UNIVERSITA� DEGLI STUDI DI PADOVA

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					           UNIVERSITA‟ DEGLI STUDI DI PADOVA

                   FACOLTA‟ DI PSICOLOGIA




  MASTER in “GENITORIALITA‟ E SVILUPPO DEI FIGLI: INTERVENTI
               PREVENTIVI E PSICOTERAPEUTICI”




                           TESI FINALE


LA GENITORIALITA‟ NELL‟ AFFIDO SECONDO LA PROSPETTIVA DELL‟
                      ATTACCAMENTO


                       di MAZZOCCHI ELENA




                   ANNO ACCADEMICO 2005 - 2006
                            INDICE




                        INTRODUZIONE


PARTE PRIMA

L‟affidamento e la genitorialità………………………………………..p. 1

L‟attaccamento: basi teoriche………………………………………….p. 4

L‟Adult Attachment Interview…………………………………………p. 7

Bibliografia……………………………………………………………..p. 10



PARTE SECONDA

Introduzione all‟analisi del colloquio clinico sulla
coppia…………………………………………………………………..p. 1

Griglia di codifica A.A.I……………………………………………….p. 3

Analisi del colloquio clinico……………………………………………p. 5 - 14


PARTE TERZA

Appendice

A.A.I. madre………………………………………………………………p. 1 - 14

A.A.I. padre……………………………………………………………….p. 15 - 23
                                                  Introduzione


L‟esperienza del tirocinio prevista dal Master “Genitorialità e sviluppo dei figli: interventi preventivi e
psicoterapeutici” mi ha portato ad occuparmi dell‟affidamento famigliare.
L‟Associazione presso la quale ho lavorato “Il Focolare onlus” di Gorizia, che fa parte del Piano di Zona di
Cervignano dal 2006, e, della quale sono socia e segretaria, mi ha permesso di entrare in contatto con un
gruppo di genitori affidatari e di partecipare anche alle riunioni che mensilmente si svolgono presso la loro
sede, durante le quali il loro gruppo sviluppa un progetto di auto mutuo aiuto.
La disciplina normativa dell‟ affido di minori, inteso come intervento temporaneo di aiuto e di sostegno ad
un minore privo di un ambiente famigliare idoneo alla crescita, è regolata dalla (L. 184/1983) che regola
anche l‟adozione e successivamente, dalla ( L. 149/2001) con la quale ci si è concentrati sul minore e sul suo
bisogno di crescere in una famiglia.
In particolare, la norma prevede che, nel caso in cui il minore si trovasse temporaneamente privo di un
ambiente famigliare idoneo, nonostante gli interventi di sostegno e di aiuto assicurati dalle amministrazioni
pubbliche, il minore stesso potrà essere affidato ad una famiglia in grado di assicurare il suo mantenimento,
la sua educazione, istruzione, e le relazioni affettive di cui necessita.
La legge stessa a tale proposito prevede il termine del 31 dicembre 2006, entro il quale dovranno chiudere
gli istituti assistenziali, per dare piena ed esclusiva titolarità per l‟affido alle famiglie.
Nel luglio del 2006, la Regione Friuli Venezia Giulia ha introdotto un dispositivo legislativo (L. 11/2006)
compiendo un altro passo avanti nel sostegno a favore delle Associazioni che, come “Il Focolare onlus”, si
occupano di minori.
Con questa legge “Interventi regionali a sostegno della famiglia e della genitorialità”, art.13, comma 3, la
Regione si impegna a promuovere protocolli operativi e convenzioni tra enti autorizzati e servizi nonché
forme stabili di collegamento tra gli stessi e gli organi giudiziari minorili, sostenendo e promuovendo
l'affidamento famigliare, anche attraverso l‟emanazione di specifiche linee guida.
Il progetto dell‟Associazione, da sempre, è quello di sostenere il più possibile le famiglie affidatarie nel loro
compito, quanto mai oneroso, di sanare una situazione molto pesante da un punto di vista sociale.
Dati recenti, aggiornati al 2005, ci portano a conoscenza del fenomeno in crescita relativo ai minori che
afferiscono ai Servizi Sociali. Si tratta, infatti, di 179.000 minori su una popolazione di 1.200.000 abitanti
nella regione Friuli Venezia Giulia.
Relativamente ai minori affidati ad Enti Locali si stima, purtroppo i dati non sono da considerarsi recenti, che
essi siano 1.035 (dato rilevato dal Centro nazionale di documentazione e analisi per l‟infanzia e
l‟adolescenza, aggiornato al 2001) di cui solo il 42%, rientra in famiglia.
Il sostegno che noi volontari offriamo con la nostra professionalità si fonda sull‟ auto mutuo aiuto.
Il senso di solidarietà e di mutuo aiuto tra appartenenti alla stessa associazione è assimilabile al senso di
solidarietà tra appartenenti alla stessa specie. E‟ un istinto naturale e radicato negli esseri umani; questa
tendenza trova la sua massima espressione nel comportamento di accudimento e di protezione degli adulti
nei confronti dei piccoli e occupandoci di minori ci è sembrato, quanto mai, uno strumento fondamentale per
il buon esito del percorso del periodo di affidamento .
In questo gruppo, infatti, il bene comune cui contribuire è il bene dei minori affidati alle famiglie e la
divulgazione quanto più capillare possibile della loro esperienza positiva di genitori affidatari al fine di
trovare altre possibili famiglie affidatarie ed altri volontari che le sostengano.
Questa scelta si è rivelata positiva, infatti, ciascuna delle sette famiglie che vi partecipano attivamente ha
avuto, durante questi due anni di attività dell‟Associazione, uno o più minori in affidamento e, due delle sette
famiglie, sono diventate in seguito genitori adottivi del minore affidatogli.
Pensare di accogliere un bambino in affido significa tener presente che per lui non è possibile “ rompere” i
precedenti legami affettivi per crearne di nuovi. Non esistono delle figure di attaccamento sostitutive ma
integrative che cercano di facilitare il recupero dell‟attaccamento in corso. Questi bambini hanno già
acquisito un modello interno di attaccamento, costituitosi nelle prime esperienze della loro vita, che non è
mai un modello di relazioni sicure affettivamente stabili, inoltre nel tempo si trasforma in “modello operativo
interno” che convoglia le aspettative circa le future risposte degli altri alle proprie richieste.
Durante gli incontri con le famiglie affidatarie mi è apparso evidente come la loro scelta di accoglienza, nei
confronti di questi bambini/e, andasse sostenuta e dovesse esser chiaro a loro come l‟affido debba essere
pensato come una risposta terapeutica al bisogno del bambino, e cioè debba poter permettere al bambino
attraverso nuovi legami non sostitutivi di “ poter portare dentro”, introiettare qualcosa di prezioso, che
servirà nell‟organizzazione della propria identità. L‟obiettivo da raggiungere attraverso l‟appartenenza alla
famiglia affidataria è quello di far recuperare al bambino il proprio passato accompagnandolo nel tentativo di
ricomporre in lui vissuti negati, oltre che a compensarlo con esperienze gratificanti.
“La famiglia affidataria cioè potrà proporgli un contesto in cui poter annodare frammenti della propria vita,
valorizzando le parti nascoste di sé. E‟ questa l‟esperienza di „contenimento‟ che alcuni psicoterapeuti
riconoscono possibile nell‟affido” (Covini, Marzotto, 1986).
Mi è apparso subito evidente che per sostenere la difficoltà del loro compito non fosse sufficiente solo il
counseling e l‟appartenenza al gruppo di auto mutuo aiuto.
Nelle coppie affidatarie c‟è senz‟altro una o più caratteristiche personali che li sostengono durante questo
percorso. Quale? Quali?
Ho pensato che una via d‟indagine potesse essere quella di indagare sugli eventi della storia personale
comuni ad entrambi i partners.
In tal senso mi è sembrato utile somministrare l‟intervista semistrutturata, Adult Attachment Interview, ad
una delle sette coppie per verificare quali fossero gli aspetti in comune più importanti nelle coppie che
scelgono di prendere un bambino in affido.
I differenti modelli di attaccamento si configurano infatti come specifici stili di regolazione che il
bambino sviluppa in relazione alla disponibilità emotiva dimostrata dai caregiver (Belsky, Cassidy, 1994)
stili che costituiscono il fondamento delle sue successive competenze regolatorie. Ed è importante
sottolineare a questo riguardo il ruolo svolto nello sviluppo di tali stili da parte del bambino, oltre che dalla
relazione diadica con il singolo genitore, dal contesto in cui tali relazioni si iscrivono, dalla relazione di
coppia tra i genitori alla famiglia intesa come “unità emozionale” (Donley,1993). D‟altra parte ricerche
recenti che indagano le rappresentazioni dell‟attaccamento nell‟età adulta sottolineano gli aspetti di
trasformazione (Crowell, Treboux , Waters, 2002) oltre che di continuità che queste possono presentare
anche in collegamento ai legami affettivi intrattenuti con i nuovi partner.
Naturalmente, essendosi trattato di prendere in esame solo una delle coppie tra le tante che scelgono di
diventare genitori affidatari, diventa impossibile trarre delle conclusioni esaustive in merito all‟argomento.
Possiamo comunque rilevare degli aspetti comuni portanti che anche la letteratura in materia conferma
(Bramanti, 1991;De Rienzo, Saccoccio, Tortello, 1989).
La scelta di somminstrare L‟AAI per legare gli aspetti dell‟attaccamento nell‟età adulta in riferimento ai
genitori affidatari è stata mossa anche dalla lettura di questa lettera apparsa in “Prospettive assistenziali”, n.
119, luglio-settembre 1997.
Gli psicologi consulenti e gli assistenti sociali del servizio centralizzato contro il maltrattamento del Comune
di Vicenza scrissero una lettera, in risposta alle accuse mossegli da un padre che era contrario alla loro scelta
di proporre l‟affido eterofamigliare in alternativa all‟istituzionalizzazione anche per bambini piccolissimi.
Citando parte centrale di questa lettera: “ Il bambino, ogni bambino, vale di più di qualsiasi teoria, e i suoi
interessi sono più sacri di qualsiasi corrente di pensiero. Di questo siamo convinti nella nostra attività di
operatori e consulenti presso un Servizio comunale contro il maltrattamento. Siamo molto d’accordo con le
teorie di Bowlby circa l’attaccamento che il bambino sviluppa in forma privilegiata e fondante, nel primo
anno di vita con le sue figure di riferimento. Peraltro riteniamo anche, e su questo non si può non convenire,
che, quando a un bambino molto piccolo viene a cessare questo, né può essere sospeso per un tempo più o
meno lungo, il suo bisogno di figure di riferimento affettivo, e cioè di attaccamento se non a prezzo di
stravolgimenti nella sua crescita.”… “le teorie di Bowlby, della Ainsworth, della Main, della Crittenden
sono per noi strumento di continuo aggiornamento nella attività del Centro in cui operiamo.
Ce ne serviamo perfino per valutare la qualità dell’attaccamento a suo tempo sperimentato da chi nell’oggi
si prepara a diventare genitore affidatario, perché l’attaccamento esperito entra nella qualità di una valida
funzione genitoriale. Ma proprio perché convinti che l’attaccamento, comunque, il bambino lo struttura e
non c’è nulla o nessuno che possa arrestare la ricerca di attaccamento del bambino, riteniamo la soluzione
migliore quella di accompagnare al meglio questo inarrestabile bisogno del bambino di attaccarsi.”
Dalle considerazioni precedenti e da questa lettera, ho deciso di indagare le qualità più significative di una
coppia di genitori affidatari appartenente all‟Associazione, somministrando loro l‟Adult Attachment
Interview.




                                 L‟affidamento e la genitorialità

La mia partecipazione all‟interno dell‟Associazione, mi ha permesso di venire a contatto con le diverse
problematiche che la scelta di divenire genitori affidatari comporta.
Innanzitutto questo tipo di intervento prevede il coinvolgimento di differenti realtà o, per essere precisi, di
differenti sistemi dove operano vari attori con ruoli e compiti ben definiti.
I protagonisti sono essenzialmente quattro.
La famiglia d‟origine, il bambino, i servizi sociali e la famiglia affidataria.
La legge dà una definizione molto generica di come deve essere una famiglia affidataria, dice infatti che un
bambino può essere affidato ad una famiglia ” … preferibilmente con figli minori, o ad una persona singola,
in grado di assicurargli il mantenimento, l‟educazione, l‟istruzione e le relazioni affettive di cui egli ha
bisogno.” (L. 149/1983, art.2, comma1).
Alla coppia affidataria è richiesto:
-   di capire i bisogni del bambino entrando in empatia con lui;
-   di saper affrontare la frustrazione dovuta alla “separazione”;
-   di saper riorganizzarsi e ristrutturarsi in funzione del nuovo venuto;
-   di accogliere e comprendere la diversità del bambino;
-   di accettare il bambino e la sua famiglia senza esprimere valutazioni di giudizio;
-   di essere preparati ad accettare le difficoltà che possono sorgere dal rapporto con la famiglia naturale;
-   di credere nella possibilità di un cambiamento e di crescita, anche se lenta e incerta, dei genitori del
    minore affidato.
Tutto questo dovrebbe implicare la necessità di una selezione ed in particolare di un attento abbinamento ma,
la scarsa risorsa di coppie e famiglie candidate all‟affido spesso ostacola la possibilità di fare una scelta
ponderata.
L‟abbinamento è uno dei momenti più importanti e significativi del progetto di affido.
Per abbinamento si intende la scelta della famiglia affidataria “giusta” per quel bambino.
La famiglia affidataria, a differenza degli altri soggetti coinvolti nell‟affido, sceglie di mettersi in gioco.
Quindi le motivazioni che possono spingere una coppia a rendersi disponibile per l‟affido devono essere
sondate e valutate con attenzione.
Sicuramente il desiderio di prendersi cura di un bambino, che non è il proprio figlio, porta con sé bisogni a
volte non ancora chiari nemmeno agli affidatari.
Se non vengono controllati, rischiano di minare la buona riuscita del progetto.
Questi pericolosi bisogni possono essere divisi in due categorie.
1. Bisogno appropriativo: una perdita all‟interno del nucleo famigliare o l‟impossibilità di avere figli
    propri, crea un vuoto emotivo che può spingere una coppia ad appropriarsi del bambino affidato,
    usandolo come sostituto dei figli mancati o mai avuti. Tale comportamento spesso nasconde un desiderio
    adottivo non ancora ben elaborato;
2. Bisogno riparativo: è la tendenza di riparare gli aspetti deboli o feriti di sé prendendosi cura dei bisogni
    del bambino. Questo atteggiamento è caratterizzato da una forte spinta morale di tipo “salvifico”
    (Arrigoni e Dell‟Olio, 1998).
Questi bisogni si avvicinano molto a quelli sentiti dai genitori nei confronti dei propri figli. Penso che sia
naturale per una coppia, legata affettivamente ad un bambino, anche se non suo, sentirlo parte di sé e cercare
di curarlo e proteggerlo da qualsiasi situazione di disagio.
E‟ quindi compito dei servizi, in sede di selezione e formazione, guidare la coppia ad un riconoscimento di
tali necessità, perché imparino a controllarle.
La scelta di prendere in affido un bambino può anche creare nei genitori affidatari, delle aspettative che,
molto spesso, non coincidono con la realtà (Greco e Iafrate, 2001).
Infatti la maggior parte dei bambini dati in affido portano con sé grossi problemi, difficili da capire e gestire.
La delusione delle loro attese spinge i genitori ad affrontare l‟intervento con atteggiamenti errati (ad es.
colpevolizzando la famiglia d‟origine, considerando il bambino ”senza risorse”, ponendosi con un
atteggiamento svalutativo nei suoi confronti, ecc.). Attraverso tali comportamenti i sentimenti di delusione
andranno a far parte della relazione entrando, per così dire, “in circolo” nel rapporto adulto - bambino:
-   Il bambino percepirà la delusione e si sentirà deludente e colpevole;
-   La relazione adulto – bambino si baserà sulle reciproche negatività, con implicite ed esplicite attribuzioni
    di colpa;
-   Il disinvestimento affettivo diventa l‟unica soluzione difensiva per entrambi i soggetti della relazione
E‟ chiaro che, con l‟arrivo del nuovo membro, che ciascuna delle coppie dell‟Associazione ha paragonato ad
una nascita vera e propria, inizia la fase più delicata del momento poiché il suo arrivo in famiglia dà origine a
dei cambiamenti sia sul piano delle relazioni sia relativamente alla riorganizzazione del tempo e dello spazio
della famiglia. Allora, solo se la famiglia affidataria si dimostrerà “flessibile” e sarà capace di abbandonare
le modalità di funzionamento precedenti per cercare nuove soluzioni, accogliendo così le differenze del
nuovo venuto, la relazione affidatari – affidato non si danneggerà. Se, invece, gli affidatari rimarranno chiusi
nel loro mondo, nella loro rigidità, si determineranno situazioni di disagio e sofferenza fino all‟espulsione del
nuovo componente per ricreare le condizioni precedenti.
Diventa perciò importantissimo studiare e valutare le motivazioni che spingono una famiglia a rendersi
disponibile per un affido, prevedere le dinamiche che si potrebbero sviluppare all‟interno della relazione
adulto – bambino, preparare e guidare le famiglie perché non nascano sentimenti dannosi per l‟affido. Tutto
questo è possibile solo con una seria valutazione della situazione ed un costante ed assiduo monitoraggio
dell‟affido in corso e delle sue dinamiche.
Diventare genitori affidatari è un percorso che attiva tutte le funzioni attraverso le quali si esprime la
genitorialità
Da uno studio condotto da Gianluigi Visentini in “Definizioni e funzioni della genitorialità” ,

(www.genitorialità.it, settembre 2006), rileviamo quali siano le funzioni principali della

genitorialità: la funzione “protettiva”, la funzione ”affettiva”, la funzione “regolativa”, la funzione
“predittiva” e la reverie intesa come capacità genitoriale di attribuire significato alle comunicazioni ed ai
comportamenti del figlio.
Per capire l‟importanza e la delicatezza del compito dei genitori affidatari è importante sottolineare che la
loro funzione genitoriale si esercita su bambini che provengono da realtà familiari disastrate e problematiche,
dove non si è avuto il tempo o non si è stati capaci di dare la giusta attenzione allo sviluppo del minore.
Quindi, quando questi arrivano nelle nuove famiglie, hanno già alle spalle molte esperienze negative, a volte
anche dovute ai numerosi anni passati in istituto. Raramente hanno avuto una figura di riferimento e ormai
sono troppo grandi per apprendere in breve tempo le dinamiche dell‟attaccamento.
Nella nostra ricerca ci siamo concentrati non tanto sullo stile di attaccamento dei genitori affidatari
(l‟esiguo campione e la mancanza di un adeguata formazione nella lettura dell‟A.A.I. non avrebbero
permesso questo tipo di analisi) ma, ritenendo le domande dell‟A.A.I. una fonte preziosa, data la forma
semistrutturata dell‟intervista e la tipologia delle domande, per indagare quali possano essere le tematiche
comuni, con le quali far fronte alle difficoltà dell‟esperienza dell‟affido, nei genitori che intraprendono
questo percorso con successo.
                                 L‟Attaccamento: basi teoriche


La teoria dell‟attaccamento fu elaborata nel 1969 da John Bowlby (Attaccamento e perdita, vol.1,2,3; trad. it
1978-1989, Bollati Boringheri, Torino) e rappresenta tutt‟oggi l‟orizzonte di riferimento principale della
psicologia dello sviluppo. Essa è caratterizzata dall‟integrazione tra etologia, psicoanalisi e cognitivismo ed è
una teoria dell‟organizzazione sistemica del comportamento protettivo (dare e ricevere protezione)
dell‟essere umano.
Attraverso approfondite indagini sul comportamento degli animali e quello dei bambini, Bowlby elaborò tale
teoria per spiegare il precoce e duraturo legame dei neonati verso le proprie figure di accudimento.
In questo approccio è implicito l‟assunto che, sia il comportamento genitoriale che il comportamento di
attaccamento sono in parte predeterminati e, perciò, pronti a svilupparsi secondo certe direzioni, quando le
condizioni lo permettono.
Il comportamento di attaccamento fa parte di una classe limitata di schemi comportamentali tra cui i
comportamenti genitoriali, sessuali, alimentari e di esplorazione.
Ciascuno di questi schemi comportamentali contribuisce, con proprie specifiche modalità, alla sopravvivenza
dell‟individuo o della sua prole e, nel caso dell‟attaccamento, questo comportamento svolge la funzione di
protezione.




