questo «non va bene, vogliamo sapere cosa ci sarà in
cambio», sollecitando «il pugno di ferro sull'evasione fiscale». Anche la Confsal - prima confederazione
autonoma - ha chiesto al Governo un incontro con le parti sociali rappresentative, in tempi brevi. Sollecitando, in
vista della manovra, «una reale lotta all'evasione e all'elusione fiscale», una «maggiore tassazione sui beni
voluttuari e sulle grandi rendite e sulle speculazioni finanziarie, nonché i tagli ai costi della politica e agli
intollerabili sprechi della pubblica amministrazione».
Peraltro i sindacati, all'unisono, sottolineano che eventuali tagli ricadrebbero sui lavoratori che già hanno pagato
un prezzo salato a causa della crisi. A questo proposito è di ieri il rapporto sull'industria della Cisl che lancia
l'allarme: sono a rischio altri 150-200mila posti di lavoro nel 2010, in aggiunta ai 350mila già persi da aprile
2oo8. Complessivamente sono 6oomila i lavoratori coinvolti in qualche modo dagli ammortizzatori sociali ed «il
ritmo lento ed incerto della ripresa fa ritenere impensabile un loro rapido riassorbimento».Sul versante
occupazionale la crisi ha colpito « soprattutto il cuore industriale dell'Italia, la Lombardia, il Piemonte e il
Mezzogiorno, specie in Puglia e Basilicata». Nel Centro Italia, il Lazio é la regione più in sofferenza. Nei
prossimi 3 anni, per carenze strutturali preesistenti, solo un terzo delle imprese appare in grado di agganciare la
ripresa internazionale con un rilancio consistente delle esportazioni: «I dati economici di fine 2009 e nei primi
mesi del 2010 indicano una crescita dell'export ancora inferiore a quella di altri paesi europei. La Cisl propone un
nuovo patto sociale tra Governo, enti locali, imprese e sindacati per rilanciare crescita e sviluppo.


IL SOLE 24 ORE, 19 MAGGIO 2010

Rispunta il superticket da 10 euro
Spunta la rinascita del superticket sanitario da lo euro sulle prestazioni di specialistica nel menu delle misure
della manovra per il aoit-2012. Un intervento che vale 834 milioni su base annua e che negli ultimi anni, dopo il
varo deciso da Prodi con la finanziaria per il 2007, è stato per una buona metà coperto dallo stato lasciando alle
regioni il finanziamento con proprie risorse dell'altra metà. Ma ora la misura sta tornando in au-e e non solo a
livello tecnico. Anche se tutto, considerata l'impopolarità del balzello, dovrà essere deciso politicamente su più
tavoli: all'interno del governo e della maggioranza, ma anche nei rapporti con le regioni dove, tra l'altro, il
centrodestra adesso ha assai più peso che solo un anno fa. Le regioni, che erano già in allerta nella rilettura del
«patto per la salute», si troveranno davanti a un bivio. Potranno non applicare il superticket ma dovranno
comunque trovare la copertura con risorse a carico del proprio bilancio, impresa però impossibile per chi è in
extradeficit. Oppure i governatori potranno applicare un ticket inferiore, a seconda delle proprie disponibilità.
A far capire che la sanità avrebbe fatto la sua parte nella manovra in arrivo, era stato in mattinata il ministro della
Salute, Ferruccio Fazio. Che, senza anticipare alcun intervento allo studio dei tecnici di via XX settembre, aveva

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messo in guardia: «Quando parliamo di una manovra da 25 miliardi non possiamo non pensare che la sanità, che
è l'80% dei bilanci regionali, possa non essere toccata in qualche modo. Quindi, dire che l'ipotesi è plausibile, mi
sembra giustificato».
Tutto da decidere, è chiaro. Anche perché le assicurazioni di Tremonti da Bruxelles («non metteremo le mani nelle
tasche dei cittadini», si veda servizio apagina3) lasciano intendere che qualsiasi intervento sarà politicamente
centellinato. Senza dire delle regioni che sono pronte a far muro, come ha fatto capire il governatore della
Lombardia, Roberto Formigoni, a proposito di eventuali tagli a carico della propria regione. Si colpiscano gli
sprechi, ha attaccato il governatore lombardo. Ogni riferimento alle regioni in superdeficit non è assolutamente
casuale: oggi Campania, Molise e Lazio parteciperanno al tavolo col governo sui piani di rientro, per loro si
avvicina il fantasma dell'aumento delle addizionali Irpef (+0,30%) e Irap (+0,15%) dopo lo stop ai Fas salva-debito.
Che la manovra «sarà dura» lo ha ammesso ieri il leader leghista,Umberto Bossi, mentre la maggioranza del Pd
chiede misure eque e aspetta di conoscere il dettaglio degli interventi prima di prendere una posizione «ma sia
chiaro - ha detto Bersani - che quelli che hanno messo a posto i conti siamo noi». Un concetto ribadito da
Romano Prodi, ospite in una trasmissione televisiva, dove ha ricordato le manovre di «messa in sicurezza dei
conti» adottate dal suo governo per poi aggiungere di non aver «ancora capito la strategia e i numeri di questo
governo». Solo 1'Idv per il momento già assicura che non voterà la manovra di Tremonti e che, nei prossimi
giorni, ne presenterà una alternativa.
A parte le novità del capitolo sanità sul menù degli interventi allo studio sono circolati pochi particolari nuovi.
L'ipotesi più consistente è sul fronte dei trasferimenti ai comuni, tema sollevato dallo stesso Tremonti a
Bruxelles, che ha parlato di 15 miliardi che lo stato gira ai municipi come di una dote su cui «i margini di
intervento sono enormi». La nuova stretta potrebbe sommarsi al taglio di due miliardi già stabilita con la manovra
triennale 2oo8 per i prossimi due anni, mentre verrebbe confermato un trasferimento di soli 500 milioni per il
zoro. Altro particolare che ha trovato più di una conferma è sui tagli agli stipendi dei dirigenti con un reddito
lordo superiore agli 80mila euro. La riduzione sarebbe del 5 o 10%, forse progressiva e riguarderebbe solo la
parte eccedente la soglia degli stipendi di dirigenti di prima e in parte anche di seconda fascia oltre a magistrati,
prefetti e diplomatici (i cui emolumenti non sono contrattualizzati).
Ma per contenere la spesa per i dipendenti si punta anche a rendere più selettivi tutti gli automatismi che oggi
garantiscono progressioni dei redditi (scatti di anzianità, e carriera). Oltre al blocco dei contratti e del turn-over
(per l'8oo% dei vuoti in organico) il menù dei tagli si completa con il pacchetto previdenziale. Le opzioni sulle
finestre di uscita per vecchiaia e anzianità, dal 2011, sono pronte per la scelta politica (il risparmio massimo può
arrivare a 1,5 miliardi strutturali). Anche di questa misura certamente parleranno oggi Tremonti e Berlusconi che
ha già confermato il suo paletto politico: nessuna aumento delle tasse.

IL SOLE 24 ORE, 19 MAGGIO 2010

Le ipotesi in campo
1. Ticket da 10 euro sulla specialistica. Nato con la Finanziaria peri[ 2007 del governo Prodi, il su per ticket su
specialistica e diagnostica da 10 euro è stato ripetutamente bloccato, prima da Prodi stesso, poi da Berlusconi con
le manovre varate in questi anni. Non senza continue frizioni con le regioni. Tanto che in questi anni è stata
prima finanziata dallo stato solo una parte della copertura che vale 834 milioni su base annua. Ora è allo studio la
mancata copertura dell'intera o di una parte dell'intera somma. Se decidessero di non applicarlo, le regioni
dovrebbero provvedere alla copertura con proprie risorse.
2. Taglio dei trasferimenti dello stato ai comuni. Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ieri lo ha detto
chiaramente: «Esistono trasferimenti dal ministero degli Interni ad una platea di Comuni che ammontano a 15
miliardi di euro ogni anno. l margini di intervento sono dunque enormi». L'ipotesi che circola è di un taglio
aggiuntivo rispetto ai 2 miliardi di minori trasferimenti già previsti peril2011 e 2011 dal dl 112 dell'estate 2008.
Per quest'anno i trasferimenti assicurati dovrebbero fermarsi a 500 milioni di euro, una dote che ancora non copre
il taglio dell'Ici sulla prima casa.
3. Blocco delle finestre per il pensionamento. Escluso l'intervento sulla finestra del prossimo mese di luglio per
le pensioni di anzianità, l'ipotesi proposta al vaglio dei ministri prevede un intervento strutturale a partire dal
2011 sia per le finestre di anzianità (sono 2) sia quelle che regolano il ritiro per la vecchiaia (sono 4). Potrebbero
essere ridotte fino a un'unica finestra per tutti,con un risparmio pari a 1,5 miliardi. Ma le simulazioni prevedono
anche altre combinazioni. Confermata, poi, la stretta sulle false invalidità, in aggiunta alla ricognizione Inps già
prevista per il 2010.

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4. Stop dei contratti e taglio ai dirigenti. Sulla pubblica amministrazione gli interventi, a questo punto, non
dovrebbero riservare grandi sorprese. C'è il blocco del rinnovo del contratto triennale e la proroga del blocco
parziale al turn-over che scade quest'anno (vale per l'80% dei vuoti in organico). Si punta poi a intervenire su tutti
gli automatismi che, anche al di fuori del contratto, producono un incremento delle retribuzioni (scatti di
anzianità, progressioni automatiche, eccetera). Perde invece quota l'ipotesi di un prelievo sul fondo unico di
amministrazione, che paga i contratti integrativi.
5. Riduzione dei costi della politica. La quota del 5%, di cui ha parlato finora il ministro Roberto Calderoli,
raddoppia. Il taglio dovrebbe partire dagli stipendi di parlamentari e ministri (ma anche degli amministratori
locali che lo vorranno) per arrivare alle buste paga dei dirigenti che guadagnano oltre 80mila euro lordi l'anno.
Anche in questo caso si parla di intervento biennale.
Il taglio, per i dirigenti, sarebbe solo sulla parte eccedente dell'indennità lorda e potrebbe essere anche
progressivo. Lo stesso intervento scatterà per magistrati, prefetti e diplomatici.
6. Budget più ridotti per le grandi opere. Sono quattro le aree in cui l'intervento dell'Economia potrebbe
prendere piede. Si partirebbe dalla riduzione degli stanziamenti già previsti peri[ 2011-12 nella manovra triennale
con i 300 milioni per Anas, Fs e ricapitalizzare lo Stretto di Messina. Masi potrebbe anche rinunciare ai 1.428
milioni ancora restanti degli 11,2 miliardi del fondo infrastrutturale alimentato dal Fas e dalla legge obiettivo.
Terza ipotesi una rimodulazione dei fondi complessivi e, quarta e ultima opzione, il taglio dei mutui per gli
interventi finanziati ma mai decollati.


IL SOLE 24 ORE, 19 MAGGIO 2010
Possibili riduzioni per i dirigenti della sanità
Stop dai manager: stipendi già bassi
Sono a capo di veri e propri piccoli imperi. Si dice, ma loro lo contestano, che stanno sulle loro poltrone perché
scelti dalla politica e dai partiti. E ora, tra i tagli invocati a carico degli alti stipendi di stato, si ipotizza di
spuntarne le buste paga. Ma i manager di asl e ospedali della sanità non ci stanno: «Siamo l'unica categoria di top
manager che guadagna meno dei propri dipendenti», rigetta la palla nell'altra metà campo Giovanni Monchiero,
direttore generale della Asl 2 di Cuneo e leader di una delle organizzazioni di categoria, la Fiaso.
Si fa presto a dire: spuntiamo i guadagni dei manager pubblici. Tra i grandi e medio-grandi dirigenti pubblici, per
esempio, la pattuglia dei circa 300 manager di asl e ospedali-azienda ha una storia tutta sua. «Capisco che in
questo momento di crisi è difficile spiegarlo alla gente - ha detto ieri Monchiero in una dichiarazione all'Ansa
chissà se presentando una minaccia dalla prossima manovra - ma i nostri stipendi sono bloccati da 10 anni, in
pratica sono fermi al 2001». Ma come: dipendenti pubblici con buste paga ferme da dieci anni che per di più
percepiscono meno dei loro sottoposti? È possibile?
È tutto possibile, in quel mondo spesso senza logica della sanità pubblica. Le buste paga dei manager del Ssn -
con i rischi del caso, quando lavorano bene e solo nell'interesse della collettività - vanno da 140 a poco più di
200mila euro lordi l'anno, incluso il premio del 20%, se l'hanno meritato, come peraltro non raramente viene
riconosciuto dal datore di lavoro-regione. Asl e regione che vai, stipendio che trovi, naturalmente, e non solo
perché la asl è più grande o l'ospedale è più complicato da gestire. Questione di alchimie regionali, di generosità
o di avarizia locali. Fatto sta che davvero i manager di asl e ospedali guadagnano non raramente meno dei loro
primari, i quali, inclusa l'attività libero professionale, hanno redditi spesso ben più alti dei loro capi. I direttori
generali di asl e ospedali, appunto. Ma non solo: assai meno (il 200.0) ancora hanno in busta paga le altre due
figure chiave della "triade" delle aziende sanitarie, il direttore sanitario e quello amministrativo. Tanto che per
trovare un direttore sanitario si fatica parecchio: a un primario non conviene diventare direttore sanitario, figura
centrale nell'organizzazione del lavoro. Guadagnerebbe meno.
E così, ecco che basta fare un salto indietro di due anni, alla manovra estiva del 2008 (la famosa legge 133 di
conversione del decreto estivo di allora) per trovarci al punto di oggi.
Anche allora si decise: tagliamo del 2o% (chissà perché, spunta sempre quel 200) gli emolumenti dei manager e
dei direttori sanitari e amministrativi. Fu subito insurrezione delle categorie e delle regioni: e dove troviamo chi
si assume certi oneri a così basso guadagno, risposero i governatori. E poi, aggiunsero a legge fatta: decidiamo
noi. Fatto sta che di abbassare gli stipendi non se ne fece niente. Chissà se ora si ricomincia con la manovra
correttiva. Peccato che frattanto alla Camera la maggioranza di questo stesso governo stia confezionando ben
altra prospettiva con la cosiddetta "governance sanitaria": i manager devono guadagnare il 2006 in più dei
primari, si chiede. Giustizia sarà fatta? Ma per guadagnare il 20% di meno o i1 20% in più?
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CORRIERE DELLA SERA, 19 MAGGIO 2010
Per anni i governi di centrodestra e centrosinistra hanno proclamato la lotta al malaffare, ma la spesa è
sempre cresciuta
Finti ciechi e grandi evasori, caccia (a singhiozzo) ai furbi
di Sergio Rizzo

