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Analisi linguistica di alcuni passi del Vangelo secondo - Splinder

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Analisi linguistica di alcuni passi del Vangelo secondo - Splinder Powered By Docstoc
					            UNIVERSITA‟ DEGLI STUDI DI PERUGIA
                      Facoltà di Lettere e Filosofia




                         Prova Finale in Glottologia



        ANALISI LINGUISTICA DI ALCUNI PASSI DEL

                    VANGELO SECONDO LUCA




Relatore:                                              Laureando:

Chiar. mo Prof. Luciano Agostiniani                    Marco Calzoli




                        Anno accademico 2004/2005
Però già avverto, con tutte le buone intenzioni,
che in petto torna a gemere l‟insoddisfazione.
Perché deve inaridirsi così presto la corrente
e noi rimanere assetati?
Tanto spesso ne ho fatto esperienza.
Eppure, a questo vuoto si può dare compenso:
si impara quanto valgano le cose ultraterrene,
si cerca la Rivelazione
che mai più degna splende e più bella
come nel Nuovo Testamento.

J. W. GOETHE, Faust, 1210-1219.
                                   AVVERTENZA


   Nella Seconda Parte della Prova Finale si segue il testo greco presentato nel volume Nuovo
Testamento Interlineare. Greco Latino Italiano, di Piergiorgio Beretta, edito a Milano nel
1998, basato essenzialmente sul testo greco di Nestle-Aland quale compare nell‟edizione
internazionale The Greek New Testament (1993, quarta edizione). Quando ce ne
discosteremo, lo indicheremo espressamente.
   La natura linguistica del presente lavoro fa sì che le questioni più prettamente letterarie
riguardanti gli scritti del Nuovo Testamento in genere e il Vangelo secondo Luca in
particolare, non siano trattate se non velocemente.
   Nel primo paragrafo del terzo capitolo dell‟ Introduzione Generale (“Il greco del Nuovo
Testamento”) abbiamo delineato un brevissimo quadro della letteratura neotestamentaria,
tralasciando, per motivi di spazio, problematiche vive e di difficile soluzione come la
datazione degli scritti.
   Nella sezione B della Parte Seconda abbiamo indicato marginalmente problematiche
letterarie riguardanti il Vangelo secondo Luca che meriterebbero un elaborato a parte oppure,
al limite, un‟attenzione ben maggiore se non fossimo trattenuti da ragioni di lunghezza. Mi
riferisco soprattutto alla datazione e ai rapporti con gli Atti degli Apostoli.
   Sempre per non incorrere eccessivamente nel biasimo di Callimaco (“κέγα βηβιίνλ κέγα
θαθόλ”), si è preferito non trattare per niente dei rapporti fra il greco del Vangelo secondo
Luca e quello degli Atti, che pure avevamo iniziato a delineare negli aspetti fondamentali.
   Per quanto riguarda il greco del terzo vangelo, ci siamo attenuti alle caratteristiche più
evidenti e di maggiore rilevanza, tralasciando tutto un filone di studi concentrati, per esempio,
su alcuni aspetti notevoli ma o non sistematici o talmente marginali da risultare soltanto perle
da erudito. Come, per esempio, la questione del γάξ in 10, 42.
   L‟analisi linguistica dei passi del Vangelo secondo Luca è stata condotta secondo i
parametri della ricerca seria e profonda ma limitata a causa delle inevitabili esigenze di
spazio, e nella specie e nella quantità di pericopi prese in esame.




                                               1
                                        INDICE

RINGRAZIAMENTI……………………………………………………………                                               pag    1
AVVERTENZA…………………………………………………………………                                                        2
INDICE………………………………………………………………………….                                                        3
ABBREVIAZIONI


PARTE PRIMA. Introduzione generale

Capitolo primo. Principi di dialettologia greca……………………………………                              9
  1.1. La lingua greca come unità dialettica………………………………………
  1.2. La formazione della lingua greca…………………………………………..
     1.2.1. Il problema delle migrazioni…………………………………………..
     1.2.2. il problema del sostrato………………………………………………..
  1.3. Caratteristiche del greco comune…………………………………………..
     1.3.1. Fonetica………………………………………………………………..
     1.3.2. Morfologia……………………………………………………………..
     1.3.3. Lessico…………………………………………………………………
  1.4. Miceneo…………………………………………………………………….
     1.4.1 La scrittura……………………………………………………………...
     1.4.2. Caratteristiche linguistiche…………………………………………….
     1.4.3. Posizione dialettale…………………………………………………….
  1.5. Greco occidentale…………………………………………………………..
     1.5.1 Dorico…………………………………………………………………..
     1.5.2. Dialetti del Nord-Ovest………………………………………………...
  1.6. Eolico……………………………………………………………………….
  1.7. Arcado-cipriota……………………………………………………………..
  1.8. Ionico-attico………………………………………………………………...
  1.9. Altri dialetti…………………………………………………………………
     1.9.1. Il dialetto dell‟Acaia…………………………………………………...
     1.9.2. Il dialetto dell‟Elide……………………………………………………
     1.9.3. Il dialetto della Panfilia………………………………………………..
  1.10. Le lingue letterarie………………………………………………………..
     1.10.1. Lingua colta e lingua popolare……………………………………….
     1.10.2. La lingua dell‟epica omerica…………………………………………
     1.10.3. La lingua della poesia elegiaca e giambica…………………………..
     1.10.4. La lingua della prosa storica e filosofica……………………………..
     1.10.5. La lingua della lirica corale e dei cori della tragedia attica…………..
     1.10.6. La lingua della lirica monodica………………………………………

Capitolo secondo. La koiné ellenistica…………………………………………….                                  46
  2.1. Coordinate storico-culturali dell‟Ellenismo………………………………..
  2.2. Il concetto di koiné ellenistica come equilibrio instabile…………………..
    2.2.1. Terminologia……………………………………………………….



                                              2
    2.2.2. Definizione…………………………………………………………
  2.3. Presupposti storici della formazione della lingua comune ellenistica…..
  2.4. Base dialettale…………………………………………………………...
    2.4.1. Atticismi……………………………………………………………
    2.4.2. Ionismi……………………………………………………………...
    2.4.3. Dorismi……………………………………………………………..
    2.4.4. Eolismi……………………………………………………………...
    2.4.5. Influssi dei dialetti nord-occidentali………………………………..
  2.5. Fonetica………………………………………………………………….
  2.6. Morfologia……………………………………………………………….
  2.7. Sintassi…………………………………………………………………...
  2.8. Lessico……………………………………………………………………

Capitolo terzo. Il greco del Nuovo Testamento…………………………………                        70
  3.1. Il Nuovo Testamento…………………………………………………….
    3.1.1. Autori e opere……………………………………………………….
    3.1.2. Manoscritti greci del Nuovo Testamento…………………………...
    3.1.3. Versioni antiche del Nuovo Testamento……………………………
  3.2. Posizione del greco del Nuovo Testamento all‟interno della koiné
       ellenistica……………………………………………………………….
  3.3. Peculiarità della sintassi………………………………………………...
  3.4. Peculiarità del lessico…………………………………………………...
    3.4.1. Voci ebraiche………………………………………………………
    3.4.2. Vocaboli ed espressioni dal significato semitico o biblico………...
  3.5. Influssi latini……………………………………………………………
  3.6. Aspetti linguistici degli scritti neotestamentari………………………...


PARTE SECONDA. Il greco del Vangelo secondo Luca

A. Caratteristiche linguistiche

Capitolo primo. La qualità del greco del Vangelo secondo Luca……………               106
  1.1. Considerazioni generali………………………………………………
  1.2. Metrica quantitativa………………………………………………….

Capitolo secondo. Lessico…………………………………………………...                                  113
  2.1. Peculiarità lessicali…………………………………………………...
  2.2. Il Vangelo della misericordia…………………………………………
  2.3. Il Vangelo della gioia…………………………………………………
  2.4. Il Vangelo della medicina…………………………………………….
Capitolo terzo. Uso delle forme verbali……………………………………...                         121
  3.1. Ricognizione generale………………………………………………...
  3.2. Uso particolare della frequenza verbale………………………………

Capitolo quarto. Stile dell‟esposizione letteraria……………………………                    126



                                             3
  4.1. Narrazione……………………………………………………………
  4.2. Parole di Gesù………………………………………………………..
  4.3. Uso delle particelle fra narrazione e voce di Gesù…………………..
  4.4. Trattamento delle fonti………………………………………………
  4.5. Particolarità narrative………………………………………………..

Capitolo quinto. Semitismi………………………………………………….                          136
  5.1. La questione dei semitismi nel Vangelo secondo Luca……………...
  5.2. Rapporti con la Septuaginta………………………………………….
  5.3. Vaglio dei principali semitismi………………………………………


B. Analisi linguistica

Capitolo primo. Il prologo (1,1-4)…………………………………………..                    147
  1.1. Primo versetto………………………………………………………..
  1.2. Secondo versetto……………………………………………………..
  1.3. Terzo versetto………………………………………………………...
  1.4. Quarto versetto…………………………………………….................
Capitolo secondo. Il Magnificat (1, 47-55)…………………………………                 157
  2.1. Coordinate linguistico-letterarie……………………………………..
    2.1.1. Gunkel…………………………………………………………..
    2.1.2. Castellino……………………………………………………….
    2.1.3. Tannehill………………………………………………………..
    2.1.4. Minguez………………………………………………………...
    2.1.5. Meynet………………………………………………………….
    2.1.6. Dupont………………………………………………………….
    2.1.7. Valentini………………………………………………………..
  2.2. Alcune parole notevoli……………………………………………...
  2.3. Analisi metrica……………………………………………………...

Capitolo terzo. Il Benedictus (1, 68-79)……………………………………                  169
  3.1. Coordinate linguistico-letterarie……………………………………
    3.1.1. Prima strofa……………………………………………………
    3.1.2. Seconda strofa…………………………………………………
  3.2. Analisi metrica……………………………………………………..

Capitolo quarto. Il pane e il calice nell‟Ultima Cena (22, 17-20)…………   177
  4.1. Analisi grammaticale………………………………………………
  4.2. Analisi semantica…………………………………………………..


CONCLUSIONE………………………………………………………….                                      183
BIBLIOGRAFIA GENERALE…………………………………………...                                185




                                           4
                                 ABBREVIAZIONI


Presentiamo le più comuni abbreviazioni utilizzate per i libri biblici:

Ab Abacuc                                                     Mic Michea
Abd Abdia                                                     Ml Malachia
Ag Aggeo                                                      Mt Vangelo secondo Matteo
Am Amos                                                       Na Naum
Ap Apocalisse                                                 Ne Neemia
Atti Atti degli Apostoli                                      Nm Numeri
Bar Baruc                                                     Os Osea
Col Lettera ai Colossesi                                      Pro Proverbi
1, 2 Cor Prima, Seconda Lettera ai Corinzi                    1, 2 Pt Prima, Seconda Lettera
1, 2 Cr Primo, Secondo Libro delle Cronache                           di Pietro
Ct Cantico dei Cantici                                        Qo Qoèlet
Dn Daniele                                                    1, 2 Re Primo, Secondo Libro
Dt Deuteronomio                                                       dei Re
Eb Lettera agli Ebrei                                         Rm Lettera ai Romani
Ef Lettera agli Efesini                                       Rt Rut
Es Esodo                                                       Sal Salmi
Esd Esdra                                                     1, 2 Sam Primo, Secondo Libro
Est Ester                                                                di Samuele
Ez Ezechiele                                                  Sap Sapienza
Fil Lettera ai Filippesi                                      Sir Siracide
Fm Lettera a Filemone                                         Sof Sofonia
Gal Lettera ai Galati                                         Tb Tobia
Gb Giobbe                                                     1, 2 Tm Prima, Seconda Lettera
Gc Lettera di Giacomo                                                   a Timoteo
Gd Lettera di Giuda                                           1, 2 Ts Prima, Seconda Lettera
Gdc Giudici                                                            ai Tessalonicesi
Gdt Giuditta                                                  Tt Lettera a Tito
Ger Geremia                                                   Zc Zaccaria
Gio Giona
Gl Gioele
Gn Genesi
Gs Giosuè
Gv Vangelo secondo Giovanni
1, 2, 3 Gv Prima, Seconda, Terza Lettera di Giovanni
Is Isaia
Lm Lamentazioni
Lc, Luca Vangelo secondo Luca
Lv Levitico
1, 2 Mc Primo, Secondo Libro dei Maccabei
Mc Vangelo secondo Marco



                                                5
  PARTE PRIMA



Introduzione generale




          6
7
8
                                    CAPITOLO PRIMO


                            Principi di dialettologia greca




1. 1. La lingua greca come unità dialettica.
   La lingua greca si caratterizza per una molteplicità di parlate, che prendono il nome di
δηάιεθηνο, vocabolo che significa etimologicamente “ lingua parlata“ 1, per poi assumere
molteplici caratterizzazioni semantiche, in linea di massima individuabili come segue: I.
discorso, conversazione; discussione, dibattito, ragionamento; linguaggio normale,
conversazione; II. parola, lingua; lingua parlata in opposizione a lingua scritta; lingua di una
regione, dialetto (come ionico e dorico ); idiotismo; III. modalità di pronuncia, accento; modo
di espressione; IV. stile, dizione poetica; V. qualità di uno strumento musicale 2.
   Tanto connaturale al greco è questa differenziazione in varietà linguistiche (che possiamo
definire diatopica3, ) da indurre Meillet a scrivere: “ Dall‟inizio della tradizione, ogni regione,
ogni città ha una varietà propria, ed è questa parlata locale che, quasi dappertutto, si trova
scritta negli atti ufficiali o privati … Esistono, almeno nell‟epoca più antica, il VI e il V
secolo a. C., quasi tante varietà di greco quanti sono i testi “4. Quindi ben a ragione
Agostiniani nota che “ quello che si ricava in area grecofona, almeno per l‟età arcaica e
classica, è l‟esistenza di molteplici varietà diverse, scritte e parlate, di dialetti, a partire dalle
quali si è costituita una serie di lingue letterarie e di varietà sovradialettali, fino all‟ultima, e
ben più importante, la koiné di età ellenistica, che finirà per sostituirsi alle parlate locali “5.
   Perciò il termine “ dialetto “ non va inteso per la lingua greca alla stregua di deviazione
dalla norma linguistica standard 6, bensì come lingua o parlata autonoma, che sussiste
contemporaneamente al sussistere di altre lingue o parlate.
   Tuttavia, dal ventaglio del frazionamento dialettale, emerge una unità, che si può intendere
come un‟astrazione7, cioè come una categorizzazione a posteriori di elementi che risultano


1
   Essendo deverbale di δηαιέγσ, che, generalmente usato nella forma media, significa “ parlare, discutere, dire“.
2
   H. G. LIDDLE-R. SCOTT, A Greek-English Lexicon, Oxford 1996, alla voce δηαιεθη-νο.
3
   Presupponendo quindi il concetto di dialetto quale varietà tipologico – geografica. Cosa di per sé valida,
tuttavia, per la lingua greca, suscettibile di ridimensionamento e riformulazione globale, stando alla
fenomenologia delle lingue letterarie.
4
  , A. MEILLET, Aperçu d‟une historie de la langue grecque, tr. it. Lineamenti di storia della lingua greca,
Torino 1976, p. 100.
5
   L. AGOSTINIANI, Lingua, dialetti e alfabeti, vol. 2.1, p. 1141, in I Greci: storia, cultura, arte e società,
Torino 1996-2002, 4 voll., pp. 1141-1180.
6
    Allo stesso modo, cioè, di come si usa, per l‟italiano, le espressioni “ dialetto piemontese “ o “ dialetto
siciliano“.



                                                        9
essere dati e costituiti dalla realtà linguistica. Elementi fonetici ( come la caduta della sibilante
iniziale che si muta in aspirazione8 ), morfologici ( come la flessione nominale e verbale ) e
lessicali9. Notiamo altresì che questa unità 10 è funzionale a ulteriori classificazioni, in modo
tale che “ il greco “ risulta essere primo sottoinsieme di un insieme più vasto11, a sua volta
sottoinsieme della grande famiglia indoeuropea, rispetto alla quale, poi, secondo alcuni, la
lingua greca farebbe parte delle lingue centum o occidentali 12. Non dimentichiamo, inoltre,
che, sulla scorta della base comune di tutti i dialetti, i Greci si consideravano nell‟insieme un
popolo unitario, costituivano una unità definita Ειιελ13, di contro alla realtà dei βάξβαξνη,
termine onomatopeico usato per indicare il balbettio apparente che si avverte nell‟udire una
parlata straniera.
   Pertanto possiamo affermare che la situazione linguistica greca sia una realtà striata da
molte caratterizzazioni settoriali ( evocate altresì dall‟uso sostantivato dell‟aggettivo testé
richiamato, cioè come νη Ειιελαη, “ i Greci “ ), ma con una unità avvertibile e realmente

7
   “ La condizione di „ greco „ non può che riferirsi a una astrazione: cioè, ai tratti linguistici che accomunano
tutte queste varietà, e le individuano di fronte ad altre realtà, quali le lingue germaniche, italiche, anatomiche, e
così via “, L. AGOSTINIANI, op. cit., p. 1141.
8
   Indicata dallo spirito aspro (semplificazione e stilizzazione del segno greco H, iniziatosi ad usare a partire da
Aristofane di Bisanzio nelle edizioni critiche ) per parole come έμ ( lat. sex ) < * ζέμ.
9
  Questi elementi di unità hanno fatto supporre la Urgriechisch, la lingua comune che starebbe alla base dei vari
dialetti. Cfr. A. THUMB, E. KIECKERS, Handbuch der griechischen Dialekte, vol. 1, Heidelberg 1932, p. 5.
10
    Il greco costituisce una lingua di per sé isolata, con tratti specifici che la rendono molto peculiare, come
succede, fra le lingue indoeuropee, con l‟albanese e il baltico ( formato da due dialetti vicinissimi fra di loro,
lituano e lettone ).
11
    La lingua greca è particolarmente collegabile con il frigio, l‟armeno e soprattutto l‟iranico e l‟indiano.
Scartando quindi l‟ipotesi di una unità greco-italica ( invocata per fenomeni tuttavia profondi quali l‟esito delle
sonore aspirate in sorde aspirate, e poi in fricative sorde, oppure il pronome personale εγώ/ego con una o lunga
caratteristica ). Cfr. F. VILLAR, Los indoeuropeos y los origines de Europa. Lenguaje e historia, tr. it. Gli
indoeuropei e le origini dell‟Europa, Bologna 1997, p. 565. Ben sapendo che la classificazione di una lingua in
una famiglia o gruppo linguistico non è qualcosa di esclusivo, ma teso ad evidenziare che la maggioranza degli
elementi della lingua è in rapporto con il sistema di isoglosse costituente la organizzazione di una certa realtà
linguistica. Cfr. V. PISANI, Manuale storico della lingua greca, Firenze 1947, p. 7. Notiamo altresì che ogni
analisi glottologica, dalla attribuzione genealogica alla ricostruzione etimologica, sottostà alle leggi del
fallibilismo scientifico così come delineato da studiosi come Charles Sanders Peirce, John Dewey, Karl Raimund
Popper, per i quali i risultati epistemologici di una ricerca scientifica sono condizionati dalla quantità e dalla
qualità degli oggetti della ricerca stessa. Quindi al variare degli uni variano inevitabilmente anche gli altri. Per
inciso, ricordiamo pure che, secondo P. RICOEUR, Della interpretazione. Saggio in Freud, Milano 1967, p.
503, “ solo il soggetto che ha un telos, ha anche un‟ arché “, nel senso che ogni ricerca e atto gnoseologico in
genere devono partire giocoforza da una struttura mentale precostituita. Cfr., I. KANT, Critica della ragion
pura, Torino 1967; H.G. GADAMER, Verità e metodo, Milano 1989.
12
    Riferendoci a una delle più fortunate classificazioni linguistiche della famiglia indoeuropea ( quantunque oggi
sia messa comunemente in discussione ), basata soprattutto sull‟esito delle palatali dell‟indoeuropeo comune (*g,
*k, *gh ), le quali, nelle lingue satem o orientali (sanscrito, persiano, armeno, lituano, slavo antico ), si ridussero
a fricative o sibilanti, mentre, nelle lingue centum o occidentali ( greco, latino, celtico, gotico ), finirono come
velari. Dato che le velari, invece, sono presenti in tutte le lingue nella medesima categoria fonologica, si
conclude che nelle lingue centum velari e palatali si sono unite a costituire un solo ordine velare, mentre nelle
lingue satem la fusione è avvenuta fra velari e labiovelari.
13
    La più antica testimonianza in questo senso in nostro possesso è nella denominazione della carica di
Ειιαλνδηθαη, giudici di gara delle Olimpiadi, conosciuta dal VII secolo a. C., mentre è noto che Omero non
avesse un termine per indicare l‟insieme dei vari eserciti greci né che avesse preoccupazione linguistica alcuna
(Odisseo si esprime in greco anche con i Ciclopi e i Feaci ). Cfr. A. DIHLE, Die Griechen und die Fremden, tr.
it. I Greci e gli altri, Firenze 1997, p. 13.



                                                         10
sentita nell‟esperienza storica. L‟unità quindi si perde nella molteplicità, ma solo dopo che il
molteplice si è manifestato, è possibile ritornare alla “ semplicità “, termine che non significa
solo unitarietà per mancanza di molteplice, ma anche unitarietà perché il molteplice, pur
esistente e operante, può ricondursi all‟unità.
   Ricollegandoci ad uno dei sensi del termine δηάιεθηνο, la lingua greca è “dialettica “, cioè
si pone in un rapporto di continuo contrasto linguistico , a guisa di una “ discussione “, in cui
il contendere stesso e gli strumenti del contendere sono la sola e medesima cosa, la lingua.



1. 2. La formazione della lingua greca

   La prima attestazione che abbiamo del greco, è costituita dalla fase micenea, nei secoli
finali del II millennio a. C. Dopo la decifrazione della scrittura sillabica, detta Lineare B, con
cui la lingua era espressa, ad opera dell‟architetto Ventris supportato dal linguista Chadwick,
ci si accorse di essere di fronte a una varietà di greco, ovviamente con tratti arcaici “ e con
particolari affinità con alcuni dei dialetti attestati nel primo millennio “ 14.
   Una seconda fase della lingua greca può ravvisarsi entro i secoli VIII – VI, periodo in cui la
lingua si estrinseca nella varietà dialettale che, ad una prima classificazione dei tipi principali,
possiamo indicare come segue: 1) greco occidentale; 2) eolico; 3) arcado-cipriota; 4) ionico-
attico 15. Gli antichi riconoscevano soltanto dorico ( comprendente i dialetti meridionali o
dorici propriamente detti insieme ai dialetti settentrionali o del nord – ovest ) , eolico, ionico e
attico ( separandolo quindi dallo ionico, mentre oggi lo si considera varietà di una stessa
parlata ). Oggi si aggiunge anche l‟arcado-cipriota, non considerato nel periodo antico, perché
non in collegamento diretto con le tre invasioni che si pensava stessero alla base della varietà
dialettale ( per l‟appunto, ionica, eolica e dorica ). Queste suddivisioni dipendono dalla
presenza o meno di caratteristiche, soprattutto fonetiche e morfologiche, considerate
discriminanti per l‟attribuzione del dialetto in un gruppo. A sua volta uno stesso gruppo, in
base a caratteristiche di minore importanza distributiva, può dividersi in sottogruppi. Alcuni,
oggi, per una riconsiderazione dei “ Merkmale” , scindono il gruppo occidentale nel dorico
meridionale e nel dorico settentrionale o del nord – ovest16 . Invece, se si scende nel
particolare, i gruppi dialettali veri e propri sono più di quattro o cinque. Per esempio Thumb,
Kieckers e Scherer 17 organizzano la materia dialettologia in base a questi capitoli: “ Die
dorischen Dialekte “, “ Der Dialekt von Achaia und seinen Kolonien “ (testimoniato in
iscrizioni dalle quali non si può dimostrare una ascendenza sicura ), “ Der Dialekt von Elis “
(dialetto a metà strada fra dorico meridionale e dorico settentrionale ), “ Die
nordwestgriechischen Dialekte “, “Die aiolischen Dialekte“, “ Arkadisch-Kyprisch “, “ Der
pamphylische Dialekt “ (una realtà composita essendo “ Mischung west- und

14
   L. AGOSTINIANI, op. cit., p. 1145.
15
   R. SCHMITT, Einfuhrung in die griechischen Dialekte, Darmstand 1977, p.123. ; A. MEILLET, op. cit. p.
107; O. HOFFMANN-A- DEBRUNNER, Geschichte der griechischen Sprache, vol. 1, tr. it., Storia della lingua
greca, Napoli 1969, p.39; L. AGOSTINIANI, op. cit., p.1154.
16
   Così A. THUMB – E. KIECKERS, op. cit., vol. 1, p. 49; O. LONGO, Elementi di grammatica storica e
dialettologia greca, Padova 1990, p. 74.
17
   A- THUMB, E.-KIECKERS, op. cit., vol. 1, pp. 67-68. Scherer ha collaborato per il secondo volume:
Handbuch der griechischen Dialekte, vol. 2, Heidelberg 1959.



                                                  11
zentralgriechischen Dialekte “, formati cioè da eolico e arcado-cipriota ), “Ionisch – Attisch “.
L‟esposizione, basata sui dialetti del primo millennio ( la koiné ellenistica non è quasi per
niente trattata), si conclude tuttavia con una appendice sulla lingua micenea. Gli studiosi
hanno elaborato anche una classificazione dei gruppi dialettali principali basata sulle affinità
reciproche detta “ Verkettung der Dialekte “ 18.
   Le fasi ellenistiche e romane, che vanno complessivamente dal IV sec. a. C. al VI sec. d. C,
vedono la costituzione di una varietà sovradialettale, la koiné ellenistica.
   La fase bizantina 19 è compresa fra VI e XV sec. a. C.. In questo periodo la lingua comune
subì trasformazioni talmente grandi (fonetiche 20, morfologiche e sintattiche21 ) - alcune
presenti già nella koiné, ma sistematizzate solo nel greco bizantino - da indurre una reazione
purista – già nel I sec. d. C. – che caratterizzò tutto il periodo bizantino in un dualismo fra la
lingua del popolo e la lingua dei dotti ( anche se la lingua popolare continuava ad essere usata
per varie opere letterarie, come i romanzi d‟amore o il poema epico anonimo Digenis
Akritas).
   La fase moderna o del neogreco muove dalla caduta di Bisanzio ( 1453 d.C.) all‟epoca
contemporanea. In un primo momento le due tipologie linguistiche persistevano allo stesso
tempo: la popolare tesa a manifestare lo spirito greco, schiacciato intellettualmente dal giogo
turco, la dotta presente sporadicamente in opere nate in zone libere dall‟influenza turca ( come
Creta e le isole Ionie ) e rispecchianti temi e motivi del Rinascimento ( come il poema epico
amoroso Erotocritos e l‟idillio pastorale Bella Pastora ).
   Con il costituirsi dell‟odierno stato di Grecia, nel 1830, dopo la rivolta risorgimentale, la
δεκνηηθή fu sentita inadatta per la nuova realtà statale e la si sostituì con una lingua creata

18
   A. THUMB- E. KIECKERS, op. cit., p. 52.
19
   Le principali problematiche relative al greco bizantino, medioevale e moderno possono trovarsi esposte nei
sommi capi in: R. BROWNING, Medieval and Modern Greek, London 1969, A. THUMB, Handbuch der
neugriechischen Volkssprache, Strassburg 1910 ( con una ricca antologia di brani della letteratura neoellenica )
e F. MASPERO, Grammatica della lingua greca moderna, Milano 1981. Per la storia della letteratura greca
bizantina, medioevale e moderna: G. IMPELLIZZERI, La letteratura bizantina, Milano 1993 e B.
LAVAGNINI, La letteratura neoellenica, Firenze/Milano 1969. Per lo studioso della lingua e della letteratura
classica il periodo bizantino assume una importanza fondamentale in ragione della trasmissioni delle opere degli
scrittori antichi: se è noto che la cultura classica è stata tramandata dai monaci medioevali, deve essere noto
anche che il salvataggio della classicità è avvenuto prima di allora nelle biblioteche bizantine e per opera di
personaggi come Fozio, Areta, Tzetze, Planude . Cfr. G. PASQUALI, Storia della tradizione e critica del testo,
Firenze 1952, pp. 487-492; poi R. PFEIFFER, History of Classical Scholarship from the Beginnings to the End
of the Hellenistic Age, tr. it. Storia della filologia classica dalle origini alla fine dell‟età ellenistica, Napoli 1973;
L. D. REYNOLDS – N. G. WILSON, Scribes and Scholars: a Guide to the Transmission of Greek and Latin
Literature, tr. it. Copisti e filologi. La tradizione dei classici dall‟antichità ai tempi moderni, Padova 1974.
20
   È la base della cosiddetta pronuncia itacistica di Giovanni Reuchelin – di contro a quella etacistica fissata da
Erasmo da Rotterdam, che rispecchia quindi più fedelmente, anche se non sempre, la pronuncia del greco più
antico -, usata per il neogreco: soltanto per il vocalismo, il dittongo αη si pronuncia è; i dittonghi εη , νη e πη
insieme alle vocali η, ε e π si leggono i; i dittonghi απ e επ si pronunciano av e ev (davanti a consonante sonora ),
af e ef ( davanti a consonante sorda ). Ricordiamo che un‟altra pronuncia, oggi abbandonata, è quella proposta
da Cristiano Henning, che voleva attribuire al greco le leggi dell‟accentazione latina. Interessante l‟osservazione
secondo la quale, dato che i Greci non hanno avuto sottili indagatori della pronuncia come è successo invece con
gli studiosi antichi del vedico e del sanscrito classico, “ sulla pronuncia del greco antico non si hanno dunque che
nozioni generiche “, in A. MEILLET, op. cit., p. 27.
21
   Il dativo scomparve; metaplasmi fra prima e terza declinazione; altre forme flessive; l‟ottativo scomparve del
tutto; l‟aoristo forte tematico in – νλ scomparve a favore di quello debole in –ζα; aoristo e imperfetto si
contaminarono; aumento e raddoppiamento si fecero sempre più rari; i verbi in –κη passarono alla coniugazione
tematica; il futuro fu espresso da una proposizione perifrastica di tipo volitivo.



                                                           12
artificialmente, detta θαζαξεύνπζα, che riprendeva per sommi capi la lingua dei dotti, senza i
molti prestiti stranieri tipici della lingua popolare ( latini, arabi, turchi, slavi, albanesi, italiani,
francesi ) e con una sintassi antica. Tuttavia la maggioranza degli scrittori continuò ad usare la
lingua popolare ( Solomòs, Palamàs, Sikelianòs, Kavafis, Elitis ), ormai avvertita come vera
rappresentante dello spirito greco: e dal 1976 è diventata la lingua ufficiale della Grecia.
   Questa per sommi capi la storia dello sviluppo della lingua greca nei secoli. Tuttavia per
una reale comprensione delle sue caratteristiche non si possono non considerare
problematiche vive, e ancora in via di effettiva soluzione, che si pongono per il periodo,
diciamo, preistorico della lingua greca, quando ancora essa non si era venuta formandosi in
quella sistematicità che ritroviamo, per la prima volta, nel miceneo.




1. 2. 1. Il problema delle migrazioni

   La differenziazione dialettale della lingua greca è stata spiegata per lungo tempo in base
alla teoria di invasioni indoeuropee nella penisola greca che, avvenute in stadi storici
successivi, avrebbero importato ognuna una variante dialettale. Tale teoria ha avuto come uno
dei sostenitori più noti 22 P. Kretschmer23, il quale equiparava stile, dialetto e migrazione: gli
ioni furono i primi ad arrivare tra il XXI e il XX secolo a. C., cui fecero seguito gli eoli e i
progenitori degli arcado – ciprioti ( insomma gli “ achei “ ) intorno al XVII secolo e infine i
dori probabilmente nel XIII secolo. Questi ultimi avrebbero decretato la fine della civiltà
micenea 24e, di conseguenza, l‟insorgere del periodo detto dei “ secoli bui“ o “ Medioevo
ellenico “ o “ alto arcaismo “ (Musti).
   Ancor oggi la tesi migrazionista a ondate successive è molto popolare fra gli studiosi,
seppur rivisitata e corretta rispetto all‟ipotesi di Kretschmer. Agostiniani, infatti, scrive: “ „E
diffusa opinione che vi siano state una serie di ondate di invasione successive, tra il 4000 e il
2000 a. C., con spostamenti anche a partire da territori toccati da precedenti invasioni “; e,
anche se “ sulle precise modalità con cui questa invasione è avvenuta non c‟è consenso “, “ si
ritiene per lo più, oggi, che la sede originaria dei popoli la cui diaspora ha dato nascita alle
lingue indoeuropee sia da collocare nella parte meridionale della odierna Russia, nella regione
dove sono state rinvenute le tombe a tumulo dette „kurgan „ (sepolture di capi accompagnati
dalle loro ricchezze, dai loro servitori e dalle loro concubine ) “ 25.
   Villar 26, invece, si ricollega alla tesi per la quale gli invasori mossero dalla zona dell‟Epiro
27
   tra il XX e il XVII secolo. Interessante che si considerino questi invasori come Greci a tutti



22
   F. VILLAR, op. cit., p. 548.
23
   Einleitung in die Geschichte der griechischen Sprache, Gottingen 1896.
24
    Attualmente la questione storiografica è discussa. Tuttavia “ non è lecito liquidare la tradizione sulle
migrazioni doriche con l‟argomento di una sua assoluta incongruenza con i dati archeologici… La penetrazione
appare come una conquista nel suo insieme graduale, accompagnata da appropriazione di un patrimonio culturale
precedente “, D. MUSTI, Introduzione alla storia greca, Bari 2003, p. 21. Oggi le ipotesi più in voga sulla
caduta di Micene sono quelle della carestia e dell‟invasione dei Popoli del mare.
25
   Op. cit., p. 1143.
26
   Op. cit. pp. 558-561.



                                                     13
gli effetti, in quanto già in questa prima invasione si notano tratti linguistici tipici del greco.
Non solo, ma degna di nota è anche l‟ipotesi corollarica: la presenza nel greco di tratti costanti
in tutti i dialetti (come l‟aspirazione di y ad inizio di parola, l‟esito pt dei gruppi labiale + y,
l‟indebolimento della sibilante prevocalica, se iniziale, o intervocalica, il superlativo in – ηαην
-, le desinenze della forma media in - ζζε, - ζζαη, il passivo in - ζε, il perfetto in – θ, e così
via ) fa supporre l‟esistenza di una tappa in comune dei vari dialetti greci, quindi che il greco
parlato dagli invasori fosse una realtà unitaria, che però si andò differenziandosi già nel
mondo miceneo, ovvero nel XV secolo, epoca in cui sono testimoniati due dialetti greci, uno
meridionale ( con il gruppo *ti evolutosi in si )e uno settentrionale ( con *ti restato ti ). Non
solo, ma Longo nota che “ il miceneo, lungi dal costituire un „proto-greco „, anteriore alla
differenziazione dialettale, presenta già fatti dialettali tipici, che ce lo fanno accostare di volta
in volta a questo o quello dei successivi dialetti di età storica “ 28. Ricordiamo soltanto a
riguardo l‟ipotesi di ellenisti come Chadwick 29, che decifrò la lineare B, per il quale, dato
che alcune caratteristiche del miceneo lo farebbero accostare al dorico, le popolazioni giunte
in Grecia agli inizi del II millennio sarebbero costituite anche da dori. Quindi lo studioso
conclude che i dori arrivarono già ai primordi, agli inizi del II millennio, e che, pertanto, vi fu
una sola invasione di tutte le stirpi.
   Allora la prospettiva è mutata e, laddove si vedono ondate migratorie successive, si osserva
una sola invasione e si postula allora che la differenziazione dialettale si sia originata nella
Grecia stessa. Secondo l‟interessante vaglio storico di Musti 30, la diversificazione è nata
soprattutto per il contatto con le popolazioni indigene. Del resto, “ già dagli anni Cinquanta,
diversi ellenisti sono stati concordi nel segnalare che le differenze dialettali tra le diverse
modalità di greco antico sono apparse in gran parte in epoche posteriori alla caduta di Micene,
sicché la tripartizione dialettale storica di ionico, eolico e dorico non può essere proiettata alla
prima parte del II millennio “ 31.
   Secondo l‟ipotesi dell‟unica migrazione e del greco comune, la differenziazione quindi è
avvenuta innanzitutto per diversi esiti di uno stesso elemento. Pensiamo alle forme
diversificate παζα ( att. ), παλζα ( cre. ), παηζα (eol. ), che derivano da *παλη-ηα con il tratto
comune della assibilazione del gruppo –ηη- davanti a vocale e, allo stesso tempo, con tratti di
diversificazione, quali la perdita della nasale e l‟allungamento di compenso, la conservazione
di –λζ-, la vocalizzazione della nasale in –η- 32.
   Tuttavia questa teoria genealogica o “ Stammbaum “ non dà ragione di tutta una serie di
fenomeni come, ad esempio, la desinenza della prima persona plurale che in dorico è –κεο
mentre negli altri dialetti è –κελ : le forme non derivano da una forma comune, poiché solo il
dorico continua la desinenza indoeuropea ( ad es., a.i. –mas, lat. –mus ), mentre la forma –κελ
può essere comparata con l‟a.i. – ma, non spiegandosi tuttavia la nasale greca 33. Quindi siamo
in presenza di una innovazione periferica, in relazione alla teoria delle onde o

27
   In base al fatto che alcune considerazioni toponomastiche fanno supporre che “ i greci in Epiro ci siano stati in
epoca remota, quando l‟Ellade storica era occupata da altre stirpi “, giacché in Epiro la toponimia si spiega su
base greca anziché pregreca, come invece succede spesso in Grecia. Cfr. F. VILLAR, op. cit. p. 559.
28
   O. LONGO, op. cit., p. 69.
29
   J. CHADWICK, Lineare B, Torino 1959. L‟autore sostiene altresì che nelle tavolette di Pilo e di Crosso si
riscontra sia un “ miceneo normale “ sia un “ miceneo speciale “, identificato come una varietà di dorico.
30
   D. MUSTI, a cura di, Le origini dei Greci, Bari 1990.
31
   F. VILLAR, op. cit., p. 548.
32
   O. LONGO op. cit., p. 70.
33
   O. LONGO, op. cit., p. 71.