Postulati e fondamenti:

a) Gli esseri umani hanno una predisposizione innata a relazioni di attaccamento con il caregiver
b) L‟attaccamento è un legame con una persona precisa, individuata come capace di fornire protezione e
    sicurezza
c) L‟attaccamento è un sistema motivazionale primario dell‟essere umano, come la sessualità
d) I pattern di attaccamento assumono strutturazione organizzata nei primi 12 mesi di vita, e danno luogo
    ad una relazione di attaccamento duratura nello spazio e nel tempo
e) La separazione o perdita dalla/della figura di attaccamento è empiricamente correlabile a quadri
    patologici relativamente stabili e modificabili con il trattamento psicoanalitico




Da quel momento in poi, un numero sempre maggiore di ricerche hanno avuto come oggetto l‟attaccamento,
nel tentativo di trovare una qualche correlazione tra gli stili di attaccamento e praticamente ogni dimensione
psicologica rilevabile dell‟essere umano.
Ci sembra rilevante il fatto che due siano state le condizioni che hanno contribuito allo sviluppo della ricerca
nel campo dell‟attaccamento: la prima è il non aver limitato il campo di indagine all‟infanzia, la seconda è
l‟introduzione di validi strumenti per la misurazione dell‟attaccamento.
La teoria dell‟attaccamento nasce nell‟ambito della psicologia evolutiva e per anni si concentra su questa,
indagando le dinamiche della separazione e del ricongiungimento tra infante e caregiver
Mary Ainsworth, nel 1978, costruì un valido strumento di indagine: la Strange Situation, che però limita
l‟ambito di indagine alla primissima infanzia. La sua ricerca nacque da questo percorso teorico – osservativo.
a) Individualità e unicità dell‟attaccamento
b) Classificazione dell‟attaccamento di tipo A (evitante), B (sicuro) e C (ansioso) delle diadi madre
    bambino su base osservativo antropologica (Uganda, 1967 e USA., 1978); espansione della
    classificazione con la sottoclassificazione B4 delle categorie e modificabilità dei modelli rappresentativi
    interni, A/C e della categoria disorganizzata (Main, 1990);
c) Strange situation
d) Valutatività e modificabilità dei modelli rappresentativi interni




Dalle basi poste da Bowlby e dalla Ainsworth sono state costruite diverse nuove digressioni teoriche che
hanno portato i ricercatori ad interessarsi anche dell‟attaccamento in età adulta.
L‟evoluzione più recente della teoria dell‟attaccamento (Main ,1999) si è indirizzata verso l‟analisi del
contesto famigliare, tenendo in considerazione i suoi molteplici livelli rappresentazionali, (Tambelli,
Odorisio, Amaturo, Realini, 2001). Byng - Hall (1999) parla di spazio triangolare quale unità di misura per la
comprensione dei sistemi famigliari nella valutazione della regolazione psichica del bambino.
L‟importanza dell‟analisi della triade, è stata ripresa da Donley considerando l‟attaccamento come un
processo che va al di là della diade madre - bambino all‟interno di una più estesa unità emozionale, la
famiglia. La transizione da una relazione diadica a triadica alla nascita del figlio, prefigura uno scenario in
cui i genitori risultano in grado di tenere in mente il figlio quando sono insieme e nello stesso tempo il
proprio partner quando sono con il figlio. Obiettivo generale della ricerca è stato quello di analizzare il
rapporto tra la qualità degli stili di attaccamento individuali (madre – padre - bambino) dei membri di una
famiglia e la qualità dello stile interattivo che caratterizza la relazione famigliare.
Noi, per la nostra tesi, abbiamo scelto il filone che riguarda l‟attaccamento in ambito famigliare che si
interessa dello stato della mente dell‟adulto rispetto alle esperienze di attaccamento, trascorse ed attuali,
tralasciando l‟altro filone della ricerca che si occupa dell‟attaccamento nella relazione di coppia, dove i
partner si percepiscono come figure di attaccamento, in un contesto di attaccamento romantico.
Il filone da noi scelto, utilizza come strumento di ricerca l‟intervista semistrutturata denominata Adult
Attacchment Interview (AAI).
           L‟ Adult Attachment Interview ( Main, George, Kaplan,1985)

Negli ultimi dieci anni lo studio dell‟attaccamento ha ampliato sempre più il proprio campo di
applicazione fino a comprendere l‟intero arco di vita e non solo la primissime fasi della relazione tra
bambino e figura di attaccamento (Ainsworth, Blehar, Waters e Wall, 1978; Ainsworth,1992).
Nel 1985, infatti, George, Kaplan e Main rifacendosi alla teoria di Bowlby (1969, 1973, 1980), elaborarono l‟Adult
Attachment Interview (A.A.I.), un intervista semistrutturata che consente la classificazione dell‟attaccamento in età
adulta (Main, Goldwyn, 1994), che ha come obiettivo la valutazione dell‟influenza delle esperienze di attaccamento
vissute durante l‟infanzia sulle organizzazioni mentali dell‟attaccamento adulto.

P.M. Crittenden (Attaccamento Adulto. L’approccio dinamico maturativo dell’Adult Attacment
Interview, Raffaello Cortina, Milano, 1999), ha effettuato un‟operazione di revisione critica
dell‟analisi proposta da Main e Goldwyn introducendo nuove categorie e criteri di valutazione
dell‟attaccamento. In (“Nuove prospettive sull’attaccamento”, Guerini e Associati, Milano,1994)                              a
seguito dei suoi lavori di ricerca (1999), Crittenden ha poi riformulato ed esteso il sistema di
classificazione di Main e colleghi, aggiungendovi un „ ampia gamma di configurazioni di frequente
riscontro in popolazioni ad alto rischio psicopatologico, realizzando quindi in modo interessante le
potenzialità psicodiagnoostiche dell‟A.A.I. e proponendo un approccio dinamico – maturativo allo
sviluppo delle relazioni di attaccamento nell‟arco della vita.
L‟A.A.I. è un‟intervista semistrutturata della durata di circa un‟ora, composta da una serie di domande aperte da fare in
una sequenza abbastanza fissa, che esplorano la costruzione e l‟evoluzione del legame di attaccamento nel corso del
tempo e dello sviluppo dell‟individuo, dall‟infanzia all‟età adulta. Il focus delle domande riguarda la rievocazione della
storia e delle esperienze di attaccamento del soggetto.

L‟intervista richiede ricordi e riflessioni sul presente e sul passato del soggetto tramite due modalità distinte: valutazioni
generali dell‟esperienza e narrazione di specifici episodi biografici.

Le domande, quindi, indagano sulla rievocazione della storia di attaccamento dell‟individuo.

La classificazione finale si basa sull‟analisi dell‟intervista nel suo complesso, in termini di organizzazione mentale del
soggetto rispetto all‟attaccamento.

Anche se, come già detto, il mio scopo non è stato quello di valutare il tipo di attaccamento della coppia genitoriale
affidataria mi sembra opportuno riportare la classificazione dell‟attaccamento di Main e colleghi.

Le categorie dell‟attaccamento nell‟adulto sono: Attaccamento di tipo distanziante, Attaccamento di tipo sicuro,
Attaccamento coinvolto, Attaccamento con traumi o lutti non risolti, Attaccamento non classificabile.
Attaccamento di tipo distanziante:

-   A questa categoria appartengono gli individui che manifestano un tentativo attivo di limitare l‟influenza delle
    esperienze e delle relazioni di attaccamento rispetto alla vita attuale; l‟elemento in comune è una particolare
    organizzazione di pensiero che consente loro di mantenere l‟attaccamento relativamente disattivato e scollegato
    dall‟esperienza attuale. Questo processo può venire messo in atto sia attraverso l‟idealizzazione delle esperienze
    passate o delle figure di attaccamento, sia attraverso una sprezzante svalutazione dell‟esperienza e delle figure
    significative dell‟infanzia. L‟organizzazione mentale di base sembra connotata da un processo di scissione, in cui il
    pensiero è impegnato in un lavoro attivo di esclusione del versante affettivo ed emotivo delle esperienze.
    Nell‟infanzia l‟esperienza reale di queste persone è stata spesso segnata da carenze di natura affettiva da parte delle
    figure di attaccamento, sia nei termini di una distanza affettiva, sia attraverso comportamenti di rifiuto da parte dei
    genitori.
Attaccamento sicuro:

-   I soggetti sicuri appaiono, nel corso dell‟intervista, liberi di esplorare i propri pensieri e sentimenti relativi alle aree
    indagate, fornendo un generale quadro di consapevolezza rispetto ai dati di realtà e ai significati ad essi attribuiti.
    Mostrano una coerente visione della natura delle proprie esperienze con le figure significative dell‟infanzia, e
    soprattutto degli effetti di tali esperienze sul proprio stato attuale della mente. I soggetti sicuri hanno saputo, nel
    tempo, attribuire nuovi significati all‟esperienza passata, distaccandosi da essa e giungendo a poter effettuare
    riflessioni obiettive e ripensamenti costruttivi per ciò che concerne i legami affettivi. In tal senso, è possibile
    definire questi soggetti come persone che hanno saputo interiorizzare un modello relazionale di sicurezza basato
    molto probabilmente, su esperienze positive vissute nell‟infanzia, ma anche su un attivo processo di revisione e
    rielaborazione di tali esperienze, che ha permesso loro di giungere a una visione equilibrata della propria realtà
    passata, del suo valore evolutivo e della sua importanza nella vita attuale.
Attaccamento coinvolto:

-   I soggetti appartenenti a questa categoria esprimono un quadro confuso, non obiettivo della propria esperienza
    passata, dal quale è possibile dedurre un loro coinvolgimento, un invischiamento, nell‟ambito di relazioni
    all‟interno della famiglia che continuano ad agire sull‟attuale stato della mente. L‟elemento del coinvolgimento ha
    un ruolo fondamentale nell‟intervista di tali soggetti, impedendo loro di effettuare un processo di analisi e di
    ripensamento obiettivo dell‟esperienza; in tal senso, sembra che nei processi mentali di queste persone esista una
    continua invasione da parte del passato, che si connota soprattutto di elementi affettivi che l‟individuo non sembra
    riuscire ad organizzare in un quadro di pensiero logico e coerente. Gli aspetti legati alla sfera cognitiva sembrano
    perdere consistenza e strutturazione nel corso della narrazione, lasciando il posto a un discorso fortemente intriso di
    elementi puramente affettivi, sensazioni e emozioni, scarsamente collegati tra loro.
Attaccamento con traumi o lutti non risolti:

-   Questa categoria viene attribuita quando sono presenti indici formali di mancata risoluzione di specifici eventi della
    storia del soggetto, che possono aver rappresentato momenti di grave disorganizzazione dell‟attaccamento, quali
    gravi lutti, abusi o traumi di altro genere subiti nell‟infanzia. Tale categoria si sovrappone alla categoria principale,
    tra quelle sopra riportate, che più si adatta a una definizione esaustiva dell‟intervista nel suo complesso.
Attaccamento non classificabile:

-   L‟intervista viene considerata inclassificabile quando gli elementi del discorso non sono collocabili in nessuna delle
    categorie precedenti, il soggetto mostra così una notevole o insolita mescolanza di stati mentali, per cui non è
    evidenziabile alcun singolo stato o alcuna strategia organizzati. Tale eventualità risulta piuttosto rara nei soggetti
    apparteneti alla popolazione generale.




Bibliografia


AINSWORTH M. D. S., BLEHAR M., WATERS E., e WALL S., Patterns of Attachment, Erlbraum,
Hillsdale,1978
ARRIGONI G., DELL‟OLIO F., Appartenenze: comprendere la complessità dell’affido familiare, F. Angeli,
1998
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racconti dei protagonisti, Rosemberg & Seller, Torino, 1989
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Angeli, 2001
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Strange Situation, Università La Sapienza, Roma, 2001
VISENTINI G., Definizioni e funzioni della genitorialità, www.genitorialità.it
                                 L‟affidamento e la genitorialità

La mia partecipazione all‟interno dell‟Associazione, mi ha permesso di venire a contatto con le diverse
problematiche che la scelta di divenire genitori affidatari comporta.
Innanzitutto questo tipo di intervento prevede il coinvolgimento di differenti realtà o, per essere precisi, di
differenti sistemi dove operano vari attori con ruoli e compiti ben definiti.
I protagonisti sono essenzialmente quattro.
La famiglia d‟origine, il bambino, i servizi sociali e la famiglia affidataria.
La legge dà una definizione molto generica di come deve essere una famiglia affidataria, dice infatti che un
bambino può essere affidato ad una famiglia ” … preferibilmente con figli minori, o ad una persona singola,
in grado di assicurargli il mantenimento, l‟educazione, l‟istruzione e le relazioni affettive di cui egli ha
bisogno.” (L. 149/1983, art.2, comma1).
Alla coppia affidataria è richiesto:
-   di capire i bisogni del bambino entrando in empatia con lui;
-   di saper affrontare la frustrazione dovuta alla “separazione”;
-   di saper riorganizzarsi e ristrutturarsi in funzione del nuovo venuto;
-   di accogliere e comprendere la diversità del bambino;
-   di accettare il bambino e la sua famiglia senza esprimere valutazioni di giudizio;
-   di essere preparati ad accettare le difficoltà che possono sorgere dal rapporto con la famiglia naturale;
-   di credere nella possibilità di un cambiamento e di crescita, anche se lenta e incerta, dei genitori del
    minore affidato.
Tutto questo dovrebbe implicare la necessità di una selezione ed in particolare di un attento abbinamento ma,
la scarsa risorsa di coppie e famiglie candidate all‟affido spesso ostacola la possibilità di fare una scelta
ponderata.
L‟abbinamento è uno dei momenti più importanti e significativi del progetto di affido.
Per abbinamento si intende la scelta della famiglia affidataria “giusta” per quel bambino.
La famiglia affidataria, a differenza degli altri soggetti coinvolti nell‟affido, sceglie di mettersi in gioco.
Quindi le motivazioni che possono spingere una coppia a rendersi disponibile per l‟affido devono essere
sondate e valutate con attenzione.
Sicuramente il desiderio di prendersi cura di un bambino, che non è il proprio figlio, porta con sé bisogni a
volte non ancora chiari nemmeno agli affidatari.
Se non vengono controllati, rischiano di minare la buona riuscita del progetto.
Questi pericolosi bisogni possono essere divisi in due categorie.
3. Bisogno appropriativo: una perdita all‟interno del nucleo famigliare o l‟impossibilità di avere figli
    propri, crea un vuoto emotivo che può spingere una coppia ad appropriarsi del bambino affidato,
    usandolo come sostituto dei figli mancati o mai avuti. Tale comportamento spesso nasconde un desiderio
    adottivo non ancora ben elaborato;
4. Bisogno riparativo: è la tendenza di riparare gli aspetti deboli o feriti di sé prendendosi cura dei bisogni
    del bambino. Questo atteggiamento è caratterizzato da una forte spinta morale di tipo “salvifico”
    (Arrigoni e Dell‟Olio, 1998).
Questi bisogni si avvicinano molto a quelli sentiti dai genitori nei confronti dei propri figli. Penso che sia
naturale per una coppia, legata affettivamente ad un bambino, anche se non suo, sentirlo parte di sé e cercare
di curarlo e proteggerlo da qualsiasi situazione di disagio.
E‟ quindi compito dei servizi, in sede di selezione e formazione, guidare la coppia ad un riconoscimento di
tali necessità, perché imparino a controllarle.
La scelta di prendere in affido un bambino può anche creare nei genitori affidatari, delle aspettative che,
molto spesso, non coincidono con la realtà (Greco e Iafrate, 2001).
Infatti la maggior parte dei bambini dati in affido portano con sé grossi problemi, difficili da capire e gestire.
La delusione delle loro attese spinge i genitori ad affrontare l‟intervento con atteggiamenti errati (ad es.
colpevolizzando la famiglia d‟origine, considerando il bambino ”senza risorse”, ponendosi con un
atteggiamento svalutativo nei suoi confronti, ecc.). Attraverso tali comportamenti i sentimenti di delusione
andranno a far parte della relazione entrando, per così dire, “in circolo” nel rapporto adulto - bambino:
-   Il bambino percepirà la delusione e si sentirà deludente e colpevole;
-   La relazione adulto – bambino si baserà sulle reciproche negatività, con implicite ed esplicite attribuzioni
    di colpa;
-   Il disinvestimento affettivo diventa l‟unica soluzione difensiva per entrambi i soggetti della relazione
E‟ chiaro che, con l‟arrivo del nuovo membro, che ciascuna delle coppie dell‟Associazione ha paragonato ad
una nascita vera e propria, inizia la fase più delicata del momento poiché il suo arrivo in famiglia dà origine a
dei cambiamenti sia sul piano delle relazioni sia relativamente alla riorganizzazione del tempo e dello spazio
della famiglia. Allora, solo se la famiglia affidataria si dimostrerà “flessibile” e sarà capace di abbandonare
le modalità di funzionamento precedenti per cercare nuove soluzioni, accogliendo così le differenze del
nuovo venuto, la relazione affidatari – affidato non si danneggerà. Se, invece, gli affidatari rimarranno chiusi
nel loro mondo, nella loro rigidità, si determineranno situazioni di disagio e sofferenza fino all‟espulsione del
nuovo componente per ricreare le condizioni precedenti.
Diventa perciò importantissimo studiare e valutare le motivazioni che spingono una famiglia a rendersi
disponibile per un affido, prevedere le dinamiche che si potrebbero sviluppare all‟interno della relazione
adulto – bambino, preparare e guidare le famiglie perché non nascano sentimenti dannosi per l‟affido. Tutto
questo è possibile solo con una seria valutazione della situazione ed un costante ed assiduo monitoraggio
dell‟affido in corso e delle sue dinamiche.
Diventare genitori affidatari è un percorso che attiva tutte le funzioni attraverso le quali si esprime la
genitorialità
Da uno studio condotto da Gianluigi Visentini in “Definizioni e funzioni della genitorialità” ,

(www.genitorialità.it, settembre 2006), rileviamo quali siano le funzioni principali della

genitorialità: la funzione “protettiva”, la funzione ”affettiva”, la funzione “regolativa”, la funzione
“predittiva” e la reverie intesa come capacità genitoriale di attribuire significato alle comunicazioni ed ai
comportamenti del figlio.
Per capire l‟importanza e la delicatezza del compito dei genitori affidatari è importante sottolineare che la
loro funzione genitoriale si esercita su bambini che provengono da realtà familiari disastrate e problematiche,
dove non si è avuto il tempo o non si è stati capaci di dare la giusta attenzione allo sviluppo del minore.
Quindi, quando questi arrivano nelle nuove famiglie, hanno già alle spalle molte esperienze negative, a volte
anche dovute ai numerosi anni passati in istituto. Raramente hanno avuto una figura di riferimento e ormai
sono troppo grandi per apprendere in breve tempo le dinamiche dell‟attaccamento.
Nella nostra ricerca ci siamo concentrati non tanto sullo stile di attaccamento dei genitori affidatari
(l‟esiguo campione e la mancanza di un adeguata formazione nella lettura dell‟A.A.I. non avrebbero
permesso questo tipo di analisi) ma, ritenendo le domande dell‟A.A.I. una fonte preziosa, data la forma
semistrutturata dell‟intervista e la tipologia delle domande, per indagare quali possano essere le tematiche
comuni, con le quali far fronte alle difficoltà dell‟esperienza dell‟affido, nei genitori che intraprendono
questo percorso con successo.