Il finto cieco che dopo aver ottenuto la pensione d'invalidità supera l'esame della patente è ormai un classico. Ma
c'è anche il sordo che suona in una banda musicale, l'anziana signora inabile al 70% che chiede il porto d'armi, e
una famiglia di sedici persone con sedici pensioni di invalidità. Per non parlare del non vedente con la vista di
un'aquila che una volta scoperto ha tirato fuori una scusa strepitosa: «Sono appena tornato da Lourdes».
Tutta gente, ha ammonito ieri Giulio Tremonti, che si deve «preoccupare». Si devono preoccupare i «falsi
invalidi», insieme ai «veri evasori». C'è da dire che qualcuno, esasperato dall'andazzo, aveva già provato a farsi
giustizia da solo. Dentro casa. Qualche giorno fa, nel padovano, un falso cieco è stato smascherato addirittura da
suo figlio, che l'ha fatto pedinare da un investigatore privato, cogliendolo sul fatto: zappava l'orto. Episodio dal
quale si può forse ricavare qualche utile suggerimento per la lotta agli abusi? Chissà.
Certamente, come il cieco senza patente è diventato un classico, anche la guerra ai falsi invalidi è un classico. Da
vent'anni a questa parte non c'è governo che non l'abbia quantomeno minacciata. Quanto ai risultati, beh, è
un'altra storia. Sul numero dei falsi invalidi c'è una vasta letteratura, ma nessuno lo conosce con esattezza. Nella
sua ultima relazione che risale al 20091'Inps rivela che su Zoo mila invalidi verificati gli «irregolari» sono
risultati più del 15%. Pochi, certamente non sono. Anche se il dato va preso con le molle.
Tremonti nota che negli ultimi nove anni, durante i quali il centrodestra ha governato per sette, la spesa per le
pensioni di invalidità sarebbe salita da 6 a 16 miliardi. La colpa sarebbe della riforma del titolo quinto della
Costituzione che «ha dato alle Regioni potere di spesa ma non di presa». Vero. Ma sul fatto che le pensioni
d'invalidità siano in molti casi una forma di assistenzialismo clientelare che nessun governo ha mai voluto
davvero estirpare, non ci sono dubbi. Prova ne sia il fatto che è stato sufficiente accentrare le procedure all'Inps,
come si è appena fatto, per veder crollare le domande del 58% nei primi due mesi di quest'anno.
Anche perché i numeri sono sempre stati sotto gli occhi di tutti. Era forse un mistero che le pensioni d'invalidità
crescevano a un ritmo di 20-30 mila l'anno, passando da 672.248 a 832.566 dal 2002 al 2009? Ed era un fatto
sconosciuto che mentre le pensioni aumentavano in otto anni del 23,8%o, il numero delle indennità di
accompagnamento, che rappresenterebbero 12 dei 16 miliardi di spesa, lievitava del 64,9%?
Ancora: nessuno si era accorto che in Sicilia, Regione sempre governata dal centrodestra, c'è un invalido civile
ogni 51 abitanti, più del doppio della Lombardia, altra Regione di centrodestra, dove le pensioni di inabilità sono
una ogni 104 residenti? E che in Campania, per dieci anni amministrata dal centrosinistra, sono ancora più
numerose: una ogni 46 abitanti? Esattamente come in Calabria, dove centrodestra e centrosinistra si sono spartite
l'ultimo decennio? Va detto che parte di questa differenza si spiega con la differenza del tenore di vita nelle
diverse aree geografiche: la pensione di invalidità è legata infatti al reddito. Si spiega in parte così perché a Napoli
ci sia una pensione d'invalidità ogni 41 cittadini contro i 115 di Lodi o i 117 di Varese. Ma solo in parte. Perché
anche le indennità di accompagnamento, che invece non sono legate al reddito, sono decisamente più numerose al
Sud. In Campania ne viene erogata una ogni 28 abitanti, a fronte di una ogni 4o residenti in Lombardia.
I falsi invalidi si preoccupino, ma Tremonti si prepari: non sarà facile. Come dimostrano le 350 mila cause (su
832 mila pensionati) che l'Inps ha ancora in ballo. E se non sarà facile la battaglia contro i finti ciechi,
figuriamoci quella contro l'evasione fiscale. Una piaga storica, contro la quale hanno puntato il dito, anche di
recente, l'Agenzia delle entrate e la Guardia di Finanza, già nota ai tempi dell'imperatore Adriano, abilissimo
politico che appena incoronato regalò ai cittadini romani il primo, colossale condono fiscale tombale. In seguito
ci siamo poi evoluti: visto che in un solo anno siamo riusciti anche a farne 12, di sanatorie.
Una piaga endemica, testimoniata da alcune (apparenti?) assurdità statistiche, come il fatto che i gioiellieri
dichiaravano al Fisco, fino a qualche anno fa, non soltanto meno dei falegnami, ma anche meno dei loro stessi
dipendenti. Una piaga che non è mai stata curata e si è sparsa a macchia d'olio nell'organismo della Nazione: i
redditi sottratti al Fisco sono stimati in 300 miliardi di euro l'anno, per oltre 100 miliardi di euro di imposte evase.
Una somma che consentirebbe a tutti di dormire fra due guanciali, nonostante l'enorme debito pubblico. A patto
che sia recuperata. Ma è una parola. Inevitabile chiedersi se fra i «veri evasori» i quali adesso dovrebbero
«preoccuparsi» ci sono anche i beneficiari dello scudo fiscale, che appena qualche mese fa ha consentito a chi ha
esportato illegalmente capitali di regolarizzarli pagando appena il 5%.

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CORRIERE DELLA SERA, 19 MAGGIO 2010

Statali, i cinque miliardi da congelare
di Roberto Bagnoli

Ufficialmente quello dei dipendenti pubblici è un esercito che conta tre milioni e 375.331 lavoratori. Ma se si
conteggiano i precari, i «socialmente utili» e tutte le funzioni non contrattualizzate (baroni universitari o i
dipendenti delle authority per esempio) come ha voluto fare la Corte dei Conti la cifra sale a tre milioni e 599.000.
E la spesa complessiva sfiora i 170 miliardi di euro l'anno (circa l'11% del prodotto nazionale lordo), un po' più
alta dei 166 miliardi e 735 milioni di euro indicati nel conto annuale della Ragioneria di Stato. La retribuzione
media lorda annua è di 33 mila e 396 euro. Si va da un minimo di stipendio medio per un dipendente ministeriale
da 28.557 euro a un massimo 126.258 di un magistrato. Sono escluse le cariche non contrattualizzate che possono
moltiplicarsi di parecchie volte come nel caso del direttore generale del Tesoro o dei presidenti delle Authority. I
pensionati pubblici ammontano a poco più di due milioni e 6oo.ooo e riscuotono un assegno medio lordo di
19.800 euro all'anno.
Sempre più costosi. Questa è la fotografia del mondo del lavoro del pubblico impiego scattata a fine 2008. Un
esercito di lavoratori il cui costo complessivo nessun governo negli ultimi dieci anni è riuscito a fermare. Dal
2002, infatti, è inesorabilmente cresciuto anno dopo anno passando da 137 miliardi e 621 mila euro ai 170
miliardi di cui sopra. Le retribuzioni sono così risultate in aumento quasi il doppio dell'inflazione (il 35% contro
il 17%o) e molto più degli stipendi del settore privato il cui incremento si è fermato al 20%. Il ministero della
Funzione Pubblica ha calcolato che se i dipendenti pubblici (dal 2ooo al 2007) fossero stati pagati con gli stessi
criteri dei privati le casse dello Stato avrebbero risparmiato oltre 6o miliardi di euro, 7,5 miliardi all'anno.
Enti locali senza freni. Come si vede chiaramente leggendo le tabelle del conto annuale il grosso di questo
esercito si concentra nel settore della scuola e università (un milione e 250 mila), nella sanità (700 mila), nelle
Regioni ed enti locali (600 mila), polizia e forze armate (470 mila). Rimanendo nel 2008, si nota che sono
diminuiti i dipendenti della scuola (-7.800) ma sono aumentati quelli dell'università (+3.300); sono state tagliate
6.000 unità nei corpi di polizia ma sono cresciute di 5.400 nelle force armate. Anche in questo caso le Regioni
sono riuscite a ingrossare ancora di più le loro già grasse trincee assumendo 9 mila dipendenti più altri 7.700 nel
servizio sanitario nazionale.
Blocco dei contratti. Secondo i calcoli della Corte dei Conti se non interviene un blocco del rinnovo contrattuale
i costi di questo immenso apparato sono destinati a salire. Di quanto? Di 1,6 miliardi nel 2010, di circa 2 nel 2011
e di altri 1,7 nel 2012. Nel triennio fanno un totale di 5,3 miliardi di euro che il ministro dell'Economia Giulio
Tremonti vorrebbe congelare. Altra misura allo studio per rimettere in ordine i conti dopo i fatti della Grecia e la
maggior pressione di Bruxelles sul rientro del nostro debito pubblico è quella di allungare i tempi della
buonuscita, come in gergo viene definita la liquidazione o il «Tfr» per lo statale.
Buonuscita rinviata. La buonuscita spiega però Michele Gentile, coordinatore nazionale del pubblico impiego
per la Cgil, è più leggera della liquidazione perché corrisponde a uno stipendio - ma ridotto del 20% - per ogni
anno di servizio. E viene pagata mediamente entro 100 giorni dall'uscita dal lavoro. Se si supera questo periodo
di tempo scatta un interesse del 5% annuo. Ora il Tesoro sta ragionando di alzare questo periodo fino a 180 gior-
ni. Non sono bruscolini: ogni anno escono dalle amministrazioni pubbliche oltre 100 mila lavoratori per una
buonuscita media di circa 60-65 mila euro. Secondo la Cgil ogni lavoratore o futuro pensionato, se passa questa
stretta, finisce per rimetterci 280 euro a testa. E lo Stato risparmia 28 milioni di euro.
Il calcolo sul risparmio per le disastrate casse dell'Inpdap, se passa la riduzione fissa a due finestre nel caso di
pensionamento, è più complicato. Ci limitiamo a osservare che anche nel settore previdenziale i dipendenti
pubblici sono nettamente privilegiati rispetto ai privati: la loro pensione media è di 19.800 euro contro gli 11.600
dei privati. Non solo: i conti della previdenza del pubblico impiego presentano un «buco» di circa 1 i miliardi. Il
saldo per i lavoratori dipendenti privati è invece positivo anche se di soli 4 miliardi. Il flusso degli assegni
previdenziali ai due milioni e 648 mila pensionati pubblici è massiccio: ogni anno è di 53 miliardi. Ma qui
intervenire è molto difficile e delicato.
Federalismo generoso. La Corte dei Conti, nel suo ultimo dossier sul tema presentato in Parlamento il 6 maggio
scorso, ha insistito molto sulla necessità di applicare «subito e bene» la riforma del ministro Renato Brunetta
dando più soldi agli statali più bravi. 1 giudici contabili ritengono che sia « ormai ineludibile procedere a una
misurazione della produttività del lavoro pubblico quale parametro per concedere aumenti retributivi». Ma
probabilmente un approccio del genere non è più sufficiente. Ne è convinto Carlo Dell'Aringa, professore alla
Cattolica di Milano di economia politica ed ex presidente dell'Aran, l'agenzia per i contratti del pubblico impiego.