                                                        14
“Wellentheorie“34, secondo la quale una realtà linguistica composita è rotta da isoglosse nate
settorialmente. Come esempio di una innovazione del genere pensiamo anche alla psilosi, che,
essendo ristretta allo ionico dell‟Asia Minore e all‟eolico dell‟Asia Minore o lesbico, non si
può che intenderla come innovazione settoriale 35.



1. 2. 2. Il problema del sostrato


   Che i Greci non fossero gli abitanti autoctoni della zona egea e che anzi ivi risiedessero
popolazioni non greche, è conservato indubbiamente nella memoria mitica, ove compaiono
innanzitutto i Pelasgi 36 e i Lelegi 37, ma anche Tirseni, Cari e Eteocretesi 38. Non solo, ma la
civiltà minoica, che si estende cronologicamente probabilmente dal 3400 al 2100 a. C.
(Evans) 39, sembra essere di origine preindoeuropea, anche per quanto riguarda la lingua,
scritta nella cosiddetta scrittura Lineare A 40.
   Per queste ragioni appare chiaro che si pone inevitabilmente il problema del sostrato, cioè
delle influenze che le probabili lingue autoctone della zona egea abbiano esercitato sul greco.
La questione non è meno complessa di quella riguardante le migrazioni. Stiamo in presenza di
problematiche che la ricerca linguistica ha tentato di risolvere con strumenti e metodi
estremamente sofisticati, pur rimanendo sempre un alone di arbitrarietà e di dubbio
ermeneutico.
   Gli studiosi hanno cercato di spiegare il sostrato ricorrendo principalmente ad ipotesi di
lingue indoeuropee. Per primo Budimir 41 ha parlato di una lingua chiamata “ pelastico “ e in
grado di trovare spiegazione di doppioni come ζεξκόο/ζαξκόο, “ caldo “ (da *g hermos, “
caldo “ ) 42.



34
   Formulata da Johannes Schmidt. Vittore Pisani avrà a scrivere: “ Ogni innovazione…ha la sua origine in un
atto linguistico individuale, il quale serve da modello, nei suoi elementi, ad atti linguistici successivi dello stesso
e di altri individui; in tal modo l‟innovazione può guadagnare sempre più terreno, estendersi a tutta la comunità
linguistica in cui essa è sorta, passare ad altre vicine e così via “, op. cit., p. 11.
35
   O. LONGO, op. cit., p. 72.
36
   L‟Iliade ( B 840 ss; K 429; P 288 ) li fa combattere nelle file dei Troiani e li collega alla zona della Tessaglia,
nella quale la pianura del Paneo è detta Πειαζγηθνλ Αξγνο ( B 681 ). Interessante l‟ipotesi che li collega ad una
invasione illirica in base all‟etimologia illirica di nomi come Αθξίζηνο e forse Τεύηακνο. Cfr. O . HOFFMANN-
A. DEBRUNNER, op. cit.,, pp. 21-22.
37
   Λέιεμ è il primo re autoctono della Laconia, mentre Strabone osserva che ελ όιε δε Καξία θαη ελ Μηιήησ
Λειέγσλ ηάθνη θαη εξύκαηα θαη ίρλε θαηνηθησλ δείθλπηαη. Cfr. O. HOFFMANN-A. DEBRUNNER, op. cit., p.
22.
38
   F. VILLAR, op. cit., p. 549.
39
   Per la questione cronologica vd. la sintesi in D. MUSTI, Introduzione , op. cit., p. 12.
40
   Sembrerebbe un dialetto fenicio antico con numerosi accadismi ( Best ), anche se è stato proposto che, in vari
documenti, appaia come una varietà della lingua anatolica ( ad es., il disco di Festo, con caratteri geroglifici
impressi con stampi, sarebbe scritto con un ramo cretese del luvio - Woudhuizen ), mentre Palmer e Heubeck la
interpretano come luvio. Cfr. F. VILLAR, op. cit., p. 550.
41
   M. BUDIMIR, Zur protoindogermanischen Schicht, in Actes du deuxième Congrès international des linguists,
Genève 1933, pp. 182-184.
42
   F. VILLAR, op. cit., p. 556.



                                                         15
   Georgiev 43 in seguito ha proposto l‟esistenza del “pelasgico “, una lingua appartenente al
gruppo satem che spiegherebbe molti tratti di sostrato 44 in chiave indoeuropea. Alcune
caratteristiche di questa lingua sono: 1) confusione delle vocali a/o; 2) trattamento satem di
velari e labiovelari; 3) dissimilazione di aspirate ( come il sanscrito e il greco ); 4) rotazione
consonantica del tipo occlusiva sorda semplice > occlusiva sorda aspirata e occlusiva sonora
semplice > occlusiva sorda semplice; occlusiva sonora aspirata > occlusiva sorda semplice
(come l‟armeno ); 5) vocalizzazione delle sonanti che danno esiti in i o in u. Attraverso queste
leggi Georgiev è riuscito a dar ragione di molte parole, come πύξγνο, “ torre “: la radice
indoeuropea, *bhrgh- , darebbe prakh- con le leggi fonetiche del greco finora conosciute,
forg- con quelle del latino, brh- con quelle del sanscrito, barj- con quelle dell‟armeno; ma,
sulla scorta delle ultime tre leggi fonetiche del pelagico testé elencate, bh- e -gh si dissimilano
in b- e -g, b- ruota in p-, la sonante r muta in u, dando il risultato purg- 45. Tuttavia notiamo
che toponimi con suffisso tipicamente pregreco ( come –ηλζνο, -πλζνο, -ελε, -αζζνο, -πκνο )
non trovano spesso una spiegazione indoeuropea accettabile 46.
   Merlingen 47 invece ha parlato del “ greco – psi “ ( dall‟esito ps di *p ), in grado di
giustificare parole come ζεόο/ lat. deus, μαλζόο/ lat. candidus e άλζξσπνο/αλδξόο.
   La decifrazione delle lingue anatoliche 48 ha permesso di dimostrare che il sostrato pregreco
sia indoeuropeo. Gli studi linguistici hanno riscontrato le stesse caratteristiche dei toponimi
tipicamente pregreci in quelli ittiti e luvi, che hanno una etimologia anatolica: come Irhandas
( con il gruppo –nth-, che ritroviamo in Κόξηλζνο ), Parnassas (gruppo –(s)s- come in
Παξλαζζόο e in Ιιηζόο), Pahhurinas (gruppo –n-, come in Αζελαη e in Μηηπιήλε ) e Imrallas
(gruppo –l-, che ritroviamo in Αζηάιε ). Però non si può dire con certezza che la lingua di
sostrato sia anatolica, in quanto ci sono casi ( come il gruppo indoeuropeo – nt – che dà sia il
greco – nth – sia l‟anatolico –nd- ) in cui i suffissi sono indoeuropei in genere 49. Nondimeno
ci sono stati studiosi come Gingin e Woudhuizen che hanno difeso la anatolicità del sostrato
pregreco 50.
   Al contrario, la coincidenza con le lingue anatoliche di alcuni tratti pregreci ha indotto
alcuni studiosi a ritenere che tali tratti similari non siano indoeuropei, ma attribuibili ad un
sostrato preindoeuropeo, mediterraneo. Così Hoffmann e Debrunner possono scrivere che “ il
trattamento delle mute nel pregreco, che suscita l‟impressione di uno spostamento regolare di
suoni, si accorda con la costanza di quelle lingue „ anatoliche „ nell‟articolazione delle mute
ed in ultima analisi da riportarsi all‟influsso dell‟antica popolazione preindoeuropea. Questa

43
   V. GEORGIEV, Vorgriechische Sprachwissenschaft, 2 voll., Sofia 1941-45.
44
   Ovvero che non si spiegano nel sistema della lingua greca e che quindi rinviano ad altro sistema linguistico.
45
   F. VILLAR, op. cit., p. 553-554.
46
   O. HOFFMANN-A. DEBRUNNER, op. cit., p. 24.
47
   W. MERLINGEN, Das “ Vorgriechische “ und die sprachwissenschaftlich-vorhistorischen Grundlagen,
Wien 1955.
48
   Sebbene già nel 1906 J. A. Knudtzon avesse ipotizzato che l‟ittita fosse indoeuropeo - di contro all‟opinione
generale di allora: in Asia Minore vi erano popoli asianici - , solo nel 1915 B. Hrozny poté dimostrare questa
ipotesi ( Cfr. F. VILLAR, op. cit., pp.343-346 ). La maggior parte dei testi scritti in lingue anatoliche
provengono dagli archivi di Hattusa ( con tavolette che vanno dal XVI al XIII secolo a. C. ), che testimoniano
delle tre lingue principali del gruppo, cioè ittita, palaico e luvio. Sicuramente anatoliche sono anche il licio e il
lidio, attestate prevalentemente da iscrizioni funerarie dei secoli V-IV. Molto probabilmente lo sono anche il
cario, il pisidico e il sidetico, ma la scarsità delle testimonianze epigrafiche non permette una dimostrazione
definitiva ( Cfr. P. MILIZIA, Le lingue indoeuropee, Roma 2002, pp. 40-41).
49
   F. VILLAR, op. cit., pp. 550-553.
50
   F. VILLAR, op. cit., p. 553.



                                                        16
ipotesi viene avvalorata dai numerosi nomi di persona di Creta e Pilo che non sono spiegabili
col greco, ma corrispondono esattamente a nomi della tradizione cuneiforme e della più
recente tradizione anatolica “ 51.
    L‟ipotesi dello strato preindoeuropeo è stata sostenuta in passato soprattutto da Kretschmer
52
   , il quale riteneva, prima della decifrazione delle lingue anatoliche, che gli stessi popoli
anatolici fossero di qualche famiglia linguistica asiatica: quindi le varie coincidenze con il
greco erano spiegate ricorrendo allo strato preindoeuropeo greco che sarebbe stato da
collegarsi a lingue estranee come l‟ittita. Oggi, i sostenitori della tesi preindoeuropea,
riconoscendo che gli Anatolici non sono estranei al gruppo indogermanico, sostengono che lo
strato “ egeo – anatolico “ sia estraneo rispetto al greco, all‟anatolico e a qualsivoglia lingua
indoeuropea, essendo qualcosa di preesistente l‟arrivo delle stirpi colonizzatrici dell‟Ellade.
Per l‟appunto, “ mostra di contenere, per la massima parte, elementi che anche in Asia Minore
non appartenevano agli invasori indeuropei…: essi li avevano presi da un substrato
preindoeuropeo. Tracce di questo strato si trovano anche in nomi dell‟Italia meridionale: cf.,
ad es., i nomi di città Καιάζαξλα in Lucania con Μύζαξλα in Etolia, … “ 53.
    Recentemente Barber 54 ha studiato il lessico greco della tecnica tessile arrivando a risultati
che confermerebbero uno strato preindoeuropeo anteriore all‟arrivo dei Greci. I termini
tecnici, infatti, mostrano sia radici indoeuropee che preindoeuropee. “ La conseguenza sembra
ovvia: gli indoeuropei portarono con loro in Grecia determinate tecniche tessili, per le quali
naturalmente disponevano di termini propri. Nei Balcani trovarono però delle tecniche nuove,
che adottarono insieme con i corrispondenti nomi autoctoni “ 55.
    La situazione euristica ed ermeneutica sul sostrato pregreco è sicuramente in via di
sviluppo. Oltre alle lingue ipotetiche proposte dagli studiosi per spiegare determinati
fenomeni linguistici, tuttavia è doveroso fare un cenno alla situazione linguistica variegata
pregreca riscontrabile direttamente in varie zone 56. Questa situazione è presente anzitutto a
Creta, dove, oltre alla lingua con cui sono scritti i testi in Lineare A 57, ci sono i geroglifici
del disco di Festo, diversamente interpretati. Come lo è il cosiddetto “eteocretese “ ,
pervenutoci in alfabeto greco e ancora con la scrittura Lineare A (limitatamente ad un fr. del
III sec. a. C. ). Sconosciuta è la lingua di una formula cretese di scongiuro giunta dall‟Egitto
in scrittura egiziana. Si riscontrano a Creta altresì tracce della lingua etrusca ( soprattutto in
relazione a toponimi locali che richiamano antroponimi etruschi, come Μύрηλα - nome di città
a Creta, Lemno e Misia - che si collega al gentilizio etrusco Murina ).
    La lingua etrusca è testimoniata anche a Cnosso ( in relazione ad ipotetiche corrispondenze
onomastico-lessicali, come in ki-ke-ro ) e soprattutto nell‟iscrizione di Lemno (la quale attesta
la presenza in zona di parlanti una lingua che è una vera e propria varietà di etrusco: per
esempio, le parole avis e sialσveis sono sicuramente etrusche: avis, “ anno “ e sealσl, forse
“40 “ ).
    Invece a Cipro, soprattutto ad Amunte, è presente una lingua detta “eteocipriota “.

51
   Op. cit., pp. 24-25.
52
   P. KRETSCHMER, op.cit..
53
   O. HOFFMANN-A. DEBRUNNER, op. cit., p. 23.
54
   E. J. W. BARBER, Archaeolinguistics and the borrowing of Old European technology, in “ The Journal of
Indo-European Studies “, 18 ( 1990 ), pp. 239-249.
55
   F. VILLAR, op. cit., pp. 557-558.
56
   Cfr. O. HOFFMANN-A. DEBRUNNER, op. cit., p. 26-27.
57
   Cfr. nota 40.



                                                  17
1. 3. Caratteristiche del greco comune

   Alla luce delle tematiche esposte nel paragrafo 1. 2., non possediamo elementi per parlare
senza tema di smentita di una “ greco comune “ che stia alla base della realtà linguistica greca
per come appare nella sua fenomenologia storica differenziata 58.
   Tuttavia è facile trovare negli studi sulla lingua greca le espressioni “protogreco “ o “ greco
comune “. Agostiniani nota che “ come nel caso del „proto-indoeuropeo „, non di una lingua
reale si tratta, ma piuttosto di una comoda reificazione fittizia della serie dei tratti che si
ricavano attraverso la comparazione linguistica “ 59.
   Quindi “ di „ greco comune „ è tuttavia legittimo parlare, in via del tutto astratta, riferendoci
a quei tratti morfologici o lessicali che sono patrimonio comune a tutti i dialetti, e che
costituiscono i caratteri distintivi fondamentali del greco rispetto alle altre lingue della
famiglia indoeuropea “ 60.




1. 3. 1. Fonetica

   Vocalismo.
1. L‟accento è musicale come in indoeuropeo. Però, mentre in indoeuropeo la posizione è
libera, in greco l‟accento rispetta leggi particolari. Non solo, ma, mentre nell‟indoeuropeo
l‟accento era uno dei tratti distintivi di ogni forma verbale, il greco, spostando l‟accento “nelle
forme personali del verbo nel punto più lontano dalla fine della parola ammesso dalle norme
fonetiche “, “ha soppresso così una delle caratteristiche indoeuropee della flessione verbale “
(invece il sanscrito ha ancora l‟opposizione émi, “ io vado “ / imàh, “noi andiamo “ ) 61.

2.. Il greco conserva, in maniera molto più fedele rispetto ad ogni altra lingua indoeuropea 62,
il vocalismo originario dell‟indoeuropeo ( doppia serie, lunga e breve, di *i, *e, *a, *o, *u ).
Interessante notare che, al contrario di come avviene nel gruppo indo-iranico, ma anche in
ittita, baltico, slavo e germanico63, le *e e *o non vengono livellate in a ( la indoeuropea *o di
ν(w)ηο, “pecora “, testimoniata comparativamente dal lat. ovis, è diventata in scr. avis ).
Notiamo altresì che in ionico-attico e in altri dialetti, alle dieci vocali, si aggiungono altre due,
una e e una o più lunghe, derivate da processi fonetici e indicate come εη e νπ ( ad es., εηκί, “io


58
   Categorico è V. PISANI, op. cit., p. 14: “ „E bene affermare recisamente che non abbiamo alcun indizio in
sostegno di questa teoria “.
59
   L. AGOSTINIANI, op. cit., p. 1145.
60
   O. LONGO, op. cit., pp. 69-70. Per una interessante disamina della storia della nozione vd. C. CONSANI,
ΔΙΑΛΕΚΤΟΣ. Contributo alla storia del concetto di “ dialetto “, Pisa 1991, pp. 179-186.
61
   A. MEILLET, op. cit., p. 60.
62
   O. LONGO, op. cit., p. 55.
63
   L. AGOSTINIANI, op. cit., p. 1146.



                                                    18
sono “, deriva per allungamento di compenso della e dopo la caduta della sibilante
intervocalica dall‟i. e. *es-mi)64.

3. I dittonghi indoeuropei ( formati da una delle dieci vocali che segue una *i o una *u ) sono
ben conservati, anche se non completamente.

4. Lo    , schwa 65 dell‟indoeuropeo, vocale neutra, ha dato come esito la vocale a.

5. La semivocale *w, presente solo nell‟arcaico miceneo, è scomparsa totalmente o quasi
negli altri dialetti ( tuttavia non è fenomeno pangreco, accostabile alla sparizione di *j : alcune
aree dialettali, infatti, mantengono la *w fino ad epoca relativamente recente 66). L‟altra
semivocale, *j, cade se è all‟interno di parola, invece, se è all‟inizio, subisce due esiti
caratteristici del greco e individuabili da questi tipi: δπγόλ / lat. iugum e επαξ / lat. iecur
(eccezion fatta per le j recenti, che si mantengono 67). La occlusiva seguita da j si modifica 68.
Del resto, le alterazioni in genere dei gruppi in cui figurava un j postconsonantica
“costituiscono uno degli aspetti più complicati della fonetica storica del greco antico “ 69.

6. La legge di Osthoff: una vocale all‟inizio lunga si abbrevia se è davanti ad una sonante
seguita da una consonante ( γλόληεο < *γλσληεο ) oppure se è davanti alle semivocali i e w
quali secondo elemento di un dittongo ( λαπο > λα.ο).


   Consonantismo.
1. Il conservatorismo greco si avverte anche nel trattamento delle consonanti indoeuropee
dall‟assenza della rotazione delle occlusive ( tipica del germanico e dell‟armeno ) e della
palatizzazione ( tipica dell‟indo-ario, dell‟iranico, armeno, baltico, e slavo ) 70.

2. Le sonore aspirate diventano sorde aspirate ( θέξσ < i. d. *bhro ).

3. Legge di Grassmann: dissimilazione di una delle due occlusive aspirate (soprattutto la
prima ) che stanno all‟inizio rispettivamente di due sillabe consecutive, nella occlusiva sorda
corrispondente ( ηίζεκη < *ζηζεκη ).

4. Le occlusive sorde *p, *t, *k e le sonore *b, *d, *g cadono se sono in fine di parola ( ηί /
lat. quid < i. e. * q id ) 71. A fine di parola cade anche la nasale labiale ( che spesso muta
allora nella nasale dentale ) 72

64
   P. MILIZIA, op. cit., p. 71.
65
   Il nome deriva dalla vocale neutra della lingua ebraica, ---, con un timbro indistinto, considerata una e
brevissima e sorta in periodo prebiblico dall‟abbreviazione di vocali vere. Cfr. D. MITTLER, Grammatica
ebraica, Bologna 2000, pp. 6-7.
66
   O. LONGO, op. cit., p.46.
67
   O. LONGO, op. cit., p. 40.
68
   O. LONGO, op. cit., p. 70.
69
   A. MEILLET, op. cit., p. 35.
70
   L. AGOSTINIANI, op. cit., p. 1147.
71
   L. AGOSTINIANI, op. cit., p. 1147.
72
   A. MEILLET, op. cit., p. 38. “ Tutte le parole greche terminano dunque in vocale, in dittongo, in λ, ξ o ο “.



                                                      19
5. Due occlusive dentali danno una sibilante nel primo elemento ( νηζζα < i. e. *wojd-th a ).

6. Poiché il greco è una lingua centum, muta le palatali indoeuropee in velari (δέθα < i. e.
*dekm ).

7. Le labiovelari indoeuropee vengono mutate variamente a seconda dei dialetti, ma secondo
due modelli: elemento velare che si perde ( έπ-νκαη / lat. sequ-or < i. e. *sq – ) oppure
elemento velare che muta in occlusiva dentale (η-η / lat. qu-id < i. e. *q ) 73. Nell‟eolico però
c‟è sempre esito labiale 74. Da notare che non sarebbe corretto inserire la eliminazione delle
labiovelari nell‟elenco dei tratti del greco comune perché non si verifica nel miceneo (che usa
“ una serie particolare di segni sillabici ogniqualvolta abbiamo una labio-velare “ ) 75.

8. Le sonanti come consonanti indoeuropee sono generalmente conservate e tendono a
diventare vocali se in posizione iniziale; invece le sonanti come vocali indoeuropee sono
vocalizzate ( quasi sempre in a, ma anche in o in miceneo, eolico e arcadico-cipriota ).

9. La sibilante indoeuropea cade se intervocalica ( tranne se sorgessero problemi di
comprensione 76) e se seguita da vibrante, laterale o nasale, si aspira se iniziale, si conserva se
finale e se è in prossimità diretta di una occlusiva sorda. Queste considerazioni sono vere solo
per le sibilanti antiche, indoeuropee, perché le sibilanti recenti ( soprattutto quelle prodotte da
soluzione di gruppi consonantici, da semplificazione di “ geminata “, e da assibilazione del
gruppo – ti – , ma solo in alcuni dialetti ) non cadono 77.

10. Sequenze di più consonanti subiscono spesso processi fonetici come                                 metatesi,
assimilazione e dissimilazione.




1. 3. 2. Morfologia

   Una caratteristica fondamentale della struttura morfologica greca è il carattere
“intellettualizzante “: le categorie grammaticali indoeuropee sono state scelte in base a criteri
tesi ad escludere il troppo concreto o affettivo e a scegliere invece ciò che di grammaticale
poteva essere usato o piegato. Nel nome la lingua greca ha eliminato locativo, ablativo,
strumentale e un particolare intensivo nominale indipendente dall‟aggettivo; nel verbo ha


73
   L. AGOSTINIANI, op. cit., p. 1147.
74
   P. MILIZIA, op. cit., p. 73.
75
   O. LONGO, op. cit., p. 70. Per inciso, riportiamo l‟osservazione metodologica di A. MEILLET, op. cit., pp.
29-30: “ Per fare un‟esposizione teorica, corretta e intelligente, dei cambiamenti che il greco ha apportato nello
stato di cose dell‟indoeuropeo comune, sarebbe necessario poter stabilire una cronologia “.
76
   “ … non significa che in greco non esistano s- prevocaliche, o intervocaliche. Si tratta tuttavia, in entrambi i
casi, di s secondarie, prodotte dall‟evoluzione di altri fonemi, ad allungamenti di compenso, o a restituzione
analogica “, O. LONGO, op. cit., p. 30.
77
   O. LONGO, op. cit., p. 32.



                                                       20
escluso causativo, iterativo, desiderativo, intensivo. Utile un esempio. L‟indoeuropeo aveva
aggettivi derivati in –tero- che indicavano opposizione fra due nozioni e aggettivi derivati in
-to- funzionali ad opporre più nozioni: il greco li conserva, sì, ma inquadrandoli in precise
categorie grammaticali, quella dei gradi di comparazione 78.

   Morfologia nominale
1. Il greco, come l‟indoeuropeo, secondo la tipologia morfologica, è una lingua flessiva ( allo
stesso modo della maggior parte delle lingue indoeuropee), o fusiva 79, cioè esprime diverse
relazioni grammaticali con un suffisso proprio 80 ( oppure con il meccanismo dell‟apofonia ).

2. Il greco presenta tre generi ( maschile, femminile e neutro ), tre numeri (singolare, plurale e
duale ) e cinque casi ( nominativo, vocativo, accusativo, genitivo e dativo ). Quindi la
situazione rispetta la stessa dell‟indoeuropeo eccezion fatta per l‟ultima categoria: il
fenomeno del sincretismo dei casi, infatti, ha ridotto gli otto casi originari 81 in cinque (
l‟ablativo si è fuso nel genitivo, lo strumentale e il locativo nel dativo; anche se alcune
funzioni sono assunte da sintagmi preposizionali 82). Questo stesso fenomeno ha anche
cambiato la natura dei casi: mentre in indoeuropeo questi erano semplici e concreti, in greco
assumono “ valore complesso “ e diventano altresì “ puri strumenti grammaticali “ 83.


78
   Cfr. A. MEILLET, op. cit., pp. 71-72.
79
   L. AGOSTINIANI, op. cit., p. 1148.
80
   Al contrario delle lingue agglutinanti , come il turco e l‟ungherese ( che hanno un suffisso quante sono le
relazioni grammaticali da indicare ), delle lingue isolanti, , come il cinese ( in cui non ci sono caso, genere,
numero per i sostantivi e gli aggettivi, mentre i verbi sono sempre identici: le relazioni tra parole sono espresse
dall‟ordine delle stesse o da alcune particelle ) e delle lingue polisintetiche, come l‟eschimese ( in cui una sola
parola è in grado di esprimere tutte le relazioni grammaticali ). Cfr. G. GRAFFI - S. SCALISE, Le lingue e il
linguaggio, Bologna 2002, pp. 63-66.
81
   Nel greco arcaico e classico si ritrovano testimonianze degli antichi locativi ( in –η e in –ζη ), strumentali ( in
-α e in –σ ) e ablativi ( in –σο ) in forme cristallizzate adoperate in funzione avverbiale ( eccezion fatta nelle
lingue poetiche, dove alcune forme appaiono ancora “ vive “ ). Invece il latino ha eliminato due casi: lo
strumentale è stato assorbito dall‟ablativo ( lasciando alcune tracce, ad es. nei nomi in consonante della III
declinazione che hanno la desinenza –e , mentre quella propria dell‟ablativo era –d, che era presente in origine
nei nomi in vocale, cioè appartenenti alle declinazioni I, II,, IV, V e III declinazione relativamente ai nomi in –i);
il locativo si è fuso con l‟ablativo, anche se ha lasciato molte tracce: nelle forme -ae ( detto impropriamente
dativo locativo, perché in origine l‟uscita del dativo era –aei ( > -ai > -ae ) e quella del locativo era –ai ( > -ae ) )
e –i. L‟antico irlandese fuse dativo, ablativo, strumentale e locativo. Nelle lingue germaniche si verificarono
sempre fenomeni di sincretismo, anche se nelle fasi più antiche sono distinti almeno nominativo, accusativo,
genitivo e dativo. Il baltico e lo slavo unirono l‟ablativo con il genitivo. L‟albanese ha nominativo, accusativo,
ablativo e genitivo-dativo. Le lingue più fedeli al sistema dei casi indoeuropeo sono l‟ittita ( che ha gli otto casi,
insieme all‟allativo o direttivo per il moto a luogo ) e l‟indoiranico ( ha gli otto casi ). Ricordiamo poi che in
passato alcuni studiosi, in base alla tendenza ad attribuire ad ogni caso una sola funzione logica, sostenevano
che l‟indoeuropeo avesse dieci casi, gli otto già detti insieme a lativo (moto a luogo ) e finale-direttivo, che si
fusero ( con l‟accusativo il primo, con il dativo il secondo ) già nell‟indoeuropeo.
82
   In relazione al fatto che i casi obliqui, servendosi di avverbi ( che tali erano in indoeuropeo e nella fase più
primitiva del greco ) che in questa circostanza divennero “ preposizioni “ ( che “ sostengono “ il caso ),
iniziarono ad esprimere determinate funzioni solo con certe preposizioni. Sarà un fenomeno direttamente
proporzionale all‟evoluzione della lingua in senso cronologico, in quanto nel greco ellenistico si assiste a
un‟estensione maggiore dello stesso.
83
   A. MEILLET, op. cit., pp. 62-63.



                                                          21
3. Il duale, che ha due forme ( per nominativo, accusativo e vocativo; per genitivo e dativo ), è
sì conservato per la fedeltà ai tipi antichi, ma “ in virtù della tendenza a far prevalere le forme
che hanno un valore generale e le categorie generalmente astratte “, è soggetto a tensioni di
eliminazione 84.

4. Le forme flessionali dei temi nominali sono tre : in –a, in –o, in u e consonante. Il greco
conserva anche i femminili in –o- e i maschili in –a-. Per quanto riguarda l‟ultimo gruppo,
Villar ricorda che l‟aggiunta della sibilante (di contro alla desinenza zero indoeuropea ), se
può spiegarsi per analogia con maschili che hanno –s al nominativo, potrebbe spiegarsi anche
per influsso di parole di sostrato come ηακίαο “ la cui forma maschile nella lingua di origine
era –as “. Del resto, anche parole recenti ( non solo quelle arcaiche ) adottano lo schema in –
as, pur facilmente sottomettibili allo schema grammaticale consueto. Si ricorda altresì un
parallelo con il frigio, dove pare che ci siano maschili in –as 85.

5. Dato che le forme di nominativo-accusativo neutro plurale ( in greco la . dà luogo alla
desinenza –a ) derivano da un indoeuropeo singolare collettivo con terminazione * -a/. , il
nominativo neutro plurale può riferirsi, come succede anche in ittita e in avestico, a un verbo
al singolare 86, dando luogo al cosiddetto “ schema Atticum “.

6. Il greco crea l‟articolo determinativo, tramite la desemantizzazione finale (nella lingua
omerica, più arcaica, ancora ν, ε, ην sono usati come dimostrativi ) del pronome – aggettivo
dimostrativo indoeuropeo *so, *sa, *tod.

7. Il greco innova anche estendendo ai nomi il plurale in *oi ( innovando rispetto
all‟indoeuropeo *-os ), in indoeuropeo tratto caratteristico dei pronomi.


  Morfologia verbale
1. L‟organizzazione della flessione verbale greca rispecchia quella dell‟indoeuropeo : non è
importante tanto il tempo, quanto l‟aspetto, espresso nelle proprie classi da un tema specifico
( tema del presente: azione continuativa; tema dell‟aoristo: azione puntuativa, cioè assoluta,
intesa in sé, senza indicazioni relative alla durata o alla compiutezza; tema del perfetto: azione
conclusa ), che è inteso in diversi “ modi “, dei quali uno è generico ( indicativo ) mentre gli
altri (come congiuntivo e ottativo ) esprimono sfumature quali incertezza/possibilità o
desiderio. Solo il modo indicativo esprime l‟idea del tempo ( presente, passato, futuro ), tra
l‟altro, con elementi esterni dal tema stesso ( aumento e raddoppiamento ). Questa visione è
stata introdotta da Curtius 87 quando parlò di “ Zeitstufe “ o “ grado del tempo “ ( il rapporto

84
   A. MEILLET, op. cit., p. 67.
85
   F. VILLAR, op. cit., pp.555-556.
86
   P. MILIZIA, op. cit., p. 75. Andando a costituire una delle molte sillessi o costruzioni θαηα ζύλεζηο o “ad
sensum “ : pensiamo anche ai sostantivi singolari collettivi con verbo al plurale ( “ constructio ad sensum “ ); al
particolare costrutto che prevede la terza persona singolare di εηκί o di γίγλνκαη ad inizio di frase con soggetto
plurale o con più soggetti; al verbo singolare che precede un soggetto plurale o duale ( “ schema Pindaricum “ );
al verbo plurale con due soggetti coordinati da θαί o da κεηά con il genitivo ( “ schema Alcmanicum “ ).
87
   G. CURTIUS, Erlauterungen zu meiner Griechischen Schulgrammatik, Prag-Leipzig 1863.



                                                       22
che c‟è fra il tempo dell‟azione che accade e il tempo nel quale si trova chi parla: cioè passato,
presente, futuro, funzione, come si è detto, presente solo nell‟indicativo) e di “ Zeitart “ o
“modo del tempo “ ( l‟azione presa in sé stessa, senza considerazioni temporali ). Tuttavia
oggi studiosi come Rix 88 presentano lo schema “ Zeitstufe “ o “tempo“, “ Aspekt “ o “aspetto“
( visione soggettiva dell‟azione, elaborata cioè da chi parla, in modo contestuale, che si
estrinseca quindi in perfettiva o imperfettiva ) e “ Aktionsart “ o “ azione “ (rappresentazione
oggettiva dell‟azione, indipendentemente da chi parla, fatta in modo non contestuale, che si
estrinseca quindi come iterativa o puntuativa ).

2. Si distinguono le desinenze principali da quelle secondarie: le prime sono tipiche del
presente indicativo e costituite per le tre singolari e la terza plurale dal formante -i, le seconde
( sono tipiche dell‟imperfetto e dell‟ indicativo aoristo, che sono espressi sempre con
l‟aumento ) non hanno il formante specifico delle principali.

3. L‟ingiuntivo indoeuropeo ( con desinenze secondarie ma senza aumento ), con valore
atemporale e amodale, si ritrova in qualche modo nell‟imperativo (θέξνπ < i. e. *bher-e-so ) e
nelle forme senza aumento dei poemi omerici 89.

4. L‟antico presente desiderativo si è trasformato nel futuro greco, assumendo quindi un
valore temporale ( όςνκαη significa originariamente “ io voglio vedere“ per poi assumere
gradatamente il senso di futuro ) 90.

5. Tutti i modi indoeuropei sopravvivono nel greco.



1. 3. 3. Lessico 91

1. Grande numero di parole “ complesse “, derivate attraverso i processi della composizione e
della derivazione ( tipici dell‟indoeuropeo ).

2. Indoeuropea è l‟origine di parole del lessico: delle parti del corpo, della parentela, della
numerazione. Non solo, ma anche di “ azioni correnti “, come l‟essere, l‟andare, il dare.

3. Caratteristico del greco è l‟alto numero di parole non indoeuropee, sconosciute ( come
βαζηιεύο, άλαμ, ηύξαλλνο, di contro alla radice indoeuropea che si ritrova nel lat. rex e nel scr.
rajan ) oppure presumibilmente riconducibili al sostrato mediterraneo primitivo 92.

4. Infine, il lessico greco è caratterizzato intuitivamente da una grande libertà semantica.
L‟orizzonte semantico, infatti, copre uno spettro molto vasto ( a differenza, ad esempio, della
concreta lingua latina ). Se questo fenomeno può dipendere, oggi, dalla millenaria evoluzione

88
   H. RIX, Historische Grammatik des Griechischen, Darmstadt 1976.
89
   P. MILIZIA, op. cit., p. 78.
90
   A. MEILLET, op. cit., p. 53.
91
   L. AGOSTINIANI, op. cit., p. 1150
92
   Cfr. anche F. VILLAR, op. cit., pp. 551-552.



                                                   23
della lingua greca, tuttavia è innegabile che la mentalità “ filosofica “ greca vi abbia giocato la
sua parte. È veramente interessante notare che le prime attestazioni di θηινινγία / θηιόινγνο
compaiano in Platone e siano collegate alla θηινκάζεηα, l‟amore per la conoscenza e
l‟apprendimento tipico del θηιόζνθνο 93. Non solo, ma pensiamo altresì al fatto che i due
sapienti che ad Atene si contesero per primi il titolo di filosofo furono Platone e Isocrate, due
eccellenti scrittori 94.