                                 L‟Attaccamento: basi teoriche
La teoria dell‟attaccamento fu elaborata nel 1969 da John Bowlby (Attaccamento e perdita, vol.1,2,3; trad. it
1978-1989, Bollati Boringheri, Torino) e rappresenta tutt‟oggi l‟orizzonte di riferimento principale della
psicologia dello sviluppo. Essa è caratterizzata dall‟integrazione tra etologia, psicoanalisi e cognitivismo ed è
una teoria dell‟organizzazione sistemica del comportamento protettivo (dare e ricevere protezione)
dell‟essere umano.
Attraverso approfondite indagini sul comportamento degli animali e quello dei bambini, Bowlby elaborò tale
teoria per spiegare il precoce e duraturo legame dei neonati verso le proprie figure di accudimento.
In questo approccio è implicito l‟assunto che, sia il comportamento genitoriale che il comportamento di
attaccamento sono in parte predeterminati e, perciò, pronti a svilupparsi secondo certe direzioni, quando le
condizioni lo permettono.
Il comportamento di attaccamento fa parte di una classe limitata di schemi comportamentali tra cui i
comportamenti genitoriali, sessuali, alimentari e di esplorazione.
Ciascuno di questi schemi comportamentali contribuisce, con proprie specifiche modalità, alla sopravvivenza
dell‟individuo o della sua prole e, nel caso dell‟attaccamento, questo comportamento svolge la funzione di
protezione.




Postulati e fondamenti:

f) Gli esseri umani hanno una predisposizione innata a relazioni di attaccamento con il caregiver
g) L‟attaccamento è un legame con una persona precisa, individuata come capace di fornire protezione e
     sicurezza
h) L‟attaccamento è un sistema motivazionale primario dell‟essere umano, come la sessualità
i)   I pattern di attaccamento assumono strutturazione organizzata nei primi 12 mesi di vita, e danno luogo
     ad una relazione di attaccamento duratura nello spazio e nel tempo
j)   La separazione o perdita dalla/della figura di attaccamento è empiricamente correlabile a quadri
     patologici relativamente stabili e modificabili con il trattamento psicoanalitico




Da quel momento in poi, un numero sempre maggiore di ricerche hanno avuto come oggetto l‟attaccamento,
nel tentativo di trovare una qualche correlazione tra gli stili di attaccamento e praticamente ogni dimensione
psicologica rilevabile dell‟essere umano.
Ci sembra rilevante il fatto che due siano state le condizioni che hanno contribuito allo sviluppo della ricerca
nel campo dell‟attaccamento: la prima è il non aver limitato il campo di indagine all‟infanzia, la seconda è
l‟introduzione di validi strumenti per la misurazione dell‟attaccamento.
La teoria dell‟attaccamento nasce nell‟ambito della psicologia evolutiva e per anni si concentra su questa,
indagando le dinamiche della separazione e del ricongiungimento tra infante e caregiver
Mary Ainsworth, nel 1978, costruì un valido strumento di indagine: la Strange Situation, che però limita
l‟ambito di indagine alla primissima infanzia. La sua ricerca nacque da questo percorso teorico – osservativo.
e) Individualità e unicità dell‟attaccamento
f) Classificazione dell‟attaccamento di tipo A (evitante), B (sicuro) e C (ansioso) delle diadi madre
    bambino su base osservativo antropologica (Uganda, 1967 e USA., 1978); espansione della
    classificazione con la sottoclassificazione B4 delle categorie e modificabilità dei modelli rappresentativi
    interni, A/C e della categoria disorganizzata (Main, 1990);
g) Strange situation
h) Valutatività e modificabilità dei modelli rappresentativi interni




Dalle basi poste da Bowlby e dalla Ainsworth sono state costruite diverse nuove digressioni teoriche che
hanno portato i ricercatori ad interessarsi anche dell‟attaccamento in età adulta.
L‟evoluzione più recente della teoria dell‟attaccamento (Main ,1999) si è indirizzata verso l‟analisi del
contesto famigliare, tenendo in considerazione i suoi molteplici livelli rappresentazionali, (Tambelli,
Odorisio, Amaturo, Realini, 2001). Byng - Hall (1999) parla di spazio triangolare quale unità di misura per la
comprensione dei sistemi famigliari nella valutazione della regolazione psichica del bambino.
L‟importanza dell‟analisi della triade, è stata ripresa da Donley considerando l‟attaccamento come un
processo che va al di là della diade madre - bambino all‟interno di una più estesa unità emozionale, la
famiglia. La transizione da una relazione diadica a triadica alla nascita del figlio, prefigura uno scenario in
cui i genitori risultano in grado di tenere in mente il figlio quando sono insieme e nello stesso tempo il
proprio partner quando sono con il figlio. Obiettivo generale della ricerca è stato quello di analizzare il
rapporto tra la qualità degli stili di attaccamento individuali (madre – padre - bambino) dei membri di una
famiglia e la qualità dello stile interattivo che caratterizza la relazione famigliare.
Noi, per la nostra tesi, abbiamo scelto il filone che riguarda l‟attaccamento in ambito famigliare che si
interessa dello stato della mente dell‟adulto rispetto alle esperienze di attaccamento, trascorse ed attuali,
tralasciando l‟altro filone della ricerca che si occupa dell‟attaccamento nella relazione di coppia, dove i
partner si percepiscono come figure di attaccamento, in un contesto di attaccamento romantico.
Il filone da noi scelto, utilizza come strumento di ricerca l‟intervista semistrutturata denominata Adult
Attacchment Interview (AAI).
L‟ Adult Attachment Interview ( Main, George, Kaplan,1985)
Negli ultimi dieci anni lo studio dell‟attaccamento ha ampliato sempre più il proprio campo di
applicazione fino a comprendere l‟intero arco di vita e non solo la primissime fasi della relazione tra
bambino e figura di attaccamento (Ainsworth, Blehar, Waters e Wall, 1978; Ainsworth,1992).
Nel 1985, infatti, George, Kaplan e Main rifacendosi alla teoria di Bowlby (1969, 1973, 1980), elaborarono l‟Adult
Attachment Interview (A.A.I.), un intervista semistrutturata che consente la classificazione dell‟attaccamento in età
adulta (Main, Goldwyn, 1994), che ha come obiettivo la valutazione dell‟influenza delle esperienze di attaccamento
vissute durante l‟infanzia sulle organizzazioni mentali dell‟attaccamento adulto.

P.M. Crittenden (Attaccamento Adulto. L’approccio dinamico maturativo dell’Adult Attacment
Interview, Raffaello Cortina, Milano, 1999), ha effettuato un‟operazione di revisione critica
dell‟analisi proposta da Main e Goldwyn introducendo nuove categorie e criteri di valutazione
dell‟attaccamento. In (“Nuove prospettive sull’attaccamento”, Guerini e Associati, Milano,1994)                              a
seguito dei suoi lavori di ricerca (1999), Crittenden ha poi riformulato ed esteso il sistema di
classificazione di Main e colleghi, aggiungendovi un „ ampia gamma di configurazioni di frequente
riscontro in popolazioni ad alto rischio psicopatologico, realizzando quindi in modo interessante le
potenzialità psicodiagnoostiche dell‟A.A.I. e proponendo un approccio dinamico – maturativo allo
sviluppo delle relazioni di attaccamento nell‟arco della vita.
L‟A.A.I. è un‟intervista semistrutturata della durata di circa un‟ora, composta da una serie di domande aperte da fare in
una sequenza abbastanza fissa, che esplorano la costruzione e l‟evoluzione del legame di attaccamento nel corso del
tempo e dello sviluppo dell‟individuo, dall‟infanzia all‟età adulta. Il focus delle domande riguarda la rievocazione della
storia e delle esperienze di attaccamento del soggetto.

L‟intervista richiede ricordi e riflessioni sul presente e sul passato del soggetto tramite due modalità distinte: valutazioni
generali dell‟esperienza e narrazione di specifici episodi biografici.

Le domande, quindi, indagano sulla rievocazione della storia di attaccamento dell‟individuo.

La classificazione finale si basa sull‟analisi dell‟intervista nel suo complesso, in termini di organizzazione mentale del
soggetto rispetto all‟attaccamento.

Anche se, come già detto, il mio scopo non è stato quello di valutare il tipo di attaccamento della coppia genitoriale
affidataria mi sembra opportuno riportare la classificazione dell‟attaccamento di Main e colleghi.

Le categorie dell‟attaccamento nell‟adulto sono: Attaccamento di tipo distanziante, Attaccamento di tipo sicuro,
Attaccamento coinvolto, Attaccamento con traumi o lutti non risolti, Attaccamento non classificabile.




Attaccamento di tipo distanziante:

-   A questa categoria appartengono gli individui che manifestano un tentativo attivo di limitare l‟influenza delle
    esperienze e delle relazioni di attaccamento rispetto alla vita attuale; l‟elemento in comune è una particolare
    organizzazione di pensiero che consente loro di mantenere l‟attaccamento relativamente disattivato e scollegato
    dall‟esperienza attuale. Questo processo può venire messo in atto sia attraverso l‟idealizzazione delle esperienze
    passate o delle figure di attaccamento, sia attraverso una sprezzante svalutazione dell‟esperienza e delle figure
    significative dell‟infanzia. L‟organizzazione mentale di base sembra connotata da un processo di scissione, in cui il
    pensiero è impegnato in un lavoro attivo di esclusione del versante affettivo ed emotivo delle esperienze.
    Nell‟infanzia l‟esperienza reale di queste persone è stata spesso segnata da carenze di natura affettiva da parte delle
    figure di attaccamento, sia nei termini di una distanza affettiva, sia attraverso comportamenti di rifiuto da parte dei
    genitori.
Attaccamento sicuro:

-   I soggetti sicuri appaiono, nel corso dell‟intervista, liberi di esplorare i propri pensieri e sentimenti relativi alle aree
    indagate, fornendo un generale quadro di consapevolezza rispetto ai dati di realtà e ai significati ad essi attribuiti.
    Mostrano una coerente visione della natura delle proprie esperienze con le figure significative dell‟infanzia, e
    soprattutto degli effetti di tali esperienze sul proprio stato attuale della mente. I soggetti sicuri hanno saputo, nel
    tempo, attribuire nuovi significati all‟esperienza passata, distaccandosi da essa e giungendo a poter effettuare
    riflessioni obiettive e ripensamenti costruttivi per ciò che concerne i legami affettivi. In tal senso, è possibile
    definire questi soggetti come persone che hanno saputo interiorizzare un modello relazionale di sicurezza basato
    molto probabilmente, su esperienze positive vissute nell‟infanzia, ma anche su un attivo processo di revisione e
    rielaborazione di tali esperienze, che ha permesso loro di giungere a una visione equilibrata della propria realtà
    passata, del suo valore evolutivo e della sua importanza nella vita attuale.
Attaccamento coinvolto:

-   I soggetti appartenenti a questa categoria esprimono un quadro confuso, non obiettivo della propria esperienza
    passata, dal quale è possibile dedurre un loro coinvolgimento, un invischiamento, nell‟ambito di relazioni
    all‟interno della famiglia che continuano ad agire sull‟attuale stato della mente. L‟elemento del coinvolgimento ha
    un ruolo fondamentale nell‟intervista di tali soggetti, impedendo loro di effettuare un processo di analisi e di
    ripensamento obiettivo dell‟esperienza; in tal senso, sembra che nei processi mentali di queste persone esista una
    continua invasione da parte del passato, che si connota soprattutto di elementi affettivi che l‟individuo non sembra
    riuscire ad organizzare in un quadro di pensiero logico e coerente. Gli aspetti legati alla sfera cognitiva sembrano
    perdere consistenza e strutturazione nel corso della narrazione, lasciando il posto a un discorso fortemente intriso di
    elementi puramente affettivi, sensazioni e emozioni, scarsamente collegati tra loro.
Attaccamento con traumi o lutti non risolti:

-   Questa categoria viene attribuita quando sono presenti indici formali di mancata risoluzione di specifici eventi della
    storia del soggetto, che possono aver rappresentato momenti di grave disorganizzazione dell‟attaccamento, quali
    gravi lutti, abusi o traumi di altro genere subiti nell‟infanzia. Tale categoria si sovrappone alla categoria principale,
    tra quelle sopra riportate, che più si adatta a una definizione esaustiva dell‟intervista nel suo complesso.
Attaccamento non classificabile:

-   L‟intervista viene considerata inclassificabile quando gli elementi del discorso non sono collocabili in nessuna delle
    categorie precedenti, il soggetto mostra così una notevole o insolita mescolanza di stati mentali, per cui non è
    evidenziabile alcun singolo stato o alcuna strategia organizzati. Tale eventualità risulta piuttosto rara nei soggetti
    apparteneti alla popolazione generale.
Bibliografia


AINSWORTH M. D. S., BLEHAR M., WATERS E., e WALL S., Patterns of Attachment, Erlbraum,
Hillsdale,1978
ARRIGONI G., DELL‟OLIO F., Appartenenze: comprendere la complessità dell’affido familiare, F. Angeli,
1998
BELSKY J., CASSIDY J., Attachment theory and evidence. A cura di M. rutter e D. Hay , Development
through life: A handbook for clinicians (pp.373 – 402). Blackwell, Oxford, 1994
BOWLBY J., Attaccamento e perdita, vol.1,2,3; trad.it , Bollati Boringheri, Torino,1978 -1989
BRAMANTI D., Le famiglie accoglienti, F. Angeli, Milano,1987
COVINI P. MARZOTTO C. La separazione dalla madre. E lui cosa ne pensa? Il bambino in affido, Il
bambino incompiuto, Vol. 2, Boringheri, Torino,1986
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CRITTENDEN P.M., L’attaccamento in età adulta, Raffaello Cortina, Milano,1999
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Marriage, Development Psycology, 38(4): 467 – 479, 2002
DE RIENZO E., SACCOCCIO C.,TORTELLO M., Le due famiglie. Esperienze di affidamento familiare nei
racconti dei protagonisti, Rosemberg & Seller, Torino, 1989
FAVA VIZIELLO G., SIMONELLI A., Adozione e cambiamento, Bollati Boringheri, Torino, 2004
GRECO O. e IAFRATE R., Figli al confine. Una ricerca multimetodologica sull’affidamento familiare, F.
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SIMONELLI A.,CALVO V., L’attaccamento: teoria e metodi di valutazione, Carrocci, Roma, 2002
TAMBELLI, ODORISIO, AMATURO, REALINI, L’osservazione delle relazioni triadiche durante la
Strange Situation, Università La Sapienza, Roma, 2001
VISENTINI G., Definizioni e funzioni della genitorialità, www.genitorialità.it




                                 L‟affidamento e la genitorialità

La mia partecipazione all‟interno dell‟Associazione, mi ha permesso di venire a contatto con le diverse
problematiche che la scelta di divenire genitori affidatari comporta.
Innanzitutto questo tipo di intervento prevede il coinvolgimento di differenti realtà o, per essere precisi, di
differenti sistemi dove operano vari attori con ruoli e compiti ben definiti.
I protagonisti sono essenzialmente quattro.
La famiglia d‟origine, il bambino, i servizi sociali e la famiglia affidataria.
La legge dà una definizione molto generica di come deve essere una famiglia affidataria, dice infatti che un
bambino può essere affidato ad una famiglia ” … preferibilmente con figli minori, o ad una persona singola,
in grado di assicurargli il mantenimento, l‟educazione, l‟istruzione e le relazioni affettive di cui egli ha
bisogno.” (L. 149/1983, art.2, comma1).
Alla coppia affidataria è richiesto:
-   di capire i bisogni del bambino entrando in empatia con lui;
-   di saper affrontare la frustrazione dovuta alla “separazione”;
-   di saper riorganizzarsi e ristrutturarsi in funzione del nuovo venuto;
-   di accogliere e comprendere la diversità del bambino;
-   di accettare il bambino e la sua famiglia senza esprimere valutazioni di giudizio;
-   di essere preparati ad accettare le difficoltà che possono sorgere dal rapporto con la famiglia naturale;
-   di credere nella possibilità di un cambiamento e di crescita, anche se lenta e incerta, dei genitori del
    minore affidato.
Tutto questo dovrebbe implicare la necessità di una selezione ed in particolare di un attento abbinamento ma,
la scarsa risorsa di coppie e famiglie candidate all‟affido spesso ostacola la possibilità di fare una scelta
ponderata.
L‟abbinamento è uno dei momenti più importanti e significativi del progetto di affido.
Per abbinamento si intende la scelta della famiglia affidataria “giusta” per quel bambino.
La famiglia affidataria, a differenza degli altri soggetti coinvolti nell‟affido, sceglie di mettersi in gioco.
Quindi le motivazioni che possono spingere una coppia a rendersi disponibile per l‟affido devono essere
sondate e valutate con attenzione.
Sicuramente il desiderio di prendersi cura di un bambino, che non è il proprio figlio, porta con sé bisogni a
volte non ancora chiari nemmeno agli affidatari.
Se non vengono controllati, rischiano di minare la buona riuscita del progetto.
Questi pericolosi bisogni possono essere divisi in due categorie.
5. Bisogno appropriativo: una perdita all‟interno del nucleo famigliare o l‟impossibilità di avere figli
    propri, crea un vuoto emotivo che può spingere una coppia ad appropriarsi del bambino affidato,
    usandolo come sostituto dei figli mancati o mai avuti. Tale comportamento spesso nasconde un desiderio
    adottivo non ancora ben elaborato;
6. Bisogno riparativo: è la tendenza di riparare gli aspetti deboli o feriti di sé prendendosi cura dei bisogni
    del bambino. Questo atteggiamento è caratterizzato da una forte spinta morale di tipo “salvifico”
    (Arrigoni e Dell‟Olio, 1998).
Questi bisogni si avvicinano molto a quelli sentiti dai genitori nei confronti dei propri figli. Penso che sia
naturale per una coppia, legata affettivamente ad un bambino, anche se non suo, sentirlo parte di sé e cercare
di curarlo e proteggerlo da qualsiasi situazione di disagio.
E‟ quindi compito dei servizi, in sede di selezione e formazione, guidare la coppia ad un riconoscimento di
tali necessità, perché imparino a controllarle.
La scelta di prendere in affido un bambino può anche creare nei genitori affidatari, delle aspettative che,
molto spesso, non coincidono con la realtà (Greco e Iafrate, 2001).
Infatti la maggior parte dei bambini dati in affido portano con sé grossi problemi, difficili da capire e gestire.
La delusione delle loro attese spinge i genitori ad affrontare l‟intervento con atteggiamenti errati (ad es.
colpevolizzando la famiglia d‟origine, considerando il bambino ”senza risorse”, ponendosi con un
atteggiamento svalutativo nei suoi confronti, ecc.). Attraverso tali comportamenti i sentimenti di delusione
andranno a far parte della relazione entrando, per così dire, “in circolo” nel rapporto adulto - bambino:
-   Il bambino percepirà la delusione e si sentirà deludente e colpevole;
-   La relazione adulto – bambino si baserà sulle reciproche negatività, con implicite ed esplicite attribuzioni
    di colpa;
-   Il disinvestimento affettivo diventa l‟unica soluzione difensiva per entrambi i soggetti della relazione
E‟ chiaro che, con l‟arrivo del nuovo membro, che ciascuna delle coppie dell‟Associazione ha paragonato ad
una nascita vera e propria, inizia la fase più delicata del momento poiché il suo arrivo in famiglia dà origine a
dei cambiamenti sia sul piano delle relazioni sia relativamente alla riorganizzazione del tempo e dello spazio
della famiglia. Allora, solo se la famiglia affidataria si dimostrerà “flessibile” e sarà capace di abbandonare
le modalità di funzionamento precedenti per cercare nuove soluzioni, accogliendo così le differenze del
nuovo venuto, la relazione affidatari – affidato non si danneggerà. Se, invece, gli affidatari rimarranno chiusi
nel loro mondo, nella loro rigidità, si determineranno situazioni di disagio e sofferenza fino all‟espulsione del
nuovo componente per ricreare le condizioni precedenti.
Diventa perciò importantissimo studiare e valutare le motivazioni che spingono una famiglia a rendersi
disponibile per un affido, prevedere le dinamiche che si potrebbero sviluppare all‟interno della relazione
adulto – bambino, preparare e guidare le famiglie perché non nascano sentimenti dannosi per l‟affido. Tutto
questo è possibile solo con una seria valutazione della situazione ed un costante ed assiduo monitoraggio
dell‟affido in corso e delle sue dinamiche.
Diventare genitori affidatari è un percorso che attiva tutte le funzioni attraverso le quali si esprime la
genitorialità
Da uno studio condotto da Gianluigi Visentini in “Definizioni e funzioni della genitorialità” ,

