lettere 1 guerra

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lettere 1 guerra Powered By Docstoc
					       SCUOLA MEDIA FELICE CASORATI
                 PAVIA




      LA GRANDE GUERRA

             Testimonianze pavesi




Classi e insegnati

3° A – Albini, Andreoni, Perlino
3° G – Sartori
3° F – Sella, Di Marco

                                   Anno scolastico 2002-03

                                                         1
LETTERE DAL FRONTE
L‟Epistolario del sottotenente Peppino Franchi Maggi
Giuseppe Franchi Maggi, durante la sua permanenza al fronte, scrisse numerose lettere o cartoline
postali ai familiari. Molte sono indirizzate allo zio Giacomo, alcune alle zie, in particolare alla zia
Carlotta, una alla madre.
Dalle letture dei sui scritti emerge la figura di un giovane robusto, sportivo, dal carattere forte,
allegro e spiritoso, pieno di affetto per i suoi familiari. Peppino non si lamenta mai, racconta le
situazioni difficili con un‟ironia che serve a sdrammatizzarle; pur dimostrandosi coraggioso, è
molto lontano dalla retorica interventista. Compie il suo dovere di soldato, ma rimpiange la sua
Pavia,i suoi familiari, gli amici. Solo quando è a letto malato in un ospedale militare, si lascia
andare a toni malinconici e preoccupati.




LETTERE ALLO ZIO GIACOMO FRANCHI

                                                                                                   10 Giugno 1915

Caro zio,
       ti scrivo dall’ex-Austria ora per merito di questi bravi soldati divenuta Italia. Non posso naturalmente
precisare. Ci è stato affidato (dillo ai miei e se credi anche puoi non dir niente) un compito non facile per
esecuzione ma niente affatto pericoloso. E a tale opera noi impiegheremo almeno due o tre settimane per cui per
ora almeno la pelle è relativamente al sicuro.
In questa zona molto montagnosa l’avanzata è necessariamente assai lenta.
Io sto benissimo e questo bel sito 1si presta a darmi l’illusione di essere in villeggiatura.
Forse sarà una villeggiatura piuttosto lunghetta ma non fa nulla.
Salute e baci a tutti da
                                                       Peppino




                                                                                                 30 Giugno 1915

Caro Zio,
        scrivo oggi a te da un luogo ove fui 24 o 25 giorni fa e dove mi sono recato a fare degli acquisti per la
nostra compagnia. Ho fatto due ore e mezzo di tratto a cavallo ( per carità non spaventare la mamma, ora però ci
so stare) e sono tornato per qualche ora nei paesi civili. Mi hanno fatto una impressione strana: non mi par vero
di essere seduto a un caffè, dopo tanti giorni in cui ho preso il caffè in una tazza di latta sotto la tenda alle
quattro di mattina!
Nonostante tutto però, forse anche perché sono robusto, tutti questi disagi non mi hanno fatto certo dimagrire!
Fra due ore, dopo aver preso un bagno fortificatore, ripartirò forse per un’altra dozzina di giorni di segregazione
… tendolare.
Spero di poter venire alla sede del Reggimento come inviato speciale, in tal caso anche per non allarmare
telegraferò a te, il giorno e l’ora disponibile, poiché si tratterà di ore.

1
    Si trova sul fronte trentino, nella zona degli altipiani, la località non è definita per ragioni di censura

                                                                                                                    2
Ad ogni modo non sperate troppo: se si potrà … ed in ogni caso avvertirò te con un telegramma.
Qui, anzi là, donde sono venuto, la vita ha qualche cosa del patriarcale: sveglia alle quattro, al lavoro alle
cinque, ritorno alle undici e mezza, colazione e siesta, al lavoro alla una e mezza ritorno alle sette, pranzo, caffè
e letto per modo di dire.
Ecco la nostra vita. Ora dopo inchieste profonde abbiamo trovato un cuoco nella nostra compagnia e lo abbiamo
eletto capo-mensa: così abbiamo un vitto discreto e alla sera, dopo pranzo, io e Chiapuzzi, che rappresentiamo
l’elemento musicale della compagnia, organizziamo qualche volta dei concerti vocali, subito smorzati dalle note
del silenzio. Divertimenti? Barzellette e scherzi reciproci, un po’ puerili ma scusabili a questa altezza,
passeggiate a cavallo (brrr … mi raccomando silenzio) lettura a ripetizione dei poche giornali arrivati e della
posta … e basta. I soldati sono sempre sporchi ma allegri e sani nonostante le piogge e i lavori.
Salutami tutti a casa e tu ricevi un affettuoso saluto
                                                                   Dall’aff. Nipote Peppino




                                                                                                       17 luglio 1915

Caro zio,
       scrivo oggi a te dopo due giorni di lavoro molto intenso. Sempre però nella località dove mi trovavo quando
venni da voi.
Si è lavorato giorno e notte alla luce di potenti fari acetilene, sola alla parte a cui sono addetto io e che non è la
più importante.
Una scena veramente fantastica!
Genio e artiglieria in un lavoro febbrile in mezzo ad un bosco di abeti; comandi e ordini a destra e sinistra: mostri
di acciaio trainati da motori; un po’ di fracasso anche in alto per gentile collaborazione degli animi austriaci: un
mezzo finimondo!
Avevamo sentinelle da tutte le parti con ordini severissimi! Ti assicuro che mi sono divertito molto e credo di aver
soddisfatto anche chi ci comanda. Io sto benone; ora abbiamo una baracca di legno costruita da noi, in cui
dormiamo e mangiamo: ognuno ha una cuccetta su cui si dorme comodamente. Alla sera si passa il tempo ridendo
e facendo scherzi di vario genere, tanto per ingannare il tempo. Ho ricevuto da casa: tutte le arretrate e quindi le
fotografie, varie altre cartoline dopo la mia venuta, il mio ritratto fatto da Felice, i saponi, il pacco di Villa e la
cartolina da Genova di papà. […]
Saluti e baci a tutti.
                                                                                Peppino




                                                                                                         Agosto 1915

Caro zio,
       sono stato ferito non molto gravemente al braccio sinistro mentre stavo facendo saltare un reticolato.
Scriverò poi particolari, ora intanto ti avverto: credo che dato che non si tratta di roba pericolosa puoi avvertire
papà e mamma. Ad ogni modo fa tu, quello che tu fai è ben fatto. Io domanderò di essere mandato a Pavia al più
presto a casa mia.
Caro zio, come vedi posso scrivere, indizio che le mie condizioni sono buone. Scrivimi al solito indirizzo al 1°
Genio 16° Comp. 34° Divisione.
Scriverò di qui a non molto, più a lungo.
Baci affettuosi da
                                                 Peppino



                                                                                                                     3
                                                                                                1916

Caro zio,
      scrivo a te perché tu lo dica con precauzione ai miei; ma la mia malattia non va niente bene, benché niente
male. Continuo ad avere febbre (che al massimo è 38,3) ed a sentirmi poco bene.
Poiché la cosa dura dal 10 o 11 Novembre, mi pare che sia bene avvertire anche perché, egoisticamente, mi
farebbe molto piacere durante la mia convalescenza l’assistenza di qualcuno che mi voglia bene: è tanto tempo
che non li vedo! D’altra parte so che volevano venire qui se io non venivo lì e certo per un po’ non potrò
sopportare lo strapazzo del viaggio. Fai tu come credi. Io certo mi affido al tuo buon senso ma mi accorgo che la
mia malattia non è un complimento ed è per ciò che scrivo.
E’ un avvelenamento intestinale, io sono ricoverato all’ospedale militare (era l’unico luogo dove potevo andare).

                                                                                  Peppino




                                                                                                   30 novembre 1917
Caro zio,
       ringrazia zia Carlotta della sua cartolina, non vi scrissi mai perché, durante i brutti giorni passati2, ho
concentrato gli sforzi nella direzione unica della mia famiglia, seguendo una norma … guerresca! e per ottenere
più facilmente che non mancassero mie notizie. Ora che sono qui, quasi a Parma, e spero per qualche giorno, sono
più tranquillo sulle vostre inquietudini. Fummo, nei giorni passati, fino al 12, impegnati per difendere i
ripiegamenti, ora invece siamo fuori pericolo completamente. Dì a zia Carlotta che sfortunatamente non so dirle
nulla del Leo Lanfranchi, il suo Reggimento fu con noi ma in agosto […]
Siamo qui a ricostituirci per ritornare più forti a debellare i tedeschi: a noi non manca la fede, occorre più di tutto
che voi abbiate a confermarcela.
Mille cose affettuose dal tuo affezionato

                                                                Peppino




                                                                               29 luglio1918 [dal fronte francese]

Caro zio,
Chissà cosa penserete del mio silenzio! Ma, come avrete visto dai giornali, vi era un poco da fare. Sono contento
della buona figura fatta qui, fra i signori francesi, e che si sia parlato di noi. Credo sia molto bene. Io sto
benissimo: durante l’azione ho avuto il piacere di traversare incolume la zona battuta dai tedeschi per portare
ordini.
Mille cose affettuose.                                                            Peppino




2
    Scrive dopo la rotta di Caporetto, 24 ottobre 1917

                                                                                                                     4
LETTERE ALLE ZIE E ALLA MADRE

                                                                                                   sera 23 luglio1915
Care zie,
       È arrivata ora in porto felicemente la vostra torta, di cui metà è già scomparsa nelle fauci affamate dei
sottoscritti, unici presenti stasera alla”Mensa Ufficiali” – Vi rilasciamo per tale motivo un attestato di medaglia
al valore culinario sempre pronti a rilasciare un duplicato!
 Baci a tutti
                                                                                                        Peppino




                                                                                                       !2 agosto [1916]
Cara zia,
       ringrazio te, zio Giacomo, Felice e tutti della vostra letterina che lessi tanto con piacere. Io sto bene: sono
a più di duemila metri e nonostante che siamo in agosto, fa freddo assai: perciò io porto il passamontagna e avrò
presto bisogno, se mi fermerò qui, di indumenti invernali.
Qui ci arrivano le splendide notizie di Gorizia: ogni sera io ed altri ci rechiamo sui posti più avanzati e con un
megafono diciamo agli austriaci il nostro bollettino in tedesco (sono io l’incaricato!). Quelli ci rispondono:
italiano vigliacco! Ma non mostrano neanche la punta del naso! Dì a zio Giacomo che la mia anzianità non è
stata ancora fissata;: lo ringrazio di tutto.
Mille saluti a tutti
                                                                                                               Peppino




                                                                                                           6/10/1916
Cara mamma,
ho ricevuto il pacco di Verga ed ho trovato tutto, compreso il gilet di pelo e la torta del paradiso che ho offerto
alla mensa degli ufficiali. Ringrazio per tutte le vostre premure, ecc.
C’erano pure le caramelle, cioccolatini, biscotti di Novara ed ogni ben di Dio.
Ho distribuito la roba ai soldati che ringraziano.
Domani scrivo più a lungo. Ho tenuto io le pantofole della Sig. Marozzi.
Baci
                                                                                                 Peppino




Cara zia,
       avrai avuto mie notizie da mamma e da Felice e saprai che godo di ottima salute. La mia pellaccia ha
resistito a tutte le traversie ed ora io mi ritempro coi miei soldati per nuovi cimenti. Ti prego di ricordarmi a zio
Giacomo a cui scriverò domani. Sono disgraziatamente così pigro ed … ero tanto stanco! Spero di rivedervi e che
mi sia concesso vedere la mia Pavia prima di tornare a sentire il cannone.
Mille cose affettuose a te, zio Giacomo, Silvia e all’indimenticabile Angiolina la cui diligenza sarà certamente
[…]

                                                                                                 Peppino




                                                                                                                     5
Giuseppe Franchi Maggi, nato a Pavia il 15 settembre 1890, dall‟Ing. Emilio e da Bianca
Casorati, studiò alla scuole medie di Pavia e a soli 17 anni si iscrisse alla facoltà di matematica.
Passato poi al Politecnico di Milano, si laureò in ingegneria nel 1912 e rimase al Politecnico come
assistente. Apparteneva ad un gruppo di giovani che frequentavano la redazione e collaboravano a
“La Provincia Pavese”.
Chiamato alle armi nel maggio del 1915, col grado di sottotenente (16° Compagnia –1°
Reggimento Genio), nell‟agosto successivo, sul fronte trentino rimase ferito gravemente ad un
braccio mentre faceva saltare un reticolato nemico. Dopo un breve periodo di convalescenza,
ritornò al fronte nel Trentino e poi in Carnia.
Venne promosso tenente, ma colpito da tifo fu inabile al servizio fino al marzo del 1917, quando,
su sua richiesta, ritornò al fronte, qui combatté sul Vodice e sulla Bainsizza, in Carnia.
Nell‟aprile del 1918, partito per il fronte francese con il 2° Corpo d‟Armata, partecipò alla
seconda battaglia della Marna e, per una ricognizione nel bosco di Coutron, ottenne la croce di
guerra italiana e francese.
Il 29 settembre 1918, durante un‟operazione di ricognizione a Pont-Arcy, alla testa di un piccolo
drappello di soldati, fu colpito a morte da una scarica di mitragliatrice.
Così viene raccontata la sua morte da un testimone oculare.
Il povero Franchi è caduto alle 9.45 sull’argine del canale laterale. Era uscito dal bois d’ Auroy
con un piccolo reparto di soldati di fanteria. E’ andato avanti, col berretto in testa, senza elmetto
e con un moschetto che gli era stato imprestato. I Tedeschi lo hanno lasciato avvicinare fino ad
una decina di metri dall’argine, mentre lui, in testa alla pattuglia, incitava continuamente i suoi
uomini, assicurandoli che di là non c’era nessuno. Egli ha dimenticato così, persuaso egli stesso
di questo, ogni prudenza al punto di risalire in piedi e non carpone nel fosso fiancheggiante sulla
strada.
Si udì un colpo di fucile e una scarica di bombe a mano. Quell’ultimo colpo lo prese in pieno
petto, un po’ al di sopra del cuore; fece tre o quattro passi barcollando, si strappò la cravatta ed i
bottoni della giubba (verso il colletto) e cadde morto subito.
La scarica di bombe a mano prese in pieno la pattuglia e solo quattro uomini ritornarono.
Un aiutante di battaglione, Nardi, della 3° comp. del 20°, uscì dalla linea con due portaferiti e
sotto il fuoco rabbioso dei tedeschi riuscì a raccoglierlo ed a trasportarlo indietro.
Fu sepolto nel cimitero di “La Ferme de Chêry-Chartreuve”, alla presenza del Generale Albricci,
comandante del Corpo di spedizione in Francia.
Alla sua memoria fu decretata la Medaglia d‟Oro al Valor militare.




