Genere e Devianza by gl71V4MA

VIEWS: 14 PAGES: 253

									 Genere e Devianza

Sociologia Generale Avanzata
Anno Accademico 2007/2008
     Prof.ssa Ester Cois
 Teorie devianza
 Genere e Criminalità (come devianti)
 Genere e Suicidio
 La violenza verso le donne (come vittime)
                          Teorie della devianza
Tipi di spiegazione       Teorie                      Autori                 Idee chiave
                          Teoria del tipo criminale   Lombroso               La devianza deriva da particolari tratti
Spiegazione biologica                                                        fisici
                          Teoria della struttura      Sheldon                La devianza deriva da una particolare
                          corporea                                           costituzione fisica
Spiegazione psicologica   Teoria psicoanalitica       Freud                  La devianza deriva dai conflitti di
                                                                             personalità
Spiegazione sociologica   Teoria dell‟anomia          Durkheim               La devianza deriva dalla mancanza di
                                                                             norme
                          Teoria della                Scuola di Chicago      La devianza deriva da rapporti sociali
                          disorganizzazione                                  assenti, fragili o conflittuali
                          Teoria del legame sociale   Hirschi                Le devianza deriva dalla debolezza del
                                                                             legame tra individuo e società
                          Teoria della tensione       Merton                 La devianza deriva dal contrasto tra mete
                                                                             culturali e mezzi istituzionalizzati

                          Teorie culturali            Sellin Miller          La devianza deriva dai conflitti tra le
                                                      Sutherland             norme delle subculture e quelle della
                                                      Colward e Ohlin        cultura dominante

                          Teoria                      Becker                 La devianza è un‟etichetta applicata dai
                          dell‟etichettamento                                gruppi dominanti al comportamento dei
                                                                             gruppi più deboli
                          Teoria del conflitto        Criminologi radicali   La devianza deriva dalla ribellione alle
                                                                             norme imposte dalla classe dominante
           Genere e Criminalità
 Come    altre branche della sociologia, anche gli
  studi criminologici hanno tradizionalmente
  ignorato metà della popolazione (Morris, 1987)
 Tuttora molti testi di criminologia non dicono
  praticamente nulla sulle donne, se si escludono le
  parti dedicate allo stupro e alla prostituzione
 Analogamente, anche la maggior parte delle teorie
  sulla devianza ignora quasi completamente le
  donne
   Un es. di ciò sono gli studi di Merton sulla struttura
    sociale e l‟anomia.

   Si suppone che nelle società moderne la “spinta al
    successo” coinvolga praticamente tutti

   Si potrebbe dunque ipotizzare logicamente una presenza
    femminile maggiore di quella maschile nelle varie
    categorie di devianza identificate da Merton, compresa la
    criminalità, dal momento che per le donne le opportunità
    di “farsi avanti”sono inferiori a quelle degli uomini
I tassi di criminalità femminile, però, sono – o
 sembrano essere – eccezionalmente bassi

 Ma se anche le donne fossero per qualche ragione
 meno inclini degli uomini alle attività devianti, ciò
 non sarebbe certo un buon motivo per negare loro
 la dovuta considerazione

 Eppure, il genere è una delle variabili più
 importanti per predire la criminalità
Tipo di delitto                           % donne su condannati        Numero totale condannati

Omicidio                                              6,3              573
Infanticidio per causa d‟onore                       75,0              8
Altri delitti contro la vita                          5,4              3884
Percosse, lesioni                                    10,1              2404
Rissa, abbandono di incapace                         27,9              1722
Violenza privata, minaccia                            9,2              1032

Ingiurie e diffamazioni                              35,5              231
Contro la famiglia                                   12,5              1161
Contro la moralità e il buoncostume                  11,2              1746
Furto                                                10,1              21946
Rapine e danni                                        7,4              4978
Truffe e altre frodi                                 10,4              7525
Contro l‟economia e la fede pubblica                 16,0              48544
Violenza, resistenza, oltraggio                       8,0              4167
Altri delitti                                        15,7              21453
Totale                                               13,5              121374

            Percentuale condannati di sesso femminile in Italia, per tipo di delitto, 1982
       I tassi di criminalità maschile e femminile
 Le statistiche su genere e criminalità sono sorprendenti
 In tutti i Paesi è molto più probabile che sia un maschio
  piuttosto che una femmina a violare una norma penale
 Per es. c‟è in tutti i Paesi industrializzati un enorme
  squilibrio nel rapporto tra i detenuti dei due generi
 In Gran Bretagna le donne rappresentano solo il 3% della
  popolazione carceraria
 Ci sono differenze anche tra i tipi di reato commessi dalle
  donne e dagli uomini, almeno stando alle statistiche
  ufficiali
 Quanto più il reato è grave, tanto più è facile che a
  compierlo sia un uomo e dunque tanto maggiori sono le
  differenze di genere
   In Italia, delle persone che vengono condannate ogni anno, solo il
    14% è costituito da donne

   La quota di donne sui condannati varia, comunque, a seconda del
    tipo di reato

   E‟ ancora più bassa nel caso di omicidi, di rapine o di violenza:
    in questo caso la quota delle donne sul totale delle persone
    condannate non raggiunge neppure il 10%

   E‟ invece più alta (il 35%) nel caso di reati meno seri come
    ingiurie e diffamazioni, frode nell‟esercizio del commercio,
    emissione di assegni a vuoto, truffa
   Questa quota tocca una punta record – quasi il 50% - nel caso del
    taccheggio (o furto nei grandi magazzini)
 Può darsi, naturalmente, che la differenze reale tra
 i tassi di criminalità dei due generi sia inferiore a
 quella indicata dalle statistiche



 E‟possibile, ad esempio, che la polizia e gli altri
 funzionari considerino le donne meno pericolose
 degli uomini, consentendo loro di cavarsela
 laddove un uomo verrebbe arrestato
   Alcune indagini ci permettono di controllare questa possibilità
   In uno studio condotto negli USA il materiale raccolto del
    National Crime Survey del 1976 fu confrontato con le
    statistiche del FBI per vedere se ci fosse una qualche
    divergenza nella percentuale di donne implicate in attività
    criminose (Hindelang et al. 1978)
   Per quanto riguarda i reati gravi furono riscontrate piccole
    variazioni e anzi le statistiche del FBI indicavano percentuali
    un po‟ superiori a quelle riscontrate dall‟indagine
   Alcuni osservatori hanno suggerito un probabile incremento
    della quota di donne implicate in reati di tipo “maschile”, come
    la rapina a mano armata, ma non è una tendenza chiaramente
    delineata (Dobash et al. 1986)
 Una fonte d‟informazione sui rapporti tra genere,
  opportunità e crimine è data dagli esperimenti fatti con le
  “lettere smarrite” (Farrington e Kidd, 1980)
 Si trattava di abbandonare in un luogo pubblico delle
  lettere contenenti denaro
 Nelle     diverse versioni dell‟esperimento vennero
  modificate alcune variabili: la quantità di denaro, la sua
  disponibilità in contanti o in altra forma (ad es. un
  mandato di pagamento), la figura della persona che
  apparentemente l‟aveva perso (una vecchia signora o un
  uomo dall‟aspetto benestante)
 Si osservavano le caratteristiche di coloro che
  raccoglievano le lettere e, grazie ad un particolare numero
  di codice, i ricercatori potevano stabilire se queste
  venivano impostate o trattenute
 Il furto del denaro risultava più comune quando
  l‟apparente vittima era un uomo benestante e la somma in
  contanti
 Le donne se ne appropriavano nella stessa misura degli
  uomini, tranne che nel caso in cui la cifra contenuta nella
  lettera era più alta
 In questa situazione, il denaro veniva rubato da circa la
  metà degli uomini e da meno di un quarto delle donne

    Appare possibile che il fatto di intascare una piccola
    somma in contanti non sia considerato “un furto”, come
    avviene invece per una cifra maggiore, e che in
    quest‟ultimo caso gli uomini siano più propensi ad
    approfittare dell‟opportunità
 L‟unico reato per il quale la quota femminile dei
  condannati si approssima a quella maschile è il
  taccheggio.
 Secondo alcuni ciò indicherebbe che le donne
  preferiscono per le attività criminose un contesto
  “pubblico” – lo shopping – a quello domestico
 In altre parole, laddove uomini e donne hanno più o meno
  le stesse opportunità sul piano criminale, si equivale anche
  la probabilità che essi commettano un reato
 Sono poche le indagini che hanno messo a confronto le
  percentuali degli uomini e delle donne implicati nei casi di
  taccheggio, ma uno studio ha riscontrato una probabilità
  doppia che questo reato sia commesso da un uomo
  piuttosto che da una donna (Bucle Farrington, 1984)
   Molti studiosi hanno sostenuto che, comunque, nell‟ultimo
    quarto di secolo l‟attività criminale femminile è aumentata
    molto di più di quella maschile

 Ma due tesi assai diverse sono state sostenute in proposito
 A) Secondo alcuni, questo è avvenuto solo nell‟ambito dei
  reati contro il patrimonio ed è dovuto alle grandi
  trasformazioni che vi sono state nell‟economia e nella
  società (e in particolare alla crescita del numero di donne
  entrate nel mercato del lavoro) che hanno creato nuove
  occasioni di illeciti penali
 B)  Secondo altri, invece, l‟aumento dell‟attività
  criminale femminile si è verificato anche
  nell‟ambito dei reati violenti ed è riconducibile
  all‟affermazione dei movimenti femministi.
 “Nel momento stesso in cui si battevano per
  l’eguaglianza delle opportunità nel campo delle
  attività legali – ha scritto una studiosa americana
  – le donne si facevano prepotentemente strada
  anche nel mondo della criminalità” (Adler)
   I dati di cui disponiamo mostrano che in Italia, come negli
    altri Paesi Occidentali, i mutamenti nell‟ultimo trentennio
    sono stati assai diversi a seconda del tipo di reato

   Così, la percentuale delle donne sui condannati è
    aumentata nel caso delle truffe e dell‟appropriazione
    indebita

   Quasi niente è invece cambiato nel campo dei reati più
    gravi

   La quota delle donne sui condannati è rimasta costante in
Reati             1970-1971   1980-1981   1990-1991   2000-2001

Omicidio          9           8           5           4

Rapina            4           4           5           5

Furto             13          11          10          12

Emissione         11          15          17          19
assegni a vuoto
Truffa            10          21          22          23

Appropriazione    11          12          13          14
indebita
Frode nel         27          30          26          32
commercio




Percentuale di donne sul totale delle persone
condannate in Italia dal 1970 al 2001 per alcuni reati
   Delle due tesi che abbiamo ricordato, quella che trova
    maggiore conforto nei dati è dunque la prima

   Alla stessa conclusione si arriva con l‟analisi comparata,
    mettendo a confronto la situazione del nostro con quella
    degli altri Paesi

   La percentuale delle donne sugli arrestati o sui condannati
    per i furti meno gravi è più alta in Italia, in Francia, in
    Svezia e negli altri Paesi industrializzati dell‟Europa e del
    Nord America che in quelli in via di sviluppo dell‟Africa,
    dell‟Asia o dell‟America Latina
     Fra i paesi sviluppati e quelli che non lo sono vi sono invece differenze assai
      modeste per quanto riguarda la percentuale delle donne sui condannati per
      omicidio, per rapina o per i furti più seri (come quelli in appartamento)



    Percentuale di donne sul totale delle persone arrestate (o
    condannate) in alcuni paesi del mondo, per grandi aree
    geografiche, metà anni „90

    Reati         Nord-Africa   Asia   Africa         America Latina   Caraibi   Europa    Paesi in via di   Paesi sviluppati
                  Medio                Subsahariana                              Canada    sviluppo
                  Oriente                                                        Oceania
    Omicidio      9,5           6,4    8,3            11,5             7,4       11,2      8,1               11,6

    Furti gravi   3,0           4,2    4,2            7,0              6,2       5,9       4,7               5,8

    Furti lievi   4,5           7,8    6,3            8,5              11,1      16,2      7,3               15,8

    N.Paesi       (8)           (12)   (15)           (6)              (5)       (20)      (46)              (21)
               Le ragazze della banda
   Scarse sono le ricerche sulle ragazze delle bande giovanili o, dove
    esistono, sulle bande femminili
   Sono state fatte numerose indagini su gruppi di strada e le bande
    maschili, ma in questi studi le donne fanno un‟apparizione soltanto
    marginale
   Anne Campbell ha studiato le bande femminili di New York
    (Campbell 1986)
   Ha selezionato tre bande da studiare in modo intensivo: una
    etnicamente mista, una portoricana e la terza nera
   L‟età di coloro che ne facevano parte variava dai 15 a i 30 anni.
   La Campbell ha trascorso sei mesi con ciascuna delle bande,
    riservando particolare attenzione alla figura della leader
   Connie era a capo delle Sandman Ladies, un gruppo femminile di Harlem,
    New York, legato a quello dei Sandman Bikers, guidati dal marito di
    Connie
   All‟epoca della ricerca (1979) Connie aveva 30 anni e la sua banda era
    mista, composta da nere e portoricane
   La maggiore fonte di reddito dei Sandman Bikers era lo spaccio di droga:
    da lungo tempo il gruppo era in lotta con i Chosen Ones, una banda di
    Manhattan.
   Le donne che volevano unirsi alle Sandman Ladies dovevano dimostrare
    la propria capacità di battersi; l‟ammissione veniva decisa da Connie, che
    stabiliva fin dall‟inizio se una ragazza poteva “bazzicare” il gruppo per un
    periodo di prova e più tardi se poteva ricevere le sue “patacche” (le
    insegne della banda)
   Connie portava sempre con sé un coltello a serramanico e possedeva
    anche una pistola. Diceva che quando si batteva, era per uccidere
   Lo scontro fisico era una preoccupazione costante sia del gruppo maschile
    che di quello femminile
 Weeza e le Sex Girls appartenevano a una banda di
  ispanici che aveva una ramificazione maschile e una
  femminile.
 Weeza non sapeva leggere né scrivere e non era sicura
  della propria età, che si aggirava probabilmente sui 26
  anni
 Al momento della sua massima espansione, la banda
  contava oltre 50 componenti di sesso femminile
 Le donne tenevano alla propria reputazione di “dure”: gli
  scontri e le risse erano all‟ordine del giorno
 I membri maschi della banda ammiravano le donne per
  questo, ma per altri versi incoraggiavano ancora i ruoli
  femminili tradizionali come la cura dei bambini, la
  preparazione dei pasti e il cucito
   Il terzo gruppo studiato dalla Campbell era noto come Five
    Percent Nation, un‟organizzaione religiosa di neri
   Secondo le loro convinzioni, il 15% della popolazione ne
    sfrutta l‟85%, mentre il restante 5% è costituito da fedeli
    illuminati dell‟Islam, cui è affidato il compito di educare i neri
   La polizia considerava la Five Percent Nation come una banda
    di strada
   Il soggetto su cui la Campbell concentrò la propria attenzione,
    Sun-Africa, aveva rifiutato quello che chiamava il proprio
    “nome governativo”
   Come nei precedenti gruppi, anche lei e le altre donne
    partecipavano spesso alle risse.
   Alcuni membri della banda erano stati arrestati per rapina,
    possesso di armi pericolose, furto con scasso e furto d‟auto
 In  un altro studio, la Campbell ha intervistato un
  campione di ragazze della classe operaia sulla
  questione degli scontri fisici, scoprendo che esse vi
  prendono parte più spesso di quanto comunemente
  si creda
 Quasi tutte quelle contattate dalla ricercatrice
  ammisero di aver partecipato a uno scontro; un
  quarto di esse a più di sei
 La maggioranza respingeva l‟affermazione “Penso
  che lo scontro fisico sia una cosa da maschi”
     La violenza carceraria tra donne
I  resoconti autobiografici di alcune detenute delle
  prigioni britanniche raccolti da Pat Carlen
  contengono numerosi episodi di violenza, la quale
  viene rappresentata come una caratteristica
  costante della vita carceraria femminile
 Josie O‟Dwyer, una detenuta, ha descritto come la
  “rude marmaglia” delle guardie femminili si fosse
  specializzata nelle repressione violenta delle
  detenute che a loro parere si comportavano male
 Le percosse da parte della “rude marmaglia” e di altre
  detenute erano un fatto frequente:
 “Una guardia, in particolare, ti piombava sempre addosso
  e cominciava a darti dei colpi contro il petto perché
  voleva che tu la colpissi – era di quello che andava in
  cerca, la lotta e lo scontro. Ti trascinano in giro tirandoti
  per la “collana”, la catena delle chiavi, e ti ritrovi al
  collo tre catene alla volta. Ti vengono dei lividi viola
  intorno al collo, una collana di lividi…cominci a perdere
  coscienza e pensi “Ci siamo, sto per morire..”Anch’io
  avrei potuto morire. Ma sono stata fortunata e mi è
  andata bene. Sono una sopravvissuta”
                    Valutazione
 Questi studi dimostrano che occorre essere cauti nel
  supporre che la violenza sia una caratteristica esclusiva
  della criminalità maschile
 Le donne partecipano con minore probabilità degli uomini
  ai delitti violenti, ma non sempre si astengono dal
  prendere parte a episodi di violenza
 Perché, allora, i tassi di criminalità femminili sono molto
  più bassi di quelli maschili?
 Le ragioni sono quasi certamente le stesse che spiegano le
  differenze tra i due generi nelle altre sfere di attività
 Esistono, com‟è ovvio, reati specificamente “femminili”,
  primo tra tutti la prostituzione, per cui è prevista la
  condanna delle donne ma non dei loro clienti (modifiche
  alla normativa?)
 I “reati maschili” rimangono tali a causa delle differenze
  di socializzazione e del fatto che le attività degli uomini
  sono tuttora prevalentemente extradomestiche, al contrario
  di quanto avviene per la maggioranza delle donne
 In passato, le differenze tra i due generi sul piano della
  criminalità erano spesso spiegate con presunte diversità
  biologiche o psicologiche innate: la differenza di forza
  fisica, la passività, la preoccupazione per la riproduzione
   Oggi le caratteristiche “femminili”, così come quelle
    “maschili”, sono considerate in buona misura come
    socialmente prodotte
   Molte donne vengono socializzate in modo da valorizzare nella
    vita sociale attitudini (la cura degli altri e la promozione dei
    rapporti personali) diverse da quelle dei maschi
   Sebbene una grossa percentuale di donne sia ormai attiva nel
    mondo del lavoro, la maggioranza di esse trascorre
    nell‟ambiente domestico una parte della vita molto maggiore
    rispetto a quella degli uomini.
   Nella sfera domestica le opportunità e le motivazioni che
    alimentano la maggior parte delle attività criminose sono
    inferiori a quelle delle sfera pubblica, dove si muovono
    maggiormente gli uomini
 E‟ difficile stabilire con certezza se, a mano a mano che si
  fanno meno nette le distinzioni tra i generi, i tassi e i
  modelli di criminalità femminile tenderanno a diventare
  sempre più simili a quelli maschili
 Sin dalla fine del XIX sec., i criminologi hanno predetto
  che la parificazione dei generi avrebbe ridotto o eliminato
  le differenze tra uomini e donne sul piano della
  criminalità, ma queste differenze permangono tuttora
  pronunciate
 Non è possibile dire con qualche margine di sicurezza se
  lo scarto tra i tassi di criminalità maschile e femminile
  arriverà un giorno a sparire
 Alcuni dati recenti.
 Esaminando secondo il genere le statistiche più recenti
  intorno alla criminalità, per tipo di reato, ciò che appare
  emergere è che la donna, rispetto all‟uomo, tende ad avere
  con maggiore probabilità un atteggiamento anabolico, cioè
  è istigatrice nel crimine;
 Anche se tra gli adolescenti, maschi e femmine, esistono
  tassi di criminalità più simili.
 Si è visto, inoltre, che la donna delinque di più durante i
  periodi di guerra.
   Esaminando i reati commessi dalle donne, l‟ingiuria
    rappresenta il 32,4 % dei casi, la diffamazione il 16,6%, la
    truffa il 24,3%, il riciclaggio 5,6%.