(www.genitorialità.it, settembre 2006), rileviamo quali siano le funzioni principali della

genitorialità: la funzione “protettiva”, la funzione ”affettiva”, la funzione “regolativa”, la funzione
“predittiva” e la reverie intesa come capacità genitoriale di attribuire significato alle comunicazioni ed ai
comportamenti del figlio.
Per capire l‟importanza e la delicatezza del compito dei genitori affidatari è importante sottolineare che la
loro funzione genitoriale si esercita su bambini che provengono da realtà familiari disastrate e problematiche,
dove non si è avuto il tempo o non si è stati capaci di dare la giusta attenzione allo sviluppo del minore.
Quindi, quando questi arrivano nelle nuove famiglie, hanno già alle spalle molte esperienze negative, a volte
anche dovute ai numerosi anni passati in istituto. Raramente hanno avuto una figura di riferimento e ormai
sono troppo grandi per apprendere in breve tempo le dinamiche dell‟attaccamento.
Nella nostra ricerca ci siamo concentrati non tanto sullo stile di attaccamento dei genitori affidatari
(l‟esiguo campione e la mancanza di un adeguata formazione nella lettura dell‟A.A.I. non avrebbero
permesso questo tipo di analisi) ma, ritenendo le domande dell‟A.A.I. una fonte preziosa, data la forma
semistrutturata dell‟intervista e la tipologia delle domande, per indagare quali possano essere le tematiche
comuni, con le quali far fronte alle difficoltà dell‟esperienza dell‟affido, nei genitori che intraprendono
questo percorso con successo.
                                  L‟Attaccamento: basi teoriche


La teoria dell‟attaccamento fu elaborata nel 1969 da John Bowlby (Attaccamento e perdita, vol.1,2,3; trad. it
1978-1989, Bollati Boringheri, Torino) e rappresenta tutt‟oggi l‟orizzonte di riferimento principale della
psicologia dello sviluppo. Essa è caratterizzata dall‟integrazione tra etologia, psicoanalisi e cognitivismo ed è
una teoria dell‟organizzazione sistemica del comportamento protettivo (dare e ricevere protezione)
dell‟essere umano.
Attraverso approfondite indagini sul comportamento degli animali e quello dei bambini, Bowlby elaborò tale
teoria per spiegare il precoce e duraturo legame dei neonati verso le proprie figure di accudimento.
In questo approccio è implicito l‟assunto che, sia il comportamento genitoriale che il comportamento di
attaccamento sono in parte predeterminati e, perciò, pronti a svilupparsi secondo certe direzioni, quando le
condizioni lo permettono.
Il comportamento di attaccamento fa parte di una classe limitata di schemi comportamentali tra cui i
comportamenti genitoriali, sessuali, alimentari e di esplorazione.
Ciascuno di questi schemi comportamentali contribuisce, con proprie specifiche modalità, alla sopravvivenza
dell‟individuo o della sua prole e, nel caso dell‟attaccamento, questo comportamento svolge la funzione di
protezione.




Postulati e fondamenti:

k) Gli esseri umani hanno una predisposizione innata a relazioni di attaccamento con il caregiver
l)   L‟attaccamento è un legame con una persona precisa, individuata come capace di fornire protezione e
     sicurezza
m) L‟attaccamento è un sistema motivazionale primario dell‟essere umano, come la sessualità
n) I pattern di attaccamento assumono strutturazione organizzata nei primi 12 mesi di vita, e danno luogo
     ad una relazione di attaccamento duratura nello spazio e nel tempo
o) La separazione o perdita dalla/della figura di attaccamento è empiricamente correlabile a quadri
     patologici relativamente stabili e modificabili con il trattamento psicoanalitico
Da quel momento in poi, un numero sempre maggiore di ricerche hanno avuto come oggetto l‟attaccamento,
nel tentativo di trovare una qualche correlazione tra gli stili di attaccamento e praticamente ogni dimensione
psicologica rilevabile dell‟essere umano.
Ci sembra rilevante il fatto che due siano state le condizioni che hanno contribuito allo sviluppo della ricerca
nel campo dell‟attaccamento: la prima è il non aver limitato il campo di indagine all‟infanzia, la seconda è
l‟introduzione di validi strumenti per la misurazione dell‟attaccamento.
La teoria dell‟attaccamento nasce nell‟ambito della psicologia evolutiva e per anni si concentra su questa,
indagando le dinamiche della separazione e del ricongiungimento tra infante e caregiver
Mary Ainsworth, nel 1978, costruì un valido strumento di indagine: la Strange Situation, che però limita
l‟ambito di indagine alla primissima infanzia. La sua ricerca nacque da questo percorso teorico – osservativo.
i)   Individualità e unicità dell‟attaccamento
j)   Classificazione dell‟attaccamento di tipo A (evitante), B (sicuro) e C (ansioso) delle diadi madre
     bambino su base osservativo antropologica (Uganda, 1967 e USA., 1978); espansione della
     classificazione con la sottoclassificazione B4 delle categorie e modificabilità dei modelli rappresentativi
     interni, A/C e della categoria disorganizzata (Main, 1990);
k) Strange situation
l)   Valutatività e modificabilità dei modelli rappresentativi interni




Dalle basi poste da Bowlby e dalla Ainsworth sono state costruite diverse nuove digressioni teoriche che
hanno portato i ricercatori ad interessarsi anche dell‟attaccamento in età adulta.
L‟evoluzione più recente della teoria dell‟attaccamento (Main ,1999) si è indirizzata verso l‟analisi del
contesto famigliare, tenendo in considerazione i suoi molteplici livelli rappresentazionali, (Tambelli,
Odorisio, Amaturo, Realini, 2001). Byng - Hall (1999) parla di spazio triangolare quale unità di misura per la
comprensione dei sistemi famigliari nella valutazione della regolazione psichica del bambino.
L‟importanza dell‟analisi della triade, è stata ripresa da Donley considerando l‟attaccamento come un
processo che va al di là della diade madre - bambino all‟interno di una più estesa unità emozionale, la
famiglia. La transizione da una relazione diadica a triadica alla nascita del figlio, prefigura uno scenario in
cui i genitori risultano in grado di tenere in mente il figlio quando sono insieme e nello stesso tempo il
proprio partner quando sono con il figlio. Obiettivo generale della ricerca è stato quello di analizzare il
rapporto tra la qualità degli stili di attaccamento individuali (madre – padre - bambino) dei membri di una
famiglia e la qualità dello stile interattivo che caratterizza la relazione famigliare.
Noi, per la nostra tesi, abbiamo scelto il filone che riguarda l‟attaccamento in ambito famigliare che si
interessa dello stato della mente dell‟adulto rispetto alle esperienze di attaccamento, trascorse ed attuali,
tralasciando l‟altro filone della ricerca che si occupa dell‟attaccamento nella relazione di coppia, dove i
partner si percepiscono come figure di attaccamento, in un contesto di attaccamento romantico.
Il filone da noi scelto, utilizza come strumento di ricerca l‟intervista semistrutturata denominata Adult
Attacchment Interview (AAI).
           L‟ Adult Attachment Interview ( Main, George, Kaplan,1985)

Negli ultimi dieci anni lo studio dell‟attaccamento ha ampliato sempre più il proprio campo di
applicazione fino a comprendere l‟intero arco di vita e non solo la primissime fasi della relazione tra
bambino e figura di attaccamento (Ainsworth, Blehar, Waters e Wall, 1978; Ainsworth,1992).
Nel 1985, infatti, George, Kaplan e Main rifacendosi alla teoria di Bowlby (1969, 1973, 1980), elaborarono l‟Adult
Attachment Interview (A.A.I.), un intervista semistrutturata che consente la classificazione dell‟attaccamento in età
adulta (Main, Goldwyn, 1994), che ha come obiettivo la valutazione dell‟influenza delle esperienze di attaccamento
vissute durante l‟infanzia sulle organizzazioni mentali dell‟attaccamento adulto.

P.M. Crittenden (Attaccamento Adulto. L’approccio dinamico maturativo dell’Adult Attacment
Interview, Raffaello Cortina, Milano, 1999), ha effettuato un‟operazione di revisione critica
dell‟analisi proposta da Main e Goldwyn introducendo nuove categorie e criteri di valutazione
dell‟attaccamento. In (“Nuove prospettive sull’attaccamento”, Guerini e Associati, Milano,1994)                              a
seguito dei suoi lavori di ricerca (1999), Crittenden ha poi riformulato ed esteso il sistema di
classificazione di Main e colleghi, aggiungendovi un „ ampia gamma di configurazioni di frequente
riscontro in popolazioni ad alto rischio psicopatologico, realizzando quindi in modo interessante le
potenzialità psicodiagnoostiche dell‟A.A.I. e proponendo un approccio dinamico – maturativo allo
sviluppo delle relazioni di attaccamento nell‟arco della vita.
L‟A.A.I. è un‟intervista semistrutturata della durata di circa un‟ora, composta da una serie di domande aperte da fare in
una sequenza abbastanza fissa, che esplorano la costruzione e l‟evoluzione del legame di attaccamento nel corso del
tempo e dello sviluppo dell‟individuo, dall‟infanzia all‟età adulta. Il focus delle domande riguarda la rievocazione della
storia e delle esperienze di attaccamento del soggetto.

L‟intervista richiede ricordi e riflessioni sul presente e sul passato del soggetto tramite due modalità distinte: valutazioni
generali dell‟esperienza e narrazione di specifici episodi biografici.

Le domande, quindi, indagano sulla rievocazione della storia di attaccamento dell‟individuo.

La classificazione finale si basa sull‟analisi dell‟intervista nel suo complesso, in termini di organizzazione mentale del
soggetto rispetto all‟attaccamento.

Anche se, come già detto, il mio scopo non è stato quello di valutare il tipo di attaccamento della coppia genitoriale
affidataria mi sembra opportuno riportare la classificazione dell‟attaccamento di Main e colleghi.
Le categorie dell‟attaccamento nell‟adulto sono: Attaccamento di tipo distanziante, Attaccamento di tipo sicuro,
Attaccamento coinvolto, Attaccamento con traumi o lutti non risolti, Attaccamento non classificabile.




Attaccamento di tipo distanziante:

-   A questa categoria appartengono gli individui che manifestano un tentativo attivo di limitare l‟influenza delle
    esperienze e delle relazioni di attaccamento rispetto alla vita attuale; l‟elemento in comune è una particolare
    organizzazione di pensiero che consente loro di mantenere l‟attaccamento relativamente disattivato e scollegato
    dall‟esperienza attuale. Questo processo può venire messo in atto sia attraverso l‟idealizzazione delle esperienze
    passate o delle figure di attaccamento, sia attraverso una sprezzante svalutazione dell‟esperienza e delle figure
    significative dell‟infanzia. L‟organizzazione mentale di base sembra connotata da un processo di scissione, in cui il
    pensiero è impegnato in un lavoro attivo di esclusione del versante affettivo ed emotivo delle esperienze.
    Nell‟infanzia l‟esperienza reale di queste persone è stata spesso segnata da carenze di natura affettiva da parte delle
    figure di attaccamento, sia nei termini di una distanza affettiva, sia attraverso comportamenti di rifiuto da parte dei
    genitori.
Attaccamento sicuro:

-   I soggetti sicuri appaiono, nel corso dell‟intervista, liberi di esplorare i propri pensieri e sentimenti relativi alle aree
    indagate, fornendo un generale quadro di consapevolezza rispetto ai dati di realtà e ai significati ad essi attribuiti.
    Mostrano una coerente visione della natura delle proprie esperienze con le figure significative dell‟infanzia, e
    soprattutto degli effetti di tali esperienze sul proprio stato attuale della mente. I soggetti sicuri hanno saputo, nel
    tempo, attribuire nuovi significati all‟esperienza passata, distaccandosi da essa e giungendo a poter effettuare
    riflessioni obiettive e ripensamenti costruttivi per ciò che concerne i legami affettivi. In tal senso, è possibile
    definire questi soggetti come persone che hanno saputo interiorizzare un modello relazionale di sicurezza basato
    molto probabilmente, su esperienze positive vissute nell‟infanzia, ma anche su un attivo processo di revisione e
    rielaborazione di tali esperienze, che ha permesso loro di giungere a una visione equilibrata della propria realtà
    passata, del suo valore evolutivo e della sua importanza nella vita attuale.
Attaccamento coinvolto:

-   I soggetti appartenenti a questa categoria esprimono un quadro confuso, non obiettivo della propria esperienza
    passata, dal quale è possibile dedurre un loro coinvolgimento, un invischiamento, nell‟ambito di relazioni
    all‟interno della famiglia che continuano ad agire sull‟attuale stato della mente. L‟elemento del coinvolgimento ha
    un ruolo fondamentale nell‟intervista di tali soggetti, impedendo loro di effettuare un processo di analisi e di
    ripensamento obiettivo dell‟esperienza; in tal senso, sembra che nei processi mentali di queste persone esista una
    continua invasione da parte del passato, che si connota soprattutto di elementi affettivi che l‟individuo non sembra
    riuscire ad organizzare in un quadro di pensiero logico e coerente. Gli aspetti legati alla sfera cognitiva sembrano
    perdere consistenza e strutturazione nel corso della narrazione, lasciando il posto a un discorso fortemente intriso di
    elementi puramente affettivi, sensazioni e emozioni, scarsamente collegati tra loro.
Attaccamento con traumi o lutti non risolti:

-   Questa categoria viene attribuita quando sono presenti indici formali di mancata risoluzione di specifici eventi della
    storia del soggetto, che possono aver rappresentato momenti di grave disorganizzazione dell‟attaccamento, quali
    gravi lutti, abusi o traumi di altro genere subiti nell‟infanzia. Tale categoria si sovrappone alla categoria principale,
    tra quelle sopra riportate, che più si adatta a una definizione esaustiva dell‟intervista nel suo complesso.
Attaccamento non classificabile:

-   L‟intervista viene considerata inclassificabile quando gli elementi del discorso non sono collocabili in nessuna delle
    categorie precedenti, il soggetto mostra così una notevole o insolita mescolanza di stati mentali, per cui non è
    evidenziabile alcun singolo stato o alcuna strategia organizzati. Tale eventualità risulta piuttosto rara nei soggetti
    apparteneti alla popolazione generale.




Bibliografia


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VISENTINI G., Definizioni e funzioni della genitorialità, www.genitorialità.it
               Introduzione all‟analisi del colloquio clinico sulla coppia


Ci sembra opportuno, al fine di dare un quadro il più esaustivo possibile della coppia in questione, fornire alcune
informazioni relative ai coniugi per inquadrare il contesto sociale nel quale vivono, le professioni da loro svolte ed
anche il setting nel quale abbiamo lavorato.



              Maria e Gaetano, hanno rispettivamente 50 e 55 anni, sono sposati da trent‟anni e,
               da trent‟anni vivono in provincia di Gorizia, a Cormons.
              Maria è impiegata all‟Azienda Sanitaria, mentre suo marito che ora è in pensione,
               era impiegato in banca.
              Il loro livello di scolarizzazione è il diploma di scuola media superiore.
              Il loro livello economico è medio.


I coniugi sono entrambi originari di Amalfi in provincia di Napoli e si sono trasferiti in provincia di
Gorizia, subito dopo il loro matrimonio, per motivi di lavoro.


Ci ricevono nella loro casa, una villetta in collina che appare subito una casa costruita per la
famiglia con un bel giardino ed ambienti molto accoglienti e curati.


Loro stessi ci accolgono in maniera affettuosa mettendoci subito a nostro agio e presentandoci
due dei loro tre figli e precisamente: Stella, la ragazza 15enne originaria del Brasile adottata 13
anni fa e Marco il ragazzo 16enne che prima era stato in affido presso di loro (dall‟età di 8 anni) e
che da tre mesi è diventato loro figlio adottivo.
La loro figlia naturale Marina, di 29 anni che vive con loro, non è presente in quanto si trova al
lavoro.


Dopo esserci presentati e aver scambiato alcuni convenevoli, chiediamo ai due coniugi la
possibilità di dividerci in due gruppi in modo da poter svolgere l‟intervista da soli.


Io ho intervistato la signora Maria mentre la mia collega il signor Gaetano.
Abbiamo scelto di somministrare l‟Adult Attachment Interview al fine di vedere quali possano
essere gli elementi in comune, in termini di narrazione delle esperienze con le figure dell‟infanzia,
nelle coppie che scelgono di prendere in affido dei bambini.


Vorremmo cercare di capire come le loro relazioni d‟infanzia con le figure di attaccamento e la
loro esperienza di vita, derivata da questo imprinting, abbiano giocato un ruolo nel determinare
questa scelta, portata a termine con successo.


Ci sembra opportuno analizzare le interviste dei due coniugi mettendole a confronto
relativamente alle tematiche che appaiono comuni.
Procederemo, quindi, valutando le domande poste ad entrambi singolarmente, sottolineando
quali sono gli elementi che li accomunano.


A tal proposito abbiamo costruito una griglia di codifica per permetterci di concentrarci sulle
domande che potevano risultare rilevanti per indagare come la coppia abbia vissuto l‟esercizio
delle funzioni genitoriali in qualità di figli ma, anche, di come essi stessi esercitino le funzioni
genitoriali.
                                                 Griglia di codifica A.A.I.


                      Lettura preliminare dell‟intervista con particolare attenzione a questi aspetti:


a)   La storia del soggetto
b) Gli aspetti procedurali del discorso
c)   I marcatori linguistici del discorso


                                                   Categorie da valutare


1.   Generalità sulla famiglia nell‟infanzia:
-    Disponibilità e cooperazione
-    Completezza della risposta e pertinenza alla domanda
-    Logica nell‟ordine di presentazione
-    Mancate fluenze, destabilizzazione o mancata integrazione
2.   Relazione con i genitori:
    Relazione con i genitori nell‟infanzia (madre e padre considerati separatamente)
-    Si concentra sul rapporto o sulla figura del genitore?
-    I genitori sono differenziati o considerati come coppia genitoriale indistinta?
-    Sono affermazioni generalizzate, suonano coerenti e realistiche?


    Analisi del sondaggio semantico ( 5 aggettivi o parole):
-    Riescono a trovare i termini? Tutti e cinque?
-    I termini sono troppo belli, idealizzanti oppure sprezzanti, dispregiativi e svaluatnti?
-    C‟è una via di mezzo, ossia una concomitanza di aggettivi positivi e negativi?
-    C‟è oscillazione di giudizio?