                                                                                                    6
        AMOR DI PATRIA
Il Diario di Enrico Preti, volontario ciclista
Leggendo le pagine di diario che Enrico Preti scrisse durante i mesi di permanenza sul fronte
orientale, è stato per noi difficile capire l‟esaltazione patriottica che esse esprimono. Ci siamo
chiesti come può un giovane di vent‟anni essere contento di morire pur di strappare al nemico un
pezzo di terra. Non siamo riusciti a trovare una risposta per noi plausibile, ma abbiamo compreso
che il clima dell‟epoca, caratterizzato da un‟intensa attività interventista di studenti e intellettuali
pavesi, potesse facilmente infiammare il cuore dei giovani e spingerli verso la guerra con
l‟impazienza di battersi per diventare degli eroi.


Sono giunto in zona di guerra il 27 giugno 1915 e ho provato subito una disillusione. Quella la
guerra? Mi pareva di essere in una grande caserma dove si succedono ordini e contrordini; dove
i soldati vanno e vengono con quella calma pacifica che ha il militare in caserma. Poi udii il
cannone. Era la voce calma del cannone italiano che molestava le posizioni nemiche con
periodici getti di fuoco e di ferro.
Mi informarono che la linea del fuoco distava da noi più di trenta chilometri. Quanta strada! Ed
io che credevo -quando partii- di andare subito a battermi!

Un profugo -Rimasi a S... quasi un mese, e poco per volta mi feci un'idea della guerra che si
combatteva a pochi chilometri. Volontario, dal cuore sensibile, mi commossi parecchie volte ai
racconti degli irredenti che a colonne entravano in Italia. Erano donne, bimbi, vecchi, invalidi.
Erano persone inutili per la guerra e che la guerra rifiutava senza pietà alcuna.
Un giorno venne fra i volontari un venditore ambulante. Voleva vendere la sua merce, e fu invece
arrestato dai carabinieri: la si credette una spia e fu invece rilasciato qualche giorno dopo;
quando fu assodata la verità di quanto narrava. Era triestino, e nella sua città era proprietario di
una cartoleria con tipografia. venne la guerra raccolse pochi soldi e fuggito in Italia, da agiato
commerciante divenne umile e ambulante venditore di cartoline,temperini e cioccolata. Aveva
seco la moglie e la cognata, che era insegnante nelle scuole elementari.
Rimase tra noi pochi giorni, il profugo; poi se ne andò, lasciando fra noi il suo ricordo di vittima
delle angherie tedesche.
La guerra -Ero partito da casa da un mese e mezzo quando finalmente entrai nella linea del
fuoco. Quanto orribile e perfezionata è la guerra moderna! Macchine terribili di distruzione e di
morte sono celate su verdeggianti collinette, in ridenti vallate, in incantevoli paesaggi che
richiamano alla mente i versi del Prina

                                              .......Oh! Come lieti
                                    di queste valli in sen volano i giorni!
                                    Come ad ognora nuove scene e nuovi
                                     sublimi incanti, che obliar giammai
                                          finch'io viva, potrò.........

Per ragioni di guerra superai una collina che faceva catena con altri monti innanzi a me. Mi
trovai in una bella strada, diritta per lungo tratto, tagliata nel fianco dai monti carnici. Sotto la
strada, in fondo alla vallata, un fiume piccolo, rabbioso, sassoso: l'Isonzo. In fondo il mare. Un
sole radioso splendeva: un sole tiepido, quasi autunnale. La visione panoramica era magnifica.
Ma vicinissimo a me il cannone fece udire la sua voce baritonale, tosto seguito da altri rombi; da
raffiche di fucileria, da sibili di shrapnells. Intorno a me, sopra, sotto, alle parti, si combatteva.
Gli italiani coprivano di fuoco il nemico, e questi si difendeva con grande valore. Ma “Contro



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miglior voler, voler mal pugna” dice il più grande dei nostri poeti3. E la vittoria delle nostre armi
è continua, sicura... .
La guerra d'oggi è guerra d'insidia; i nemici si uccidono senza vederli. Se un uomo si mostra è
morto il piombo non perdona .
Due bimbi- di un intero paese, un paese sloveno nel nome e negli abitanti, non sono rimaste che
due persone. Due bimbi: il padre è soldato e forse sarà morto;la madre abbandonò i fanciulli
all'invasione italiana, e Augustine e Josepha sono ora i figli dei soldati. I telegrafisti del 3°genio
li alloggiano e li cibano; al resto pensano i volontari ciclisti. Poveri bimbi tanto simpatici, tanto
buoni e tanto disgraziati!
Hanno imparato qualche po' d'italiano. Lo comprendono bene, lo parlano male, ma hanno
imparato ad amare i soldati. Piangono a ricordar loro la mamma. Ridono a parlar dell'Italia, e a
dir loro se dopo la guerra vogliono venire con noi, sorridono gaiamente.
- Sì, sì in Italia, buoni, italiani!-
Trieste- Il monte Kalì: una mole bassa, enorme,ineguale. Sul costone una strada:sotto la strada
l’Isonzo. Lontano,lontano è il mare che si perde nell’infinito. La visione è magnifica, e fa esultare
l’animo di ogni italiano. Là dove c’è il mare, quel mare che vogliamo fare “nostro” è Trieste.

                                           Oh,Trieste, Trieste!
                                          Te collocò la provvida
                                      sventura in fra gli oppressi… .

Così dice magistralmente Carducci4. Ma noi,soldati d’Italia diciamo:o Trieste o la morte, o la
libertà di tutti gli italiani o l’ eterno disonore di chi non ha saputo fare l’intera e grande terra
Italia. Arriveremo a Trieste? Sì! E’ nella bocca di tutti, supereremo i monti,metteremo a ferro e
fuoco la pianura e sull’eremo di S.Giusto pianteremo fra l’evviva di un milione di soldati i tre
fatidici colori.
                                     Bianco: la fede eterna degli italiani
                                 Rosso: l’ardire indomito dei figli di Roma
              Verde: la speranza sempre vissuta fra noi di liberare i cari fratelli nostri.

Scene tristi, scene, allegre, scene di guerra- I grossi cannoni italiani, celati nel bosco di un
monte, dominano un vasto tratto dalla piccola ubertosa vallata dell’Isonzo. Le undici:in un paese
irredento un gruppo di ufficiali austriaci si asside ad un desco per divorare la razione di rancio.
Un pezzo spara:: un colpo fragoroso, un sibilo lacerante e uno scoppio immenso: una colonna di
fumo… Della casa che ospitava gli ufficiali non esistono più nemmeno le fondamenta.
Due giovani artiglieri italiani chiacchierano poco discosti dal loro pezzo ; sono ambedue dello
stesso paese, si conoscono dalla prima età, si confidano i loro segreti. Chiacchierano: forse della
casa, forse di una gentile fanciulla che lontano, sul Po, attende notizie di chi è sull’Isonzo.
Un colpo, uno scoppio. Lo shrapnel cade sui poveri giovani che cadono lacerati dalle schegge e
dalle pallottole. Uno muore invocando la mamma; l’altro trasportato alla più vicina ambulanza.
Poveri giovani! Ah, la guerra, la guerra! Mi scopro il capo, verso una lacrima, Poi, cogli occhi
arrossati, rialzo la testa energicamente.
“Sempre avanti, Italia! O Trieste o morte!”
[…]

Passano i prigionieri. Sono tanti, sono sporchi e laceri. Li hanno catturati i bersaglieri e sono
spinti avanti dalla fanteria. Ne passano di giovani e di vecchi; passano degli uomini dallo
sguardo stravolto, altri invece assorti in dolorosi pensieri; vi sono delle figure erculee, altre

3
  Si tratta di Dante Alighieri ( Divina Commedia, Purgatorio, Canto XX)
4
  Enrico Preti confonde Giosuè Carducci con Alessandro Manzoni: i versi “ Te collocò la provvida…” appartengono
infatti alla tragedia Adelchi

                                                                                                              8
invece che destano pietà. E vanno, vanno. Dove? Non lo sanno e non lo sa nemmeno chi li
accompagna. Camminano perché devono camminare. E chi conosce un poco l’italiano […]

E’ giunta la posta. L’accampamento dei volontari … è in subbuglio. C’è nulla per me? Si chiede
ansiosamente …….. lettera da casa. La si ritira, si corre a leggerla e si torna tra i compagni con
gli occhi rossi.
E per me c’è nulla? Per quasi tutti c’è qualche cosa, quasi tutti sono felici. Dico quasi perché
qualcuno che non riceve nulla c’è sempre. E’ per lui una disillusione amara, e rimane mortificato
per delle ore. Ma la distribuzione della posta è un quarto d’ora di gioia rumorosa, il più contento
di tutti è il postino ch’è felice di portare agli amici notizie dei cari lontani. Quegli sono io.




   Enrico Preti nacque a La Maddalena (Sassari) da Roberto e Alberta Mariani il 30 gennaio
   1896. La sua famiglia si trasferì nel 1897 a Pavia dove il padre trovò lavoro come maestro
   elementare.
   Allo scoppio della guerra, nel maggio del 1915, si arruolò come Volontario Ciclista ed ebbe
   modo, nel dicembre dello stesso anno, quale Aspirante del 12° bersaglieri, di distinguersi nella
   difesa di una selletta dello Javorcek.
   Come sottotenente di complemento 12° reggimento Bersaglieri, 6° Compagnia, durante
   un‟azione, sosteneva col suo plotone l‟improvviso attacco del nemico, esponendosi fuori dai
   ripari per individuare gli appostamenti. Ferito lievemente, continuò a combattere finché cadde
   mortalmente ferito.
   Di lui un compaesano, che assistette alla sua morte, scrisse sulla Provincia Pavese:
   “… Amico Preti, compagno d’armi, fratello d’Italia, a te il saluto affettuoso e memore degli
   ufficiali e soldati della Zona Carnica che ricordandoti giurano di vendicarti e di difendere con
   onore la bandiera nostra sulle balze che calcasti da forte. Riposa tranquillo nel cimitero di
   Timau: sei in terra italiana e tu, guardando verso il confine devi sorridere perché noi
   andiamo avanti, domiamo la tracotanza austriaca , siamo tuoi degni compagni … Addio!”




                                                                                                  9
                 FIRST WORLD WAR

 Letters from:
1) Giuseppe Franchi Maggi, from Pavia, lieutenant in
   the front line in World War 1;
 ( June-July-August 1915, October 1916, November
1917).

2) A diary from Enrico Preti, an Italian soldier in
World War 1.




                                                  10
Author of the letters: Name, Age, Nationality
Giuseppe Franchi Maggi, lieutenant in the Italian Army, in World War 1, 25 years old.

Adressee
The adressee of the letters are his uncle, his aunts and his mother. He sends them some letters to tell about the
situation on the front and to thanks them for the presents (cakes, biscuits).

Date and place from the letters were sent
The young man wrote the letters in different period (August, November, June, July, October) from the Italian
front line.

Content and tone of the letters
The author of the letters wants to reassure his family and he tells them about himself and his friends. He doesn’t
want to worry his family. He never complains,. He misses his town Pavia, his family, his friends.

What marked or moved us
What moved us in these letters is that Peppino tries to hide his fears and his serious concerns to his family.
He was shot dead in the Battle of Pont-Arcy, on 29 September 1918. He was 28.He was buried in the war
cemetery of “La Ferme de Chêry-Chartreuve” in the afternoon of 30th September.
He was given a bravery award, and later a golden medal.




LETTERS FROM THE FRONT

Giuseppe Franchi Maggi, during his stay at the front, wrote some letters postcards to his relatives, some of these
are kept in the “Civic Archives of Pavia”. We examined and chose the most significative. Some are addressed to
his uncle Giacomo, some to his aunt Carlotta and one to his mother.
From these letters we can understand he was a young strong man, cheerful and witty, full of love towards his
relatives.
Peppino never complains, he tells difficult situations ironically to play things down, he shows himself courageus
but he is very far from the interventialist rethoric.
He does his duty as a soldier but he missed his town Pavia, his relatives, his friends. Only when he is admitted in
military hospital, he comes sad and worried.


                           LETTERS to the uncle GIACOMO FRANCHI
                                 VIA MAZZINI 20 PAVIA

Dear uncle,                                                                                     30 June
here life is always the same: I get up at 4.00 o’clock, work at 5.00 o’clock, I return at half past eleven, breakfast
and break at work at half past one p.m.. I retourn at 7.00 o’clock, lunch, coffee and “bed”.
Eintertainments here?Jokes and tricks, horse-riding, some newspapers in-coming mail, letters and nothing else.