   La donna commette pochi omicidi volontari, il 70 % dei
    quali in famiglia. ( maschio 41,5% ). Infanticidio 66,6%,
    abbandono di minori 39,3%, abuso di correzione 48,2 %.

   Nei crimini di terrorismo, sono meno pentite rispetto agli
    uomini, probabilmente per l‟attuazione del codice materno
    che da senza chiedere nulla in cambio. In aumento i reati
    di spaccio e di traffico di stupefacenti.
       Il suicidio secondo il genere
 “Aveva messo fine a tutti i tradimenti – pensava lei – a
  tutte le bassezze e le cupidigie senza numero che la
  torturavano. Non odiava più nessuno, adesso. Una
  penombra crepuscolare le invadeva la mente, e di ogni
  frastuono terreno Emma non sentiva, dolce e confuso, se
  non l’intermittente lamento del suo povero cuore, come
  l’ultima eco di una sinfonia che si spegne”
 Così, Flaubert descriveva nel 1857 Madame Bovary, in un
  libro ancora oggi molto popolare.
 Delusa dal marito, dall‟amante, dal mondo, Emma aveva
  deciso di uccidersi, ricorrendo all‟arsenico.
 Nessun suicidio femminile è mai stato tanto famoso.
 Ma di donne che si sono tolte la vita la grande letteratura
  ce ne ha presentate molte altre
 Corinna, di Germaine de Stael, e Leila, di George Sand,
  hanno fatto la stessa fine
 Un secolo prima, Roxanne, l‟eroina delle Lettere persiane
  di Montesquieu, si era uccisa sfidando l‟autorità del
  marito
 Colpiti da questi e altri personaggi, molti hanno pensato e
  pensano che la morte volontaria sia una manifestazione
  prettamente femminile
 Nulla di più lontano dalla realtà
 Come donna, Emma Bovary faceva parte di quel gruppo
  sociale che è sempre stato più protetto dal suicidio
 Proprio negli anni in cui Flaubert scriveva il suo romanzo,
  in Francia il tasso di suicidio delle donne, ben lungi
  dall‟essere più alto, era addirittura tre volte più basso di
  quello degli uomini
 Analoga era la situazione in Inghilterra e in Danimarca,
  mentre in Italia, in Prussia e in Austria la differenza fra le
  prime e i secondi era ancora maggiore
 Nell‟ultimo secolo e mezzo, la situazione non è
  sostanzialmente cambiata, sotto questo aspetto
 Gli uomini hanno continuato a uccidersi più spesso delle
  donne
 Oggi, nel nostro Paese, il tasso di suicidio maschile è, a
  seconda delle età, da tre a cinque volte superiore a quello
  femminile
Genere                               Fasce d‟età
                  5-14 15-24 25-34 35-44 45-54 55-64 65-74 75+

                  0,2   8,5   11,1   11,3   12,5   17,5   23,6   40,0
Maschi
                  0,2   1,8   3,4    3,4    4,4    5,1    6,9    7,9
Femmine
                  0,2   5,2   7,3    7,3    8,4    11,1   14,3   19,6
Totale


         Numero di suicidi per 100.000 abitanti in Italia,
                        per genere ed età
   Questo si verifica non solo in Europa, ma praticamente in
    tutti i Paesi del mondo

   D‟altra parte, ricerche accurate condotte nell‟ultimo
    ventennio hanno messo in luce che le donne pensano e
    tentano di porre fine ai loro giorni più spesso degli uomini

 Perché i suicidi consumati sono più frequenti nella
  popolazione maschile e i tentati in quella femminile?
 Secondo Durkheim, se la donna si uccide meno dell‟uomo
  è perché “non partecipa nella stessa misura alla vita
  collettiva”
 Ma   la storia dell‟ultimo secolo ha mostrato che
  questa ipotesi non è del tutto adeguata
 In base ad essa ci si sarebbe potuto aspettare che il
  mutamento sociale e l‟inserimento della donna nel
  mercato del lavoro e nella politica avrebbero
  prodotto una convergenza del tasso di suicidio
  femminile e di quello maschile
 E in effetti, dal 1919 al 1975, un avvicinamento fra
  questi due tassi vi è stato, in sedici Paesi
  industrializzati su diciassette.
 Ma   nel ventennio successivo la tendenza si è
  invertita e la differenza è nuovamente cresciuta.
 Dunque, per spiegare perché, ancora oggi, gli
  uomini si uccidono più spesso delle donne
  dobbiamo ricorrere ad altre ipotesi
a)   La prima ha a che fare con il processo di
     socializzazione, cioè di trasmissione e di apprendimento
     delle competenze specifiche richieste dall‟esercizio dei
     vari ruoli sociali

    Nell‟infanzia e nell‟adolescenza, in famiglia, a scuola e
     nel gruppo dei pari, maschi e femmine apprendono
     copioni di comportamento diversi.
    I ragazzi imparano a dare maggiore importanza al
     coraggio fisico, al rischio, all‟aggressività, alla violenza,
     le ragazze alla capacità di curare se stesse e gli altri.
b) La seconda ipotesi riguarda invece l‟integrazione
  sociale

 Varie  ricerche hanno mostrato che sia in famiglia
  sia fra gli amici, le donne hanno una rete di
  relazioni più ampia e solida degli uomini

 Da Barbagli, Colombo e Savona, Sociologia della
  devianza, 2003.
    L‟infanticidio: le madri che uccidono
   LA SINDROME DI MEDEA


   L'infanticidio è sempre stato un‟accezione negativa del genere
    umano (e non solo, visto che si ritrova anche in molte specie
    animali), ma il suo significato e la sua valenza sono differenti a
    seconda delle diverse culture: ad esempio, per i gruppi di cacciatori-
    raccoglitori come i boscimani o gli aborigeni australiani, o ancora i
    gruppi artici, l'infanticidio diventa un mezzo per il controllo
    demografico.
   Le donne infatti non possono farsi carico di altri figli prima che
    quelli che hanno non siano stati svezzati; le cause che concorrono a
    determinare tutto ciò sono legate a fattori ambientali, alimentari e di
    energia domestica.
   Gli Yanomani dell'Amazzonia sopprimono il neonato se questo è
    deforme perché sarebbe un peso troppo esoso per la madre e la
    comunità o, in caso di parto gemellare, il bambino più debole viene
    sacrificato perché la madre non può allattarli entrambi.

    Andando ad analizzare le culture altre rispetto a quelle occidentali
    vediamo come l'infanticidio sia sì una pratica “diffusa” ma che trova
    una spiegazione ed anche un preciso significato nelle questioni
    riguardanti il gruppo cultuale e la sua sopravvivenza.

   Ad esempio, presso alcune comunità dell'India e dell'Africa, come
    riporta Levi-Brull nel suo lavoro “Anima Primitiva”, la
    soppressione di neonati non è omicidio perché il bambino appena
    nato non è considerato un “essere umano completo”, lo diventerà in
    seguito, e il suo status di adulto sarà scandito da una serie di riti di
    passaggio.
   Si possono fare anche esempi eccellenti della nostra storia, come gli
    antichi romani, che gettavano dalla Rupe Tarpea i figli deformi, per
    non parlare poi del diritto di vita e di morte che il pater familias
    aveva sui figli.

   In tempi più recenti, possiamo citare anche degli infanticidi
    istituzionalizzati, come quello in Cina che con la legge del 1979 -
    “Legge eugenetica e protezione della salute” - impone alle famiglie
    di non avere più di un figlio e maschio.

   Molte bambine non sono mai venute alla luce, molte non sono state
    registrate all'anagrafe, molte sono state abbandonate. Rimane il fatto
    che per gran parte di loro si è persa ogni traccia.
   Al di là di quest'ultimo, che rientra nel discorso più ampio del
    disconoscimento dei diritti elementari del bambino, quello che a noi
    interessa è capire come sia possibile che in una società come la
    nostra, fortemente sviluppata, tecnologizzata, cosmopolita, evoluta,
    ci siano sempre più spesso casi di infanticidio.

   I punti di osservazione sono ovviamente molteplici: situazioni di
    questo genere si sono sempre verificate, ma oggi se ne viene
    maggiormente a conoscenza e se ne parla di più.

   Ma   chi   sono   le   madri   che   uccidono   i   propri   figli   ?
   Spesso sono donne “normali”, dall'esistenza tranquilla che solo per
    una drammatica disattenzione procurano la morte dei piccoli.

   È il caso di donne che mentre allattano fanno cadere
    accidentalmente i bambini per terra, o quelle che stendendo i panni
    sul terrazzo, vedono precipitare dai piani più alti dei palazzi i
    piccoli, o ancora madri che mentre preparano la colazione lasciano i
    figli sul letto in cui troveranno la morte soffocati tra il materasso e
    la spalliera.

   La moderna psichiatria ci insegna che alcuni di questi drammi,
    “puramente casuali”, orrendi nella loro semplicità, altro non sono
    che strategie inconsce elaborate dalle donne.
    Ma la casistica è veramente ampia, sono i motivi più diversi quelli che portano al
     delitto:
a)   Ci sono donne passive e negligenti nel ruolo materno;
b)   Donne che uccidono per vendicarsi del proprio compagno (e ultimamente fatti di
     cronaca riportano di padri che uccidono figli per vendicarsi delle loro ex-mogli o ex-
     conviventi);
c)   Madri che uccidono i figli perché li ritengono colpevoli di tutte le loro frustrazioni,
     non ultimo il cambiamento nell'aspetto esteriore;
d)   Donne che riflettono sui figli le violenze che esse stesse hanno subito da bambine;
e)   Madri che uccidono figli non desiderati;
f)   Madri che negano la gravidanza e fecalizzano il neonato;
g)   Madri che spostano il desiderio di uccidere la loro madre cattiva ed uccidono il
     figlio cattivo;
h)   Madri che desiderano uccidersi e uccidono il figlio; madri che uccidono il figlio
     perché pensano di salvarlo o per non farlo soffrire;
i)   Madri che prodigano cura affettuose al figlio ma in realtà lo stanno subdolamente
     uccidendo, (questa è quella che viene definita “Sindrome di Munchhausen per
     procura”).
   Poi ci sono anche situazioni che concorrono a determinare il
    dramma ma che non sono la causa principale e sufficiente a
    provocare il delitto.

   Ricordiamo il sentimento inadeguato alla maternità, la presenza di
    psicopatologie acute, l'abuso di sostanze quale alcool e droghe e poi
    la presenza di situazioni emotive problematiche che si sviluppano
    all'interno di rapporti sociali e familiari multiproblematici.

   Proprio per questo, molto spesso, dopo il delitto, vengono chiamati
    in causa i Servizi Sociali. L'opinione pubblica si interroga sul
    motivo per cui donne “instabili” siano state lasciate libere di agire.
   Le cose sono sempre molto più complesse di quanto appaiano.

   Non è detto infatti che le donne che stanno maturando
    inconsciamente questi delitti siano in contatto con assistenti sociali
    o psicologi o psichiatri, o che abbiano coscienza di non “stare bene”
    o che qualche loro congiunto abbia idea “che non stiano bene”.

   Inoltre, per quanto un servizio sociale può seguire una persona che
    presenta disturbi della personalità, non può prevedere ciò che è
    delegato al libero arbitrio. Lo sprofondare nell'abisso può essere
    talmente repentino da non dare a nessuno il tempo di accorgersene,
    perché il tutto degenera in un istante.

   Accanto a questo, però, ci sono molti bambini che sono stati salvati
    perché prontamente tolti alle famiglie o perché “curati” i genitori.
   Quello che sappiamo per certo è che ogni qual volta maturano delitti
    di questo genere subito viene chiamata in causa l'infermità mentale,
    l'incapacità di intendere e di volere.

   Una madre che uccide il proprio figlio è sicuramente pazza. Questo
    perché noi culturalmente, nonostante la violenza che ci circonda,
    non siamo pronti ad ammettere che una madre può uccidere il figlio,
    un figlio a cui lei stessa ha dato la vita.

   Ma non sempre le cose stanno in questo modo, a volte si uccide
    avendo la piena coscienza di farlo. È questo il nodo che sono
    chiamati a sciogliere i professionisti della legge e della psiche, per
    destinare poi queste donne negli ospedali psichiatrici giudiziari o
    negli istituti penitenziari comuni.
   Spesso, per tentare di dare una spiegazione a delitti così efferati, si
    chiama in casa l'ambiente di riferimento, il microcosmo in cui si
    vivono le esistenze.
   È chiaro che già una situazione sociale e affettiva fortemente
    compromessa può concorrere a determinare soluzioni finali così
    drammatiche, ma non sempre gli infanticidi maturano in ambiti
    problematici, spesso i bambini vengono uccisi anche in famiglie
    “normali”, “per bene”, che all'apparenza non presentano alcun
    problema economico o affettivo.
   Le cause vanno dunque ricercate sì nel sociale ma anche
    nell'individuale, nella personalità dell'omicida, nella sua storia
    privata e nel suo progetto di vita.
   Da tutto questo si comprende come la gestione di casi di infanticidio
    o di figlicidio sia estremamente complessa anche perché si va ad
    immettere in un ambito culturale fortemente caratterizzato dal
    primato del concetto di famiglia, forse più che in altri paesi europei.
   La situazione appare particolarmente problematica proprio
    perché il “bau bau”, l'uomo cattivo, il demone ctonio, ce
    lo ritroviamo in casa, tra le pareti domestiche, con le mani
    sulla culla. (Lévy-Bruhl, “Anima Primitiva”; Héritier F.,
    “Sulla Violenza”, Meltemi 1996; Nivoli G., “Medea tra
    noi: le madri che uccidono il proprio figlio”, Carocci
                                2002).
 Il  “complesso (o sindrome) di Medea” e la
  “sindrome di Munchausen per procura” riguardano
  l'infanticidio e il figlicidio compiuti quasi
  esclusivamente da donne.

 Entrambi i comportamenti, se ripetuti nel tempo,
  possono dar luogo a casi di omicidio seriale.
   Il primo prende il nome dal mito greco di Medea, che
    uccise i suoi due figli per vendicarsi del tradimento subito
    dal coniuge, Giasone.

   Alcune donne, poste in una situazione di stress emotivo
    con il compagno, utilizzano i figli per scaricare la loro
    aggressività, arrivando addirittura ad ucciderli, allo scopo
    di far del male all'altro coniuge.