1. 4. Miceneo
   Il miceneo è testimoniato da diverse migliaia di tavolette in argilla cruda seccata rinvenute
negli archivi palaziali micenei di Cnosso, Pilo, Tebe, Micene e Tirinto e ivi conservatisi in
virtù del processo di cottura subito a seguito dell‟incendio dei palazzi stessi. Il grosso del
materiale proviene da Cnosso (circa 4000 ) e da Pilo ( circa 1200 ), centri che offrono
“registrazioni di: 1) liste di persone (donne, ragazzi, ragazze ), in qualche attinenza col
palazzo e forma di subordinazione rispetto ad esso; 2) liste di uomini addetti a servizi di
guardia; 3) razioni di grano e di olio distribuite a singoli; 4) registrazioni di obblighi,
riguardanti il possesso terriero e coinvolgenti evidentemente il palazzo ; 5) affitti di terre,
spesso del da-mo ( damos ); 6) liste di tributi vari; 7) liste di oggetti ( vasi, armi, mobili ); 8)
liste di materiali (tessili, metalli, rispettivamente lana, lino e bronzo in particolare ) che il
palazzo sembra mettere a disposizione dei soggetti, i quali li restituiscono sotto forma di
prodotto lavorato; e così via di seguito “ 95. Controversa la datazione per Cnosso ( fine del XV
secolo per Evans, fine del XIII o inizi del XII secolo per Palmer ), mentre per Pilo, Micene e
Tirinto si è concordi che la distruzione dei palazzi avvenne alla fine del XIII secolo.


1. 4. 1. La scrittura

  La scrittura impiegata è stata definita Lineare B e fu decifrata da Michael Ventris e da John
Chadwick nel corso del 1951 96 o fra il 1952 e il 1954 97 . Si tratta di una scrittura sillabica,
nella quale quindi trovano espressione gruppi di due fonemi ( vocale + vocale, cioè dittongo;
93
   Cfr. PLATONE, Repubblica, 582e.
94
   G. COLLI, Filosofia dell‟espressione, Milano 1969, pp. 209-210. “ Platone dunque, in tutto e per tutto, è un
homo rhetoricus… Certo non è un caso che chi contese a Platone quella paternità (della filosofia ), Isocrate, non
solo sia stato professionalmente un oratore sin dall‟inizio, ma inoltre abbia voluto usare la retorica, non già come
scultura della parola vivente, bensì come pura opera scritta, ossia in quanto letteratura. È persino incerto a chi dei
due si debba attribuire l‟introduzione del vocabolo „filosofia‟ “. Quanto citato, che possiamo assumere ai fini
della presente ricerca come una semplice constatazione , è invece, per Giorgio Colli, sintomatico di quella
perdita delle origini interiori dell‟uomo occidentale, che si formarono fra VII e VI secolo a. C. in base ad un
alone filosofico-intuitivo che egli ha chiamato “sapienza greca”, tradita sistematicamente dalla speculazione
venuta formandosi da Platone in poi: “ La „filosofia‟ nasce così…dall‟intuizione di un genere letterario, di un
qualcosa immediato, non vivente, dalle qualità del commediante, dal fiutare il capriccio di un pubblico fine ma
snervato, cui piace essere tenuto per mano sui sentieri tortuosi della ragione e che sa appagarsi dei bei discorsi
scritti “.
95
   D. MUSTI, op. cit., pp. 14-15.
96
   O. HOFFMANN-A. DEBRUNNER, op. cit., p. 31.
97
   O. LONGO, op. cit., p. 103.



                                                         24
consonante + vocale ) e raramente anche tre ( gruppo consonantico + vocale; anche se è
conosciuta la regola per la quale il gruppo consonantico è espresso da due sillabe delle quali
la vocale della prima non è considerata 98 ). I segni sillabici 99 sono più di 90 , costituiscono
una rielaborazione della Lineare A 100e sono stati decifrati quasi tutti con sicurezza. Il
miceneo possiede anche più di cento ideogrammi (dei quali molti hanno la forma di un segno
sillabico, derivato per abbreviazione del suono della parola o per il principio dell‟acrofonia
101
    ), numerosi segni numerali decimali e segni di misure ponderali.
   Questa scrittura sillabica non è molto adatta per evidenziare i fenomeni fonetici del greco
miceneo ( del resto, molto probabilmente era una scrittura che serviva soprattutto per note
d‟archivio, e non per la stesura di testi letterari) 102. “ Essa non dispone neppure di segni per i
dittonghi a seconda vocale i ( che pertanto vengono registrati per la sola prima vocale ), né
registra la quantità vocalica. Non si registrano le consonanti finali; non viene indicata la
consonante doppia; sorde, sonore e aspirate sono quasi sempre confuse; un‟unica serie di
sillabogrammi designa le due liquide, l e r “ 103.



1. 4. 2. Caratteristiche linguistiche

   Il miceneo è senza ombra di dubbio una forma di greco arcaico, dove è ancora mantenuta la
semivocale w ( wa-na-ka per l‟attico άλαμ ) e non ci sono prove certe di contrazione ( ad es.,
si trova do-e-ro di contro all‟attico δνπινο ; l‟infinito dei verbi tematici è –e –e 104,
contraendosi poi in attico come –εηλ e in dorico come -ελ). Altro tratto caratteristico del
miceneo, e indicatore altresì dell‟arcaicità, è la conservazione delle labiovelari, nella serie qe,
qi, qo che non distingue fra labiovelari sorde, sonore e aspirate. A rigore, dobbiamo però
riferire che non è possibile sapere se la pronuncia di queste categoria fonetica abbia iniziato
ad alterarsi già nel miceneo, dove, tra l‟altro, la labiovelare viene dissimilata in vicinanza
della vocale u 105. Degno di nota anche il fatto della conservazione di forme antiche di casi,
come –o-jo- nel genitivo dei temi in – o- , e –pi ( da pronunciarsi phi ) nello strumentale
plurale 106.
   Rilevante anche l‟assenza dell‟articolo e dell‟aumento verbale 107.

98
    C. J. RUIJGH, Ètudes sur la grammaire et le vocabulaire du grec mycénien, Amsterdam 1967, pp. 24 – 25.
Cfr. Il tipo ko-to-na / θηνίλα . Esistono anche “ signes „ complexes „ “ che marcano principi di sillaba
cominciante per un gruppo consonantico, il più delle volte costituito da consonante + w oppure da consonante +
j. Cf. pp. 28-29.
99
    C. J. RUIJGH, op. cit., p. 22: “ Le scribes utilisent un syllabaire qui rappelle l‟écriture chypriote du premier
millénaire “.
100
    A. HEUBECK, L‟origine della Lineare B, in “ Studi Micenei ed Egeo – Anatolici”, XXIII (1982 ), pp. 195-
207.
101
    C. J. RUIJGH, op. cit., p 32.
102
    O. HOFFMANN-A.DEBRUNNER, op. cit., p. 31.
103
    O. LONGO, op. cit., p, 104.
104
     Da pronunciarsi –een , in quanto il miceneo non segnala graficamente s, m, n, l, r quando precedono
consonante, né s, r, n quando sono alla fine di parola. Cfr. O. LONGO, op. cit., p, 107.
105
    O. LONGO, op. cit., p. 112.
106
    O. HOFFMANN-A. DEBRUNNER, op. cit., pp. 31-32.
107
     Eccezion fatta per la attestazione, eccezionale, in a-pe-do-ke ( anziché a-pu-do-ke senza aumento ). Cfr. O.
LONGO, op. cit., p. 116.



                                                        25
    Segno di arcaicità potrebbe essere il fatto che gli scribi si allontanano a volte dalle regole
(probabilmente ancora non fissate stabilmente e univocamente?) della lingua scritta.
Peculiarità che è generalmente considerata come “uso linguistico personale, particolare
dell‟occasionale scriba, che si allontana dalla „lingua scritta „ “ 108. In particolare, si segnalano
i tratti: dativo plurale –i (anziché –ei); declinazione dei neutri in –ma anche come –mo ; forma
o-pi ( anziché la più consueta e-pi ).


1. 4. 3. Posizione dialettale

   Oggi gli studiosi sono pressoché concordi nel collegare il miceneo all‟arcado-cipriota 109.
Ruijgh scrive: “ L‟arcado-chypriote s‟accorde parfaitement avec le mycénien. Il est vrai que
les traits qui rattachent le mycénien à l‟arcado – chypriote à l‟exclusion de l‟ionien – attique
et de l‟éolien sont peu nombreux “ 110 . Numerosi quindi anche i collegamenti con lo ionico-
attico e l‟eolico, ma, dato che finanche l‟arcado-cipriota ha spesso le medesime coincidenze e
che, anzi, questo conserva tutti i tratti che il miceneo ha in comune con lo ionico-attico e
l‟eolico, si conclude che “ il materiale che abbiamo a disposizione, ci permetterebbe così di
affermare che il miceneo aveva stretti rapporti con l‟arcadico e il cipriota nel loro primo
stadio e formava insieme con essi un gruppo al quale probabilmente appartenevano altri
dialetti scomparsi “ 111.
   Secondo lo schema usato da Longo112, riportiamo le principali coincidenze del miceneo
con:

      Arcado – cipriota e ionico – attico:

1. mutamento di si in ti ( anche lesbico );

2. i – je – ro / ηεξόο ( invece di dor. ηαξόο e eol. ηξνο );

3. o – te / όηε ( invece di occ. όθα e eol. όηα );

4. desinenza –si al dat. plu. della III. decl. ( invece eol. – εζζη )113 .



108
    O. HOFFMANN-A. DEBRUNNER, op. cit., p. 32.
109
    Sebbene non sia possibile una attribuzione dialettale sicura, stante le innumerevoli vaghezze, di cui supra,
della scrittura.
110
    Op. cit., p. 36. La prima affermazione comporta per Ruijgh ( cfr. pp.37-38 ) la soluzione di alcune
incongruenze fra miceneo e arcado – cipriota, spiegate come innovazioni posteriori all‟epoca micenea: mic. en /
ar. cip. ηλ ; mic. – eus al nom. sing. dei temi in – ε - / arc. ( a volte anche cip. ) –ελ .
111
    O. HOFFMANN- A. DEBRUNNER, op. cit., p. 34. Invece altri sostengono addirittura che il miceneo stia alla
base genetica dell‟arcado-cipriota: “ C‟est donc surtout ce groupement des faits dialectaux qui prouve que
l‟arcadien et le chypriote descendent directment du mycénien, tandis que l‟ionien et l‟attique d‟une parte et les
parlers éoliens d‟autre part proviennent de dialectes apparentés au mycénien mais qui en different “, C. J.
RUIJGH, op. cit., p. 37.
112
    Op. cit., pp. 117-118.
113
    C. J. RUIJGH, op. cit., p. 37.



                                                      26
      Arcado – cipriota e eolico:

1. r > mic. ro, o (da leggersi ro, or ) ( invece di ξα, αξ );

2. a- pu ( invece di από );

3. pe-da ( invece di κεηά ).


Arcado – cipriota solamente:

1. desinenza media –to ( da leggersi –toι )( invece dell‟innovazione –ηαη ).




1. 5. Greco occidentale
   Questo gruppo ha molti tratti linguistici in comune fra i dialetti che lo compongono, i quali
si uniscono in due grandi sottogruppi, il dorico propriamente detto o dorico meridionale e il
dorico settentrionale o del Nord-Ovest. Fra le caratteristiche principali del gruppo citiamo:

1. Peculiare è la cosiddetta “ alfa dorica “, che, in realtà, è un tratto comune a tutti i dialetti
greci eccezion fatta per lo ionico – attico 114, il quale, se la α è antica, la muta in ε, altrimenti
(come in esiti di allungamenti di compenso posteriori al XI sec. a. C. ) la conserva, non
costituendo quindi un dorismo 115;

2. α + ν, σ > α contratta ( come nel gen. sin. e plu. maschile in – α ) ; α + ε > ε;

3. conservazione della semivocale w fino all‟età ellenistica. Questa conservazione non è tipica
del dorico, perché è presente in altri dialetti, ma nel dorico dimostra una massima resistenza;

4. conservazione dei gruppi –ηη e –ληη , che negli altri dialetti sono mutati in –ζη e –λζη (tranne
che in beotico e tessalico occidentale );

5. la particella θε, che invece è αλ in ionico-attico e in arcadico e θε(λ ) in cipriota, lesbico e
tessalico;

6. il dorico ( e l‟eolico ) ha αη, al posto di εη dello ionico-attico e dell‟arcado-cipriota;

7. conservazione dell‟indoeuropeo *toi, *tai nel plurale ηνί, ηαί del dimostrativo e articolo ν,
ε ( eccetto Creta centrale 116 ).
114
    “ Urgiechisch α – wie in allen Dialekten ausser dem Ionish-Attischen – unverandert geblieben “, A. THUMB-
E.KIECKERS, op. cit., p. 70.
115
    O. LONGO, op. cit., p. 81.
116
    O. HOFFMANN-A.DEBRUNNER, op. cit., p. 52.



                                                     27
8. dimostrativo di III per. sing. è θελνο e ηελνο, di contro all‟attico εθεηλνο e allo ionico
θεηλνο;

9. desinenza della I per. plu. – κεο, anziché –κελ ( come in tutti gli altri dialetti ). Notiamo
però che non si possiedono testimonianze a riguardo per tutti i dialetti del gruppo occidentale,
anzi, fra quelli nord-occidentali, -κεο è presente solo a Delfi 117;

10. desinenza dell‟infinito dei verbi atematici –κελ ( come in beotico e tessalico, mentre è –
λαη in ionico-attico e in arcado-cipriota o –κελαη il lesbico ( caso a sé, forse derivato da
contaminazione tra le due forme precedenti ) 118;

11. gli aoristi in –μα dei verbi in –δσ e i futuri, cosiddetti “ dorici “, in –ζενκαη e in -ζεσ sono
forse i tratti più caratteristici del gruppo occidentale, anche se si riscontrano non poche
eccezioni ( ad es., in argolico le forme doriche dell‟aoristo non sono univoche perché sono
anche in –ζζα; in cirenaico si incontra il part. fut.. νηθημνληεο ) 119;

12. l‟apocope della preposizione è presente solo in αλά, παξά ( davanti a consonante ), θαηά e
πνηί ( davanti a dentale ), mentre è assente in ionico-attico e molto più diffusa in eolico.


1. 5. 1. Dorico

   I dialetti dorici erano presenti in tutto il Peloponneso ( tranne che in Arcadia e in Messenia
–limitatamente al periodo anteriore alle “ guerre messeniche “), soprattutto a sud e ad est
(Corinto, Laconia, Argolide, Messenia, Megara ); nelle isole egee ( Sporadi meridionali –
come Rodi e Coo – , Creta, Carpato, Tera, Melo, Citera ); nei centri di “ seconda
colonizzazione “ ( in Magna Grecia – come a Taranto, Eraclea, Siracusa –, in Sicilia e nel
Bosforo – come a Calcide e a Bisanzio ).
   I dialetti principali del sottogruppo sono: laconico, dialetti di Taranto e Eraclea, messenico,
argolico, corinzio, megarese, cretese, dialetti di Melo, Tera e Cirene, rodio, dialetti delle isole
restanti; si aggiunga il dorismo della Sicilia 120.
   Si tende a scartare oggi la posizione di Ahrens, che suddivideva i dialetti dorici in Doris
severior ( in Laconia, Taranto, Eraclea, Creta, Cirene ) che formava il gen. sing. dei temi in –ν
in –σ e pronunciava ε e σ le vocali lunghe originatisi per allungamento di compenso , e in
Doris mitior ( nelle altre aree doriche ) che coincide con lo ionico-attico per questi due casi
(come nelle forme ηππνπ e ηππνπο ) 121.
   Fra le caratteristiche principali di questi dialetti ricordiamo il futuro passivo con desinenza
attiva ( ad es., in rodio si trova επηκειεζεζεπληη ) e alcuni esiti gutturali al posto della dentale
all‟uscita di temi nominali. Inoltre ricordiamo che i dialetti dorici meridionali sono i più
conservativi del gruppo, sia storicamente che per l‟influsso di lingue di adstrato, come l‟eolico

117
    A. MEILLET, op. cit., p. 134;
118
    O. LONGO, op. cit., p.83.
119
    A. MEILLET, op. cit., pp. 134-135.
120
    A. THUMB-E. KIECKERS, op. cit., pp. 69-217.
121
    O. HOFFMANN-A.DEBRUNNER, op. cit., p. 54.



                                                  28
122
  . Infatti poche sono le innovazioni sicure: ad es., la semplificazione del gruppo –tw- in
ηέηνξεο da *k etwores e gli aoristi in –αμαη e in –ημαη dei verbi in -αδσ e –ηδσ, nonché il futuro
dorico 123 In particolar modo:

1. nel laconico: ε > η davanti a ο e ω ( ζηόο per ζεόο ); α + ν,σ > σ; α + ε > ε;( in una fase più
recente ) ζ che sta al posto di ζ e rotacismo della sibilante 124;

2. nel messenico: di solito le iscrizioni sono senza peculiari caratteristiche, collegandosi ad un
dorico comune 125; tuttavia si possono trovare: εξζελ al posto di αξζελ; νκλύσ al posto della
forma atematica;

3. nell‟argolico: alternanza di forme in –ζζ- con le forme propriamente doriche in –μ nei verbi
in - δσ( come δηθάζζαηελ ); riflessivi απηαπηόλ ( al posto di ζεαπηόλ ) e απζαπηάο ( al posto
di εαπηέο ); attestato l‟uso di απηόο; infinito tematico in- ελ ( insieme a quello in –κελ );

4. nel corinzio: interessante che l‟alfabeto corinzio ha due segni ambigui, perché . e . ( oppure
. ) indica sia ε sia ε, mentre . indica sia il dittongo εη sia una e lunga che l‟alfabeto dell‟ attico
esprime come εη ( come in εηκί ); si riscontra ελί per εζηί ;

5. nel megarese: forma νλπκα per όλνκα ( anche in nomi composti ); come lo ionico, ha κείο;
αληο per άλεπ; ( nel dialetto particolare di Aigostena) ζάιαηηαλ in confronto al tratto tipico del
megarese ζζ;

6. nel cretese: possiamo dividere i dialetti cretesi in orientali, centrali e occidentali, mentre il
più noto è quello di Gortina 126 ; forme –δδσ per -ζζσ ( πξάδδνληαο ); interessanti gli infiniti
atematici in –κελ ( ma anche in –κελ);

7. nel rodio: εληί per εζηί ( in un testo anche per εηζί ); verbi in –ασ diventano in –εσ (come
in ηηκνπληεο); finale della III per. plu. dell‟imperativo –ληνλ ( come nell‟eolico anatolico –
δίδνληνλ ) 127; il perfetto è espresso dal presente.



1. 5. 2. Dialetti del Nord-Ovest

   Questi dialetti sono testimoniati nella Grecia continentale nelle zone della Focide, della
Locride, dell‟Etolia, dell‟Acarnania e dell‟Epiro.
   Si ritiene che i Greci di queste zone discendano dagli ultimi Dori, quelli che giunsero dopo
la famosa invasione dorica del XII secolo 128. Tuttavia “ fra queste popolazioni e i dori non

122
    V. PISANI, op. cit., pp. 80-81.
123
    O. HOFFMANN-A.DEBRUNNER, op. cit., p. 53.
124
    V. PISANI, op. cit., pp. 81-82.
125
    V. PISANI, op. cit., p. 85.
126
    V. PISANI, op. cit., p. 91.
127
    O. HOFFMANN-A. DEBRUNNER, op. cit., p. 49.
128
    O. LONGO, op. cit., p. 76.



                                                 29
esiste nessun legame storico paragonabile a quello che si riscontra fra le città propriamente
doriche “; la sola parentela che si può stabilire dipende quasi esclusivamente dall‟aspetto
linguistico 129.
   I dialetti sono: focese e delfico, locrese, dialetti dell‟Eniania e di Malie, etolico e acarniano,
epirota 130.
   Le caratteristiche principali che li distinguono non sono poche 131. Pisani nota che alcune
isoglosse del sottogruppo sono dovute a eolizzazione ( in modo analogo e opposto a quanto
successo per il beotico, costituitosi per dorizzazione di parlate eoliche ) 132. Longo 133 cita
quattro tratti: la desinenza del dativo plurale della terza declinazione è –νηο ; il sintagma
preposizionale di moto a luogo è quasi sempre ελ + acc., come nell‟eolico ( invece di εο e ελο
del dorico ); e e o lunghe, derivate da contrazioni o allungamento di compenso, sono espresse
come εη e νπ ( anziché ε e σ del dorico ); in diversi dialetti c‟è la tendenza di mutare la a in e
davanti alla rotante. Fra gli altri tratti ricordiamo: maschili in –α che non perdono la sibilante
al nom. sing. ; al dat. sing. dei temi in –ν, –νη sta al posto di –ση; participio medio dei verbi
contratti in –είκελνο 134. In particolar modo:

1. nel focese e delfico: λζ invece di ιζ in πξναπελζεηλ e δηελζεη; gruppo ζη al posto di ζζ;
locativo in –νη nel senso di dativo ( come nell‟espressione ηνί Απόιινσλη ηνί Πύζηνη );
passaggio dei verbi in –ασ nella coniugazione di quelli in –εσ ;

2. nel locrese: è conservato ηνί nel nominativo plurale dell‟articolo; riflessivo απηνζαπηόλ;
nelle iscrizioni è facile trovare apocope di αλά, παξά, θαηά; ππά in ππαπξνζζηδηνλ;

3. nell‟epirota: spirantizzazione di ζ e θ che sono confusi in θεσλ e θπνληεο 135; genitivi
come Οκθαινο che fanno parte di nominativi plurali; si riscontra apocope di preposizioni
come παξά.



1. 6. Eolico
   I dialetti eolici erano parlati in tre zone fra loro separate, geograficamente e per quanto
riguarda lo sviluppo storico-culturale: Lesbo e l‟antistante fascia costiera dell‟Asia Minore a
nord di Smirne, Beozia e Tessaglia. Ovverosia i tre dialetti principali sono lesbico, beotico e
tessalico. Quando si cita il cosiddetto eolico d‟Asia si parla soprattutto del lesbico, perché,
delle altre parlate di zona (cioè quelle di altre isole eoliche dell‟Egeo –Tenedo, Neso,
Pordoselene- e delle città costiere dell‟Asia Minore – Thymbrae, Cebrene, Neandrea, Assos,


129
    A. MEILLET, op. cit., p. 133.
130
    A. THUMB-E. KIECKERS, op. cit., pp. 250-315.
131
    Invece, in O. HOFFMANN-A.DEBRUNNER, op. cit., p. 50, nel dire che il greco nord-occidentale ha quasi
tutte le caratteristiche del dorico, si citano solo due particolarità: la forma –εηκελνο e il dat. in –νηο.
132
    V. PISANI, op. cit., p. 101.
133
    O. LONGO, op. cit., pp. 84-85.
134
    V. PISANI, op. cit., p.73.
135
    V. PISANI, op. cit., pp. 76-77.



                                                     30
Pergamo, Myrina, Aegae, Cyme, … 136 ), non restano che frammenti insignificanti 137. Si noti
altresì che il termine “ eolico “ è usato dagli studiosi moderni in modo diverso rispetto all‟uso
antico, che era, in confronto, o troppo settoriale ( lingua letteraria di Alceo e Saffo, che si
collega soprattutto al lesbico) o troppo estesa ( tutto ciò che non è né ionico-attico né dorico )
138
    .
   I tre dialetti sono molto divergenti fra loro, tuttavia si riconoscono notevoli “Gemeinsame
Merkmale “ 139 ( nonostante che siano “ un fatto superficiale: effetto di contatto linguistico “,
in quanto “ ben più profonde sono le affinità con i dialetti „ orientali „, arcado-cipriota e
ionico-attico “ 140 ):

1. l‟indoeuropea labiovelare davanti a vocali chiare ( e, i ) diventa dentale (cioè πέηηαξεο
anziché ηέζζαξεο );

2. il dat. plu. della III declinazione ha desinenza –εζζη;

3. il part. perf. ha desinenza di presente, come in πεπνηήθσλ;

4. il patronimico è espresso, come nel miceneo, dall‟aggettivo in –ηνο, anziché con il nome del
padre in genitivo ( come in Νηθίαηνο );

5. una α del greco comune si muta in ο nell‟eolico, molte volte vicino a liquida, poche volte
vicino a nasale dentale ( in beotico c‟è ζηξνηόο ) 141;

6. numerale ηα invece di κία.

Il lesbico e il tessalico possono concordare, così come il tessalico con il beotico, ma non c‟è
rapporto caratteristico fra lesbico e beotico ( la sostituzione α / ν e εθάιεζζα / εηέιεζζα 142
non rivela nulla di caratteristico ). Quindi il tessalico mostra di occupare una posizione
intermedia fra lesbico e beotico 143. Del resto, si mette in evidenza che il beotico ha subito
influssi dorici consistenti144, nonostante che molte prove invocate per documentare influssi
occidentali sul beotico sono fragili: come la presenza dell‟ articolo ηνη ( anziché la forma νη
del lesbico e del tessalico ), che, di per sé, dimostra unicamente che il beotico non ha
partecipato all‟innovazione rispetto alla forma arcaica, discordandosi, quindi, solo per questo
dagli altri dialetti eolici ( del resto, conservatorismo si riscontra altresì per la mancanza di
geminazioni del tipo ζκ > κκ ) 145.


136
    V. PISANI, op. cit., pp. 57-58.
137
    A. MEILLET, op. cit., p. 123.
138
    A. MEILLET, op. cit., p. 124.
139
    A. THUMB-A. SCHERER, op. cit., pp.4.
140
    O. LONGO, op. cit., p. 8
141
    O. LONGO, op. cit., p. 87.
142
    A. THUMB-A. SCHERER, op. cit., p. 4.
143
    A. MEILLET, op. cit., p. 126.
144
    Tanto da indurre V. PISANI, op. cit., p. 101-102 a parlare di “ dorizzazione , irradiata da Tebe, di parlate
eoliche settentrionali “.
145
    A. MEILLET, op. cit., pp. 126-127.



                                                         31
      Peculiarità del lesbico

1.desinenza dell‟infinito –κελαη ( al contrario di tutte le parlate );

2. risoluzione del – λο – panellenico in αηο, εηο, νηο ( κνηζα invece di κνπζα ).

      Peculiarità del tessalico

1. si riscontra “ conflitto di elementi orientali ( eolici ) con elementi occidentali (dor.
settentr.)“ 146. Quindi l‟assibilazione di –ηη è in parte mancante, così come il futuro dorico non
è sempre presente.

2. ηνπ al posto di ηση;

3. nella Pelasgiotis il gen. sing. è –νην e –νη ( mentre nella Thessaliotis è –νπ ) 147.

      Peculiarità del beotico

1. conservazione di –ηη;

2. come nel dorico settentrionale i maschili in –α- non prendono la – ο nel nom. sing.


      Affinità fra lesbico e tessalico:

1. geminazione delle liquide e nasali invece dell‟allungamento di compenso (ad es., da
*ζειαζ-λα il lesbico ha ζειάλλα; di contro al dorico ζειάλα e allo ionico-attico ζειήλε ) 148;

2. “ Stoffadjektiva auf –ιορ “ 149 anziché –ενο 150;

3. il ξη panellenico davanti a vocale dà ξξ 151.


      Affinità fra tessalico e beotico:

1. ε > εη;

2. nelle desinenze verbali della III per. plu. η è sostituito da ζ ;


146
    V. PISANI, op. cit., p. 55.
147
    V. PISANI, op. cit., p. 55.
148
    O. LONGO, op. cit., p.88.
149
    A. THUMB-A. SCHERER, op. cit., p. 4.
150
    O. LONGO, op. cit., p. 89.
151
    V. PISANI, op. cit., p. 52.



                                                  32
3. forma γγίλπκαη anziché γί(γ)λνκαη;

4. l‟ infinito θεξέκελ in luogo di θέξεηλ.



1. 7. Arcado - cipriota
   Meillet osserva che “ a questo gruppo si assegnano generalmente tre parlate: l‟ arcadico, il
cipriota e il panfilio “ 152. Tuttavia oggi il panfilio non è più compreso fra l‟arcado-cipriota 153
essendo chiaramente un dialetto misto. Quindi parleremo di questo gruppo solo in relazione
all‟arcadico e al cipriota, dialetti presenti rispettivamente in Arcadia e a Cipro.
   Come abbiamo già rilevato, si ritiene generalmente che l‟arcado-cipriota costituisca i resti
di un antico gruppo dialettale al quale doveva far parte anche il dialetto che sta alla base del
miceneo scritto ma che poi è scomparso 154. Questo sulla base della presenza di tratti
linguistici scomparsi negli altri dialetti attestati: ad es., il fatto che tanto πεδά e απύ quanto
κεηά e από sono antichi, fa pensare non a uno sviluppo diacronico di forme nei vari dialetti,
quanto piuttosto a forme già differenziate in dialetti diversi 155.
   Fra le caratteristiche tipiche dell‟arcadico e del cipriota, citiamo:

1. tendenza a portare le ε e le ν in η e π: quindi avremo ηλ al posto di ελ e il genitivo in –αν dei
temi in –α come –απ 156;

2. πόο al posto del πξόο dello ionico-attico e del πνηί del dorico;

3. in cipriota e in parte dell‟arcadico, la forma θάο per θαί;

4. nominativo singolare in –εο dei temi in –επο ;

5. νλπ per νδε;

6. III per. sing. del congiuntivo in –ε .


L‟arcadico presenta fatti come:

1. estensione di –απ dai maschili ai femminili in –α ( Tegea ) ;

2. infinito dei verbi tematici in –ελ;

3. αλώδα “ in alto “;

152
    A. MEILLET, op. cit., p.118.
153
    R. SCHMITT, op. cit., p. 123.
154
    O. HOFFMANN- A. DEBRUNNER, op. cit., p. 36.
155
    O. HOFFMANN- A. DEBRUNNER, op. cit., p. 38.
156
    A. MEILLET, op. cit., p. 121;



                                                  33
4. κεζη‟ αλ “fino a “.


Il cipriota è l‟unico dialetto greco del primo millennio ad usare una scrittura non alfabetica,
ma sillabica come la Lineare B 157,detta “ sillabario cipriota “ 158. È formato da meno di
sessanta segni che indicano sillabe aperte. Le due tipologie conosciute di questo sistema di
scrittura – quella “ comune “ e quella “ occidentale “ – costituiscono la trasformazione di una
scrittura non decifrata, formata da segni discendenti da quelli della Lineare A e della Lineare
B e usata per iscrizioni databili fra il XVI e il XI sec. a. C. e rinvenute a Cipro 159 e a Ras
Shamra in Siria. Al pari della Lineare B il sillabario cipriota non è molto adatto per rendere
alcune particolarità della lingua greca: ad es., “ non distingue le sonore e le sorde aspirate
dalle sorde semplici di ciascuna categoria “ 160 e omette la nasale davanti ad una consonante
161
    .
   Fra le caratteristiche principali del cipriota, ricordiamo 162:

1. il lessico presenta molte parole semitiche;

2. δα < γα;

3. qualche volta la sibilante panellenica è aspirata o scomparsa.


  Hoffmann 163 sosteneva che l‟arcado-cipriota e l‟eolico costituivano uno stesso gruppo,
denominato “ acheo “ . Invece oggi, mentre si usa il termine “acheo “ per lo più per indicare il
gruppo arcado-cipriota-miceneo, si tende a spiegare alcune coincidenze fra i due gruppi (come


157
    Prima dell‟invenzione dell‟alfabeto greco i sistemi di scrittura non ideografici ( nei quali però poteva esserci
una caratterizzazione sillabica o addirittura prealfabetica: vd. il geroglifico egiziano ) erano sillabici, sia
manifesti che impliciti come nelle lingue semitiche ( nelle quali, mancando nella fase antica un sistema di
indicazione delle vocali, lo scheletro consonantico alfabetico presuppone generalmente la presenza implicita
delle vocali: sistema che può essere paragonato a quello dell‟etiopico, che esprime le vocali con piccole
alterazioni della forma base della consonante, in modo che ogni consonante ha sei forme, quella di base e quella
“ sillabica “). L‟alfabeto greco innova piegando quello fenicio ad esprimere anche le vocali. Tuttavia lingue
come ebraico e arabo avevano all‟inizio delle semivocali ( mentre oggi esprimono le vocali con segni di
puntuazione dipendenti da quelli elaborati dal siriaco nel V sec. d. C. , il quale li mutuò adattandoli a nuovo uso
dal sistema di punteggiatura usato nei manoscritti greci – addirittura, la scrittura siriaca in uso presso i Giacobiti
mutuò le stesse vocali greche scrivendole sopra o sotto le proprie consonanti ). In tempi più recenti, l‟aramaico
mandeo e del Talmud babilonese iniziò ad esprimere tutte le vocali con semivocali e gutturali. Cfr. J.
FRIEDRICH, Entzifferung verschollener Schriften und Sprachen, tr. it. Decifrazione delle scritture scomparse,
Firenze 1973; S. MOSCATI, An Introduction to the Comparative Grammar of the Semitic Languages:
Phonology and Morphology, Wiesbaden 1980.
158
    B. B. POWEL, Homer and the origin of the alphabet, Cambridge 1991, pp. 89-101.
159
    Si suppone che il sillabario cipriota contenga la scrittura pregreca dell‟isola. Cfr. O. MASSON, Les
inscriptions chypriotes syllabiques. Recueil critique et commenté, Paris 1961.
160
    A. MEILLET, op. cit., p. 119.
161
    V. PISANI, op. cit., p. 64.
162
    V. PISANI, op. cit., p. 65.
163
    O. HOFFMANN, De mixtis Graecae linguae dialectis, 1888.



                                                         34
νξ, ξν per αξ, ξα di altri dialetti; νλ per αλά ; πεδά per κεηά dello ionico-attico e del dorico )
per la antica vicinanza 164.
  Oggi non è accettata nemmeno la tesi di chi vuole il gruppo collegato con lo ionico-attico (
Porzig e Rischs ) a causa della mancanza di sufficiente documentazione 165. Fra le varie
coincidenze con lo ionico-attico, citiamo:

1. ηη > ζη;

2. particella αλ;

3. νηε per il dorico νθα e l‟ eolico νηα;

4. desinenza dell‟infinito atematico in –( ε )λαη ( anziché –κελ e –κελαη );

5.plurale dell‟articolo in νη e αη ( come anche in lesbico e tessalico ), di contro a ηνί e ηαί degli
altri dialetti.



1. 8. Ionico – attico

  Lo ionico-attico era parlato nella zona centrale dell‟area egea: lo ionico era presente, infatti,
sulle coste dell‟Asia Minore ( da Alicarnasso a Smirne ) e nelle isole adiacenti ( Sporadi
settentrionali e Chio ), nelle Cicladi e nell‟Eubea; l‟attico era la lingua della regione di Atene (
città e ρώξα ).
   Quindi lo ionico appare in tre varietà: ionico d‟Asia ( dal quale deriva la lingua ionica
elevata e letteraria ), ionico delle Cicladi e ionico d‟Eubea, abbastanza unitarie.
   “ Lo ionico e l‟attico sono due aspetti distinti di una stessa parlata “ 166, quindi i tratti
comuni sono in abbondanza e significativi:

1. l‟ α lunga originaria si muta in ε, anche se in attico, qualora è preceduta da ε, η, e ξ, resta
immutata. Questo passaggio ionico-attico risulta recente perché anche alcuni nomi stranieri
presi in prestito anticamente hanno avuto il cambiamento ( Μεδνη di contro al ciprio Μαδνη )
167
    . Notiamo che l‟eccezione attica si spiega come una restituzione ancora più recente da ε ad
α. Eccezioni come θόξε, “fanciulla “, δέξε, “ collo “, νξε, “monti “, si spiegano perché
l‟azione esercitata dalla rotante è più antica o si è conclusa prima rispetto all‟azione esercitata
dalle vocali ε e η168: νξεα si è allora potuta contrarre posteriormente in –ε, mentre θνξ ε e δεξ
ε, quando la semivocale w scomparve, dato che il fenomeno della restituzione in presenza di
rotante si era concluso, poterono restare inalterati. Invece altri sembrano adottare un‟altra
spiegazione: per νξεα si dice che quando le vocali poterono contrarsi perché la w scomparve,

164
    O. HOFFMANN- A. DEBRUNNER, op. cit., pp. 36-38.
165
    O. HOFFMANN – A. DEBRUNNER, op. cit., p. 38.
166
    A. MEILLET, op. cit., p. 111.
167
    A. MEILLET, op. cit., p. 112.
168
    A. MEILLET, op. cit., p. 113.