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«Brunetta per carità fa benissimo, ma sono circa 20 anni che si cerca di andare nella direzione della produttività
con i risultati sotto gli occhi di tutti». E allora che fare? «Occorre uno choc - spiega Dell'Aringa - bloccando
l'autonomia contrattuale degli enti locali per tornare in un secondo tempo a concederla ma con vincoli di bilancio
molto forti». Il federalismo per gli enti locali, finora, si è mostrato troppo generoso.


CORRIERE DELLA LOMBARDIA, 19 MAGGIO 2010
Il presidente della Fondazione Cariplo: crisi e degrado dei costumi, sprechiamo risorse
Guzzetti: c’è disagio nelle periferie . Patto sociale con
giovani e stranieri
di Armando Stella

«Anticipare i bisogni: ecco cosa dovrebbe saper fare una città come Milano». Non rincorrerli né sottovalutarli o,
peggio, nasconderli: «Manca la capacità di guardare lontano, di comprendere con lungimiranza ciò che accadrà».
Il punto di ripartenza, nell'analisi di Giuseppe Guzzetti, è il recupero di una visione strategica del futuro: «Il
rischio, altrimenti, è che la coesione sociale non tenga. In questo, le periferie manifestano solo la punta
dell'iceberg». Il presidente della Fondazione Cariplo cita Carlo Cattaneo («Chiuso il circolo delle idee, resta
chiuso il circolo delle ricchezze») per ricordare a Milano da dove viene, cosa ha perso, quale eredità deve
sfruttare: «Milano e la Lombardia possono uscire da questo grigiore che sembra averle avvolte solo con la forza
delle idee, che inevitabilmente vengono dai giovani. Quei giovani che il cardinale Carlo Maria Martini invitò co-
me fece Papa Wojtyla ad alzare la testa e ad avere coraggio. Quelle idee che possono venire anche dai chi non è
milanese: gli stranieri, integrandosi, possono portare esperienze da molto lontano».
Le parole chiave sono: lungimiranza, coesione, idee e giovani. Ma ogni capitolo va contestualizzato. Giuseppe
Guzzetti - avvocato, classe 1934, una lunga stagione politica nella Dc, oggi alla guida di una delle prime
fondazioni europee, punto di riferimento per le politiche sociali in città - li inserisce in una storia prestigiosa di
borghesia illuminata, ricchezza e valori, una parabola segnata dal «binomio» economia-innovazione.
Un sistema ambrosiano che, adesso, si vede intaccato dalla crisi e subisce un «costante degrado nei costumi».
Dunque: «Bene ha fatto il Corriere a lanciare un Manifesto che raccogliesse attorno al tema chi a Milano e a
questa regione è affezionato».
Guzzetti sposa il «Manifesto per Milano», lo controfirma e lo declina: «Quando i due pilastri della città, quello
economico e quello dei valori, entrano in crisi, ecco, si mette a rischio la coesione civica. I primi a venire esclusi,
e messi ai margini, ovviamente, sono coloro che occupano un posto nelle fasce deboli della società». La
Fondazione Cariplo se ne occupa da diciott'anni: ha investito sull'housing sociale e sull'integrazione tra italiani e
stranieri (contro «la frammentazione e l'isolamento»), è stata accanto ai disabili «per renderli autonomi,
indipendenti», ha «valorizzato in modo nuovo i beni artistici e culturali per farli diventare un volano economico»,
ha promosso « il rispetto dell'ambiente» e ancora garantisce fondi e percorre nuovi percorsi. Gli ultimi: il
progetto «Rane Volanti. Tra strade, vie d'acqua e d'aria, per incontrarsi nel territorio» tra via Padova e il Naviglio
Martesana e il Concorso internazionale per 220 appartamenti a canone agevolato nel Borgo Figino. «Anticipare i
bisogni», una filosofia d'avanguardia. Ma come applicarla? «L'area metropolitana di Milano - risponde il
presidente della Fondazione Cariplo - rappresenta un laboratorio naturale di esperienze: per i flussi migratori, per
la concentrazione di attività economiche, di luoghi del pensiero, come le università, per la ricchezza culturale,
fatta dalle tradizioni e dai suo grandi uomini». Ecco: lavori su questo patrimonio, Milano, lo reinterpreti, faccia
quello che «dovrebbe» saper fare, lanci «ponti», crei occasioni.
Oggi è il giorno giusto per dirlo: «Il 19 maggio ricorre il trigesimo di una persona che ha dedicato la sua vita a
queste tematiche, e mi piace ricordarla in una ricorrenza così significativa: Maria Paola Colombo Svevo è stata la
persona che, in Fondazione, ha avuto l'intuizione di ancorare tutto ai temi della coesione sociale». A lei, conclude
Guzzetti, «dobbiamo molte iniziative che sono diventate esperienze pilota e lungimiranti nel Paese (come i
provvedimenti regionali che hanno ispirato il Sistema Sanitario Nazionale). Paola aveva una mente giovane, con
lo sguardo al futuro. Con questo approccio Milano può e deve rialzare lo sguardo. Le risorse economiche pos-
sono tornare. Ma se non recuperiamo una visione strategica e d'insieme, corriamo il rischio di impiegarle male».




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L’ECO DI BERGAMO, 19 MAGGIO 2010

Statuto dei lavoratori. Così la Costituzione entrò in fabbrica
Quarant'anni fa diventava legge lo Statuto dei lavoratori. Uno spartiacque, un evento innovativo e modernizzatore
per la società italiana. Con la legge 300 la Costituzione entrava nelle fabbriche dopo il boom economico, che non
aveva redistribuito in modo equo i dividendi dello sviluppo alla classe lavoratrice, il Sessantotto, le grandi lotte
operaie (il più grande conflitto sociale nel mondo occidentale di allora) e a ridosso della strage di Piazza Fontana
che segnerà l'inizio dello stragismo neofascista. Una stagione per certi versi drammatica, ma anche - si può dire
con il linguaggio di oggi - riformista.
Lo Statuto dei lavoratori ha avuto tre padri riconosciuti: il ministro del Lavoro Giacomo Brodolini, ex sindacalista
socialista morto nel '69, un anno prima dell'approvazione definitiva della legge; il giuslavorista Gino Giugni,
scomparso nell'ottobre scorso; e Carlo Donat-Cattin, titolare in quel periodo del dicastero del Lavoro e «ministro
dei lavoratori» come amava definirsi. È proprio questo democristiano dalla schiena dritta, ineguagliato leader
storico di Forze Nuove (la sinistra sociale democristiana) morto nel '91, che porta a compimento, nel segno della
continuità, la legge 300 che modernizza nel campo del diritto e dell'emancipazione le relazioni industriali. In un
discorso al Senato, il 9 dicembre '69, Donat-Cattin ricordava che la giustificazione del provvedimento stava «nella
realizzazione di nuovi e più giusti rapporti non solo fra Stato e cittadino ma tra forze sociali dotate di differenti
poteri nella società, un nuovo equilibrio nelle relazioni politiche e tra le forze sociali» . Costituiva, in sostanza,
«l'obiettivo più profondo della Costituzione repubblicana che, in più punti, traccia un cammino convergente
in questa direzione».
La legge, ai tempi di un monocolore democristiano, viene approvata in via definitiva il 14 maggio 1970 a
scrutinio segreto con 217 voti favorevoli (Dc, Psu, Pii, Pli), 10 contrari e 125 astensioni (Pci, Psiup, Msi).
L'astensione dei comunisti fu dovuta soprattutto al fatto che la clausola escludeva dalla disciplina dello Statuto le
piccole aziende con meno di 15 dipendenti. «Credo che Carlo Donat-Cattin - ricorda oggi il figlio del ministro
dell'epoca, Claudio - abbia il merito storico di aver saputo condurre in porto lo Statuto attraverso un percorso
difficile mentre l'autunno caldo viveva la sua fase più acuta e il sindacato vi si opponeva rifiutando la legislazione
del lavoro per mantenere la libertà nei rapporti fra le parti sociali. Erano contrarie, infatti, la Cgil e una parte della
Cisl». «Mio padre - aggiunge Claudio Donat-Cattin - ha lavorato sulla scia dell'impianto di Brodolini e ha
mantenuto lo stesso team con a capo Gino Giugni e persino lo stesso capo ufficio stampa, proprio per dimostrare
la continuità di quel riformismo nato dal centrosinistra e che aveva indotto laici e cattolici di formazione sociale a
portare la Costituzione nella fabbriche. Oggi non ci rendiamo davvero conto che fino a quel maggio del '70 nelle
fabbriche c'era la libertà assoluta di vietare qualsiasi cosa, di cacciare la gente».
Il deputato del Pd Giorgio Merlo, in un articolo su «Il nostro tempo» (settimanale cattolico di Torino). ha
ricordato due aspetti essenziali dell'iniziativa di Donat-Cattin: da un lato la necessità di dare uno sbocco positivo
in nuovi ordinamenti giuridici alle tensioni nelle fabbriche e nella società e dall'altro la consapevolezza che
raggiungere questi obiettivi avrebbe comportato un duro confronto con gli imprenditori. Proprio l'identificazione
con i problemi reali del Paese fece di Donat-Cattin un protagonista positivo e di primo piano di quella stagione.
«Accettò di diventare ministro del Lavoro - osserva Giorgio Merlo - per dare alla politica sociale un ruolo non
più subalterno ma primario a ogni livello». Per ricordare la nascita dello Statuto dei lavoratori la Fondazione
Carlo Donat-Cattin organizza per venerdì a Torino un convegno, al quale parteciperanno fra gli altri il ministro
Maurizio Sacconi e il leader della Cisl Raffaele Bonanni.


L’ECO DI BERGAMO, 19 MAGGIO 2010

Campiglio: quei principi restano validi
di Francesco Anfossi

È ora di mettere mano allo Statuto dei lavoratori a 40 anni dalla sua nascita? Per l'economista Luigi Campiglio
prorettore dell'Università Cattolica e studioso delle dinamiche sociali, le fondamenta della legge rimangono
solide: «Mi ha colpito l'incipit dello Statuto. Perché il titolo primo ha quasi un sapore costituzionale. Si intitola
"Della libertà e dignità del lavoratore". Che dignità e libertà del lavoratore nella loro tutela debbano essere
declinati secondo il cambiare dei tempi è naturale, ma che alcune forme apparentemente moderne questa libertà e
questa dignità la indeboliscano e a volte addirittura la disattendano, è altrettanto vero».
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Dunque, non è il caso di cambiarlo? Nemmeno di aggiornarlo sui lavoratori a tempo determinato, di cui nel
'70 non si aveva certo la cognizione dei nostri giorni? «I principi rimangono validi. La questione sarebbe
semmai quella di tenere al centro la persona in quanto tale e vorrei dire lo spirito di questo primo titolo. Il
lavoratore di cui si parla non è necessariamente un lavoratore a tempo determinato o indeterminato o qualche altra
formula che i tempi moderni richiedono. Qualunque sia la modalità, queste due condizioni, (la dignità in primo
luogo e il rispetto del lavoratore in una struttura che comunque è necessariamente di tipo gerarchico) deve essere
tutelata, sia per il lavoratore che per l'impresa. Laddove c'è qualità del prodotto c'è anche qualità del lavoro».
A vedere la quantità di prodotti sottocosto che arriva sui mercati occidentali dall'Oriente, non sembra un
assioma. «Se la qualità del prodotto incorpora non solo il prodotto finale ma anche il processo produttivo, le due
cose non possono che camminare insieme. Voglio dire che se si mettono insieme un buon prodotto con un buon
processo produttivo questo non solo rappresenta un rispetto e una tutela della dignità del lavoro ma anche un
grande vantaggio per le imprese, che possono a buon diritto chiedere che vengano rispettate le norme di pari
concorrenza. Se io utilizzo manodopera clandestina senza pagare contributi. è chiaro che posso vendere a prezzi
più bassi, ma non sempre socialmente vantaggiosi.
Anche nella teoria economica il prezzo di un bene o di un servizio dovrebbe essere un prezzo sociale e l'efficienza
si realizza quando i prezzi privati dell'impresa corrispondono ai prezzi sociali».
È il concetto di responsabilità sociale d'impresa. Ai tempi del socialista Gino Giugni - l'esperto che più di
altri ha contribuito all'elaborazione dello Statuto dei lavoratori - non c'era. «Uno degli elementi di novità
rispetto al 1970 è proprio rappresentato dalla maggiore consapevolezza di molte imprese della loro responsabilità
sociale. Cosa che avvicina le due dimensioni di prezzo di cui parliamo: quello privato e quello sociale».
Può esistere un buon prodotto senza rispetto della dignità del lavoratore? «Può esistere, ma non è
socialmente giusto. Questa è l'accusa a multinazionali che sfruttano la manodopera delocalizzando in Paesi dove
non vengono rispettati i diritti dei lavoratori. Lo Stato dovrebbe fare da regolatore».
Dov'è che lo Statuto dimostra i suoi anni? «Da questo Statuto emerge in filigrana un'organizzazione di fabbrica
molto rigida, fordista, che decisamente non è quella che oggi produce la ricchezza e il benessere dei Paesi prosperi».
Ci sono articoli non applicati a pieno a 40 anni di distanza? «L'articolo 9 introduce importanti norme per la
prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali. Fosse stato applicato meglio».
L'articolo 10 ancora adesso sarebbe un passo in avanti. «Parla di lavoratori studenti. Hanno diritto a turni di
lavoro che agevolino la preparazione agli esami e non sono obbligati a prestazioni di lavoro straordinario. I
lavoratori-studenti hanno diritto a fruire di permessi giornalieri retribuiti. Così come c'è in filigrana il passato di
un'epoca industriale, ci sono passi molto moderni e attuali che guardano avanti».