   La madre, in crisi psicotica, soffre di un delirio di
    onnipotenza materna e si autonomina giudice di vita e di
    morte, uccidendo il figlio per non farlo soffrire; in questo
    modo, si rimpossessa completamente dei figli,
    estromettendo il padre.
   Il secondo comportamento patologico deriva il suo nome dal barone
    di Munchausen, un personaggio letterario che intratteneva i suoi
    ospiti raccontando avventure impossibili.
   Il primo studioso ad usare questa espressione fu il dottor Asher, nel
    1951, utilizzandola per descrivere le persone che si rivolgono
    insistentemente e inutilmente a medici, lamentando continuamente
    dei disturbi che, in realtà, sono inesistenti, fino al punto di riportare
    conseguenze dannose a causa dei ripetuti accertamenti o addirittura
    dei numerosi interventi chirurgici.
   Nel 1977, il pediatra Roy Meadows è il primo ad utilizzare il
    termine “sindrome di Munchausen per procura”, descrivendo la
    situazione nella quale uno o entrambi i genitori inventano sintomi
    nei propri figli o addirittura procurano loro disturbi e poi li
    sottopongono ad una serie di esami ed interventi che raggiungono il
    risultato di danneggiarli.
 Meadows     analizzò personalmente diversi casi e, in
  ogni circostanza, era la madre a provocare i
  sintomi e la metà di loro possedeva capacità
  infermieristiche apprese in qualche corso. Gran
  parte delle madri aveva, in precedenza, sofferto a
  sua volta della “sindrome”.
 Meadows verificò anche che, in tutti i casi, il padre
  era l'elemento passivo della coppia e, spesso, era
  presente una notevole discrepanza, sia a livello
  intellettuale che sociale tra i coniugi, con la donna
  di livello più elevato.
 La   Sindrome di Munchausen è fra le patologie
  psichiatriche più complesse e assurde e spesso
  sfiora il franco comportamento criminale.
 Non solo soggetti che simulano dei sintomi fisici o
  se li provocano volontariamente sottoponendosi a
  interminabili trafile ospedaliere e diagnostiche e
  persino a interventi chirurgici multipli anche
  invasivi.
 E‟ un disturbo cronico fittizio con segni e sintomi
  fisici predominanti.
 Secondo   una ricerca condotta un decennio fa, più
  del 5 per cento dei contatti tra medico e paziente
  avverrebbero per sindrome di Munchausen, che è
  cosa diversa dall‟ipocondria configurandosi come
  un tentativo deliberato di ingannare il personale
  medico e paramedico.
 La patologia nasce quasi sempre dall‟esigenza del
  paziente di attrarre l‟attenzione su di sé, di essere
  oggetto di cura e premura da parte dei curanti e dei
  familiari e di “esistere”, agli occhi del proprio
  mondo relazionale, come "un eroe della malattia".
 Quando   i trattamenti a cui il paziente si sottopone
  sono invasivi o debilitanti è possibile rintracciare
  una componente masochistica e autolesionistica.
 Una variante particolarmente perniciosa della
  malattia si verifica quando il paziente determina la
  sintomatologia patologica in un'altra persona,
  spesso si tratta di madri nei confronti dei figli.In
  questo caso la sindrome prende il nome di
  Sindrome di Munchausen per procura o sindrome
  di Polle dal nome vero del figlio di Munchausen
  morto in tenera età in circostanze sospette.
   L'espressione "Sindrome di Munchausen per procura (MSbP)"
    fu usata per la prima volta nel 1977 sempre su Lancet dal
    pediatra inglese Roy Meadow, per descrivere appunto madri
    che simulavano o provocavano malattie nei figli allo scopo di
    attrarre su di sé l‟attenzione degli altri. Le modalità dell'abuso
    infantile erano e sono molteplici e fantasiose, talvolta mortali.

   Sono state descritte somministrazioni di lassativi per produrre
    diarree, pseudoinfezioni delle vie urinarie da introduzione di
    pus nelle urine, pseudoglicosurie o anche ipoglicemie da
    iniezione di insulina, ipernatriemie da apporto abnorme di sale,
    avvelenamenti farmacologici.
 Il tasso di mortalità è alto: dal 9 al 22 %. In un
  caso, un bambino è stato portato 250 volte dal
  pediatra.
 Le conseguenza sono gravi: residua un deficit di
  concentrazione,      problemi       comportamentali,
  tendenza al furto, enuresi notturna ed incubi
  notturni.
 E' tipica delle madri con padri passivi, deboli,
  negligenti, emotivamente assenti. Il motivo
  scatenante non è da ricercare necessariamente nella
  patologia: le donne possono essere state a loro
  volta vittime di abuso o incuria ( 70% ), possono
  avere una identità fragile o incerta.
 L'omicidio seriale di bambini, a sua volta, si divide in due
  categorie: l'omicidio seriale motivato da pedofilia e
  l'infanticidio seriale.
 I bambini sono delle vittime ideali in quanto non hanno la
  capacità di controllare l'ambiente che li circonda e sono
  facilmente influenzabili e manipolabili da un adulto.
 Il serial killer che vuole adescare un bambino si presenta
  con un aspetto rassicurante e a volte può farsi vedere
  vestito da poliziotto o da prete o comunque sfruttare una
  delle tante figure per le quali viene insegnato ad avere
  rispetto.
 Per  quanto riguarda l'omicidio seriale motivato da
  pedofilia, l'assassino è sempre un soggetto che
  rimane fissato ad una sessualità immatura. Il
  bambino è, infatti, un partner meno impegnativo
  dell'adulto, perché può opporre una resistenza
  molto modesta.
 Spesso l'omicidio è preceduto da molestie sessuali
  o da veri e propri atti di violenza, mentre
  l'uccisione può avere la funzione di eliminare un
  possibile testimone.
 In   alcuni paesi, sono le stesse condizioni
  ambientali ed economiche a favorire la scelta dei
  bambini come vittime da parte degli assassini.
 Nei paesi più poveri, il mercato per pedofili e
  trafficanti di minori è particolarmente florido,
  perché migliaia di fanciulli abbandonati o fuggiti
  da orfanotrofi vagabondano nelle strade delle
  grandi città e possono essere facilmente adescati.
 Per  infanticidio seriale, invece, si intende
  l'uccisione di bambini con i quali l'assassino
  non ha un legame di sangue diretto.
 In questa tipologia rientrano tutti i casi di
  infermiera e baby-sitter che uccidono
  bambini e neonati a loro affidati.
 Si parla, invece, di figlicidio seriale quando
  sono i genitori stessi (prevalentemente la
  madre) a uccidere in serie i propri figli.
   L'infanticidio seriale avviene soprattutto negli ospedali,
    rientra nella categoria dell'omicidio seriale per il controllo
    del potere e vede coinvolto personale sanitario affetto da
    “sindrome di Munchausen per procura”.

   Il figlicidio seriale può, invece, essere provocato da una
    psicosi “puerperale”. Sandford e Hines (35) la descrivono
    come una condizione che, normalmente, dura solo poche
    settimane dopo il parto; per alcune madri il disturbo è più
    grave e può durare più a lungo, facendo entrare in uno
    stato depressivo o provocando un grave disturbo d'ansia.

   A questo punto, le fantasie di uccidere i propri figli
    possono insinuarsi nella mente della donna.
 Nelle madri che uccidono vi è l'attivazione di un
  meccanismo di negazione di gravidanza.
 Queste influenzano anche i segni fisici della gestazione: vi
  è un minimo aumento ponderale e del volume
  dell‟addome; vi sono perdite ematiche simili al ciclo. Le
  giovani donne talvolta giustificano atteggiamenti strani
  con lo stress da studio.
 Si è verificato un figlicidio di una giovane che era
  convinta che solo con il matrimonio si generano i figli.
  Nei figlicidi si attuano sentimenti di estraneità, possesso,
  ostilità.
   Una teoria socio biologica afferma che con l‟uccisione del figlio,
    la madre si prepara ad una futura gravidanza in condizioni
    migliori.
   Può essere frutto di un atto impulsivo di donne maltrattate; vi può
    altresì essere un atteggiamento omissivo o negligente,
    deprivazione e trascuratezza, eccesso di disciplina, conflittualità
    nei confronti, ad esempio di un figlio tossicodipendente,
    uccisione di figli non voluti o frutto di violenza (motivi di
    convenienza ed onore), motivi ideologici , mancata
    identificazione (non ha avuto un adeguato insegnamento su come
    si deve fare la madre).
   Può essere talvolta frutto di presenza di una patologia come la
    depressione post partum, il suicidio allargato, il figlicidio
    altruistico (come durante la guerra in Bosnia, la madre uccide per
    evitare al figlio torture, in caso di malattie terminali o omicidio
    pietatis causa, omicidio compassionevole o pseudo
    compassionevole ).
          Cosa dicono gli “esperti”?
 Cito alcuni stralci da un'intervista del 3 giugno 2005 di
  Marina Corradi al noto psichiatra Vittorino Andreoli,
  pubblicata su Avvenire.
 [...] L'aumento degli infanticidi - risponde Andreoli - è un
  dato reale: nel decennio 1993-2003 in Italia sono cresciuti
  del 41% rispetto al decennio precedente, all'interno del
  numero complessivo degli omicidi che è invece rimasto
  sostanzialmente invariato.
 Un aumento impressionante.
 [...] Lombroso affermava, in generale, che se un individuo
  fino a quel momento sano un giorno uccide significa che
  quell'uomo è mentalmente degenerato.
 Circa l'infanticidio, il “corollario” lombrosiano era che
  una donna che uccide il figlio non è più madre, è un “lusus
  naturae”, uno scherzo maligno della natura.
 Noi dunque siamo da questa eredità lombrosiana
  condizionati per cui, quando una madre uccide, si pensa
  che certamente debba avere “qualcosa di storto”, che la
  sua mente l'abbia tradita. [...]
 Ciò che sta accadendo è che la biologia, ciò che finora
  abbiamo chiamato “legge di natura”, sembra come
  sopraffatta da una cultura dominante.
 Un  aumento del 41% degli infanticidi in 10 anni -
  in molti casi compiuti lucidamente - mi fa pensare
  a una cultura che con i suoi modelli riesce a
  stravolgere quella che chiamavamo legge di natura.
 Se è così, costituisce il segnale di qualcosa di
  drammatico. Secondo me, infatti, siamo in un
  momento storico drammatico.
 Nell'evidente inarrestabile declino di una civiltà
  ingolfata nei suoi insostenibili consumi. Occorre
  un nuovo umanesimo - laico, cristiano, o laico e
  cristiano, insomma occorre ritrovare un senso.
   Perché quando accade che vengano uccisi dei bambini - i
    bambini sono di tutti, non dei loro genitori - si produce,
    assurdamente, un dolore devastante e becero, insensato; e
    il segno, insieme, che si è perso senso e voglia di vivere.
    Che      si    comincia      a     perdere    l'essenziale.

    E se la biologia non spiegasse abbastanza?
   E se non esistesse l‟istinto materno?
   E se il senso di inadeguatezza rispetto alla maternità
    costruita come ideale non fosse abbastanza tenuto in
    considerazione?
 Su    questo argomento, ha scritto un commento
  anche il filosofo Umberto Galimberti, apparso su
  Repubblica.it del 27 maggio 2005 con il titolo
  “Nella testa di una madre che uccide suo figlio”.
 [...] [...] anche a Lecco, come a Cogne, la famiglia,
  e in un primo tempo anche i vicini di casa, si
  schierano a difesa della madre, perché è difficile
  ammettere che il terribile possa accadere tra noi,
  quando nessun segno lo lascia presagire.
 Ma   è proprio così? O la disattenzione che
 riserviamo a chi vive con noi o accanto a noi porta
 a non accorgerci di quanto avviene nel chiuso della
 nostra anima, che non si fida neppure della
 comunicazione, perché teme che le sue parole
 possano non essere raccolte o addirittura svilite. E
 quando la comunicazione collassa, quando la
 parola si sente vana, non resta che il gesto, per
 chiudere il discorso con una disperazione da cui
 non si sa come uscire.
 Qui  gli psichiatri parlano di "depressione post
 partum". Vero. Ma questa diagnosi rivela solo un
 sintomo non di una malattia, ma della condizione
 della maternità, di ogni maternità, dove l'amore per
 il figlio non è mai disgiunto dall'odio per il figlio,
 perché il figlio, ogni figlio, vive e si nutre del
 sacrificio della madre: sacrificio del suo corpo, del
 suo tempo, del suo spazio, del suo sonno, delle sue
 relazioni, del suo lavoro, della sua carriera, dei
 suoi affetti e anche amori, altri dall'amore per il
 figlio.
 [...] Accettare la realtà quando questa è troppo
  distante dal proprio desiderio è per chiunque di noi
  il lavoro che ci affatica ogni giorno. Quando questa
  fatica supera oggettivamente o soggettivamente i
  nostri limiti, si affaccia come via di uscita il più
  terribile degli eventi: l'evento della morte.
 [...] I familiari fanno cerchio perché Cogne insegna. I
  membri della famiglia e i vicini di casa hanno una capacità
  sorprendente di ignorare o fingere di ignorare che cosa
  accade davanti ai loro occhi, come spesso succede con gli
  abusi sessuali, la violenza, l'alcolismo, la follia o la
  semplice infelicità.
 Esiste un livello sotterraneo dove tutti sanno quello che sta
  succedendo, ma in superficie si mantiene un
  atteggiamento di assoluta normalità, quasi una regola di
  gruppo che impegna tutti a negare ciò che esiste e si
  percepisce.
 Siamo al diniego che è il primo adattamento della famiglia
  alla devastazione causata da un membro, sia esso alcolista,
  o drogato, o pedofilo, o violento, o folle, o infanticida. La
  sua presenza deve essere negata, ignorata, sfuggita o
  spiegata come qualcos'altro, altrimenti si rischia di tradire
  la famiglia.
 Qui scatta quella che potremmo definire la "morale della
  vicinanza", che è quanto di più pernicioso ci sia per la
  coscienza privata, e a maggior ragione per quella pubblica.
  Infatti, la morale della vicinanza tende a difendere il
  gruppo (familiare, comunitario) e a ignorare tutto il resto.
E  così finisce col sostituire alla responsabilità, alla
 sensibilità morale, alla compassione, al senso
 civico, al coraggio, all'altruismo, al sentimento
 della comunità, l'indifferenza, l'ottundimento
 emotivo, la desensibilizzazione, la freddezza,
 l'alienazione, l'apatia, l'anomia e alla fine la
 solitudine di tutti nella vita della città.
E  così finisce col sostituire alla responsabilità, alla
 sensibilità morale, alla compassione, al senso
 civico, al coraggio, all'altruismo, al sentimento
 della comunità, l'indifferenza, l'ottundimento
 emotivo, la desensibilizzazione, la freddezza,
 l'alienazione, l'apatia, l'anomia e alla fine la
 solitudine di tutti nella vita della città.
 “Istinto Materno”.
 Una madre ama suo figlio più di se stessa.
 Ecco alcune frasi tipo che si usano parlando di
  maternità. Eppure, c‟è un dato, assolutamente
  inquietante, che ci riguarda: le madri assassine sono
  aumentate del 41% negli ultimi dieci anni.
                           Perché?
  I giornali sempre più spesso riportano notizie di
  infanticidi.
 Molti sono i casi ancora aperti, ma un dato è innegabile:
  ogni anno, in Italia, 30 mamme uccidono il
  proprio figlio.
 E‟ possibile valutare il disagio della donna in
 questi momenti, le dissonanze che incontra tra il
 suo disagio interiore e l‟accettazione sociale?
               Cronache Assassine
 Un aspetto caratteristico del nostro mondo iper-
  tecnologico e mass-mediatico, è la spettacolarizzazione di
  queste tragedie familiari, dovuta all'invadenza del
  giornalismo televisivo “assassino”.
 Scrive in proposito la D.ssa Stanzani: “i mezzi di
  comunicazione di massa non solo fanno cronaca per
  informare, ma sempre più spesso descrivono gli
  avvenimenti con dovizia di particolari agghiaccianti e
  incuranti della legge sulla tutela della privacy, per vendere
  di più il prodotto: semplicemente si fa mercato del dolore
  umano.
 Si specula per mero guadagno sulla sofferenza, come se
  fosse una finzione, come se i personaggi del dramma
  fossero semplici attori che recitano una parte. E per una
  sorta di gioco perverso, questo a volte accade per davvero.
 L'interesse ossessivo del pubblico non lascia spazio,
  spesso, al rispetto che si deve davanti al dramma, ma cerca
  di sapere sempre di più, scavando nella vita privata dei
  protagonisti e nel piccolo mondo in cui le azioni tragiche
  hanno avuto luogo.
 La notizia prima di tutto, che fa di un avvenimento
  doloroso e strettamente personale un fatto pubblico, per un
  pubblico sempre più bramoso e affamato, che spesso
  giudica        sulla       base      di       a-conoscenze”.
 Ciò che emerge come quadro complessivo è una società
  disintegrata, in profonda crisi, in cui le istituzioni sociali
  tradizionali - la famiglia, la comunità di appartenenza, la
  chiesa - hanno perduto la loro forza rassicurante, la
  capacità di dare un senso alle azioni quotidiane e ai
  sacrifici di una madre.
 In cui il destino individuale e collettivo è percepito come
  nebuloso; in cui non si cpisce più quale è il proprio posto
  nel mondo né se si ha veramente un posto; e se non si ha
  un ruolo, non c'è neppure una strada tracciata da seguire.
 Di fronte al crollo dei valori tradizionali, le “serial
 mums” dei nostri giorni urlano tramite
 l'infanticidio tutto il loro desiderio di essere
 liberate dal peso di una maternità che è ormai
 diventata un fardello insopportabile, perché le
 costringe a comportarsi come se tutto avesse
 ancora senso, in un mondo dominato da una
 angosciante          mancanza          di        senso.
 In   questo quadro apocalittico, i mass-media
  assassini, invece di dare spazio alla riflessione e
  alla critica, preferiscono esaltare il senso di
  disgregazione e dissoluzione con un quotidiano
  teatro delle crudeltà che incide profondamente
  sulla psiche e sull'inconscio collettivi.
 “Siamo ciò che vediamo”. Ciò che vediamo incide
  su ciò che desideriamo, e ciò che desideriamo ci
  rende animali folli. E, sempre più spesso, dei serial
  killer.
               Donne serial killer
 La maggiore presenza di assassini seriali si registra nei
  paesi industrializzati. Gli Stati Uniti ne detengono il
  primato: da soli accolgono il 60% della casistica.
 Assai attaccati nell'ordine seguono la Gran Bretagna e
  l'Italia.
 I serial Killer sono nel 90% dei casi di sesso maschile ma
  a partire dagli anni Settanta, molti studi evidenziano come
  il movimento di liberazione della donna abbia permesso
  una maggiore possibilità d‟espressione anche nel campo
  delle condotte criminali
 Secondo   le statistiche, negli Usa, il genere
 femminile è responsabile del 15% dei crimini
 violenti e del 28 % dei delitti contro la proprietà.
 Dal 1970 i reati commessi da donne sono
 aumentati del 138%, mentre per gli uomini
 l„aumento è stato del 57%.