Dear uncle,                                                              17th July 1915
          I’m very well, we can sleep and eat in a wooden hut built by ourselves: everyone can rest in a
comfortable bunk. We spend the evening laughing and playing jokes to kill the time.
                                                    Kisses to everyone of you,
                                                                Peppino
                                                                                                                  11
Dear uncle,                                                                           August 1915
           I have been wounded in my left arm (not seriously), while I was making a grid jump. Later I will
write you more information,, now I tell you: as it is nothing serious, you can tell mum and dad. I’ll ask to be
transferred to Pavia as soon as possible.
                                                           Kisses from Peppino



Dear uncle,                                                                                 1916
            I am not very well, I have always a high temperature and I don’t feel very well. I have been ill since
the 10th or 11th November, so I think it is better to tell you because I’d like some of you to look after me. I
haven’t seen you for a long time. My disease is really serious, and for this reason I am writing to you. I suffer
from a bowel disease and I’m admitted to a military hospital.
                                                                         Peppino




                      LETTERS to the AUNTS and to HIS MOTHER

Dear aunt,                                                                  12 August
        I’m very fine: now I’m on the mountains (more than 2000m) and even if it is August it is very cold.
We have received wonderful news from Gorizia: every evening we usually go to the most advanced posts and
with a megaphon we tell the Austrians our bullettin in German. (I’m the commissioner!).
They answer us :” You coward Italian!”
                                                        My best regards, Peppino



Dear aunts,                                                23rd July 1915, evening
I had your cake and it has already been eaten by those who are here this evening at the “officers” mess. We give
you, for this reason a certificate of merit for cooking!
                                                           Kisses, Peppino Rossi



Dear aunt,
          my skin has been able to stand all troubles and now I’m preparing my soldiers for new tests.
I hope to see you again and to see my Pavia before coming back to the guns.




Dear mum,                                                                   6/10/1916
          I received the parcel from Verga and I found everything: the fur waste coat and the “Heaven’s” cake
which I offered to the officer’s mess. There were sweets, little chocolate, Novara’s biscuits too, and all sort of
good things. I shared everything with all the soldiers. They thank you very much.
Kisses,
        Peppino



                                                                                                               12
                                 FROM THE DIARY OF ENRICO PRETI

I came to the war area on 27th June 1915 and I was immediatly disillusioned. Was the war like that? It seemed
to me to be in a large barrack where orders and controrders follow each others, where soldiers come and go in a
pacific peacefulness as in a barrack. Later I heard the gun. It was the calm voice of the Italian gun disturbing
the enemy positions with recurrent throws of fire and iron.
I was informed that the fire line was not more than 30 kms far away from us. How far ! When I left, I thought
to go and beat the enemy at once.


The war ! – I left my home about 45 days ago and I entered the fire line at last . How horrible and perfect is
modern war ! Terrible machines of distructions and death are hidden in green hills, in bright valleys, in delightful
landscape.
Modern war is an insidious one, enemies are killed without seeing them. If a soldier is visible is dead, lead
doesn’t forgive.

In a whole Slovenian village there are left only 2 inhabitants, 2 children: Augustine and Josepha, who are now
the soldiers’children. They’ve learnt a little bit of Italian, they’ve learnt to love Italian soldiers. They cry when
they think of their mummy, they laugh when they speak about Italy, and they smile when they are told to come
with us after war. Oh yes, to Italy, good Italians!!!
    (follows)

                                                               ENRICO PRETI



Author: Enrico Preti, an Italian soldier who fought in World War 1.

Date and place where he began to write
He began to write his diary on 27th June 1915, when he went to the war area.

Content of the diary
In his diary he said that, when he arrived there, he was immediately disillusioned because the war wasn’t as he
had thought, but he was informed that the fire line was at 30 kms from them.
He describes his life near the fire line: war is horrible and perfect because terrible machines of destruction and
death are hidden in green hills, in bright valleys, in delightful landscapes.



( as follows)

Here is the thought of Carducci: Will be able to get to Trieste? Yes! We’ll pass the mountains, we will put on
fire and sword the countryside and we’ll plant the three prophetic colours while about a million of soldiers will
be jubilant shouting.
White: faith
Red : courage
Green: hope

The big Italian guns, hidden into a wood in a mountain, are overlooking a wide part of the small fertile Isonzo
valley. A group of Austrian officers is sitting at dinner-table having its ration. A crashing stroke, a lacerating
hiss and an immense burst: a column of smoke. There are no more foundations of the house where the officers
have beeen lodged. Poor young men ! Ah, the War! I have bared my head, I have shed a tear and later, with my
redden eyes, I’ve shaken my head: “Go on, always go on. Either Trieste or death”.
                                                                                                                  13
Prisoners are passing by. So many !! They are dirty and ragged. They have been captured by “ Bersaglieri” and
pushed forward by “Fanteria”. They are young and old men, someone with a contorced look, someone assorted in
painful thoughts. Where are they going along ? Neither of them, nor their leading man knows. They are walking
because they must. Mail has arrived. The camp of volunteers is in a turmoil. “Is there anything for me ? “ They
ask anxiously…a letter from my family.
You take it. Rush to read it and later you come back with redden eyes.
There is a letter for almost everyone and almost everyone is happy. I’ve said “almost” because there is always
someone who doesn’t receive any mail. It’s a bitter disillusion for him! But the mail is a quarter of an hour of
joy. The postman is the happiest one because he is giving news to his friends of their dear ones who are far
away!!
I am the postman!!!
                                                                        Enrico Preti




                                                                                                             14
       UNA DONNA AL FRONTE
       Il Diario e l‟Epistolario di Maria Cozzi, crocerossina pavese

      Dagli scritti, semplici ma pieni di fede e di poesia, di Maria Cozzi emerge la figura di una
      donna dolcissima e nello stesso tempo forte e decisa.Sul fronte italiano prima e poi su quello
      francese, affronta con serenità e coraggio la dura vita dell‟infermiera mobilitata, che vive e
      lavora nelle tende vicino al fronte assistendo materialmente e psicologicamente soldati feriti di
      ogni nazionalità. A volte, piangendo, si chiede: “perché tanto martirio?”, ma a questa domanda
      non sa trovare una risposta e, pur odiando la guerra, sente che deve starci dentro per aiutare gli
      altri.Le sue parole sono un documento importante per conoscere fatti e situazioni relativi alla
      Prima Guerra Mondiale e, al tempo stesso, sono una testimonianza delle emozioni, delle paure
      e delle speranze di una donna impegnata in prima linea.


       Dal DIARIO

       [Fronte francese 1918]
       Le camerette che ci alloggiano sono state abbandonate di fretta e furia da una povera
       famiglia che sarà chissà dove ed è tanto triste l’aspetto di questo nido vuoto: una culla, sfatta
       e ancora tiepida, una pentola piena d’acqua sul focolare spento, una lettera scritta a metà …
       Tutta una vita piccina e bella troncata dalla guerra inesorabile, feroce.


       10 Giugno
       Nella mattinata arriva l’ordine di partire alle 15 coi camion, si parte per Epernay5, si arriva
       in una gloria di sole, si passa dalla città silenziosa e triste, essa è quasi completamente
       abbandonata.
       L’ospedale Oluban-Moet, che ci ospita, è un municipio, dono della famiglia Moet alla sua
       cittadina: è una vera meraviglia, sono molti padiglioni tutti di lusso…


       20 Giugno
       Si lavora, si lavora senza tregua giorno e notte, abbiamo ricoverato circa 80 feriti di cui
       alcuni molto gravi.



       28 Giugno

       Non ho mai potuto scrivere per il grave lavoro, ieri però abbiamo sgobbato ed oggi abbiamo
       un po’ di riposo, abbiamo solamente una trentina di feriti che non ci danno da fare.




5
    Epernay: città della Francia Nord-Orientale, al centro delle zone viticole della Champagne, sulla Marna

                                                                                                              15
      30 Giugno
      Ci arriva l’allarme di tenerci pronti per fuggire: si teme, si aspetta un’offensiva nemica sul
      nostro fronte.
      Quante trepidazioni! E’ arrivato l’aspirante Benvenuti dalla licenza.


      4 Luglio
      Si vive abbastanza tranquillamente con pochi feriti, ma si palpita sempre in attesa della
      formidabile offensiva.


      15 luglio
      Ieri si festeggiò con ogni pompa la festa nazionale di Francia e si bevve molto champagne, ma
      nella notte non piegano col loro contegno eroico soprannaturale vogliono dire ai tedeschi:
      “Di qui non si passa”.
      Quanta riconoscenza noi vi dobbiamo o piccoli soldati, piccoli fanti che siete ridiventati
      adorabili colla vostra divisa a brandelli insozzata di fango e di sangue.
      Colle braccia tese a voi, poveri morti, con tutta l’anima protesa verso le vostre case lontane a
      cui voi non farete più ritorno, io vi ammiro, o martiri, e vi adoro. Voi avete risollevato il nome
      e il valore d’Italia che dopo il disastro di Caporetto erano caduti in un abisso. E se le vostre
      donne che laggiù vi attendono invano potessero tutte comprendere quale opera gigantesca voi
      avete compiuto, si asciugherebbero tutte le loro lacrime. Povere donne che invece poco
      comprenderanno e avranno anche il dolore d’avere la vostra povera tomba lontana, lontana,
      avvolta in due tricolori.


      19 luglio
      Si lavora sempre disperatamente, non ci si regge più in piedi, ma non si smette.


      20 luglio
      Arriva l’ordine di ripiegare e di rimanere a Epernay. Viene a sostituirci un ospedaletto
      inglese e siccome essi hanno un grande lavoro, noi aiutiamo un po’ loro.


      22 luglio
      Partiamo domattina in camions e andiamo a riposo in un piccolo paese, come voglio riposare!



      23 luglio
      Arrivato a Torcy6 dove dovevamo rimanere ripiegati non ci vogliono ricevere perché non c’è
      posto, stiamo in ballo tutto il giorno, poi finalmente ci sbattono a Vaupoisson, piccolo paese
      pieno di pace, fra i boschi, in riva al fiume Aube dove non si sente la guerra nemmeno
      lontana.
6
    Torcy: centro della Francia a nord della Marna

                                                                                                       16
13 ottobre
Che felicità: pace, pace, pace. Questa piccolissima parola mi rende folle di gioia e non so
capacitarmi che sia vero. Ma davvero non sentiremo più rombare il cannone, non vedremo
più morire a vent’anni mentre sorride la vita?


17 ottobre
Ci fanno ripiegare per partire al seguito delle nostre truppe che avanzano trionfalmente,
abbiamo grande traffico per sgombrare i malati.


20 ottobre
Si parte in camions verso la luce di gloria, che laggiù lontano lontano splende
ininterrottamente. Si attraversano i luoghi più aspri dove la guerra passò tragicamente
falciando tante giovani vite: si trovano tombe ovunque, rovine, desolazioni, strade
impraticabili dove i camions devono camminare assai lentamente ed è con emozione che si
passa dal Chemin des Dames.
Si arriva verso sera a Coucy Les Eppes: il paese è intatto, il castello che ci ospita anche, esso
è bellissimo, con parco ugualmente bello, ma stiamo ripiegati perché ci tirano
maledettamente; la rabbia tedesca si sfoga con gli ultimi suoi aneliti.


28 ottobre
Nella notte arriva un colpo nel castello che sfonda le camere del farmacista e del cappellano,
fortunatamente essi non erano là e nessuna vittima umana abbiamo da deplorare, solamente i
muli sono colpiti di cui uno morto e due feriti. Ma l’importante è che arrivino notizie
strabilianti e la pace è qui e batte alle nostre porte col suo multiplo martello di gloria e di
vittoria.


1 novembre
Laggiù nel nostro paese lontano la nostra avanzata riveste l’aspetto di una marcia trionfale e
ad uno ad uno i nostri paesi ridiventino nostri. Con commozione, con riverenza ammiriamo
l’opera del soldato nostro che modestamente compie un lavoro grande che rimarrà tra i
ricordi migliori del mondo civile. I nostri santi morti possono essere contenti dei loro
compagni ai quali lasciarono il compito di vendicarli ed esso tutti si leveranno dalle loro
tombe ed esulteranno con noi nella gloria finale che coronerà di splendida luce, come mi
onora il sacrificio, il lavoro, il dolore di questi anni di guerra.