L’ECO DI BERGAMO, 19 MAGGIO 2010

L’imprenditore. Mazzoleni: riduciamo lo squilibrio fra
lavoratori tutelati e flessibili
di Gianluigi Ravasio

A 40 anni dall'approvazione dello Statuto dei lavoratori il problema vero non è la sua riforma, ma l'introduzione
di tutele minime per le tante nuove forme di lavoro nate in questi anni: Mario Mazzoleni, presidente dell'Unione
degli industriali di Bergamo dal 1991 al 1995 e di Confindustria Lombardia dal 2001 al 2005, pone l'accento
sulla «sproporzione» delle tutele fra i lavoratori a tempo indeterminato e il mondo del lavoro flessibile. « Lo
Statuto - sottolinea Mazzoleni - ha segnato un punto fermo per molti diritti dei lavoratori che, da allora in poi,
sono stati pacificamente accettati. Si è trattato di un successo sindacale che, in quegli anni, ha sollevato non
poche riserve a livello imprenditoriale. Allo Statuto ci si arriva nel momento di massimo consenso sindacale ed
anche in presenza di una conflittualità permanente». «Oggi - prosegue 1'imprenditore bergamasco - è una legge
che, nel complesso, regge. Occorrerebbe, tuttavia, pensare ad uno Statuto dei lavori per offrire diritti a lavoratori
e imprese. In questi anni si sono creati nuovi lavori rispetto ai quali bisognerebbe prevedere alcune tutele
minime: c'è una sproporzione tra questi e il lavoro a tempo indeterminato. Non si tratta di rivedere lo Statuto, ma
di affrontare problemi che all'epoca non potevano essere previsti».




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L’ECO DI BERGAMO, 19 MAGGIO 2010

I sindacati: ma oggi la sfida è adattare quei diritti alla
nuova realtà
di Gianluigi Ravasio

«Con lo Statuto dei lavoratori la Costituzione entra nelle fabbriche: si affermano i diritti individuali, le libertà
sindacali e di svolgimento dell'attività sindacale. Lo Statuto ha rappresentato un pilastro di garanzia». Zaverio
Pagani, segretario provinciale della Cisl dal 1976 al 1983, oltre che profondo conoscitore della storia della Cisl
per la quale ha ricoperto incarichi anche a livello nazionale, delinea il clima e le vicende che, anche a Bergamo,
hanno fatto da sfondo all'approvazione dello Statuto. Gli Anni Cinquanta, spiega Pagani, avevano visto il
sindacato sulla difensiva: «Sono anni di grandi riconversioni industriali, di licenziamenti, di scontri anche
all'interno del sindacato. Negli Anni Sessanta inizia il cambiamento: c'è la spinta a raccogliere i margini positivi
del miracolo economico dal quale il mondo del lavoro, in un rimo momento, non aveva tratto moti benefici. La
classe lavoratrice prende coscienza di sé. A Bergamo si avvia un processo diffuso di industrializzazione. Negli
Anni Sessanta, nelle fabbriche, i diritti dei lavoratori non erano tutelati, si respirava un clima teso anche perché
non si accettava l'idea di una negoziazione alla pari tra le parti».
Ma il decennio che precede l'approvazione dello Statuto rappresenta anche un periodo molto fecondo e di
preparazione della svolta, un «periodo costituente» per il mondo del lavoro, come insiste Pagani: «Lo Statuto che
viene approvato dal Parlamento regolamenta e codifica quanto, in realtà, si era già affermato e sperimentato negli
anni precedenti. Un periodo nel quale ci sono anche alcune conquiste, si fanno contratti e si registra un certo
miglioramento del reddito. Lo Statuto è il risultato di lotte e conquiste precedenti e il tentativo di guardare verso
il nuovo, dopo anni drammatici. È un momento di svolta: la sua approvazione rappresenta l'attuazione di principi
e diritti previsti dalla Costituzione. E per questo milioni di persone si mobilitano: credo che in questo consista
l'elemento "costituente" dello Statuto». Anche a Bergamo, aggiunge Pagani, «lo Statuto ha rappresentato una
certezza per i diritti dei lavoratori: si affermava l'idea che il lavoro avesse diritti garantiti. E "L'Eco di Bergamo"
seppe interpretare in modo straordinario quegli anni che portarono all'autunno caldo che, a sua volta, condusse al-
lo Statuto». Certo, conclude l'analista cislino, « è, poi, in seguito a un periodo di difficoltà con la prima e seconda
crisi petrolifera e con la stagione del terrorismo, che negli Anni Settanta prende il via un nuovo processo di
cambiamento». Giovanni Barbieri, segretario provinciale Cgil dal 1992 al 2000, considera lo Statuto una «grande
innovazione nei rapporti lavoratori-azienda, sindacati-lavoratori e sindacati-imprese. Si stabiliscono nuovi diritti,
si crea un clima positivo e di grande consapevolezza dei diritti acquisiti». Allo Statuto, aggiunge, «si arriva dopo
anni di dure lotte. Il periodo che lo precede è una fase abbastanza opprimente per quanto riguarda i rapporti in
fabbrica, segnati da una rigida gerarchia. L'autunno caldo è un passaggio fondamentale, che ha dato un contributo
essenziale per l'affermazione dello Statuto».
Riguardo alle prospettive, Ferdinando Piccinini, attuale segretario provinciale Cisl, sottolinea come lo Statuto
«mantiene ancora oggi il suo valore: ha svolto e continuerà a svolgere la sua funzione di tutela della dignità e dei
diritti dei lavoratori». Allo Statuto, aggiunge, «occorre ora affiancare le tutele per i nuovi lavori flessibili e
atipici, per il lavoro autonomo e parasubordinato. Bisogna definire uno Statuto dei lavori: un obiettivo da
perseguire in modo concertato con le parti sociali».
Anche Luigi Bresciani, segretario provinciale Cgil, osserva come «lo spirito fondamentale dello Statuto sia
ancora valido. Occorre qualche aggiustamento per renderlo più vicino ad una realtà economica cambiata: oggi c'è
una polverizzazione della realtà produttiva. Serve, allora, portare i diritti nelle realtà dove non ci sono ed è
necessario pensare ai precari e al mondo delle microimprese. Oggi lo Statuto non incontra più i giovani e migliaia
di lavoratori: la sfida è come ampliare e adattare quei diritti alle nuove realtà produttive».
Insomma, siamo nel pieno della società postfordista.




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BRESCIAOGGI, 19 MAGGIO 2010

Edolo, il Meneghini ripartirà con uno scientifico a termine
di Lino Febbrari

Doveva essere una giornata in allegria per promuovere il plesso scolastico e convincere i ragazzi vicini alla
licenza media che non vale la pena svegliarsi all'alba per frequentare istituti superiori lontani decine di chilometri:
a pochi chilometri dalle loro abitazioni, a Edolo, si trova una struttura che risponde egregiamente alle richieste del
territorio. Un evento che invece si è trasformato in una sorta di « funerale»; in un appuntamento che purtroppo ha
segnato ufficialmente la fine (temporanea, si spera) di un indirizzo di studio ed evidenziato lo stato di grave crisi
di un altro.
La tradizionale «Festa di primavera del Meneghini di Edolo, l'Istituto d'istruzione superiore che racchiude (va)
sette percorsi formativi (Liceo scientifico, Igea-ragioneria, geometri e gli indirizzi turistico, agroambientale,
chimico-biologico ed elettrico) è stata infatti turbata dalla conferma che il prossimo anno scolastico non ci sarà
più la prima del Liceo scientifico: «Abbiamo solo sette ragazzi iscritti, e secondo la normativa non possiamo
istituire la classe», ha chiarito desolato il professor Vittorio Zaniboni, da un paio di anni a capo dell'istituto.
Che il Meneghini non navigasse in buone acque, in particolare che un paio di indirizzi fossero a rischio per il
basso numero di iscritti, lo si sapeva da tempo. E quanto si temeva si è purtroppo avverato: la notizia è stata
confermata dal dirigente a margine della giornata nella quale insegnanti e studenti hanno accolto nella struttura
scolastica i genitori e i cittadini per mostrare le attività svolte durante l'anno.
«Prendo atto con rammarico che dal nostro bacino d'utenza, che va da Pontedilegno a Sellero all'Aprica, siamo
riusciti a raccogliere solo sette preiscrizioni riferite alla prima classe dello scientifico: poche per poter avviare il
ciclo di studi - aggiunge Zaniboni -. Prendo atto anche del fatto che 11 ragazzi tra Malonno, Cedegolo e la
Valsaviore, quindi nostri potenziali iscritti, hanno preferito iscriversi al liceo di Breno e sottolineo, lo abbiamo
già appurato con un'indagine, che probabilmente 29 indirizzi, tanti sono quelli che costituiscono l'offerta
formativa in Valcamonica, sono troppi; ed è perciò inevitabile che qualche plesso, tra cui il nostro, si trovi,
diciamo così, in sofferenza».
La cancellazione della prima dello scientifico la ritiene una sconfitta? «Non si tratta di una sconfitta - ha replicato
il dirigente -, certo è che per sopravvivere, in futuro il nostro istituto dovrà rinunciare a qualcosa. Ne abbiamo
discusso a lungo con docenti e politici locali, ne ha parlato anche la stampa: limitando da sette a cinque gli
indirizzi, la scuola, che ha potenzialità e grande voglia di riscatto, potrà proseguire senza problemi l'attività
ancora per molti anni». «Seguiamo con attenzione e preoccupazione l'evolversi della situazione - commenta
Guido Bera, assessore all'Istruzione di Edolese -, e condividiamo quanto affermato da Zaniboni in quanto
riteniamo che l'attuale frammentazione degli indirizzi non può che portarea una loro riduzione».


BRESCIAOGGI, 19 MAGGIO 2010

Darfo, medie e primarie passano all’elettronica
di Eletta Flocchini

Ti dicevano «vieni alla lavagna»: e uno, oltre al groppo in gola, sentiva in anticipo pure l'odore del gesso; di
quella polvere bianca che di lì a poco si sarebbe sparsa nell'aula mescolandosi all'adrenalina. Vecchi tempi ma
non troppo. Intanto la scuola sta cambiando, anche, per fortuna, grazie alla tecnologia applicata e non solo per i
tagli. E all'insegna della modernizzazione, L’istituto comprensivo «Darfo 2» ha appena festeggiato l'arrivo di otto
nuove lavagne multimediali. Stiamo parlando di veri computer touch screen con funzionalità interattive. Roba da
rimanere a bocca aperta se non si hanno dodici anni, un modernissimo cellulare incorporato nei jeans e in camera
un arsenale tecnologico. «Abbiamo destinato tre lavagne - spiega Paola Abondio, dirigente scolastico del Darfo 2
- alle prime tre classi delle scuole medie Tovini di Boario, e le altre cinque ai plessi delle elementari di Erbanno,
Montecchio, Boario, Gorzone e Angone. Per noi rappresentano davvero una svolta. Offrono possibilità di
impiego molto ampie che vanno dal collegamento a internet all'opzione, per gli studenti malati, di vedere da casa
attraverso il proprio pc cosa scrivono gli insegnanti in classe. Hanno uno schermo molto luminoso e possono
contenere anche file musicali».
L’operazione che ha potenziato l'istituto scolastico è divenuta possibile grazie all'amministrazione comunale che,

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nell'ambito dei fondi destinati ai Servizi scolastici, ha stanziato 15 mila euro per l'acquisto dei materiali
tecnologici. «Mi piacciono molto-commenta il sindaco Francesco Abondio -, perchè non possiamo pensare di
insegnare ai bambini che vivono con la tecnologia a disposizione restando all'età della pietra, visto il materiale
delle vecchie lavagne. AI di là del fascino degli strumenti di un tempo, oggi la scuola deve essere strettamente
collegata alla realtà, dev'essere al passo con i tempi. Questo però è un primo passo. L’idea è di fornire presto tutte
le classi dei nostri istituti». Sarebbe davvero una spesa significativa perle casse comunali, ma in questo caso la
scuola ha dato una mano: «I costi - spiega la dirigente Abondio - sono stati contenuti grazie ai risparmi realizzati
con l'utilizzo gratuito di Linux Ubuntu anziché dei programmi Microsoft». I più entusiasti saranno gli studenti,
che finalmente potranno usare a scuola i linguaggi con i quali sono abituati a comunicare. Ma forse a loro,
cresciuti in un altra epoca, sembrerà tutto normale..