    Episodi che convalidano i termini:
-    Ricordano o no episodi?
-    Gli episodi sostengono effettivamente i termini o li contraddicono?
-    Costruiscono episodi ipotetici che si adattino ai termini, ma che in realtà altro non sono che descrizioni semantiche
     ( copioni, immagini stereotipate)?
-    Gli episodi non sono coerenti con i termini, hanno vita propria, il soggetto scivola da uno all‟altro senza trovare una
     conclusione?
    Cambiamenti nella relazione e relazione attuale con i genitori
3.   Sondaggi episodici su esperienze minacciose:
-    Sondaggio diretto alla ricerca di episodi negativi e di minaccia, cioè situazioni in cui il soggetto fu ferito, malato,
     sofferente, triste, arrabbiato, rifiutato o separato
-    C‟è accesso diretto alla memoria episodica? Ricorda o no?
-    C‟è accesso a episodi negativi ed affetti negativi?
-    Attenzione particolare va rivolta al confronto tra le due strategie di recupero semantico (episodi collegati ai 5
     termini descrittivi) piuttosto che attraverso una strategia di rievocazione episodica diretta?


4.   Lutti:
-    Nell‟infanzia o da adulto?
-    Corrisponde chiaramente ad un trauma, ad un pericolo per il Sé?
-    Pianto? Sentimenti espressi?
-    Ci sono errori di pensiero, inesattezze gravi ( per es. : aver parlato di un genitore al presente quando invece è già
     morto)?


5.   Domande integrative:
-    Il soggetto identifica i probabili effetti che l‟esperienza ha avuto su di lui?
-    Comprende la situazione dei genitori, senza esonerarli?
-    Come il soggetto ha utilizzato la propria esperienza infantile per guidare il proprio comportamento adulto?
-    Come valuta la propria esperienza infantile nell‟essere diventato il genitore che è oggi?
-    Quali sono gli insegnamenti personali che spera di aver trasmesso ai suoi figli?
-    Il soggetto con storia difficile, riassume con eccessiva banalità o estrema semplicità la propria storia o mostra
     consapevolezza guadagnata dell‟ambiguità, a volte pericolosa e imprevedibile, della realtà?
                                   CAMPIONE DI CORMONS
                                  AAI Maria V. e AAI Gaetano V.


                                         Data dell‟intervista: 03/07/06



                                         Generalità sulla famiglia
 Parlando della loro famiglia d‟origine entrambi ci fanno capire subito di avere vissuto in famiglie
 che oggi definiremmo di vecchio stampo, patriarcali.


 Maria esordendo nel discorso sulla sua famiglia evidenzia subito la presenza dei nonni nella sua
 casa e nella sua vita dicendo che c‟erano tutti tranne un nonno paterno che era morto quando
 suo padre era ancora ragazzo..


Maria non è figlia unica; ha una sorella che però non appare subito nel quadro famigliare; viene
menzionata solo quando si parla della casa nuova nella quale si erano trasferiti.


 Gaetano è figlio unico ma viveva a stretto contatto con i suoi nonni, zii e cugini e questa
 vicinanza faceva sì che, nei numerosi momenti di difficoltà economiche della sua famiglia
 nucleare, lui, fosse affidato alle cure dei parenti.


  Ciò che li accomuna è senza dubbio l‟aver vissuto in famiglie numerose dove era naturale che tutti facessero fronte
  comune, nei momenti di bisogno, per aiutarsi reciprocamente.



 In Maria, questo aspetto viene rilevato come fonte di grande affetto e conforto mentre in Gaetano
 appare più evidente il tema della necessità economica che aveva portato i suoi genitori a dover
 vivere chiedendo l‟aiuto dei parenti.


                                      Relazione con i genitori (madre)


 Maria che, durante tutta l‟intervista è portata ad esprimere i suoi pensieri in maniera torrenziale e
 a rispondere anticipando le successive domande, sceglie di definire la relazione con la madre
 con questi aggettivi : comprensiva, ansiosa, presente, molto buona.
 Nel cercare di rievocare gli episodi aggiunge poi che era poco espansiva.
Nel raccontare gli episodi relativi agli aggettivi, ad es. parlando di come la madre fosse
comprensiva, appaiono delle caratteristiche che Maria non ha menzionato come aggettivi relativi
alla madre ma che sono, senza dubbio, significativi.
 Maria, infatti, precisa che la mancanza di comprensione di sua madre ma, soprattutto, di suo
 padre, fosse dovuta all‟ignoranza dei suoi genitori e non alla loro volontà.
 L‟ignoranza dei genitori è un aggettivo di connotazione negativa che Maria non elenca
 apparendo sempre intenzionata a dare un quadro dell‟affettività ricevuta piuttosto positivo.


 L‟episodio raccontato per descrivere la relazione che Maria aveva con la madre è relativo solo a
 questo aggettivo: comprensione/ complicità
 Per gli altri aggettivi Maria tenta di approfondire il significato datogli ma dice di non ricordare
 episodi


 Gaetano definisce la relazione con la madre una relazione un po‟ possessiva; giustificata
 secondo lui dal fatto di essere stato, indipendentemente dalla volontà dei suoi, figlio unico.
 Gli aggettivi che sceglie per descrivere il rapporto che aveva con sua madre sono: affettuosa,
 un po’ esuberante, possessiva.
 Il modo di esprimersi di Gaetano, il suo tono di voce e il suo essere abbastanza laconico non
 portano al racconto di nessun episodio ma solo alle sue spiegazioni sul perché fosse lecito per la
 madre essere possessiva, esuberante e come, per lui, questo fatto avesse una connotazione
 comprensibile.


   Non ci sono aggettivi che rendano le madri dei due coniugi accomunabili nella relazione avuta con i figli.



                                        Relazione con i genitori (padre)


 Per quanto riguarda il padre di Maria possiamo dire che Maria, molto prima di arrivare alle
 domande relative alla relazione che aveva con lui, ci fornisce alcuni elementi sullo stile di vita del
 padre definendolo poco presente, in quanto molto indaffarato a costruire una posizione sociale
 agiata per la famiglia.


 Nel descrivere la relazione che Maria aveva con il padre, anticipando la domanda sugli aggettivi,
 e, con un certo nervosismo, ribadisce le numerose assenze del padre che arrivava in ritardo, che
 mancava agli appuntamenti con le figlie e la madre, ed anche che era poco paziente, lunatico e
 che le preferiva la sorella, più affettuosa di lei e in grado di circuirlo, tanto da avere dal padre un
 trattamento privilegiato rispetto a lei che forse, essendo anche più grande veniva colpevolizzata
e responsabilizzata di colpe non sue. In riferimento a questo atteggiamento del padre Maria
abbozza un altro aggettivo: era ingiusto, cercando nell‟intervistatore, una certa complicità.
Maria, come ho già rilevato, tende costantemente ad anticipare le risposte e nella domanda in cui
le si chiede di descrivere la relazione con il padre, che non descrive assolutamente, mi fornisce
gli aggettivi e, sempre nervosamente, mi chiede se li abbiamo detti tutti, sembrando sollevata
dall‟avere terminato in anticipo un compito sgradito.
Gli aggettivi forniti da Maria relativamente alla relazione con il padre sono: poco presente, poco
paziente, lunatico, ingiusto.


Nel cercare di rievocare gli episodi Maria non riesce a costruirne uno completo dando sempre
ulteriori immagini del padre per spiegare la scelta degli aggettivi che dovrebbero definire la loro
relazione.


Gaetano, parlando della relazione con il padre, racconta di come suo padre fosse un uomo poco
espansivo, di poche parole ma anche di come, nonostante la situazione economica grave nella
quale si trovasse la sua famiglia, facesse di tutto per accontentarlo; si percepisce come i limiti di
questa situazione debbano essere stati pesanti per lui che deve averne sofferto molto da
bambino, considerando che i pensieri che lui riporta non sono i pensieri di un bambino ma sono
quelli di un uomo che ha chiaro quanto potesse essere frustrante per un padre essere
disoccupato fino alla maggiore età del figlio.


Gli aggettivi che lui sceglie per descrivere la relazione con il padre sono: meno possessivo
della mamma, meno affettuoso nelle manifestazioni, di poche parole.


Gaetano descrive il padre non la loro relazione e, comunque, non fornisce alcun episodio/
ricordo, che possa spiegare queste definizioni.


In Maria e Gaetano appare evidente quanto la figura paterna sia stata vissuta per differenza
rispetto alle altre figure di attaccamento: le loro madri, i loro nonni, gli zii; davanti agli aggettivi da
loro scelti per descrivere la relazione con i padri c’è sempre un privativo o, comunque, come nel
caso di Maria, non vi sono aggettivi positivi.


In entrambi i coniugi, i pensieri rivolti ai loro padri sono i pensieri di oggi visti con gli occhi
dell‟adulto che racconta, spiega o tenta di giustificare determinati comportamenti.
Solo in Maria si percepisce un certo rancore, che si affretta a dimostrare di aver superato in virtù
degli insegnamenti socio culturali, secondo i quali, quello che è stato il suo passato di bambina
non deve pregiudicare il suo dovere di figlia adulta che, ora, deve accudire i genitori.


                       Sondaggi episodici su esperienze minacciose

Molto significativo, in entrambi i coniugi, ci i appare il tema della protezione.


Nel caso di Maria, nonostante lei ribadisca che il rapporto più stretto l‟ha avuto con la madre,
quando le si rivolgono le domande relative al suo comportamento nei momenti di difficoltà/
disagio, la madre e il padre non compaiono affatto e, al loro posto, ci sono i nonni ai quali si
rivolgeva e che ricercava, per avere conforto, anche quando non vivevano più con la sua famiglia
nucleare.
Nel raccontare del rapporto con i nonni, Maria s‟infervora fornendo immagini vive nella sua
memoria di gite, passeggiate insieme ai nonni ma, soprattutto, dipinge un quadro pieno d‟amore
e di stima ancora viva per queste figure dalle quali dice di aver imparato molto e alle quali si
sente di assomigliare; vivo è anche il dolore, rimastole per anni, per la loro perdita, soprattutto
per quella della nonna materna.


I genitori vengono descritti attenti e premurosi, in caso di malattia, ma Maria intende ribadire,
anche in questo caso, come in quelle situazioni ci fossero anche i nonni.
Nel raccontare un episodio nel quale la sorella le aveva procurato una ferita all‟occhio, per farle
un dispetto, Maria ricorda di essere stata portata in braccio dal nonno all‟ospedale dato che, non
ricorda, se non avevano l‟automobile o se, in quel momento, l‟aveva presa suo padre.
Proseguendo nell‟intervista ci appare evidente come Maria si sia sentita non protetta dai genitori
di fronte alle difficoltà emotive e ai disagi; racconterà, infatti, di come a causa di un diverbio con
l‟insegnate di matematica durante la 1° Liceo classico lei avesse deciso, non di abbandonare gli
studi, ma di continuarli in un paese diverso non lontano dal suo.
In quest‟occasione il padre si rifiutò di assecondarla ed anche di parlare all‟insegnante
dell‟accaduto, costringendo Maria a lasciare gli studi a 17 anni non conseguendo quindi la
maturità che avrebbe potuto significare per lei l‟iscrizione alla Facoltà di Medicina e il
compimento della carriera professionale da lei desiderata.
Maria ci racconterà, poi, quanto questa scelta sia stata pesante da accettare per lei che, da
adulta per costruirsi una carriera professionale, ha dovuto integrare i suoi studi con diplomi più
specifici non raggiungendo mai, però, il suo desiderio di diventare medico.
Gaetano, racconta di aver cercato, da solo, di risolvere i suoi momenti di difficoltà/disagio
considerando i genitori impossibilitati ad essere punto di riferimento per le loro misere esperienze
di vita e il loro basso livello economico.
Dice di essersi sentito protetto da un punto di vista fisico dal fatto che sua madre fosse infermiera
e, anche durante la sua lunga malattia, per quanto lui si sentisse preoccupato per la sua salute
dice di avere ricevuto sempre le cure necessarie, anche quando la madre lo affidava
momentaneamente ad altri parenti per motivi di lavoro.
Alla domanda specifica su chi lo prendesse in braccio quando si faceva male ricorda come fosse
la madre a farlo.


Maria e Gaetano non hanno avuto la possibilità di rivolgersi ai genitori nei momenti in cui
avrebbero avuto bisogno di conforto.
In Maria è dipeso dal livello culturale, quella che lei stessa definisce l’ignoranza dei suoi, e non
da impossibilità reali, quali la mancanza di denaro, come nel caso di suo marito Gaetano.
Ciò, però, li rende comunque assimilabili tanto da avere deciso, con i loro figli, di adottare altre
strategie per essere autorevoli ma contemporaneamente molto aperti al dialogo, all’ascolto e al
contatto sia emotivo/fisico che verbale.


Nel ricordare la prima separazione dai genitori è interessante notare come, sia per Maria che per
Gaetano, essa sia avvenuta in età adulta; la Signora ricorda l‟addio commovente subito dopo la
cerimonia di nozze mentre il marito racconta della chiamata alla Leva.
Nulla, quindi, di relativo all‟infanzia.


 Entrambi non ricordano episodi di rifiuto da parte dei genitori quando erano piccoli.



Riguardo alle tematiche relative alle paure infantili, Maria racconta di essere stata sempre molto
spaventata dalle malattie sia sue che degli altri, rievocando anche un episodio relativo al nonno
materno che sembrava essere in fin di vita e che invece si salvò.


Gaetano ricorda di essersi sentito preoccupato per la sua salute anche perché non gli fu
comunicato di che genere di malattia si trattasse ma che comunque, vista la lunga permanenza a
letto, dovesse essere grave.


La tematica dell‟abuso sessuale o dei maltrattamenti non è presente nei coniugi, mentre quella
delle minacce in Maria è presente e, dal suo racconto, di questa frase: “ Ti spezzo le gambe
se…” si percepisce tuttora come in realtà ciò l‟abbia, suo malgrado, costretta a contenere i suoi
desideri di maggiore libertà.
In Gaetano le minacce non venivano mai usate anzi come dice lui :“Eravamo agli antipodi”


Alla domanda su come le esperienze con i genitori abbiano influenzato la tua personalità attuale,
Maria esordisce raccontando che le è stato inculcato il senso dell‟onestà ma, poi, invece di
parlare delle sue caratteristiche come - persona che ha avuto quei genitori -, parla della sua
esperienza di madre, di come ha voluto impostare la sua famiglia in maniera diversa rispetto alla
famiglia d‟origine.
Racconta di come l‟aver vissuto con un padre acido e rigido, abbia fatto nascere in lei il desiderio
di formare una famiglia aperta al dialogo e di come, in questa decisione, lei abbia coinvolto suo
marito.
Ci racconta poi che il suo essere buona e caritatevole nei confronti del prossimo, è una qualità
che lei sente di aver ereditato dalla nonna che ricompare quale figura importante di
attaccamento.


Per Gaetano l‟esperienza con i suoi genitori è stata significativa negli insegnamenti relativi a
quello che si definisce il senso della famiglia, fatto di aiuto e sostegno reciproco.


 Maria e Gaetano vanno fieri della loro famiglia di come l‟hanno impostata e, soprattutto, delle regole che hanno
 scelto che li fanno sentire molto uniti tra di loro e, riferendosi così spesso a questo concetto, ci fanno pensare che
 tutta la loro vita, le loro energie si siano focalizzate sul concetto di Famiglia.

Un altro aspetto che appare evidente è come, in entrambi, anche se per motivi diversi, questo
incanalare le loro energie in questa direzione assuma il carattere del riscatto da ciò che non
hanno potuto avere e di come offrirlo ai loro figli. pensando soprattutto alla scelta di avere figli
non naturali, sia per loro la fine di una frustrazione infantile.


Alla domanda su quali e quanto le esperienze infantili abbiano rappresentato un ostacolo o una
difficoltà, Maria ricorda che, a causa dell‟ignoranza del padre, della sua mentalità chiusa, lei non
ha finito gli studi e di come questo abbia significato per lei dover affrontare una vita lavorativa
difficile, nella quale non ha potuto realizzarsi pienamente.


Anche in Gaetano è presente il tema dell‟ostacolo anche se, nel suo caso, a rappresentarlo è
stata la condizione economica dei suoi genitori ai quali non poteva chiedere nulla e di come
questo, implicitamente, abbia portato Gaetano a doversi costruire il suo futuro solo con l‟aiuto e il
sostegno della moglie.


 Nella condivisione delle difficoltà iniziali derivate dalle loro famiglie d‟origine i due coniugi debbono essersi sentiti
 soli nell‟affrontare la vita, anche a causa del loro trasferimento dalla Campania in Friuli Venezia Giulia con
 conseguente perdita anche delle altre relazioni sociali, ma queste difficoltà, devono averli resi ancora più forti del
 loro essere coppia e famiglia.



Maria, oltre al legame con i nonni, non menziona altre figure di riferimento.


Gaetano racconta della zia non sposata che lo accudiva e dalla quale ha vissuto nei primi anni
della sua infanzia, tornando a casa dei genitori solo per dormire, visti i problemi economici.
Di questa zia, a manifestare il suo profondo affetto, racconta di aver fatto di tutto per partecipare
al funerale, cosa che non gli è mai riuscita con nessun altro.


Nel raccontare la loro storia ci sembra di scorgere degli elementi premonitori rispetto alle scelte
famigliari della coppia.
 Ci riferiamo soprattutto alle considerazioni che entrambi fanno sul valore della famiglia ma anche, vista l‟esperienza
 dell‟adozione e dell‟ affido, all‟importanza che altre figure di riferimento hanno avuto sia per Maria che per
 Gaetano.

La coabitazione, nei primi anni d’infanzia dei nonni di Maria e l’affido diurno alla zia di Gaetano,
potrebbero aver portato i due coniugi alla considerazione che, se è in gioco il concetto del
conforto, delle cure genitoriali, degli insegnamenti primari, non è necessario che queste funzioni
siano svolte dai genitori naturali ma, così come è successo a loro, possano essere esercitate
anche da altre figure di riferimento.


                                                        Lutti

Alla domanda relativa ai lutti avvenuti nell‟età infantile, Maria risponde che fortunatamente
quando le sono venuti a mancare i nonni lei era già grande (più o meno trentenne) e, anzi,
ricorda la sua infanzia come un periodo felice, anche se ricorda il dispiacere per la perdita dei
nonni.


Gaetano racconta dei lutti avuti da bambino parlando del suo disagio nei confronti della tematica
della morte e ringrazia, ancor oggi, i suoi genitori per avergli evitato le cerimonie dei funerali della
bisnonna, quando aveva 9 anni, ed anche per avergli evitato quelli del nonno a 15 anni.
Ricorda il disorientamento dovuto al primo impatto con la morte, non il dolore, perché dice di non
essere stato particolarmente legato a lei o, forse, di non aver avuto la consapevolezza che non
l‟avrebbe più rivista.


I ricordi dei lutti nell‟età adulta, in Maria, ci portano alla conoscenza della perdita di un amico, di
entrambi i coniugi, morto a seguito di un intervento al cuore.
 E‟ un pensiero che Gaetano non ha, dato che non menziona lutti nell‟età adulta, e ciò ci fa
 pensare che lui si senta in diritto di soffrire della perdita solo dei parenti.