                                                 35
il processo della restituzione era finito; per gli altri due termini, si sostiene che, dato che la
scomparsa della w dopo rotante avvenne più tardi rispetto a quando la legge della restituzione
era ancora efficace , poterono conservare la ε 169;

2. metatesi di quantità: dinanzi al suono a oppure o, ε è sempre abbreviato mentre l‟altra
vocale è allungata se è breve; poi, di norma, avviene contrazione;

3. la semivocale w scompare dal IX secolo;

4. il λ efelcistico. Pur essendo un tipico tratto ionico-attico, “ bisogna soltanto fare eccezione
per il dativo plurale in –ζηλ di una regione della Tessaglia, la Tessaliotide, dove un‟iscrizione
del V secolo ha ρξέκαζηλ ( e non la desinenza
 – εζζη normale in eolico ), e di Eraclea, dove si hanno i dativi plurali εληαζζηλ, πνηνληαζζηλ
accanto a πξαζζνληαζζη, ππαξρνληαζζη “ 170;

5. flessione dei pronomi personali di I e II per. in –εηο anziché in –εο rispetto a tutti gli altri
dialetti;

6. l‟uscita –ζαλ della III per. plu. dell‟ aoristo sigmatico divenne comune ad altri aoristi e
imperfetti;

7. generalizzazione per i nomi semplici d‟agente del suffisso –ηαο, nella forma
- ηεο ( mentre nel greco comune si ha –ηεξ o –ησξ per i nomi semplici, -ηαο per quelli
composti ) 171.


      Affinità fra i dialetti ionici:

1. α > ε ;

2. conservazione di εα εν non contratti; dal IV secolo εν > επ;

3. ( tranne che in Ecubea ) avviene che la semivocale w scompare dopo ξ, ι, e λ creando
l‟allungamento della vocale breve precedente 172;

4. dativo plurale che esce in –νηζη, -νηο e –εζη, -αηο ;

5. spesso coniugazione tematica dei verbi atematici.




169
    O. HOFFMANN-A. DEBRUNNER, op. cit., p. 42.
170
    A. MEILLET, op. cit., p.115.
171
    A. MEILLET, op. cit., p. 115.
172
    V. PISANI, op. cit., p. 107.



                                                 36
  Peculiarità dello ionico d‟Asia

Rispetto agli altri dialetti ionici si distingue per antichità della psilosi e della scomparsa della
semivocale w; mentre ha subito influssi lesbici ( a Chio trattamento lesbico di –λζ- ) 173. La
maggiore peculiarità sta nel trattamento della k . indoeuropea che diventa θ ( come νθσο
anziché att. νπσο ) 174


      Peculiarità dello ionico delle Cicladi

La psilosi interviene più tardi e la semivocale w mantiene delle tracce 175.


      Peculiarità dello ionico dell‟Eubea

Per la psilosi e la conservazione del digamma la situazione è analoga a quella dello ionico
delle Cicladi, mentre ha maggiori tratti in comune con l‟attico (come conservazione della
vocale breve davanti i gruppi λ, ξ, ι + w dopo la scomparsa della semivocale - μέλνο invece di
μεηλνο – e passaggio di ξζ a ξξ, ηη da gutturale sorda + i – ad es., εθπξεηηόλησλ ) 176.



      Peculiarità dell‟attico

  Longo osserva che fra ionico e attico permane “ un margine di opposizioni abbastanza
sensibile da non consentire il ricorso all‟ipotesi ( „genealogica „ ) di un‟ originaria unità
indistinta ionico-attica “ 177. Fra le principali caratteristiche dell‟attico elenchiamo dunque:

1. α puro;

2. contrazione di επ in νπ;

3. ηη corrisponde a ζζ che si ritrova in quasi tutti i dialetti, tranne il beotico;

4. assimilazione di ξζ in ξξ;

5. perdita della semivocale w dopo λ, ξ, ι senza allungamento di compenso;

6. il gen. sing. dei temi maschili in –α / ε della prima declinazione è analogico a quello dei
temi in –ν ;


173
    V. PISANI, op. cit., p. 108.
174
    O. HOFFMANN-A. DEBRUNNER, op. cit., p.45.
175
    V. PISANI, op. cit., p. 110.
176
    V. PISANI, op. cit., p. 111.
177
    O. LONGO, op. cit., p. 91.



                                                  37
7. si crede che la pronuncia di π come u francese sia nata ad Atene 178;

8. si osservi che “ tra due forme di una medesima parola, diverse nella gradazione vocalica
della radice, spesso la lingua ionica dell‟Asia Minore ha conservato l‟una, mentre l‟attico
presenta l‟altra: γιάζζα “ lingua “ ( in Eronda) corrisponde all‟ att. γισζζα, come έηξαγνλ a
ηξώγσ “ 179.




1. 9 Altri dialetti

1. 9. 1. Il dialetto dell’Acaia

   Alcuni lo classificano fra i dialetti del gruppo occidentale 180, tuttavia non è possibile
classificarlo in maniera sicura in quanto le iscrizioni che lo testimoniano, essendo tarde,
hanno troppi influssi ellenistici livellanti che snaturano le peculiarità dello stesso 181.
   Tuttavia “ die Sprache der Texte stimmt im wesentlichen mit dem Dorischen uberein,
weshalb die aufgezahlten gemeindorischen Merkmale auch fur das Achaeische gelten “ 182.
Citiamo soltanto il futuro dorico ( ζπλζπζνπληη ) e l‟aoristo con μ dei verbi in –δσ
(απεινγίμαλην ).
   Si notano altresì contatti con l‟arcadico, come in relazione alla desinenza dell‟infinito in –
ελ ( έρελ ).
   Il nome Πνζεηδάλ con la sibilante eolica, come succede in eleo, argolico e corinzio.
   Nemmeno è sicuro, fra le molte incertezze, che il dialetto dell‟Acaia riscontrato nelle sue
colonie, ovverosia Cefallenia, Itaca e Zacinto, appartenga al greco del Nord Ovest 183.


1. 9. 2. Il dialetto dell’Elide

   Appare essere una mescolanza di dorico e di greco del Nord Ovest 184, ma con la presenza
di alcuni elementi greco-centrali che non permettono sicuramente, tra l‟altro, di classificarlo



178
    O. HOFFMANN- A. DEBRUNNER, op. cit., p. 44.
179
    O. HOFFMANN- A. DEBRUNNER, op. cit., p. 45.
180
    Così V. PISANI, op. cit., p. 77, che lo inserisce fra i dialetti del Nord Ovest, pur specificando ( p. 70 ) che fra
i dialetti del greco occidentale “ occupano una posizione intermedia l‟acheo e l‟eleo “; O. HOFFMANN – A.
DEBRUNNER, op. cit., p. 51: “ nell‟Acaia e nell‟Elide si formarono dialetti di prevalente colorazione
occidentale“.
181
    A. THUMB- E. KIECKERS, op. cit., p. 228: “ Die Stellung des „achaeischen „ Dialekts ist infolge des
mangelhaften Materials nicht zu bestimmen: die vorhandenen Inschriften gehoren meist der Nivellierungs-
epoche an, die alteren sind zu unbedeutend und lehren nichts Charakteristisches “; R. SCHMITT, op. cit., p. 59-
62.
182
    A. THUMB – E. KIECKERS, op. cit., p. 228.
183
    A. THUMB – E. KIECKERS, op. cit., p. 229.
184
    A. THUMB – E. KIECKERS, op. cit., p. 236.



                                                         38
fra i dialetti dorici 185 i quali sono estremamente conservatori ( Ahrens lo definiva
“pseudoeolico “ ).
   Sono vari, infatti, i tratti eolici nel suo aspetto seriore: il dativo plurale in -εζζη, i verbi
contratti coniugati atematicamente, αγξέσ, “ prendo “ al posto di αηξέσ 186.
   Il dialetto eleo si differenzia dal dorico anche per tratti che riconducono all‟area etolico-
locrese: il dativo “ etolico “ della III decl. in –νηο, la presenza della α invece della ε davanti a
rotante, e a volte anche altrove 187 ( θάξσ per θέξσ ), la presenza del gruppo -ζη- per –ζζ- 188.
   Fra gli altri caratteri:

1. la psilosi è avvenuta molto presto, mentre la semivocale w è conservata a lungo;

2. la δ produce δδ e ηη;

3. il presente in –εησ dei verbi in –επσ.




1. 9. 3. Il dialetto della Panfilia

   Questo dialetto, rimasto isolato ( prima addirittura della comparsa dell‟articolo: se si
eccettuano miceneo e lingue letterarie, è l‟unico dialetto greco a non usare l‟articolo 189 ) e
formato da un insieme di caratteristiche comuni a tutti i dialetti greci 190, dimostra tuttavia, per
Pisani, di possedere “ un fondo sostanzialmente eolico “ 191. Però, sulla scorta dell‟analisi
dialettologia, sarebbe meglio concludere che “ presumibilmente esso assunse così fin
dall‟inizio una posizione a sé stante, collegato per determinate caratteristiche a ciascuno dei
grandi gruppi, distinto per altre ( così come anche questi gruppi tra loro ) “ 192.
   Se molti sono i tratti eolici, ma non tanto rilevanti da andare oltre a ravvisarvi le stesse
tipologie di eolismi presenti nei dialetti occidentali, parecchie coincidenze ci portano invece
al cretese.
   Fra le caratteristiche eoliche:

1. la terza persona plurale dell‟imperativo con finale in –δπ;

2. i dativi plurali in –εζζη, -νηζη, -αηζη;

3. la preposizione πεξηί.



185
    A. THUMB – E. KIECKERS, op. cit., p. 236.
186
    O. HOFFMANN- A. DEBRUNNER, op. cit., p. 48.
187
    V. PISANI, op. cit., p. 78.
188
    O. HOFFMANN – A. DEBRUNNER, op. cit., p. 50.
189
    O. HOFFMANN – A. DEBRUNNER, op. cit., p. 54.
190
    A. THUMB – A. SCHERER, op. cit., p. 178.
191
    V. PISANI, op. cit., p. 68.
192
    O. HOFFMANN - A. DEBRUNNER, op. cit., p. 55.



                                                39
      Fra le caratteristiche cretesi:

1. si riscontra la forma η(λ)ο al posto di ελο;

2. ηξ al posto di ζξ;

3. forse il dativo in –νηζη, -αηζη ( lesbico, ma attestato anche a Creta ).


1. 10. Le lingue letterarie
1. 10. 1. Lingua colta e lingua popolare

    Occorre osservare che quando ci riferiamo ai tre grandi gruppi dialettali 193 trattiamo
essenzialmente di lingue letterarie, livellate e depurate appositamente per usi scrittori e
collegante ai vari dialetti in relazione al genere letterario 194, diverse da quelle realmente
parlate dai Greci nella loro quotidianità.
   Le lingue letterarie derivano essenzialmente dalla lingua delle classi alte 195, la quale, tra
l‟altro, era abbastanza omogenea nella stessa variante dialettale rispetto alla lingua delle classi
popolari, che doveva essere invece estremamente variegata, soprattutto qualora impiantata su
sostrato straniero196.
   Se un riflesso della lingua parlata dai notabili può quindi rinvenirsi nella lingua letteraria, la
lingua popolare non vi è invece quasi per niente presente, dato che quest‟ultima tipologia
linguistica varia enormemente dalla precedente. Tuttavia possiamo averne un‟idea dai
lessicografi antichi, dalle iscrizioni (anche se la lingua ufficiale differisce inevitabilmente dal
parlato per tratti soprattutto conservativi: ad es., nelle iscrizioni attiche l‟imperativo con forma
in –λησλ è presente fino al IV sec. a. C., anche se dal V la forma che si riscontra in
θεξέησζαλ ha preso ormai il sopravvento sulla prima 197 ) e da lacerti presenti negli scritti dei
letterati ( ad es., lo ionico di Ipponatte appare screziato dalla varietà linguistica popolare con




193
    Non considerando quindi il gruppo arcado-cipriota, poiché risulta aver prodotto non già letteratura, ma solo
iscrizioni paraletterarie. Cfr. A. MEILLET, op. cit., pp. 118-120; V. PISANI, op. cit., pp. 64-68.
194
    Indifferentemente da criteri geografici ( eccezion fatta per la lirica monodica ): Esiodo beota scrive nello
ionico di ascendenza epica; Erodoto era nato nella dorica Alicarnasso ma scrisse in ionico; Pindaro era nato a
Cinocefale, non lontano dalla beotica Tebe, ma scrisse le sue poesie in dorico; Teognide era della dorica Megara
Nisea ma scrisse elegie nello ionico dell‟epos. Ricordiamo che Tirteo, sicuramente di Sparta, o comunque della
Laconia, scrisse sì elegie in ionico, ma che dovevano avere un più accentuato carattere dorico, poi
“normalizzato“ in chiave ionizzante per farlo somigliare alla lingua degli altri elegiaci, non tanto perché gli
elegiaci erano quasi tutti ionici o attici, tranne Teognide (Callino era di Efeso, Mimnermo di Colofone o Smirna,
Solone di Atene, Focilide di Mileto ), quanto perché lo ionico era la lingua dell‟elegia. Cfr. G. A. PRIVITERA-
R. PRETAGOSTINI, Storia e forme della letteratura greca, 2 voll., Milano 1997; A. LESKY, Storia della
letteratura greca, 3 voll., Milano 1996-1997.
195
     Si parla di aristocrazia ellenica. Cfr. A. MEILLET, op. cit., p. 162: “ … la cultura dell‟aristocrazia
ellenica…“.
196
    O. HOFFMANN-A. DEBRUNNER, op. cit., p. 58.
197
    O. HOFFMANN-A. DEBRUNNER, op. cit., p. 62.



                                                      40
                                                                         198
forme meoniche come θόληζθε, “ salve “ e πάικπο, “ re “                        ), pur sapendo che “ manca in
greco l‟equivalente di Plauto o di Petronio “ 199.


1. 10. 2. La lingua dell’epica omerica 200

   Lasciando da parte le complesse problematiche della “ questione omerica “ che spiegano,
secondo diversi indirizzi, le particolarità della lingua omerica 201, rileviamo soltanto come
questa lingua appare.
   La lingua omerica è una mistione di più dialetti, come è stato notato già da autori antichi
(pensiamo soltanto allo Pseudo-Plutarco 202), non considerando però l‟assenza del dorico
(oggi alcuni tratti “ dorici “ come la α, si spiegano in chiave conservativa del greco comune).
   È fur di dubbio che si tratta essenzialmente di ionico, il quale si separa dall‟attico per tratti
fondamentali come l‟assenza della α pura. Sono presenti anche alcuni atticismi soprattutto in
caratteristiche di natura ortografica (ηέζζαξεο invece dello ionico ηέζζεξεο ; la particella κήλ,
le cui funzioni sono svolte nello ionico da κέλ ).
   Vi è una cospicua presenza di fatti eolici, tanto da indurre alcuni studiosi a pensare ad una
origine eolica dell‟epica 203. Pensiamo soltanto a tratti come: geminazione dei gruppi –ζλ e –
ζκ; desinenza di dativo –εζζη; infiniti in –κελ,
-κελαη; la labiovelare trattata eolicamente ( πίζπξεο, “quattro “, invece di ηέζζαξεο ).
   Molti i tratti che si ritrovano in miceneo, e che sono in genere conservativi: terminazione –
νην del genitivo singolare della II declinazione; il genitivo singolare –ασ della prima
declinazione insieme al genitivo plurale – ασλ; la desinenza -θη .
   Ci sono vari elementi che mostrano una evoluzione linguistica: il particolare uso
dell‟articolo rivela uno stadio linguistico in cui era assente insieme ad un altro nel quale c‟è il
passaggio dal valore di dimostrativo a quello proprio di articolo; l‟ uso facoltativo
dell‟aumento rivela sempre uno stadio in cui non era sempre usato, come nell‟indoeuropeo
(che aveva l‟ingiuntivo, verbi con desinenze secondarie ma senza aumento; ma aveva anche il
preferito, verbi con desinenze secondarie con aumento ), oppure anche nel vedico e
nell‟armeno 204 (Drewitt 205 osserva che l‟aumento è usato alla stregua di un preverbo nei
verbi composti e che quindi anticamente era usato separatamente, poiché la particella δέ, che
tiene sempre il secondo posto, non si trova quasi mai dopo un verbo con aumento ); assenza di
contrazione (collegandosi a Leo Meier Pisani 206, al contrario di Wackernagel, nota che la


198
    O. HOFFMANN-A. DEBRUNNER, op. cit., p. 59.
199
    A. MEILLET, op. cit., p. 151.
200
    P. CHANTRAINE, Grammaire homérique, 2 voll., Paris 1963; K. MEISTER, Die homerische Kunstsprache,
Leipzig 1921; C. GALLAVOTTI-A. RONCONI, La lingua omerica, Bari 1948.
201
    Sulla storia della questione omerica cfr. P. CAUER, Grundfragen der Homerkritik, 3 voll., Hildesheim 1971;
F. CODINO, La questione omerica, Roma 1976.
202
     “ ( Οκεξνο ) ιέμεη δε πνηθίιε θερξεκέλνο ηνπο απν πάζεο δηαιέθηνπ ησλ Ειιελίδσλ ραξαθηεξαο
εγθαηέκημελ “ ( Sulla vita e la poesia di Omero, B 8 ).
203
    Addirittura F. Fick voleva riportare l‟epica omerica alla sua presunta originaria natura eolica: Die homerische
Odyssee in der ursprunglichen Sprachform wiederhergestellt, Gottingen 1883.
204
    A. MEILLET, op. cit., p. 243.
205
    J. A. J. DREWITT, The Augment in Homer, “ Cl. Quart. “ VI ( 1912 ) 44-49, 104-120.
206
    V. PISANI, op. cit., p. 127-128.



                                                       41
“distrazione “ omerica potrebbe essere lo stadio intermedio fra forme non contratte e
contratte).
  Una delle opinioni più diffuse oggi è che la lingua omerica si formò intenzionalmente come
composita. Meillet, per esempio, scrive che “ si tratta, fin dall‟inizio, di una lingua letteraria,
che non corrisponde a nessuna parlata particolare “ 207. Pensiamo soltanto a forme ibride come
θέλ ( θέ eolico + λ efelcistico ionico ); oppure all‟uso del duale rispetto al plurale, che è “
senza altra ragione di scelta se non la facilità con cui l‟una forma o l‟altra entravano nel
verso“ 208.



1. 10. 3. La lingua della poesia elegiaca e giambica

   È una lingua essenzialmente ionica. Come quelle di tutti i poeti lirici, è artificiale, e
conserva alcuni tratti in comune di questa artificialità 209.
   Fra i tratti di questa artificiosità Meillet cita 210: alternanza di forme –νηο e –νηζη (così come
nella tragedia attica ); desinenza –εζζη ; uso facoltativo dell‟aumento; uso libero ( a volte
raro) dell‟articolo ( rispetto a casi in cui la prosa lo ammetterebbe ).
   L‟elegia arcaica è la poesia di autori come Callino, Tirteo, Mimnermo, Solone, Teognide,
Focilide. La loro lingua “ doveva naturalmente essere in linea di principio l‟omerica, legata
indissolubilmente colla metrica dattilica “ 211. Tuttavia la situazione cambia rispetto al mondo
omerico a causa del fatto che il poeta non è più interprete delle Muse 212, ma “ parla in prima
persona e si riferisce a fatti, sentimenti e pensieri individuali “ 213.
   La poesia giambica arcaica, rappresentata da Archiloco, Semonide, Ipponatte e Ananio (del
quale ci rimangono diciotto versi in tutto ), utilizza un metro popolare ( al contrario di quello
elegiaco ), imparentato con il verso vedico popolare, tuttavia sempre in misura minore rispetto
alle strofe lesbiche214. Si ritiene che lo ionico del giambico sia più popolare di quello
dell‟elegia 215




207
     A. MEILLET, op. cit., p. 222.
208
     A. MEILLET, op. cit., p. 222.
209
     A. MEILLET, op. cit., p. 240.
210
     A. MEILLET, op. cit., p. 240-246.
211
     V. PISANI, op. cit., p. 146.
212
    In un modo più o meno diretto: cfr. “ Μεληκ άεηδε “ dell‟incipit dell‟Iliade rispetto all‟esordio dell‟Odissea
“Αλδξα μοι έλλεπε “, in cui il pronome personale di prima persona testimonia un primo differenziarsi della
coscienza del poeta rispetto alla “voce” delle Muse. Le Muse, figlie di Mnemosine, ispirano ( soprattutto Esiodo
–Teogonia 31 – usa l‟immagine del πλεύκα, Omero invece sembra usare quella del “ far crescere, generare “ –
Odissea IX, 381 ) il poeta nel senso che gli donano memoria degli accadimenti. Se, in base a ciò, la poesia rischia
di essere la voce del Tutto, della memoria che diventa assoluta, quindi onniscienza, Omero tuttavia decide di
costituire la voce del limite ( Omero rinuncia ad elencare tutti i capi, che tuttavia le Muse potrebbero ispirargli:
Iliade II, 485-493 ). Cfr. P. CITATI, La mente colorata, Milano 2002, pp. 44-45.
213
     G. A. PRIVITERA-R. PRETAGOSTINI, op. cit., p.81.
214
     A. MEILLET, op. cit., pp. 248-249.
215
     O. HOFFMANN- A. DEBRUNNER, op. cit., p. 83.



                                                        42
1. 10. 4. La lingua della prosa storica e filosofica

   I testi storici e filosofici in prosa sono stati scritti inizialmente in ionico, fino a quando non
prese il sopravvento l‟importanza di Atene in Grecia (metà del V sec. a. C. ), momento che
coincise con la sostituzione dello ionico con l‟attico.
   Notiamo che la produzione filosofica degli inizi si esprime frequentemente in versi, con la
eccezione parziale dei filosofi di Mileto ( Talete, Anassimandro, Anassimene ), in quanto la
lingua poetica, di lunga tradizione, era molto più sviluppata di quella in prosa. Solo con
l‟avvento della retorica, quest‟ultima troverà la sua espressione migliore nella prosa 216.
Platone invece rivoluzionerà il sistema letterario greco decretando la fine della poesia come
strumento di comunicazione a favore della prosa “ giacché egli vedeva nella sua essenza una
profonda trasformazione nell‟esperienza culturale dell‟uomo “ 217: questa trasformazione non
poteva muoversi all‟infuori del linguaggio stesso, veicolo efficace del pensiero secondo la
cultura greca ( ad es., Aristotele ricava le sue categorie sulla base delle categorie
grammaticali del greco ) 218 . Non solo, ma Platone inizia a scrivere anche in attico puro,
anziché in attico ionicizzato come Tucidide 219
   Anche la storiografia si muove dalla lunga tradizione epico-poetica, però non per lo stile (
che è sempre prosaico ) come la filosofia, ma per il contenuto al contrario della filosofia. “ La

216
     F. CIOFFI- G. LUPPI- A. VIGORELLI –E. ZANETTE, Il testo filosofico. Storia della filosofia: autori,
opere, problemi, vol. 1, Milano 1991, p. 112.
217
    E. A. HAVELOCK, Cultura orale e civiltà della scrittura da Omero a Platone, Roma-Bari 1973, p. 219.
218
    U. ECO, La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea, Bari 1996, p. 17. Cfr. anche A. PAGLIARO,
Il linguaggio come conoscenza, Roma 1951, nel quale il celebre glottologo, filologo e filosofo del linguaggio
ricorda che già in Grecia appare in vari aspetti come il linguaggio sia una forma di conoscenza, in quanto
traduzione di un contenuto di coscienza in un congegno di valori saputi. Per trovar ragione del nesso
linguaggio/pensiero nella cultura greca basterebbe ricordare soltanto Parmenide il quale “connette con tanta
insistenza il dire (leghein) e il pensare (noein) “ , F.CIOFFI-G.LUPPI-A.VIGORELLI-E.ZANETTE, op. cit.,
vol. 1, p. 115. Notiamo che la cultura moderna e contemporanea è andata addirittura oltre questo concetto,
conferendo al linguaggio un valore ben più grande. Per Hegel “il linguaggio è l‟esistenza del puro Sé in quanto
Sé. Nel linguaggio la vera e propria singolarità essente-per-sé dell‟autocoscienza emerge nell‟esistenza ed è per
gli altri…(Il linguaggio) contiene l‟Io nella sua purezza. Solo il linguaggio enuncia Io, l‟Io stesso “
(Fenomenologia dello Spirito, Milano 2000, p.683 ) e per Heidegger (In cammino verso il linguaggio, Milano
1979 ) la parola, particolarmente se poetica, conserva in sé una eccedenza di senso tale da andare alla ricerca
dell‟essere il quale si rivela proprio nel suo sottrarsi, cioè, quando, nella limitatezza della parola, appare come
dislivello ontologico incolmabile. A dimostrazione dell‟orientamento contemporaneo verso la parola basterebbe
riflettere su studiosi e scrittori dei più diversi orientamenti: Novalis (poesia come organo della rivelazione
dell‟assoluto), Hamann (linguaggio come autorivelazione dell‟essere), George ( la poesia e l‟arte meritano un
vero culto, mentre il poeta è “fuhrer”, vate e profeta), Baudelaire, Rimbaud, Verlaine, Mallarmé e tutti i
simbolisti francesi (la poesia, strumento riservato a pochi, è la sola forma di conoscenza perché attinge, con il
simbolo, l‟Assoluto –Mallarmé afferma anzi che “il mondo è stato fatto per mettere capo a un buon libro”, lo
stesso libro poetico, sacro, liturgico, assoluto, elitario, che non è riuscito a strappare dalla forza della morte),
Ungaretti, Quasimodo, Gatto, Sinisgalli, Luzi, Bigongiari, Bo, Macrì (la poesia deve essere pura e la parola
assoluta ), Coleridge (poesia come penetrazione nella essenza delle cose mediante la liberazione degli occhi “dai
neri informi accidenti dei contorni“), Nietzsche (per il quale, secondo A.NEHAMAS, Nietzsche. La vita come
letteratura, Roma 1989, la vita è opera letteraria, le persone personaggi letterari, la conoscenza critica letteraria),
creazionisti ( l‟atto poetico e artistico in genere è una creazione che si aggiunge alle entità del mondo ), Macleish
(“a poem shull not mean, but be “), Chair (per il quale il mistero e il fascino della creazione poetica sono di gran
lunga preferibili al furoreggiare del mondo ) e così via.
219
    A. MEILLET, op. cit., p. 293. Cfr. Lexicon Platonicum, cond. D. F. ASTIUS, 2 voll., Bonn 1956.



                                                         43
storiografia continuò, insomma, in prosa la funzione già svolta in versi dall‟epica, proprio
come fece nell‟Ottocento il romanzo europeo, sicché Georg W. F. Hegel nella sia Aesthetik (
1836-1838) poté a ragione definirlo una epopea borghese “ 220.


1. 10. 5. La lingua della lirica corale e dei cori della tragedia attica

   Si tratta del dialetto dorico per la lirica corale e di alcuni tratti dorici nell‟attico per il coro
della tragedia.
   La lirica arcaica di tipo corale è rappresentata da poeti come Alcmane, Stesicoro, Ibico;
quella tardoarcaica da poeti detti della seconda θαηάζηαζηο, come Simonide, Pindaro,
Bacchilide, e una serie di poetesse di dubbia collocazione poetica ( forse Telesilla, della quale
si è conservata soltanto qualche parola ). Si nota che questa lingua dorica evita vari tratti
ionici per distinguersi: la ε; θπβεξλήηεο con il suffisso ionico dei nomi d‟agente è mutata in
θπβεξλήηαο; infinito in –κελ ( non solo dorico ) invece dello ionico-attico –λαη; genitivo in –
αλ 221. Tuttavia spesso è problematico sapere la lezione originaria perché è sorto in seguito un
processo di sfigurazione in chiave ionica nelle edizioni alessandrine, come succede in
Alcmane ( il quale scrive anche in laconico 222, conserva svariati tratti eolici e il suo sfondo
linguistico è la lingua epico-elegiaca 223) 224.
   In età classica, mentre i dialoghi della tragedia attica adottano la lingua attica ( con ionismi
sistematici 225 ), così come la commedia attica ( una lingua tipicamente letteraria a causa dei
molti composti e neologismi in genere creati dal poeta ), nel coro delle tragedia si insinua una
impronta dorica abbastanza marcata, con oscillazioni maggiori però verso le forme
omeriche226. L‟elemento dorico principale è la caratteristica α “ dorica “ (meglio panellenica),
perché altri tratti sono rari ( parole composte con preposizioni abbreviate αλ- e παξ-;
accusativo ληλ per απηόλ; genitivo singolare in –αν dei temi maschili in –α ; il genitivo plurale
in –αλ da –ασλ dei temi in –α ) 227.
   Ricordiamo, inoltre, che sono esistiti nella dorica Sicilia una commedia (rappresentata da
Epicarmo e Formide – del quale però non abbiamo nessun frammento ) e persino un mimo
(con Sòfrone e Senarco – che è per noi solo un nome ) espressi in lingua dorica.

220
    G. A. PRIVITERA – R. PRETAGOSTINI, op. cit., p. 370.
221
    A. MEILLET, op. cit., p. 258.
222
    Probabilmente è un dialetto dorico letterario, misto, ma simile al cirenaico per svariati tratti. Fra le
caratteristiche sicure del laconico citiamo la forma πνθα per quella ionico-attica πνηε. Bisogna dire che alcuni
pensano che gli alessandrini che trascrissero i testi, in alcune forme, si attennero all‟uso laconico per ragioni
metriche: ad es. dato che l‟alfabeto antico non distingueva fra o breve e lunga, misero accusativi plurali per la
declinazione in -ν in –σο , anziché –νο ( come è conforme invece all‟uso cirenaico ). Tuttavia questo criterio non
si applica per gli infiniti brevi ( vd. fr. 30, v. 43 ). Che la lingua di Alcmane sia letteraria si vede altresì da
preziosismi come l‟ hapax legomenon εξνγιεθάξνη presente nel Partenio del Louvre ( v.21 ), riferito alle Cariti,
che significa “dagli occhi che ispirano amore “ (forse –γιε- deriva da βιέθσ ).
223
    V. PISANI, op. cit., p. 166; 168.
224
    O. HOFFMANN – A. DEBRUNNER, op. cit., p. 92.
225
    O. HOFFMANN – A. DEBRUNNER, op. cit., p. 102: non si tratta di una colorazione ionica restata
casualmente, ma “ di richiami a luoghi ben determinati della letteratura dialettale ionica e di parole tipicamente
ioniche “; A. MEILLET, op, cit., p. 267: “ l‟aspetto fonetico della lingua e le forme grammaticali sono attici, con
qualche licenza, qualche arcaismo e certe notazioni ioniche sistematiche “.
226
    O. HOFFMANN- A. DEBRUNNER, op.cit., p. 104.
227
    O. HOFFMANN – A. DEBRUNNER, op, cit., p. 106.



                                                       44
1. 10. 6. La lingua della lirica monodica

   Questa lingua fa eccezione rispetto alle altre letterarie, perché mentre quelle di cui supra
non sono legate all‟origine del poeta ( tranne la commedia e il mimo dorici ) , gli autori della
lirica monodica arcaica si esprimevano nella lingua che parlavano quotidianamente, sempre
permeata però di elementi colti ed omerici, quindi sempre letteraria228. Gli esponenti del
genere in età arcaica sono Alceo, Saffo, Anacreonte, Corinna: i primi due scrissero in
lesbico, Corinna in beotico e Anacreonte in ionico.
   Saffo appare la più legata alla sua lingua quotidiana, non ammettendo forme epiche che si
allontanano dal suo dialetto 229, mentre Alceo le accoglie spesso (soprattutto in una poesia :
come παηζη per παίδεζζη; flessione omerica dei nomi propri in –επο in Πήιενο ) 230.
   Corinna sembra usare una lingua di tipo comune, con pochi accenti colti e omerici 231,
tuttavia non è così, in quanto si allaccia alla lingua epica proprio come gli altri lirici monodici:
pensiamo solo a fatti come ζ per il ηη beotico in ηόζνλ, dativi in –νηζη e –αηζη e il λ efelcistico
232
    . Questa impressione forse dipende da tratti beotici che possono suonare inconsueti come
βαλά per γπλά e le conservazioni varie della semivocale w .




228
    Nonostante varie opinioni discordanti. Cfr. A. M. BOWIE, The language of Sappho and Alcaeus: a lesbian
varnacular ?, in J. HARMATTA ( a cura di ), Proceedings of the VIIth congrees of the International Federation
of the Societies of Classical Studies, I, Budapest 1994, pp. 191-195.
229
    Tuttavia si segnalano varie forme anomale. Pensiamo al fr. 44 dove al v. 16 compare Πεξάκνην, con genitivo
omerico e con la rotante unica che però non si spiega: da Πξίακνο deve essere avvenuta una metatesi con rotante
(*Πηξακνο ), seguita dalla chiusura di ε in η ( fenomeni presenti nel lesbico ), tuttavia la forma eolica ha doppia
rotante.
230
    O. HOFFMANN- A. DEBRUNNER, op. cit., pp. 86-87.
231
    Così A. MEILLET, op. cit., p. 255.
232
    O. HOFFMANN – A. DEBRUNNER, op. cit., pp. 90-91.



                                                       45
                                 CAPITOLO SECONDO


                                       La koiné ellenistica




2. 1. Coordinate storico – culturali dell’Ellenismo
   Solitamente si considera “ età ellenistica “ ( altrimenti detta “ età alessandrina“ a causa del
ruolo culturale preminente svolto dalla città di Alessandria nell‟epoca in questione ) il periodo
che va dalla morte di Alessandro Magno ( 323 a. C. ) alla battaglia di Azio ( 31 a. C. ), nella
quale Ottaviano ( al quale, in seguito, nel 27 a. C. , il senato assegnerà il titolo di “Augustus “
233
    ), sconfiggendo Antonio, conquistò l‟ellenizzato Egitto e lo sottomise al dominio romano.
Da questa data alla morte di Giustiniano ( 565 ), con il quale muore anche il sogno di
ripristinare l‟Impero Romano, si delimita la cosiddetta “ età imperiale“, che si pone sotto il
dominio romano. L‟ “ età bizantina “, invece, si estende fino alla caduta di Bisanzio ad opera
dei Turchi nel 1453. Tuttavia oggi è invalsa anche un‟altra cronologia, che fa arrivare
l‟Ellenismo fino al II sec. d. C. e usa l‟espressione “ tardoantico “ per i secoli che vanno dal
III al VI ( in cui avviene la crisi dell‟Impero, la cristianizzazione ufficiale e la caduta
dell‟Impero d‟Occidente ) o dal III al VII-VIII secolo ( quando l‟avvento degli Arabi
distrugge l‟unità dell‟area mediterranea ).
   I termini “ Ellenismo “ e “ ellenistico “ iniziano ad essere usati nel senso storico-culturale
odierno da Johann Gustav Droysen 234. I termini non erano però fondamentalmente nuovi, in
quanto già in greco esisteva il verbo ειιελίδεηλ, “che significa „ parlare alla maniera dei
Greci„ ( e forse anche, più in generale, comportarsi alla loro maniera), secondo un processo di
formazione del tutto familiare ai Greci ( verbi in –izo hanno da sempre in greco il senso di
parteggiare politicamente per qualcuno: philippizo e il derivato philippistai, ecc.). In un papiro
tolemaico ( P. Col. Univ. Zenon 66 ) il puro senso linguistico è del tutto evidente: νπθ
επίζηακαη ειιελίδεηλ significa: „ non so il greco „ “ 235.
   Droysen si sarebbe rifatto in particolar modo a un passo del Secondo Libro dei Maccabei
(4, 13 dove compare ειιεληζκόο ) e a due passi degli Atti degli Apostoli ( 6, 1; 9, 29:

233
    Precisamente il 16 gennaio, quando, con il primo di tre decreti ( gli altri due conferirono l‟attribuzione
dell‟alloro e della corona civica, e la facoltà di appendere nella Curia uno scudo aureo fregiato delle parole
virtus, clementia, iustitia, pietas ), Ottaviano assumerà il titolo che “ per Svetonio è legato ad augurio; per Livio
si oppone ad humanus. La parola prende tutto il suo valore se la si avvicina ad auctoritas. Significherebbe „ il
portatore di auctoritas „. Da questo momento, tutto ciò che intraprende Ottavio sarà „ aumentato „ da una qualità
superiore, in rapporto con la divinità “ , M. LE GLAY, J-L. VOISIN, Y. LE BOHEC, Historie romaine, tr. it.
Storia romana, Bologna 2002, pp. 190-191.
234
    J. G. DROYSEN, Geschichte des Hellenismus, Gotha 1877.
235
    D. MUSTI, op. cit., p. 217.