BRESCIAOGGI, 19 MAGGIO 2010
Viabilità. Le opere da Berzo Demo a Edolo
Sesto lotto della 42, gli enti locali uniti pagano il progetto
di Luciano Ranzanici

L’assessore ai Lavori pubblici e alla viabilità della Comunità montana, Francesco Manella, si trova probabilmente
al posto e nel momento giusto, perché ha ereditato dal suo predecessore Mario Pendoli risorse e progettualità per
la realizzazione (avvenuta) del ponte Dazza a Sonico e per l'avviato cantiere d'accesso all'ospedale di Esine. E
adesso, sempre il sindaco di Capodiponte è diventato «protagonista» delle fasi preliminari (molto preliminari)
della realizzazione del sesto lotto (secondo stralcio) della superstrada della Valcamonica: il tratto Berzo Demo-
Edolo, che verrà realizzato «riutilizzando» la viabilità esistente.
La Provincia ha emesso negli ultimi giorni il bando (la scadenza per la presentazione delle offerte è fissata per il
prossimo 5 luglio, mentre la gara d'aggiudicazione si terrà due giorni dopo) per la «progettazione preliminare e lo
studio di fattibilità ambientale per l'adeguamento in sede del tratto Berzo Demo-Edolo della statale 42 del Tonale
e della Mendola», e per la costruzione della variante Est di Edolo «con collegamento in lato Sud alla statale 39 del
Passo dell'Aprica». In sostanza, accollandosi i costi della progettazione, gli enti locali si rivelano ancora una volta
decisivi facilitando e anticipando 1'Anas. 1560 mila euro necessari saranno suddivisi fra Provincia (280 mila) e
Comunità montana e Bim (140 mila a testa), mentre la realizzazione complessiva dell'opera comporterà un
impegno di spesa di 72 milioni. Quali sono le «caratteristiche» di questo sesto lotto? L’intervento prevede
l'adeguamento e la riqualificazione della42 nel territorio di Malonno (un lungo tratto in rettilineo nella cosiddetta
«Piana di Malonno») e della 39 dell'Aprica, con l'allungamento della tangenziale a Sud di Edolo (32 milioni di
euro la prima opera, 121a seconda). Lo sforzo maggiore consisterà poi nella realizzazione della variante Est del
centro dell'alta valle Edolo: avverrà in galleria, dall'attuale rotonda nelle vicinanze della piscina all'abitato di Mù,
e costerà circa 28 milioni. In origine il progetto prevedeva all'inizio del lotto la realizzazione di una galleria da
edificarsi tra lo svincolo di Berzo Demo e l'inizio del territorio di Malonno (il costo era fissato in 140 milioni), ma
Bim, Comunità montana, Provincia e l'amministrazione comunale locale decisero appunto per la riqualificazione
dell'attuale piattaforma stradale. Poi, e dopo che le amministrazioni comunali interessate si sono rese indisponibili
a compartecipare alle spese progettuali, sono state decise anche la riqualificazione della statale 39 e la variante
all'abitato di Edolo. Insomma: la procedura aperta dalla Provincia per l'appalto della progettazione è una seria
ipoteca sulla realizzazione effettiva delle opere.


BRESCIAOGGI, 19 MAGGIO 2010
Cedegolo. “Insieme per Cedegolo e Grevo” affila le proprie armi
L’informatore è un blog: l’opposizione si attrezza
di Luciano Ranzanici

Si chiama «Insieme per Cedegolo e Grevo», ed è l'informatore del gruppo di minoranza omonimo che, distribuito
alle famiglie del paese nei giorni scorsi, ha offerto all'opposizione l'occasione di fare numerose e non certo tenere
osservazioni critiche sull'attività della giunta.

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Il coordinatore del gruppo di centrodestra, Sergio Marino, e il capogruppo Vittorio Moreschi «spiegano» la scelta
della pubblicazione con la necessità di «disporre di uno strumento di stimolo e di critica non fine a sé stessa
all'amministrazione del sindaco Andrea Pedrali» ; ma pure come di «un mezzo d'informazione per presentare
nella nostra ottica i problemi, le opere e i servizi di Cedegolo e Grevo». E come dicevamo Marino & c. non sono
esattamente teneri; ma è pur vero che «Insieme per Cedegolo e Grevo» muove rilievi soprattutto alle gestioni
precedenti di Pierluigi Mottinelli (attuale capogruppo di maggioranza) dell'ultimo decennio piuttosto che
all'attuale (Andrea Pedrali fin dall'inizio del proprio mandato si è definito soprattutto un amministratore).
« Vediamo il Comune in una fase di impoverimento, con sempre più anziani, con i giovani che se ne vanno, con
numerose case sfitte e in proiezione con la superstrada che porterà isolamento», esordisce il gruppo di minoranza
che si definisce «alternativo all'egemonia delle sinistre» e che intende «far conoscere nel modo più obiettivo
possibile anche l'altra campana, dopo troppi anni caratterizzati dall'assenza di alcun tipo di contraddittorio».
Dedicando la seconda, corposa parte del giornalino alle proprie proposte sul futuro del paese, Sergio Marino,
Vittorio Moreschi, Ivan Calvetti , Daniele Tosini e Ivana Maffeis dopo aver fatto le pulci alla maggioranza con
una serie di analisi corredate da fotografie si augurano «un muovo modo di gestire la cosa pubblica da parte degli
attuali amministratori, che non si devono limitare a risolvere le esigenze del giorno per giorno, ma devono attuare
una politica di sviluppo che guardi ben oltre il periodo temporale dell'attuale mandato».
L’uscita del giornalino, ma anche la contestuale attivazione del blog dell'opposizione, è coincisa con una
polemica a distanza che ha coinvolto la stessa formazione di centrodestra, il capogruppo di maggioranza
Mottinelli e di riflesso, ma non troppo, anche il presidente del Bim, Franco Gelfi.
L’ex sindaco di Cividate era stato invitato a un incontro pubblico da Sergio Marino (proprio per presentare blog e
giornalino), per informare sulle attività e servizi del consorzio e della Comunità montana e sulla privatizzazione
dell'acqua; ma Mottinelli ha eccepito sulla presenza del massimo esponente del Bim. Niente da fare; anche se
Gelfi non ha rinunciato all'idea di un futuro confronto cedegolese sui temi sopra citati.


BRESCIAOGGI, 19 MAGGIO 2010

[Strage] La parola agli imputati. Giovedì Tramonte
di Wilma Petenzi

È l'ora degli imputati. Nel processo per la strage di piazza Loggia, iniziato il 25 novembre di due anni fa, è
iniziato il conto alla rovescia per l'esame degli imputati. Quanto meno per Maurizio Tramonte e Francesco
Delfino, i due imputati che hanno scelto di sottoporsi alle domande dell'accusa, degli avvocati di parte civile e dei
difensori. Carlo Maria Maggi non intende sottoporsi all'esame e anche Pino Rauti sta decidendo in questo senso.
Impossibile l'esame per Delfo Zorzi, da anni cittadino giapponese e con un ordine di cattura pronto a scattare se
mette piede sul territorio italiano. Il debutto spetta a Maurizio Tramonte. L’imputato, detenuto per altra causa,
sarà sentito giovedì. Per l'esame di Tramonte, infiltrato dal Sid negli anni Settanta nella destra eversiva, la corte
d'assise di Brescia ha fissato anche altre due date. «Fonte Tritone», cosi era il nome in codice di Tramonte nei
suoi rapporti con il Sid, sarà sentito anche il primo e il 3 giugno. Lex generale dell'Arma Francesco Delfino
comparirà davanti ai giudici della corte d'assise di Brescia 1'8 e l'11 giugno. Lex generale dei carabinieri per
l'accusa partecipò ad alcuni incontri organizzativi per mettere a punto la strage di Brescia e pur sapendo quello
che stava per succedere in piazza non fece nulla per evitare l'esplosione.
In queste ultime udienze, prima dell'esame degli imputati, verranno sentiti gli ultimi testi dell'accusa, ancora
ufficiali di polizia giudiziaria che hanno effettuato gli accertamenti richiesti dalla Procura di Brescia.
1Yamonte dovrà rispondere ai pm Roberto Di Martino e Francesco Piantoni di una serie di dichiarazioni
rilasciate tra giugno del 1995 fino a marzo del 1999 quando decise di porre fine alla propria collaborazione e
ritrattò tutto quanto aveva detto fino a quel momento in una lettera inviata alla procura di Brescia. Tramonte sarà
chiamato a rispondere delle confidenze che cominciò a rilasciare dal 27 giugno del '97 ai Ros di Padova, sentito
dal capitano Massimo Giraudo. Confidenze che in aula sono state parzialmente confermate dall'amico Maurizio
Zotto. L’imputato dovrà spiegare le informazioni contenute nelle veline inviate da Alberto, il suo contato al Sidin
cui si traccia l'ambiente in cui è maturato l'attentato del 28 maggio. Tramonte raccontò che tre giorni prima della
strage ci fu una riunione a Abano Terme a casa di Giangastone Romani, a cui parteciparono Carlo Maria Maggi,
al vertice di Ordine nuovo e altri due camerati veneti. In quell'occasione Maggi annunciò la nascita di una or-
ganizzazione doppia, una palese e una occulta, dedita all'eversione violenta. Maggi avrebbe detto a Tramonte che
un obiettivo degli attentati doveva essere una manifestazione della Maggioranza Silenziosa, ma poi seppe della

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manifestazione organizzata dal sindacato a Brescia. Secondo le rivelazioni di Tramonte Maggi contattò Guerin
Serac tramite Delfo Zorzi e dal Portogallo arrivò un tecnico che preparò due ordigni. Alla presenza di Tramonte,
così sostenne l'imputato nel suo periodo collaborativo, Maggi consegnò i due ordigni a Ermanno Buzzi (assolto
in appello dall'accusa di strage e ucciso in carcere) e gli indicò Giovanni Melioli come persona che avrebbe
ritirato la bomba. Le due bombe erano in una borsa sportiva. Tramonte, che aveva avvisato il suo collegamento
con il Sid era tranquillo, pensava che la strage sarebbe stata fermata, ma il manipolatore giorni dopo gli disse
«non è stato possibile fermare il corso della storia».

BRESCIAOGGI, 19 MAGGIO 2010

La difesa. Palinuro era Delfino? «Solo supposizioni
di Mara Rodella

Per i pubblici ministeri altri non è che l'ex capitano del nucleo investigativo dei carabinieri di Brescia: al nome di
copertura «Palinuro» per l'accusa non può che corrispondere l'ex generale Francesco Delfino. Quel Palinuro,
cioè, che all'epoca era in contatto con le Sam di Giancarlo Esposti, al punto da procurare tesserini dell'Arma e
divise nel caso di evasioni. E al punto di «tradirlo» pianificando la sua morte in un conflitto a fuoco, proprio con i
carabinieri, a Pian del Rascino, due giorni dopo la strage, perchè, secondo voci raccolte tra gli ambienti di destra,
si sarebbe rifiutato di piazzare l'ordigno. Eppure, stando agli accertamenti svolti dal Ros non sarebbero emersi
riscontri tali da abbinare Delfino a Palinuro.
A ricostruire il lavoro svolto, in aula, è stato Paolo Scriccia, comandante del reparto antieversione del Ros di
Roma. Si fa riferimento alla figura di Palinuro, legata all'indagine «che la Procura di Roma stava conducendo sul
golpe Borghese -contestualizza il teste -. A Milano erano state acquisite nuove fonti di prova: nastri registrati dal
capitano Labruna, Ed è sulle trascrizioni che scatta lo scontro in aula, tra accusa e difesa, sull'identità di Palinuro.
«Dalle intercettazioni risulterebbero riunioni del Sid che pare non volesse gettare discredito sulle forze armate».
Ed è a questo punto che si parlerebbe di Palinuro come «ufficiale del Sid legato alla Rosa dei Venti»: un uomo
«sui 35 anni, statura media, un po' in carne, con i baffi», riferisce Scriccia. Ma, sui verbali., dei baffi non c'è
traccia: dettaglio non indifferente che la difesa coglie al volo e che pare frutto di deduzioni più che di riscontri.
Nel mirino anche un colloquio registrato tra Labruna e Pier Lercari, «ad» Piaggio (simpatizzante della Rosa dei
Venti), datato 29 marzo 74 in cui si parla di tale «Pan„, Paguro», «Palinuro?», chiederebbe Lercari. «No, non
Palinuro, ma non ricordo il nome». Una risposta che scansa ogni dubbio per la difesa, ma non per accusa, ferme
nella convinzione che la strage maturò grazie alla complicità della destra e dei servizi deviati.