                                               Domande integrative

 Nel considerare com‟è ora, da adulta, la relazione con i suoi genitori, Maria si riferisce solo al
 padre definendo: lui modernizzato e lei adulta.
 Li incontra ogni giorno, dato che si sono trasferiti a Gorizia già 19 anni fa per curare la malattia
 del padre e, nel definire com‟è ora la relazione con i suoi genitori dice che, come tutti gli anziani,
 sono bisognosi di cure e attenzioni ed essendo diffidenti verso gli estranei le cure e le attenzioni
 devono fornirgliele lei e suo marito.
 Incomincia così il racconto di quanto Maria si sfianchi per accudire loro, la sua famiglia nucleare
 e la casa e, naturalmente, lavorare come impiegata, ma, dice che non vorrebbe avere il rimpianto
 per non aver fatto tutto il possibile per loro e che, comunque, è grata a Dio di lasciarglieli ancora
 in vita.


 Gaetano nel descrivere i cambiamenti nella relazione con i suoi genitori ci fa capire che così
 come aiuta i suoceri, lo farebbe volentieri anche con i suoi genitori che, invece, essendo rimasti
 al Sud, sono soli. Li vede solo durante le ferie ad agosto. Infatti, loro non vogliono saperne di
 trasferirsi e ciò sembra impossibilitarlo anche nel dare una definizione di com‟è ora, o potrebbe
 essere, la relazione con i suoi genitori dato che non vi sono possibilità di supporto reciproco.
 Anche nel cercare aspetti positivi o negativi nella relazione attuale, l‟unico aspetto che gli viene in
 mente è la loro testardaggine che accomuna a quella dei suoi suoceri.


   La volontà e l‟impegno nella famiglia, anche in questo caso, sono tematiche comuni ai due coniugi che, parlando
   delle trasformazioni del rapporto con i genitori, rilevano i cambiamenti dovuti al ciclo della vita che si compie; ciclo
   che loro compiono in tutti i ruoli, da bambini, da genitori nei confronti dei loro figli e, di nuovo da figli, nell‟età
   adulta.



L‟ultima parte dell‟intervista, quella relativa alla loro esperienza personale di genitori, ha fatto
scegliere a me e alla mia collega questo tipo di strategia.
 Ci siamo chieste come affrontare l‟argomento sui figli prima dell‟intervista con i coniugi essendo a
 conoscenza che di figli in questa famiglia ce n‟erano tre e che due di loro, i minori, non erano figli
 naturali e che, anzi, sarebbe stato di nostro interesse sapere proprio come fosse sentito il tema
 della separazione da loro.


 Abbiamo adottato così due criteri diversi.
Io che ho intervistato la Signora, ho chiesto apertamente di parlarmi di Stella, la più piccola dei
tre, ma anche la bambina che è arrivata in casa loro all‟età di 2 anni (a differenza di Marco che
gli è stato dato in affido quando aveva 8 anni) e questo per dare la possibilità a Maria di avere un
ricordo più lontano nel tempo ma anche di avere un ricordo di una bambina piccola.
Alla mia collega, invece, abbiamo deciso di far fare la domanda sui figli in generale per vedere
se, e come, ci fosse un grado di preoccupazione o un elemento di preoccupazione che
distinguesse i figli non naturali dalla figlia naturale.


Maria, alla domanda su Stella, apre il suo cuore e ci rivela come, con questa figlia, lei senta di
avere un rapporto speciale.
La preoccupazione per Stella diventa solo un pretesto per Maria che ha bisogno di dire quanto
lei ami, in un modo folle, per citare la sua espressione, questa ragazzina e di come lei senta il
bisogno della sua presenza, non dicendo però quali sono i suoi sentimenti quando si separa da
lei.


A questo punto decido di fare le successive domande relative ai desideri e agli insegnamenti che
sua figlia potrebbe aver ricevuto da lei, solo, riguardo a Stella


Nella scelta dei tre desideri per Stella fra 20 anni , Maria, esprime per primo, che Stella goda
sempre di ottima salute; nel proseguire, poi, Maria è indecisa sul ruolo delle priorità tra la famiglia
e il lavoro, optando poi per quest‟ultimo, al quale aggiunge l‟amore per un ragazzo di sani
principi, la comprensione, il calore e che, naturalmente, diventi mamma.


Gaetano, al quale è stata rivolta la domanda relativamente ai suoi figli, esordisce parlando di
come per Marco lui si senta sempre preoccupato, essendogli stato diagnosticato un gap di 4
anni.
Lasciarlo a casa da solo diventa per lui una fonte di preoccupazione notevole, mentre per Stella
e per Marina, la sua ansia, è più relativa al fatto che sono due donne.
Gaetano non cita altri sentimenti relativi alla separazione se non questo tipo di preoccupazione
riguardo ai pericoli che l‟immaturità di Marco non gli fa cogliere.


Nella scelta dei tre desideri Gaetano menziona amore e salute per tutti e tre i suoi figli.


Ci sembra di notare, come nonostante il nostro escamotage, che avrebbe potuto portare delle
differenze rilevanti per la nostra ricerca, i due coniugi manifestino sostanzialmente gli stessi
desideri: amore, salute , lavoro con l’unica differenza che per Maria il lavoro è, nelle priorità,
preferibile all’amore.
Li accomuna, inoltre il non aver esplicitato sentimenti relativi alla separazione dei loro figli e, qui,
ci chiediamo quanto questa mancanza di espressività sia dipesa dai corsi preparatori che hanno
affrontato prima di diventare genitori affidatari.
 Ci sembra opportuno, infatti, sottolineare quanto l‟aspetto della separazione sia il nodo fondamentale sul quale i
 genitori affidatari vengono a contatto quale difficoltà primaria da superare per affrontare questo percorso e di come,
 forse, noi intervistatrici abbiamo rievocato in loro le figure con la quali hanno sviluppato questo percorso.



 Le domande conclusive relative agli insegnamenti ricevuti dalla loro famiglie d’origine e a cosa essi sperano di
 aver insegnato loro, in qualità di genitori, ai loro figli ci portano alle seguenti considerazioni.



 Maria dice di aver imparato a non essere così dura, rigida, di essersi comportata proprio in modo opposto rispetto
 a loro e di aver accolto, invece, i buoni sentimenti dei nonni.



 Gaetano sostiene di avere imparato nella sua esperienza di bambino, l’affettuosità della famiglia e di come questo
 insegnamento l’abbia fatto credere nella Famiglia.



 Nello sperare quali possano essere gli insegnamenti personali lasciati ai figli, Maria, spera di aver dato dei consigli
 importanti sul come essere onesti, amanti del prossimo e di aver anche insegnato loro a discernere le persone
 sincere da quelle non sincere.



 Gaetano vorrebbe che il suo esempio di genitore portasse i suoi figli ad adottare i bambini bisognosi ma anche ad
 averne di propri, visto il suo desiderio di diventare presto nonno.




 La Famiglia, il suo valore, i valori cristiani relativamente all‟umanità, sembrano unire i due coniugi dall‟inizio alla
 fine dell‟intervista.

 L‟aspetto senza dubbio più rilevante che emerge dall‟analisi del colloquio clinico sulla coppia Maria – Gaetano, nel
 rapportare la genitorialità all‟esperienza dell‟affido, è la considerazione di come un fattore di rischio nell‟ambito
 della funzione genitoriale protettiva possa essere letto in termini positivi proprio in relazione alle figure primarie di
 attaccamento.

 Maria e Gaetano hanno ricevuto questa funzione non dai loro genitori e interiorizzando tale esperienza hanno potuto
 essere figure d‟attaccamento anche per i loro figli non naturali.
                                            Appendice

                                       CAMPIONE DI CORMONS
                                             AAI Maria C.


                                              Data: 03/07/06

     Data di nascita: 12/09/56



1.   D: Ripensando alla famiglia in cui è vissuta, può dirmi dove ha vissuto, con chi, di che cosa
     si occupavano i suoi genitori, se ci sono stati dei cambiamenti nella sua vita o trasferimenti
     nel corso della sua infanzia? Ha conosciuto i suoi nonni da bambino? Quanti anni avevano
     ? Che cosa sa di loro? Quali altre persone vivevano in casa con lei quando era bambina?
     Dove vivono attualmente?
     R: Allora, eh... io vivevo con i miei genitori ad Amalfi in provincia di Napoli. I miei genitori
     sono stati molto presenti e anche i miei nonni perché hanno anche vissuto con noi, no?
     Cioè, abbiamo vissuto tutti assieme per un lungo periodo… e, poi, cosa mi chiedeva? (se ci
     sono stati dei trasferimenti…)
     R: No, no solo traslochi, cambi di casa ma sempre nella stessa città (quindi i nonni…)
     R: Ah, si, c’erano tutti tranne un nonno paterno che è morto quando mio padre era ragazzo,
     che, poi, i due materni hanno avuto una vita molto lunga per cui li ho goduti tantissimo
     D: Quanti anni avevano?
     R: O Dio, adesso mi mette un po’ in imbarazzo… dunque, vediamo… è morta quando mia
     figlia aveva 10 anni quindi io ne avevo 30… allora ne aveva 94, quindi… 64?
     D: Cosa si ricorda di loro?
     R: Eh, mio nonno lavorava nel Faro e mi hanno raccontato tante avventure. Loro hanno
     girato abbastanza quando mia mamma e i suoi fratelli erano piccoli e, poi, invece, con gli
     anni sono rimasti fissi ad Amalfi e… e niente mia mamma è nata ad Amalfi. Le mie nonne
     erano casalinghe e, invece, mio padre è stato un gran lavoratore… lui lavorava alla
     Fincantieri, era motorista navale, però, non si accontentava solo di quel lavoro e, quindi, lui
     faceva il rappresentante delle porte a soffietto, il rappresentante di biancheria da corredo
     per casa… lui nella sua vita ha tanto lavorato. Lo vedevo poco, diciamo non tantissimo,
     tanti sacrifici, ma, alla fine, grazie a Dio, cioè a noi non è mancato niente, e, anche tuttora,
      può stare agiatamente proprio grazie a questo suo grande lavoro perché mia madre era
      casalinga, poi, c’era mia sorella, e lui aveva comprato casa con un piccolo mutuo…
      D: C‟erano altre persone che vivevano in casa con voi?
      R: No, solo i miei nonni e noi quattro: io, mio padre, mia madre e mia sorella


2.      D: Vorrei che lei cercasse di descrivere la relazione che aveva con sua madre da bambina,
      andando più indietro possibile con i ricordi
      R: Eh, la relazione che avevo con mia mamma, eh… non è stata male come rapporto, perché
      mia mamma diciamo un po’ come quasi tutte le mamme, era molto più comprensiva di mio
      padre, e molto presente, la classica donna casalinga che ti prepara da mangiare, ci lavava,
      ci stirava faceva tutti i lavori di casa, cioè, un bel ricordo questo… mio padre era più
      assente, proprio perché lavorava tantissimo, ed era un pochino più duro, severo, difatti io
      come infanzia non è che mi sia divertita tantissimo perché era di idee molto così non era
      molto elastico mia mamma di più quindi sottobanco riuscivo lo stesso [risata].


3.   D: Vorrei che lei scegliesse 5 aggettivi o parole che descrivano il rapporto che aveva con sua madre
      quando era bambina risalendo più indietro che può nel tempo, facendo riferimento proprio alla
      relazione che c‟era tra di voi e non alla persona di sua madre. Mi rendo conto che è una domanda
      non facile e quindi prenda pure il tempo che le serve per pensarci. Dopo le chiederò di spiegarmi
      perché ha scelto queste parole e, quindi, ora le trascrivo
      R: O Dio, 5 aggettivi! Beh, 5 aggettivi, beh… mia mamma era una persona ansiosa e un
      pochino d’ansia me l’ha trasmessa, questa è una cosa che io ho di lei… ansiosa però allo
      stesso tempo… come si dice… presente molto buona [silenzio] magari eh in un altro
      momento me ne verrebbero 200 e invece qui… allora
      D: Bene, a questo punto vorrei farle qualche altra domanda riguardo descrizione che mi ha dato
      sulla relazione che aveva con sua madre. Ha detto che nella relazione c‟era comprensione.
      Ricorda un episodio o un ricordo che possa spiegare perché ritiene che la relazione fosse
      comprensiva, sempre cercando di andare il più possibile indietro nel tempo?
      R: Perché poi bisogna anche dire che i miei genitori non hanno avuto una grossa cultura,
      allora, in mia mamma si è notato molto di meno in mio padre si notava un pochino di più…
      quindi, a volte, certe cose non avvenivano per cattiveria cioè proprio perché in certe cose
      mancava anche un pochino… però, comunque, mia madre era comprensiva con lei si
      riusciva magari, mi ricordo, volevo comprarmi una gonna un po’ più corta faccio un
      esempio, no? E con mia madre riuscivo mio padre magari “Cosa?!!!” ecco eh e quindi era
      comprensiva cos’altro non mi viene… era premurosa ma… affettuosa… era un affetto non
      che si dimostrava con un gesto di baci e carezze…
      D: Era poco espansiva…?
     R: Poco espansiva… però con i fatti no, una bravissima mamma perché rispetto a come
     sono fatta io con i miei figli, a parte che gli do tutto il mondo, sempre nei limiti del possibile,
     io sono molto bacini, abbracci, carezze, coccole ecco quello mi piace ecco a proposito
     volevo dire una cosa… si dice a volte che tante cose dipendono dalla famiglia… da come
     sei venuto su. Per quanto riguarda questa cosa qui ad esempio non c’erano tante coccole
     però, ecco, io sono totalmente diversa
     D: Bene, a questo punto vorrei farle qualche altra domanda riguardo alla descrizione che mi ha
     dato sulla relazione che aveva con sua madre. Ha detto che era ansiosa. Ricorda un episodio o un
     ricordo che possa spiegare perché ritiene che nella relazione fosse ansiosa, sempre cercando di
     andare il più possibile indietro nel tempo?
     R: No..
     D: Lei ha detto che nella relazione lei era comprensiva che c‟era complicità… ricorda un
     episodio…
     R: Qualche episodio… ah, si, aspetti quella volta… forse non conoscevo ancora mio marito
     ma, insomma... la parrocchia aveva organizzato una gita a Roccaraso per andare a sciare e
     io come le mie coetanee volevo andarci anch’io e si andava in corriera, tutto organizzato,
     con il parroco e tutta la banda della comunità e mia madre sarebbe stata d’accordo ma mio
     padre neanche a parlarne e lei mi ha dato una mano abbiamo dovuto fare tutto di nascosto
     al mattino alle 4 ci siamo alzate, mi sono preparata e sono uscita di casa. Morale della
     favola… me le sono dovute sentire però ci sono andata, è così! Cioè, mi ha aiutato in questa
     cosa… e se le sarà sentite anche lei…
     D: Lei ha poi detto che la relazione era affettuosa ma non espansiva. Le viene in mente qualche
     episodio?
     R: No. Lei si comportava così non so esattamente… era premurosa non ci faceva mancare
     niente beh… non ricordo.


4.   D: Vorrei che lei cercasse di descrivermi la relazione che aveva con suo padre da bambina,
     andando il più indietro possibile con i ricordi
     R: Oh Dio… era poco presente, questo lo era per lavoro, però, eh cosa devo dire, quando
     capitava di dover andare a fare una passeggiata vedevamo che le nostre amiche uscivano
     con il papà e noi, no, con la mamma, che poi mia mamma non è che si muoveva più di tanto
     da sola e quindi… quindi ne risentivamo di questa cosa poi anche d’estate per andare al
     mare eh che tragedia! Dovevamo aspettarlo ci dava un appuntamento, no? “Allora
     aspettatemi vi porto tutti al mare!” compresa mia madre, arrivava in ritardo sempre [risata]
     questo mi dava un fastidio.. ma, comunque, riuscivamo poi ad andare.
     Era anche poco paziente, ecco, questo lo devo dire dipendeva dalla luna ecco… ecco
     lunatico.
     Lui preferiva un po’ mia sorella in certe cose, che era più piccola e quindi magari mi
     beccavo io delle colpe che magari non avevo, ecco, quella era una cosa che mi dispiaceva
     tanto… come la vogliamo tradurre questa cosa? Ingiusto? Perché poi mia sorella è una
     persona che sa leccare molto bene cioè molto… io invece dico quello che penso sono
     molto, eh… lei invece era molto… lei qualunque cosa succedeva, lei lo sapeva manipolare
     bene io, no, quello che avevo da dire lo dicevo in faccia punto [risata] come sono adesso,
     tuttora. Però diciamo questi lati del carattere che non sono tutti positivi… diciamo non
     hanno pregiudicato niente, cioè da ragazzina più mi dispiaceva ci ho pensato un po’ però
     adesso se serve qualsiasi cosa io amo molto i miei genitori tutti e due indipendentemente
     che siano mia mamma, mio padre ci diamo da fare, ci facciamo in quattro adesso che hanno
     problemi avanti indietro tutti i medici del mondo… cioè voglio dire questo.
     Li abbiamo detti tutti gli aggettivi? Perché altro non so, forse non saranno neanche più
     giusti… ma chi lo sa… in questo momento non mi viene in mente


5.   D: Vorrei che lei scegliesse 5 aggettivi o parole che descrivano il     rapporto che aveva con suo
     padre quando era bambina, risalendo più indietro che può nel tempo, facendo riferimento proprio
     alla relazione che c‟era tra di voi e non alla persona di suo padre. Mi rendo conto che è una
     domanda non facile e quindi prenda pure il tempo che le serve per pensarci. Dopo le chiederò di
     spiegarmi perché ha scelto queste parole e , quindi, ora le trascrivo
     R : Beh, ma li abbiamo detti, no? Che era poco presente, che preferiva mia sorella che
     era…(lunatico?)… ecco sì però… cinque aggettivi adesso, non so, è difficile, magari se ci
     penso con calma ma adesso…
     D: Bene, a questo punto vorrei farle qualche domanda riguardo alla descrizione che mi ha dato
     sulla relazione che aveva con suo padre. Ha detto che era poco presente.
     Ricorda un episodio o un ricordo che possa spiegare perché ritiene che nella relazione fosse poco
     presente, sempre cercando di andare il più possibile indietro nel tempo?
     R: Episodio     bé che era sempre preso… come quelle volte del mare… che arrivava tardi…
     un episodio specifico? No, non mi viene
     D: Riguardo al fatto che preferiva sua sorella?
     R : Sì… ma quello si vedeva sempre, che ne so ,io venivo sempre incolpata… magari non
     avevo fatto niente, non lo so..
     D: E quando dice che era lunatico?
     R. Ma… è per questo, per il suo modo di fare… non mi viene in mente un particolare…


6.   D: Con quale dei suoi genitori sente di avere avuto un rapporto più stretto da bambina? Perché?
     Perché non ritiene di avere lo stesso rapporto con l‟altro genitore ?
     R: Ma… l’abbiamo detto prima… lui non c’era e allora con la mamma per forza…
7.   D: Quando da bambina era in difficoltà o a disagio si ricorda cosa faceva?
      R: Ma.. io andavo dai miei nonni, quando erano di là nella casa accanto, quando, invece,
      erano con noi stavo più con i miei nonni cioè parlavo con loro avevo il grande affetto dei
      miei nonni; per me sono stati meravigliosi i miei nonni… quando ero bambina mio nonno mi
      portava a spasso mi comprava di tutto e di più… mi ricordo che partivamo presto al mattino
      andavamo ai boschi, che ci sono i boschi a Castellamare su, e lui mi preparava il termos
      con il latte, mia nonna, e lui mi portava e dopo mi comprava il panino con la Nutella cioè è
      un rapporto bellissimo ma dovunque mi portava sul lungomare con la biciclettina.. no, no
      bellissimo rapporto, poi, mia nonna, invece, è stata una persona meravigliosa perché era
      anche una donna molto caritatevole, cioè lei amava molto far del bene se poteva, si
      commuoveva per le cose, cioè una persona buona, proprio anche lei per cui una cosa che
      io penso è di avere un pezzo di carattere di mia nonna anche voglio dire in queste cose di
      voler aiutare cioè una cosa così per cui la figura dei miei nonni è stata molto importante per
      me è stata una grande perdita quando sono morti, soprattutto mia nonna, io quella volta ero
      qua, Madonna, guardi io ho pianto per anni, io non riesco ancora ad andare al cimitero, se
      ci andavo all’inizio piangevo tutte le volte come il primo giorno e… così insomma, no?
      D: Quando era emotivamente in difficoltà che cosa faceva?
      R: Parlavo con i nonni… sempre
      D: Come si comportavano i suoi genitori? Si ricorda un episodio specifico?
      R: Ma la mamma era lì in casa con i nonni… non mi ricordo un episodio in particolare…
      D: Quando si faceva male fisicamente si ricorda cosa succedeva?
      R: No, ma male fisicamente non è che me ne facevo…indifferente, sì, andavo anche dalla
      mamma, indifferente, ma c’erano tutti a casa
      D: Come si comportavano i suoi genitori? Si ricorda un episodio specifico?
      R: Ma, bene, chiamavano subito il medico, mi preparavano il brodino o quello che era,
      erano presenti tutti anche i nonni. Ho pochissimi ricordi di quando ero piccola non so se
      sarà la mia memoria… ma uno dei ricordi che più mi è rimasto è quando mia sorella mi ha
      infilato la penna sotto all’occhio [indica il punto] i miei l’hanno sgridata, ma perché lei era di
      carattere diverso, per cui io ero più, cioè io non voglio vantare me stessa io ero più docile
      rispetto a lei, non avrei mai fatto una cosa del genere, pur giocando e baruffando lei mi ha
      detto: ”Se non mi dai - non so se una bambola o un’altra cosa - io ti infilo la penna negli
      occhi!” e io non gliel’ho data e lei di striscio e per poco non sono rimasta cecata perché mi
      ha preso proprio qui, ma difatti non si vede nemmeno più, perché ero piccola avrò avuto
      non lo so 5 o 6 anni, quindi, mi ha preso in braccio mio nonno, perché non avevamo la
      macchina o mio padre era via con la sua, e mio nonno povero mi ha caricato qui, sulle
      spalle, e mi ha portato in ospedale che era un pò distante a piedi. .quella volta… e grazie a
      Dio mi hanno dato due punti e abbiamo salvato quest’occhio, questo me lo ricordo, vede?