                                                        46
ειιεληζηήο ) 236 per indicare quel periodo storico nel quale il diffondersi della cultura greca
all‟infuori della Grecia decretò la ellenizzazione del mondo orientale con la conseguente
creazione di culture sincretistiche, ma con peculiarità specifiche, parlanti la lingua greca.
   Nel periodo ellenistico avvengono quindi enormi cambiamenti. Anzitutto il vasto impero
conquistato da Alessandro venne smembrato nei grandi regni ellenistici , che inizieranno a
configurarsi nel III secolo in questo modo 237 : in Egitto i Tolomei, in Siria i Seleucidi, nel
regno di Macedonia, con annessa la Grecia, gli Antigonidi. A questi grandi regni ve ne erano
anche di più piccoli, come quello di Tracia, di Epiro, di Bitinia, del Ponto, dei Parti e di
Pergamo . La nascita formale dei regni ellenistici avvenne dopo la vittoria di Demetrio sulla
tolemaica Cipro, e particolarmente sulla principale base di Salamina, nel 306, perché in
quell‟occasione Antigono e Demetrio assunsero il titolo di βαζηιεύο, mentre Cassandro,
Lisimaco e Seleuco li imitarono fra il 305 e il 304 .
   Dalla fine del III secolo i Romani iniziarono ad influire direttamente sulle vicende della
Grecia. Per paura di questo nel 215 Filippo V, re di Macedonia 238, dopo la pace di Naupatto
(217 ) che pose fine al conflitto greco-macedone, si alleò con Annibale contro i Romani che, a
causa delle due guerre puniche ( 264-241; 218-202 ), si erano pericolosamente allargati verso
il Mediterraneo (secondo Polibio, il pacifista Agelao di Naupatto parlò di “ nubi che
provenivano da Occidente “ riferendosi ai possibili esiti dello scontro fra Romani e
Cartaginesi, i vincitori del quale si sarebbero interessati alla Grecia239 ).

236
    Tuttavia in L. CANFORA, Ellenismo, Roma-Bari, 1987, si sostiene che Droysen non si collegò agli Atti degli
Apostoli per la elaborazione del concetto.
237
    Subito dopo la morte di Alessandro, che se ne andò senza lasciare un erede ( Eracle, figlio della concubina
Barsine, era illegittimo ), l‟impero fu diviso fra Perdicca , al quale Alessandro donò il suo anello in punto di
morte ( che, con il titolo di ρηιίαξρνο, governava la parte acquisita dell‟impero macedone, quella asiatica e
libica), Cratero ( che, nella parte europea dell‟impero macedone, era πξνζηάηεο ηεο βαζηιείαο , “ amministratore
del regno “ di Filippo Arideo, il figlio ritardato di Filippo II e di Euridice – al quale i soldati avevano guardato
come legittimo erede – e del figlio di Alessandro che stava per nascere da Rossane, qualora fosse stato maschio )
e Antipatro ( “ stratego d‟Europa “ ). Si aggiunga Tolomeo che si garantì il controllo dell‟Egitto. Perdicca fu
ucciso in un attentato alle porte dell‟Egitto ( 321 ) , mentre Cratero morì alla fine della greca “ guerra lamiaca “
(sempre nel 321 ). Al loro posto subentrarono, nel convegno di Triparadiso ( forse nel 321 ), Antigono per l‟Asia
e Antipatro che estese la sua influenza anche in Macedonia, mentre Tolomeo restò sempre in Egitto.
Nell‟imminenza della morte Antipatro nominò suo reggente Poliperconte ( mentre il figlio Cassandro era stato
già inviato come reggente in seconda del regno di Antigono ), che nel 318 fece un celebre decreto all‟insegna del
ristabilimento della situazione politica antecedente la morte di Filippo II. Fra il 321 e il 316 i ruoli maggiori nello
scenario politico saranno assunti da Cassandro in Europa ( dopo aver scacciato Poliperconte, che fuggì con il
figlio intanto nato di Alessandro, Alessandro IV, e Rossane ) e da Antigono in Asia, che cercherà di attaccare
l‟Egitto di Tolomeo senza successo (315 ) e la Grecia contro Cassandro e anche Lisimaco ( che stava nella zona
tracica ). Tuttavia nel 311 Antigono si fece promotore di una pace: egli doveva controllare l‟Asia e Cassandro
sarebbe stato “ stratego d‟Europa“ fino alla maturità di Alessandro IV ( clausula che “decretò” di fatto la morte
del figlio di Alessandro ), mentre Lisimaco restava in Tracia e Tolomeo in Egitto. Seleuco, in Siria, sembra non
aver preso parte all‟accordo. Nella “ guerra dei quattro anni “ ( 307-304 ), in Grecia, si fronteggiarono
Cassandro e Demetrio Poliorcete, figlio di Antigono, fino ad un accordo secondo il quale i Greci non si
sarebbero più mossi contro e sarebbero stati fedeli ad Antigono. Però nel 301, nella battaglia di Ipso, tutti i fronti
si coalizzarono contro Antigono e il figlio Demetrio, che vennero sconfitti.
238
    Dove, dopo la morte di Demetrio, salì al trono Antigono Gonata, alla cui morte ( 239 ) fu sostituito dal figlio
Demetrio II, che si impegnò nella “ guerra demetriaca “ ( 239-229 )contro le nuove realtà federali della Grecia,
Lega etolica e Lega achea. La guerra non risolse lo scontro greco-macedone, ma , con l‟avvento di Antigono
Dosone ( tutore del figlio di Demetrio II, Filippo V ), la Macedonia si ritirò per un certo periodo da scenari
bellici.
239
    D. MUSTI, op. cit., p. 236.



                                                         47
   Per circa dieci anni fino al 205 ( pace di Fenice fra Roma e Filippo V ) i Romani cercarono
di attaccare la Macedonia contando soprattutto sull‟alleanza stipulata con la lega etolica, ma
poggiando pure sull‟ausilio della lega achea e di Attalo I di Pergamo. In seguito, nel 200
Roma, con l‟ambasciatore M. Emilio Lepido, rivolse alla Macedonia la richiesta di smettere
di guerreggiare contro i Greci e di uscire dall‟Asia. Dopo anni di scontri, nel 196 T. Quinzio
Flaminino raggiunse la pace con Filippo V prevedendo il passaggio della Grecia e dell‟Asia
Minore a Roma, che poi, in un primo tempo, concesse la libertà .
   Nel 168, nella battaglia di Pidna, il console L. Emilio Paolo sconfisse il successore di
Filippo V, Perseo, e divise la Macedonia in quattro repubbliche, con capitali Pella, Pelagonia,
Tessalonica e Anfipoli. Nel 146, al tentativo della Grecia, guidata dalla lega achea e in
particolar modo da Corinto, di emanciparsi dal dominio romano, seguì la distruzione della
città ( poco dopo la presa di Cartagine, che pose fine alla terza guerra punica ) e lo
scioglimento della lega achea, mentre la Grecia divenne terra di saccheggio per gli eserciti
romani.
   In Grecia le nuove realtà politiche portarono al passaggio da una struttura sociale basata
sulle πόιεηο ( che aspiravano a ειεπζεξία, απηνλνκία, δεκνθξαηία) ad un‟altra basata sullo
Stato governato da un sovrano assoluto, nel quale si sommavano le funzioni di comandante
militare, giudice, sacerdote 240.
   Tuttavia l‟orizzonte sociale e anche culturale non solo si trasformò in chiave autoritaria, ma
si ampliò, decretò il passaggio da una cultura ristretta alla città ad una cultura allargata ad uno
Stato intero. Questo portò inevitabilmente ad uno stravolgimento della figura
dell‟intellettuale, che non era quindi più legato alla sua città, con il ristretto pubblico che
presupponeva e con le funzioni democratiche che la stessa garantiva. Nella πόιηο, infatti, era
preponderante una dimensione etico-politica della cultura, referenziale alla città stessa, basata
sulla comunicazione diretta, che era quindi prettamente orale.
   Nel mondo ellenistico, invece, venendo meno la funzione del cittadino, che diventava
suddito, veniva meno altresì la funzione pubblica della cultura. Di conseguenza la oralità
scomparve e presero avvio altre forme di comunicazione intellettuale , individuali, basate
sulla scrittura e sul libro. Funzionale a questo nuovo modo di fare cultura, sono sicuramente le
strutture del sapere, dal Museo di Alessandria ( costruito prima del 283 a. C. da Tolomeo I
Soter ) con la celebre Biblioteca alla biblioteca di Pergamo fatta edificare da Attalo I.
   D‟altra parte, l‟individualismo può sfociare, alla fine, nel cosmopolitismo. Se non ci si
sente più cittadini di Atene o Tebe, ci si sentirà parte di un insieme più grande, il mondo
stesso. Ed è proprio la spinta - opposta ma al tempo stesso complementare all‟individualismo
- della sinergia culturale, ad essere una delle caratteristiche fondamentali dell‟età ellenistica,
spiegando sia la unificazione linguistica, sia il policentrismo culturale, sia il particolare
rapporto che l‟intellettuale avrà a instaurare con il potere. Se, da una parte, viene meno la
funzione pubblica dell‟intellettuale, lo stesso intellettuale sarà però sempre legato al potere,
ma in una forma “privata“., senza più alcuna funzione politica diretta: l‟intellettuale “ si fa,
consciamente o inconsciamente, propagandista e apologeta “ del potere 241 . Questo
particolare rapporto è testimoniato, tra l‟altro, dal fenomeno dell‟evergetismo e dal fatto che i
più importanti centri culturali sono statali



240
      D. MUSTI, op. cit., p. 243.
241
      G. A. PRIVITERA – R. PRETAGOSTINI, op. cit., p. 535.



                                                    48
   In età ellenistica, infine, avvenne anche un cambiamento dei generi letterari, che appaiono
soggetti ad operazioni di “ contaminatio “ . Tanto, infatti, è il desiderio di originalità 242 e forti
sono le tendenze sincretistiche originatesi indirettamente dalla cultura policentrica, da
spingere gli scrittori a riprendere modelli e a sovrapporli. Del resto, essendo i generi letterari
strettamente legati alle occasioni, nel cambiamento delle coordinate culturali, si
decontestualizzarono le occasioni, cosa che permise agli scrittori di riproporre generi antichi
in forme sempre nuove.
   La tendenza sincretistica di tutto il periodo ellenistico e imperiale si avverte in modo
particolare in Nonno di Panopoli, che ci ha lasciato le Dionisiache ( in 21.000 esametri, il più
lungo poema epico greco a noi giunto ) e la Parafrasi al Vangelo di Giovanni ( 3.650
esametri). Due opere, senza datazione, di argomento all‟apparenza antitetico ( tanto da far
pensare a due possibili conversioni di Nonno: o al cristianesimo o al paganesimo ), anche se
oggi si pensa che siano state composte contemporaneamente: Nonno “ con una mano
disegnava le avventure di Dioniso, con l‟altra evocava il processo di Gesù “ 243. Nella
Parafrasi, infatti, Cristo è visto con tratti dionisiaci e “ classicheggianti “ in genere ( per
esempio, il termine νρεεο, i “ chiavistelli “ che chiudono le porte, v. 85, nel racconto della
prima apparizione di Cristo risorto ai discepoli, e poi la narrazione della seconda apparizione,
vv. 118 ss., ammiccano alla identificazione fra Cristo e Hermes, rimandando all‟Inno a
Hermes, nel quale egli rientra celatamente nella sua grotta ) 244. Si noti anche che il
particolare carattere barocco o ridondante della lingua di Nonno 245 che egli mostra anche
nella Parafrasi 246( cosi come avviene nelle Dionisiache, dove la figura di Proteo è stata vista
come simbolo della magnificenza e varietà espressiva, tratto formale con il quale Nonno
sembra dirci che Dioniso, il dio della perdita d‟identità nell‟ebbrezza, della metamorfosi e
della realtà polimorfa – interpretazione tipica dei neoplatonici – può essere cantato solo con
una lingua di tal fatta 247), è espresso in un esametro, detto “ nonniano “, che unisce la metrica
quantitativa alla metrica qualitativa ( nella necessità di collegare alcune sedi di verso – come
la clausula e il piede prima delle cesure – con gli accenti intensivi ).



2. 2. Il concetto di koiné ellenistica come equilibrio instabile
2. 2. 1. Terminologia

  Oggi la lingua comune ellenistica, che costituisce quindi varietà linguistica sovradialettale
che si diffuse laddove vigevano nel passato le varietà dialettali, è chiamata spesso θνηλή o


242
    G. A. PRIVITERA – R. PRETAGOSINI, op. cit., p. 538.
243
    R. CALASSO, Le nozze di Cadmo e Armonia, Milano 1998., p. 369.
244
    G. ROSATI- M- SERIO, Scrittori di Grecia. La letteratura attraverso i testi, vol. 3, Firenze 2001,p. 651.
245
    “ In questa scelta stilistica traspare forse qualcosa della fede di Nonno: prima che pagana o cristiana, fede
nella ridondanza quale motivo di manifestarsi del cosmo “, in R. CALASSO, op. cit.,p. 370.
246
    Creando veramente un forte contrasto fra lo scarno dettato del Vangelo e invece la sontuosa magniloquenza
della Parafrasi: solo per fare un esempio, mentre Giovanni osserva semplicemente che era sera (20, 19), Nonno
tratteggia la notazione così: “… θαη ζθηεξελ όηε γαηαλ όιελ εκέιαηλελ νκίριε …” (v. 84).
247
    G. ROSATI- M. SERIO, op. cit., p. 646.



                                                       49
“lingua ellenistica “ 248. , tralasciando la differenza di significato, tuttavia presente in passato,
che sussisteva fra le due espressioni in relazione alla lingua colta e letteraria e alla lingua
popolare ( anche perché non possediamo prove certe della lingua realmente parlata dalle classi
popolari: anche la più semplice epigrafie, infatti, è livellata sulla lingua letteraria ) 249. Invece
l‟espressione “greco postclassico “si riferisce a tutta quella fase della lingua greca posteriore
alla classicità, comprendendo allora non solo il greco comune dei primi secoli, ma anche
quello bizantino, medioevale e moderno ( il “neogreco “ ), che però si rifanno tutti alla koiné
ellenistica 250
   Nell‟antichità il termine θνηλή non aveva un‟accezione univoca, perché poteva indicare
tanto la lingua comune ellenistica quanto quella lingua originaria che si pensava stesse alla
base dei quattro dialetti greci, cioè eolico, dorico, ionico e attico ( Apollonio Discolo,
Erodiano ); d‟altra parte, la lingua ellenistica era detta da Erodiano anche ε ( θνηλε ) ζπλήζεηα
( in relazione alla lingua parlata ), mentre l‟atticista Moeris, di contro alla purezza della lingua
Αηηηθόλ dagli atticisti voluta, si riferiva con Ειιεληθόλ al greco letterario e con θνηλόλ a
quello parlato 251


2. 2. 2. Definizione

   Sebbene sia ancor oggi diffusa la definizione schematica e unitaria fatta da Thumb della
koiné ( “ Die Κοινή ist die gesamte Entwicklung der griechischen Gemein- und
Verkerssprache seit Alexander dem Grossen bis zum Ausgang des Altertums “, cioè, secondo
la sua cronologia, sino al 500 d. C. 252), Meillet sostiene che “ il termine è complesso e
oscuro perché designa una lingua in cui una potente tradizione è stata per molti secoli in lotta
con le tendenze dell‟evoluzione linguistica, e in cui prevalgono o la tradizione antica o le
nuove tendenze allo sviluppo, a seconda del grado di cultura di ciascun individuo e a seconda
della forza della tradizione nelle diverse età “ 253.



248
    Così A. DEBRUNNER-A. SCHERER, op. cit., vol. 2, pp. 20-21. Vd. anche F. BLASS- A. DEBRUNNER,
Grammatik des neutestamentlichen Griechisch, tr. it. Grammatica del greco del Nuovo Testamento, Brescia
1997, p. 52: “ …oggi la si denomina „ koiné „ ( ε θνηλε δηάιεθηνο ) o, con espressione sinonima, lingua
„ellenistica „ “. L‟espressione θνηλε δηάιεθηνο iniziò ad essere usata dal II sec. a. C. ad Alessandria. Cfr. G.
SACCO, La koiné del Nuovo Testamento e la trasmissione del testo sacro, Roma 1928, p. 9. Bisogna notare che
la “ koiné ellenistica “ si chiama così in relazione al periodo di origine, perché la stessa lingua si riscontra anche
nell‟età imperiale. La fine della koiné può ravvisarsi solo nell‟età bizantina, quando compaiono peculiarità
specifiche ( una per tutte: la presenza di un costrutto prima raro come il dativo assoluto al posto del genitivo
assoluto ). Cfr. il paragrafo 1. 2; la definizione di Thumb citata al sottoparagrafo 2. 2. 2.; A. MEILLET, op. cit.,
p. 305: “ … era per essi il dialetto usato da prosatori dell‟età ellenistica o imperiale come Polibio, Stradone,
Plutarco … “; C. ESEVERRI HUALDE espone la cronologia della lingua greca presentando la “ epoca
helenistica o de la Koiné “, che si estende dal 320 a. C. al 325 d. C., nella quale c‟è un “ periodo alejandrino “
(fino al 30 a. C. ) e un “ periodo romano “, El griego de S. Lucas, Barcellona 1963, pp. 22-25.
249
    A. DEBRUNNER-A. SCHERER, op. cit., p. 21.
250
    A. DEBRUNNER- A. SCHERER, op. cit., p. 21. Come in L. R. PALMER, The Greek language, Cambridge
1980, pp. 174-198, in cui il capitolo intitolato “ Post – Classical Greek “ tratta anche degli esiti linguistici in
“Modern Greek “ (pur concentrando l‟esposizione su “ The Common Dialekt “).
251
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 20.
252
    A. THUMB, Die griechische Sprache in Zeitalter des Hellenismus, Strassburg 1901, p. 7.
253
    A. MEILLET, op. cit., p. 309.



                                                         50
   La koiné ellenistica, infatti, è costituita da diverse tipologie linguistiche. Anzitutto vige la
differenziazione fra koiné colta e koiné popolare 254. La koiné volgare era quella parlata nella
vita di tutti i giorni, ma che non conosciamo direttamente, in quanto mancano testimonianze
sicure. Tuttavia possiamo averne un‟idea da testi scritti da individui di scarsa cultura
(soprattutto nell‟età imperiale ), in particolar modo da ostraka, da alcuni papiri non letterari
rinvenuti in Egitto, dalla maggioranza delle opere del Nuovo Testamento 255 ( eccezion fatta
per scrittori come Luca ), e dalle opere di autori come “ el astrologo Vetio Valente, … Padres
Apostolicos : la Didaqué, San Bernabé, San Clemente Romano, San Policarpo, San Ignacio
de Antioquia y otros “ 256. Aggiungiamo anche i Vangeli apocrifi scritti in greco 257.
   Invece la koiné colta e letteraria, più sontuosa e sofisticata della lingua popolare, pur
appartenendo sempre ad una fase linguistica decadente, è stata usata “ da prosatori dell‟età
ellenistica o imperiale come Polibio, Strabone o Plutarco “ 258, o anche da autori che Eseverri
Hualde definisce helenistas ( di contro ad aticistas ), come “ Dion Casio, Dion Crisostomo,
Julio Polux, Pausanias de Cesarea, Libanio de Antioquia, Estrabon de Amasia ( Capadocia ),
Plotino de Licopolis ( Egipto ), Porfirio; y entre los Judeo-helenistas: Aristeas, Filon de
Alejandria, Flavio Josefo, Aquila, Teodocion, Apiano… San Lucas, Pablo “ il quale ha delle
pagine di cifra nettamente letteraria come quelle che appaiono nella Lettera agli Ebrei o nella
Prima Lettera ai Corinzi . “ Tambien la epistola de Santiago, por su excelente griego y
colorido poetico, lleva el sello de la Koiné literaria . Helenistas son entre los Apologistas:
San Justino, Taciano, Clemente de Alejandria, Origenes, Eusebio, San Ireneo de Lyon, San
Hipolito de Roma, Teofilo de Antioquia, Hermias, Atenagoras y otros “ 259.
   Meillet non sembra includere nella koiné ellenistica anche la lingua atticista 260, cosa che
invece fanno Debrunner e Scherer 261. Gli stessi atticisti, però, si contrapponevano
dichiaratamente, sul piano linguistico 262, all‟eclettismo della “koiné “, assumendo tratti

254
    Un approccio sociolinguistico alla koiné ellenistica è quello presente in V. BUBENIK, Hellenistic and Roman
Greece as a sociolinguistic area, Amsterdam-Philadelphia 1989.
255
    A. MEILLET, op. cit., p. 305.
256
    C. ESEVERRI HUALDE, op. cit., p. 28. Per un inquadramento generale degli scrittori della cosiddetta
“letteratura cristiana antica “ ( con una prima scelta antologica ) vd. M. SIMONETTI- E. PRINZIVALLI,
Letteratura cristiana antica, Casale Monferrato 2003 ; per un approfondimento vd. C. MORESCHINI- E.
NORELLI, Storia della letteratura cristiana antica greca e latina, 3 voll., Brescia 1995-1996.
257
    Cfr. G. GHEDINI, La lingua dei vangeli apocrifi greci, in Studi dedicati alla memoria di P. Uboldi…,
Milano 1937, pp. 443-480. Sui Vangeli apocrifi del Nuovo testamento in genere vd. G. JOSSA, Gli Apocrifi del
Nuovo Testamento. Tipologia, origine e primi sviluppi, in “ Augustinianum “, 23 ( 1983 ), 19-40.
258
    A. MEILLET, op. cit., p. 305. Cfr. anche A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., pp. 29-33, in cui si cita
Aristotele come primo rappresentante della koiné letteraria.
259
    C. ESEVERRI HUALDE, op. cit., p. 26.
260
    A. MEILLET, op. cit., p. 305: il grande linguista francese, nel citare gli autori testé richiamati, scrive : “ E
appunto contro questa θνηλή reagivano gli atticisti che, dall‟inizio dell‟età imperiale, si sono sforzati di imitare e
di conservare il dialetto attico dei grandi scrittori di Atene “. Mentre le nozioni che egli riconosce al termine
koiné sono tre , cioè, la lingua degli scrittori di cui sopra, la lingua parlata in Grecia dall‟epoca di Alessandro in
poi, la lingua che si ricava dalla comparazione delle parlate greche moderne .
261
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 21: “ così il termine koiné, in senso lato, si userà ad indicare
tutti gli strati della lingua ellenistica: la volgare, la elevata ( cancelleresca e letteraria ) e quella di colorazione
atticistica “. Sull‟atticismo: pp. 94-97.
262
    Mentre sul piano retorico si contrapponevano all‟asianesimo: “ … ed una lotta s‟ingaggio fra due scuole: 1)
l‟atticismo difeso in particolare dai grammatici, dai custodi del vocabolario puro ( morale castratrice della
purezza, che esiste ancor oggi ); 2) l‟asianesimo rimanda, in Asia Minore, allo sviluppo d‟uno stile esuberante
fino alla stravaganza, fondato, come il manierismo, sull‟effetto di sorpresa; le „ figure „ vi giocano un ruolo



                                                          51
tipicamente attici come –ηη- per –ζζ-, εο per εηο, μύλ per ζύλ e tratti tipici della lingua
classica, che poi tendevano a venir meno durante l‟età ellenistica, ovverosia il duale e
l‟ottativo. Nondimeno la maggioranza degli autori atticisti non scrisse in un attico
assolutamente puro (che allora sarebbe stato una sorta di lingua completamente metastorica ) ,
ma conservò, in misura maggiore o minore, alcuni influssi della lingua comune ellenistica.
   La quarta accezione che gli studiosi hanno dato al termine koiné la troviamo
particolarmente in Meillet, il quale scrive: “ Si è infine constatato che le diverse parlate
greche moderne non sono fondate sugli antichi dialetti: eolico, dorico, ecc.; i caratteri che esse
presentano si spiegano quasi sempre con un greco sensibilmente unitario. E così si dice di
solito che il greco moderno si fonda sulla θνηλή: in questo senso, la θνηλή è la lingua che si
può ricostruire in base alla comparazione delle parlate greche moderne e alla storia del greco
medievale e moderno “ 263
   Nonostante la visione globale pur invocata da Meillet 264 per la lingua letteraria, “ la
nozione di θνηλή come lingua parlata è dunque variabile, e sarebbe vano cercare di
fissarla“265. Pertanto, in considerazione altresì degli altri due significati appena evocati,
bisogna concludere che il concetto di koiné non è affatto unitario, tanto da un punto di vista
sincronico, quanto da uno diacronico. Si tratta, insomma, di un concetto che, al pari di
astrazioni simili, cerca di mediare un equilibrio in relazione ad una realtà che è giocoforza
estremamente varia .
   Anche se è fuor di dubbio che “ ad eccezione di alcune zone che hanno conservato caratteri
dialettali, una lingua in complesso unitaria si è diffusa in tutto il Mediterraneo orientale; e
questa lingua, ugualmente valida per la conversazione quotidiana, il commercio, le cancellerie
e la letteratura in prosa 266, non è distinta in dialetti, ma soltanto differenziata secondo tipi


essenziale. L‟asianesimo è stato naturalmente condannato ( e continua ad esserlo, da parte di tutta l‟estetica
classica, erede dell‟atticismo ) “, in R. BARTHES, L‟Ancienne Rhetorique, tr. it. La retorica antica, Milano
1998.
263
    A. MEILLET, op. cit., p. 305.
264
    A. MEILLET,op. cit., p. 306: il termine koiné, a parte le parziali reazioni atticistiche, “ si può applicare a tutti
gli scritti in prosa da Aristotele fino all‟epoca bizantina: e la lingua scritta di Bisanzio non è che una
continuazione, più o meno fedele, della lingua di Aristotele, di Polibio e di Plutarco. In questo senso si è
continuato a scrivere in θνηλή fino al XV secolo e quasi fino all‟epoca moderna; ma è ovvio che gli scrittori
dell‟età di Alessandro non scrivevano come quelli del I e del II secolo a. C., per non parlare dell‟uso più tardo
della lingua, che si va facendo sempre più artificiale “.
265
    A. MEILLET, op. cit., p. 307.
266
    Per la poesia gli scrittori si accorsero che la lingua troppo livellata della koiné era estremamente inadatta,
quindi costoro ricorsero alle vecchie lingue letterarie abbandonate. Cfr. A. MEILLET, op. cit., p. 322. Ma
sempre in un modo particolare e sincretistico In particolare si osserva che “ il connubio fra il dialetto dorico,
tradizionalmente riservato alla poesia lirica, con l‟esametro costituisce una delle arditezze formali in cui si
concretizza il gusto sperimentale della nuova concezione poetica ellenistica “, in G. A. PRIVITERA – R.
Pretagostini, op, cit., vol. 2, p. 597. Basterebbe solo pensare a Callimaco (che scrive l‟Inno per i lavacri di
Pallade e quello a Demetra in una lingua fortemente influenzata dal dorico, al contrario degli altri quattro Inni
che hanno la lingua tradizionale dell‟epica ) e a Teocrito ( i suoi Idilli hanno forti influenze doriche, tranne il XII
che è scritto in ionico, il XXII in lingua epica e quelli XXVIII-XXX in eolico ). Apollonio Rodio innova rispetto
alla lingua dell‟epica con neologismi, preziosismi ( molti gli hapax legomena ), variatio dell‟aggettivo e del
sostantivo, strutture epiche modificate ( come l‟incipit delle Argonautiche, che invece di avere l‟invocazione alle
Muse – che compaiono solo al v. 22 – presenta l‟invocazione ad Apollo ma in un modo tale che tutto si concentri
sull‟elemento umano, con la prima persona μνήζομαι, “ ricorderò” in posizione di rilievo ). Mentre la prosa della
koiné sembra accogliere parole poetiche (come βαξεηζζαη, che compare e in Omero, Teocrito e in Plutarco,
Septuaginta, Nuovo Testamento, iscrizioni, papiri, neogreco ) , che , stando anche nei popolari papiri, non



                                                          52
stilistici e gradi di correttezza, dipendenti dal livello di cultura degli individui e dalla loro
pretesa ad una dignità letteraria “ 267. Si tratta di una lingua che mostra di avere tre caratteri
fondamentali 268, poiché è : 1) “ eclectica “ ( in quanto formata sì essenzialmente dall‟attico,
ma senza alcuni dei suoi tratti specifici e con la presenza di forme di altri dialetti ); 2)
“ecumenica o universal “; 3) “ decadente“ ( in quanto sono presenti “ volgarismi “, ovverosia
alterazioni, soprattutto semplificazioni - ma anche prestiti e calchi da lingue straniere -,
rispetto alla lingua classica ).


2. 3. Presupposti storici della formazione della lingua comune ellenistica

   Il primo impulso che condusse al superamento della grande varietà dialettale a favore di
una lingua comune, è costituito, come dice paradossalmente Meillet, dalla creazione
dell‟impero achemenide 269, in quanto i Greci, di fronte al grande nemico persiano, sentirono
la necessità di unirsi militarmente per non essere schiacciati. La definitiva sconfitta dei
Persiani, infatti, avvenne a Salamina 270, nella celebre battaglia navale del 480, contando su
una flotta panellenica 271.
   Dopo le guerre persiane si avvertì sempre la necessità di una coalizione panellenica e
interforze contro pericoli vari tanto da portare alla fondazione della Lega delio-attica nel 478
(dichiaratamente la finalità era ancora la difesa dai Persiani e il ripristino nell‟Egeo di
condizioni favorevoli ai Greci ). In seno a questa lega ellenica Atene assunse ben presto un
ruolo di spicco, così da diventare la guida delle città greche che vi partecipavano. Nel periodo
che va dal 478 al 431 272quindi Atene svolse in Grecia una egemonia tale sia da togliere alle
città alleate la libertà pur garantita per principio, sia da continuare una intensa attività
colonizzatrice iniziata già prima delle guerre persiane ( Nasso, Andro, Lemno, Imbro, …).

avevano quindi nella koiné una funzione poetica, ma si riallacciavano tutte a un fondo popolare, esistente sia nei
poeti che negli scrittori di prosa ellenistici. Cfr. A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., pp. 71-72.
267
    A. DEBRUNNER- A. SCHERER, op. cit., p. 37. Non abbiamo materiale per parlare di una differenziazione
dialettale nella koiné: le differenze che possiamo notare sono insignificanti allo scopo, eccezion fatta per lo
zaconico ( che richiama il laconico, in una località del Peloponneso ) e il greco dell‟Italia meridionale ( che
conserva parole dialettali vere e proprie ). Anche se gli antichi parlavano di un “ dialetto alessandrino “ , tuttavia
l‟analisi delle caratteristiche non rivela nulla di talmente estraneo dalla koiné. Cfr. A. DEBRUNNER – A.
SCHERER, op. cit., pp. 93-94. Per gli alessandrinismi nella koiné vd. G. SACCO, op. cit., pp. 26-27.
268
    C. ESEVERRI HUALDE, op. cit., p. 27.
269
    A. MEILLET, op. cit., p. 313. Cfr. A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 37.
270
    Secondo l‟opinione oggi più diffusa e in sintonia con quella degli storici antichi. Tuttavia alcuni storici
moderni, come Beloch, sono di opinione diversa. Cfr. D. MUSTI, Introduzione, op. cit., p. 100.
271
    Da notare che la felice intuizione tattica di Temistocle che decise di dare allo scontro una portata marittima
(intuendo che la forza dell‟impero persiano risiedeva nei contingenti di terra ), era stata preannunciata agli inizi
degli scontri fra Greci e Persiani da Ecateo di Mileto, il quale, unica voce a levarsi contro la ribellione ionica del
500 a. C. , propose ai Greci tuttavia di assicurarsi il controllo del mare onde poter vincere l‟impero di Dario. Cfr.
K. MEISTER, La storiografia greca, Bari 2001, p. 17.
272
    In cui convenzionalmente si fa iniziare la guerra del Peloponneso ( invasione dell‟esercito peloponnesiaco in
Attica nei mesi di maggio e giugno ), anche se i prodromi sono da ricercare almeno sin dal 433 ( quando Atene
intervenne a favore di Corcira contro Corinto per il controllo di Epidamno ), dal 432 ( quando Atene ordinò a
Potidea, colonia di Corinto ma associata alla Lega delio-attica, di non intrattenere più rapporti diplomatici con la
madrepatria, e a Megara di non frequentare più Atene e i porti della sua Lega ) e dall‟inizio della primavera del
431 ( quando 300 Tebani cercarono di invadere Platea, alleata di Atene), qualora non si voglia andare fino al 437
(quando Atene intervenne a favore dell‟Epiro contro Ambracia, colonia di Corinto ).



                                                         53
Questa posizione particolare di Atene fece in modo che l‟attico (unitamente all‟alfabeto
ionico adottato da Atene nel 403 a. C. con l‟editto di Archino, sotto l‟arcontato di Euclide,
che, diffusosi in tutta la Grecia, portò alla scomparsa degli altri alfabeti greci ) venisse
proposto al di fuori di Atene, cioè entro i limiti dell‟esteso “ impero ateniese “ ( e anche oltre,
perché anche altre città, prendendo a modello il particolare sistema politico di Atene,
importavano altresì termini ed espressioni tipicamente attiche 273 ). Si pensa, anzi, che nelle
zone in cui pesava l‟egemonia ateniese, si fosse venuta a creare una specie di lingua franca
(alla quale forse si ammicca nella Costituzione degli Ateniesi quando l‟autore osserva il suo
carattere misto di contro alla purezza degli altri dialetti 274 ), che Thumb chiama “ grande
attico “ 275 e che Schlageter 276 considera intermedia fra il dialetto attico vero e proprio e la
koiné ellenistica. Tuttavia bisogna osservare che la grande influenza che Atene ha esercitato
nelle città greche circostanti è dovuta soprattutto “ alla superiorità della sua cultura “ 277, non
già al suo ruolo politico in quanto tale, già all‟inizio del quale, infatti, si era venuto creando
un grande movimento culturale che – per teatro ( commedia e tragedia ), per letteratura storica
e filosofica 278, per architettura e arti plastiche – faceva capo ad Atene.
   Secondo Witkowski 279anche le Anfizionie ( soprattutto quelle delie che erano sotto
l‟amministrazione attica ) devono aver avuto il loro peso per la formazione di una lingua
comune. Anche perché quelle del V e del IV secolo si servivano proprio dell‟attico per i loro
decreti.
   Tuttavia “ il successo della lingua delle persone colte di Atene è stato deciso il giorno in cui
la Macedonia raggiunse l‟egemonia sulla Grecia “ 280. Sebbene si sia discusso sul rapporto del
macedone con il greco 281, è certo che i Macedoni iniziarono ad ellenizzarsi dopo le guerre
mediche ( Alessandro I sosteneva di appartenere ad una famiglia argiva discendente da
Ercole; Archelao chiamò a corte i tragici Euripide e Agatone e il pittore Zeusi; Filippo aveva
una cancelleria attica e forse scrisse in attico una lettera indirizzata a Demostene – cosa
comunque considerata normale da Eschine ), mentre dopo la battaglia di Cheronea (338 a. C.),
terminata l‟opposizione di Tebe e Atene ( di modo che in Grecia non ci furono più città
distinte e separate ), i Macedoni poterono livellare la situazione linguistica greca in base alle
loro precedenti acquisizioni linguistiche.



273
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 38.
274
    L. AGOSTINIANI, op. cit., p. 1161.
275
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 39.
276
    L. SCHLAGETER, Zur Laut- und Formenlehre der ausserhalb Attikas gefundenen att. Inschriften, Freiburg
i. Br. 1908; Der Wortschatz der ausserhalb Attikas gefundenen att. Inschriften, Strassburg 1912.
277
    A. MEILLET, op. cit., p. 316.
278
    Dal IV secolo tutta la prosa si esprime in attico, eccezion fatta per casi isolati come il dorico dei Pitagorici e
di Archimede e per lo ionico usato nelle trattazioni mediche in conformità a tutta la tradizione ippocratica (anche
se Diocle nel IV secolo adottò l‟attico ). Cfr. A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 41.
279
    Cfr. A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 39.
280
    A. MEILLET, op. cit., p. 316.
281
    Anche perché non si hanno testimonianze dirette, ma solo dei nomi propri e le glosse di alcuni scrittori
antichi. Tuttavia oggi si afferma con sicurezza che non sia un dialetto greco ( come invece di credeva nel
passato), anche se lo si annovera fra le lingue indoeuropee ( a differenza del greco, il macedone muta le sonore
aspirate indoeuropee in occlusive sonore semplici,anziché desonorizzarle ). Invece il macedone moderno (parlato
nella Repubblica di Macedonia ) è considerato una lingua indoeuropea appartenente al gruppo slavo meridionale,
insieme a slavo o bulgaro antico, bulgaro, serbo-croato, sloveno. P. MILIZIA, op. cit., p. 116 e 131.