 La donna serial killer è un fenomeno tipicamente
 statunitense
 Le  serial killer donna sono molto poche (5 – 18%);
  inoltre in questo caso non attuano crimini sadici,
  per la ricerca di potere, a sfondo sessuale.
 Tipico è l‟avvelenamento in famiglia.
 La classificazione di Kelleher è senza dubbio la
  più completa nel descrivere l'omicidio seriale
  femminile: l'autore in questione ha analizzato
  cinquanta assassine seriali e ha riscontrato che le
  tipologie più frequenti sono la "vedova nera" e
  l'assassina in gruppo.
 Le categorie in base alle quali Kelleher ha suddiviso la
  donna serial killer sono le seguenti: la vedova nera: si
  tratta di una donna che uccide sistematicamente i mariti,
  gli amanti o altri membri della famiglia.
 Può uccidere anche vittime al di fuori dell'ambito
  familiare.
 È la più attenta e metodica delle assassine e i motivi degli
  omicidi possono essere diversi, ma, spesso, c'è un
  interesse economico.
 La "vedova nera" tipica inizia ad uccidere in età matura, è
  molto       intelligente,   manipolativa,     estremamente
  organizzata e paziente. Gli omicidi sono, di solito,
  perpetrati in un periodo di tempo molto lungo ed è
  difficile che venga sospettata;
   L'angelo della morte: è una donna che uccide sistematicamente le
    persone che sono affidate alle sue cure o delle quali, comunque, si
    deve occupare per qualche motivo.
   Le motivazione di questi omicidi sono diverse, ma la spinta
    principale sembra essere il suo Io onnipotente e il suo bisogno di
    dominio. È ossessionata dal bisogno di controllare le vite delle
    persone di cui si occupa.
   "L'angelo della morte" uccide sovente negli ospedali e nelle case di
    cura, attaccando i pazienti di cui si occupa, i deboli e gli indifesi.
    Purtroppo, ci si accorge dell'esistenza di una serie omicidiaria di
    questo tipo solo dopo moltissimi omicidi, anche perché le
    amministrazioni ospedaliere non pensano che ci possa essere un
    serial killer all'interno delle loro strutture.
   Se l'assassina si sposta da un ospedale all'altro, diventa quasi
    impossibile identificare lo schema omicida o focalizzare l'attenzione
    su un determinato sospetto, dato che, di solito, si tratta di una
    persona stimata dai superiori, dai colleghi e dalle potenziali vittime;
 La   predatrice sessuale: è il tipo più raro di
  assassina seriale, agisce da sola e sceglie le proprie
  vittime in base al sesso. Il movente principale di
  questi delitti è quindi di natura sessuale.
 Probabilmente, col passare degli anni, questa
  tipologia di assassine seriali è destinata ad
  aumentare e ci sarà un progressivo avvicinamento
  delle modalità femminili a quelle maschili,
  fenomeno che, in qualche misura, è già avviato;
 La vendicatrice: uccide sistematicamente le vittime per
  motivi di gelosia o di vendetta. Di solito uccide i membri
  della sua stessa famiglia ed è motivata da un incontenibile
  senso di rifiuto e di abbandono.
 L'omicidio seriale per vendetta è piuttosto raro nelle
  donne, ma anche in generale, perché, la condotta
  vendicativa, solitamente, viene esercitata senza misura e in
  un unico episodio.
 Per fare in modo che la vendetta sia il motore di una serie
  omicidiaria, l'intensità emozionale della compulsione
  dev'essere preservata attraverso i vari periodi di intervallo
  emotivo tra un omicidio e l'altro.
 L'assassina in gruppo: uccide con altre donne o con
  uomini e i suoi omicidi, in genere, sono i più
  brutali e di natura sessuale, anche se i motivi
  possono essere diversi ed è anche possibile che la
  donna non uccida personalmente, ma abbia un
  ruolo accessorio che, però, non diminuisce la sua
  responsabilità;
 L'assassina  psicotica: soffre di una psicosi ed
  uccide in risposta ad un delirio interiore
  accompagnato da allucinazioni. Gli omicidi sono
  commessi in modo casuale, senza movente chiaro
  ed in presenza di effettivi disturbi psicologici
  nell'assassina.
 La condizione psicologica dell'assassino seriale
  deve essere, quindi, di tipo profondamente
  patologico e, almeno in qualche misura, gestibile,
  per evitare che interferisca con la pianificazione
  degli omicidi ;
 L'assassina  per profitto: uccide sistematicamente le
  vittime durante la commissione di altre attività
  criminali oppure per un guadagno economico,
  agisce da sola e non è assimilabile alla "vedova
  nera".
 Le due caratteristiche che la differenziano da
  questa sono: deve chiaramente uccidere per un
  guadagno economico, deve concentrare l'energia
  distruttiva su vittime estranee alla sua famiglia.È
  un'omicida molto organizzata, piena di risorse e
  difficile da catturare
      Donne e criminalità organizzata
          Il protagonismo femminile nelle
          organizzazioni criminali mafiose
 In questi anni si è dibattuto molto sul ruolo delle donne
  nelle organizzazioni criminali di stampo mafioso .

   Per un lungo periodo l‟opinione corrente, il giudizio di
    molti esperti, ma anche le valutazioni di magistrati e
    giudici e, infine, le testimonianze degli stessi uomini di
    mafia si erano assestati sull‟idea che le donne di tali
    ambienti avessero soltanto un ruolo passivo di madri e
    mogli sostanzialmente all‟oscuro degli atti criminali
    perpetrati dai loro uomini.
 Queste   donne dell‟ombra apparivano a tutti
  gli effetti esseri familiari, inseriti in contesti
  di tipo tradizionale e premoderno e
  subordinate ai dettami di un mondo
  patriarcale non molto diverso, per quanto
  riguardava il contesto privato e familiare, dal
  resto del mondo “tradizionale”, vale a dire
  quello contadino in via di urbanizzazione.
 Donne arretrate e passive.
 Gli sviluppi recenti a partire degli anni ‟90,
 legati in gran parte alle testimonianze dei
 collaboratori di giustizia (e di poche
 collaboratrici) e alle rotture dei precedenti
 equilibri familiari e organizzativi, hanno fatto
 emergere      infine     un‟immagine       assai
 differente,     articolata     e     fortemente
 contrastante con l‟icona precedente.
 Appare  utile indagare il rapporto tra le donne e le
  varie forme di criminalità organizzata di stampo
  mafioso a più livelli: da una parte, all‟interno del
  contesto generale del dibattito sul rapporto tra
  donne e criminalità, dall‟altra in relazione, di volta
  in volta, alla storia e le specificità locali delle
  organizzazioni criminali.
 Una particolare attenzione deve essere rivolta alla
  questione del rapporto tra donne, devianza
  criminale e violenza.
 Occorre partire da un dato di fondo: in Italia – e in
  tutti i paesi industrializzati paragonabili – il tasso di
  criminalità femminile, in rapporto a quello maschile, è
  basso, ed è particolarmente basso per quanto riguarda
  i delitti violenti.
 Per questi ultimi, in Italia, le percentuali sono
  pressoché costanti nei decenni (tra 6% e 8%), mentre
  per i reati contro il patrimonio, furti ecc. la tendenza è
  all‟aumento(tra 10% e 18%).
 In Italia la popolazione carceraria femminile è
  ugualmente bassa con cifre che, negli ultimi
  cinquant‟anni, oscillano tra il 5% e il 7% della
  popolazione        carceraria   nel    suo     complesso.
 La  palese differenza nelle condotte devianti tra
 donne e uomini che si cela dietro tali dati è stata
 interpretata, grosso modo, a partire da due assunti
                         diversi:
 a) L‟ipotesi emancipativa. Secondo questo modo di
 vedere la minore attività criminale femminile
 sarebbe      da     attribuire   alla   sostanziale
 subordinazione delle donne in contesti patriarcali e
 all‟arretratezza delle loro condizioni di vita,
 soprattutto per quanto riguarda la loro presenza
 nella sfera pubblica.
 Negli   anni ‟70 si avanzava l‟ipotesi che – con i
  processi       complessivi       dell‟emancipazione
  femminile – il divario quantitativo tra atti criminali
  commessi da uomini e da donne si sarebbe presto
  attenuato, avendo ora anche le donne, in modo
  crescente, opportunità di intraprendere carriere sia
  legittime che illegittime.
 Questa ipotesi, tuttavia, non ha trovato conferme,
  anche se ha dato luogo a riflessioni e dibattiti sulla
  natura e le cause della partecipazione femminile
  alla criminalità.
Come nota una sociologa italiana: “Dagli anni ‟70 in
 poi non sono cresciuti i tassi di arresti, denunce,
 condanne di donne per reati violenti e non sono
 aumentati, anzi in alcuni casi sono diminuiti, almeno
 in Italia, anche i tassi relativi a reati di tipo
 acquisitivo, fatta eccezione per i furti nei grandi
 magazzini e i borseggi” R.Siebert.
 L‟assunto di fondo di questa prima ipotesi,
 “emancipativa”, è che la criminalità femminile vada
 spiegata nello stesso modo di quella maschile. Ciò
 significa che non venga tenuto conto delle differenze
 di genere che producono sentimenti, emozioni,
 atteggiamenti,       e       condotte       differenti.
 b) L‟ipotesi di genere. Questo approccio tende ad
  analizzare le condotte devianti femminili, in primo luogo,
  come condotte “di per sé”, vale a dire a partire da
  un‟analisi del femminile come costruzione sociale – in
  relazione a, ma anche indipendente da ciò che è la
  costruzione sociale del maschile.
 Sotto questo profilo la criminalità femminile non è da
  considerare una sottospecie di una criminalità generale
  “normale” che, nei fatti, viene rappresentata a partire dalle
  nostre osservazioni della criminalità maschile (quella che
  maggiormente è visibile), ma un modo di essere e di agire
  che deriva dalla storia, dai processi psico-sociali di lunga
  durata e dai processi di socializzazione delle donne.
 Tali   processi hanno una loro specificità ed
  originalità che rischia di non essere neanche
  indagata se il metro di percezione e di valutazione
  di ciò che sentono, pensano, fanno e non fanno le
  donne rimane la condotta maschile.
 La socializzazione alla femminilità comporta
  l‟evitazione dei rischi e l‟interiorizzazione di
  vulnerabilità e debolezze della propria identità
  sessuata che induce a comportamenti devianti
  particolari.
 Nei   contesti familiari le ragazze sono
  sottoposte ad un controllo sociale primario
  più forte dei maschi e si abituano ad avere
  minori libertà. Tendono maggiormente a
  sublimare anziché ad agire in modo diretto.
 La violenza simbolica che ha condizionato
  per secoli la socializzazione alla differenza
  dei sessi, si perpetua anche al di là della
  volontà degli individui.
 Scrive Pierre Bourdieu: “Le passioni dell‟habitus
 dominato (dal punto di vista del genere, dell‟etnia,
 della cultura o della lingua), rapporto sociale
 somatizzato, legge sociale convertita in legge
 incorporata, non sono di quelle che si possono
 sospendere con un semplice sforzo della volontà,
 fondato su una presa di coscienza liberatoria. Se è
 del tutto illusorio credere che la violenza simbolica
 possa essere vinta con le sole armi della coscienza
 e della volontà, ciò dipende dal fatto che gli effetti
 e le condizioni della sua efficacia sono
 durevolmente iscritti nella zona più profonda del
 corpo sotto forma di disposizioni” .
 A questo si aggiunge che molta devianza femminile si
  esprime e viene interpretata e repressa come patologia di
  tipo psicologico e psichiatrico.
 Le donne, più degli uomini, vengono psichiatrizzate.
 “Possiamo dire che se la devianza di tipo criminale delle
  donne è molto minore di quella degli uomini, è anche
  perché, paradossalmente, molti più comportamenti e
  atteggiamenti sono vietati alle donne rispetto agli uomini:
  in altre parole, l‟ambito della devianza femminile è
  potenzialmente molto più vasto, sebbene interpretato
  diversamente, di quello maschile […]
 Ossia,  la devianza femminile […] è più spesso
  psichiatrizzata di quanto non sia criminalizzata” .
  Quest‟ultima affermazione rimanda alla storia
  lunga della differenziazione penale, sul piano
  pratico come su quello teorico, tra donne e uomini.
 L‟imputabilità femminile, per secoli, era attenuata
  o impedita con riferimento all‟antico principio
  della infirmitas sexus (o anche della imbecillitas
  sexus, oppure della fragilitas sexus), mutuato dalla
  tradizione del diritto romano.
 “Forse  è possibile interpretare le ambivalenze che
  si registrano quando una collettività deve
  infliggere una pena ad una donna proprio in questa
  chiave: le donne fanno parte della comunità in
  modo ambiguo, e certamente non con la stessa
  pienezza dei maschi; a volte sono inglobate in
  essa, a volte ne sono escluse.
 La loro sfera di appartenenza è partecipe della
  comunità, ma solo in quanto legata in modo
  fondamentale e subalterno alla famiglia. Esse
  incarnano insieme l‟inferiorità sociale, e una
  sublime vicinanza al sacro in quanto portatrici di
  vita.
 Sono   quindi intoccabili pubblicamente,
 perché insieme sacre e inferiori. Si preferisce
 perciò delegare il loro controllo alla famiglia,
 unica entità sovrana cui le lega un vero patto.
 Quando, per qualche ragione, questo
 controllo viene meno o chi lo esercita
 preferisce delegarlo al potere pubblico, si
 manifestano i meccanismi ambigui della
 punizione sotto il segno della politica
 dell‟<attenuazione        simbolica>”          .
 Devianza   e criminalità femminile, quindi,
 costruite e definite tra inclusione ed
 esclusione, tra sfera pubblica e sfera privata
 familiare; forme di devianza e di criminalità
 che, in parte, ancora attendono di essere dette
 dalle protagoniste stesse di tali atti, e,
 comunque, di essere analizzate.
              a. Donne e Violenza
 Ricerche ed analisi circa il ruolo delle donne in ambito
  mafioso ci rimandano necessariamente alla questione
  cruciale della violenza e delle forme specifiche in cui tale
  violenza viene espressa, agita, messa in scena dalle donne.
  Il rapporto con la violenza agita – sia per gli uomini che
  per le donne – non è mai disgiunto dalla violenza subita
  nel corso della propria vita.
 Ma tale rapporto non è lineare; è invece molto
  controverso, contraddittorio, con esiti a volte perversi.
 Sappiamo dai racconti dei “pentiti” di mafia che una
  freddezza nell‟uccidere, un congelamento dei sentimenti e
  delle emozioni e una sostanziale assenza di sensi di colpa
  fanno parte della normalità mafiosa e che col cambio di
  vita – da mafioso inserito nell‟universo consensuale di tale
  ambiente a collaboratore di giustizia – questo
  „incantesimo‟ si scioglie di colpo: conosciamo storie di ex
  uomini d‟onore, spietati killer nel passato, che si possono
  sentire oggi in ansia per l‟eventuale irruzione di un ladro
  in casa .
 In questi casi la violenza, non più moralizzata e legittimata
  come attività strutturante dell‟attività mafiosa, riassume di
  colpo tutto il suo spaventoso potere sull‟individuo.
   A differenza degli uomini, le donne sono portatrici di una
    inconsapevole memoria storica dell‟intrinseca vulnerabilità del
    proprio corpo: un‟esperienza metastorica iscritta nella qualità
    riproduttiva del corpo femminile, che convive e si sovrappone
    al modo individuale di rapportarsi alla violenza.
   A questo spesso si aggiunge l‟esperienza biografica di molestie
    e violenze, anche di tipo sessuale. Enzo Ciconte ha ricostruito
    vari episodi di violenza sessuale perpetrata da „ndranghetisti .
   Memoria storica e memoria biografica situano quindi i soggetti
    femminili in modo specifico nel contesto criminale violento,
    un contesto che richiede grande freddezza e indifferenza nella
    manipolazione della violenza e della morte perché ciò fa parte
    di un‟attività professionale strutturata.
 Qui ci troviamo di fronte ad un ulteriore tassello nella
  difficile spiegazione della minore “capacità criminale
  violenta” delle donne.
 Abbiamo casi di dissociazione e di collaborazione da parte
  di donne che in questo modo si sono liberate da un
  rapporto violento: tali storie non rappresentano,
  innanzitutto, una ribellione alla violenza criminale
  sperimentata nel proprio ambiente di mafia, ma è stata la
  violenza subita sul proprio corpo a far scattare la molla. In
  questi casi la violenza che raggiunge e tocca l‟intimo ha
  fatto da detonatore per mettere in crisi e per distruggere
  quell‟altra violenza congelata, senza anima, che agisce da
  fondamento       e    collante    del    potere     mafioso.
 Diamo per scontato che la polarizzazione tra uomini
  aggressivi e dediti alla violenza e alla guerra, da una parte,
  e donne pacifiche, riproduttrici della vita, dall‟altra, sia da
  mettere da parte come stereotipo o, nel migliore dei casi,
  come rappresentazione sociale appartenente al passato.
 Tuttavia, le differenze esistono e andrebbero studiate
  attentamente. In anni recenti si sono sviluppati studi
  storici sulla partecipazione delle donne nella violenza
  nazista e in contesti di tipo totalitario, dai quali emerge
  che una sostanziale subordinazione femminile ad un
  contesto di potere con forti connotazioni maschili e
  maschiliste non impedisce alle donne di essere attive e di
  agire, anche loro, in modo violento.
 Si può essere carnefici in alcune situazioni, pur essendo
  vittime in altre.
 Un gran numero di donne era al corrente e in parte
  complice delle attività dei loro mariti, fratelli e amanti, ad
  esempio nelle SS.
 Un altro filone di ricerche approfondisce il rapporto tra
  donne e guerra, donne e violenza sanguinaria. Anche in
  tali contesti di ricerca si sottolinea che le donne sono
  capaci di atti di crudele violenza, ma che - non essendo
  considerate soggetti a pieno titolo – le loro azioni
  appaiono caotiche e occasionali: “La violenza maschile
  poteva essere moralizzata come attività strutturata – la
  guerra – e, in tal modo spersonalizzata e idealizzata. La
  violenza femminile, invece, non portava a nulla di buono.
  Era troppo personalizzata e vendicativa […]
 L‟azione    collettiva maschile può essere
 moralizzata, può avere luogo all‟interno dei confini
 legittimati della cultura. Al di fuori di un orizzonte
 fuso con la storia della guerra/politica, la violenza
 femminile si frantuma in rivolte, rivoluzioni o
 anarchia; quando le cose sfuggono al controllo.
 Quando le donne trasgrediscono, de-realizzandosi
 come soggetti pacifici e pacificati, le opzioni sono
 limitate [….] Storicamente gli uomini che
 superano i limiti in fatto di violenza hanno avuto di
 fronte a sé delle opzioni più ampie”
   In un recente studio sulla storia dell‟uccidere, del face-to-
    face killing, nel ventesimo secolo, Joanna Bourke sostiene
    che nella sostanza non ci sia differenza nel piacere di
    uccidere tra donne e uomini, solo che le donne, fino
    adesso, sono state impedite nell‟esercizio concreto delle
    attività violente belliche: “Le donne non conficcavano le
    baionette nella carne viva ma immaginavano di farlo” .
    Tuttavia, il fatto di desiderare di esercitare violenza e,
    contemporaneamente, di esserne materialmente impedite
    (come rintracciato negli esempi analizzati dall‟autrice: le
    due guerre mondiali e la guerra del Vietnam), porta a
    forme violente di compensazione.
   “Invece di essere l‟“altro” in guerra (come sostengono
    certi storici), le donne hanno fatto parte integrante dei
    massacri e della mitologia che li circonda […]. Il piacere
    della violenza era condiviso dalle donne ma, siccome era
    loro negata l‟esperienza del combattimento e quindi la sua
    rappresentazione realistica e letteraria, esse reagirono
    offrendo e sacrificando i corpi dei loro figli, fidanzati e
    mariti sui campi di battaglia. Grazie a tale violenza, esse si
    sono guadagnate il diritto al dolore” . Non è difficile
    scorgere in questa analisi un quadro problematico che ci
    rimanda, ad esempio, al ruolo delle donne di mafia nella
    pedagogia della vendetta.
   Le analisi più compiute si riferiscono quindi all‟esperienza
    della violenza femminile in riferimento alle guerre, ma
    forse da qui possono derivare stimoli interessanti per
    analizzare il ruolo delle donne nel contesto di quella
    particolare forma di “guerra civile” che può assumere lo
    scontro tra democrazia e mafia in determinati contesti.
    Possiamo avanzare l‟ipotesi che le donne di mafia, proprio
    perché, da una parte, abituate alla violenza nelle relazioni
    fra gli affiliati e fra loro e il mondo circostante ma,
    dall‟altra, anche perché subordinate e costrette ad
    esprimere alcune forme e non altre di tale violenza,
    rappresentino un vero e proprio capitale sociale per le
    organizzazioni criminali nell‟esercizio della “signoria
    territoriale”.
   Anticamente dominate e sottomesse, le donne hanno
    sviluppato un rapporto ambivalente e dipendente con il potere
    e con la violenza; un rapporto ambivalente anche con la
    condizione di vittima. In modo quasi perverso il potere, di cui,
    tuttavia, si conosce per lo più il lato oppressivo, attrae. Tale
    predisposizione o habitus struttura profondamente la relazione
    con l‟altro, con l‟uomo: “In quanto la socializzazione
    differenziale dispone gli uomini ad amare i giochi di potere e
    le donne ad amare gli uomini che li giocano, il carisma
    maschile è, in parte almeno, il fascino del potere, la seduzione
    che il possesso del potere esercita, in sé, su corpi di cui persino
    le pulsioni e i desideri sono politicamente socializzati” .
   Se questo vale in generale, ha particolare rilevanza in contesti
    segnati palesemente da violenza.
             b) Le Donne di Mafia
    Dobbiamo distinguere tre successive fasi entro cui
     sintetizzare l'evoluzione dell'immagine, della
     presenza pubblica e della visibilità delle donne di
     mafia (qui il riferimento è alle organizzazioni
     mafiose italiane) a partire dal secondo dopoguerra
     fino ai nostri giorni.
1)   Possiamo parlare di un primo, lungo periodo di
     invisibilità rispetto alla dimensione pubblica, che
     procede con piccole interruzioni fino ai primi anni
     '80 del secolo appena concluso.
2)   A partire dalla seconda metà - o meglio dai primi anni '80 -
     del '900, si comincia a parlare di donne di mafia soprattutto
     quando ci sono figure femminili direttamente coinvolte in
     vicende giudiziarie, o come vittime, o come artefici dirette, o
     come soggetti di supporto.
    Il processo di emersione e questa fase di visibilità
     continuano gradualmente fino alla metà degli anni '90 -
     siamo all'interno della seconda fase - registrando una nuova
     specificità: la presenza in prima persona delle donne di mafia
     sulla scena pubblica, con il manifestarsi di esplicite
     dichiarazioni rilasciate agli organi di informazione, per tutto
     il periodo di tempo caratterizzato dalla cosiddetta
                            emergenza-pentiti.
3) Infine - e siamo alla terza fase - a partire dal 1996/97 circa, e
   fino ai nostri giorni, si registra una nuova situazione
   contrassegnata da una forma di invisibilità diversa dalla
   precedente.
 Non più donne che parlano ai giornali, ma donne le cui
   vicende finiscono sui giornali perché coinvolte appieno
   nell'organizzazione: sono in prevalenza donne giovani, mogli,
   sorelle o compagne di mafiosi che prestano il loro pieno
   appoggio alle strategie dell'organizzazione.
 Oggi, nel caso delle donne, come del resto per le mafie in
   generale, la difficoltà nell‟approfondire le indagini e le
   riflessioni è data dal fatto che tutto è di nuovo sommerso e
   sotto traccia.
   Ma in questo sommerso pare stia emergendo una
    nuova figura di donna, professionalizzata, con
    competenze specifiche, coinvolta anche in virtù di tali
    competenze, più organica e - al contempo -
    tradizionalmente radicata su vincoli familiari
    (acquisiti o di sangue), secondo il mix vincente
    tradizione/innovazione che contraddistingue le
    organizzazioni mafiose.
   A partire da un lavoro di ricerca sul ruolo delle donne nella
    criminalità mafiosa sul piano internazionale (Italia, Germania,
    Giappone, Argentina, Brasile, Stati Uniti, Albania, Turchia,
    Spagna, Colombia), concepito in occasione della Conferenza
    ONU a Palermo nel 2000 e coordinato da Giovanni Fiandaca
    (Università di Palermo), si possono brevemente riassumere
    alcune indicazioni emerse nel corso di tale lavoro:

    - l‟importanza di procedere nella direzione di una precisazione,
    descrizione e analisi dei ruoli e delle funzioni delle donne in
    tali contesti a partire dai racconti e dalle dichiarazioni delle
    donne stesse (perché, fino a adesso, disponiamo soprattutto di
    dichiarazioni di uomini mafiosi, collaboratori o meno che
                                 siano);
- cercare di leggere le fonti, liberandoci dai vincoli di una
  rappresentazione sociale diffusa che percepisce la devianza
  femminile come identica a quella maschile, diversa soltanto in
  termini quantitativi (e che, comunque, come punto di
  riferimento, definisce in modo implicito la devianza maschile
  come quella “normale”);
- la necessità di descrivere in modo particolareggiato le pratiche
  femminili criminali per poi valutare, a partire da un‟analisi del
  funzionamento dell‟organizzazione mafiosa specifica, se
  l‟attività femminile, nel singolo caso, possa essere definita
  come supporto, come temporanea delega del potere, oppure
  come articolazione del potere stesso (va detto che gli uomini
  agiscono su tutti questi vari livelli).
-   Inoltre, occorre mettere a fuoco la questione del
    riconoscimento: da chi e da che cosa dipende che, all‟interno
    dell‟organizzazione, un ordine venga eseguito da parte degli
    affiliati? Il potere ce l‟hanno coloro che riescono a farsi
    obbedire. Se una donna dà ordini che non hanno la
    legittimazione di un uomo (marito, fratello, figlio) alle sue
    spalle, cosa accade? Per adesso sembrerebbe che il
    meccanismo riconoscimento-obbedienza scatti soltanto nei
    confronti di altri uomini, salvo essere temporaneamente messo
    in atto nei confronti di una donna per un periodo limitato in cui
    la donna agisce al posto del proprio uomo latitante o in
                                 carcere.
-   Rispetto alla questione centrale del potere appare importante
    trovare tracce di definizioni nelle dichiarazioni sia di donne
    che di uomini, per cogliere se l‟intreccio tra ricchezza, capacità
    di incutere paura e esercitare violenza, peso clientelare-
    politico, consapevolezza della propria capacità di mediare e di
    egemonizzare le relazioni con gli altri in modo gerarchico
    (aspetti diversi che compongono ciò che possiamo chiamare il
    potere mafioso) venga vissuto in modo significativamente
    diverso da uomini e da donne, sia per quanto riguarda la
    propria capacità di esercitare un tale potere, sia per quanto
    riguarda la disponibilità di riconoscerlo negli altri.
-   (Non dimentichiamo, inoltre, che un importante interfaccia
    della mafia, vale a dire il potere politico italiano, nei suoi
    vertici è quasi esclusivamente maschile).
-   Complessivamente, per quanto riguarda le organizzazioni mafiose in
    Italia, abbiamo individuato una molteplicità di funzioni nelle quali
    oggi       sono       impiegate      le     donne       di      mafia:
    a. Attraverso specifiche strategie matrimoniali, le donne rinsaldano i
    legami            tra          le         famiglie           mafiose.
    b. Centrale è il ruolo femminile nel processo educativo e di
                               socializzazione.
    c. Una sfera importante, prevalentemente lasciata alla gestione
    femminile, è quella del rapporto con il sacro, la religione e la
                                    Chiesa.
    d. Strategico è il ruolo delle donne nei processi di comunicazione.
    e. La donna è anche il veicolo di un'immagine rispettabile
    dell'organizzazione (soprattutto negli ambienti della borghesia
    mafiosa viene sottolineato il fatto che per mantenere le relazioni
    sociali con politici o professionisti le mogli degli uomini d'onore
    svolgono un ruolo insostituibile).
-     f. Le donne contribuiscono, in generale, a rendere “normale” il volto
      dell'organizzazione e, anche in virtù di tale presunta normalità, ad alimentare il
      consenso intorno all'organizzazione. Le donne sono un importante anello di
      congiunzione        nell‟esercizio        della       “signoria       territoriale”.

    g. Sono poi le figure più affidabili utilizzate nei momenti di reale emergenza e per
       compiti di alta responsabilità (dalla raccolta del pizzo alla temporanea guida del
       clan).

      h. Diventano anche strumenti simbolici e vittime nelle vendette trasversali.
      i. Sono ancora utili strumenti per superare i controlli delle forze di polizia e
      autorità giudiziarie.

      j. Hanno assunto un ruolo centrale nelle strategie mafiose per scoraggiare gli
      affiliati che sarebbero pronti per la collaborazione con la giustizia.
      Visto tutto ciò si può ipotizzare che le donne rappresentino uno specifico capitale
      sociale per l‟organizzazione mafiosa.
                        c. Emancipazione ambigua
   Volendo abbozzare un quadro delle tendenze in atto, appare che il rapporto fra
    uomini e donne nel mondo della criminalità organizzata di stampo mafioso, sia sul
    piano delle attività criminali, sia sul piano strettamente relazionale e familiare, stia
    mutando, e che tali mutamenti sono in parte imputabili ai cambiamenti della
    società nel suo complesso.

   Vale a dire che molti aspetti dei processi di “emancipazione femminile” – quelli
    che maggiormente riguardano la sfera pubblica – e che comprendono la
    scolarizzazione, il lavoro e la partecipazione delle donne alle attività della sfera
    pubblica hanno avuto ripercussioni sul “mondo a sé” (e sostanzialmente chiuso)
    delle mafie.

   Un magistrato calabrese intervistato parla, ad esempio, del mutato rapporto fra i
    coniugi nel periodo della latitanza, sottolineando come ciò dipenda innanzitutto
    dalla maggiore autonomia delle mogli.
   Così come le donne delle famiglie mafiose - o perché abilmente manovrate dagli
    uomini dei clan, o perché volentieri protagoniste della sfera pubblica - sono state
    coinvolte in prima persona nelle strategie comunicative contro la magistratura,
    contro la collaborazione e a favore degli interessi criminali, così appaiono anche
    impegnate nella gestione economica della ricchezza e nell‟attività criminale
    violenta, come l‟estorsione, l‟usura, il traffico di droga e quello delle armi. In tutto
    ciò sembrerebbe che sfruttino abilmente un certo connaturato “disordine
    femminile” legato alle mille piccole incombenze delle attività domestiche e della
    “doppia presenza”, sapendo che nelle pieghe della vita quotidiana e dei “lavori
    donneschi” si possono ben nascondere messaggi, armi, denari, dosi di droga e
    altro.
   Gli uomini in confronto, secondo i magistrati, appaiono più prevedibili, più
    facilmente controllabili. Inoltre, appare dalle nostre interviste che le donne siano
    particolarmente condizionate dalla ricchezza prodotta dall‟attività mafiosa dei
    loro uomini.
   Quanto l‟agio del consumo, il denaro facile e il relativo aumento di status
    condizionino il consenso delle donne è leggibile anche, in negativo, nelle
    difficoltà che queste persone sperimentano quando, sotto protezione, devono
    arrangiarsi con molto di meno. Tale difficoltà nel ritornare ad un livello dei
    consumi modesto condiziona la disponibilità delle mogli di (potenziali)
    collaboratori di giustizia a prestarsi a diventare lo strumento per veicolare le
    intimidazioni dell‟organizzazione mafiosa.