BRESCIAOGGI, 19 MAGGIO 2010

Ricerche di Bonati a Parigi
di Mara Rodella

Era il super teste dell'accusa nella prima istruttoria sulla strage di piazza Loggia, ma poi, anche Ugo Bonati finì
tra gli imputati della «pista bresciana», legata a Ermanno Buzzi e Angelino Papa. Nei 19791a Procura emanò nei
suoi confronti un mandato di cattura, ma Bonati aveva già fatto perdere le proprie tracce da mesi. E di lui non si è
più saputo nulla. Sparito. Tutt'altro che irrilevanti, per l'accusa, le sue confidenze in carcere rilasciate. per
esempio, a Italo Azzi, durante la detenzione a Trento tra i175 e il 76: confessioni in cui Bonati avrebbe rivelato
anche la pressione subita dagli inquirenti per confermare le tesi accusatorie.
Il suo nome ricompare nella deposizione di Paolo Scriccia, o meglio, da un'informativa del Ros del 5 aprile 2004:
oggetto della nota, i rapporti tra Ugo Bonati e Giacomino Galbani. I due si sarebbero incontrati a Parigi 8 anni fa.
«Galbani aveva detto che, recandosi a Parigi nel 2002 aveva incontrato Bonati per caso: lo descrisse con barba
lunga, capelli fluenti e corporatura massiccia». Dettagli che avrebbero portato i militari a rimettersi sulle tracce di
Bonati, ma senza fortuna. Questa sarebbe l'unica testimonianza in grado di sostenere che Bonatí sia ancora vivo.




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GIORNALE DI BRESCIA, 19 MAGGIO 2010

Tramonte e Delfino ci saranno
di Pierpaolo Prati

Risponderanno alle domande di accusa, parte civile e difesa. Saranno gli umici a presentarsi davanti alla Corte
d'assise che li sta processando per la strage di piazza Loggia. Toccherà prima a Maurizio Tramonte, poi a
Francesco Delfino. Il primo è accusato, sulla scorta delle sue stesse dichiarazioni (poi ritrattate) e di alcuni
riscontri, di essere stato componente della cellula eversiva che volle la bomba del 28 maggio. Il secondo,
all'epoca comandante del Nucleo investigativo dei carabinieri di Brescia, è accusato di aver preso parte a delle
riunioni nelle quali si sarebbe deciso l'attentato e, nonostante il ruolo rivestito, di non averlo impedito e tanto
meno aiutato la giustizia a fare il suo corso.
Accuse e affermazioni pesanti. I due imputati, che dividono l'iscrizione nel registro degli indagati insieme a
Carlo Maria Maggi, Dello Zorzi e Pino Rauti, nelle 126 udienze sin qui celebrate sono stati oggetto delle
affermazioni più pesanti. Maurizio Tramonte, che con il nome di copertura «Tritone» collaborò con il Sid e fornì
le indicazioni per redigere la velina dalla quale ha tratto spunto l'inchiesta, si ritrova nell'incomoda posizione di
respingere al mittente i riscontri forniti all'accusa dall'amico d'infanzia Maurizio Zotto. Costui infatti ha
confermato, compiutamente in alcuni punti, la relazione nella quale Tritone parlava di un incontro tre giorni
prima della strage nel quale Maggi parlò della costituzione di Ordine Nuovo e della sua duplice vocazione,
politica e violenta. Ma anche del viaggio a Brescia giorni dopo l'attentato di piazza della Loggia. E della volontà
dei vertici di On di non lasciare isolato il caso Brescia. Tramonte ritrattò tutto. Disse di essersi inventato
circostanze e persone nel tentativo di accreditarsi e quindi di guadagnare denaro. L'incongruità di alcune sue
argomentazioni in effetti non sfuggono. Altre però per l'accusa sono riscontrate e il tentativo di cavarsela af-
fermando di aver detto menzogne redditizie, per i pubblici ministeri, è destinato a fallire.
Diverse anche le affermazioni fatte in aula sul conto del cap. Delfino. Testimoni, in particolare collaboratori di
giustizia, hanno riferito di suoi presunti legami con la criminalità. organizzata calabrese. Del suo ruolo di trait
d'union tra la 'ndrangheta e le organizzazioni della destra eversiva e di garante per il trasporto di esplosivi.
Maurizio Tramonte, che sta seguendo questa fase del processo sarà in aula a partire dal prossimo 27 maggio. Al
suo interrogatorio la Corte d'assise ha dedicato tre udienze. Il turno dell'ex capitano Francesco Delfino scatterà
invece 1'8 giugno. Il suo esame potrebbe protrarsi anche per l'udienza dell'11.
I baffi di «Palinuro». Ieri intanto è stata la volta del colonnello Paolo Scriccia, investigatore del Ros che ha
svolto per la Procura diversi approfondimenti. L'attenzione dei pubblici ministeri Roberto Di Martino e Francesco
Piantoni si è soffermata in particolare sull'attività che ha svolto con riguardo a «Palinuro», nome in codice dietro
il quale per l'accusa si celerebbe Delfino; all'agenda di Ermanno Puzzi Bagli ultimi avvistamenti di Ugo Bonati, il
superteste di Visano che avrebbe avuto un ruolo decisivo nella prima inchiesta poi finita in nulla di fatto.
Quanto a Palinuro il colonnello del Ros ha riferito registrazioni fornite dal cap. Labruna. «Risulta essere un
ufficiale dei carabinieri - ha detto ripassando quel materiale -che partecipò ad alcuni incontri volti al recupero di
finanziamenti al Fronte Nazionale di Borghese. Palinuro veniva descritto come un tipo in carne, sui trentacinque
anni e con i baffi,,. Baffi che «cadono», così come incerta, dopo la richiesta di precisazioni avanzata
dall'avvocato Paolo Sandrini, difensore di Delfino, risulta essere (identificazione in Palinuro in quell'ufficiale
dell'Arma impegnato nella ricerca di finanziamenti dei cospiratori.
Con riferimento all'agenda del 1974 di Ermanno Buzzi - l'uomo condannato in primo grado all'ergastolo per la
strage, poi assolto post mortem in appello - il col. Scriccia ha avanzato il sospetto che le informazioni contenute e
di interesse per l'accusa non sia stata inserite in tempo reale. «Può essere che Buzzi se la sia procurata in anni
successivi al '74 -ha detto il teste - e l'abbia compilata con fatti ormai di dominio pubblico. Diverse sono le
incongruenze temporali». Quanto a Bonati, scomparso dalla circolazione durante la prima inchiesta, Scriccia ha
riferito di un suo avvistamento a Parigi nel 2002. Rimasto però oscuro.




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GIORNALE DI BRESCIA, 19 MAGGIO 2010

Breno. Un restyling per il “Valverti”
di Giuliana Mossoni

Dentro e fuori. Per ristrutturare il vecchio e investire sul nuovo. L'ente morale Valverti di Breno, che gestisce un
vasto patrimonio - frutto di un lascito dei primi del Novecento - tra cui anche l'edificio che ospita la scuola materna
e il nido, si prepara «alla rivoluzione». Ai primi di luglio apriranno più cantieri. Per un restyling che parla di opere
«necessarie e inderogabili» e di altre che garantiranno una maggiore fruibilità e gradevolezza alle aree estere. Prima
necessità: rifare il tetto, crollato poco prima di Natale a causa della troppa neve che si era accumulata sulla sommità.
Per permettere si bimbi di tornare a scuola, si era intervenuti con lavori urgenti di messa in sicurezza; il giorno dopo
la chiusura delle lezioni, a luglio, si farà sul serio. I circa 1.200 metri quadri di copertura verranno rifatti daccapo,
per una spesa di circa 100mila euro, sui quali è già stato assegnato un finanziamento dalla Regione di 31mila euro e
altri sono attesi nei prossimi mesi (il Valverti ha partecipato a quattro bandi).
Energia che viene dal tetto. Nuovo tetto sì... ma col fotovoltaico. Approfittando dei lavori sulla copertura, il
consiglio di amministrazione (composto dal presidente Alessandro Panteghini, dal vice Giovanni Retrosi e dai
consiglieri Bruna Zampatti, Patrizia Speziari e dal sindaco) ha deciso d'installare i pannelli solari, per almeno 20
chiloWatt di potenza (potrebbero aumentare in base all'entità del finanziamento concesso sul quarto bando del
fotovoltaico). La struttura sopporta costi altissimi sia per la corrente elettrica (oltre 4mila euro all'anno) che per il
riscaldamento (è un'altra necessità, quella di rivedere totalmente l'impianto, ma se ne riparlerà a breve). I pannelli
solari, dopo qualche anno per recuperare l'investimento, potrebbero rendere autonomo il complesso. In
contemporanea ai lavori sul tetto, partirà la riqualificazione dell'area circostante, col recupero del parco (1.900
metri quadri di superficie), la creazione di nuovi parcheggi (saranno 20), di un nuovo ingresso e del marciapiede,
la posa di nuovi giochi e la sistemazione della piazzetta polivalente. Per Breno, l'intervento assume un significato
speciale, visto che - in una cittadina di 5mila abitanti -non esiste un parco pubblico naturale (c'è un parco giochi
alle spalle del Municipio, ma è in sintetico e non ombreggiato). Nel giardinetto troverà posto anche la sede
dell'Anuu (Associazione migratoristi), che per questo si è già impegnata in forma volontaria a mantenerlo, con
operazioni di potatura e pulizia, e a gestirlo.
Nel cuore dei progetti. In tutto serviranno circa 50mila eur o, con una richiesta di finanziamento aperta alla
fondazione Comunità bresciana. Le opere, i progetti e... i sogni sono stati presentati nei giorni scorsi ai genitori
durante la seduta per l'approvazione del Bilancio, che torna in utile per 35mila euro, su un conto che pareggia
poco oltre i 2milioni di euro. Si respira un clima disteso - dentro e fuori le mura del Valverti - dopo che negli anni
scorsi si era scontata un'atmosfera elettrica. «La pagina che ho iniziato a scrivere è nuova - chiosa il presidente
Panteghini, affiancato dal vice Retrosi -, i panni mesi abbiamo ascoltato, poi iniziato a lavorare. C'era una
situazione pesante, mala stima che c'è tra noi ci ha permesso di lavorare bene e in fretta. Abbiamo già sistemato
molte cose e altre restano da affrontare, sia per il patrimonio brenese che per quello di Milano. Andiamo avanti,
con tante idee e tante cose da fare». Ottantaquattro bambini alla materna e 21 al nido comunale: sono loro - con i
genitori - i primi fruitori dei cambiamenti. Ma a beneficiarne, in fondo, è un intero paese.

GIORNALE DI BRESCIA, 19 MAGGIO 2010

Darfo. “Tapioca” sta per spegnere 15 candeline
Quindici anni di iniziative importanti, di solidarietà e attenzione ai più deboli con la convinzione e l'entusiasmo
del «fare» per contribuire «a un mondo più equo e solidale». La Bottega Tapioca sola sulle candeline
dell'importante traguardo e sfodera la grinta degli anni migliori. L'associazione del commercio equo e solidale
che ha sede a Darfo si prepara ad un fine settimana di festeggiamenti per «Equilibrarsi» e fare il punto della
situazione. L'appuntamento è per sabato e domenica al Castello di Gorzone dove, in collaborazione con
l'associazione «L'Ontano Verde», hanno preparato due giorni di iniziative per incontrare amici e simpatizzanti
della bottega. Si comincia sabato alle 19.30 con l'apertura del castello, dove è stata allestita una mostra
fotografica che racconterà i momenti salienti dei primi 15 anni di Tapioca. Ai presenti sarà offerto un buffet di
degustazione dei prodotti dolci e salati. Alle 21, il concertoevento de «I Luf». La band rock-folk camuna si
esibirà nel primo appuntamento «in casa» dopo la pubblicazione di «Flel», il nuovo album di inediti che sta già
spopolando tra i fans (ingresso 10 euro - posti limitati - prenotazioni al numero 0364/536237).

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Domenica, dalle 15.30, il castello riapre per un pomeriggio animato dedicato ai bambini. Sarà lo scrittore Alessio
Domenighini ad occuparsi dell'animazione alla lettura con la collaborazione del gruppo «Sciallo» e il gruppo
scuola dell'Associazione Tapioca. 1 volontari de «L'Ontano Verde» saranno disponibili per accompagnare i
presenti nella visita all'interno dell'antica dimora dei Federici.