8.    D: Qual è la prima volta in cui ricordi di esserti separata dai tuoi genitori? Come ha reagito? Come
      hanno reagito i suoi genitori? Ricorda altre separazioni importanti?
      R: Oh, è stato bruttissimo! Quando mi sono sposata sono venuta a vivere a Monfalcone
      partita per il viaggio di nozze, è stato così, un tutt’uno. Tutti piangevamo… si, mi è venuto
      da piangere.
      Altre separazioni, no, perché in fondo i miei figli sono tutti qua anche mia figlia grande che
      per ora vive qua sotto… era brutto quando andavo al sud da loro e poi ripartivo e tornare
      via per me era sempre un dramma… separazioni di quando ero piccola? No, perché in
      fondo la mi famiglia era sempre lì, i miei nonni sono vissuti fino a quando ero già sposata
      quindi la famiglia era piccola, si, era morta la madre di mio padre ma, comunque, avevamo
      un rapporto diverso con lei, si, mi è dispiaciuto, altroché, però è stato meno drastico che
      con gli altri nonni, era un rapporto diverso


9.      D: Quando era bambina ricorda di essersi mai sentita rifiutata dai suoi genitori? Con questo
      intendo chiederle se ha mai avuto la sensazione di essere rifiutata anche in situazioni che adesso
      potrebbero non sembrarle tali
      R: No, no.


10.   D: Si è mai sentita spaventata o preoccupata da bambina?
      In che senso? Riesce a ricordare un esempio di queste situazioni?
      R: Ero preoccupata per le malattie, ecco, questa è un ansia che mi ha trasmesso mia
      madre… si, le malattie mie e degli altri. Mio nonno una volta è stato male. Dio, quanto ho
      pregato! Mi mettevo sul letto e pregavo. Lui era in ospedale e io sentivo parlare gli altri
      hanno detto che era una cosa seria e così io pensavo che morisse, poi, invece un errore dei
      medici, oppure il Signore ha voluto così, mio nonno è guarito




11.   D: I suoi genitori l‟hanno mai minacciata quando era bambina, anche
      per scherzo o perché lei si comportasse bene?
      R: Ma no, ecco, quando mio padre si arrabbiava diceva: “Ti spezzo le gambe!” mi rompeva
      con questi termini, ma quella volta era così è anche una questione di cultura, perché anche
      mia madre diceva così… ma chi si muoveva dentro quella casa? Adesso, che ci sono i
      nipoti, si è dovuto modernizzare, altrochè!
12. D: Alcune persone ricordano episodi di maltrattamento o comportamenti di abuso all‟interno della
     propria famiglia nella loro infanzia. E‟ capitato qualcosa di simile nella sua famiglia
     R: No, abuso no, ci mancherebbe. Sarebbe stato grave…


13. D: In generale, come pensa che le esperienze con i suoi                    genitori, nel loro complesso,
     abbiano influenzato la sua               personalità attuale?
     R: Ma, io penso, che quello che mi hanno inculcato è stato comunque un senso dell’onestà,
     punto primo, il senso dell’onestà e, poi, e poi non so cosa dire, adesso… cosa mi hanno
     inculcato? Ma, si, quella rigidità di mio padre mi ha fatto pensare che piuttosto che
     diventare io così acida e fare ai miei figli… è stata… io e mio marito abbiamo sempre detto
     che li capiremo, li comprenderemo, che bisogna essere amici dei ragazzi e bla bla bla
     difatti, io grazie a Dio, a tutt’oggi, e con la figlia grande naturale, e con gli altri ragazzi noi ci
     parliamo di tutto; adesso, anche la Stella che ha il suo ragazzetto, lei mi racconta, mi dice di
     quelle poche volte che lo vede, ecco, è un bel rapporto.. noi abbiamo voluto questa cosa,
     tantissima comprensione, ma con intelligenza, anche quindi senza dire “Io ti taglio le
     gambe tu non vai qui!” punto, chiuso, ma cosa vuol dire tu non vai, cioè, ma cosa… ecco si
     dialoga, se a scuola vai bene, vai al festino di compleanno, poi, la mamma ti
     riaccompagna… vai con i tuoi compagni, però, ti veniamo a prendere a quest’ora, abbiamo
     gli orari, cioè, voglio dire, no?
     E, poi, cosa dire? La bontà che aveva mia nonna, quella è una cosa che mi ha segnato
     tantissimo, perché io l’ho amata tantissimo era buona anche con me cioè, quella è una cosa
     che io ho dentro, non so spiegare…


14. D: Ci sono aspetti di queste esperienze infantili che pensa                 possano avere ostacolato il
     suo sviluppo, cioè che                     possono avere rappresentato un ostacolo o una difficoltà
     per lei?
     R: Beh ostacolato in che senso? Eh, si, perché io ho fatto tre anni di liceo e, siccome avevo
     avuto dei problemi con un insegnante, avevo detto a mio padre :” Guarda, io lascio la
     scuola, mi iscrivo in un altro liceo, voglio andare al liceo di Sorrento” ecco, qui, viene
     l’ignoranza della persona, se lui fosse stato un padre comprensivo, cioè se lui fosse andato
     a parlare con l’insegnante per cercare di capire cosa era successo, cosa c’era che non
     andava, allora, così le cose sarebbero andate in un modo diverso e, invece, lui ha detto: “Tu
     non vai, non vai a Sorrento in treno perché non voglio che una ragazza vada da sola in
     treno!” e, così, io sono rimasta, e non ho finito; dopo ho fatto il diploma di informatica lì…
     di di computer, no, di programmatore elettronico, ho fatto tante cose, grazie a Dio, ciò un
     lavoro decente, poi, mi sono data sempre da fare, comunque, perché amo il lavoro, non
     riesco a stare ferma anche a casa, mi faccio tutto da sola eccetera, però, io dico, si, forse
     anch’io avrei dovuto.. però anche lui avrebbe potuto capire perché era una cosa seria non è
     che io lo facevo per non studiare o per essere… insomma mi aveva tirato giù la pelle
     quest’insegnante, c’erano stati dei problemi, lei lo faceva con tutti i ragazzi, soprattutto,
     quando vedeva, quando sapeva che una ragazza aveva un moroso, io avevo mio marito,
     che veniva a prendermi… era una tipa, una vecchia zitellaccia anziana, ma era matta
     proprio, infatti, ho saputo a distanza di anni, che ci sono stati dei ragazzi che l’hanno
     appostata e gliele hanno date di santa ragione, robe brutte, sa? E lei, si, mi ricordo, che una
     volta in un compito in classe di matematica, io non andavo male in matematica, era solo
     che doveva costruire una figura, era qualcosa di mai fatto, e io parlavo con la mia
     compagna di banco:“ Tu hai capito qualcosa?” e lei mi prende e mi fa: “Cosa chiaccheri, io
     ti prendo e ti butto fuori!” e mi ha buttato fuori e io:” Va bene me ne vado! “ e appena mi ha
     buttato fuori… non puoi spiegare sulla lavagna il compito, la figura, perché in pratica ti
     rendi conto che è veramente difficile, allora mi devi richiamare dentro, e, lì, io non ci ho
     visto più, sono entrata dentro, e le ho detto di tutto… le ho detto in faccia: “ Lei è una
     persona ingiusta, lei non deve permettersi…” e lei mi ha detto: “ Sentimi, ma perché ti
     esprimi così, sembri quelle ragazze che vivono nei vicoli di Napoli! “ E io le ho risposto: “
     Guardi io quei vicoli non li conosco, se lei li cita, vuol dire che li conosce lei!”… sono stata
     anche maleducata ma mi è venuta dal cuore, scusa sa? Poi, non so cosa mi ha detto, beh ci
     vado io dal Preside. Ecco, se mio padre fosse stato un genitore… ecco, cosa è successo,
     parliamone a tavolino, come facciamo noi con i nostri figli… io non sono più andata a
     scuola mi sono incazzata di brutto. Io gli ho detto :” Ma, mandami a Sorrento c’è un altro
     liceo lì!” perché io avevo scelto il liceo perché avrei avuto il piacere di iscrivermi a
     Medicina, per aiutare chi aveva bisogno, non per i soldi, adesso lavoro comunque in Sanità
     anche se non sono un medico, lavoro nella programmazione e controllo, lavoro sui dati di
     attività, però, non sono un medico, non sono niente, però, sono andata lo stesso perché..
     però avendo avuto dei genitori, magari più comprensivi, ma anche con un po’ di cultura…
     perché lui senza è riuscito a fare grandi cose nel lavoro perché è un uomo molto… un gran
     lavoratore, fare i conti li sapeva fare bene, però, purtroppo in certe cose dove serviva una
     finezza, non si prendeva neanche la briga, non lo so… non so spiegarmelo


15. D: Perché pensa che i suoi genitori si siano comportati con                   lei, così come mi ha
     descritto, durante la sua infanzia?
     R: Ma, si, per ignoranza… si, sempre quella


16. D: Quando era bambina, c‟erano altre persone importanti a              cui era legata?
     R: Oltre ai nonni, no… altri parenti ,sì, non è che li frequentassi
17. D: Quando era bambina c‟è stato qualche lutto nella sua                      famiglia oppure la morte di
      qualcuno a cui era legata?
      R: No, da piccola, no. Ho avuto dei periodi felici, non mi ricordo queste cose tragiche,
      perché anche in famiglia le prime perdite, indipendentemente dai nonni che io ero già
      sposata, già grande, e dalla nonna paterna che, comunque, ero già adulta abbastanza, poco
      prima del matrimonio, poi, c’è il fratello di mia mamma che io ero già sposata, avevo già la
      Marina e la Stella per cui… sì, mi è dispiaciuto, quello sì.


18.   D: Ha perso altre persone importanti, durante la sua infanzia?
      R: No, ero già grande


19.   D: Ci sono stati lutti significativi nell‟età adulta?
      R: Beh quello di un nostro carissimo amico che viveva a Monfalcone
      D: Potrebbe parlarmi delle circostanze in cui è avvenuta questa perdita?
      R: Lui aveva fatto un intervento al cuore di bypass sembrava che fosse andato tutto bene e
      di punto in bianco è morto
      D: Che età aveva allora?
      R: Ma… saranno stati 10 anni fa quindi… 40 anni
      D: Si ricorda come le è stata comunicata la notizia?
      R: Lui faceva parte dei colleghi di mio marito, era anche della nostra zona.
      Si, dai colleghi… una tragedia, una cosa triste, perché cioè noi eravamo molto affezionati a
      questa persona perché quando avevamo avuto bisogno ci aveva dato una mano… si … un
      vero amico, ecco, anche se non ci vedevamo spesso, ci vedevamo un 3 o 4 volte all’anno,
      però, quelle… anche perché era una figura che noi avevamo di riferimento perché quando
      siamo venuti a vivere qui era l’unica persona che conoscevamo lui e la sua famiglia, no? E,
      quindi, di conseguenza, era come un nostro punto di riferimento, lo vedevamo come una
      persona… per cui quella è stata una grossa perdita


20. D: A questo punto, per concludere, vorrei farle ancora                  qualche domanda sulla relazione
      con i suoi genitori. Ci                         sono stai cambiamenti nel rapporto con i suoi genitori
      dall‟infanzia ad oggi?
      R : Ebbè, Dio, i cambiamenti… i cambiamenti… mio padre che capisce di più certe cose
      adesso che è più malleabile, più perché, non lo so, si è modernizzato anche lui, ha visto
      come funziona oggigiorno con i nipoti, no? Perché, inizialmente, anche con mia figlia più
      grande era un po’ titubante quando vedeva certe cose ma, poi, è rientrato tutto nella
      normalità.. si è modernizzato
21. D: Ora vorrei chiederle com‟è la relazione attuale con i suoi                genitori (ora che è un
     „adulta)
     R: Beh, lui si è modernizzato, io sono più adulta…
     D : Attualmente li vede spesso?
     R: Si, tutti i giorni, abitano a Gorizia, perché mio padre aveva avuto un grosso problema
     già… aspetti mia figlia ne ha 29… già 19 anni fa e per cui hanno dovuto venire qui era
     seguito a Udine in Ospedale poi l’hanno curato…
     D: Come definirebbe la sua relazione attuale con loro?
     R: Allora, adesso loro sono anziani e, come tutti gli anziani, anche rompono ma rompono in
     che senso, cioè, povero mio padre a volte ripete sempre le stesse cose, ma è normale, mia
     madre che anche lei sta male perché dializza è debole, hanno 81 anni tutti e due, hanno una
     certa età e mia mamma è diventata più nervosa più tutto quindi diciamo veramente ci vuole
     tanta pazi… e tanto amore perché, altrimenti, non riusciresti a farcela e io vado tutti i giorni,
     ci siamo io e mio marito, per qualsiasi cosa, medici, il contatto con tutti ma, ma… perfino
     dalla podologa porto mio padre, cioè, tutto… questo è il rapporto che ho
     D: Le vengono in mente aspetti non soddisfacenti della sua relazione attuale con i genitori? C‟è
     qualche aspetto particolarmente positivo della vostra relazione così come è ora?
     R: No, assolutamente no, cioè poveri ci stiamo tanto, ci stanchiamo, cioè, io, comunque ho
     un lavoro, i ragazzi, la casa che mi pulisco tutta da sola, e tutto il resto, perché ho voglia di
     farlo, e, nonostante tutto io dico:” Signore ti ringrazio perché sono fortunata di averli
     ancora”, no? Io non vorrei mai un giorno dover dire, quando vivevano avrei potuto fare e
     non ho fatto, cioè, io non vorrei rimproverarmi niente; anche mio marito, grazie a Dio, è una
     persona meravigliosa, perché loro gli hanno voluto bene come a un figlio, diciamoci la
     verità, ma anche lui è come se fossero i suoi genitori, perché anche lui se non posso io, li
     porta di qua, di là non è una cosa da poco anche perché loro non vogliono gente estranea
     tra i piedi, sai gli anziani... ti fanno soffrire, lottare, sei tu che devi arrivare così, magari
     accoppata, ma è così, ci vuole coraggio a dire ma no, non posso venire, ma, piuttosto mi
     accoppo, vado, faccio, disfo me, ma…


22. D: Adesso vorrei chiederle qualche cosa sul suo rapporto             con Stella. Cosa prova, come
     si sente quando si separa da             sua figlia? Si sente mai preoccupata?
     R: Mi separo in che senso? Quando va scuola?… ma … so che ritorna e la Stella è quella
     che io coccolo tantissimo, non so perché, la amo proprio, cioè io me la stritolo di baci c’è
     qualcosa di feeling che io non so spiegarmi… amo tutti i miei figli, anche nostra figlia
     naturale è ovvio, nel senso che non si fa una cosa per uno se non si fa per l’altro, cioè, non
     esistono ingiustizie o cose assurde, come avevo accennato di mia sorella, no, non esiste in
      questa famiglia, però la Stella ha qualcosa che mi sprigiona non so spiegare, io la amo, la
      amo in un modo folle e io ho bisogno di sentirla vicino.
      Per la Stella e, allora, preoccupata… sono stata preoccupata quando ha avuto un periodo
      che quando mangiava, qualche volta vomitava, aveva problemi di stomaco difatti aveva
      l’elicobacter, o, mi sono presa una… siamo andati subito al Burlo e così abbiamo risolto


23. D: Se dovesse esprimere 3 desideri per Stella fra 20 anni             quali sarebbero? Quale futuro
      vorrebbe per lei?
      R: Allora, punto primo che sia sempre in ottima salute, che stia sempre bene che è la cosa
      più importante. Punto secondo, che abbia eh… io vorrei dire… non so se dire prima il
      lavoro o prima la famiglia… perché come vanno le cose oggigiorno sono un po’ titubante
      per quello che sento in giro di questi morosi che prendono, mollano, lasciano, questa
      freddezza, questo materialismo che io non accetto e, allora, io non so che dire, se dire
      prima che trovi un lavoro come lei desidera, lei adesso fa l’agraria perché ama gli animali e
      le piante, che diventi una brava veterinaria vorrei che fosse così, se lei lo desidera che
      abbia un lavoro, quindi, e una bella famiglia e che trovi un ragazzo non parlo di soldi perché
      non sono proprio tutto nella vita ma che ci siano principi sani amore con la a maiuscola,
      caso mai dovesse esistere, non lo so se esiste più e… quindi amore, comprensione, calore
      che abbia anche dei figli, mi faccia dei nipoti anche, e cosa devo dire… questo è quello che
      desidero io per lei


24.   D: Ritiene che ci sia qualcosa di particolare che ha imparato dalla sua esperienza di bambina?
      Intendo qualcosa che pensa di aver ottenuto grazie al tipo di infanzia che ha avuto?
      R : Quello di non essere con i miei figli così dura, così rigida, così ecco io penso di aver
      agito proprio nel modo inverso per certe cose e per altre come loro, come erano buoni i
      miei sentimenti, lo notavo molto nei miei nonni


25.   D: Abbiamo parlato molto del suo passato. Ora per concludere, vorrei che pensassimo un po‟ al
      futuro. Che cosa spera che sua figlia possa imparare dall‟avere lei come genitore?
      R: Intanto, i consigli, quello che si dice che impari anche ad essere una ragazza onesta
      punto primo, che, comunque ami il prossimo e però che sappia anche scegliere e capire le
      persone sincere da quelle non sincere, un modo tremendo oggi le amicizie quelle con la a
      maiuscola non esistono neanche più, non esiste più quell’amicizia dove non è un dare
      materiale, bisogno d’aiuto, un consiglio, non si capisce più niente….
                                           CAMPIONE DI CORMONS
                                               AAI Gaetano C.