                                                                                               17
Dall‟EPISTOLARIO
Nelle affettuose lettere alla madre Maria parla dei frequenti spostamenti al seguito delle truppe,
della malinconia per la lontananza, del sollievo per l‟arrivo dei pacchi con la biancheria e le
medicine, della bellezza della natura e del suo faticoso lavoro. Costantemente esprime il proprio
dolore per le sofferenze dei soldati ed è sempre attenta a rassicurare la mamma sulle sue
condizioni. Cogliendo i segni della pace ormai vicina, … anticipa nella sua mente la gioia del
ritorno


Cara mamma,
         Oggi abbiamo l’ospedaletto al completo. Il cannone stanotte ha tuonato per molte ore, ed oggi ci giunsero
gli Eroi sanguinosi. – t scrivo da una tenda, appoggiata ad uno sgabello, alla luce di una lampada a petrolio
fumosa e puzzolente, e sto seduta a terra.
I miei feriti sonnecchiano o gemono, nessuno però è gravissimo, per fortuna! … Ho ricevuto le tortine oggi, e ieri
l’altro pacco … non capisco più niente. Perché tanto ben di Dio?
Ho avuto una grande emozione, il direttore ci condusse in camion, su di una collina da dove abbiamo veduta in
lontananza la linea di combattimento … . Ci siamo sentite tremare e ammutolire. Quanto dolore, quanto
sacrificio! Per arrivare fin laggiù verso il mare che si immagina più che vedere … .
Un abbraccio.
                                                                                      Maria


                                                                                    3-916 z.g.7
Mamma cara,
      Tanto lavoro, tanto da essere ubriaca, e anche la tristezza di veder la mia compagna sofferente. E’ così
piena di bontà e di buon senso povera, cara Signora Gozo, che mi spiacerebbe infinitamente che non potesse
rimanere, che i disagi troppo rudi l’obbligassero al ritorno! Ma non credo.
Io bene sempre. – Abbiamo ricevuta e distribuita la biancheria che la signora Rampolli ci mandò a nome del
Comitato Femminile Pavese. Ringraziala tanto pei miei soldati. Siamo in attesa di cose belle!
Un bacione.
                                                                                     Maria


                                                                              9-8-916 z. g.
Mamma adorata,
        Evviva! Evviva! Gorizia è italiana! Immagina quanta festa, quanta gioia anche qui… ma anche
quanto dolore! …
La Signora Gozo è guarita come per incanto. Siamo occupatissime, avremmo bisogno di giornate che fossero
eterne.
Sto benissimo
                                                                                         Maria


                                                                                           15-8-916 z. g
Mamma cara,
        L’onda sanguinosa si rinnova sempre, ad ogni ora come un turbine i feriti passano nelle nostre mani. Sta
tranquilla.
                                                                                            Maria

7
    z.g.: zona di guerra

                                                                                                                 18
                                                                                                z. g. f. 9-5-9188
Mamma carissima
       Questa mia, imbucata fuori delle sgrinfie delle censura del Tenente G. che va in licenza, vi dirà finalmente
dove sono.
Sono in Champagne a Trouan ler Grand, al cui fianco sta Trouan le Petit, sono due minuscoli paesi che fra tutti e
due fanno trecento abitanti, poco discosti dalla Marna, che scorgiamo benissimo nella pianura lontana.
Nel 1914, queste terre furono invase, gli abitanti fuggirono, ora ritornano tutti alla loro vita tranquilla, ma a
sentirli descrivere l’esodo e a parlare del ritorno, commuovono vivamente.
Il popolo francese è veramente fervido e grande e non ha bisogno di nessuna propaganda; essi dicono: “Notre
famille c’est toute la France” e i preti dai pulpiti ripetono: “Nous n’aurons jamais de paix, si les bôches ne
partiront pas de nos terres”.
[…]
Sto benissimo, sono felice.
Baci.                                                                  Maria


                                                                                              20-5-919 z. g. f.
Mamma carissima
          Prima di tutto ti confiderò dove siamo, siamo a Rarécourt, vicinissimo a Verdun, quel Verdun che fece
tanto parlare di sé e che suscitò l’ammirazione di tutto il mondo. Per arrivarvi abbiamo attraversato la foresta
delle Argonne irrorata dal generoso sangue italiano.
Passando visitammo con religione, con devozione tutti i luoghi dove hanno combattuto i nostri Garibaldini nel
1914 9; piegammo le ginocchia sulle loro tombe e vi deponemmo in segno di omaggio il nostro tricolore con la
scritta: “L’Italia che passa saluta i suoi grandi caduti”.
La musica suonò la marcia reale, tutti piangevano.
Attraversammo poi molti paesi semi-distrutti dall’invasione del 1914, ma già risorgenti a vita.
[…]


                                                                                         17-6-918 z. g. f.
Mamma carissima,
         Abbiamo avuto da perdere la testa! Per quattro giorni e quattro notti non ci siamo fermati un momento,
vivendo nel sangue e nella morte giornate terribili e dolorosissime!
Oggi cominciamo a respirare, e i morti non ci disturbano più, e i più gravi cominciano a migliorare, e stanotte
abbiamo potuto dormire… che sollievo! …
Ora per la prima volta ci giunge notizia di quello che avviene sul nostro fronte; puoi immaginare cosa proviamo,
noi così lontani! … Si trepida, si palpita, si grida incontrandoci: “Viva l’Italia”, con ansia e con anima
indicibili. Anche sotto i colpi formidabili dei Tedeschi, la fede della Francia non crolla, né si fiacca!
Questo popolo è veramente grande.
Ti bacio.                                                                                Maria




8
 z.g.f.: zona di guerra francese
9
 Anche Pavia fu rappresentata nella legione di volontari garibaldini che combatterono in Francia nel dicembre del
1914 sul fronte delle Argonne

                                                                                                                    19
                                                                                   18-10-918 z. g. f.
Cara mamma,
         La pace invocata e sospirata non è più un’attesa, una speranza; essa è qui, la sentiamo già, e ce ne
inebriamo.
Stamane mentre si medicava, venne un soldato francese a cavallo, e sulla strada, fra molta truppa, lesse le ultime
notizie; un urlo si levò da ogni parte e tutti ci abbracciammo piangendo. Il ferito stesso che stavamo medicando –
amputato da un piede – disse:” Non sento più nessun dolore e mi sembra quasi d’avere il mio piede sano ancora,
per correre anch’io in Germania!”
Ad ogni momento avvengono scene indescrivibili, e non ci stanchiamo mai di ripeterci: è finita! Finita!...
Oggi è il mio compleanno, e una festa più bella non l’avrei potata desiderare!
Torneremo, spero, presto e per sempre. Allora nelle quiete serate invernali nella nostra sala da pranzo vi
racconterò della guerra e non finirò più di parlare … e dirò tutte le pagine belle che ho vissute, ma dirò anche le
pagine brutte, taciute …
Vi abbraccio con affetto grande
                                                                                                 Maria




    Maria Cozzi nacque a Settimo di Bornasco il 13 Ottobre 1889; compiuti gli studi a Pavia, a
    25 anni entrò nelle infermiere volontarie della Croce Rossa e dopo lo scoppio della guerra
    operò nelle vallate dell‟Isonzo, presso Gorizia. La sua presenza al fronte si protrasse fino alla
    disfatta di Caporetto (24 Ottobre 1917), quando, in seguito alla ritirata del nostro esercito,
    rientrò a casa.
    Ben presto però chiese di essere inviata nuovamente al fronte. Dall‟Aprile del 1918 si trovò al
    seguito della 3° divisione del generale Pittaluga ad Epernay, in Francia. Qui, al capezzale dei
    suoi malati, fu colpita dalla “spagnola”, una terribile forma influenzale che provocò migliaia di
    vittime.
    Maria morì l‟11 novembre 1918 e venne sepolta nel cimitero militare di Coucy-Leseppes,
    presso L‟Aise.
    La sua salma fu traslata in Italia e giunse a Pavia il 20 febbraio 1921, accolta da una grande
    folla di pavesi.
    Numerosi furono i riconoscimenti della sua opera. Nel 1917 il presidente della C.R.I. le
    conferì la medaglia militare al merito d‟argento, mentre l‟anno successivo la Repubblica
    francese la onorò con la Croix de guerre francaise, con la seguente motivazione: “ … a fait
    preuve d‟un dévouement admirable pour ses blessés, meme sous de violents bombardements
    par artillerie et par avions…”.Nel 1925 venne inaugurata l‟unità, a lei dedicata, della Croce
    Rossa giovanile della scuola elementare “Felice Casorati”.Due anni dopo in Via Boezio, al
    numero 3, sulla casa di famiglia, venne murata una lapide commemorativa.
    Nel 1976 il Comune di Pavia le ha intitolato una strada nel quartiere Ovest della città.




                                                                                                                20
DUE MADRI UNITE DAL DOLORE Questa commovente lettera è stata inviata alla madre di
Maria da Bianca Franchi Maggi, madre del tenente Peppino, morto circa due mesi prima sul fronte
francese 10
Le parole della Signora Bianca esprimono due concetti universalmente validi: un figlio vive
sempre, attraverso il ricordo, nel cuore di sua madre, la fede può aiutare ad accettare un dolore
troppo grande che la ragione rifiuta.



                                                           Signora Irene Cozzi
                                                            Pavia

                                                            28 Novembre 918

Mia cara Signora
        Col cuore sempre angosciato dell’immenso mio dolore le scrivo queste poche parole per
dirle che nessuno più di me comprende il suo strazio, e so che non c’è nulla che valga a
confortarla.
Troppo gravi i sacrifici che Dio ci ha chiesti! Voglia lui darci la forza di rassegnazione! Egli solo
può.
Chi mai avrebbe pensato un mese fa, quando ci incontrammo al cimitero, che Lei sarebbe stata
colpita dalla medesima sventura!
Cari i nostri figli che hanno sacrificato con tanto entusiasmo la loro bella e fiorente giovinezza
per il bene dell’umanità! Che il Signore dia loro il premio ben meritato.
E noi, povere mamme rimaste, non possiamo che pregare e pregare per loro colla speranza di
ritrovarci un giorno di nuovo insieme.
Cara Signora, se a qualche cosa le posso giovare, venga a trovarmi. Parleremo e piangeremo
insieme i nostri diletti, i nostri perduti che noi conserviamo sempre nel più profondo del cuore.
Con un abbraccio fraterno

                                                                    Bianca Franchi Maggi




10
     Vedi pagg. 1-5




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BIOGRAPHY

Maria Cozzi was born in Settimo di Bornasco on the 13 of October 1889. She studied in Pavia
and at the age of 25 she became nurse of the Red Cross. During the first world war she was on
service in the Isonzo valley near Gorizia.
She remained there till defeat of Caporetto (24 October 1917) , then she came back home because
she retreat of our army.
On April 1918 she left again to Epernay in France with the general. Here she was stricken with
“Spagnola” , a terrible flu that caused thousand of deeds.
Maria dyed on the 11 of November 1918 and was buried in Canney – Leseppes in a military
cemetery.
Her corpse was transferred to Italy and arrived in Pavia, greeted by a lot of inhabitants, on
February 1921.
She had lots of recognition. In 1917 the president of the Red Cross bestowed on her the silver
medal of merit, next year the Republic of France bestowed on her the “Croix de guerre francaise”
with this motivation in 1915 a Juvenile section of the Red Cross was opened in the Elementary
school “Felice Casorati” and it was dedicated to her.
Two years later a tablet was situated on her house (Via Boezio 3).
In 1976 Pavia dedicated a street to her in the west quarter of the town.


We can known the great figure of Maria Cozzi by her simple written full of poetry and faith.
She was very kind but in the same time very strong and determinate. Both on the Italian and the
French front, she confronts the hard life of a mobilised nurse with courage and serenity. She
works giving material and psychological assistance to wounded soldiers of every nationality.
Sometimes erring she asked herself “Why so much martyrdom?” She couldn‟t find on answer but
ever if she hated war she knows she has to work because only in this way she could help people.
Her letters are very important to know situations and events pertinent to the first world war: and at
the same Time They are an important writness of the lindens, fears and hopes of a woman
engaged in front line fight.


FROM HER DIARY

1918- French front.
The little rooms where we live now, were left in a horny by a poor family and only goodness
knows where eat will be.
This house looks sad and empty.
There is on unmade cradle, a pot full of water on the out heart and a half written letter on the table.
A short and beautiful life ruined by an inexorable and cruel war.


                                                                                         June 10

In the morning we were ordered to leave with our lorries, and at 3 p.m. we live to Epernoy in
France. We are arrived there in a sunny day, the town was silent, sad and deserted.
The Oluban-moet hospital was town hall and it was given to her town by the Moet family. It was
wonderful and there are a lot of luxury pavilions.




                                                                                                    22
FROM THE “EPISTOLARIUM”

In this kind letters to her mothers, Maria talks about her movements with the troops, about her
melancholy to be far from her house and about her happy when she receives elopes, medicines and
food. She always expresses her regret for the soldiers but she sets her mother‟s mind at ease about
healthy conditions.


 17-6-1918
Dear mum
How many dead, we have incessantly worked for four day.
Today is better, the wounded are improving in health and this might everyone slept well.
For the first time we have news from our front and when we meet we say “Viva l‟ Italia”.
Also the French people are really strong.
Kiss you

Maria


                                                                                       18-10-1918

Dear mum,
the peace isn‟t a hope, it is here and we are enraptured.
This morning a French soldier arrived to the hospital and gives us the beautiful news.
The wounded I was dressing cried: I have no pain now And everyone says “It‟s finished it‟s
finished” What emotion, mum!
Today is my birthday and I couldn‟t wish a so wonderful feast.
I hope I‟ll came back at home and for ever. Then I‟ll tell you about the war, about the fine and the
terrible actions. I passed.
A big hug.
                                           Maria



                                                                                       June the 20

We work day and night, we hospitalised about 80 soldiers but only some of them are seriously
wounded.
What a joy!!! Peace, peace peace…..
Thy short word makes me mad of happiness. I can‟t believe it‟s true. We wont hear guns to
thunder and nobody will dye at 20 years.



                                                                                October the 20

We are leaving now, we pass through devastated can tries where war cut young lives down.
There are ruins, devastation and graves everywhere. The roods are impassable and the lorries must
pass very slowly and with a lot of emotions we pass through the “Cheuin des Dames”.



                                                                                                  23
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In our far country our advance looks as a Triumphal march, every country became ours. It‟s with a
lot of emotion and respect for that our soldiers we think who are doing very meritorious deeds
which will always be in the memory of the civil world.



                                                                                  July 15 1917

This better was very touching. It‟s addressed to the soldiers, the young infantrymen with their
uniforms in rags.
Oh martyrs I admire and love you.
If your women could know the big dead you have done after the defeat of Caporetto, they would
wipe their tears, even if they have a suffer because they haven‟t your corps, they have to imagine
you in a far country courted by to tricolours



                                                                              August 9 1916

Hurrahs hurrah hurrah !!! Gorizia is Italian. You can imagine how much feast and joy here, but a
lot of suffering too. I‟m very well.
                                                                 Maria


                                                                           August the 15 1916

Dear mum,
Everyday a lot of wounded were taken to the hospital and they look as a bloody wove.
Be quite for me
                                                               Maria



                                                                               May the 20 1917

My dear mum,
I‟ll tell you where we are now, we are in Rarecourt, near Verdun, the same Verdun which excited
general admiration all over the world.
We passed trough the Argonne forest which is dipped by the Italian blood.