GIORNALE DI BRESCIA, 19 MAGGIO 2010

Testimonianze inedite lungo la strada di Carlo Magno
Sul percorso per la creazione di un itinerario sulle orme di Carlo Magno in Valcamonica, spuntano novità
storiografiche e testimonianze inedite. Tra queste ultime, il gruppo di lavoro del Distretto culturale ha rinvenuto
un documento del notaio Cristoforo di Stefano Belotti di Branico, del 1650, presso la biblioteca Maj di Bergamo,
e uno del 1505, conservato nel Museo Correr di Venezia, che consiste in un codice pergamenaceo destinato a usi
ufficiali. Il gruppo, che sta sviluppando il progetto «Un itinerario dal museo al territorio: intorno alla leggenda di
Carlo Magno in Valle Camonica», sta portando alla luce testimonianze finora sconosciute legate alla narrazione
del passaggio dell'imperatore in Valle. Le novità non riguardano solo l'ambito storiografico, ma anche la ricerca,
con arricchimento degli studi di alcuni testi preesistenti sul tema. Alla Maj, per esempio, gli studiosi Macario e
Medolago hanno approfondito l'analisi di una copia databile fra il 1442 e il 1455, ora resa disponibile nella sua
completezza, mentre Bondioni, nel catalogo seicentesco dello Staatarchiv di Innsbruck, ha rinvenuto la
segnalazione di un manoscritto che conterrebbe la narrazione della leggenda. Fra originali e copie novecentesche
di testi perduti, i documenti oggi presenti sono otto, raddoppiando quelli posseduti. Dal loro confronto, il gruppo
di lavoro individuerà il percorso della narrazione dalla Valcamonica al Trentino. A questo proposito, grazie a una
collaborazione con l'ufficio turistico di Trento, “La via di Carnee Magno”, camuna potrebbe oltrepassare i confini
del Tonale e costruire un unico percorso comune.

GIORNALE DI BRESCIA, 19 MAGGIO 2010

Darfo. Lavagne dal futuro per gli studenti camuni
In soffitta gessetti e cancellino, adesso le interrogazioni si fanno sulle lavagne interattive. È stata presentata ieri
mattina nella scuola media di via Polline a Boario Teme, l'ultima novità in ambito di innovazione tecnologica
applicata alla scuola. Il circolo Darfo II, che fa capo al dirigente Paola Abondio, è tra i primi a dotarsi delle
nuovissime lavagne multimediali che operano su sistema Linux. «Quello che abbiamo risparmiato sui costi di
licenza del sistema operativo l'abbiamo investito per acquistare lavagne e proiettore», ha spiegato la preside.
Millesettecento euro il costo di ogni impianto, spesa coperta parzialmente con i fondi allo studio messi a
disposizione dal Comune. A Darfo ne sono state acquistate otto, distribuite equamente tra le classi prime della
media e una in ciascun istituto delle frazioni: Gorzone, Angone, Montecchio, Boario ed Erbanno. La nuova
lavagna, oltre che scrivere come si faceva sulla sua antenata, consente di connettersi a internet, salvare appunti e
lezioni, ha un avanzatissimo programma di lettura multimediale e potrà aiutare nella lettura i ragazzi dislessici.
Visibilmente sorpresi il sindaco, Francesco Abondio e l'assessore all'Istruzione, Marco Dossena. «La scuola sta
cambiando e questo strumento consente di avvicinarsi al mondo dei ragazzi in maniera intelligente - ha esordito il
primo cittadino -. Vorrei ringraziare la preside per il grande lavoro svolto, che va al di là del semplice orario
scolastico e si allarga in ambito sociale con l'aiuto ai ragazzi in difficoltà». Dossena ha messo l'accento sulla
«vicinanza dell'ammini-strazione comunale alle scuole del territorio: i 140mi1a euro di finanziamento per le
opere e i progetti previsti per i tre plessi scolastici ne sono una prova». La preside strizza l'occhio. «Sapete che
con la nuova lavagna si possono seguire le lezioni anche da casa?» Non c'è più gusto nemmeno a darsi malati.

GIORNALE DI BRESCIA, 19 MAGGIO 2010

Darfo. A pesca di rifiuti sui fondali del Lago Moro
Lista della spesa: una bicicletta, due ceste colme di lattine, bottiglie e ferraglie, una decina di camere d'aria e
pneumatici esplosi, scarpe da ginnastica e costumi da bagno. È il «vergognoso» bazar addormentato sui fondali
del Lago Moro che domenica scorsa è stato riportato a galla dai sub del gruppo di Protezione civile di Capriolo.
Soddisfazione e «stupore» per il bottino della prima giornata dell'iniziativa «Lago Pulito» voluta dall'assessorato
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al Parco Sovraccomunale del Comune di Darfo col patrocinio di Vallecamonica Servizi e del Consorzio per la
gestione associata dei laghi d'Iseo, Endine e Moro che fa capo al presidente Giuseppe Faccanoni.
In cinque ore di immersione, i sub equipaggiati con ceste di raccolta e palloni di recupero utili per trascinare a
riva le «prede», hanno scandagliato i fondali nel versante nord del suggestivo specchio d'acqua camuno.
«Abbiamo già programmato un'altra uscita simile nell'ambito della giornata di "Fondali Puliti" in programma per
il prossimo 9 ottobre - ha spiegato l'assessore Marco Dossena -. Questa iniziativa vuole sensibilizzare l'opinione
pubblica sul problema del rispetto ambientale all'inizio della stagione estiva e balneare, che vede accorrere ogni
giorno a Capo di Lago centinaia di persone». «Il messaggio che vogliamo trasmettere - ha aggiunto l'assessore
Dossena - è molto semplice: questo è un tesoro pubblico e un patrimonio della Valcamonica che merita
attenzione a rispetto da parte di tutti». L'iniziativa «Lago Pulito» è soltanto all'inizio: nelle intenzioni di Dossena
ci sono altre iniziative di studio e sensibilizzazione, rivolte alle scuole primarie del territorio che presto potranno
usufruire anche del nuovo centro didattico che vedrà la luce proprio nei prossimi mesi.
Gli amanti del «profondo blu», intanto, hanno intenzione di tornare in acqua per la prima uscita in notturna a fini
scientifici: i sub, infatti, si immergeranno dal lato sud dello specchio d'acqua, muniti di torce speciali che
dovrebbero consentire di individuare e catalogare le specie ittiche che vivono sui fondali del lago.

GIORNALE DI BRESCIA, 19 MAGGIO 2010

Iseo. Centro vietato alle auto
di Veronica Massussi

La scelta c'è stata: il centro storico di Iseo sarà completamente libero da autoveicoli, in sosta ed in movimento. I
residenti che non hanno disponibilità di garage o posti auto privati non potranno più parcheggiare le proprie
autovetture sotto casa o in prossimità. La delibera della Giunta comunale approvata lo scorso 3 maggio estende il
provvedimento di divieto di sosta nei vicoli che si affacciano o sono limitrofi a via Mirolte. Ai residenti sarà data
la possibilità di parcheggiare nei posti auto del parco della Rimembranza di via Cerca dove, fino ad oggi, c'erano
35 posti liberi, senza permessi di sosta e senza parchimetri. Come tutti sanno questi parcheggi sono fruiti dal
personale scolastico che ha un accesso diretto sul parco della Rimembranza. Da qualche giorno invece tutti i posti
del parco sono stati rimarcati di giallo, il colore del nuovo permesso dei residenti del centro storico di Iseo.
«Dovevamo fare una scelta per il futuro turistico di Iseo, per rendere il paese più vivibile ed esteticamente più
bello, per mettere in ordine il tessuto urbanistico che caratterizza il nostro centro storico e anche per questioni di
sicurezza vista la conformazione dei vicoli a volte molto stretti e tortuosi», spiega l'assessore Emilio Agostino. E
così a cominciare dal prossimo 28 maggio tutti i veicoli dei residenti troveranno posto nel parcheggio del parco
della Rimembranza di via Cerca, mentre il personale scolastico che abitualmente ne fruiva andrà in cerca di un
parcheggio. «Sappiamo di aver creato un certo disagio al personale scolastico ma era necessaria una svolta e la
decisione è stata questa; la fine della scuola è ormai prossima - considera Agostini - e nel periodo estivo
studieremo una soluzione per trovare dei posti auto anche per chi lavora nella scuola». La scelta della data, 28
maggio, viene spiegata dal comandante della Polizia Locale, Luca Iubini, che nel frattempo ha cambiato i
permessi di sosta per i residenti, che ha trovato soddisfatti della scelta dell'Amministrazione: «Il 28 maggio
coincide con una manifestazione organizzata dalla Società operaia e dal Comune di Iseo: ecco che per quella data
diventerà esecutiva la delibera di divieto di sosta. Nessuno dei residenti - aggiunge - ha avanzato lamentele per la
nuova soluzione. Naturalmente sarà sempre consentito il carico e scarico in determinati orari». La scelta di
liberare il centro storico dai veicoli in sosta é stata presa in occasione della manifestazione «Festival dei laghi»,
giorni in cui Iseo si attende un gran numero di visitatori che potranno girovagare a piedi nei vicoli, tortuosi e
stretti ma molto caratteristici, del centro storico di Iseo.

GIORNALE DI BRESCIA, 19 MAGGIO 2010

Per gli alunni delle elementari un “passaporto dello sport”
di Tonino Mazza

Cinquecento alunni delle scuole elementari di Iseo, Clusane, Pilzone e Cremignane sottoposti a un test per
valutare le capacità motorie e consigliare loro uno sport. L'iniziativa, portata avanti dall'assessore allo Sport di
Iseo, Gabriele Rosa, e dal consigliere di maggioranza Franco Zoni è stata illustrata ai genitori nell'aula magna

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dell'Istituto Antonietti. Il «passaporto sportivo» è già pronto per i ragazzi che hanno eseguito test: si trattava di
esercizi quali il salto in alto, prove di velocità, di destrezza e tanto altro ancora. Sono stati rilevati anche gli indici
di massa corporea in base all'età e al sesso: il 42% delle bambine è risultato con un peso normale, il 24 sottopeso,
un altro 24% soprappeso e il 10% obeso. Per quanto concerne i maschi, dall'indagine emerge che il 16% dei
bambini è sottopeso, il 33% soprappeso, il 42% nella norma e il 9% obeso. Tirando le somme, dei bambini sot-
toposti ai test accennati, emerge che 217 hanno un peso normale, 102 sono sottopeso, 146 sovrappeso e 51 sono
obesi. È la prima volta che nella scuola primaria iseana viene effettuata un'indagine come quella portata vanti da
Rosa e che una esperta nutrizionista consigli ai genitori la dieta e l'alimentazione adatta agli alunni sottoposti ai
test. Da tutto questo è anche scaturito un consiglio su quali sport possono essere praticati dai ragazzi. «A Iseo -
osserva Rosa - si praticano sport quali calcio, pallavolo e basket, ma noi vorremmo promuoverne altri come il
nuoto, l'atletica leggera, il ciclismo e far venire a Iseo società esterne per organizzare queste attività. L'assessore
allo Sport e il suo staff stanno già lavorando con impegno anche per organizzare la Maratona del settembre 2011,
che si snoderà sulle costiere bresciana e bergamasca e in Franciacorta: in questi giorni si stanno tenendo incontri
con i sindaci rivieraschi per la promozione nazionale e internazionale. Se consideriamo i successi ottenuti dalla
Maratona di New York, vinta dagli atleti di Rosa e la Maratona di Brescia, tenutasi qualche mese fa, allora siamo
certi che anche quella del Sebino e della Franciacorta farà registrare un pubblico numerosissimo e darà,
ovviamente, un grande impulso ai turismo del comprensorio Sebino-Camuno-Franciacortino.


GIORNALE DI BRESCIA, 19 MAGGIO 2010

Consorzi forestali, ecco le assunzioni
di Giuliana Mossoni

Tutti assunti. I sei Consorzi forestali camuni (Bassa Valle, Pizzo Camino, Pizzo Badile, Allione, Alta Valle e Due
Parchi) sono andati oltre «gli errori organizzativi e la poca chiarezza delle norme regionali» e hanno saltato
l'ostacolo. Negli ultimi giorni hanno infatti deciso di riprendere tutti e cento i lavoratori stagionali che,
diversamente, sarebbero rimasti a casa, con impossibilità di eseguire le moltissime opere forestali finanziate
grazie al Piano di sviluppo rurale (Psr). Un'accettazione di responsabilità pesante, supportata dalla Comunità
montana, che consentirà di dare il via a decine di opere progettate, finanziate e cantierabili, ma finora rimaste al
palo per questioni burocratiche. I Consorzi non hanno infatti potuto assumere gran parte della forza lavoro - come
accade ogni anno -, perché sono emerse incongruenze tra i contenuti delle circolari attuative delle singole misure
finanziate e il manuale delle procedure del Psr. Incongruenze segnalate da tempo, anche con incontri a Milano, e
che oggi creano gravi problemi economici e organizzativi agli enti forestali della Valcamonica.
Qualche giorno fa, l'assessore Dino Mascherpa e il direttore del servizio Gian Battista Sangalli hanno scritto una
lettera, per sollecitare la Regione affinché «confermi in tempi brevi e con valore retroattivo la possibilità che i
Consorzi possano eseguire direttamente e interamente i lavori previsti, impiegando la propria manodopera
agricolo-forestale e rendicontando le spese sostenute». Se le cose non dovessero andare in questo senso - precisa
la Comunità montana camuna - i Consorzi eseguiranno comunque i lavori e l'ente stesso istruirà positivamente la
rendicontazione amministrativa e contabile, trasmettendo le richieste all'organismo pagatore regionale.
«A nostro rischio, gli operai sono partiti - spiega Sangalli -. Per senso di responsabilità, non potevamo permettere
che cento persone perdessero il lavoro e che il territorio camuno rinunciasse a oltre 18 milioni di finanziamenti.
L'appello forte lo rivolgiamo agli uffici regionali, perché trovino una soluzione retroattiva a questa situazione di
precarietà». L'auspicio è che durante la prossima estate la Regione approvi un nuovo regolamento, che definisca
la natura dei Consorzi e sani l'impossibilità di effettuare i lavori in economia e in amministrazione diretta. «La
soluzione potrebbe essere quella di riconoscere i Consorzi come organismi privati, ma di proprietà dei soci
pubblici. Tutto questo a due condizioni: che operino sul territorio loro conferito e che siano a maggioranza
pubblica, come già oggi sono i nostri enti». Mentre ieri pomeriggio i sindacati hanno incontrato i lavoratori, si
profila un nuovo incontro in Regione per fine mese, nell'attesa che anche l'ostacolo più alto venga superato.