                                                         54
   Però solo con Alessandro ( che scrive lettere, tramandate da alcuni storici, in perfetto attico
282
    ) l‟attico iniziò ad essere usato come lingua ufficiale nei territori conquistati in Oriente e
quindi anche a svilirsi nella sua più peculiare facies : è in questo frangente che nacque, in
pratica, l‟Ellenismo, e, con esso, la koiné ellenistica. “ Il momento è stato decisivo per la
lingua perché è stato decisivo per l‟ellenismo. L‟ellenismo non è più una nazione, ma una
forma di civiltà “ 283. Una particolare civiltà per la formazione della quale hanno giocato il
loro ruolo anche i rapporti fra le diverse popolazioni degli Stati ellenistici, formate da Greci e
da barbari 284.
   Con la morte di Alessandro continuò e solidificò ancor più il processo costitutivo di una
lingua comune, senza caratteristiche locali importanti. Così vediamo che i Diadochi
scrivevano in una koiné pura, in cui sono presenti tratti non attici ( ad es. nella lettera di
Antigono a Teo si segnalano le forme -ζζ, ρξαζζαη e δπζηλ ) 285. Un processo che sarà portato
a termine dai Romani.



2. 4. Base dialettale
   Quantunque Pacato pensasse che la koiné fosse di matrice attica e Galeno non sapesse
decidere se fosse di origine attica o di altra specie, pure gli autori antichi pensavano
frequentemente che la base costitutiva era rappresentata dalla mescolanza dei quattro dialetti
principali 286. Anche se oggi si nota che gli antichi non avessero consapevolezza del carattere
sovradialettale della koiné 287: per fare un esempio, ai tempi di Clemente Alessandrino la
koiné era vista semplicemente come il quinto dei dialetti 288.
   Oggi invece di ritiene che la koiné “ sia fondamentalmente attica, con un‟impronta ionica,
in particolare nel lessico, e con alcuni dorismi “ 289. Insieme a tracce sparute di altri dialetti.
   Un‟analisi adeguata dell‟apporto dialettale nella koiné ellenistica deve inevitabilmente
soffermarsi soltanto su quei tratti che “ erano acquisiti nel IV secolo, non risultavano da
sviluppi in corso, ed erano propri di certi gruppi di parlate “ 290. Perché non ha senso parlare
di particolari connotazioni dialettali nella koiné se non si stabilisce che certi caratteri
linguistici non solo siano propri di un certo dialetto ( quindi non attribuibili a costanti che si
ritrovano in tutti i dialetti e quindi facenti parte del “ greco comune “ ), ma che, altresì, non
siano attribuibili ad uno sviluppo linguistico comune tanto a tutta la situazione delle lingue
indoeuropee quanto a quella della lingua greca.
   Per illustrare questa metodologia è sufficiente solo qualche esempio. Non si può dire con
certezza che nella koiné la pronuncia della vocale π come la “ u francese “ sia un atticismo o

282
    Nonostante che Esichio vi trovi tre glosse non greche che cita come appartenenti al “ dialetto macedone “:
αξνπάλνη, γεηηθά, “ boccali “, ζθνηδνο, “ una carica “. Cfr. A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 74.
283
    A. MEILLET, op. cit., pp. 317-318.
284
    A. DEBRUNNER . A. SCHERER, op. cit., pp. 74-75.
285
    A. DEBRUNNER- A. SCHERER, op. cit., p. 74.
286
    Isidoro di Siviglia, ad esempio, ne dava questa definizione: “ mixta sive communis, quam omnes utuntur “.
Cfr. A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 57.
287
    A. MORPURGO DAVIES, The Greek notion of dialect, in “ Verbum “, X ( 1987 ), pp. 15-18.
288
    L. AGOSTINIANI, op. cit., p. 1162.
289
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 57.
290
    A. MEILLET, op. cit., p. 373.



                                                     55
un apporto ionico - attico, basandosi solo sul fatto che questa era la pronuncia dell‟attico e
dello ionico d‟Asia: per la semplice ragione che, non sapendo qual era la situazione in tutti gli
altri dialetti ( ci è noto soltanto che il beotico e il laconico la pronunciavano come una u
normale ), non possiamo asserire con sicurezza che la pronuncia in questione fosse solo
dell‟attico e dello ionico d‟Asia. Così come non possiamo sostenere che la semplificazione
dei dittonghi in vocali semplici che si avverte nella koiné sia dovuta all‟influsso del beotico
(poiché in questo dialetto avvenne prima che in tutti gli altri ), in ragione del fatto che il
fenomeno avviene e nel greco e in tutte le lingue indoeuropee. Ragionando sempre in questi
termini, è ovvio allora che anche la spirantizzazione delle occlusive articolate debolmente
(cioè le sonore β, δ, γ291 e le aspirate θ, ζ, ρ 292, - di contro alle sorde π, η, θ, che sono
articolate fortemente ), pur comparendo per la prima volta in contesti dorici, non è attribuibile
a influssi dorici, per la semplice ragione che è un processo che si ritrova in tutta la lingua
greca.
   Infine, notiamo che i caratteri dialettali che stiamo per presentare riguardano
essenzialmente una distribuzione quanto più omogenea possibile in tutta la koiné ellenistica.
Quindi non si terrà in considerazione il fatto che “ dovettero esistere indubbiamente „ accenti „
speciali a Lesbo, in Beozia, a Creta… Nelle regioni di dialetto non ionico-attico, dopo la
sovrapposizione della θνηλή, dovettero sussistere, nella lingua corrente, delle voci locali. Ma
queste particolarità locali, per la maggior parte, non furono imitate: variavano da una località
all‟altra e non oltrepassarono mai o quasi mai i ristretti limiti della piccola regione in cui
erano sorti “293.
   Ricordiamo, altresì, che il risultato della koiné ellenistica fu la cancellazione della
differenziazione dialettale. Se, agli inizi, “ si erano mantenute localmente molte
manifestazioni degli antichi dialetti “ 294, nel II sec. d. C. le iscrizioni dialettali diventano
sempre più rare e nel IV sec. d. C. scompaiono 295, in modo tale da creare una situazione
quanto più unitaria 296 ( eccezion fatta, per quanto ne sappiamo, per lo zaconico che si collega
strettamente al laconico e per il greco dell‟Italia meridionale che accoglie voci dialettali ) che
costituirà la base per la formazione del neogreco. Ovviamente il passaggio dalla
differenziazione dialettale non è stato indolore e ha portato alla formazione di fenomeni
linguistici di contaminazione 297.




291
    Pronunciate allora come una sorta di v; il th di father; la spirante gutturale sonora del Tag tedesco .
292
    Pronunciate allora come il th di think; il ζ era pronunciato in modo diverso dalla pronuncia classica ( che era
t aspirato: vd. le traslitterazioni latine come ζεβαη > Thebae ), cioè forse come il th di think ( pronuncia che,
tuttavia, nella prassi scolastica, è invocata già per il periodo classico ); il ch di Dach tedesco.
293
    A. MEILLET, op. cit., p. 380.
294
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 41.
295
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 55.
296
    Tranne qualche rara eccezione, resistevano solo i toponimi ( in tutte le lingue estremamente conservativi).
297
    Solo per fare qualche esempio, in territorio dorico si vedono futuri dorici con contrazione attica ( come
εμνπληη ); in territorio eolico si vede la forma ηξηζρηιίνηο ( con –ρηι- attico e accusativo plurale eolico in –νηο ); si
notano “ ipercoinismi “ ( trasposizioni errate dal dialetto alla koiné: come θαηαδίρηνλ per il dorico *θαδδίρηνλ );
si notano “ coinismi “ ( trasposizioni dalla koiné al dialetto: έκκη = εηκί con lo pseudoeolico κκ = κ );
pseudodialettismi ( come in Balbilla, che, volendo imitare la lingua di Saffo, da παζη crea il pur foneticamente
corretto παηζη, anche se la forma lesbica autentica è πάληεζζη ). Cfr. A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit.,
pp. 41-54.



                                                          56
2. 4. 1. Atticismi

   L‟opinione pressoché comune degli studiosi di oggi è quella di vedere nell‟attico la base
dialettale fondamentale della koiné. Prova principale sia il fatto che il carattere forse
essenziale che distingue l‟attico tanto dallo ionico quanto da tutti gli altri dialetti ( il
trattamento dell‟ α originaria ) si ritrova nella koiné: dopo ξ, η, ε abbiamo α.
   Che l‟attico sia il dialetto principale si evince pure dal fatto che la koiné si rifà all‟attico
quando fra attico e ionico vi sono soluzioni diverse 298:

1. dativo plurale dei temi in –ν- in – νηο anziché in –νηζη;

2. voci in –ηο , come πόιηο, non fanno ad es. πόιηνο ( come in tutti i dialetti ) bensì πόιεσο;

3. genitivo dei maschili in – α – non è –εσ ( come in ionico ) né –α ( come in dorico ), bensì –
νπ, per analogia dei temi in –ν-.

  Tuttavia la koiné, come si è già detto, non è affatto attico puro. Debrunner e Scherer 299
hanno individuato tre regole che stanno alla base del comportamento della koiné con l‟attico e
con gli altri dialetti:

1. “ i caratteri che appartenevano soltanto ( o quasi ) all‟attico vengono rifiutati, se gli altri
dialetti concordavano “. Ad es. scompare la seconda declinazione attica e vi sono le forme: -
ζζ- anziché –ηη- (presente solo in attico, in Beozia e in parte nell‟Eubea ), -ξζ- anziché –ξξ- ;

2. “ i caratteri, che l‟attico aveva in comune con l‟ìonico, prevalgono (specialmente se gli altri
dialetti erano concordi ) “. Ad es., la pronuncia di π come “ u francese “; εκεηο, εκαο e πκεηο,
πκαο; infinito dei verbi in –κη in –λαη; la particella αλ ( presente anche in arcadico ); εηθνζη
anziché .ηθαηη ( beotico ); il λ efelcistico; ηλα con il senso di “ affinché “ si trova solo in
ionico-attico prima della koiné, eccezion fatta per un‟iscrizione di Rodi ( che, essendo in
esametri, ha forse subito l‟influsso della lingua omerica ) 300; il lessico è ionico-attico;

3. “ quando i dialetti non attici erano discordi, prevale l‟attico, anche se esso era del tutto
isolato “. Ad es., l‟ α puro; genitivo in – νπ; trattamento dei nomi con tema in –ηο.

  Meillet, inoltre, elenca altri tratti che fanno discordare la koiné dall‟attico puro 301: ad es,
νπζείο si è contrapposto a lungo alla forma νπδείο ( più popolare) 302 finché quest‟ultima non
ha preso il sopravvento resistendo anche nel neogreco con δέλ; abbandono delle forme
contratte dei temi in –ν ( quindi lo ionico νζηένλ anziché l‟attico νζηνπλ ); la formazione del
femminile dei sostantivi ( che non era espresso chiaramente prima ) in –ηζζα, forse sul
modello di nomi propri come Κίιηζζα e Φνίληζζα ( per cui nella koiné “ regina “ si diceva


298
    A. MEILLET, op. cit., pp. 374-375.
299
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., pp. 69-70.
300
    A. MEILLET, op. cit., p. 374.
301
    A. MEILLET, op. cit., pp. 375- 380.
302
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 70.



                                                57
βαζίιηζζα non usando l‟attico βαζίιεηα, che poi poteva confondersi con βαζηιεία, “ regno “ ),
estendendosi soprattutto per i femminili dei nomi d‟agente 303.
   Non solo, ma il grande linguista francese afferma che la lingua comune ellenistica “ non è
un attico che si è naturalmente evoluto “, essendosi costituita in base “ ad azioni e reazioni
complesse “ : per l‟appunto, essa “ risulta da una trasformazione delle parlate locali, e
soprattutto dello ionico, sotto l‟influsso dell‟attico “; per di più, bisogna tener conto anche
degli influssi esercitati dalle parlate straniere, che hanno portato alla perdita delle sottigliezze
e delle sfumature più delicate dell‟attico 304.



2. 4. 2. Ionismi

   Se l‟attico è il dialetto che ha influenzato di più il greco ellenistico, lo ionico, secondo
l‟opinione pressoché unanime degli studiosi di oggi, è il secondo per ordine di importanza 305,
perché “ la koiné si è sviluppata in regioni asiatiche in cui predominava lo ionico, oppure
vicine alle regioni di lingua ionica: e così furono principalmente Greci di lingua ionica a
diffondere la θνηλή“, influendo quindi anche con la particolare koiné ionica che, a partire dal
VII secolo a. C., iniziò a costituirsi restando però sempre limitata di contro alla sola grande
koiné 306. Anzi, Blass e Debrunner affermano che “ in seguito al mescolarsi dell‟attico con lo
ionico ad esso molto affine, già a partire dal 400 si può parlare d‟una koiné attica “, che
diffusa all‟infuori della Grecia dopo le conquiste di Alessandro andrà a costituire la koiné
ellenistica 307.
   I principali tratti ionici sono:

1. rari sono i casi in cui la koiné conserva la peculiarità ionica per cui ad ogni α corrisponde
una ε ( come nei nomi femminili in –ξα, vd. ζπείξεο );

2. le forme γίλνκαη e γηλώζθσ formatesi in ionico per la azione dissimilatrice del γ iniziale,
mentre l‟attico ha sempre usato γίγλνκαη e γηγλώζθσ;

3. i nomi in –αο hanno nella koiné due flessioni che Erodiano definisce dorica (αο, -α, -α, -αλ,
-α ) e ionica ( -αο, -αδνο, -αδη, -αλ, -α: la dentale è un fatto antico in ionico ) 308;
303
     La particolare desinenza ha influenzato anche il neogreco ( γεηηόληζζα, “ vicina “ ), il latino cristiano
(abbatissa, “ badessa “ ) e persino l‟italiano e il francese di oggi nella formazione di femminili di nomi d‟agente.
Cfr. anche A. MEILLET, op. cit., pp. 320-321.
304
    A. MEILLET, op. cit., pp. 381-382.
305
    In passato Wilamowitz considerò la koiné addirittura “ un idioma contadinesco ionico “ ( attenuando però in
seguito la definizione ). Cfr. A. DEBRUNNER – A. SCHERER,op.cit.,p.65.
306
    A. MEILLET, op. cit., p. 368. In epoca ellenistica si era venuta formando anche una koiné dorica in Sicilia
che però restò sempre “ una parlata regionale “ per poi evolvere a “ parlata locale “ . Del resto, “ la Grecia
occidentale, d‟Italia e di Sicilia, … non ha quasi nessuna parte “ nella diffusione della sola grande koiné
ellenistica, che appartiene al greco orientale. Cfr. A. MEILLET, op. cit., p. 321. Ricordiamo anche la koiné
acheo-etolica, elaborata pur usi di cancelleria dalla Lega achea e da quella etolica ( che si opposero al dominio
macedone ) sulla base dei dialetti nord-occidentali, della quale però non possediamo testimonianze scritte. A.
DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 52.
307
    F. BLASS – A. DEBRUNNER, op. cit., pp. 51-52.
308
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., pp. 67-68.



                                                        58
4. nella koiné appare altresì un‟altra flessione di origine ionica ( -νπο, -νπδνο,
-νπδη, –νπλ ), nata sul genitivo in –νπο di nomi in –σ come Λεηώ, che poi ha dato per
analogia l‟accusativo in –νπλ, dal quale il nominativo; quindi l‟ampliamento in dentale;

5. i nomi in –κα e in –ζηο ( soprattutto scientifici ), i quali, pur essendo anche presenti
nell‟attico, dato che in principio lo ionico era la lingua dotta per eccellenza ( mentre in seguito
sarebbe stato sostituito dall‟attico ), esso ha rafforzato la presenza di questi nomi anche attici
e la ha trasmessa quindi anche nella koiné;

6. il presente κίζγσ, mentre l‟attico usava κείγλπκη.



2. 4. 3. Dorismi

   “ Quanto agli altri dialetti, la parte che essi possono aver avuto nella formazione della θνηλή
è trascurabile “ 309. “ Elements from other dialects are negligible in comparison and confined
to isolated points “ 310.
   Dopo l‟attico e lo ionico, solo il dorico presenta elementi in un certo numero, anche se non
si riscontra alcun tratto dorico essenziale.
   Lo studio dei dorismi nella koiné presenta tuttavia problematiche di non facile soluzione, in
quanto non abbiamo molto materiale di sicura provenienza dorica e, per di più, abbiamo una
conoscenza assai limitata degli altri dialetti. Ragion per cui è difficile stabilire cosa nella
koiné sia sicuramente dorico e cosa, invece, sia stato apportato per influsso di altri dialetti 311.
Per fare un esempio, la buona conservazione dell‟α originaria non è sicuramente sempre un
dorismo, in quanto è una caratteristica presente anche in molti altri dialetti.
   Nonostante tutte le difficoltà insite nella delimitazione di dorismi nel greco ellenistico, si
può concludere che l‟apporto maggiore sta nei prestiti lessicali, in quanto non si ritrovano
leggi fonetiche sistematicamente applicate né strutture morfologiche affermatesi ( eccezion
fatta per il raro aoristo in –μα e per tratti già penetrati nell‟attico, ad es. il genitivo dei maschili
in –α che avendo la terminazione in –αν ha l‟esito – α, come in dorico, ma anche in attico solo
per i nomi stranieri, proprio come risulta nella koiné ).
   È evidente che questa situazione rispecchia la particolare storia locale, poiché durante la
fase aurorale dell‟Ellenismo l‟area dorica rimase in una posizione separata e, allorché la
lingua comune ellenistica, una volta formatasi compiutamente, finì per essere parlata e scritta
anche in tale area, non sussistevano più ragioni acciocché la koiné dovesse accettare maggiori
elementi dorici rispetto ai pochi che, in un modo o nell‟altro 312, vi erano penetrati 313. In
particolar modo citiamo:


309
    A. MEILLET, op. cit., p. 380.
310
    L. PALMER, The Greek, op. cit., p. 189.
311
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 58.
312
    “ Se qualche voce dorica è penetrata nella θνηλή, questo è avvenuto in seguito a circostanze speciali “, in A.
MEILLET, op. cit., p. 380.
313
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 63.



                                                        59
1. vocaboli militari come ινραγόο, μελαγόο, άγεκα, θπλαγόο, νδαγόο – i primi tre dei quali
già penetrati nell‟attico – che si spiegano con la superiorità militare degli Spartani;

2. il sostantivo παηδίζθνο, introdotto nell‟attico da Senofonte che lo cita nel riportare un
discorso di Agesilao 314;

3. Μεγηζηαλεο erano definiti negli stati ellenistici i nobili, probabilmente a partire
dall‟ambiente macedone, sul modello degli etnici in – αλεο;

4. termini come ιαμόο e ιαηόκνο penetrarono forse per lo stupore che dovettero aver fatto le
cave di pietra di Siracusa dove fu la rotta degli Ateniesi nel 413;

5. νξληρ- , anche se si continua ad usare νξλίζη-;

6. parole tipicamente doriche come βνπλόο e έγγπνο;

7. la tipica espressione dorica αη ηη(ο) θα – di contro a quella attica εάλ ηη(ο) – sta alla base
delle forme εη ηηο θα e εη ηη(ο) αλ;

8. ελάληη anziché l‟attico ελαληίνλ.



2. 4. 4. Eolismi

   Ancor minori sono le tracce dell‟eolico, situazione riconducibile al fatto per il quale le
stirpi che parlavano questo dialetto, non avevano molta importanza politica e culturale quando
la koiné si fissò nei suoi caratteri fondamentali.
   Il termine più sicuro è καινπάξαπνο, che compare in Alceo e poi in Teocrito; estremamente
insicura è la forma λίηξνλ Alcuni suppongono che l‟itacismo abbia avuto origine beotica 315.



2. 4. 5. Influssi dei dialetti nord-occidentali

   Sono assai scarsi: “ queste regioni non erano in grado di competere né politicamente né
letterariamente con la koiné ionico-attica “ 316.
   Si suppone che la forma –ζαλ sia nord-occidentale ( Wackernagel ) e che la tendenza a
spostare –εο all‟ accusativo plurale derivi dal gruppo dialettale in questione; si ritiene che
θνξάζηνλ sia nord-occidentale perché compare spesso a Delfi e alcuni grammatici attestano
che non sia attico 317.

314
    A. MEILLET, op. cit., p. 380.
315
    A. DEBRUNNER -A. SCHERER, op. cit., pp. 57-58.
316
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 63.
317
    Per questo ultimo motivo Luca sostituisce il termine, presente in Marco e Matteo, con ε παηο. A.
DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., pp. 63-64.



                                                  60
2. 5. Fonetica

   Pronuncia. Il concetto di νξζνγξαθία era estraneo all‟epoca classica in quanto la grafia era
squisitamente “ fonetica “ ( corrispondeva alla pronuncia)318; inizia ad essere presente solo nei
grammatici alessandrini, poiché la grafia intanto era diventata “storica “ ( ovverosia la
pronuncia si era discostata dai segni grafici ) 319.
   Se le innovazione della pronuncia risalgono alla koiné più antica, diventano caratteristiche
e sistematiche solo nel greco bizantino, il quale portò compiutamente alla pronuncia itacistica
( per fare un esempio, nella koiné ellenistica la particolare pronuncia di απ, επ in av, ev o af, ef
è ancora un episodio raro 320).
   La pronuncia della koiné è molto simile a quella dell‟attico, facendo eccezione per alcune
caratteristiche. Per quanto riguarda le vocali, succede che il dittongo εη, che era già passato al
suono e 321, iniziò ad essere pronunciato i ( in argivo e in beotico già nel V sec. a. C. ); la
vocale ε si pronunciava i, ma resistette a lungo anche la pronuncia consueta ( che si mantenne
fino al neogreco del Ponto ); νη 322e π passano ad essere pronunciati come la “ u francese “ (
per poi passare ad i ); il dittongo αη passò ad e; la iota scomparve nei dittonghi impropri αη, εη,
ση. In Egitto esisteva il fenomeno della estensione vocalica (κειηρεξσνπ per κειηρξώνπ ) e
quello della semplificazione ( πνσλ per πνησλ ) 323. Meillet poi osserva che “ la diffusione
della θνηλή ha provocato la scomparsa del w anche là dove era ancora pronunciato nel III
secolo a. C., cioè in una parte dell‟area occidentale e nella Beozia “ 324. Per quanto riguarda
invece le consonanti, avvenne la spirantizzazione delle occlusive articolate debolmente 325; si
segnalano anche tratti sparuti come l‟inserzione della κ in forme derivate da ιακβάλσ come il
futuro medio ιήκςνλαη, l‟ omissione di γ in γίλνκαη e in γηλώζθσ, la forma eufonica nella
assimilazione della lettera finale con la iniziale della parola che segue 326. Inoltre, “ nei
documenti che riflettono la Koiné popolare fuori di Grecia, in Egitto per es., nulla è più

318
    Eccettuando alcuni strappi alla regola come la di quantità di α e π.
319
    Un processo analogo al “ Great Vewel Shift “, il mutamento delle vocali lunghe avvenuto nella lingua inglese
nel passaggio dal medio inglese ( 1100-1500 ) all‟inglese moderno ( dal 1500 in poi ): se il medio inglese si
allontanò dall‟anglosassone per la grafia ( da un punto di vista fonetico- invece, da un punto di vista
grammaticale, l‟anglosassone aveva flessione nei quattro casi nominativo, accusativo, genitivo, dativo e
coniugazioni forti e deboli con tempi semplici non perifrastici, come “ ic sang “ = “ I was singing “ ), l‟inglese
moderno mutò da quello medio per la pronuncia delle vocali lunghe mentre la grafia rimase la stessa. Ad es. la
vocale lunga di “ time “ passò dalla pronuncia grafica i a quella attuale ai. Fenomeno non così frequente.
Pensiamo solo al trattamento delle consonanti germaniche p, t, k fra alto tedesco e basso tedesco in cui muta
anche la grafia. Se le consonanti in questione, infatti, sono semplici e seguono una vocale, si mutano
rispettivamente nelle spiranti ff, ss, ch in alto tedesco ( alto tedesco “ machen “, “ fare “ = basso tedesco
“maken“ ); se sono semplici e stanno all‟inizio di parola o dopo consonante oppure se sono doppie, tendono a
mutare in affricate, pf, z, kch ( alto tedesco “ pfund “, “ libbra “ = basso tedesco “ pund “ ). Cfr. P. RAMAT,
Introduzione alla linguistica germanica, Bologna 1986.
320
     Cfr. paragrafo 1. 2., dove vengono indicate alcune caratteristiche della pronuncia itacistica; A.
DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 101.
321
    Il dittongo doveva avere in attico una pronuncia intermedia fra e ed i, in quanto già dal IV sec. a. C. si trovano
forme come δσξέα per δσξεία e simili. G. SACCO, op. cit., p. 24.
322
    Che aveva dapprima un suono che si avvicinava ad e: per questo ci sono traslitterazioni in latino del tipo
Φνίληθεο > Phoenicii. G. SACCO, op. cit., p. 26.
323
    G. SACCO, op. cit., p. 27.
324
    A. MEILLET, op. cit., p. 343.
325
    Cfr. paragrafo 2. 4.
326
    G. SACCO, op. cit., p. 28.



                                                         61
ordinario quanto lo scambio delle consonanti “, come fra γ e θ, ρ e θ, oppure fra η, δ, ζ, o
ancora fra π e θ, β e κ 327.

2. Quantità vocalica e accentazione. Palmer scrive che “ important, too, was the change of
the pitch to a stress accent and the loss of the phonemic distinction of quantity in the vowel
system “ 328. Il passaggio dal sistema quantitativo a quello qualitativo, con correlata
introduzione dell‟accento dinamico, anziché musicale, è avvenuto prima di tutto nella lingua
volgare, in quanto la lingua colta ellenistica dovette lottarvi contro a lungo ( stando al fatto
che la prima presenza del sistema in questione nella poesia la abbiamo solo nel III sec. d. C.
con Siro Babrio, il quale, nello scrivere ancora in versi quantitativi, mostra attenzione però al
nuovo accento, poiché pone sistematicamente una tonica nella penultima sillaba 329): che fosse
un fenomeno popolare lo si vede bene dal fatto che comparve già nella parlata popolare di
Atene del V sec. a. C. e nei papiri del III sec. a. C. 330 Divenne un fatto compiutamente
sviluppato e comunemente accettato solo nel greco bizantino, dove la poesia cristiana si trova
basata solo su un ritmo accentuativo. Interessante notare che il ritmo quantitativo indoeuropeo
sia andato scomparendo, prima o poi, in tutte le lingue indoeuropee, tranne nel gruppo
lituano-lettone, anche se sono state portate delle particolari innovazioni 331.

3. Psilosi e aspirazione. La psilosi fu un fenomeno prettamente popolare ( “ in the Koine the
first signs of this process appear in papyri of iii B. C. “ 332), che contrastava con la lingua dei
dotti, sebbene poi fosse riuscito a fissarsi, anche se le “ aspirate ( ph th kh = θ ζ ρ ad es. in
ζνθόο έζνο έρσ … ) non subirono la psilosi “ 333 ( poiché avevano già cambiato la pronuncia
in virtù della spirantizzazione delle occlusive ).
   Importante anche il fenomeno dell‟aspirazione iniziale, poiché “ palabras, que en atico
tuvieron espiritu suave, llevan en la epoca helenistica espiritu aspero “, cosa che portò
all‟indifferenziazione della distinzione fra spirito dolce e aspro : “y este ha sido por fin
eliminado totalmente del griego moderno “ 334.
   Invece l‟interaspirazione è presente particolarmente nelle parole composte “come
testimoniano certi vocaboli greci trascritti in copto, in siriaco o in latino (Panhormus,
anhydros, anhydris, parhippus ) “ 335.




2. 6. Morfologia

1. Morfologia nominale. Nella prima declinazione si notano forme in –ξεο e in -ξε di
sostantivi originariamente in -ξα ( con vocale lunga), molto più rari i metaplasmi con

327
    G. SACCO, op. cit., pp. 26-27.
328
    L. PALMER, The Greek, op. cit., p. 177.
329
    A. MEILLET, op. cit., p. 340.
330
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 102.
331
    A. MEILLET, op. cit., p. 342.
332
    L. PALMER, The Greek, op. cit., p. 179.
333
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 104.
334
    C. ESEVERRI HUALDE, op. cit., p. 44.
335
    G. SACCO, op. cit., pp. 29-30.



                                                   62
sostantivi femminili in –ξα ( vocale breve ). I nomi propri baritoni ( come Ινύδαο ) hanno il
genitivo dorico, in –α.
   Nella seconda declinazione la declinazione attica ( come λεώο ) tende a scomparire. Alcune
volte il dativo plurale è in –ζηλ ( come nella terza declinazione ). Notevole la confusione fra
dativo e genitivo in espressioni come ελ ησ επνηθίνπ ( spiegabile difficilmente con la
confusione fra il dittongo al posto di –σ, in quanto forse annuncia la scomparsa del dativo )
336
    . Alcune forme contratte ( come λνπο ) hanno genitivo e dativo non contratto 337. Mentre in
attico ζεόο è anche femminile, la koiné accoglie generalmente ε ζεά 338; e mentre il greco
classico non ha vocativo di ζεόο ( Wackernagel ) perché il termine ha, nella classicità, un
senso soprattutto predicativo, indicando qualcosa che accade 339, nella koiné il vocativo è
espresso, oltre che dalla forma in nominativo, da ζεέ . Le forme attiche in –αξρνο appaiono
nella koiné in –αξρεο. Alcune volte aggettivi a tre o a due uscite nell‟attico, si trovano nella
koiné a due o a tre uscite. I comparativi in –σλ, -νλ sono usati soprattutto nelle forme non
contratte, al contrario dell‟attico ( cioè πιείνλα rispetto a πιείσ ).
   Nella terza declinazione molti nomi escono in –αλ nell‟accusativo singolare (come nella
prima declinazione ) 340. I baritoni come ράξηλ hanno sia la forma attica in –ηλ sia la ellenistica
in –ηηα. Notiamo anche la forma –εο invece di –αο all‟accusativo plurale, “ which was regular
in north – west Greek. Such forms do not appear in Attic until Roman times, but they are
frequently attested in the papyri from ii B. C. on: ρηηώλεο, γπλαηθεο, πάληεο, ηέζζεξεο, etc. “
341
    .
   Nella koiné il duale scomparve del tutto sia nei nomi che nei verbi, anche se era già
scomparso nella maggior parte dei dialetti, tranne che in qualche parlata popolare che non ha
lasciato traccia alcuna. Ovviamente la presenza, rara, nella lingua degli atticisti, non ha peso
nel contesto della storia della lingua greca 342.

Morfologia verbale. La koiné presenta peculiarità già nell‟uso dell‟aumento e del
raddoppiamento. L‟aumento sillabico, che manca spesso davanti al piuccheperfetto attivo, non
produce sempre geminazione della rotante iniziale (fenomeno che si produce per
assimilazione di ζ o di w, che stavano sempre innanzi radici verbali inizianti con rotante ).
L‟aumento temporale differisce nei verbi inizianti con αη ( raramente non aumentatati, come
αηηήζαζζε in Marco Diacono 343), επ ( alcuni verbi del genere sempre, o quasi, senza
aumento, specie nel greco del Nuovo Testamento ), νη ( molto più spesso con aumento, ma
non sempre ). Il raddoppiamento dei verbi inizianti con rotante o consonate doppia o due o più
consonanti differenti da occlusiva + liquida o nasale non sempre è costituto da ε protetica,
bensì dal semplice raddoppiamento anadiplodico. Pensiamo poi a forme aberranti come

336
    L. PALMER, The Greek, op. cit., p. 180.
337
    C. ESEVERRI HUALDE, op. cit., p. 46.
338
    Tratto eolico ( penetrato anche nell‟epica: vd. Iliade, I, 1 ).
339
    Cfr. EURIPIDE, Elena, 560: “ ζενο γαξ θαη ην γηλώζθεηλ θίινπο “. R. CALASSO, La letteratura e gli dei,
Milano 2001, p. 17.
340
    “ Poiché –αλ, dopo la scomparsa delle antiche desinenza di quantità, venne a coincidere con
-αλ della prima decl. , fu creato più tardi un nom. in –αο per i maschili ( secondo il modello λεαλίαο, -ίαλ) , in
– α per i femminili ( secondo ρώξα, -αλ ): così in neogreco si dice ν αληξαο, ε γπλαηθα “, A. DEBRUNNER- A.
SCHERER, op. cit., p. 106.
341
    L. PALMER, The Greek, op. cit., p. 180.
342
    A. MEILLET, op. cit., p. 347.
343
    G. SACCO, op. cit., p. 37.



                                                       63
εζύθακελ, uno dei numerosi sintomi patologici che Palmer intende come prefigurazioni della
perdita della distinzione fra aoristo e perfetto nel neogreco 344.
   Della koiné sono tipici i fenomeni come il futuro attico non contratto ( quindi θαιέζσ
anziché θαισ ) e la preferenza dell‟aoristo asigmatico rispetto all‟aoristo sigmatico. Solo
della koiné sono dei futuri contratti con alcuni verbi in –αδσ ( ad es. εξγάδνκαη ha il futuro in
εξγσκαη anziché in εξγάζνκαη ) 345. Notiamo che nel neogreco il futuro è espresso mediante
una forma perifrastica (specialmente con ζά < ζέισ ίλα : ad es., “ verrò “ è in neogreco ζα
έξζσ, struttura analitica derivata da ζέισ ίλα έιζσ, “ voglio venire “), situazione linguistica
che nei papiri è testimoniata in vari modi già nella koiné, per esempio con l‟uso di έρσ con
l‟infinito, il principale significato del quale era “ essere in condizione di agire “ 346
   Frequenti i metaplasmi dei verbi atematici ( che scompaiono nel neogreco, tranne che per il
verbo essere, che è mutato però in εηκαη 347 ) nelle forme dei verbi tematici 348. La forma –ζαλ
della terza persona plurale ( già omerica, usata in attico per preteriti dello stesso tipo di quelli
omerici e anche per l‟imperativo 349) è estesa nella forma –νζαλ al posto di -νλ nella terza
persona plurale ( come in εζράδνζαλ di Licofrone ) 350. Nella seconda persona singolare del
perfetto compare –εο al posto di –αο, nella terza persona plurale –αλ al posto di –αζηλ; nel
Nuovo Testamento abbiamo per la terza persona plurale del piuccheperfetto –εηζαλ anziché
l‟attico –εζαλ (Filostrato usa entrambe le forme ) 351.
   L‟ottativo scomparve tra il IV sec. a. C. e il I e II sec. d. C. ( Polibio, nell‟usare una lingua
molto atticizzante 352, lo usa secondo le regole ma in modo più limitato; più tardi,
l‟eliminazione è quasi compiuta: Diodoro Siculo non lo usa quasi più, nel Nuovo Testamento
è una rarità – l‟uso maggiore lo fa Luca, e nel Nuovo Testamento il grosso delle altre presenze
lo si ritrova in Paolo ) testimoniando una tendenza presente in tutte le lingue indoeuropee,
nelle quali ottativo e congiuntivo ( due modi vicini semanticamente, soprattutto
nell‟opposizione al modo della realtà ) non sono mai restati insieme: nell‟indoiranico ottativo
e congiuntivo sono presenti insieme solo nella fase remota della lingua ( vedico e avestico )
perché poi sussiste solo l‟ottativo ( nel sanscrito classico e nei pracriti) o solo il congiuntivo
(nel pehlevi del periodo sassanide ); nel latino i lacerti dell‟ottativo ( come sit e velit ) sono
stati inglobati nel congiuntivo; nelle lingue indoeuropee recenti c‟è un solo modo che si
oppone all‟indicativo 353.