                                                                                                 24
CAPORETTO
dal Diario dell‟aspirante ufficiale Giuseppe Resegotti
Caporetto rappresenta per l‟Italia la più grande sconfitta della prima guerra mondiale.
Quando nel 1917 la Russia abbandona il conflitto in seguito alla rivoluzione scoppiata al suo
interno, la Germania, prima impegnata su quel fronte russo, si sposta a sostenere le forze alleate
austriache sul fronte occidentale.
L‟Italia, mal organizzata e comandata dal generale Cadorna, subisce gravissime perdite sia di
uomini sia di materiali ed è costretta a ritirarsi sulla linea del Piave. Grave è anche il disordine
provocato dalla fuga precipitosa dei civili.
Proprio della disfatta di Caporetto racconta nel suo diario Giuseppe Resegotti.
Lui con i suoi bersaglieri riesce a respingere il nemico combattendo fino alla fine delle munizioni;
tenterà poi la fuga, ma verrà catturato e messo in prigione dove morirà dopo un anno. In questa
pagina di diario descrive come viene a conoscenza del nuovo nemico e prepari il suo plotone a
combattere. Durante questa battaglia, Resegotti, perde anche il suo caro amico Rabbi.

24 Ottobre 1917. Ci svegliamo al mattino e il capitano m’incarica di provvedere armi e
munizioni, elmetto e maschera per quelli che ne sono sprovvisti togliendoli ai cucinieri. A
mezzogiorno il tenente colonnello ci annuncia che prima di sera si dovrà salire in linea e alle tre
del pomeriggio, dopo aver depositato in una casa privata il superfluo dei bagagli, ci mettiamo in
marcia. Passiamo da (…)11 incontrando molti borghesi che fuggono, hanno facce sparute e
terrificate e dicono: “Ci sono i tedeschi, avanzano, sono qui”.
E passano colonne disordinate di camions, carri, carregghi, muli; è tutta una teoria interminabile
di fuggenti. E’ la rotta completa, è la fuga precipitosa e disordinata; siamo noi gli unici che
saliamo e che avanziamo contro la corrente che fugge e molto si deve faticare per trascinare
avanti i soldati. Sono le cinque del pomeriggio ed ormai è quasi buio quando arriviamo sulle
posizioni che dobbiamo occupare; si procede ad una specie di manovra per formare la catena e
andiamo ad inquadrarci fra il 72° bgl. A destra e il 71° a sinistra. Il mio plotone è in
collegamento col 72° bgl. E devo occupare una leggera elevazione di terreno. Arrivato sul posto
mi avvedo che nulla è preparato per la difesa, neanche il più piccolo scavo, il più semplice
riparo; artiglieria nostra non ce n’è, solo due pezzi da 145 sparano poco dietro, mentre un
centinaio di metri avanti si scorgono dei pezzi nostri da 175 lasciati intatti in mano al nemico.
Metto avanti due piccoli posti e faccio scavare dai bersaglieri una specie di trincea, un riparo
insomma che serva a proteggerci. Quasi tutti non hanno attrezzi, nessuno poi ha bombe, razzi
illuminanti, poche sono le munizioni. Per fortuna in questa posizione sono radunate parecchie
nostre mitragliatrici che sparano molto, con un crepitio secco e rabbioso. Io do ordine di sparare
solo in caso di bisogno e dopo una ispezione su tutta la linea, dopo d’essermi messo in
collegamento col comandante del 72° bgl., mi reco dal capitano comandante la mia compagnia
per avere ordini precisi. “Rafforzare bene la posizione perché qui si deve resistere ad oltranza”
questo è l’ordine ch’io trasmetto al mio plotone. Intanto s’è fatto scuro e gli austriaci lanciano
razzi illuminanti e più spesso bombe illuminanti che rischiarano tutto attorno riverberando di una
luce rossastra le poche case aggruppate in fondo alla valletta dove si trova il nemico.
E’ un continuo bombardamento intercalato spessissimo da scariche di mitragliatrici e da qualche
raro colpo di fucile.
Io visito i posti avanzati e rinnovo le raccomandazioni. La notte passa in continua ansia ed in
moto continuo per tener svegli i soldati, temendo un attacco da un momento all’altro.
Verso le sei del mattino del 25 Ottobre il nemico attacca con forze rilevanti.



11
     Per ragioni di censura la località non viene nominata

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25 Ottobre. Salgono i tedeschi (poiché sono tedeschi e non austriaci) inquadrati quasi andassero
ad un tiro a segno. Subito le nostre mitragliatrici, le pistole, la fucileria e i due cannoni, fanno
sentire la loro voce. Molto bene sopra tutto sparano i due pezzi che con pochi colpi abbattono ed
incendiano le case giù aggruppate, dove il nemico s’era annidato.
Io, dalla mia posizione elevata seguo con precisione le mosse del nemico, lo vedo prima avanzare
fiducioso, tranquillo, poi quasi avesse un momento di indecisione per la brusca accoglienza,
tentare un assalto breve, ma furioso e poi battere precipitosamente in ritirata. E sparo col mio
moschetto, sparo con gioia feroce vedendo il nemico seminare di cadaveri la via, ed i miei
bersaglieri mi assecondano molto bene contenti anch’essi di vedere il nemico ritirarsi. Intanto il
sergente Ga(…), un vecchio della guerra, mi spiega la nostra posizione mostrandomi a discreta
distanza davanti a noi il Monte Nero che tanto eroico sangue ci è costato e che in un’ora abbiamo
perduto, e purtroppo non è il solo!
Sono le nove ed io mi sento fame, mi sgrano un paio di gallette con una scatola di carne che i
bersaglieri m’offrono a gara.
Alle undici ordine improvviso di avanzare. Sono arrivate le munizioni in discreta quantità, ed io
devo andare avanti per il primo col mio plotone. Ed avanzo decisamente meravigliandomi di non
incontrare resistenza alcuna. Superiamo così due roccioni boscosi e solo oltrepassati questi,
quando siamo vicini all’Isonzo e a Caporetto, incomincia la resistenza. Ci fermiamo e facciamo
un po’ di fucileria.
Intanto è sopraggiunto al fianco sinistro l’amico Rabbi col suo plotone. Anch’egli come me è
allegro e mi comunica le sue impressioni con queste parole: ”A me pare impossibile di far sul
serio, mi pare di essere ancora a Parma”. Non ha ancora quasi finito che una pallottola lo
colpisce alla gola. S’abbatte senza un gemito, colla gola orribilmente squarciata, colla testa quasi
distaccata dal busto. E’ una pallottola esplosiva ché il nemico ne adopera molte in quello assalto.
Poveretto! Così buono, così simpatico! Una lacrima mi scende amara pensando alla sua fiorente
gioventù troncata sullo sbocciare, alla sua povera mamma, alla sua povera famiglia. Ho appena
il tempo materiale per chinarmi e baciarlo sulla fronte insanguinata, che subito dobbiamo
ritirarci precipitosamente. I tedeschi avanzano in grandi masse inquadrate, ci sono ormai vicini e
noi riceviamo l’ordine di ritirarci e resistere sulla posizioni primitive. E così facciamo, ma sulla
ritirata veniamo decimati dal fuoco dei fucili e della mitraglia, arma terribile che il nemico usa su
larga scala.
Avanzano inquadrati col bastone da montagna, si fermano, appoggiano il loro fucile sul bastone e
sparano calmi e noncuranti quasi fossero immuni dagli effetti del nostro fuoco disperato.
All’una del pomeriggio raggiungiamo le nostre posizioni: io mi trovo con quarantacinque uomini
misti di tutti i plotoni, non solo, ma anche di altre compagnie e persino di altri battaglioni. Intanto
il nemico ha preso posizione e batte, con la precisione meravigliosa delle sue artiglierie leggere,
le nostre trincee improvvisate. Nella mia trincea sono già caduti due colpi che hanno dilaniati
parecchi bersaglieri onde do ordine di ritirarsi di qualche metro, in silenzio. Così avviene con
discreto ordine mentre due bersaglieri corrono o almeno strisciano per arrivare al capitano a
chiedere ordini. Attendo un poco, ma non ritornano, forse, non sono giunti a destinazione.
Il pericolo diventa più grande onde io non potendo, senza contravvenire agli ordini ricevuti,
ritirarmi, mi decido d’andare io stesso a chiedere ordini e strisciando, dopo d’avere avuta una
controspallina forata, sentendomi fischiare intorno alla testa molte pallottole, arrivo al capitano
che mi ripete l’ordine di resistere; io cerco di fargli comprendere ch’è impossibile, ma egli mi
dice che tale è l’ordine: sacrificarsi, ma non cedere; così che io ritorno passando con orrore sui
cadaveri, strisciando nel fango inzuppato di sangue. Ad un tratto, non sono ancora giunto alla
mia trincea, sento dietro di me, in fondo alla valle, un crepitare che non mi pare nostro e che poi
mi accerto non essere nostro, e allora comprendo il disastro. Siamo completamente aggirati e
chiusi in un cerchio di fuoco…Sono le tre del pomeriggio…
                                                          Giuseppe Resegotti
                                                     Aspirante del 20° Bersaglieri

                                                                                                    26
Nato nel 1898, Giuseppe Resegotti frequenta in giovane età la scuola allievi ufficiali di Parma e
a soli 19 anni è già a combattere sul fronte ricoprendo la carica di aspirante ufficiale.
Durante la campagna di Caporetto viene catturato e imprigionato.
Dopo un anno di sofferta prigionia muore il 31 luglio 1918.




DAL FRONTE
Lettere del sottotenente Antonio Mantovani ai familiari
Angelo Mantovani scrive queste lettere ai familiari residenti a Pavia nella primavera del 1915.
Nei suoi scritti traspare un costante ottimismo verso il futuro, ma anche un profondo e radicato
odio
nei confronti del nemico.
Quasi presagendo la morte, che sarebbe sopraggiunta dopo poche settimane, in uno scritto del 21
maggio fa conoscere i suoi ultimi desideri: chiede ai suoi cari di non dispiacersi per lui, che muore
contento di sacrificarsi per la patria. Riserva un‟attenzione particolare per la fidanzata, alla quale
vuole che vengano restituiti gli oggetti da lei ricevuti e le cui lettere desidera vengano distrutte.


                                                                                 Dal campo 21 -….
Carissimi
Si continua la vita del campo. L’altro ieri partimmo da Cividale per dirigerci verso S.E.
Avvicinandoci al confine e per aggirare probabilmente il monte Corada pericoloso punto fortificato.
La guerra qui la si crede imminente probabilmente voi ne sapete già qualche cosa. Qui non ho ancora ricevuto
posta da nessuno, giornali non ne arrivano o quasi. Però c’è sempre da lavorare sia per dislocarsi sia per
sorvegliare i soldati.
Sembra che questi siano buoni ragazzi, sono un po’ indisciplinati ma non importa.
Ieri noi sottotenenti nuovi abbiamo fatto il giuramento. Nulla di più bello, di più maestoso che questo fatto in
mezzo agli attendamenti davanti alla bandiera ed al Corada.
Se Maria vuol vedere la nostra posizione questa è al di sotto di Cividale, dopo Galliano ad Est di Ipplis a circa
100 metri dal fiume Indrio affluente dell’Isonzo.
Si attende però di momento in momento la partenza verso il confine.
Niente paura neh!
Il Laiser (l’ò scritto colla lettera maiuscola apposta) è veramente d’accordo col Padre Eterno perché continua a
piovere che è un piacere ora c’è il sole (un vero solleone) ma tra pochi minuti c’è probabile l’acqua. Dunque mi
raccomando niente paura e continuate a scrivere perché fino ad ora come ho detto manco di notizie.
Scusate se la lettera sarà un po’ unta ma appoggio la carta su di una gavetta che ho sulle ginocchia…
Bacioni
                                                                                    Angelo
P.S. L’indirizzo è sempre quello mi raccomando però di aggiungere 2°.
                                        Miei ultimi desideri

1) Dato sia morto in un combattimento e voi vogliate fare partecipazioni queste non saranno listate a lutto ma
   col tricolore ad un angolo. Il testo press’a poco sarà questo.

                                                                                                              27
     Mentre il padre … sono dolenti annunciarLe la perdita del loro caro
                                    Angelo Mantovani
                                  Sottotenente 43 Fanteria
     Sono lieti render noto che l’ultimo suo desiderio è stato esaudito essendo morto sul campo.
     (Per espressa volontà del defunto)
2)   Vi prego per l’ultima volta volermi perdonare tutti gli errori e le mancanze fatte.
     Io pregherò per voi di lassù.
3)   Non deve esistere lutto per la mia perdita.
4)   Telegrafate mia morte a Giovanni Vanni – Via Vittoria 51 Milano acciò possa preparare la Franca che
     molto ho amato.
5)   Si cerchi il mio orologio a bracciale che sarà al mio braccio e lo si ritorni alla signorina Franca
6)   Desidero non siate dolenti per mia perdita dato che sono morto adempiendo il mio dovere.
7)   Le lettere e cartoline della Franca vengano bruciate.