     Data: 03/07/06
     Data di nascita: 02/09/51


1.   D: Ripensando alla famiglia in cui è vissuto, può dirmi dove ha vissuto, con chi, di che cosa si
     occupavano i suoi genitori, se ci sono stati dei cambiamenti nella sua vita o trasferimenti nel corso
     della sua infanzia?
     R: Allora io sono di Amalfi, mio papà è stato disoccupato fino all‟età di 18 anni che avevo io e mia
     mamma era casalinga, l‟unico vantaggio buono di tutto questo era che era la famiglia patriarcale
     dove ci si aiutava tutti l‟uno con l‟altro… ero il primo di tutti i cugini, quindi diciamo ero quello che
     teneva a bada tutti gli altri cuginetti ma è un ruolo che mi piaceva, io sono figlio unico e ho sempre
     sentito la mancanza di fratelli, mia madre non ha potuto avere altri figli dopo di me.
     D: Ha conosciuto i suoi nonni da bambino?
     R: Ho conosciuto tutti e quattro i nonni perché in alcuni momenti abitavo con i nonni e, quindi, da
     ragazzino d‟estate lavoravo in un negozio di mio zio e, quindi, ero sempre con i parenti, i cugini.
     D: Quali altre persone vivevano in casa con lei quando era bambino? Dove vivono
     attualmente?
     R: Per un certo periodo ho anche vissuto con i nonni sia materni sia paterni, soprattutto quando
     mio papà andava a lavorare via univamo le famiglie, come le famiglie di una volta… se lei dà
     un‟occhiata alla cucina vede che abbiamo buttato giù un muro perché ci piace la cucina grande per
     stare insieme e non c‟è il televisore perché la sera è l‟unico momento di aggregazione, noi viviamo
     in cucina… quindi, diciamo, la mia infanzia me la ricordo bella nonostante i problemi di quell‟epoca
     che c‟erano.


2.   D: Vorrei che lei cercasse di descrivermi la relazione che aveva con sua madre da bambino,
     andando più indietro possibile nel tempo con i ricordi.
     R: Ecco era una relazione un po‟ possessiva da parte di mia mamma perché essendo io figlio
     unico ero sempre tenuto sotto controllo, pur avendo 18 anni avevo l‟orario di rientro, non vedevo
     l‟ora di essere indipendente, anche perché, non ho mai chiesto soldi.


3.   D: Vorrei che lei scegliesse 5 aggettivi o parole che descrivano il rapporto che aveva con sua
     madre quando era bambino, risalendo più indietro che può nel tempo, facendo riferimento proprio
     alla relazione che c'era tra di voi e non alla persona di sua madre. Mi rendo conto che è una
     domanda non facile e quindi prenda pure il tempo che le serve per pensarci. Dopo le chiederò di
     spiegarmi perché ha scelto queste parole e, quindi, ora le trascrivo.
     R: Bé… affettuosa, di sicuro, perché non posso dire che non era affettuosa, eh… poi un po‟
     esuberante perché essendo figlio unico avevo tutti gli occhi addosso… possessiva, perché
     essendo maschio… così… non me ne vengono in mente altri.
     D: Bene, a questo punto vorrei farle qualche altra domanda riguardo alla descrizione che mi
     ha dato sulla relazione che aveva con sua madre. Ha detto che la relazione era affettuosa
     Ricorda un episodio o un ricordo che possa spiegare perché ritiene che la relazione fosse
     affettuosa, sempre cercando di andare il più possibile indietro nel tempo?
     R: No, era la vita giornaliera a farmi dire così, e lo stesso vale anche per gli altri aggettivi che ho
     detto.
     D: “E le viene in mente un episodio vero e proprio?”
     R: La motivazione è sempre la stessa, per il troppo amore perché ero figlio unico, mia mamma è
     stata la prima di sette fratelli e, poi, quando ha avuto me è stata come una piovra, possessiva ma
     nel senso benevolo.


4.   D: Vorrei che lei cercasse di descrivermi la relazione che aveva con suo padre da bambino,
     andando più indietro possibile nel tempo con i ricordi.
     R: Eh… la relazione che c‟era negli anni andati, cioè… l‟affettuosità non si mostrava mai con una
     carezza, io, invece, con i miei figli sono sempre così, no?… però bastava che andassi da lui e gli
     chiedessi qualsiasi cosa e lui mi dava, poi con la mente di poi, pensando anche ai problemi che
     aveva… poverino, forse, mi dava anche tanto perché disoccupato, mi dava da mangiare, i vestiti,
     non mi posso lamentare… col senno di poi.


5.   D: Vorrei che lei scegliesse 5 aggettivi o parole che descrivano il rapporto che aveva con suo
     padre quando era bambino, risalendo più indietro che può nel tempo, facendo riferimento proprio
     alla relazione che c'era tra di voi e non alla persona di suo padre. Mi rendo conto che è una
     domanda non facile e quindi prenda pure il tempo che le serve per pensarci. Dopo le chiederò di
     spiegarmi perché ha scelto queste parole e, quindi, ora le trascrivo.
     R: Mio papà era meno possessivo di mia mamma, meno affettuoso nelle manifestazioni, di poche
     parole, però non è che mi facesse mancare niente… e così, insomma… altri non me ne vengono
     proprio in mente.
     D: Bene, a questo punto vorrei farle qualche altra domanda riguardo alla descrizione che mi
     ha dato sulla relazione che aveva con suo padre. Ha detto che la relazione era meno
     possessiva rispetto a quella di sua mamma. Ricorda un episodio o un ricordo che possa
     spiegare perché ritiene che la relazione fosse meno possessiva rispetto a quella di sua
     mamma, sempre cercando di andare il più possibile indietro nel tempo?
     R: Episodi particolari non mi ricordo… cioè, era la vita giornaliera.
     D: Ha detto che suo padre era meno affettuoso nelle manifestazioni, si ricorda un episodio
     che possa spiegare perché era meno affettuoso, sempre cercando di andare il più possibile
     indietro nel tempo?
     R: No, episodi particolari, no.


6.   D: Con quale dei suoi genitori sente di avere avuto un rapporto più stretto da bambino? Perché?
     Perché non ritiene di avere avuto lo stesso rapporto con l'altro genitore?
     R: Ma!… eravamo una grande famiglia, no? Per me poteva essere mio papà, anche mio nonno,
     mio zio, ancora adesso quando mi vedono…
     Domanda: // Rispetto ai suoi genitori non aveva avuto una relazione più stretta con uno rispetto
     all‟altro?//
     R: Ma essendo stato in casa con la mamma, ed essendo un maschietto… come la femminuccia è
     più attaccata al papà è sempre così, no?


7.   D: Quando da bambino era in difficoltà o a disagio, si ricorda cosa faceva?
     R: A disagio di cosa, in che senso?
     D: Quando era emotivamente in difficoltà che cosa faceva?
     R: Ma, cercavo di superare le difficoltà da solo.
     D: Come si comportavano i suoi genitori? Si ricorda un episodio specifico?
     R: A livello scolastico non potevo avere aiuto perché loro avevano la quinta elementare, a
     livello di gioco non avevo niente perché ho spiegato prima.
     D: Quando si faceva male fisicamente si ricorda cosa succedeva?
     R: Bè, mia mamma era infermiera, quindi, da quel lato mi sentivo protetto, però non ero un tipo
     pauroso che andava subito a piangere, ricordo una volta che ho spinto troppo forte un vetro e mi è
     caduto addosso e io come niente, e mia mamma: “Ma come?!”, era la necessità.
     D: Quando era malato si ricorda cosa succedeva?
     R: Eh… io ho avuto una malattia abbastanza seria, mio papà era via in quel periodo e mia mamma
     stava sempre attaccata a me, poi, quando andava via a lavorare faceva venire un parente, sono
     stato per mesi a letto.
     D: Come si comportavano i suoi genitori? Si ricorda un episodio specifico?
     R: Mi ricordo quando sono stato operato di tonsille eh… quando mi sono svegliato di notte, non
     avevo visto nessuno e mi è venuto il magone, poi invece ho visto che mia mamma era lì in
     camera.
     D: “Mi chiedo se si ricorda di essere stato preso in braccio dai suoi genitori in qualcuna di queste
     situazioni, ad esempio quando era a disagio, malato o si faceva male? Si ricorda un episodio
     specifico?
     R: Si, da mia mamma quando mi facevo male.


8.   D: Qual è la prima volta in cui ricorda di essersi separato dai suoi genitori?
     R: Quando sono partito militare, è stato un distacco netto, mi sono sentito indipendente, avevo uno
     stipendio, una divisa, c‟è stato un distacco netto proprio.
     D: Come ha reagito?
     R: Oh, felicissimo! Vede, nonostante tutto il bene, non sarei mai andato ad abitare con mia
     mamma e mio papà proprio perché sentivo il bisogno di essere indipendente, non che mi trovassi
     male.
     D: Come hanno reagito i suoi genitori?
     R: Eh, lì è stata grave perché poi da quel momento non mi hanno visto più perché poi da ufficiale
     sono andato alla X di Trieste, poi ho avuto la possibilità di tornare lì, perché ho avuto una
      promozione sul lavoro, ma ho rifiutato perché tornare lì con finestre blindate, eccetera, ma chi me
      lo fa fare, cioè, io qua, sto bene.
      D: Ricorda altre separazioni importanti?
      R: Quando mio papà è andato a Genova per diversi anni e siamo rimasti soli io e mia mamma,
      avevo 9 anni.


9.    D: Quando era bambino ricorda di essersi mai sentito rifiutato dai suoi genitori? Con questo
      intendo chiederle se ha mai avuto la sensazione di essere rifiutato anche in situazioni che
      adesso potrebbero non sembrarle tali.
      R: No, assolutissimamente, no.


10.   D: Si è mai sentito spaventato o preoccupato da bambino? In che senso?
      R: La malattia che avevo, che poteva essere qualcosa di serio, e che non mi avevano detto niente,
      mi sentivo preoccupato.


11.   D: I suoi genitori l’hanno mai minacciata quando era bambino, anche per scherzo o perché
      si comportasse bene?
      R: No, assolutissimamente, no, siamo agli antipodi delle minacce.


12. D: Alcune persone ricordano episodi di maltrattamento o comportamenti di abuso all'interno
      della propria famiglia nella loro infanzia. È capitato qualcosa di simile nella sua famiglia?
      R: Assolutissimamente, no.


13.    D: In generale, come pensa che le esperienze con i suoi genitori, nel loro complesso,
      abbiano influenzato la sua personalità attuale?
      R: Io penso che loro mi abbiano inculcato il senso della famiglia, che è il fulcro di tutto, e adesso è
      il discorso al contrario, come loro si sono occupati di noi, adesso noi, accudiamo loro.


14. D: Ci sono aspetti di queste esperienze infantili che pensa possano avere ostacolato il suo
      sviluppo, cioè che possano avere rappresentato un ostacolo o una difficoltà per lei?
      R: Le difficoltà economiche, perché se i miei non avessero avuto queste difficoltà avrei potuto fare
      tante cose, però io capivo che non avevano i mezzi, e non chiedevo neanche.


15.   D: Perché pensa che i suoi genitori si siano comportati con lei, così come mi ha descritto,
      durante la sua infanzia?
      R: Perché era un modo di vivere famigliare, in entrambe le famiglie forse più quella di mia madre
      dove mia mamma ha fatto da seconda mamma per i fratelli più piccoli, invece in quella di mio
      papà, c‟erano i fratelli che lavoravano chi a Venezia, chi a Milano però ci si vedeva lo stesso e ci si
      voleva bene lo stesso.
16.   D: Quando era bambino, c’erano altre persone importanti a cui era legato? Se si, “Che età
      avevano e che età aveva lei, nel periodo di questo rapporto? Vivevano nella sua casa?
      Avevano qualche responsabilità nei suoi confronti? Si prendevano cura di lei in qualche
      modo? Perché ritiene che fossero importanti?”
      R: Eh, ma sono cresciuto eh… i miei zii, perché sono cresciuto in casa con loro, il fratello più
      piccolo di mia mamma aveva 7-8 anni di differenza rispetto a me, quindi era un fratello maggiore.
      Io sono stato molto attaccato ad una zia sorella di mia madre, perché nei primi anni della mia
      infanzia i miei avevano grosse difficoltà economiche, per cui mi tenevano con loro, poi alla sera
      andavo a dormire a casa mia… poi questa zia non era sposata quindi accudiva me, mia mamma.
      E‟ stata l‟unica persona cui ho fatto di tutto per arrivare in tempo al funerale, non sono mai riuscito
      ad arrivare in tempo a quello del nonno o degli altri zii.


17.     D: Quando era bambino c'è stato qualche lutto nella sua famiglia oppure la morte di
      qualcuno a cui era legato?
      R: Ma… io mi ricordo di una mia bisnonna che viveva con i nonni e mi facevano giocare a carte
      con lei, mi ricordo questa figura che poi è morta e io mi sono sentito un attimino così…
      disorientato, però c‟erano 80 anni di differenza.
      D: Potrebbe parlarmi delle circostanze in cui è avvenuta questa perdita?
      R: E‟ morta di vecchiaia
      D: Che età aveva allora?
      R: Avevo 9 anni, e ho pensato: “E‟ morta una persona nella mia famiglia” però non sentivo
      dispiacere, dolore perché non c‟era l‟aff… cioè se fosse stata la nonna diretta, o forse non ero
      ancora cosciente che non l‟avrei vista più, non so dirle, è stata la prima che mi è venuta in mente,
      visto che lei mi ha fatto questa domanda.
      D: Si ricorda come è stata comunicata la notizia? E‟ stata una morte improvvisa oppure è successo
      nel tempo?
      R: Mi è stato detto che era mort… perché la persona successiva che mi è morta improvvisamente,
      poi, è stato mio nonno purtroppo, e lì è stata una bella botta, però ringrazio i miei che mi hanno
      evitato tutto il funerale, io avevo 15 anni quindi sa, per un ragazzino partecipare a un funerale,
      vedere la bara sa… per anni ho avuto questo timore poi sono cresciuto.
      D: Sono cambiati nel tempo i suoi sentimenti rispetto a questa perdita? In che senso?
      R: Bé diciamo che sono stati il primo impatto con la morte, poi le dico sono cresciuto, ho imparato
      che bisogna fare i conti anche con la perdita delle persone care.


18.   D: Ha perso altre persone importanti, durante la sua infanzia?
      R: Bè, i nonni, ringrazio iddio di avermi lasciato tutti gli zii, che adesso un po‟ alla volta se ne
      stanno andando, ma sono rassegnato così come per i miei genitori che adesso hanno 83 anni,
      ecco l‟unica cosa è che non riesco ad accudirli perché loro non vogliono venire su perché hanno
      tutti là, portarli qua vuol dire accelerare la loro fine. Quando sarà il momento sarà dura perché
      essendo figlio unico, però!


19.   D: Ci sono stati lutti significativi nell'età adulta?
      R: No, fortunatamente, no.
20.   D: A questo punto, per concludere, vorrei farle ancora qualche domanda sulla relazione con i suoi

      genitori. Ci sono stati cambiamenti nel rapporto con i suoi genitori dall'infanzia ad oggi?

      R: Cambiamenti dovuti alla distanza per forza, come andiamo a casa dai miei suoceri ogni

      giorno così sarei andato da loro se fossero stati qui.



21. D: Ora vorrei chiederle com‟è la relazione attuale con i suoi genitori (ora che è un adulto)?
      R: Sono un po‟ testardi perché se venissero su li potremmo accudire.
      D: Attualmente li vede spesso?
      R: Li vedo quando vado giù in ferie ad agosto.
      D: Come definirebbe la sua relazione attuale con i suoi genitori?
      R: Ma… non saprei darle una definizione perché sono lontani e non c‟è nessun modo di poterli
      aiutare o chiedere aiuto a loro.
      D: Le vengono in mente aspetti non soddisfacenti della sua relazione attuale con i genitori? C‟è
      qualche aspetto particolarmente positivo della vostra relazione così com‟è ora?
      R: Non soddisfacenti? L‟unica cosa che hanno la testa dura come tutti i vecchi, anche i miei
      suoceri sono così. Di positivi… ma non ce ne sono di particolarmente positivi, perché sono lontani.


22.    D: Adesso vorrei chiederle qualcosa sul suo rapporto con i suoi figli. Cosa prova, come si
      sente quando si separa dai suoi figli?
      R: Io sono sempre preoccupato per Marco [ragazzino in affidamento] perché il ragazzino si porta
      dietro un gap di quattro anni, quindi ha 16 anni ma è come se ne avesse 12, e allora quando sono
      lontano e non lo vedo penso: “O Dio cosa sta facendo? Speriamo non faccia qualche
      stupidaggine!” ma come possiamo lasciarlo solo? Per la Stella [ragazzina in adozione] invece sono
      tranquillo, lei ha sempre fatto da mammina, è pacata, tranquilla… poi sono tranquillo da un lato,
      però è pur sempre una donna, una ragazzina, però mi sto abituando, mi sono dovuto abituare
      anche con l‟altra [figlia naturale] che adesso ha 29 anni… con la più grande all‟inizio ci siamo
      portati addirittura il ragazzino in vacanza, poi, abbiamo visto che erano due ragazzini tranquilli…
      perché il problema sono le compagnie.
      D: Si sente mai preoccupato per i suoi figli?
      R: Eh come le dicevo per Marco quando lo lasciamo solo sono molto preoccupato, per quello che
      potrebbe fare, per Stella e la più grande sono meno preoccupato, se non per il fatto che sono
      donne, quindi, pericoli ce ne sono.


23.    D: Se dovesse esprimere tre desideri per i suoi figli tra 20 anni quali sarebbero? Quale
      futuro vorresti per loro?
      R: Amore e salute per tutti e tre uguale, noi siamo passati per tutte le fasi, la nostra figlia naturale,
      la Yamile colombiana adottata, e, poi, questo qui, che prima era un affido a lungo termine e poi è
      diventata un‟adozione.


24.     D: Ritiene che ci sia qualcosa di particolare che ha imparato dalla sua esperienza di
      bambino? Intendo qualcosa che pensa di aver ottenuto grazie al tipo di infanzia che ha
      avuto?
      R: Eh… l‟affettuosità della famiglia, è quella che mi ha fatto credere nella famiglia, se fossi vissuto
      a Trieste sarei già separato.


25.   D: Abbiamo parlato molto del suo passato. Ora, per concludere, vorrei che pensassimo un
      po’ al futuro. Che cosa spera che i suoi figli possano imparare dall'avere lei come genitore?
      R: Io spero che loro prendano bambini in adozione come ho fatto io, è una mia idea ma ci
      spero tanto… perché la Stella è venuta per forza, perché la più grande voleva per forza un
      fratellino, e noi abbiamo detto invece di farne un altro ne tiriamo via uno dalla strada e così
      è andata bene e, visto che era andata bene abbiamo detto di riprovare, ma siccome io ero
      già anziano non potevo fare un’altra adozione e così eravamo pronti per l’affido, quindi io
      spero ardentemente che loro prendano un poco di quello che gli abbiamo dato per capire
      che ci sono tanti ragazzini che hanno bisogno che se loro ne prendono uno a testa ne
      hanno già presi tre. Noi, abbiamo fatto un percorso, io mi ricordo quando ho avuto la prima
      figlia piccola avevo paura di romperla ma ho cambiato tanti pannolini, e guai se non me li
      faceva cambiare, perché a me piaceva, perché io essendo stato figlio unico avevo bisogno
      di avere fratelli e non li ho potuti avere, allora mi attaccavo ai cuginetti… io non vedo l’ora
      di diventare nonno per portare il nipotino con il passeggino.

				
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