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LA REPUBBLICA, 19 MAGGIO 2010

Il dovere di difendere la libertà di stampa
di Ezio Mauro

Dunque da oggi chi sbaglia paga? Prendiamo in parola il presidente del Consiglio e la sua voglia improvvisa di
legalità, nata dal vortice dello scandalo Scajola, dalle paure del caso Bertolaso, dal "sistema" di scambio tra
appalti di Stato e favori privati che si allarga ogni giorno di più sotto le poltrone traballanti del suo governo. C'è
una strada maestra per fare sul serio dimostrando che il governo intende stroncare questo andazzo e attaccare
frontalmente il malaffare: il premier si rivolga al Parlamento e blocchi la vergogna della legge sulle intercettazioni
telefoniche, in nome della libertà d'indagine, della libertà di stampa e del diritto dei cittadini di essere informati,
fondamento di ogni democrazia. È altrettanto vergognoso, e incomprensibile, che non ci sia una mobilitazione
generale di tutto il mondo dell'informazione, dalla stampa alla radio-televisione a Internet. Qui non è una
questione di destra o sinistra, ma un problema di diritti fondamentali, dei loro esercizio, del dovere di informare e
del diritto di conoscere e sapere. È un tema di libertà, nel quale si mette in gioco quel soggetto fondamentale delle
democrazie occidentali che è la pubblica opinione: ciò che distingue un regime da un sistema aperto, con un libero
mercato del consenso basato sulla trasparenza e sull'accesso alla conoscenza e all'informazione.
Diciamo subito che le intercettazioni sono una parte del problema: ma diventano la formula-richiamo per far
intendere ai cittadini che il governo si preoccupa soltanto di tutelare la loro privacy.
Chi vuole infatti essere ascoltato nelle sue private conversazioni? Non è forse giusto garantire la libertà di tutti,
evitando abusi ed eccessi? Ma gli abusi e gli eccessi sono un falso di Stato. Due anni fa il Guardasigilli ha detto
che «una grandissima parte del Paese è intercettata e il numero delle intercettazioni è assolutamente ingiustificato
in base al numero degli abitanti e all'ordinamento giuridico». Bene. In realtà i telefoni intercettati in Italia nel
2009 sono 120 mila, che tenendo conto del giro vorticoso di schede e utenze usate dai criminali e delle proroghe
corrispondono a meno di 80 mila cittadini, vale a dire lo 0,2 per cento della popolazione. Ecco il falso: aggravato
dalla circostanza che il numero dei "bersagli" (come si dice in termine tecnico) intercettati è sceso di 5 mila unità
nel 2009 rispetto all'anno precedente, che il costo per lo Stato è fortemente diminuito e che 1'80 per cento degli
ascolti, addirittura, riguarda reati di criminalità organizzata.
Dunque, che cosa deve temere il cittadino? L'unico interesse generale da tutelare è la garanzia che non venga
violata - come talvolta è accaduto, per colpa della pubblicazione affrettata degli atti sui nostri giornali - la
riservatezza di persone che non hanno nulla a che vedere con le indagini, quando le loro conversazioni non sono
rilevanti per l'inchiesta. Ma per rimediare a questo problema, abbiamo avanzato da tempo una proposta:
un'udienza stralcio davanti ad un giudice terzo in cui le parti, e la magistratura ovviamente tra queste, si assumano
una precisa responsabilità, stabilendo che cosa è rilevante ai fini processuali e che cosa è insignificante.
Ciò che non ha peso per l'accertamento giudiziario deve essere distrutto o secretato, e certamente a questo punto
devono scattare sanzioni durissime per chilo diffonde o lo divulga su un giornale. Mentre ciò che ha un rilievo
per l'inchiesta può essere divulgato perché è giusto che l'opinione pubblica conosca i meccanismi attraverso cui si
realizza non solo la fattispecie di un reato, ma talvolta un vero e proprio sistema criminale di rilevanza sociale.
II problema può dunque essere risolto facilmente, in fretta e alla radice. Ma qui, invece, l'obiettivo è quello di
tutelare i potenti dal rischio di essere intercettati dal magistrato che cerca prove per un reato e dal pericolo
divedere quelle conversazioni-prova pubblicate dai giornali. E in particolare si punta a tutelare quella particolare
categoria di potenti - gli uomini politici - che deve sottoporsi al giudizio della pubblica opinione, e dunque teme
l’«accountability», il dover rendere conto del proprio operato, la trasparenza delle sue azioni. Ovviamente, una
larga parte del mondo politico condivide il principio della responsabilità e del rendiconto. Ma il governo, con
ogni evidenza, vuole evitarlo. Ecco dunque la ricerca di nonne congiunte che da un lato rendano più difficili, più
limitate, più ristrette le intercettazioni e dall'altro renda addirittura impossibile ai giornali pubblicare non solo i
verbali delle conversazioni legittimamente registrate, male notizie stesse delle inchieste giudiziarie. Con questo
sistema si crea dunque un doppio "vuoto", uno nell'area delle indagini penali e l'altro nell'informazione che i
cittadini hanno il diritto di ricevere su queste indagini. I criminali verranno aiutati: la pubblica opinione verrà
invece sottoposta ad un regime di tutela, con il divieto di conoscere e di sapere ciò che avviene nel mondo della
giustizia, negli ambienti del crimine, in quella zona critica dove i suoi stessi rappresentanti politici vengono
talvolta colpiti da un'iniziativa giudiziaria. Poiché siamo davanti ad un terremoto politico e di potere, ben più che
penale, dentro il mondo impaurito del governo e del sottogoverno, è molto difficile non pensare chela sordità
parlamentare e la fretta della destra berlusconiana per far approvare la legge siano una vera e propria operazione
di salvaguardia in corso d'opera. Il ministro Scajola è un testimone esemplare di questo riflesso politico di difesa

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e d'attacco: le intercettazioni sul G8 infatti hanno messo in movimento il piano inclinato che ha fatto ruzzolare il
ministro davanti all'opinione pubblica, non alla magistratura. Dunque, se con una mano il governo paralizza le
intercettazioni o le limita drasticamente, e con l'altra impedisce semplicemente che i giornali informino i citta-
dini, un caso Scajola non si verificherà mai più. Il Parlamento voterà obbediente, i telegiornali magnificheranno
la difesa della privacy, qualche giornale strepiterà e gli altri volteranno pagina: incombe o no il campionato del
mondo di calcio? Che c'è di meglio, direbbe il saggio Confalonieri, per distrarsi un po'?
E invece siamo davanti ad un vero e proprio test per il circuito di funzionamento della nostra democrazia. Sul
piano delle indagini, con l'irragionevole limite prefissato alla durata delle intercettazioni, con l'impossibilità di
usare gli ascolti per fare altre registrazioni, se emerge dal nastri l'ipotesi di un diverso reato, gli effetti sono
evidenti: non ci sarebbe stata l'inchiesta sulla presunta trattativa tra Stato e mafia, sarebbe già saltata l'inchiesta
sul G8 e la Protezione Civile, si sarebbe bloccata l'indagine di Trani su Ra1 e Agcom con le pressioni del
presidente del Consiglio per bloccare Santoro e la Dandini, sarebbero saltate le prove che a marzo hanno
consentito l'arresto a Milano di sette persone sospettate di traffico d'armi con l'Iran, sarebbe diventato molto più
difficile documentare la tangente da 10 mila euro per il consigliere comunale milanese Milko Pennisi del Pdl.
L'operazione è completata con il bavaglio alla stampa. Nessuna notizia potrà infatti essere pubblicata d'ora in poi
su qualsiasi atto, nominativo, verbale che abbia a che fare con un'inchiesta in corso. L'obbligo al silenzio per i
giornali dura fino alla chiusura delle indagini preliminari, cioè per un periodo di tempo che nella mediava in
Italia dai quattro ai sei anni e che in qualche caso patologico arriva fino ai dieci. L'opinione pubblica sarà dunque
all'oscuro dei grandi reati e delle grandi inchieste per anni e anni, in forza di un divieto tombale di Stato, che
blocca l'informazione. Le sanzioni sono pesantissime: carcere fino a due mesi, ammende da 2 a 10 mila euro per
"pubblicazione arbitraria", galera fino a sei anni perla "talpa". In più, con una sanzione fino a 465 mila euro a
notizia nei confronti delle aziende editoriali (che il Guardasigilli chiama I--- ente") si obbligano gli editori ad
adottare specifici "codici di condotta" a loro salvaguardia: ciò comporta che l'editore abbia un suo interesse
autonomo, collegato ma distinto da quello del giornalista, a far sì che non si pubblichino determinate notizie. Si
spinge cioè l'editore a intervenire nei contenuti di un giornale, cosa che in un sistema sano non avviene, pur
avendo l'editore la piena potestà sulla parte che lo compete, fino a decidere la sostituzione del direttore. Infine, la
pressione del governo sull'Ordine dei giornalisti, perché il disegno di legge impone al pubblico ministero di
informare "immediatamente" l'Ordine su chi ha violato il decreto di pubblicazione, e in più prevede la
sospensione dall'esercizio della professione fino a tre mesi.
Il quadro é chiaro. Con il risultato che gli indagati potranno fare dichiarazioni sulle inchieste a cui sono sottoposti
e i giornalisti non potranno replicare, non conoscendo gli atti. E con il rischio che nel divieto di trasparenza e nel
silenzio di Stato si gonfi fuori da ogni responsabilità istituzionale una bolla di voci sulle indagini, di allusioni e di
sospetti che potranno essere usati a piacimento e fuori da ogni controllo di legittimità: anche come arma politica,
e soprattutto da chi controlla i mezzi d'informazione e ha già dimostrato ampiamente e con successo di saper
killerare con false notizie i suoi critici. Entreremo dunque in una fase di ricatti sospesi, di calunnie e di allusioni.
Con giornali dimezzati, magistrati limitati, cittadini disinformati. Insieme con le leggi ad personam e il conflitto
d'interessi questa censura di Stato è il terzo elemento che trasforma l'anomalia berlusconiana in un regime.
L'opposizione non sembra consapevole del pericolo, il mondo dell'informazione nemmeno, dunque il governo va
avanti. Ma ci sono battaglie che devono essere combattute indipendentemente dai rapporti di forza: lo faremo.

LA REPUBBLICA, 19 MAGGIO 2010

L’amaca
di Michele Serra

Nella spaccatura tra gli editori italiani e i dirigenti di Mondadori-Einaudi a proposito della legge contro le intercettazioni (i
primi la giudicano liberticida, i secondi non gradiscono schierarsi), c'è l'ennesimo, triste riverbero di quella mostruosità
"dimenticata" che è il conflitto di interessi di Silvio Berlusconi. Dico "dimenticata" perché da quasi vent'anni il Paese
convive, con qualche viltà e con eccessiva pazienza, con la stortura di un abnorme accumulo di potere, che crea imbarazzi,
fatiche improprie, rovelli indesiderati prima di tutto in chi lavora in quel vero e proprio latifondo mediatico che appartiene al
capo del Governo. Non dev'essere piacevole sapere che ogni scelta editoriale (anche la più libera), ogni parola spesa, ogni
atto culturale che si compie sotto quell'ombrello smisurato, rischia di essere frainteso, o collocato d'ufficio nel novero delle
scelte obbligate. Anche ingiustamente, anche pregiudizialmente: magari i dirigenti di Segrate direbbero e farebbero le stesse
cose, e con pieno diritto, anche se il loro proprietario fosse Pinco Pallino. Ma il loro proprietario non è Pinco Pallino, è lo
stesso che promuove la legge contro le intercettazioni. Il conflitto di interessi è un veleno, e avvelena tutti, da entrambe le
parti di quel multichilometrico confine di proprietà che divide in due l'Italia.

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