344
    L. PALMER, The Greek, op. cit., p. 186.
345
    G. SACCO, op. cit., p. 39.
346
    L. PALMER, The Greek, op. cit., p. 187.
347
    Da notare che nel neogreco il verbo essere diventa deponente, in un processo avvertibile già nella koiné, in
quanto vi compaiono forme come ήκελ, ήκεζα ( in papiri del III sec. d. C, così come nella Septuaginta e nel
Nuovo Testamento ). P. PALMER, The Greek, op. cit.,p. 185.
348
    In conformità a tutte le lingue indoeuropee. Cfr. A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit.,pp. 109-110.
349
    E, attraverso la koiné, passerà al neogreco dove sarà caratteristica dei verbi accentati sulla finale, quindi
antichi verbi contratti. A. MEILLET, op. cit.,p. 360.
350
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 107.
351
    G. SACCO, op. cit.,pp. 41-42.
352
     Nonostante che “ più tardi gli atticisti trovarono la sua lingua inaccettabile “, A. DEBRUNNER – A.
SCHERER, op. cit., p. 95. Anche se Filone d‟Alessandria usò l‟ottativo e secondo tutti gli usi attici “ ma in
numero minore e in una forma artificiale “; per reazione alla tendenza della lingua parlata, l‟ottativo è presente
soprattutto negli atticisti, “ ma l‟uso che essi fanno di questo modo non ha più nessuna corrispondenza con l‟uso
della lingua parlata. La sola cosa interessante per il linguista, nell‟uso dell‟ottativo di un Luciano, sono le
incoerenze e gli errori, presenti in ogni uso artificiale “, A. MEILLET, op. cit., p. 351.
353
    A. MEILLET, op. cit., pp. 347-354.



                                                       64
2. 7. Sintassi
Sintassi del nome, del verbo e delle parti variabili e invariabili del discorso . Il dativo ( che
nel neogreco scompare, eccezion fatta che nella artificialità della θαηαξεύζα ) vede una
riduzioni delle sue tre funzioni: quella locativa ( che già nell‟epoca classica era espressa con
un sintagma preposizionale ) è espressa nella koiné solo con ελ, per poi essere sostituita da εηο
+ accusativo; quella strumentale ( espressa nell‟epoca classica con il dativo semplice o con ελ
o con ζύλ ) è espressa nella koiné soprattutto con ελ, per poi lasciare il posto a κεηά + genitivo
e poi a κεηά + accusativo ( come nel neogreco ); quella del “ dativo proprio “ permane 354.
   “ Le preposizioni più frequentemente adoperate sono ελ, εηο, εθ, από, επί, θαηά, πξόο:
queste due ultime con εηο il più spesso usate in Polibio e Diodoro Siculo, le prime quattro nel
N. T. “ 355. La più presente è ελ ( 2245 volte nei papiri tolemaici, 2698 nel Nuovo Testamento
356
    ), anche se scomparirà nel neogreco. Prevalse di molto από ( anche rispetto a εμ, poi
scomparsa nel neogreco ). Tipica della koiné è la forma θαηά + accusativo al posto del
genitivo attributivo ( costruzione tuttavia anticipata, debolmente, nella lingua classica 357). La
preposizione ζύλ fu poco usata, rispetto al prevalere di κεηά. Raro il πξόο + genitivo
(frequentissimo negli oratori attici ). “ E‟ un fenomeno della Koiné che alcune preposiz.
impropriamente dette, avverbii in origine, invadono il campo delle antiche preposizioni. Il
πξό ante, coram è sensibilmente ridotto davanti έκπξνζζελ ed ελαληίνλ, che sono classici … “
358
     e così πεξί rispetto a forme come θύθισ, ππέξ rispetto a forme come επάλσζελ, ecc.
   Tendenza ad omettere l‟articolo. Il vocativo σ 359 scompare quasi del tutto. Non vale più la
distinzione classica fra νπηνο ( che si riferisce a quello che precede ) e όδε ( a quello che
segue ), e fra όο ( usato quando il termine di riferimento era determinato e individuale ) e
όζηηο ( quando era indeterminato e generico ).
   Mentre nell‟indoeuropeo c‟era solo attivo e medio 360( ma che poteva avere anche senso
passivo ), il greco, pur mantenendo in parte la struttura indoeuropea, formò, per l‟aoristo e il
futuro, particolari forme passive ( -(ζ)ελ e -(ζ)ήζνκαη ): nella koiné però i deponenti ( media
tantum ) indoeuropei assumono sempre maggiormente la forma passiva nell‟aoristo e nel
futuro mentre scompaiono sempre più le sottili differenze fra attivo e medio 361.
   Oltre all‟ottativo, tende a scomparire il congiuntivo presente.
   La fenomenologia dell‟infinito sembra contraddittoria in quanto è tendenzialmente
sostituito da proposizioni secondarie ( lingua tarda popolare, cui si uniformarono anche


354
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., pp. 112-113.
355
    G. SACCO, op. cit., p. 44.
356
    G. SACCO, op. cit., p. 45.
357
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 112.
358
    G. SACCO, op. cit., p. 45.
359
    Già i grammatici antichi non lo consideravano un articolo, quanto un avverbio vocativo indeclinabile,
επίξξεκα θιεηηθνλ άθιηηνλ ( Apollonio Discolo ).
360
    Nell‟indoeuropeo tutto il processo verbale doveva essere giocato in base a due categorie: secondo la
terminologia sanscrita, l‟attivo è “ parasmaipada “, cioè “ parola per un altro “, indicando l‟azione che dal
soggetto si dirige nel mondo esterno; il medio è “ atmanepada “, cioè “ parola per sé “, indicando l‟azione che
accade nel soggetto, il quale vi partecipa all‟interno del proprio essere. Cfr. J. WACKERNAGEL, Vorlesungen
uber Syntax mit besonderer Berucksichtigung von Griechisch, Lateinisch und Deutsch, Basel 1926-1928, vol. 1,
pp. 124 ss.
361
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., pp. 113-114.



                                                      65
atticisti come Luciano e Eliano 362 ) mentre si estende la forma sostantivata ( lingua
soprattutto letteraria ) 363. Tuttavia sussiste il caso di ώζηε + infinito ( struttura usata in attico
per indicare la proposizione consecutiva ) sostituita dall‟infinito semplice 364Da notare altresì
la fusione dell‟infinito futuro e di quello aoristo per quanto riguarda le forme attive e medie.


Sintassi del periodo. Tipica della koiné è la paratassi, invece della ipotassi 365, in ragione
soprattutto della semplificazione decadente della lingua ellenistica: un processo che si avverte
molto più operante soprattutto nella lingua popolare e in quegli autori che risultano poco colti.
   Con la congiunzione όηη si iniziarono ad introdurre proposizioni dichiarative anche con i
verbi del credere ( struttura assente nella lingua classica ); πσο fu usato spesso con il senso di
“ che “, mentre σο con “ dire, udire “ non è familiare alla koiné 366.
   La congiunzione ίλα si afferma moltissimo ( anche di contro ad όπσο, che diminuisce
considerevolmente ) anche in proposizioni nuove, come “ in place of the infinitive “,
soprattutto “ of the epexegetic infinitive “ 367 o come con il valore di imperativo ( cfr. attico
όπσο e όπσο κή con l‟indicativo futuro 368 ).
   “ Genitivo absoluto impropio “ 369, ovverosia il genitivo assoluto 370che si presenta
indebitamente al posto del participio congiunto ( fenomeno sporadico nell‟attico ).

362
    “ Si sa che nel classico l‟infinito aveva una estensione grandissima “, G. SACCO, op. cit., p. 46.
363
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 121.
364
    G. SACCO, op. cit., p. 48.
365
    Da notare che nell‟antichità, in origine, il termine πεξίνδνο non è accostabile al nostro “ periodo “ , perché si
riferiva alla teoria degli stili: θαηεζηξακκέλε ιέμηο ( forse la nostra ipotassi ) e εηξνκέλε ιέμηο ( o paratassi -con
l‟ausilio delle congiunzioni che uniscono ), così come appare nella Retorica di Aristotele ( III 9, 1409 a 24 ss ).
L. T. MASSARO, Sintassi del greco antico e tradizione grammaticale, Palermo 1993, p. 16. Ricordiamo che in
greco l‟ordine delle parole nella frase è estremamente libero ( anche se non arbitrario ) in quanto “ in greco, e in
nessun altra lingua.. è più limitato all‟espressività e più privo di valori grammaticali “, a differenza, poniamo,
della frase sanscrita ( che, soprattutto in prosa, ha un ordine quasi fisso ) e di quella latina ( dove, tuttavia, le
varie posizioni iperbatiche creano particolari effetti semantici ). Cfr. A. MEILLET, op. cit., p. 69. Questa libertà
si scontra con la caratteristica, che il greco condivide con tutte le lingue indoeuropee, per la quale ogni elemento
della frase deve avere una marcatura sintattica ben precisa. Cfr. A. PAGLIARO – W. BELARDI, Linee di storia
linguistica dell‟Europa, Roma 1963, p. 29.
366
    A. DEBRUNNER- A. SCHERER, op. cit., p. 122.
367
    M. ZERWICK, Biblical Greek, Roma 2001, p. 139.
368
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 123.
369
    C. ESEVERRI HUALDE, op. cit., p. 68.
370
    I vari participi assoluti della lingua greca sono tipici di una lingua orale, ma sono stati molto usati in attico
(soprattutto il genitivo assoluto ) e quindi si sono trasmessi anche alla koiné. Il genitivo assoluto ( che sembra
essersi evoluto prendendo il posto del dativo assoluto, fortemente soggettivo, in ragione di una maggiore
oggettività insita nella natura di determinazione del genitivo ) forse aveva originariamente una funzione
adnominale, nascendo da un genitivo di causa e da uno di tempo ( K. KUNST, Vom Wesen und Ursprung des
Absoluten Genitivus, in “Glotta”, XII ( 1923 ) pp. 29-50 ) oppure ablativale, stando alla presenza nelle lingue
indoeuropee di costrutti con analoga funzione, come il locativo assoluto in sanscrito ( H. THESLEFF, On the
Origin of the Genitive Absolute, in “Arctos”, n. s., II ( 1958 ) pp. 187-207 ). Il dativo assoluto è nato da un dativo
isolato, con funzione forse temporale o etica. L‟accusativo assoluto, non attestato in Omero, è nato da
espressioni impersonali che avevano il soggetto logico in una subordinata all‟infinito ( O. RIEMANN – H.
GOELZER, Grammaire comparée du Grec et du Latin. Syntaxe, Paris 1897 ) oppure da un accusativo di
direzione ( K. BRUGMANN – A. THUMB, Griechische Grammatik, in Handbuck der Altertumswissenschaft, 2
voll., Munchen 1886 ). Il nominativo assoluto è, più che un costrutto propriamente assoluto, una struttura
anaconutica, considerata anticamente un solecismo. Cfr. L. T. MASSARO, op. cit., pp. 191-197.



                                                         66
   Si segnalano anche le forme perifrastiche con verbo essere + participio (tuttavia non assenti
nel greco anteriore ). Interessante la struttura che si riscontra altresì nel Vangelo di Giovanni
(1, 9 ): “ ήλ ην θσο ην αιεζηλνλ, ν θσηίδεη πάληα άλζξσπνλ, εξρόκελνλ εηο ηνλ θόζκνλ “:
Gerolamo la traduce “erat lux vera, quae illuminat omnem hominem venientem in hunc
mundum “, intendendo εξρόκελνλ come participio congiunto afferente άλζξσπνλ, non
considerando, invece, che la traduzione corretta della analitica ellenistica è : “(lett. ) era la
luce vera, che illumina ogni uomo, la quale veniva nel mondo “, ossia “ veniva nel mondo la
luce vera, quella che illumina ogni uomo 371“ o “era la luce vera, che illumina ogni uomo,
quella che veniva nel mondo “372.



2. 8. Lessico
   Passiamo ora da uno studio incentrato principalmente sul “ Wortbiegung “, la flessione
delle parole, ovverosia sulle relazioni che la parola, elemento dell‟enunciato, instaura con gli
altri elementi dell‟enunciato, a uno basato sul “Wortbildung “, la formazione delle parole,
ovverosia sui rapporti semantici della parola intesa come parte del discorso ( considerato,
allora, solo come struttura di senso compiuto, al di là da caratterizzazioni morfologiche e
sintattiche, elementi che pure sussistono tutti, olisticamente, nel concetto globale di
enunciato).
   Sacco373 osserva come il lessico della koiné sia stato influenzato grandemente dalle
condizioni storiche nelle quali essa si è venuta formando ( costituzione di nuovi regni, unioni
di popoli diversi storicamente e culturalmente, circolo di nuove idee ). Quindi elenca i tratti
più caratteristici del nuovo lessico, che appare striato di molti neologismi semantici. I
vocaboli αλάθεηκαη, “ essere posto “ e θαηάθεηκαη, “ giacere “ assumono il significato di
“sedere a mensa “. L‟espressione γελέζηα, ηά, che si pronunciava nel periodo classico durante
un anniversario funebre, si usa nella koiné per l‟anniversario di nascita. Il verbo παξαθαιέσ,
che significava solo “ chiamare “, diventa anche “pregare “ e “consolare “.
   Interessanti i neologismi semantici legati al mondo del diritto. Il sostantivo δόγκα, “
massima filosofica “, indica anche il “ decreto “. Επηηηκία, che indicava il diritto di
cittadinanza, indica ora una penalità generica. Εθθιεζία, l‟assemblea degli Ateniesi, indica
ora il comizio romano. Πξάθησξ, che prima indicava o l‟esecutore di un‟opera, o l‟esattore, o
il vendicatore, ora significa “ esecutore di una condanna giudiziaria “. Φάιαγμ , un
raggruppamento militare operativo, indica ora anche la struttura tattica di base dell‟esercito
macedone e la legione romana. Αθαηαζηαζία, “ incostanza “, indica invece l‟instabilità
politica tipica dello scenario greco nel periodo ellenistico. Οςόληνλ, “ companatico “, indica
ora la pensione mensile e il soldo militare.
   Le nuove forme religione ellenistiche decretano, anche loro, la formazione di nuovi
significati. Il verbo λνκίδσ, che, in conformità alla religione formalista classica, significava “
onorare come dovuto “, ora indica l‟atto del credere. Σπλείδεζηο, “ informazione “ e “
conoscenza comune “, indica nella koiné la coscienza morale.

371
    Così La Bibbia per la famiglia. Nuovo Testamento ( a cura di G. RAVASI ), vol. 1, Milano 1998.
372
    Così La Bibbia. Nuovissima versione dai testi originali, Milano 1995.
373
    G. SACCO, op. cit., pp. 56-60.



                                                     67
   Ricordiamo poi vocaboli come νςάξηνλ ( “ companatico “, che inizia ad indicare il pesce,
poiché la gente povera orientale viveva di pesca ), ζρνιή (“tempo libero “ e “ riposo “, che
significa poi “ scuola “ ), ρνξηάδσ, ( “ dar da mangiare fieno “ diventa “saziare “ , detto degli
uomini .).
   Grandi influssi lessicali giunsero alla koiné dalle lingue straniere sulle quali essa si diffuse,
venendosi a costituire, viceversa, anche un influsso della koiné medesima sulle stesse. Se non
interessa ai fini del presente studio quanto la koiné ( che in questo modo si è caratterizzata,
per la maggior parte dei casi, come lingua di superstrato ) sia stata presente nelle più disparate
lingue 374, consideriamo brevemente gli apporti lessicali del sostrato.
  Il copto influenza soprattutto nello scambio consueto di media e tenue nei papiri provenienti
dall‟Egitto ( anche se non si sa con sicurezza se il fenomeno sia presente anche negli idiomi
dell‟Asia Minore ). Mentre sono di epoca pre-ellenistica prestiti egiziani come βάξηο, “ barca
“; sono dell‟età ellenistica termini come βάηο, “ ramo di palma “ e δεθαλόο, “ comandante di
dieci uomini“375.
   Del macedone non si può che provare un numero molto scarso di termini (molti di quelli
considerati tali dagli scrittori antichi sono semplicemente della koiné ). Sicuramente
macedone è ζθνηδνο – anche secondo la testimonianza di Esichio e di Fozio. Poi si pensa a
vocaboli come αόξηεο , “ sacco per abiti “, ζάξηζα, “ lancia “, θαπζία, “ cappello
macedonico“, καηηύε, che indicava una pietanza raffinata ( notiamo a margine che Doroteo di
Ascalona vi dedicò un‟opera intera ) 376.
   La zona dell‟Asia Minore ha dato alla koiné ηεξνο δνπκνο ( dal frigio, con il senso
probabile di “ consiglio sacro “ ) e il “ suffisso di prestito “ –ελνο, -ελε per etnici non greci.

374
    Soprattutto nel latino, influenzato anche nel periodo arcaico. Cfr. L. PALMER, The Latin Language, tr. it. La
lingua latina, Torino 2002, pp. 61-64; 224-253 ( latino cristiano ) ; P. POCCETTI, Identità e identificazione nel
latino , soprattutto pp. 87-125 e C. SANTINI, Lingue e generi letterari dalle origini agli Antonini , soprattutto
pp. 350-368, in P. POCCETTI, D. POLI, C. SANTINI, Una storia della lingua latina, Roma 2003. Per gli
influssi del greco sul latino cristiano vd. anche J. SCHRIJNEN, Charakteristik des altchristlichen Lateins,
Nijmegen 1932 ( in cui l‟importante esponente della Scuola di Nimega, insieme a Mohrmann, sostiene che il
latino cristiano costituisce una lingua di gruppo con una particolare struttura . Tesi tuttavia ridimensionata in
Italia da V. LOI, Origini e caratteristiche della latinità cristiana, in “ Bollettino dei classici “, Suppl. n. 1.,
Accademia Nazionale dei Lincei, Roma 1978 ). Fra le altre lingue influenzate dal greco ellenistico: ebraico
(secondo S. KRAUSS, Griechischen und latinischen Lehnworter in Talmud, Midrasch und Targum, 2 voll.,
Berlin 1898 sono circa tremila le parole greche accolte nei testi ebraici tardi. L‟influenza greca potrebbe
ravvisarsi anche nell‟appiattimento semantico di una lingua che era, nel periodo biblico, di straordinaria
polisemia, tanto che verbo e nome erano molte volte praticamente intraducibili ), copto ( l‟ alfabeto con il quale
i vari dialetti copti, che costituiscono lo sviluppo recente dell‟egiziano – bohairico, fayyumico, dialetto del
Medio Egitto, dialetto della regione di Ossirinco, subakhmimico-akhmimico, saidico – sono espressi, è
addirittura un alfabeto greco in cui sono stati inseriti segni della scrittura corsiva egiziana, detta demotico: buon
esempio di sincretismo ellenistico) e macedone antico (alcune parole sembrano la trascrizione fonetica di
vocaboli greci, in base alla legge aspirata greca = media macedone ). Cfr. A. DEBRUNNER – A. SCHERER,
op. cit., pp. 80-82. Ricordiamo inoltre che la koiné ha esercitato importanti influenze in tutte le lingue europee
(per fare un solo esempio, non possiamo capire parole latine, poi diffusasi nelle lingue moderne, come
conscientia e humanitas senza i modelli greci ζπλείδεζηο e θηιαλζξσπία ). Non solo, ma attraverso gli influssi
nell‟aramaico ( che era diventata una lingua internazionale dell‟Oriente –basti pensare che il cosiddetto alfabeto
devaganari del sanscrito deriva dall‟aramaico ) e nell‟iranico ( attraverso i Parti che avevano finito per
ellenizzarsi ), il greco arrivò all‟arabo ( consideriamo solo la terminologia della filosofia araba, che si è costituita
soprattutto su quella greca – ma anche iranica e indiana –, tanto che il termine “ filosofia “, “ falsafah “, è di
intuitiva ascendenza greca ). Cfr. A. MEILLET, op. cit., pp. 322-324.
375
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 82 e 84.
376
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 83.



                                                          68
    Il persiano ha dato παξάδεηζνο ( < “ pari-daiza- “, “ ( lett. ) muro intorno “,
“circonvallazione “ ) e termini come άγγαξνο, “ messaggero a cavallo dell‟impero persiano “
e αξηάβε, che costituisce una misura di capacità 377.
    Gli apporti dell‟ebraico e dell‟aramaico saranno discussi nel capitolo 3.
    Però è il latino la lingua straniera che influenzò di più la sintassi 378 e soprattutto il lessico
della koiné. Sacco ricorda l‟influenza delle desinenze aggettivali –anus, -ensis per i derivati
da nome proprio ( Φξηζηηαλόο ) e dei termini latini in –ius, -ensis, -alis ( nomi in –ηνο ma
anche in –ηο ) 379. Oltre ai numerosissimi prestiti ( θεληπξίσλ, θελζνο, κεκβξάλε ), ricordiamo
che la enorme differenza nel sistema ufficiale dei nomi di persona ( “ Marcus Tullius Marci
filius Cornelia Cicero “ di contro a Δεκνζζέλεο Δεκνζζέλνπο Παηαληεύο, -mentre nell‟epoca
più antica si usava soltanto il nome) è stato risolto con soprannomi come quelli romani oppure
con forme le più originali possibili 380.




377
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 84.
378
    Soprattutto nei documenti latini tradotti in greco ( come la forma γεγξακκέλσ παξεζαλ < “ scribendo
adfuerunt “ , A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 89 ) e nel linguaggio amministrativo ( come le
espressioni del Nuovo Testamento δνο εξγάζηαλ del Vangelo di Luca 12, 58 < “ da operam “ e αξθεηόλ del
Vangelo di Matteo 6, 24 < “ sufficit “ , G. SACCO, op. cit., p. 54. ). Non è certo che l‟influsso latino, anziché lo
sviluppo interno del greco, spieghi fenomeni come omissione dell‟articolo, forme verbali perifrastiche,
preferenza del congiuntivo rispetto all‟ottativo, estensione di ίλα ( per influsso di “ ut “ ? ), G. SACCO, op. cit.,
p. 55.
379
    G. SACCO, op. cit., p. 53.
380
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., pp. 84-89.



                                                        69
                                     CAPITOLO TERZO


                            Il greco del Nuovo Testamento




3. 1. Il Nuovo Testamento 381
3. 1. 1. Autori e opere

   Il canone ( da θαλώλ, “ canna di misurazione “, quindi “norma, regola “ ) dei libri del
Nuovo Testamento è stato fissato definitivamente, insieme a quello veterotestamentario, per
il mondo cattolico, per opera del Concilio di Trento, nel 1546. Gli ortodossi concordano con
quello cattolico, invece i protestanti differiscono per l‟inserimento di alcuni libri 382.



381
    Per lo studio letterario e filologico del Nuovo Testamento segnaliamo opere di orientamento generale come:
O. BARDENHEWER, Geschichte der altchristlichen Literatur, 5 voll., Freiburg i. Br. !913-1932; R.
BULTMANN, Nuovo Testamento e mitologia, Brescia 1973; B. CORSANI, Introduzione al Nuovo Testamento,
Torino 1991; O. CULLMAN, Introduzione al Nuovo Testamento, Bologna 1983; P. GUILLEMETTE – M.
BRISEBOIS, Introduzione ai metodi storico-critici, Roma 1990; F. LAMBIASI, L‟autenticità storica dei
Vangeli. Studio di criteriologia, Bologna 1978; W. LARFELD, Die neutestamentlichen Evangelien nach ihrer
Eigenart und Abhangigkeit, Gutersloh 1925; E. LOHSE, L‟ambiente del Nuovo Testamento, Brescia 1993; B.
METZGER, The Text of the New Testament. Its Transmission, Corruption, and Restoration, tr. it. Il testo del
Nuovo Testamento, Brescia 1996; E. NESTLE, Einfuhrung in das griechische Neue Testament , Gottingen 1909;
G. SACCO, op. cit., ; A. WIKENHAUSER – J. SCHMID, Introduzione al Nuovo Testamento, Brescia 1981. Per
lo studio linguistico si considerino almeno: M BLACK, An Aramaic Approach to the Gospels and Acts, Oxford
1967; F. BLASS – A. DEBRUNNER, op. cit. ; A. BUTTMANN, Grammatik des neutestamentlichen
Sprachgebrauchs, Berlin 1859; E. DE WITT BURTON, Syntax of the Moods and Tenses in New Testament
Greek, Chicago 1893; R. W. FUNK, A Greek Grammar of the New Testament, Chicago 1961; J. H. MOULTON
– R. HOWARD - N. TOURNER, A Grammar of New Testament Greek, 4 voll., Edinburgh 1928-1976; C. G.
WILKE, Die neutestamentliche Retorik. Ein Seitenstuck zur Grammatik des neutestamentlichen Sprachidioms,
Dresden - Leipzig 1843; M. ZERWICK, op.cit..
382
    I protestanti non accettano: Lettera agli Ebrei, Lettera di Giacomo, Seconda Lettera di Pietro, Seconda e
Terza Lettera di Giovanni, Lettera di Giuda, Apocalisse. Sono, per i cattolici, i testi cosiddetti “deuterocanonici“
( cioè non ritenuti ispirati in alcuni tempi e in alcune comunità: i protestanti li chiamano “ apocrifi “ ), di contro
ai “ protocanonici “ ( sui quali non ci furono mai dubbi sull‟ispirazione), che sono tutti gli altri. Tuttavia le
edizioni protestanti della Bibbia li inseriscono, seppur a parte, per l‟indubbio valore storico-culturale. Per quanto
riguarda l‟Antico Testamento, ricordiamo che i protestanti, in conformità al canone ebraico, non accettano i libri
deuterocanonici veterotestamentari ( detti anch‟essi, allora, apocrifi ), cioè Tobia, Giuditta, Primo e Secondo
Libro dei Maccabei, Baruc, Siracide, Sapienza, alcuni brani di Ester e di Daniele.



                                                         70
   Il primo autore ad usare l‟espressione “ Nuovo Testamento “ fu Tertulliano 383, tuttavia la
prima lista dei testi accettati dalla comunità cristiana ( di contro a quelli non accettati, detti “
apocrifi “ 384 ) risale alla fine del II secolo con il Frammento Muratoriano ( che non presenta
la Lettera agli Ebrei, la Lettera di Giacomo e quelle di Pietro ). Invece nella lista di Origene si
paventano dubbi sulla Seconda Lettera di Pietro e sulle due di Giovanni ( mentre Eusebio
informa che alcuni non credono all‟ispirazione delle lettere di Giacomo e di Giuda; liste
incomplete sono anche quelle di Ireneo e di Tertulliano ). Il canone Claromontano ( redatto
dopo il Concilio di Ippona del 393 ) non accetta la Lettera agli Ebrei.
   Alla fine del IV secolo il canone sarà completo : così nella lettera di Atanasio del 367,
mentre la Vulgata sarà basata su un elenco completo di tutti gli scritti neotestamentari. In tal
modo questo canone potrà essere riperso dal Concilio di Firenze del 1441 e infine dal
Concilio di Trento che ne sancì la definitiva accettazione.
   Izquierdo 385 espone puntualmente i principali criteri di canonicità dei testi del Nuovo
Testamento 386: origine apostolica, uso liturgico, ortodossia di dottrina, presenza nelle liste

383
    Collegandosi all‟espressione greca θαηλε δηαζήθε, “ nuova alleanza “ ( per es., presente due volte nella
Lettera agli Ebrei: 8, 8; 9, 15 ), indicando l‟alleanza che Dio ha fatto con gli uomini in Cristo, di contro
all‟antica alleanza, soprattutto quella del Sinai, ma pensiamo anche a quella con Abramo di Genesi 15, 18 o a
quella con Davide nel Secondo Libro di Samuele, 7, 16. Il termine δηαζήθε, che nel greco classico equivale a
“testamento”, è stato assunto dagli autori neotestamentari ( con una presenza pari a 33 volte, delle quali circa la
metà si riferiscono all‟alleanza veterotestamentaria ) secondo l‟uso della Septuaginta , che vi traduce l‟ebraico
“berit “, “ alleanza“ ( mentre Aquila usa ζπλζήθε ) oppure anche ( Paolo e Marco ) con il senso di
“disposizione”, imposizione della volontà divina nei riguardi degli uomini . L‟aggettivo θαηλόο, come nel greco
classico, significa nella koiné una novità qualitativa ( di contro a λένο, che si riferisce a una novità quantitativa,
cronologica, significando soprattutto “ giovane “ e “ fresco “ ); non solo, ma la Lettera agli Ebrei ( un testo
scritto in un greco raffinato, ma anche con un forte afflato giudaico, costituendo nel complesso un “ midrash “,
cioè una particolare interpretazione di passi biblici come si era venuta costituendo nella letteratura giudaica ) si
collega a Geremia (31, 31 ), che parla di “ alleanza nuova “: in ebraico l‟aggettivo significa anche “ perfetto” e
“definitivo“ ( si noti la bellissima variatio che l‟autore neotestamentario fa in 12, 24: dopo aver affermato che
l‟alleanza di Cristo è perfetta, dice anche che è giovane, fresca, spontanea, gioiosa, poiché usa l‟aggettivo λέα ) .
Cfr. il G. KITTEL – G. FRIEDRICH, Grande Lessico del Nuovo Testamento , Brescia 1965 – 1992, alla voce
δηαζήθε. La traduzione latina è stata “ novum testamentum “: il sostantivo latino ( deverbale da “ testor “ con il
suffisso “ –mentum “ che indica il prodotto o il risultato di un‟azione ) si riferisce allora al prodotto della
dichiarazione di Dio della nuova alleanza, cioè il Nuovo Testamento.
384
     Come abbiamo già detto, il termine è oggi usato dai protestanti per i libri che i cattolici considerano
deuterocanonici. Invece i libri che per i cattolici non sono canonici, sono detti dai protestanti “pseudoepigrafici“,
cioè dal titolo falso. Il vocabolo “ apocrifo “, invece, indica, agli inizi, un testo nascosto, misterioso, accessibile
solo a coloro che avevano la preparazione per comprenderlo, quindi sorto ai margini della comunità ecclesiale
(in seguito, il termine assunse il significato di “ falso “ perché questi testi circolavano soprattutto come
falsamente attribuiti ad autori famosi onde acquisire credibilità ). “ La connotazione del termine apocrifo, che in
contesto letterario indicava anticamente uno scritto di tipo esoterico … si fece nella chiesa sempre più negativa
perché in molti di questi testi si riscontravano dottrine che l‟ortodossia scartava come eretiche, oppure venivano
sospettati in quanto usati da gruppi eretici “, M. SIMONETTI – E. PRINZIVALLI, op. cit., p. 22. I più
conosciuti apocrifi del Nuovo Testamento sono: Natività di Maria, Protovangelo di Giacomo, Vangelo dello
Pseudo Matteo, Storia di Giuseppe falegname, Vangelo di Nicodemo, Vangelo di Gamaliele, Ciclo di Pilato,
Vangelo di Giuseppe d‟Arimatea, Vangelo di Bartolomeo, Vangelo di Tomaso.
385
    A. IZQUIERDO, La Parola che salva. Breve introduzione alla Sacra Scrittura, Milano 1997, pp. 65-67.
386
    Per l‟Antico Testamento i cristiani si basarono, invece, soprattutto su: l‟elenco della Septuaginta, l‟uso
cultuale e la presenza di citazioni nel Nuovo Testamento ( anche se non ci sono citazioni di tutti i libri
veterotestamentari e compaiono anche testi poi considerati non ispirati, come l‟ Ascensione di Isaia : ad esempio,
nella Lettera agli Ebrei in 11, 37, nel parlare di coloro che subirono prove per fede, si parla anche di coloro che
furono segati: ma nella Bibbia nessuno fa questa fine, anche se la fa, secondo il racconto dell‟ Ascensione di



                                                         71
antiche del canone. Ben sapendo, però, che “ nessuno di essi, preso isolatamente, è bastato
alla Chiesa per determinare la canonicità o meno di uno scritto “.
   Quindi il Nuovo Testamento è formato da 27 scritti con un totale di circa 140.000 parole
greche:

1. Vangeli e Atti degli Apostoli. I Vangeli costituiscono un genere letterario nuovo 387: sono
storie della vita e del messaggio di Gesù che, pur avendo indubbiamente alcuni punti in
contatto con il filone biografico greco e romano ( come le Vite parallele di Plutarco e il De
viris illustribus di Svetonio ), risultano innovative perché “ si rivelano come un modello
letterario unico in cui storia e messaggio si fondono in un impasto omogeneo “388.


Isaia , Manasse, il figlio di Ezechia). Gli Ebrei, invece, si attennero a un criterio basato sulla composizione in
lingua ebraica: significativo che si accettò un testo scandaloso come il Qohelet ( vd. l‟interessantissimo saggio
G. RAVASI, Qohelet. Il libro più originale e “ scandaloso “ dell‟Antico Testamento, Milano 2001 ), scritto in
ebraico, anziché un testo squisitamente spirituale come la Sapienza, ma scritto in greco e con chiari elementi
culturali greci, costituendo un brillante esempio di dialogo tra mondo ebraico e mondo greco ( pensiamo solo a
8,7 dove si evocano le quattro virtù presenti nella Repubblica di Platone –IV, 427 –,cioè temperanza, prudenza,
giustizia, fortezza; la famosa espressione “ tutto dispone con misura, calcolo, peso “ in 11,20 si ritrova nelle
Leggi di Platone – VI, 757b –; suggestiva l‟ipotesi per la quale in 3, 7 si emenda, in base ad analisi
paleografiche, θαιάκε, “ stoppia “ a favore di γαιάμε, “ galassia “, sostenendo quindi che l‟autore della
Sapienza adoperi un‟immagine dei neopitagorici – l‟ingresso degli illuminati nella realtà divina si vede nello
splendere delle stelle del cielo infinito. Tuttavia la Sapienza presenta molti concetti che ai allontanano dalla
cultura greca: ad es., la αζαλαζία, “ immortalità “, non viene vista, come in Platone, alla stregua di una qualità
dell‟essere, bensì come un dono che Dio concede solo ai giusti ).
387
    Sulla novità della Bibbia intera si consideri quanto Erich Auerbach ( Mimesis. Dargestellte Wirklichkeit in
der abendlandischen Literatur, tr. it. Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, Torino 1956 ) distingue
nella letteratura, cioè due stili fondamentali, quello omerico e quello biblico, che da tempo ha preso il
sopravvento: mentre il primo vuol dire tutto e ha un afflato totalizzante ( come si vede nell‟ “ appiattimento
sincronico “ delle similitudini ), il secondo è costituito da allusività e progressione conoscitiva, vuole una
reazione o cambiamento in chi legge e presenta personaggi con passioni e comportamenti contraddittori
(“oscillazione pendolare “ ). Mentre l‟atteggiamento che in passato si riservava alla Bibbia è esemplificabile in
quello di Giustino e di Agostino ( di formazione pagana che, per questo, non si rivolsero, prima della
conversione o quasi, alla lettura dei libri biblici perché, come ebbe a sostenere anche Taziano, erano considerati
opere barbare ), oggi si assiste a una rivalutazione della qualità letteraria della Bibbia, della “via pulchritudinis “
( Hans Urs von Balthasar ) che brilla in essa, che si esprime secondo regole stilistiche vere e proprie, peculiari
alla cultura ebraica e mediorientale in genere ( cfr. L. ALONSO SCHOKEL, Manuale di poetica ebraica,
Brescia 1989; R. ALTER, L‟arte della narrativa biblica, Brescia 1990 ), pur allacciandosi, come ogni grande
creazione letteraria e artistica in genere (ovviamente non nel complesso: si va, infatti, da scritti modesti come le
infinite e monotone elencazioni delle Cronache a opere di alta poesia come i Salmi, Giobbe, Cantico dei Cantici,
Isaia o alla prosa dei Vangeli - con quella secchezza tanto in voga oggi con lo stile giornalistico e quel guardare
da lontano, non come disinteresse o non curanza, ma come vocazione alla memoria: in Giovanni κηκλήζθσ,
“ricordare “ significa spesso “ credere “ – o di Paolo, intensa e magmatica), alle corde profonde dell‟animo
umano di ogni tempo e nazione. Per questo i due Testamenti sono stati il “ Il grande codice “ ( N. FRYE, Torino
1986 ) della cultura occidentale, il punto di riferimento ineludibile. Basterebbe solo pensare alla pittura ( dal
Medioevo e dalla “ Bibbia dei poveri “ che erano le decorazioni delle chiese a Marc Chagall ), alla musica
(Bach, il Requiem di Mozart, Verdi, Brahms ), a opere letterarie come la Divina Commedia, il Faust di Goethe, il
Paradiso perduto di Milton. Quindi ben al di là degli ambiti propri della religione cattolica, estesa sì ma pur
circoscritta entro certi limiti: pensiamo solo all‟influenza sul Corano o sulla filosofia ermetica (ad es.,
l‟Asclepius o anche il Crater Hermetis di Ludovico Lazzarelli. Cfr. C. MORESCHINI, Storia dell‟ermetismo
cristiano, Brescia 2000). Per un approfondimento sulla letteratura vd. F. CASTELLI, Volti di Gesù nella
letteratura moderna, Cinisello Balsamo 1987-1995.
388
    G. RAVASI, La Buona Novella, Milano 1998, pp. 32-33.