Per l’ultima volta un bacio a voi tutti saluti ai conoscenti
vostro
Angelo Mantovani
Scritto al campo (Le Maschere) li 22 maggio 1915




                                                                                  Dal campo 6/6/915
Carissimi,
Ricevo… le vostre due lettere del 28 e del 29 u.s. e una di ben sedici facciate! da un'altra persona. Sapeste come
ci si astrae completamente dallo stato di cose attuali quando si riesce a leggere la posta. Ora pare che questa si
metta un po’ più in carreggiata infatti le lettere arrivano e partono di due in due o tre giorni, perciò ecco spiegato
anche perché voi non potete ricevere assolutamente tutti i giorni la posta mia. Noi siamo ora su di un monte e
non ci si può muovere da lì che per servizio cosa per cui sono dodici giorni che non ho il bene di veder case che col
binocolo, non parliamo poi di persone.Da qui si vede Gradisca a sette km. di distanza. Ieri arrivò su da noi un
pezzo di “corriere” in data 3 dove si parlava della presa del “Monte Nero”, deve essere stata davvero una bella
vittoria quella lì.12 Io non mi fido di precisarvi il punto dove siamo perché non vorrei che la censura mi
sequestrasse la lettera. Qui la vita è diventata metodica vi basti sapere che siamo a pochi km. dall’Isonzo sulla
riva destra (purtroppo ancora ). Speriamo però presto di oltrepassarlo: forse quando riceverete questa mia saremo
già al di là . Papà poteva gridare W l’ Italia fino dal 24 perché alle10 meno dieci di quel giorno si guadava (come
già vi scrissi) il fiume di confine.
Questi vigliacchi di austriaci non si fanno vedere, sono dentro nelle trincee e non escono in campo aperto ma
attendono nelle loro fracide tane per ferire come il ragno che nascosto sotto la foglia attende che la mosca incappi
nella tela, ma noi facciamo abbattere l’albero e le sue foglie dall’artiglieria e giungiamo a distruggere la tela
sopprimendo il ragno. L’altro ieri fui mandato a far la ricognizione d’una strada. Come era bello! Era veramente
meraviglioso il marciare, anzi più che il marciare il camminare strisciando da albero ad albero, davanti alle
trincee nemiche, l’appiattarsi al rumore di qualche fucilata, lo strisciare del… in mezzo al terreno fangoso fra
l’alta erba per spostarsi quando mi avevano visto ecc. Come Dio volle dopo ben sei ore riuscii coi miei tre uomini a
compiere il mio dovere e la strada fu schizzata su un pezzo di carta dietro ad un gran sasso ( non quello degli
Appennini però).
Il maggiore fu contento della ricognizione e ciò mi basta.
A proposito io vi parlai di un telegramma spedito da me, ma non fu spedito perché il ferito che doveva compiermi
questo servizio non andò ad Udine. Scusate se vi scrivo su di una busta che fu inviata a me, ma qui manca e non
posso perciò fare di meglio. Chiedete se si possono spedire pacchi, e in caso affermativo inviatemene uno

12
  Il Monte Nero è la vetta culminante e centrale di una lunga catena quasi parallela al fiume Isonzo. Fu conquistato
con un‟epica impresa dalle truppe alpine la notte del 30 maggio.

                                                                                                                       28
contenente scatole di conserve di frutti e una torta del Paradiso ( piuttosto grossa però ). Se nelle lettere che mi
mandate vorreste tagliare “la Situazione” del Corriere colla relativa cartina ed unirla mi fareste un grandissimo
piacere. Ho ricevuto il vostro quadrifoglio, speriamo che si avverino gli auguri che questo simboleggia e mi porta.
Anch’io penso sempre a voi. Ieri la pallottola di uno shrappnels13 m’è entrata nel tacco di una scarpa; l’ho levata
e se potrò la porterò a casa come un cimelio ora la tengo come portafortuna in tasca, speriamo che nessun’altra
vada a farle compagnia un po’ più in dentro ( corna). Ringraziate tutti quelli che mi ricordano a voi baci.
                                                                     Angelo vostro

Dimenticavo una notizia importante: ieri mi sono lavata la faccia col sapone. Baci
                                                                   Angelo




Nota biografica di Antonio Mantovani

Angelo Mantovani nasce a Porto Maurizio il 21 marzo 1895. A un anno di età la sua famiglia si
trasferisce a Pavia. Fa parte della sezione studentesca pavese della “Dante Alighieri,” poi si
iscrive nel corpo nazionale dei volontari ciclisti di cui è l‟anima.
A 18 anni entra volontario nell‟esercito e frequenta il corso degli allievi ufficiali nell‟8°
reggimento fanteria a Milano fino a diventare sottotenente.
Passa poi al 43° fanteria ed è inviato subito al fronte il 16 maggio 1915.
La sua esperienza di guerra è breve perché muore dopo un mese, il 16 giugno, a 20 anni nell‟
ospedaletto da campo di Breg in seguito alle ferite riportate durante un assalto alle trincee
nemiche. Valoroso patriota, amato da tutti i compagni e contento di morire per la patria, aveva un
sogno: entrare un giorno in Trento e Trieste tornate italiane.
E‟ decorato con la medaglia d‟argento.




UN VOLONTARIO AL FRONTE

Le lettere di Carlo Ridella al suo avvocato
Lasciato l‟incarico di direttore della “Provincia pavese” per partire volontario, Carlo Ridella tiene
dal fronte una fitta corrispondenza con gli amici e con l‟avvocato che cura in sua assenza gli affari
di famiglia. Proprio a lui sono destinate queste due lettere. Nella prima gli racconta di essere stato
protagonista di un episodio drammatico, da cui è uscito miracolosamente indenne e nella seconda
gli comunica la sua volontà di passare negli alpini. In entrambe gli raccomanda di non riferire
nulla né dell‟accaduto né delle sue intenzioni alla famiglia, perché non debba preoccuparsi.Fa
anche cenno al giornale, di cui era direttore, compiacendosi per l‟ottima gestione.


                                                                                5 – Aprile 1917
Carissimo ed egregio Amico,
ho ricevuto la Sua lunga lettera in un momento strano… quando era ancora in me profonda la meraviglia di
essere vivo.Evidentemente il destino ha voluto mettermi in contatto della morte il più vicino possibile, per darmi
ancora una volta ( ma sarà l’ultima, forse ) la gioia di vivere.

13
  Shrapnel: dette anche “granate a pallottole” erano dei proiettili destinati a bersagli animati. Erano così chiamate dal
nome dell‟inventore, Enrico Shrapnel.

                                                                                                                       29
Non esagero: Il baraccamento dove io ero con altri ufficiali e soldati fu investito e quasi tutto schiacciato da una
valanga: io fui salvo miracolosamente, mentre mi trovavo ancora a riposare nel sacco a pelo ( quando mi capita
riprendo la vecchia abitudine di alzarmi tardi!). Mi accinsi con altri superstiti ad un lavoro febbrile di sgombro e
di salvataggio dei sepolti, quando, dopo un quarto d’ora, un’altra valanga enorme ( che trascinava piante, travi,
tutto…) si abbatté su di noi.
Io stavo in un tratto del baraccamento rimasto prima in piedi tentando di estrarre il corpo di un soldato: il
baraccamento mi si sfasciò addosso, mentre cercavo di scappare il più rapidamente possibile.
Lo spostamento d’aria prodotto dalla massa enorme che cadeva mi sottrasse alla rovina e mi lanciò insieme ad
altri soldati nel buco di una galleria in neve scavata di fronte, a pochi metri, chiudendo poi le due aperture della
galleria stessa. La quale però sotto il peso gravissimo cedeva lentamente sulle nostre teste e sulle nostre spalle…
 Stemmo circa 10 minuti in questa agonia, al buio, in una quarantina di persone, colla respirazione che
cominciava a farsi difficile…Io ebbi la fortuna di non perdere la testa. Non dovevo morire. Trovai che un
soldato scappando nella galleria aveva portato un badile: con questo e colle mani riuscimmo a scavare in un
punto dove per combinazione la valanga aveva divaricato lasciando uno spessore di neve non grande. E
scavammo un buco, prima che la galleria si schiacciasse e prima che ci mancasse completamente l’aria!!!!
Così fummo salvi. In tutto una mezz’ora: ma Le giuro, caro Avvocato, che ho vissuto mille anni.
Dopo giù a precipizio per un salto di centinaia di metri… Io ero ancora mezzo svestito. Poi ritorno difficile sul
posto, con soccorsi ed attrezzi per vedere di salvare quelli rimasti sotto alla 1a e alla 2° valanga. Lo sforzo è
continuato tutto il giorno e la notte. Ma furono estratti, purtroppo, dei cadaveri. E tra questi anche il cadavere
del Maggiore degli Alpini presso il quale ero comandato ( un valoroso, veramente valoroso, il conquistatore del
M.Nero, che io avevo avuto comandante a P.p. e mi voleva molto bene ) dell’aiutante maggiore e di parecchi
soldati miei ed alpini. Quasi tutti morti per asfissia o per schiacciamento dopo ore di agonia. Poveretti! Il
Maggiore ha lasciato scritto un biglietto che è un documento di patriottismo eroico così alto … come nessuno
può pensare.Tutto il Paese dovrebbe conoscerlo per imparare la virtù del sacrificio! Altro che proteste e lamenti
per la riduzione dello zucchero!!!
Ecco perché, egregio Avvocato, io non ho in questo momento la migliore disposizione per parlare di interessi. Mi
rimane però la serenità necessaria per ripeterLe la mia viva ed affettuosissima gratitudine e per compiacermi dei
risultati da Lei ottenuti. Forse dopo la guerra saranno necessari provvedimenti radicali. Per intanto è molto aver
regolarizzato il passato. Vero?
Ho visto di Bottero. Molto buona la puntata del 31 marzo. I miei complimenti…Vedo anche di Dai notti e …
speriamo che siano bollati. Mi spiace soltanto di quella tale rettifica di Tasca. Mah!
Fui visitato dal Magg. Gallo, che stette tutto un giorno e una notte, coll’oppressione di vedermi crepato, e che
naturalmente fu lietissimo di trovarmi vivo, sano e tranquillo. Anche egli sta bene, benché sia stanco.A Lui ho
raccomandato… acqua in bocca, o meglio, nella penna, per non impressionare inutilmente la Mamma e …
l’altra.
A Lei ripeto la raccomandazione vivissimamente. Non ne parli né coll’una, né coll’altra, assolutamente.
Mi scriva ancora, se può trovare un minuto libero. Ma non faccia sacrifizii. Prima la Patria e poi gli amici.
Dica per me gentilezze alla Sorelle, al Fratello e alla Sua Famiglia. Lei accolga l’abbraccio del vero sopravissuto.
                                                         Carlo Ridella




                                                                                              25-5-1917

Carissimo ed egregio Avvocato,
ho ricevuto la Sua lunga lettera che mi ha compensato generosamente del silenzio precedente.
Mi compiaccio anzitutto dei risultati ottenuti nella sistemazione famigliare. Occorre, però, batter il ferro finché è
caldo… I fratelli si addormentano facilmente: bisogna tenerli svegli colla rappresentazione precisa della realtà,
che non è una realtà assolutamente rosea, benché notevolmente migliorata da prima.


                                                                                                                  30
Io penso spesso cosa sarebbe successo senza di Lei, senza la Sua generosa prestazione: per carità, era un disastro!
Dopo questa constatazione, è superfluo, vero? che Le ripeta tutta la mia gratitudine!
Mi compiaccio anche vivamente per la campagna della “Provincia”. Benissimo! E’ stata condotta ottimamente.
Ed ora bisogna richiamarla spesso, insistentemente, perché il pubblico non se ne dimentichi… Don Rinaldo deve
essere liquidato per sempre. Se non altro, la guerra avrà giovato a questo.
Complessivamente “La Provincia” non è fatta male. Però in gran parte la sua ragion d’essere si riassume nei
trafiletti dell’avvocato. Gli altri… degli altri ne parleremo poi, se il destino lo permetterà e se io avrò ancora
animo di parlare di certe cose.
Intanto Le do alcune notizie attuali di me. Come forse saprà già, fui proposto per medaglia di bronzo in
occasione delle valanghe. Ma la medaglia naturalmente verrà tardi, se verrà.
Inoltre dovrei essere alla vigilia di passare capitano. Fui proposto per meriti speciali: una nuova formula simile
al merito di guerra.
Penso che la nomina verrà entro il mese di Giugno. Ed allora certamente dovrò cambiare settore. Tanto più che
già feci sapere di essere stufo, arcistufo di stare… dove sono e questo è il momento favorevole per vedere
accontentati certi desideri… strani.
Inoltre c’è un’altra novità; ma questa La scrivo soltanto a Lei, col vincolo del più scrupoloso segreto, perché se
fosse conosciuto mi farebbe cadere addosso un sacco di guai… famigliari. Ho chiesto ufficialmente di passare
negli alpini; ed ho resistito stavolta ( il che era più difficile ) a tutte le esortazioni contrarie, tanto che la
domanda è andata avanti. Onde può essere che la cosa maturi tra non molto.
Le ragioni della decisione sono molto complesse. GlieLe spiegherò diffusamente a suo tempo. Ad ogni modo Lei
mi conosce e sa che non faccio…colpi di testa. D’altra parte da quando sono al fronte ho fatto quasi sempre la
vita degli alpini. Il cambiamento, quindi, è più di forma che di sostanza. Ed io sono ormai un superstizioso del
destino.
Se non fossero intervenute disposizioni nuove, avrei forse goduto ora la licenza che non ebbi per conseguenza
della disgrazia che mi chiamò a Pavia anzi tempo. Ne sentivo e ne sento in verità… il desiderio. Ma bisogna
avere pazienza. Il sacrificio è lungo, ma la vittoria sarà luminosa, definitiva.
Mi ricordi agli amici. Dica cortesie alle Sorelle, all’ingegnere ed alla Famiglia sua. Mi scriva quando può. E
continui a fare il Papà collo stesso interessamento.
L’abbraccio con gratitudine
                                           suo Carlo Ridella




Nota biografica di Carlo Ridella

Nato a Pavia il 28 dicembre 1886, fu avvocato, giornalista e per alcuni anni direttore de “La
Provincia Pavese”. Convinto interventista, dalle prime pagine del giornale si scagliò ripetutamente
contro Giolitti e tutti i neutralisti ritenendo disonorevole il loro comportamento.Una volta che il
Parlamento ebbe deliberato l‟entrata in guerra, spronò i suoi lettori a partecipare vivamente e in
qualunque modo al conflitto.
“Ognuno che può sia soldato. Ognuno che non può essere soldato sia un fratello. In Italia ogni
italiano in quest‟ora deve essere superbo di fare il suo sforzo. Comunque. Col sangue, coll‟opera,
col denaro, con la fede.” Così scriveva nell‟articolo di fondo de “La Provincia Pavese” di
mercoledì 19 maggio 1915. Cinque giorni dopo l‟Italia entrava in guerra e Ridella decideva di
partire volontario.
Morì il 23 agosto 1917 per lo scoppio di una granata caduta sulla trincea, mentre stava per
     lanciarsi
all‟assalto.
Un‟epigrafe, apposta su un edificio di corso Mazzini, un tempo sede de “ La Provincia Pavese”,
ricorda la sua figura.