   Spesso sono loro che fungono da tramite delle minacce di morte per “convincere”
    i mariti a tornare sui loro passi. Racconta un magistrato che stava trattando la
    collaborazione di un killer di mafia, condannato all‟ergastolo: “Mi trovai davanti
    ad uno scoglio insormontabile quando ebbi davanti la moglie. Una ragazza
    giovane di 25 anni. Questa donna arrivò a dirmi alla fine che se il marito
    continuava nella decisione di collaborare non gli avrebbe neanche fatto vedere il
    figlio, l‟unico figlio che aveva avuto, e mi disse che praticamente lo avrebbero
    ritenuto morto. […] Oggi le donne sono talmente forti nel gruppo familiare, hanno
    tanto peso, perché questo non è un caso isolato. La donna che decide che il marito
    non deve collaborare ottiene risultati […] e c‟è uno che sta facendo l‟ergastolo,
    no, no, la donna sostanzialmente conta”.
   Data questa situazione, nella quale si scorgono molti elementi di cambiamento
    che fanno intravvedere un maggiore coinvolgimento attivo delle donne
    nell‟esercizio del potere della mafia, si pone la domanda delle prospettive circa la
    loro assunzione di un effettivo comando nelle organizzazioni mafiose. A tale
    proposito vorrei citare la risposta di un magistrato ad una mia domanda circa la
    possibilità che una donna, al momento del ritorno dal carcere del capo-clan, possa
    non essere disposta a ritornare in una posizione subordinata: “Secondo me questo
    è difficile che accada, a meno di non trovare una cosca che comincia ad essere
    retta proprio da una donna. Ma penso che di questo ben difficilmente ne
    troveremmo traccia in tutta Italia, non solo nel Distretto nostro. Secondo me il
    ruolo della donna rimane sempre quello di reggenza temporanea in assenza del
    marito detenuto o latitante” . Sembrerebbe allora di poter dire (in base al materiale
    fino adesso raccolto) che l‟ipotesi della temporanea delega del potere delle donne
    in ambiente di mafia sia quella più vicina alla realtà.
   Potremmo parlare dell‟emancipazione ambigua delle donne di mafia
    come affermazione di un pseudo-soggetto femminile?
   Cerchiamo brevemente di dare consistenza teorica a tale possibilità.
   Si può dire che ciò che avviene nella società nel suo complesso
    (tendenze emancipative, parità, uguaglianza, diritti) abbia delle
    ripercussioni sul mondo mafioso, ma, tuttavia, occorre sottolineare
    che tali ripercussioni non prefigurano un processo analogo,
    solamente ritardato nel tempo.
   Il punto qui è che la società italiana è una società democratica, lo
    Stato italiano è uno stato democratico, la Costituzione garantisce
    l‟uguaglianza dei diritti per uomini e donne. Tale asserzione, senza
    con ciò voler negare le palesi imperfezioni della realtà democratica
    quotidiana, appare molto importante, soprattutto quando si discute
    di mafia.
   La mafia, infatti, è un‟organizzazione autoritaria, con tendenze totalitarie nella sua
    egemonia territoriale, con pretese di dominio arbitrario e antidemocratico e,
    infine, con regole non scritte, condotte consuete e relazioni interpersonali
    informate esplicitamente a forme di convivenza e tradizioni familiari fortemente
    patriarcali.
   Tra mafia e democrazia vi è dunque una contraddizione stridente.
    Questa constatazione è importante per un‟analisi del ruolo delle donne e,
    soprattutto, per una valutazione delle prospettive di sviluppo di tale ruolo
    nell‟ambito mafioso.
   L‟emancipazione femminile è un processo, non è un dato isolato, e riguarda
    contemporaneamente persone e istituzioni. E, soprattutto, riguarda
    contemporaneamente la sfera pubblica e la sfera privata. Per parlare di
    emancipazione, di conquista dell‟individualità e conferma di una soggettività
    occorre prendere in considerazione sia il lato individuale (in questo caso la donna
    che sceglie e sperimenta la propria soggettività anche e soprattutto dicendo di
    “no”), sia il lato istituzionale (vale a dire un contesto che garantisce e tutela i
    diritti della persona, uomo o donna che sia). E occorre prendere in considerazione
    sia la vita lavorativa e pubblica delle donne, sia la loro vita affettiva, familiare e
    privata.
   Questi processi, collettivi e individuali insieme, si nutrono di una tensione
    costante, quella tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. Ciò che è sono le storie
    individuali imperfette, le personalità femminili diverse, le storie familiari e private
    che possono entrare in conflitto con le libertà garantite dalla legge.

   Ciò che è sono le capacità (o incapacità) individuali di mediare tra diritti civili
    formalmente garantiti e realtà affettive e materiali: ci possono essere livelli di
    coscienza, ma anche di dipendenza economica, che portano a situazioni di
    subordinazione, di dipendenza da altre persone che sono in palese contrasto con le
    potenziali dimensioni di libertà e di uguaglianza che l‟ordinamento garantisce.

   Ciò che è, quindi le imperfezioni personali e contestuali, sono, in democrazia, in
    una tensione vitale e dinamica con ciò che potrebbe essere, la promessa di felicità
    e libertà che fonda il concetto e i processi di emancipazione e che è depositata
    nell‟ordinamento, nei diritti e nei doveri.
   Ma tale tensione è esattamente ciò che manca ai processi di “emancipazione”
    delle donne che hanno luogo all'interno dei contesti mafiosi. L'emancipazione
    rappresenta, in generale, la capacità di un soggetto di affermarsi come tale: ma il
    soggetto che resta impigliato nelle reti di subordinazione e di sopraffazione che
    costituiscono il tessuto mafioso non acquisisce tale capacità.
   E‟ dunque fuorviante considerare la crescente attività criminale delle donne di
    mafia come un indice di emancipazione tout court.
   Tuttavia questo non significa assolutamente voler sottovalutare, o addirittura
    negare, i grossi cambiamenti riguardo alla relazione fra i sessi in ambito mafioso.
   Uno degli elementi portanti per analizzare il rapporto fra i generi maschile e
    femminile in una prospettiva storica è del resto la loro rispettiva collocazione tra
    pubblico e privato.
   Senza entrare in questa sede nelle dinamiche generali di tale collocazione nella
    nostra società, vorrei soltanto avanzare l‟ipotesi che una delle caratteristiche della
    criminalità organizzata di stampo mafioso – vale a dire l‟accaparramento privato
    delle risorse pubbliche – è riscontrabile anche nella gestione del capitale sociale e
    simbolico che le donne rappresentano per i mafiosi nel quadro delle logiche di
    arricchimento e di potere.
   Si può riscontrare, ad esempio, nello sviluppo delle nuove strategie comunicative
    della mafia che vede le donne impegnate “in primo piano” (materialmente e
    metaforicamente), un uso privato di una risorsa pubblica, quella dei media.
   L‟uso di tali canali per lanciare minacce, per comunicare in codice e per proferire
    anatemi non valorizza i beni pubblici ma li impoverisce. D‟altronde, quanto sia
    stato strumentale l‟impiego delle donne nelle nuove strategie comunicative si
    evidenzia nella natura limitata del fenomeno.
   Scrive Alessandra Dino: “Abbiamo ritenuto di trovare una spiegazione a questa
    emersione di uno specifico spazio di espressione al ruolo femminile, con la
    necessità avvertita da Cosa Nostra di mostrare il suo volto migliore: quello che
    meglio di altri richiamasse la normalità; da qui, la mobilitazione delle figure
    femminili che nel quotidiano sono le portavoce per eccellenza”. Ma tale
    protagonismo femminile, evidentemente, ha poco a che vedere con
    un‟emancipazione attraverso una partecipazione delle donne alla vita pubblica,
    tanto che “[…] è una presenza di breve durata, per il tempo necessario
    all‟organizzazione mafiosa di riadattarsi al cambiamento e sperimentare strategie
    più discrete e misurate” .
   Se lo sviluppo storico di un soggetto femminile, nonostante le profonde ferite e
    lacerazioni che hanno accompagnato i processi di emancipazione, può essere letto
    come un processo di liberazione dalla violenza patriarcale maschile (nelle
    relazioni intime come nelle relazioni pubbliche), la produzione sociale di uno
    pseudo-soggetto femminile (come nel caso della mafia, come nel caso di regimi
    nazisti o fascisti, come nel caso di tutti i domini basati sul maschilismo
    patriarcale) non può essere frainteso come un processo di emancipazione. La
    produzione di un pseudo-soggetto femminile è un processo che si accompagna di
    forti violenze nei confronti delle donne, spesso agite dalle donne stesse, che si
    situano sia sul piano simbolico, sia sul piano della violenza fisica e sessuale.
   La sovrapposizione e l‟incastro tra strutture democratiche e garanzia dei diritti, da
    una parte, ed enclavi territoriali e interstizi sotto un dominio mafioso a carattere
    totalitario, dall‟altro, è tipico per le situazioni in cui la criminalità organizzata a
    carattere mafioso è presente. Lungi dall‟essere un fenomeno che denota
    arretratezza, si tratta invece di un fenomeno in crescita a livello internazionale che
    s‟inserisce nei fenomeni complessivi della globalizzazione e che rappresenta una
    forte sfida per la sostanza stessa dei sistemi democratici e in particolare per le
    democrazie deboli o in via di formazione .
   Anche sotto questo profilo appare molto importante analizzare il
    ruolo delle donne in tali contesti senza cedere alla tentazione di
    considerare qualsiasi maggiore coinvolgimento attivo delle donne
    già come segno di emancipazione.
   Anzi. Vale ancora l‟osservazione che lo statuto delle donne in un
    determinato contesto sociale fornisce indicazioni significative circa
    il grado di civiltà di una collettività.
   L‟affermazione di uno pseudo-soggetto femminile, come nei
    contesti di mafia, rimanda a tendenze violente a carattere totalitario
    che minano dal di dentro la democraticità delle società.
                                    