                                                                                                                31
NATALE AL FRONTE
Dall‟Epistolario di Augusto Vivanti ai familiari
I soldati novelli, nella grande guerra venivano addestrati in apposite scuole che li preparavano ad
affrontare tutte le vicissitudini della guerra. Ma questo non bastava: occorreva anche una
preparazione morale che abituasse i soldati a guardare la vita con occhi diversi.
Augusto Vivanti affronta la guerra impreparato e, pur mantenendo il morale alto, fa trasparire
nella corrispondenza con i familiari disagio e pessimismo.
Nelle lettere che seguono è palese il bisogno di normalità, di intimità con cui viene vissuto il
Natale, aggrappandosi ad ogni piccola banalità come ad un‟ancora di salvezza: ecco allora la
puntualità nel fare l‟albero e nel distribuire i doni o la presenza dei tipici cibi tradizionali natalizi
per dare una parvenza di familiarità alla situazione. Per evidenziare il rigore con cui i soldati
italiani festeggiano il Natale, Vivanti descrive i nemici con disprezzo, parlando della loro
ubriachezza. In questo modo mostra il suo odio per il diverso, “l‟altro”.



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 Carissimi,
   comincio a pensare alle Feste qualche giorno prima, se voglio che gli auguri miei giungano a tempo ad
   ingrossare la numerosa schiera di cartoline e di biglietti che di solito si riceve in casa nostra. Ma sono certo
   che i miei auguri non si confonderanno nella massa e saranno tra i più graditi. Valgano essi, se come spero, la
   presente giungerà a tempo, a rendere allegra più del solito la sera di Natale che quest’anno tante famiglie
   passeranno senza la tradizionale baldoria. Per noi fortunatamente questo non è, io sono lontano è vero, ma
   sto bene ed avrò coi compagni una cena “fuori ordinanza”: brinderemo alla salute delle nostre famiglie ed alla
   nostra. Per le feste stiamo preparando grandi cose, io sto facendo una cartolina speciale e farò sorgere ( anche
   per i soldati ) l’albero magico! Poi vi scriverò. Anche in quest’ occasione non ho nulla da darvi altro che gli
   auguri più fervidi di salute e di felicità che vi invio con tutto l’ardore dell’anima.
   Esprimete anche agli amici ( a tanti ho già scritto ) che vi domandassero di me gli auguri di rito e voi cercate
   di passare più allegramente che potete questi giorni di festa come cercherò io di passarli e di farli passare. So
   che mi seguono i vostri voti e le vostre benedizioni. Auguri!
   Baci affettuosi
                                                                             Augusto


                                                                                26 dicembre 1915
Caro papà,
    ho scritto oggi, anzi che ieri, perché essendo Natale avevo troppe preoccupazioni militari
gastronomiche:infatti fu una giornata di lavoro e di soddisfazione. Come ti avevo scritto, mi ero preso l’incarico
di preparare gli alberi per noi ufficiali e per la compagnia e ieri tanto nella nostra sala trasformata ad hoc e nella
camerata, l’albero brillava di tutte le luci. Oltre ai doni spediti da Genova, ci siamo anche noi quotati qualcosa in
modo che nessun soldato rimanesse privo di cesto natalizio. Ieri in tutto il Battaglione si fece a distribuzione dei
pacchi ed io che ora comando la compagnia l’ho fatta alla mia, accompagnando l’offerta con qualche parola di
augurio e con quattro chiacchiere d’occasione. Nella sua semplicità era uno spettacolo che interessava e
commuoveva. Dopo tante fatiche e dopo qualche inevitabile digiuno aver panettone, torroni, cioccolati, marsala
era una fortuna inconcepibile e vi si gettarono sopra i soldati,dando un assalto dei più accaniti! Ieri ebbero pure
tre ranci speciali.Oltre all’albero che avevo fatto portare io, in ogni cameretta ne sorse uno in proporzioni ridotte
e poi diversi minuscoli presepi ( tra i quali uno bello preparato dagli zappatori ) che ho dovuto più volte visitare e
lodare. Non ti dico poi de cartellini appesi agli alberi: viva gli ufficiali, viva il capitano et similia! Noi ufficiali
poi abbiamo fatto le cose molto bene ed il menu non poteva essere migliore. Fin da ieri l’altro si diede l’attacco
                                                                                                                    32
  alle leccornie comperate a Udine e ieri poi fu un assalto generale: cappone in gelatina,dindo14, panettone e molte
  altre cose, così tante che a mezzanotte si mangiava e si bevevo ancora! Il nostro pranzo fu improntato alla
  migliore allegria ed alla più simpatica famigliarità: eravamo tutti lontani dalle nostre case e sentivamo il bisogno
  di stare uniti perché il pensiero nostalgico non ci oscurasse né ci turbasse ed era tanto vero questo, che quando ho
  letto le strofette del mio Brindisi Natalizio nell’ultima delle quali ( spedite poi a parenti ed ai colleghi lontani su
  cartoline ) accennavo alle nostre case, tutti si levarono in piedi acclamando non certo ai versi, ma al pensiero che
  era non solo mio ma di tutti loro. Un bel brindisi pronunciò il Capitano nostro, più che superiore fratello e
  collega. Sul violino poi si suonarono diverse romanze, alcune ad imitazione delle cornamuse di effetto e di
  occasione.In tal modo il Natale l’abbiamo passato in famiglia, se non nella nostra, almeno in quella adottiva e
  l’abbiamo passato benissimo e con tutte le comodità. Pensiamo alle vedette solitarie dei posti avanzati, tra il
  freddo e la neve, con l’occhio e l’orecchio teso verso il nemico!
  Rispondo alle tue graditissime del 20 e del 21. A quanto pare hai molto da lavorare: mi raccomando:grazie dei
  saluti di Maz. E complimenti per la strenna del Bar. Di Cazzani non so nulla. Per la licenza ho già parlato e
  disposto a puntino ma siccome sono già stato scottato una volta, non voglio per ora nemmeno azzardare
  un’epoca che, ad ogni modo, pare vicina. Ti basti sapere che, col desiderio che ho di rivedervi,ho fatto tutto
  quanto era possibile ed ho ottenuto quanto desideravo. Naturalmente concilierò le esigenze del servizio ( devo
  pensare alla compagnia l’ho già detto ) con l’interesse personale e appena lo crederò opportuno chiederò che mi si
  faccia partire. Giorni fa recatomi a Ca… vi ho trovato il Dott. Desigis e poi il Dott. Dagna figlio del fu
  Dott.Camillo.
  Io sto sempre bene ed altrettanto auguro a voi.
  Saluti e baci affettuosi a te e a mamma tuo
                                                                         Augusto



                                                                                             26-12-17
Caro Papà,
          un po’ di cronaca della nostra festa non sarà male. E’ certamente interessante per chi sta lontano. Non è
affatto vero che qui il Natale sia passato inosservato, io coi pochi mezzi che avevo a disposizione ho cercato di
rendere più festivo possibile questo giorno che per i soldati è pieno di cari ricordi. Ho fatto sospendere i soliti lavori
notturni, ho fatto distribuire i regali giuntici, pochini in verità, 2000 sigarette americane delle quali conosco il
campione ( l’unica cosa che merita è la dicitura! ) e sei pacchetti natalizi inviati dall’America. Oggi però arriverà
ancora qualche cosa. Tanto per cementare i vincoli di cordialità con i miei ufficiali nella notte li ho fatti chiamare,
ad eccezione di quello di servizio in trincea. E nel mio ricovero abbiamo brindato ai presenti ed ai lontani: marsala,
qualche biscotto, un po’ di torrone merito della mia incetta giornaliera. A mezzanotte il colonnello ha mandato in
giro di comunicazione un brindisi inneggiando alla Vittoria e dando ordine di far risuonare la nostra sponda delle
canzoni delle nostre contrade con delle salve di fucileria. Il che si è fatto: un mio soldato con un’ocarina ha tenuto
anche un concertino seduto sulla trincea col passo obbligato della “piva”. Al di là pure si cantava, ma erano grida
scomposte, gli austriaci erano tutti ubriachi e neppure il nostro fuoco di scherno li ha scossi. Ieri a mezzogiorno,
l’ora tranquilla, abbiamo fatto pranzo in comune io ed i quattro subalterni, la sera invece ci ha trovati vigili come
al solito al nostro posto. Ieri ci fu scambio di visite, io veramente non mi sono mosso, ho mandato il biglietto da
visita al colonnello ed al mio maggiore che mio rispose con gli auguri migliori “nel campo dell’onore e delle conquiste
civili” segno che ha fiducia in me… Vennero invece a trovarmi il Colonnello, il Cappellano, altri ufficiali vicini così
che la giornata passò veloce e simpatica,. La sera mi portò la posta: la tua del 19, lettere di amici e graditissima
una cartolina dei miei allievi. E a Pavia? Nulla di nuovo di certo. Ho organizzato il servizio dei giornali ma qui
tra meridionali il Corriere è sostituito dal Giornale d’Italia e molta della nostra cronaca lombarda sfugge. Ho visto
le discussioni alla Camera e le polemiche francesi.



  14
       dindo: tacchino ( nome usato soprattutto in Lombardia, Veneto e Emilia-Romagna )

                                                                                                                      33
Proprio ora mi si annuncia indirettamente che presto avremo il cambio per un periodo di riposo. Venga pure. Io mi
trovo bene anche qui per tutto e francamente non mi dispiacerebbe di stare altri giorni per poi avere riposo in
gennaio per un numero maggiore di giorni, tanto più che quelli sono freddi più di questi.
A te ed a mamma saluti e baci carissimi affettuosi ed auguri!
                                                              Augusto




     Nota biografica di Augusto Vivanti
     Nasce a Pavia il 21 maggio 1893 da padre ebreo e muore il 18 gennaio 1981. Dopo aver
     frequentato il liceo classico, intraprende gli studi universitari in giurisprudenza presso l‟
     Università di Pavia, dove, tornato dalla guerra, ottiene la laurea nel 1919.
     Nonostante la laurea in legge, non eserciterà mai la professione di avvocato, preferendo
     occuparsi di pubbliche relazioni per varie organizzazioni pubbliche e private.
     Nel 1912 inizia la collaborazione con “La Provincia Pavese”, che verrà interrotta una prima
     volta nel 1915, quando viene chiamato alle armi, e ancora negli anni „40 a causa delle sue
     origini ebraiche. In quest‟ultimo periodo è costretto a rifugiarsi a Roma sotto falso nome.
     Del suo impegno al fronte abbiamo un‟ampia testimonianza nella fitta corrispondenza
     intrecciata soprattutto con il padre, mentre del periodo di rifugiato a Roma rimane un diario in
     cinque quaderni. Tornato a Pavia nel 1955, ricoprì diversi incarichi in società e comitati di
     vario genere, diventando una figura di riferimento nella vita cittadina.
     Dal 1965 al 1968 tenne una rubrica quindicinale su “La Provincia Pavese” dal titolo
     “Cronache di Pavia in grigio-verde”, in cui raccontava la vita cittadina e la sua esperienza negli
     anni della prima guerra mondiale; nel 1968 quegli articoli vennero raccolti nel volume Pavia in
     grigio-verde. .




                                                                                                              34
 CAPORETTO

from “Diario” by the Officer Cadet Giuseppe Resegotti

Caporetto represents the biggest defeat in the First World War for Italy.
Italy, inadequately organized and commanded by
General Cadorna, suffered from heavy losses of both
soldiers and equipment and it was compelled to retreat
to the banks of the river Piave.
In his diary Giuseppe Resegotti talks about the defeat of Caporetto.
He and his “Bersaglieri” succeeded in repelling their enemies, fighting until their munitions were
exhausted; they attempted to flee, but he was taken prisoner and put in prison where he died one
year later.

October 24th, 1917
We wake up in the morning and the Captain orders me to look after the weapons and munitions,
helmets and gas masks for those who do not have any, giving them the ones previously given to
the cooks. At midday the Lieutenant-Colonel announces that we will have to reach the Front.
Before nightfall and, at three in the afternoon we are going to set off, after leaving our superfluous
luggage in a private house. We go by (…) meeting many civilians who are fleeing, they shoot us
gloomy looks and say: “The Germans, they are coming, they are here”.
And disordered columns of lorries stream by, and tanks, and baggage trains, and mules;
everywhere an endless line of fugitives. It is the total defeat, it is the headlong and precipitous
flight.
It is five in the afternoon and it is almost dark already when we reach the post we have to occupy.
Arriving on location I realize that nothing has been prepared for defense, neither the smallest pit,
nor the simplest shelter. I put two small companies ahead and I make the “Bersaglieri” (soldiers of
the Italian Army) dig a sort of trench, a shelter that could protect us.
Meanwhile it is getting darker and the Austrians are shooting illuminating rockets and, more
often, illuminating bombs which light up everything around reflecting a reddish light on the few
houses gathered at the bottom of the valley, where the enemy is.
It is a continuous bombing often interrupted by bursts of machine-gun fire and a few gun shots.

October 25th, 1917
From my elevated position I can follow with precision the movements of the enemies, I see them
coming forward confident, calm and then, as if they were puzzled because of the harsh welcome,
make a short but furious attempt to assault and then beat a retreat. And I shoot with my gun, I
shoot with a wild joy watching the enemy corpses spreading along the road, and my Bersaglieri
comply with my orders, happy to see the enemies beating a retreat.
It is nine o‟clock and I feel hungry, I crunch a couple of biscuits with a tin of meat that the
Bersaglieri fight among themselves to offer me.
At eleven o‟clock we are given an unexpected order to proceed. We are given a good quantity of
munitions too and I am ordered to proceed with my platoon. And I proceed wonderfully,
wondering why we do not find any sign of resistance. So we climb up two woody crags and, after
going beyond them, when we are approaching the Isonzo river and Caporetto, the resistance
begins. We stop.