La detenzione femminile: caratteristiche e problemi
                  Tamar Pitch
   “Mi è capitato recentemente di avere sotto mano
    fotografie delle carceri italiane dagli anni venti agli anni
    cinquanta. Le fotografie riguardano tutto l'universo
    penitenziario, maschile e femminile, adulti e minori (Di
    Lazzaro, Pavarini, in via di pubblicazione). Queste
    fotografie mi hanno suggerito alcune riflessioni che
    propongo qui come breve introduzione a questo capitolo.
    Quanto è ricco - nella sua povertà e fissità - l'universo
    carcerario maschile rappresentato da queste foto (e non
    detto in quanto maschile, ma invece neutralmente scandito
    da lavoro, istruzione, vita religiosa... - e altresì articolato
    in adulti e minori);
   così piatto e indifferenziato è rappresentato quello
    femminile, dove adulte e minori si confondono, compiono
    gli stessi gesti, sono impegnate nelle stesse attività: e
    dove, soprattutto, ciò che emerge è il dato sessuale,
    attribuzione di senso onnicomprensiva che esclude, poiché
    iscritta nel registro dell'eccezione, l'analisi della differenza
    di sesso stessa. Scelte dei fotografi, dell'amministrazione
    carceraria, dei curatori della mostra o rappresentazione del
    "reale" - ovvero, in questo caso, delle differenze vere tra
    universo carcerario maschile e universo carcerario
    femminile? Come sempre, si tratta con ogni probabilità di
    tutte queste cose insieme. Le donne, cioè, viste, gestite,
    rappresentate dagli uomini.”
   Incertezza, ambivalenza di chi punisce e di chi rappresenta la
    punizione si rivelano nell'assenza di sbarre - così in evidenza
    nelle fotografie dei maschi -, nelle immagini concilianti, in
    quella confusione tra adulte e minori che in realtà rivela come
    le prime siano assimilate alle seconde: tutte, infatti, nel ruolo
    di figlie, anche le madri con i loro bambini, perché da
    "rieducare". Con l'amorosa fermezza delle suore, la loro guida
    appunto materna. Non ci sono qui donne cattive, donne adulte
    che abbiano scelto il crimine. Il contrasto è forte anche con le
    fotografie che ritraggono minori maschi, così più aspre, dure:
    queste propongono tanti Franti da correggere con le buone o le
    cattive, quelle (le fotografie delle donne) propongono bambine
    smarrite, donne cadute in errore ma emendabili con (relativa)
    dolcezza, l'esempio, i lavori domestici, anche l'istruzione.
   Né questa visione cambia nel tempo: colpisce la
    somiglianza delle immagini nei circa trent'anni
    considerati. Ciò che, al di là della staticità del carcere
    come tale, suggerisce una sostanziale permanenza,
    attraverso i regimi politici e i rivolgimenti sociali, di uno
    sguardo maschile che si rifiuta di cogliere segni di
    ribellione femminile, di autonomia di scelta, perfino
    attraverso la rappresentazione della repressione. Che, in
    queste foto, non appare mai nei suoi aspetti esteriori: come
    se la norma trasgredita dalle donne non fosse "pubblica"
    (giuridica, nemmeno sociale), tale da richiedere visibile,
    pubblica, sanzione; anzi, come se non si trattasse tanto di
    trasgressione, che implica conoscenza della norma e
    intenzione di violarla, ma, appunto, di errore.
   Le donne non è necessario punirle, e nemmeno
    correggerle, perché esse non violano le norme con
    intenzione: piuttosto, sbagliano, spinte da qualcun altro (il
    marito, l'amante), dalle circostanze avverse (l'amore dei
    figli, la miseria), dalla frustrazione delle loro più intime e
    fondanti caratteristiche (il desiderio di maternità, di
    casalinghità, di amore coniugale ecc.). Ciò è quello che il
    fotografo, beninteso, vuoI vedere - e ciò che, forse,
    l'amministrazione carceraria vuol dare a intendere. Perché
    le carceri femminili, case di rieducazione, istituti minorili
    sono un'altra cosa, ovviamente di gran lunga meno
    idilliaci, armoniosi, concilianti (la letteratura sulla
    detenzione femminile è ormai molto ampia, almeno in
    area anglosassone.
   È vero tuttavia che le donne non sono viste come
    pericolose, che non è la sicurezza ciò che ispira in primo
    luogo le modalità di reclusione femminile, né la sua
                         rappresentazione.
    La criminalità, e così il carcere, sono domini maschili, ma
    mai esaminati come tali. Benché il non commettere delitti
    da parte delle donne sia talmente strano da richiedere
    analisi ad hoc - sia ciò che conferma la diversità
    femminile non dal maschile, ma dalla norma - il
    commettere delitti da parte degli uomini è bensì
    analizzato, ma a prescindere dalla variabile di sesso.
 Così le donne - come i minori e i pazzi - non sono punite,
  ma messe sotto tutela, in linea di principio accudite,
  rieducate: tra i primi esperimenti carcerari ispirati a
  quest'idea ci sono proprio gli istituti femminili, dove si
  confondono e si gestiscono insieme donne che
  commettono reati e donne la cui deviazione da norme
  sociali relative a ciò che conviene alla "donna per bene"
  (trasgressioni sessuali, fughe da casa, abbandono dei figli
  ecc.) viene interpretata come sintomo di disagio, di
  disadattamento, di patologia.
 Benevolenza e paternalismo coniugano tutela e arbitrio,
  legittimano l'intervento d'autorità su aree di problemi che
  tali non sono per gli uomini e su fette di popolazione due
  volte "deboli": per appartenenza sociale e per
  appartenenza di sesso.
   Sono certo poche le donne adulte che finiscono in carcere,
    poche in assoluto e poche percentualmente: ma molte di
    più sono le minorenni istituzionalizzate, e le adulte, fino
    agli anni cinquanta, in qualche modo messe sotto una
    tutela di tipo custodiale, a fin di bene (conventi,
    conservatori, case per "ragazze" madri, istituti per
    prostitute pentite). Ciò che continua una tradizione di
    massiccio internamento preventivo tipica dell'età moderna,
    e proseguita in varie forme per tutto l'Ottocento e, in Italia,
    anche in epoca post-unitaria (Graziosi, in via di
    pubblicazione), spesso per iniziativa dei genitori, dei
    tutori, o di altri adulti responsabili.
   Non pericolose, ma eternamente pericolanti a causa della
    loro debolezza, una debolezza dell'intelligenza e della
    volontà: dunque in realtà potenzialmente pericolose per la
    stabilità della famiglia, il benessere di marito e figli, la
    buona riuscita sociale di questi ultimi, è attraverso una
    protezione repressiva, affidata innanzi tutto alle famiglie
    stesse (e, in primo luogo, ai loro membri maschi, padri,
    mariti, figli), poi alla medicina e alla psichiatria, in seguito
    a un moltiplicarsi di saperi sociopsicologici esperti,
    rafforzata dai divieti e dagli ostacoli impliciti ed espliciti
    ad "attraversare il mondo" (Litton Fox, 1977), che si
    produce, si regola, si disciplina la normalità femminile - e
    se ne punisce, in modo raramente pubblicamente visibile,
    la trasgressione.
 Il  carcere è qui davvero residuale: ma si sente
  tuttavia la necessità di progettarlo e rappresentarlo
  come in continuità e contiguità con questi processi
  disciplinari cosiddetti soft. Evidentemente, prendere
  atto della necessità di repressione - dell'esistenza di
  una intelligenza e volontà femminili di trasgressione
  - fa più paura ancora, oppure è semplicemente, dal
  punto di vista maschile, molto più difficile che fare i
  conti con l'indisciplina minorile (maschile).
 Anche i minori, come i pazzi, sono oggetto di una
  giustizia speciale, che si richiama alla cura e alla
  presa in carico piuttosto che alla punizione.
 Anche su di loro si sono esercitati (e si esercitano)
  benevolenza e arbitrio, tutela e messa in mora dei diritti
  soggettivi: anche loro maschi adulti mancati, eccezioni
  rispetto al soggetto di diritti, neutro apparentemente, in
  realtà storicamente costruito sulle esperienze e sugli
  interessi dei maschi adulti (bianchi, proprietari). Ciò che a
  loro difetta, come alle donne, è il pieno possesso di quelle
  capacità di coscienza e volontà che rendono un individuo
  realmente tale, e dunque titolare di diritti.
  I minori maschi, tuttavia, la pienezza di queste capacità
  potranno conquistarla.
 Quanto ai matti, per loro non c'è proprio niente da fare. Le
  donne sono da un lato incurabili, perché uomini non
  potranno diventare mai, ma non sono pericolose, se
  adeguatamente controllate e "protette".
A  loro però si fatica a riconoscere la pienezza dei
 diritti, in ragione per l'appunto del fatto che non
 sono e non saranno mai uomini. Ciò che ha
 prodotto, fino ad oggi, un molto minore intervento
 repressivo penale sulle donne che non sugli
 uomini. Fatto certamente da non deprecare: non mi
 pare proprio il caso, in nome di un astratto
 riconoscimento di piena personalità giuridica (di
 uguaglianza con gli uomini), di rafforzare le
 misure penali nei confronti di donne, minori, pazzi
 (Pitch, 1989).
   Vale ricordare, comunque, che la punizione delle donne,
    nelle sue forme di violenza anche fisica, resta affidata più
    che, e oltre che, allo Stato, al singolo maschio (ricordo la
    legalità, fino a non molto tempo fa dell'uso - era infatti
    punito l'abuso - dei mezzi di correzione del marito nei
    confronti della propria moglie, così come dei genitori nei
    confronti dei figli; ma ancora di più la generale legittimità
    di ciò che ora comincia a venir considerato violenza
    domestica, e naturalmente lo stupro).
   Il carcere femminile ha una storia che deve ancora venir
    ricostruita per i singoli paesi (per l'Italia, cfr. Faccioli, 1982;
    1987; Ambroset, 1984; Graziosi, in via di pubblicazione). A
    partire dalle ragioni che conducono alla separazione tra uomini
    e donne nella reclusione: separazione che il femminismo
    anglosassone del secolo scorso, ad esempio, richiede in nome
    della difesa dalla brutalità, dai ricatti, dalle violenze cui la
    promiscuità conduceva e, soprattutto, in nome della differenza
    di sesso; e istanza fatta propria da movimenti femminili
    contigui e in parte ispirati al femminismo, movimenti in cui
    crociate morali - contro il vizio maschile, lo sfruttamento della
    prostituzione, per la social purity - e preoccupazioni
    assistenziali danno luogo a un attivismo femminile sociale e
    politico borghese che insieme si prende cura di e disciplina le
    donne di working class (Rafter, 1987; Walkowitz, 1987).
   Tra questi movimenti, quello appunto per la creazione di
    carceri solo per donne, gestiti e amministrati da altre
    donne (Freedman, 1981): in nome non solo della
    protezione dalla brutalità maschile, ma anche di una
    differenza femminile vista bensì come debolezza che
    necessita amore e tutela piuttosto che punizione, ma anche
    come maggiore disponibilità e propensione all'emenda per
    via di una maggiore sensibilità, una più forte spiritualità
    (qualità che raccomandano non solo un certo tipo di
    reclusione, ma anche che le custodi di questa reclusione
    siano altre donne, anch'esse per l'appunto dotate di
    sensibilità e spiritualità).
 Gli  esperimenti di reclusione soft, ispirata a
 modelli familiari e improntati a una sorta di
 maternage hanno breve durata (Rafter, 1987).
 Rimane tuttavia la separazione tra carcere maschile
 e carcere femminile: la quale viene adesso
 contestata, da molte femministe anglosassoni,
 perché lo scarso numero di donne in carcere fa sì
 che la loro condizione sia considerata di scarso
 interesse, rispetto a quella degli uomini, e dunque
 destinataria di pochissime risorse economiche e
                       culturali.
 Anche in Italia (Graziosi, in via di pubblicazione), già
  verso la fine degli anni trenta dell'Ottocento, i progetti di
  riforma del carcere seguono le linee della classificazione,
  della differenziazione, della separazione: delle donne dagli
  uomini, tra le donne di cattiva fama, le meretrici, e tutte le
  altre. La custodia delle donne deve essere affidata ad altre
  donne, per prevenire abusi sessuali da un lato, per
  agevolare il ravvedimento dall'altro: alcuni (Graziosi, in
  via di pubblicazione, cita Petitti di Roreto, che scrive nel
  1840) raccomandano che le custodi siano suore, versate
  nella conoscenza dei "raggiri femminili",
 La direzione, tuttavia, resti in mani maschili, meglio adatte
  all'imposizione della disciplina, all'esercizio dell'autorità.
   Il carcere ripeta dunque la gerarchia della famiglia, il
    modello disciplinare familiare. Già presenti in Piemonte
    fin dal 1834, le suore entreranno definitivamente nel
    carcere femminile italiano con il regolamento
    penitenziario del 1862 (Graziosi, in via di pubblicazione)
    e vi resteranno fino a pochi anni fa, quasi a segnalare la
    contiguità tra la reclusione come pena e la reclusione
    come tutela e protezione, tipica dei conservatori, degli
    orfanotrofi, degli istituti per prostitute pentite. Lavori
    "domestici", attività legate ai ruoli femminili tradizionali,
    preghiera sono in quella come in questa gli strumenti
    dell'"emenda",
   Per le donne, il carcere conserva un "carattere di forzata
    espiazione morale e di rigenerazione attraverso la pena,
    anche quando una simile ideologia sarà completamente
    tramontata" (Graziosi, in via di pubblicazione).
    Le riforme penitenziarie degli anni settanta e ottanta
    sconvolgono questo universo forse ancora di più, almeno
    nell'organizzazione, di quello maschile. Alle suore si
    sostituiscono le vigilatrici, in linea di principio reclusione
    femminile e reclusione maschile si avvicinano, la prima
    laicizzandosi, la seconda assumendo alcuni degli aspetti -
    le finalità della rieducazione così come dovrebbero essere
    perseguite dalle nuove figure di operatori penitenziari,
    educatori, assistenti sociali (molti dei quali, non a caso
    [cfr, Pitch, 1983] donne) - associati alla prima.
 Cambia   altresì la popolazione detenuta: la quale
 continua naturalmente a venire selezionata tra le
 fasce economicamente e socialmente più deboli
 della popolazione generale (con l'eccezione dei e
 delle detenute per reati di terrorismo, eccezione
 significativa, perché ha segnato profondamente i
 mutamenti degli anni ottanta nell'organizzazione
 carceraria), ma che è per l'appunto cambiata con
                         esse.
 Nell'avvicinarsi dei due modelli di reclusione, quella
  femminile rischia paradossalmente di essere ancora meno
  visibile, i suoi problemi organizzativi e di gestione, oltre a
  quelli che essa suscita in generale, ancora più residuali,
  sussunti ancora più decisamente entro quelli della
  detenzione maschile.
 Questa ricerca non fa confronti, come abbiamo già detto e
  ci capiterà di dire ancora: i confronti, il più delle volte,
  non riescono a sfuggire alla trappola di considerare il
  maschile come la norma, cui misurare il femminile. I
  confronti si possono, si devono forse, fare dopo, quando il
  femminile è stato ricostruito nei suoi propri termini. Le
  vite degli uomini e delle donne, nella nostra società, sono
  molto diverse.
 Non può che essere molto diverso l'impatto che la
  detenzione ha per gli uni e per le altre, il modo di viverla,
  le conseguenze. E poiché pena e reclusione sono
  istituzioni sociali esse non sono attraversate dalla
  differenza di genere meno che altre istituzioni, differenza
  tanto più significativa quanto più si produce e riproduce in
  un regime normativo egualitario.
 Questa differenza la assumo, è ciò che motiva, per me,
  questa ricerca: non la dimostro, per dimostrarla
  bisognerebbe confrontarla con una ricerca sulla detenzione
  maschile che assumesse a sua volta la differenza di genere
  come significativa.
 Nell'assumerla,  si è intanto nella condizione di
  cogliere, di contro al grigio in cui le fotografie da
  cui sono partita relegano le detenute, un universo
  ricco di differenze, che la detenzione non cancella,
  anzi spesso rafforza. Non c'è la "detenuta", ci sono
  le detenute.
 Non sono tuttavia le loro storie che qui si
  raccontano, bensì i loro percorsi istituzionali, così
  come si disegnano nell'intreccio tra di esse (le
  storie), le norme che regolano la detenzione, i
  modi come le norme vengono implementate.
 Questi  percorsi istituzionali ci possono non solo
 condurre a una riflessione su come si declina la
 detenzione per le donne (qualità e quantità delle
 risorse loro destinate, criteri della distribuzione di
 queste risorse ecc.), ma fornire indizi per una
 riflessione sulla pena detentiva, in primo luogo per
 le donne, e poi, a partire da loro, anche per gli
 uomini.
             La violenza di genere
 Il sistema di diseguaglianze affonda le sue radici nelle
  differenze biologiche tra corpi femminili e maschili
 Esso tocca ogni sfera del vivere e tutti gli ambiti dei
  sistemi di distribuzione delle risorse: famiglia, mercato del
  lavoro e sistema di Welfare
 L‟accesso differenziato ai modelli di acquisizione, utilizzo
  e scambio di risorse (sia economiche che di cura) tra
  uomini e donne influenza le loro condizioni di salute, gli
  specifici regimi temporali, il rapporto con il mercato del
  lavoro, la vulnerabilità a situazioni di povertà e anche a
  episodi di violenza
 Una   dimensione cruciale per l‟analisi delle
 differenze di genere riguarda la violenza nella
 quotidianità, nella vita domestica e in altre
 circostanze (quali i conflitti armati): parliamo di
 incesto, stupro, percosse, maltrattamenti fisici e
 umiliazioni, ricatti e abusi psicologici (messaggi e
 atteggiamenti diretti a far sentire la persona priva
 di valore, a incuterle paura o ad attribuirle
 eccessive responsabilità)
    Esistono importanti ed evidenti connessioni
     trasversali tra maschilità e violenza:
a)   Da un lato, gli uomini sono i maggiori
     responsabili delle violenze e sono spesso
     conosciuti dalle vittime (si tratta di partner,
     parenti, amici).
b)   Dall‟altro lato, si tratta di uomini che
     appartengono a ogni livello di istruzione e classe
     sociale e solo in misura molto esigua si può
     parlare di persone con disagi psicologici
     (Capecchi, 2003)
   La violenza di genere è un problema che riguarda la
    costruzione sociale delle identità e delle relazioni di
    genere e la loro evoluzione nel tempo: ad esempio, la
    violenza verso le donne affonda le proprie radici nelle
    relazioni sociali patriarcali, basate su un sistema di
    dominio maschile e di subordinazione femminile

   La violenza è infatti un fenomeno strettamente legato
    all‟idea di antifemminilità, una manifestazione diretta
    della volontà di dominio di un sesso, quello maschile,
    nei confronti dell‟altro, percepito come “inferiore”,
    “diverso” e “pericoloso”.
   Essa non è frutto di una patologia o di un‟anormalità, ma è
    legata, al contrario, alla quotidianità e alla “normalità” dei
    rapporti sociali
   Ciò porta alla luce la crucialità delle rappresentazioni sociali
    dei comportamenti femminili e maschili, il giudizio su di essi, i
    confini entro i quali tali comportamenti devono attenersi
   Ad es. gli stereotipi di genere vogliono che l‟uomo sia mosso
    da un incontenibile istinto erotico che talora, quando i freni
    inibitori vengono meno, si scatena dando luogo alla violenza
    sessuale
   In parallelo, alla donna è affidato il ruolo di “vittima”: molte
    donne, dopo secoli di pressioni e condizionamenti culturali,
    continuano a non riconoscere in uno schiaffo una forma di
    violenza, bensì a intravedervi una dimostrazione, forse un po‟
    eccessiva, di affetto
 Inoltre, è ancora forte lo stereotipo della donna “debole”,
  al pari di altri soggetti deboli, come i bambini e le
  bambine che, non a caso, sono anch‟essi bersaglio delle
  diverse forme di violenza maschile
 Gli uomini sono anche al centro di un simbolismo violento
  che attraversa tutto il processo di socializzazione:
  pensiamo, ad es., ai casi in cui i genitori rifiutano le
  dimostrazioni di affetto fisico dei figli maschi negando
  loro la possibilità di esprimere sentimenti di tenerezza, al
  riguardo dei sentimenti di paura o al timore di mostrarsi
  “troppo sensibili” (perché ciò rappresenta il “non
  maschile”), alla connessione tra maschilità, forza e
  potenza o all‟addestramento militare
 E‟ infatti nello scenario del pensare e dell‟agire “normale”
  del genere maschile che si ritrovano le condizioni
  potenziali che possono produrre esiti relazionali violenti
  (Ventimiglia, 1997)
 La violenza, in particolare se di tipo sessuale, provoca
  gravi conseguenze, alcune con esito fatale, e dunque
  implica elevati costi sociali. Oltre alle ferite (ematomi,
  fratture, perdita parziale dell‟udito e della vista), le donne
  vittime di episodi di violenza sono più esposte ad attacchi
  di panico, depressione, scarsa autostima, disturbi del
  sonno e dell‟alimentazione, ipertensione, alcolismo, abuso
  di farmaci, disfunzioni sessuali
   Le ragazze che hanno subito abusi sessuali nell‟infanzia hanno
    maggiori probabilità di adottare comportamenti a rischio come
    rapporti di sessuali precoci, presentano minori probabilità di
    ricorrere a metodi di contraccezione (correndo così un elevato
    rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili) e sono
    dunque soggette a un maggiore rischio di gravidanze
    indesiderate o precoci e alle complicanze conseguenti alla
    pratica dell‟aborto clandestino (UNICEF, 2000)
   Per quanto riguarda i minori, le bambine sono più esposte dei
    coetanei alle conseguenze di relazioni sessuali premature e non
    protette: le influenze culturali, la persistenza di una
    rappresentazione eccessivamente femminilizzata delle
    bambine – incentrata su una dimensione prevalentemente
    estetica – e la mancanza di leggi protettive (o la loro mancata
    attuazione) le rendono più vulnerabili a ogni tipo di violenza:
    stupro, abuso e sfruttamento sessuale, traffico di persone
 La violenza è, dunque, un rilevante problema sociale
 Diventa perciò determinante prevenirlo e al contempo
  indagarne la rilevanza e l‟evoluzione nel tempo: in Italia, è
  solo da pochi anni che il tema della violenza di genere, in
  ambito familiare e sui minori, è diventato oggetto di una
  crescente attenzione sociale (cfr. Adami, Basaglia, Tola,
  2002; Capecchi, 2003, Trappolin, 2003)
 Per quanto riguarda la prevenzione, sia la Conferenza del
  Cairo su popolazione e sviluppo del 1994, sia la
  Conferenza mondiale sulle donne di Pechino del 1995 e
  quella successiva di New York hanno auspicato campagne
  di educazione alla non violenza – condotte con la
  partecipazione dei genitori e nel rispetto dei diritti dei
  minori – nell‟ambito delle quali si enfatizzino, tra l‟altro,
  le responsabilità maschili
   Tra le iniziative avviate:
   La campagna canadese del “Nastro Bianco” (White Ribbon Campaigne),
    un vasto programma di coinvolgimento di ragazzi e uomini nelle comunità
    locali per prevenire la violenza maschile contro le donne;
   Il reclutamento di personale maschile da impiegare nei centri di cura per
    l‟infanzia e il sostegno ai congedi parentali paterni. In Italia, la nuova
    legge sui congedi parentali (53/2000), premia i padri che scelgono di
    occuparsi dei figli: per i papà che decidono di usufruire del congedo per
    un periodo di almeno tre mesi (anche se non consecutivi) scatta un
    “premio” di un mese in più
   La costituzione di gruppi maschili antirazzisti e antisessisti come la
    National Organization of Men Against Sexism statunitense
   Le campagne educative lanciate in paesi quali il Salvador e le Filippine tra
    le forze di polizia
   Lo sviluppo di programmi specifici sul genere nelle scuole australiane, in
    cui si affronta il tema dell‟identità di genere maschile e delle sue
    connessioni con la violenza
La          violenza       sulle        donne:
Cassazione, dieci anni di sentenze controverse
   LA VIOLENZA sessuale rientra tra i crimini su cui spesso la Cassazione è stata chiamata a
    esprimere un giudizio. Spesso le sentenze della corte Suprema sono state a favore delle
    donne. Ma non mancano i casi clamorosi e controversi. Uno degli ultimi e più discussi
    pronunciamenti risale al febbraio del 1999, quando la Cassazione stabilì che non è
    possibile parlare di stupro se la vittima indossa i blue-jeans. Questa tesi sosteneva infatti
    che non è possibile sfilare questo tipo di pantaloni "nemmeno in parte, senza la fattiva
    collaborazione di chi li porta". Pochi mesi dopo questa stessa tesi venne smentita da
    un'altra sentenza della Corte. Il tema delle sentenze shock della corte Suprema in materia
    di stupro torna d'attualità dopo la sentenza odierna, secondo cui la violenza sessuale è
    meno grave se la vittima ha gia avuto rapporti. Ecco una scheda sulle sentenze della
    Cassazione che hanno affrontato il tema dello stupro o delle molestie sessuali.
Aprile 1994. E' "arduo ipotizzare" una violenza sessuale fra coniugi in caso di coito orale in
quanto la donna "avrebbe potuto in ogni caso facilmente reagire e sottrarsi al compimento
dell'atto da lei non voluto".