                                                                                                   35
The Germans start to advance in big organized formations, they are getting nearer and we are
given the order to retreat and to close our ranks back to the former location. And so we do, but
while retreating we are decimated by the fire of the guns and of the machine guns, a terribly
effective weapon used by the enemy on large scale.
At one p.m. we reach our position: now I find myself leading a squad formed of 45 soldiers
belonging to various platoons, companies and even battalions. Meanwhile the enemies have
chosen their new position and start to shell, with their light artillery‟s incredible precision, our
improvised trenches. Two shots have already hit my trench and have torn a few soldiers to pieces;
because of this I order them to retreat for a few meters, in silence.
The danger is getting greater and greater and since we can‟t retreat any further without violating
our orders, I decide to go and ask for new orders and crawling, after being hit in my epaulette,
hearing many bullets whizzing close to my head, I reach my captain who repeats that we have to
resist. I try to make him understand that it is impossible, but he replies that this is the order: to
resist but not to surrender; so I go back passing the corpses with a sense of horror, crawling
through the mud drenched with blood.

Giuseppe Resegotti
Officer Cadet of the 20th Regiment “Bersaglieri”



FROM THE FRONT

Letters from the Second-Lieutenant Angelo Mantovani to his relatives.

Angelo Mantovani wrote the following letters addressed to his relatives staying in Pavia in the
spring of 1915.
Almost foreseeing his death, which came a few weeks later, in a letter dated March 21st he lets his
family know about his last will: he asks them not to be sorry for his fate since he is happy to die
for his country. He shows uncommon attention for his fiancé, to whom he wishes her gifts
returned and whose letters he wants to be burnt.

My last will

   1) Assuming that I die in a battle and you wish to have announcements of death printed, they
       don‟t have to be black-edged, but they should have the Italian flag (Tricolour) printed on a
       corner. The text should be more or less the following:
   The father …….. deeply regret to say that their beloved son
   Angelo Mantovani
   Second-lieutenant of the 43rd Infantry
   has died.
       They are proud to say that his last wish has been fulfilled, as he died in action.
       (By express command of the deceased)
   2) Please forgive all my mistakes and all my faults, on my part, for the last time. I will pray
       for you from Heaven.
   3) No mourning must be worn for my death.
   4) Please telegraph a message about my death to Giovanni Varni – Via Vittoria 51 Milano so
       that he has the possibility to prepare Franca, whom I have deeply loved, for the bad news.
   5) Please look for my wrist-watch strap and give it back to Miss Franca
   6) I do not wish you to be sad for my loss since I have died in the fulfilment of my duty.
   7) All the letters and the postcards from Miss Franca must be burnt.

                                                                                                  36
For the last time I kiss you, please send my regards to all my acquaintances.
Yours
Angelo Mantovani
Written at the camp (Le Maschere) on May 22nd 1915



From the camp, June 6th 1915

My dearest,
If you knew how I can make my mind wander, not
paying any attention to the things around me, when I
have the possibility of reading your letters. Now it
seems the situation is getting better, in fact the mail
seems to be delivered and collected every other day, or
two, and that’s why you can’t receive correspondence
from me every day.
Here life has become methodical, just to let you know, we are a few kilometres from the Isonzo
river on the right bank (unfortunately, still). We hope we can cross it soon: maybe when you get
this letter we will already be there.
These cowardly Austrians keep hiding themselves, they stay in their trenches and they never come
out in the open field, but they stay in their soaked holes in order to wound, as a spider hidden
behind a leaf waits for a fly to get caught in its net, but we will get the tree and its leaves cut down
by our artillery and we will succeed in reaching the net and killing the spider.
Please ask if it is possible to send parcels and if it is, please send one with pots of jam and a “Torta
del Paradiso” (a typical cake made in his home town), (but quite a big one!).
I received your four-leaved clover, I hope that the wishes it symbolizes and has with it, will come
true. I always think about you too. Yesterday a pellet from a shrapnel got into the heel of a shoe of
mine; I drew it out and, if I am allowed to, I‟ll take it home as a relic; now I‟m keeping it in my
pocket for good luck.
I forgot to tell you an important piece of news: yesterday I washed my face with soap. Kisses.
Angelo


Short biographical note on Angelo Mantovani
Angelo Mantovani was born in Porto Maurizio on March 21st, 1895. When he was one, his family
moved to Pavia. When he was eighteen he joined the Army as a volunteer and attended the Army
Academy at The 8th Infantry Regiment in Milan becoming a second-lieutenant.
He was immediately sent to the front on May 16th 1915.
His war experience was short since he died only one month later, on June 16th aged 20 at a camp
hospital in Breg because of the wounds received during an attempted assault on the enemy
trenches.




                                                                                                     37
Esteemed patriot, admired by all his mates and
colleagues, proud to die for his mother-land, he had a
dream: to be allowed to enter, one day, in Trento and
Trieste once they had become Italian.
A VOLUNTEER TO THE FRONT

Letters from Carlo Ridella to his lawyer.

Carlo Ridella, after quitting his position as director of the local newspaper “La Provincia Pavese”
in order to join the Army as a volunteer, maintained a regular correspondence with some of his
friends and with his lawyer who had the responsibility of looking after the affairs of his family.
The following two letters were sent to his lawyer. In the first he tells him that he has been
involved in a dramatic episode from which he has escaped by mere chance; in the second that he
would like to join the Alpini (the soldiers who are specialized in fighting on the mountains).
In both letters he advises him not to tell anybody about these facts so that his family wouldn‟t be
worried.




Dearest and distinguished friend,
I have received your long letter at a peculiar moment… when I was marvelling at still being alive.
Evidently fate has decided to make me approach death as closely as possible, in order to give me
the possibility to feel once more (but it is the last time, I‟m afraid) the happiness of life.
The shelter which I was in, with other officers and soldiers, was hit and crushed by an avalanche: I
saved my life miraculously, as I was still resting in my sleeping-bag.
I had just started working feverishly on clearing away and saving the soldiers buried alive when, a
quarter of an hour later, another huge avalanche (dragging trees, beams, everything…) hit us.
I was in a part of the barracks that were still upright trying to dig out the corpse of a soldier: the
barracks smashed down on me while I was trying to escape as fast as I could.
The gust of air caused by the enormous falling mass saved me from an ill fate and sucked me and
other soldiers into the hole of a gallery dug in the snow opposite us, a few meters away from us,
then closed the entrance of the same gallery. Because the weight was so heavy, it slowly started to
collapse over our heads and shoulders… We had to stay there for 10 minutes in complete
darkness, about 40 people, and we started having difficulty in breathing.
I was lucky enough not to lose my head. I didn‟t want to die. I discovered that a soldier, taking
shelter in the gallery, had brought a spade with him: with it and with our hands we succeeded in
digging in a place where, luckily, the avalanche had changed course leaving a snow thickness
which was not too great. And we dug a hole just before the gallery collapsed and the air ran out
completely.
In this way we saved our lives. All in half an hour. I swear, my dear lawyer, that it lasted 1000
years.
Then down headlong, covering hundreds of meters… I was still almost undressed. Then a difficult
return back to the place, with aids and tools, in order to try to save the ones still under the first and
second avalanches. The effort lasted for the whole day and night. But only corpses were taken out.

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Most of them died of asphyxia or because of the crushing after hours of agony.
Major Gallo, who had been deeply worried for a night and a day about my being dead, paid me a
visit and of course he was very happy because he found me alive, in good health and calm.
He is well too, although he is tired. And I begged him…
keep it under your hat, or – better – in your pen, not to
frighten Mother and … the other one.
And I heartily beg you too. Please don‟t say anything; neither to the first, nor to the second,
absolutely don‟t.
Please write to me again if you have free time. But don‟t make any effort to. Our Country first,
friends later.
Carlo Ridella

25/05/1917
Dearest and distinguished Lawyer,
…….
I send you some recent news about me. As you might know already, I have been proposed for a
bronze medal related to the avalanches. But the medal will arrive later, if it ever comes.
Then I should be close to being promoted to captain. I
was proposed for special merits: a new kind of
motivation similar to war merit.
I think I will be appointed within the month of June.
In addition to this, there is another piece of news; but I am writing it to you alone, with the bond
of the strictest secrecy, because if it were known, it would cause me many … family troubles. I
have officially asked to be transferred to the “Alpini”.
The reasons which made me take this decision are quite
complicated. I’ll explain them in due time.
Anyway you know me and you are aware of the fact
that I don’t take…sudden decisions. On the other hand
since I got to the front I have almost always led the
same life as the “Alpini”. The change would be one more
of appearance than of substance.
If new orders hadn’t intervened, perhaps I would have
been enjoying now the leave that I did not have because
of the disgrace that made me come back to Pavia before
time. To be honest I felt and I feel the need of it. But it
                                                                                                 39
is necessary to have patience. The sacrifice will be long,
but our victory will be bright and definitive.
I gratefully hold you close.
Yours
Carlo Ridella


Biographical note on Carlo Ridella
Born in Pavia on 28th December 1886, he was a lawyer, a journalist, and for a few years director
of the local newspaper “La Provincia Pavese”. He was an out-and-out interventionist and from the
front page of his newspaper he hurled insults at Giolitti and all the neutralists, as he felt their
behaviour disgraceful. Once the government voted for Italian participation in the war, he pushed
his readers into participating eagerly and in whatever way to the conflict.
He died on 23rd August 1917 as a consequence of an exploding grenade which fell in the trench;
he was preparing to attack.



CHRISTMAS AT THE FRONT.

Taken from “Letters” by Augusto Vivanti to his relatives.
In the Great War, new soldiers were trained in special schools where they were prepared to face
all the possible vicissitudes of the war. But that was not enough: a moral preparation was also
needed, thanks to which the soldiers could look at life from a different perspective.
Augusto Vivanti faced war unprepared and, although bolstering his morale, in his letters to his
relatives he reveals discomfort and pessimism.
In the following letters, his longing for normality, and intimacy is quite obvious in the way he
wants to live Christmas time, holding onto every tiny common thing as if it was his last hope.


20th December 1915
My dearest,
I am sure my Christmas wishes will not be mixed up among all the others, but they will be the
most welcome. If you receive them in time, as I hope, I wish they might make your Christmas
night happier than usual, a night that this year many families will spend without the normal
merrymaking. Luckily, this is not true for us because, even though I am far away, I am fine and I
will have a special dinner with my comrades: we will toast both our and our families‟ health. We
are preparing great things for Christmas, but I am making a special card and I will decorate the
Christmas tree (also for the other soldiers). I will write about it later.
Even on this occasion I have nothing to give you but my
dearest greetings and a wish for good health and
happiness, which I send you with all my heart. Please,
give my best wishes to all the friends that ask about me
(I have already written to many of them), and try to
                                                                                                40
spend these days in the happiest possible way, as I (will)
try to spend them and to make them pass. I know you
pray for me. Best wishes!
Augusto


26th December 1915
Dear Dad,
I am writing today instead of yesterday because it was Christmas and I had too many military-
gastronomic worries: it was indeed a day of hard work and satisfaction. In addition to the gifts
sent from Genoa, we all contributed something so that all the soldiers had their Christmas parcels.
Yesterday the parcels were distributed to the whole battalion, and, as I am now in command of the
company, I distributed the parcels to my soldiers, adding some wishes and some small talk. It was
very lucky to have panettone (typical Christmas cake), torroni, chocolates and marsala after so
much strain and some inevitable fasting days.


Since the day before yesterday we started assaulting all
the delicious food bought in Udine, and yesterday
evening there was the final assault: capon in jelly,
turkey, panettone and several other things. Our
Christmas supper was a very happy one, especially
because it felt like a real family dinner: we were all far
from our homes and we felt the need to stay together
and be united.
We played different romances on the violin. This way we spent Christmas with the family, even
though it was not ours but an adoptive one, and we spent it extremely well and with all comfort.
We think about the solitary sentries in the advance positions, in the cold and the snow, looking at
and listening to the enemy!
My love to you and mum,
Yours,
Augusto



26th December 1917
Dear Dad,
a bit of chronicle of our party will not be bad. It is not absolutely true that here Christmas was not
celebrated. With the few means I had, I tried to make this day the merriest possible as I know that
for us soldiers it is full of dear memories. I ordered suspension of the usual nightly work, I
organized the distribution of the presents received, few, actually, two thousand cigarettes and six

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Christmas parcels coming from America. But today something else is coming. To cement the
cordiality ties with my officers I called them during the night, apart from the ones on duty in the
trenches. In my shelter we drank to people near and far away: marsala, a few biscuits, a little
torrone.
On the other side they were singing, too, but they were shouting in an unseemly manner, they
were all drunk and our sneering shooting did not upset them. Yesterday at noon, at the quiet time,
my four subalterns and I had lunch together; on the contrary, at night we were alert as usual at our
posts.


I have just indirectly received the news that we will
have replacements so we could go on leave. Let them
come. For me everything here is all right and I truly
would not mind staying a few more days to have a
longer leave in January, especially because those days
are colder than these ones.
To you and mum I send my best regards and affectionate wishes!
Augusto


Biographical note on AUGUSTO VIVANTI
He was born in Pavia on 21st May 1893 of a Jewish father. He died on 18th January 1981.
Despite having a degree in law, he never practiced, and he preferred working in public relations
for various public and private organizations.
He bore witness of his duty on the front in the assiduous correspondence with his father. We still
have their letters.
From 1965 to 1968 he wrote a fortnightly column in “La Provincia Pavese”, in which he dealt
with town life and his experiences during the years of the First World War.




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