Agosto 1997. Se il capufficio dimostra un "sentimento profondo e sincero" nei confronti della
segretaria, non può essere accusato di molestie sessuali sul lavoro, anche se la invita a cena e
tenta di baciarla.


Gennaio 1998. Le lacrime di una donna violentata possono diventare un elemento che
"inchioda" l'uomo che ha abusato di lei e valere come elemento probatorio "idoneo a garantire
la sincerità delle dichiarazioni della parte offesa".


Giugno 1998. La guancia di una donna non è una "zona erogena" ma baciarla senza il
consenso dell'interessata ha "tutte le caratteristiche dell'atto sessuale".


Aprile 1999. La Corte afferma che violentare una donna incinta al settimo mese non configura
una circostanza aggravante del reato di violenza sessuale. E in più si afferma che è anche
possibile applicare al violentatore la diminuzione della pena minima per attenuanti generiche
perché il caso può anche essere ritenuto tra quelli di "minore gravità".

Ottobre 1999. Sono sufficienti due violentatori per far scattare l'aggravante della violenza
sessuale compiuta dal branco.
   Dicembre 1999. Non ha diritto a sconti di pena il violentatore che non riesce a
    congiungersi carnalmente con la vittima per la resistenza che questa gli oppone.

    Febbraio 2001. La Cassazione stabilisce che la "palpata" ai seni è violenza
    sessuale al pari di tutti gli atti connotati da "repentinità" e imprevedibilità posti in
    essere da chi intende, agendo all'improvviso, "vincere la resistenza delle vittime".
    La condanna riguarda un impiegato di un istituto tecnico che toccava le allieve.


    Novembre 2001. I giudici ribadiscono che la circostanza che una donna indossi i
    jeans non è da sola sufficiente a escludere il reato di violenza sessuale, specie se la
    paura della vittima di subire altre violenze da parte dell'assalitore determina la
    possibilità di sfilare più facilmente i pantaloni.


    Dicembre 2002. Il fatto che una donna sia "disinvolta" e "disponibile all' approccio
    amicale non può costituire motivo per concedere all'uomo che l„ ha violentata
    l'attenuante e la riduzione di pena prevista per i fatti di minore gravità".

    Novembre 2005. Nel caso riguardante due uomini la Cassazione sentenziò che la
    "palpatina" sui pantaloni di una persona configura il reato di violenza sessuale se
    chi la riceve non è consenziente
       La violenza e i maltrattamenti contro le donne
                  dentro e fuori la famiglia
                         Anno 2006
   L’ Istat presenta i risultati di una nuova indagine per la
    prima volta interamente dedicata al fenomeno delle
    violenza fisica e sessuale contro le donne (erano state
    condotte rilevazioni su molestie e violenze sessuali già
    nel 1997 e poi nel 2002 nell’ambito dell’indagine
    Multiscopo sulla sicurezza dei cittadini).
   Il campione comprende 25 mila donne tra i 16 e i 70
    anni, intervistate su tutto il territorio nazionale dal
    gennaio all’ottobre 2006 con tecnica telefonica.
   L’indagine è frutto di una convenzione tra l’ Istat –
    che l’ ha condotta – e il Ministero per i Diritti e le Pari
    Opportunità – che l’ ha finanziata con i fondi del
    Programma Operativo Nazionale “Sicurezza” e
    “Azioni di sistema” del Fondo Sociale Europeo.

   L’indagine Multiscopo sulla sicurezza delle donne
    misura tre diversi tipi di violenza contro le donne:
    fisica, sessuale e psicologica, dentro la famiglia (da
    partner o ex partner) e fuori dalla famiglia (da
    sconosciuto, conoscente, amico, collega, amico di
    famiglia, parente ecc.).
 La violenza fisica è graduata dalle forme più
 lievi a quelle più gravi: la minaccia di essere
 colpita fisicamente, l’essere spinta, afferrata o
 strattonata, l’essere colpita con un oggetto,
 schiaffeggiata, presa a calci, a pugni o a
 morsi, il tentativo di strangolamento, di
 soffocamento, ustione e la minaccia con armi.
 Per  violenza sessuale vengono considerate
 le situazioni in cui la donna è costretta a fare o
 a subire contro la propria volontà atti sessuali
 di diverso tipo: stupro, tentato stupro, molestia
 fisica sessuale, rapporti sessuali con terzi,
 rapporti sessuali non desiderati subiti per
 paura delle conseguenze, attività sessuali
 degradanti e umilianti. Non vengono rilevate le
 molestie verbali, il pedinamento, gli atti di
 esibizionismo e le telefonate oscene.
 Le forme di violenza psicologica rilevano le
 denigrazioni, il controllo dei comportamenti, le
 strategie di isolamento, le intimidazioni, le forti
 limitazioni economiche subite da parte del
 partner.
       PRINCIPALI RISULTATI
 Sono stimate in 6 milioni 743 mila le donne da 16 a
  70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel
  corso della vita (il 31,9% della classe di età
  considerata).
 5 milioni di donne hanno subito violenze sessuali
  (23,7%), 3 milioni 961 mila violenze fisiche (18,8%).
 Circa 1 milione di donne ha subito stupri o tentati
  stupri (4,8%).
 Il 14,3% delle donne con un rapporto di coppia
  attuale o precedente ha subito almeno una violenza
  fisica o sessuale dal partner, se si considerano solo
  le donne con un ex partner la percentuale arriva al
  17,3%.
 Il24,7% delle donne ha subito violenze da un
  altro uomo.
 Mentre la violenza fisica è più di frequente
  opera dei partner (12% contro 9,8%), l’inverso
  accade per la violenza sessuale (6,1% contro
  20,4%) soprattutto per il peso delle molestie
  sessuali.
 La differenza, infatti, è quasi nulla per gli stupri
  e i tentati stupri
 Negli   ultimi 12 mesi il numero delle donne
  vittime di violenza ammonta a 1 milione e 150
  mila (5,4%).
 Sono le giovani dai 16 ai 24 anni (16,3%) e
  dai 25 ai 24 anni (7,9%) a presentare i tassi
  più alti.
 Il 3,5% delle donne ha subito violenza
  sessuale, il 2,7% fisica. Lo 0,3%, pari a 74
  mila donne, ha subito stupri o tentati stupri.
 La violenza domestica ha colpito il 2,4% delle
  donne, quella al di fuori delle mura
  domestiche il 3,4%.
 Nella quasi totalità dei casi le violenze non
  sono denunciate.
 Il sommerso è elevatissimo e raggiunge circa
  il 96% delle violenze da un non partner e il
  93% di quelle da partner.
 Anche nel caso degli stupri la quasi totalità
  non è denunciata (91,6%).
 È consistente la quota di donne che non parla
  con nessuno delle violenze subite (33,9% per
  quelle subite dal partner e 24% per quelle da
  non partner).
 Le donne subiscono più forme di violenza. Un
  terzo delle vittime subisce atti di violenza sia fisica
  che sessuale.
 La maggioranza delle vittime ha subito più episodi di
  violenza. La violenza ripetuta avviene più
  frequentemente da parte del partner che dal non
  partner (67,1% contro 52,9%).
 Tra tutte le violenze fisiche rilevate, è più frequente
  l’essere spinta, strattonata, afferrata, l’avere avuto
  storto un braccio o i capelli tirati (56,7%), l’essere
  minacciata di essere colpita (52,0%), schiaffeggiata,
  presa a calci, pugni o morsi (36,1%).
 Segue l’uso o la minaccia di usare pistola o coltelli
  (8,1%) o il tentativo di strangolamento o
 Tra tutte le forme di violenze sessuali, le più
 diffuse sono le molestie fisiche, ovvero
 l’essere stata toccata sessualmente contro la
 propria volontà (79,5%), l’aver avuto rapporti
 sessuali non desiderati vissuti come violenza
 (19,0%), il tentato stupro (14,0%), lo stupro
 (9,6%) e i rapporti sessuali degradanti ed
 umilianti (6,1%).
I partner responsabili della maggioranza degli stupri.
 Il 21% delle vittime ha subito la violenza sia in famiglia
   che fuori, il 22,6% solo dal partner, il 56,4% solo da altri
   uomini non partner.
 I partner sono responsabili della quota più elevata di
   tutte le forme di violenza fisica rilevate.
 I partner sono responsabili in misura maggiore anche di
   alcuni tipi di violenza sessuale come lo stupro nonché i
   rapporti sessuali non desiderati, ma subiti per paura
   delle conseguenze.
 Il 69,7% degli stupri, infatti, è opera di partner, il 17,4% di
   un conoscente. Solo il 6,2% è stato opera di estranei.
 Il rischio di subire uno stupro piuttosto che un tentativo di
   stupro è tanto più elevato quanto più è stretta la
   relazione tra autore e vittima.
 Gli    sconosciuti commettono soprattutto
  molestie    fisiche   sessuali,    seguiti   da
  conoscenti, colleghi ed amici.
 Gli sconosciuti commettono stupri solo nello
  0,9% dei casi e tentati stupri nel 3,6% contro,
  rispettivamente l’11,4% e il 9,1% dei partner.
 Sono più colpite da violenza domestica le donne
  il cui partner è violento anche all’esterno della
  famiglia.
 Hanno tassi più alti di violenza le donne che hanno
  un partner attuale violento fisicamente (35,6% contro
  6,5%) o verbalmente (25,7% contro 5,3%) al di fuori
  della famiglia; che ha atteggiamenti di svalutazione
  della propria compagna o di non sua considerazione
  nel quotidiano (il tasso di violenza è del 35,9%
  contro il 5,7%); che beve al punto di ubriacarsi
  (18,7% contro il 6,4%) e in particolare che si ubriaca
  tutti i giorni o quasi (38,6%) e una o più volte a
  settimana (38,3%); che aveva un padre che
  picchiava la propria madre (30% contro 6%) o che a
  sua volta è stato maltrattato dai genitori.
 La quota di violenti con la propria partner è
 pari al 30% fra coloro che hanno assistito a
 violenze nella propria famiglia di origine, al
 34,8% fra coloro che l’hanno subita dal padre,
 al 42,4% tra chi l’ha subita dalla madre e al
 6% tra coloro che non hanno subito o assistito
 a violenze nella famiglia d’origine.
 Le violenze domestiche sono in maggioranza
  gravi. Il 34,5% delle donne ha dichiarato che la
  violenza subita è stata molto grave e il 29,7%
  abbastanza grave. Il 21,3% delle donne ha avuto la
  sensazione che la sua vita fosse in pericolo in
  occasione della violenza subita.
 Ma solo il 18,2% delle donne considera la violenza
  subita in famiglia un reato, per il 44% è stato
  qualcosa di sbagliato e per il 36% solo qualcosa che
  è accaduto.
 Anche nel caso di stupro o tentato stupro, solo il
  26,5% delle donne lo ha considerato un reato.
 Il 27,2% delle donne ha subito ferite a seguito della
  violenza. Ferite, che nel 24,1% dei casi sono state
   Le donne che hanno subito più violenze dai partner,
    in quasi la metà dei casi hanno sofferto, a seguito
    dei fatti subiti, di perdita di fiducia e autostima, di
    sensazione di impotenza (44,5%), disturbi del sonno
    (41,0%), ansia (36,9%), depressione (35,1%),
    difficoltà di concentrazione (23,7%), dolori ricorrenti
    in diverse parti (18,5%), difficoltà a gestire i figli
    (14,2%), idee di suicidio e autolesionismo (12,1%).

   La violenza dal non partner è percepita come meno
    grave di quella da partner.
   2 milioni 77 mila donne hanno subito comportamenti
    persecutori (stalking), che le hanno particolarmente
    spaventate, dai partner al momento della separazione o
    dopo che si erano lasciate, il 18,8% del totale.
   Tra le donne che hanno subito stalking, in particolare il
    68,5% dei partner ha cercato insistentemente di parlare
    con la donna contro la sua volontà, il 61,8% ha chiesto
    ripetutamente appuntamenti per incontrarla, il 57% l’ha
    aspettata fuori casa o a scuola o al lavoro, il 55,4% le ha
    inviato messaggi, telefonate, e-mail, lettere o regali
    indesiderati, il 40,8% l’ha seguita o spiata e l’11% ha
    adottato altre strategie.
   Quasi il 50% delle donne vittime di violenza fisica o
    sessuale da un partner precedente ha subito anche lo
    stalking, 937 mila donne. 1 milione 139 mila donne
    hanno subito, invece, solo lo stalking, ma non violenze
 7 milioni 134 mila donne hanno subito o
  subiscono violenza psicologica: le forme più
  diffuse sono l’isolamento o il tentativo di isolamento
  (46,7%), il controllo (40,7%), la violenza economica
  (30,7%) e la svalorizzazione (23,8%), seguono le
  intimidazioni nel 7,8% dei casi.
 Il 43,2% delle donne ha subito violenza psicologica
  dal partner attuale. Di queste, 3 milioni 477 mila
  l’hanno subita sempre o spesso (il 21,1%). 6 milioni
  92 mila donne hanno subito solo violenza
  psicologica dal partner attuale (il 36,9% delle donne
  che attualmente vivono in coppia).
 1 milione 42 mila donne hanno subito oltre alla
  violenza psicologica, anche violenza fisica o
  sessuale, il 90,5% delle vittime di violenza fisica o
   Sono forme di isolamento le limitazioni nel rapporto con
    la famiglia di origine o gli amici, l’impedimento o il
    tentativo di impedimento di lavorare e studiare.
   Il controllo è quel comportamento del partner che tende
    a imporre alla donna come vestirsi o pettinarsi, che la
    segue, la spia o si arrabbia se parla con un altro uomo.
   Per violenza economica si intende l’impedimento di
    conoscere il reddito familiare o di usare il proprio denaro.
   La svalorizzazione comprende le umiliazioni, offese e
    denigrazioni anche in pubblico, le critiche per l’aspetto
    esteriore e per come la donna si occupa di casa e figli.
   Le intimidazioni sono veri e propri ricatti, minacce di
    distruggere oggetti della donna, di fare del male ai figli,
    alle persone care o agli animali, nonché la minaccia di
    suicidio.
 1 milione 400 mila donne hanno subito violenza
  sessuale prima dei 16 anni, il 6,6% delle donne tra
  i 16 e i 70 anni.
 Gli autori delle violenze sono vari e in maggioranza
  conosciuti. Solo nel 24,8% la violenza è stata ad
  opera di uno sconosciuto.
 Un quarto delle donne ha segnalato un conoscente
  (24,7%), un altro quarto un parente (23,8%), il 9,7%
  un amico di famiglia, il 5,3% un amico della donna.
 Tra i parenti gli autori più frequenti sono stati gli zii. Il
  silenzio è stato la risposta maggioritaria. Il 53% delle
  donne ha dichiarato di non aver parlato con nessuno
  dell’accaduto.
 674   mila donne hanno subito violenze
  ripetute da partner e avevano figli al
  momento della violenza.
 Il 61,4% ha dichiarato che i figli hanno
  assistito ad uno o più episodi di violenza. Nel
  19,7% dei casi i figli vi hanno assistito
  raramente, nel 20,1% a volte, nel 21,6%
  spesso.
LA VIOLENZA DENTRO E FUORI LA FAMIGLIA

 Sono 6 milioni 743 mila le donne tra i 16 e i 70 anni
  che hanno subito almeno una violenza fisica o
  sessuale nel corso della vita, il 31,9% della classe di
  età considerata
 5 milioni di donne hanno subito violenze sessuali
  (23,7%), 3 milioni 961 mila violenze fisiche (18,8%).
 Circa 1 milione di donne ha subito stupri o tentati
  stupri (4,8%), di queste in particolare 482 mila sono
  state vittime di stupro e 703 mila di tentato stupro.
 Il 14,3% delle donne ha subito almeno una violenza
  fisica o sessuale all’interno della relazione di coppia
 Negli ultimi 12 mesi il numero delle donne vittime di
  violenza ammonta a 1 milione e 150 mila (5,4%), il
  3,5% ha subito violenza sessuale e il 2,7% fisica.
 Lo 0,3% ha subito stupri o tentati stupri pari a 74
  mila donne. La violenza domestica ha colpito il 2,4%
  delle donne, quella al di fuori delle mura domestiche
  il 3,4%.
 Mentre la violenza fisica è più di frequente opera dei
  partner (12% contro 9,8%), l’inverso accade per la
  violenza sessuale più alta da parte dei non partner
  (6,1% contro 20,4%) soprattutto per il peso delle
  molestie sessuali.
 La differenza, infatti, è quasi nulla per gli stupri e i
  tentati stupri.

								
To top