                                                         72
   Matteo, Marco e Luca ( il quale ha scritto anche gli Atti, che sono un prolungamento del
suo Vangelo ) costituiscono i cosiddetti “ sinottici “ perché hanno molti tratti in comune,
mentre Giovanni si pone originalmente a parte. Anticamente si pensava che Marco fosse una
specie di riassunto di Matteo e Luca, mentre l‟esegesi moderna ritiene che Marco sia stato il
primo a comporre un vangelo, al quale poi hanno attinto Matteo e Luca ( le parti di questi
ultimi che non si ritrovano in Marco, sarebbero ottenute da una fonte sconosciuta, detta Q o
Quelle da Wernle nel 1899) 389. Giovanni invece ha utilizzato principalmente fonti proprie,
cosa che lo differenzia notevolmente dagli altri evangelisti 390: alcuni individuano “fonte dei
segni”, “fonte della passione “ e “ fonte dei discorsi di rivelazione”391, altri pensano al
“documento C” 392.
   Bisogna notare che i Vangeli ( e anche gli Atti degli Apostoli ) non sono affatto una
semplice cronaca degli avvenimenti di Gesù, trasmessi meccanicamente e asetticamente in
tradizioni orali e poi fissati oggettivamente sulla carta da un evangelista. Perché la tradizione
orale ha sicuramente influito (addirittura, la scuola esegetica detta Formgeschichte, uno dei
più grandi rappresentanti della quale è Bultmann, sostiene che la trasmissione degli

389
    Per una illustrazione della storia degli studi ermeneutici sulla Bibbia vd. B. DE MARGERIE, Introduzione
alla storia dell‟esegesi, 3 voll., Roma 1983 (per l‟esegesi patristica) e P. GUILLEMETTE-M. BRISEBOIS, op.
cit. (per l‟esegesi moderna e contemporanea). In realtà, il cosiddetto “problema sinottico “ è ben più complesso.
Gli studi su questo filone problematico partirono dalla constatazione dell‟esistenza di una “triplice tradizione”
(materiale comune ai tre vangeli ), di una “duplice tradizione “ (materiale che hanno in comune solo Marco e
Matteo, o Marco e Luca, oppure Matteo e Luca ), e di una “tradizione semplice” ( peculiarità dei singoli
vangeli). Pertanto si è arrivati alla conclusione che, posto Marco come la fonte comune a Matteo e Luca
(“triplice tradizione”), questi ultimi si basarono per le parti ad essi comuni ( come il Pater noster: Mt 6, 9-13 e
Lc 11, 2-4 ) sulla fonte Q, mentre le peculiarità singolari ( quasi assenti in Marco, più estese in Matteo, frequenti
in Luca ) si spiegano in linea di massima come visioni teologiche proprie ( in buona sostanza, Marco ha il
“segreto messianico”, Matteo presenta una fortissima ascendenza rispetto l‟Antico Testamento, Luca ha
tematiche proprie come la gioia, la misericordia, il viaggio –tutto il ministero di Gesù è visto come un cammino
fino a Gerusalemme e da lì fino al Padre, πνξεπνκέλνπ απηνπ verso il cielo, At 1, 10 ), pur ammettendo,
particolarmente per Luca, l‟esistenza anche di fonti proprie. Pensiamo, infatti, a brani come Mt 18, 23-32 e Lc
19, 41-44. Per un inquadramento generale vd. W. R. FARMER, The Synoptic Problem. A Critical Analysis, New
York – London 1964.
390
    Forse la difformità più eclatante è costituita dall‟assenza della istituzione eucaristica. Fra le molte teorie nate
per spiegare questa singolarità: Erganzungstheorie (Giovanni narra solo ciò che nei sinottici si trova omesso),
Arcandisziplin ( motivazioni misteriche ), Loisy (pur presentando la Cena, Giovanni vuole proporre l‟Istituzione
in termini meno semplici dandone lo stesso significato al gesto della lavanda dei piedi, atto di amore totale),
Dodd ( Giovanni non vuole porre l‟accento sull‟azione rituale-sacrificale, perché la salvezza non si ottiene già
dalla redenzione, bensì dalla comunione con Dio, quindi sostituisce al pane della Cena il pane e il pesce del cap.
6 e al calice il racconto della vite del cap. 15), Bultmann ( dato che per il teologo tedesco Giovanni non ha alcun
interesse sacramentale, quest‟ultimo semplicemente omette la istituzione eucaristica, presentando però nella
preghiera sacerdotale del cap. 17 il tema centrale, giacché Gesù leva la voce per la chiesa sorta in base al
sacrificio glorioso della croce). Cfr. D. CANCIAN, Nuovo comandamento, nuova alleanza, eucaristica,
Collevalenza 1978. pp. 22-24.
391
    Soprattutto R. BULTMANN, op. cit.: queste fonti sarebbero state utilizzate in maniera poco originale, poiché
presentate pressoché sic et simpliciter; in seguito alcune posizioni troppo gnostiche di Giovanni (lo gnosticismo
era la principale eresia della prima cristianità) sarebbero state corrette da un‟altra mano.
392
    Soprattutto M. E. BOISMARD ( accenni presenti in Problèmes de critique textuelle concernant le quatrième
evangile, in “ Revue Biblique” 60 (1953) 347-371), per il quale i cinque miracoli che conteneva la fonte
sarebbero stati ampliati in Palestina andando a formare la prima edizione del Vangelo; una volta che Giovanni si
trasferì in Asia Minore ampliò questa edizione con materiale proveniente dai sinottici; infine un‟altra mano
elaborò l‟edizione definitiva con piccoli ritocchi e l‟inversione dei capitoli 5 e 6. Per l‟ipotesi di Brown sulla
formazione del Quarto Vangelo vd. sotto.



                                                         73
avvenimenti e del messaggio di Cristo abbia incanalato tutto il materiale in alcune forme
letterarie – parabole, discorsi, detti lapidari, …- secondo un procedimento influenzato dal
“Sitz im Leben “, dall‟ambiente vitale entro cui la tradizione si muoveva: quindi, di Gesù, non
possiamo conoscere con certezza né il messaggio, “ Was “, né il modo in cui è vissuto, “Wie“,
eccezion fatta per il “Dass “, il “ che “, cioè che egli è vissuto 393) ma ha anche influito la
penna dell‟evangelista ( secondo la scuola detta Redaktionsgeschichte “ ), il quale ha offerto
un profilo originale di Gesù e degli avvenimenti e del messaggio 394. Quindi i Vangeli non
sarebbero fotografie, ma quadri espressivi, tuttavia sempre basati su un fondo certo di verità
storica, interpretata e selezionata in vista di tesi o, al minimo, visioni da offrire 395. Così
Marco presenta un Gesù taumaturgo, Matteo un Gesù dottore, che interpreta la legge non per
abolirla ma per condurla a pienezza, quale Mosissimus Moses., Luca un Gesù profeta e
salvatore, anche dei corpi, ma soprattutto delle anime, Giovanni un Gesù altissimo tanto uomo
quanto Dio ( “ν θύξηόο κνπ θαη ν ζεόο κνπ”, 20, 28 ), presentato in sette ( nell‟ambito
semitico è numero simbolico che esprime totalità e perfezione ) rivelazioni 396 dal profondo
afflato teologico e simbolico e proposto secondo un procedimento che tende a far trascolorare
le coordinate spazio-temporali in una vicenda presentizzata in una escatologia perenne 397.

2. Lettere Apostoliche. Sono ventuno scritti, suddivisi nelle lettere di Paolo (secondo la
cronologia divise a loro volta in: prime – le due ai Tessalonicesi, le due ai Corinzi, quella ai
Galati e quella ai Romani –, lettere della prigionia – ai Filippesi, a Filemone, ai Colossesi e
agli Efesini –, lettere pastorali – le due a Timoteo e quella a Tito; la Lettera agli Ebrei è
considerata pressoché unanimemente non di Paolo ) e nelle lettere cattoliche ( la Lettera di
Giacomo, le due di Pietro, quella di Giuda e le tre di Giovanni ) 398.
393
    La scuola esegetica New Quest ha ridimensionato di molto questo approccio, con i noti “ criteri di storicità “
atti a stabilire che i racconti degli evangelisti hanno una base storica sicura.
394
    G. RAVASI, La Buona Novella, op. cit., pp.18-29.
395
    Cfr. F. LIMBIASI, op. cit.; J. PELIKAN, Gesù nella storia, Bari 1989.
396
    Verità che procede dal Padre ( 1, 14 ), pane disceso dal cielo ( 6, 26-65), luce del mondo (8, 12 ), buon
pastore ( 10, 1-18), la risurrezione ( 11, 25 ), via, verità e vita ( 14, 6 ), vera vite ( 15, 1-8 ).
397
    “ Una costante del pensiero giovanneo è quella di un movimento che, partendo da una base storica, raggiunta
con i verbi sensoriali, s‟introduce progressivamente in un mistero, il mistero del Logos che è epifania storica
dell‟Amore del Padre. In ultima analisi la gnoseologia giovannea è il movimento della risultante tra la verticale
che ci riporta nel mistero del Padre rivelatesi e l‟orizzontale che rende continuamente riproponibile,
contemporanea ad ogni generazione, l‟audizione apostolica all‟interno della chiesa, come invito alla decisione di
fede. Di qui il carattere epifanico dell‟evento Cristo e la sua continua possibilità di incarnazione storica nella
fede che accoglie, nella chiesa, questa rivelazione “, D. CANCIAN, op. cit., p. 35.
398
    Sugli enormi problemi relativi alla cronologia, all‟attribuzione e all‟esegesi delle lettere apostoliche vd. A.
SACCHI ( a cura di ), Lettere paoline e altre Lettere, Torino 1996. In estrema sintesi, possiamo dire che,
secondo i principali orientamenti esegetici contemporanei, soltanto le lettere prime e quelle della prigionia sono
da attribuire a Paolo. Le lettere pastorali non sarebbero dell‟apostolo a causa del profondo cambiamento
contenutistico ( soprattutto in relazione alle indicazioni “ pratiche “ e alla preoccupazione riguardo la struttura
ecclesiale ) e stilistico ( una lingua più piana, meno veemente ) rispetto alle altre lettere ( da alcuni, però,
giustificato in base all‟invecchiarsi di Paolo ) ; stesso discorso per la Lettera agli Ebrei , non accettata già dal
Frammento Muratoriano. Si pensa però che siano comunque opere nate all‟interno di comunità influenzate dallo
spirito di Paolo, le quali, poi, hanno attribuito a lui gli scritti, secondo un‟abitudine largamente testimoniata nella
letteratura antica ( dove, tra l‟altro, non esisteva il concetto di “ autore “ come quello contemporaneo ). Allo
stesso modo si pensa che siano falsamente attribuite anche tutte le lettere cattoliche: quella di Giacomo ( anche
se è difficile dire a chi Giacomo si voglia alludere, l‟apostolo oppure l‟episcopo di Gerusalemme presente negli
Atti degli Apostoli ), le due di Pietro ( attribuite invece alla tradizione petrina. Cosa che si desumerebbe da un
particolare schiacciante, se è vero che Babilonia era il nome con il quale si indicava la Roma imperiale a partire



                                                         74
3. Apocalisse. Anche questo scritto, come le lettere e anche il Vangelo 399, è ricondotto dagli
studiosi non già a Giovanni quanto alla tradizione giovannea. Si tratta dell‟unico esempio
neotestamentario della cosiddetta “letteratura apocalittica “ ( II a. C. – II d. C. ), diffusissima
in ambito mediorientale ( basti solo pensare al Libro di Enoch, una specie di best-seller
dell‟antichità ). Tuttavia bisogna notare che l‟opera appartiene a un genere particolare, perché,
se si definisce “ απνθάιπςηο “, “ rivelazione “ ( 1, 1), si dice anche “πξνθεζεία”, “profezia “
(22, 7 ). Quindi, oltre ad essere una denuncia della Babilonia attuale nella speranza rivolta
verso la Gerusalemme celeste ( vena apocalittica, incentrata sul dualismo fra una realtà
presente negativa ed una futura positiva ), è anche una interpretazione dei segni di Dio nella
realtà attuale ( vena profetica ) 400. Quindi l‟Apocalisse non è mai un‟apocalisse401, ma è un
grande messaggio di speranza: nei riguardi del futuro 402, ma anche del presente nella
consapevolezza della mano di Dio che guida sempre la storia umana. Del resto, l‟Apocalisse
non è mai nemmeno fantasia, sogno ad occhi aperti, perché è strettamente ancorata alla storia,
pur adottando un linguaggio particolarissimo, non storico (come succede, invece, per
esempio, negli Atti degli Apostoli). Il tratto, infatti, che fa di questa opera uno dei libri più
affascinanti della Bibbia e sicuramente il più difficile del Nuovo Testamento è il linguaggio
letterario: le varie tesi teologiche sono velate da una complicata foresta di simboli (assistiamo
al lussureggiare del simbolismo cosmico, teriomorfo, antropologico, cromatico, aritmetico),
cucite e implementate da una rete fittissima di citazioni dell‟Antico e del Nuovo Testamento,
ambientate e valorizzate in base a riferimenti continui alla liturgia ebraica e cristiana. Quindi
non stupisce che lungo i secoli l‟Apocalisse sia stata oggetto di letture anche opposte tra di

dal 70 ( in base alla testimonianza dell‟Apocalisse, composta probabilmente in quegli anni ) –e il luogo da dove
scrive l‟autore della Prima Lettera, della quale ha consapevolezza la Seconda Lettera – e se è vero che Paolo è
morto nella persecuzione neroniana, fra il 63 e il 64 ), quella di Giuda ( non si sa se si allude all‟apostolo o a uno
dei “ fratelli di Gesù “ di Marco 6,3 ), le tre di Giovanni ( attribuite invece alla tradizione giovannea e differenti:
le ultime due sono lettere vere e proprie, la prima è una specie di omelia: interessante l‟ipotesi secondo la quale è
stata scritta per i monaci di Qumran, forse Esseni, poiché alcuni temi della lettera –antitesi fra luce e tenebre,
tema della comunità –, pur essendo anche giovannei, sono però tipici della comunità di Qumran ).
399
    R. E. BROWN, The Gospel according to John, New York 1966-1970, nel quale lo studioso, in conformità
alla maggior parte degli orientamenti esegetici contemporanei, sostiene che il Vangelo di Giovanni sia sorto in
tappe successive, presupponendo sì la presenza di Giovanni, ma soprattutto entro la tradizione giovannea. In
particolare, egli individua cinque tappe di formazione: 1 ) Giovanni che ha visto gli avvenimenti di Gesù ( 13,
23-25 ) e ha dato avvio alla tradizione orale; 2) raccolta scritta, non sistematica, di alcuni fatti salienti tramandati
oralmente (tipo il “ Libro dei Segni “, cioè il complesso dei sette miracoli di Gesù presenti nel Vangelo di
Giovanni, cap. 1-12 ); 3) unione degli scritti precedenti in una prima edizione, sicuramente non compiuta dal
Giovanni testimone oculare; 4) seconda edizione, consistente in ritocchi minimi, alcuni nemmeno coordinati
perfettamente con il testo precedente ( ad es., in 9, 22-23 si testimonia la prassi storica - ma che non sussisteva
già ai tempi della vita di Gesù – della scacciata dei cristiani dalla sinagoga ); 5) ultima edizione, consistente
soprattutto nell‟aggiunta del secondo finale, il capitolo 21.
400
    G. RAVASI, Apocalisse, Casale Monferrato 1999, pp. 7-8.
401
    Sicuramente il libro biblico propone una colossale lotta fra Bene e Male, fra Dio e Satana, così come avviene
nella storia, ma l‟esito di questa lotta non è mai tragico (come nella tragedia greca, dove l‟antinomia rimane
viva, operante e lacerante, poiché non si giunge a una soluzione ), perché la vittoria di Dio è sicura. Nonostante
che ci sia sempre dialettica bene/male, come è nella realtà (per fare un solo esempio, nel cap. 12 si parla della
donna che partorisce il figlio “destinato a governare tutte le nazioni con verga di ferro”, però, sempre nel
medesimo capitolo, la donna è tratteggiata in un contesto negativo, perché compare il numero 1260, un numero
imperfetto, simbolo di negatività, il male che attenta al figlio ), alla fine ci sarà l‟apoteosi del bene.
402
    La letteratura apocalittica è considerata “d‟evasione”, ovverosia nata in periodi difficili e tragici della storia e
tesa a rinvigorire gli animi dei lettori con l‟idea della vittoria finale delle forze del bene.



                                                          75
loro: da quella profetica (“profezia” intesa come “chiaroveggenza”, quindi ben lungi dal
genuino concetto biblico: allora il libro sarebbe una visione degli avvenimenti futuri) a quella
che vi vede una rappresentazione della storia contemporanea per spiegarla a fini pastorali 403 ,
da quella tesa a dimostrare che l‟opera parli del passato (rilettura della storia sacra dall‟Esodo
alla seconda Pasqua) a quella che vi scorge un‟interpretazione della chiesa contemporanea.


3. 1. 2. Manoscritti greci del Nuovo Testamento

   “ Tre sono i tipi di testimoni a disposizione per costituire il testo neotestamentario: i
manoscritti greci, le traduzioni antiche in altre lingue e le citazioni dal Nuovo Testamento a
opera di scrittori ecclesiastici antichi “ 404.
   Si è soliti distinguere i manoscritti greci neotestamentari, che sono all‟incirca cinquemila,
in tre ampi gruppi, dei quali citeremo soltanto gli esponenti più importanti:

1. Papiri:
p 45: costituito da circa trenta fogli, conteneva in origine i Vangeli e gli Atti (oggi ci sono
gravi perdite ). Il testo è nel complesso a metà strada fra alessandrino e occidentale 405, anche
se Marco è presente soprattutto nel cesariense e gli Atti nell‟alessandrino;
p 46: costituito da ottantasei fogli, conserva dieci lettere di Paolo ( nell‟ordine, ai Romani,
agli Ebrei, prima e seconda ai Corinti, agli Efesini, ai Galati, ai Filippesi, ai Colossesi,
prima e seconda ai Tessalonicesi ). Complessivamente il testo è alessandrino;
p 47: costituito di dieci fogli, contiene l‟Apocalisse;
p 52: la più antica testimonianza del Nuovo Testamento 406, è un frammento che contiene
alcuni brani del Vangelo di Giovanni ( 18,31-33.37-38 ). È importantissimo per la datazione
del Vangelo, in quanto il frammento risulta essere non posteriore alla prima metà del II
secolo;


403
     Qui allora si inserisce il problema della datazione, molto problematico come per quasi tutto il Nuovo
Testamento. Diciamo solo che fin dai primi secoli la si datava all‟epoca di Domiziano (81-96). In seguito si fece
strada l‟idea che fosse stata composta durante la persecuzione neroniana. Infine altri propongono l‟epoca di
Traiano (98-117). Quindi possiamo dire che è databile a non prima del 70. Fatto sta che l‟Apocalisse sembra
ambientata durante la persecuzione di Nerone, anche se altri studiosi ritengono che si tratta di quella di
Domiziano ma tratteggiata secondo elementi che richiamano quella neroniana.
404
    B. METZGER, op. cit., p. 45.
405
    Negli studi di critica testuale si distinguono i “ Testimoni della koiné o bizantini “ e quelli invece che si
pongono prima, fra i quali i principali sono: occidentale ( considerato molto antico, che risulta essere una specie
di parafrasi delle fonti e che crea fenomeni quali aggiunte: per questo è stato ritenuto da Westcott e Hort quasi
totalmente corrotto, anche se oggi gli studiosi ritengono che tutte le forme testuali anteriori a quelle della koiné o
bizantine possono avere lezioni originali altrimenti non testimoniate ), alessandrino ( è il testo migliore, che si
avvicina meglio all‟originale, poiché fu condotto da esperti, in base ai dettami della filologia della scuola di
Alessandria ) e cesariense ( che unisce testo occidentale con testo alessandrino ). B. METZGER, op. cit., pp.
204-207.
406
    Invece la più antica testimonianza dell‟Antico Testamento è costituita da due lamine d‟argento, conservate al
Museo di Israele, databili a circa trecento anni prima dei rotoli di Qumran ( la composizione dei quali si colloca
fra il IV e il I sec. d. C. ), scritte con l‟alfabeto ebraico antico ( il passaggio da questo tipo di scrittura,
direttamente derivante da quella fenicia, al cosiddetto ebraico quadrato, di ascendenza aramaica, si colloca nel
IV sec. a. C. ). Pur essendo tutto il contenuto non di facile decifrazione, si sa con certezza che vi è conservato
Numeri 6, 24-26.



                                                         76
p 72: conserva vari tipi di testi, cioè Natività di Maria, epistolario apocrifo di Paolo ai
Corinzi, XI ode di Salomone, Lettera di Giuda, l‟Omelia di Melitone sulla Pasqua, un
frammento innico, l‟Apologia di Filea, i Salmi 33 e 34, le due lettere di Pietro. È la più antica
copia delle uniche opere neotestamentarie presenti;
p 75: costituito attualmente da 102 pagine ( in origine 144 ), contiene i vangeli di Luca e di
Giovanni. È importantissimo perché ha un testo simile a quello del Vaticanus.

2. Manoscritti in onciale 407:

‫ : א‬scoperto nel 1844 nel monastero di Santa Caterina da Costantin von Tischendorf, è per
questo detto anche “ codex Sinaiticus “. Composto da 347 fogli e databile al 350, conteneva
tutta la Bibbia ed è l‟unica copia completa del Nuovo Testamento in onciale. Il testo è
tipicamente alessandrino, pur con delle lezioni in occidentale e con delle modifiche
successive, indicate dalle sigle ‫א א‬a e cb, in base a un altro manoscritto;
A: o “codex Alexandrinus” risale al V secolo e contiene tutto l‟Antico Testamento e quasi
tutto il Nuovo. Interessante che i vangeli costituiscono un testo della Koiné o bizantino,
mentre gli altri scritti sono del tipo alessandrino;
B : o “ codex Vaticanus “ ( poiché sta alla Biblioteca Vaticana di Roma ). Risale al IV secolo
e conteneva tutta la Bibbia insieme ad alcuni apocrifi. Il testo è definito alessandrino perfetto;
C: o “ codex Ephraemi”, del V secolo, così chiamato perché costituisce un palinsesto dei
sermoni di Sant‟Efrem tradotti in greco. Contiene sia l‟Antico Testamento sia il Nuovo ( con
brani di tutti i libri tranne le seconde lettere ai Tessalonicesi e di Giovanni ) e è formato dai
principali tipi di testo;
D. : o “ codex Bezae “ o “ codex Cantabrigiensis “ che, databile al V o al VI secolo, contiene i
Vangeli, gli Atti e un frammento della Terza Lettera di Giovanni, in greco e latino. La sua
peculiarità è di discostarsi dal testo “consueto“ del Nuovo Testamento con aggiunte libere di
parole ( o anche omissioni );
D p : o “ codex Claromontanus “. Databile al VI secolo, contiene tutte le lettere attribuite a
Paolo ed è in greco e latino;
E : o “ codex Basiliensis “. Del VIII secolo, contiene i Vangeli;
H p: o “ codex Coislinianus “. Del VI secolo, contiene le lettere paoline in testo alessandrino;
L : o “ codex Regius “. Del VIII secolo, contiene i Vangeli in un testo buono perché concorda
spesso con il Sinaiticus, ma ha due inclusioni per Marco;
P apr: o “ codex Porphyrianus “. Palinsesto 408del IX secolo, contiene Atti, Lettere paoline e
cattoliche, e l‟Apocalisse ( la quale è poco testimoniata nella tradizione: all‟incirca, solo
trecento manoscritti greci );

407
    La scrittura utilizzata per le opere letterarie, con un ductus più chiaro e curato e con le lettere staccate le une
dalle altre, insomma una specie di maiuscola. Invece per scritti di minore importanza ( lettere, atti giuridici, … )
si usava la corsiva ( molto meno chiara e curata ). Nel IX secolo, dato che la onciale si era andata corrompendo,
si introdusse un‟altra scrittura letteraria, la minuscola ( il cui primo esempio è una copia dei vangeli ). Cfr. V.
GARDTHAUSEN, Griechische Palaeographie, Leipzig 1911.
408
    Da παιίκςεζηνο, “raschiato di nuovo”, ma meglio definito dal termine latino “rescriptus”, “scritto di nuovo”.
I palinsesti sono estremamente importanti per lo studio dei testi perché sotto opere di scarsa importanza ( cioè
nella cosiddetta “ scriptura anterior “) si possono trovare opere o lezioni veramente degne di nota. Anche se alla
fine del XVIII secolo Scipione Maffei aveva già iniziato lo studio dei palinsesti della Biblioteca capitolare di
Verona, fu solo all‟inizio del XIX secolo che Angelo Mai diede inizio allo studio scientifico dei palinsesti (prima
si iniziò a ricercare i testi anteriori con reagenti chimici che finirono per rovinare molti fogli: noce di galla,



                                                         77
R : o “ codex Nitriensis “. Forse del VI secolo ( per la grafia ), contiene un palinsesto con il
Vangelo di Luca sotto il trattato in siriano di Severo di Antiochia contro Giovanni il
Grammatico ( insieme ad un altro palinsesto contenete quattromila versi dell‟Iliade );
S : è uno dei più antichi manoscritti greci dei Vangeli provvisti di data, nel colofone ( anno
del mondo 6457 = 949 );
W : della fine del IV o degli inizi del V secolo, ha i vangeli ma nell‟ordine occidentale (
Matteo, Giovanni, Luca e Marco ). Contiene una lunga aggiunta dopo la finale del Vangelo di
Marco;
Ξ : o “ codex Zacynthius “. Del VII o VIII secolo, contiene la maggior parte del testo dei
primi undici capitoli del Vangelo di Luca ed è il più antico manoscritto ad avere il commento
a margine.

3. Manoscritti in minuscola:

Famiglia I 409 ( 1, 118, 131, 209 ) : con manoscritti databili tutti tra XII e XIV secolo;
Gruppo Ferrar ( famiglia 13: 13, 69, 124, 346; + altri manoscritti fra cui 230, 543, 788, 826,
828, 983, 1689, 1709 ): con manoscritti databili tutti fra XI e XV secolo, aventi un archetipo
della Calabria o della Sicilia;
Famiglia 1424 : il più importante manoscritto della famiglia è il codice 1424, del IX o X
secolo, che contiene tutto il Nuovo Testamento;
Ms. 33: definito “ il re dei manoscritti in corsiva “, è del IX o X secolo e contiene tutto il
Nuovo Testamento tranne l‟Apocalisse;
Ms. 81: del 1044, contiene gli Atti;
Ms. 565: del IX o X secolo, contiene i vangeli scritti in lettere auree su pergamena purpurea;
Ms. 892: del IX o X secolo, contiene i vangeli con molto lezioni degne di considerazione.


3. 1. 3. Versioni antiche del Nuovo Testamento

1. La Vetus Latina e la Vulgata costituiscono le versioni latine antiche del Nuovo Testamento
410
    . La prima, in realtà, non è una versione, ma un agglomerato di versioni differenti della


ferrocianuro di potassio, solfuro di ammonio; poi si iniziò ad adoperare la fotografia e oggi si utilizzano i raggi
infrarossi ) della Biblioteca Ambrosiana e di quella Vaticana, scoprendo il De repubblica e alcuni brani di
discorsi di Cicerone, l‟epistolario fra Frontone e Marco Aurelio, alcuni trattati giuridici anteriori al corpus
giustinianeo. Cfr. E.M. THOMPSON , Greek and Latin Palaeography, Oxford 1912, p. 64 ss.; per una
panoramica anche sul mondo del manoscritto in generale vd. A. PETRUCCI; La descrizione del manoscritto.
Storia, problemi, modelli, Roma 2001.
409
    In base al fatto che “ il libro manoscritto è un individuo, il libro stampato è una specie “ ( P. O.
KRISTALLER, Aufgaben und Probleme der Handschriftenforschung , apparso in Wort und Text. Festschrift fur
Fritz Schalk, Frankfurt a. M. 1963, e tradotto in italiano in A. STUSSI ( a cura di ), Fondamenti di critica
testuale, Bologna 1998, pp. 153-164, p. 155 ), risulta chiaro che esso può avere tante e tali differenze da essere
individuato rispetto ad altri. Una serie di errori comuni fra manoscritti diversi crea appartenenza ( famiglia ), cioè
dipendenza da uno stesso archetipo. Più famiglie possono formare un gruppo se il manoscritto che sta alla base
di una famiglia, conserva degli errori comuni ad altri manoscritti che stanno alla base di altre famiglie ( segno
della dipendenza da un unico manoscritto ): in questo modo in tutti gli esponenti del gruppo si avranno errori
comuni, ma con altri tratti distintivi fra famiglia e famiglia, tipici del manoscritto che sta alla base della singola
famiglia.



                                                         78
Bibbia, che sono state iniziate a scrivere dal II secolo. Della Vetus Latina girarono molti
esemplari, ma tutti diversi fra di loro. Si suole distinguere però fra due varietà fondamentali
di versioni, quelle definite Vetus Latina Itala (senza alcuna caratterizzazione geografica ), che
risultano essere espresse in un latino migliore, e quelle dette Vetus Latina Afra. Fra i
manoscritti principali neotestamentari del primo gruppo ricordiamo il “codex Palatinus “ (del
V secolo e contenente alcune parti dei vangeli) e il “codex Bobiensis “ ( del II secolo, con
frammenti dei vangeli di Matteo e Marco), invece fra quelli del secondo il “ codex
Vercellensis “ ( del IV secolo, è il più importante manoscritto dei vangeli della Vetus Latina )
e il “codex Veroniensis “ ( del V secolo, forse è stato usato da Girolamo come base della
Vulgata ).
   La Vulgata, invece, fu composta da Gerolamo alla fine del IV secolo, su commissione di
papa Damaso. Sappiamo con certezza che egli terminò la traduzione dei vangeli. Per il resto
del Nuovo testamento, invece, non siamo sicuri: c‟è chi sostiene decisamente che Gerolamo
non vi abbia avuto niente a che fare ( De Brune, Fischer ) 411. Ci sono circa ottomila
manoscritti della Vulgata, fra i quali ricordiamo il “ codex Amiatinus “ ( forse il migliore
esemplare della traduzione latina ).

2. Versioni siriache. Sono cinque: Vetus Syra, Peshitta, Philoxeniana e/o Harclensis,
Versione siro-palestinese. Il siriaco presenta problemi di resa perché non distingue tra aoristo
e perfetto del greco.

3. Versioni copte. Soprattutto in sahidico ( versioni di parti del Nuovo Testamento dal III al
IV secolo, quando furono tradotti quasi tutti i libri ) e in bohairico ( che si riferì a un testo di
tipo alessandrino ), ma anche in fayyumico e in subakhmimico. I dialetti copti, mancando di
una diatesi media, ricorrono a delle perifrasi per rendere la forma greca.

4. Versione gotica. Fu fatta dal vescovo ariano Ulfila 412, nella seconda metà del IV secolo,
creando così l‟alfabeto gotico e dando anche al gotico ( che fino ad allora era soltanto parlato)
una forma letteraria scritta.

5. Versione armena. Una delle traduzione bibliche più bella, si pensa che sia stata condotta sul
greco, anche se Mosé di Corene, discepolo e nipote di san Mesrop, riferisce che l‟autore si fu
basato sul siriaco.

6. Versione georgiana. Non si conosce né l‟epoca né l‟occasione della traduzione, tra l‟altro,
in una lingua che sembra non collegabile con nessun altra.

7. Versione etiopica. Del IV oppure del VI o anche del VII secolo, si discute anche su questa
se l‟originale fosse greco o siriaco.


410
    In E. VALGIGLIO, Le antiche versioni latine del Nuovo Testamento. Fedeltà e aspetti grammaticali, Napoli
1985, p. 13 si osserva, sulla base delle analisi effettuate sui testi, che la più fedele al testo greco è la Vulgata,
seguita dalla Vetus Latina Afra, mentre la meno fedele è l‟Itala.
411
    B. METZGER, op. cit., p. 79.
412
    O Wulfila. Egli ottenne l‟alfabeto gotico da quello greco con elementi latini e runici. La sua traduzione
costituisce il più consistente scritto in gotico.



                                                        79
8. Versione in slavo antico. Condotta dai santi Cirillo e Metodio ( che, tra l‟altro, idearono
l‟alfabeto glagolitico e quello cirillico ) nella seconda metà del IX secolo su un testo di tipo
bizantino.

9. Versioni arabe. Costituitesi dopo l‟ascesa dell‟Islam, furono condotte non solo sul greco,
ma anche sul siriaco, sul copto e sul latino.

10. Si conoscono anche versioni in nubiano, in soghdiano, in anglosassone e in persiano
antico 413 .


3. 2. Posizione del greco del Nuovo Testamento all’interno della koiné
ellenistica
   Il greco del Nuovo Testamento, nel suo complesso, può essere considerato afferente alla
koiné ellenistica popolare 414, cioè alla lingua parlata quotidianamente. Di questa lingua non
abbiamo testimonianze sicure, ma possiamo considerare alcune sue caratteristiche da ostraka
e da papiri non letterari ( come quelli epistolari ).. In base alle analisi linguistiche di queste
ultime testimonianze, gli studiosi hanno potuto affermare una siffatta appartenenza per la
lingua neotestamentaria .
   A questa classificazione sommaria dobbiamo fare però due precisazioni. La prima è che
alcuni autori del Nuovo Testamento ( soprattutto Luca e Paolo ), come ha potuto sostenere
Eseverri Hualde 415, utilizzano una lingua molto più elevata, che si discosta da quella
popolare. La seconda riguarda il fatto che, a onor del vero, non è possibile definire entro una
formula unica questa lingua, stante le molte differenze fra gli autori, alcuni dei quali arrivano
addirittura a toccare la lingua popolare più schietta ( come l‟autore dell‟Apocalisse ). Pertanto,
volendo pur parlare in termini di afflato aprioristico, non si può che concludere con Blass e
Debrunner: “ a causa della non uniformità dei singoli autori, del greco neotestamentario nel
suo insieme si può solo dire, molto in generale, che non è né un‟elegante lingua letteraria
atticizzante né la semplice ed incolta lingua parlata “ 416 .
   La differenza fondamentale del greco del Nuovo Testamento rispetto alla koiné ellenistica
in generale è la presenza dei semitismi. Si osserva, infatti, che il cosiddetto “greco biblico”
(comprensivo del greco della Septuaginta, dei libri veterotestamentari in greco e del Nuovo
Testamento ), “was most obviously different from the literary Κοινή of the period. It could not
be adequately paralleled from Plutarch or Arrian, and the Jewish writers Philo and Josephus
were no more helpful than their „profane‟ contemporaries “ 417.
   La questione dei semitismi tuttavia è stata in passato calorosamente dibattuta. Dal XVII
secolo ci fu “ una lotta accanita tra i „puristi‟, secondo i quali gli autori scrivono sempre un
greco buono o addirittura elegante, e gli „ebraisti‟, che fiutavano ovunque influssi ebraici e



413
    B. METZGER, op.cit., pp.89-90.
414
    Cfr. sottoparagrafo 2. 2. 2.
415
    C. ESEVERRI HUALDE, op. cit., p.26.
416
    F. BLASS – A. DEBRUNNER, op. cit., pp.53-54.
417
    J. H. MOULTON – R. HOWARD - N. TOURNER, op. cit., vol. 1, p. 2.



                                                 80
parlavano di greco ebraico „ellenistico „ ( secondo Acta 6,1 ) “ 418, ovverosia di uno speciale
dialetto, “ un gergo artificiale giudeo-greco – cristiano “ 419.
   Fu soltanto lo studio dei papiri greci egiziani del periodo prettamente tolemaico ed oltre
(molti dei quali furono rinvenuti a partire dall‟inizi del XIX secolo ) in chiave comparativa
con il greco del Nuovo Testamento 420, a mostrare con piena evidenza che “ la lengua del
Nuevo Testamento no era otra que la misma lengua Koiné, que se hablava en todo el mundo
helenizado, en le primer siglo de nuestra era “ 421. Come evidenzia Sacco, infatti, “ perché si
abbia una lingua distinta, richiedesi un insieme di elementi caratteristici, morfologici
anzitutto, che le dia una fisionomia a primo aspetto sua propria … Come potrebbe affermarsi
questo del greco neo-testamentario? La morfologia, che è come l‟ossatura di una lingua, è in
tutto quella della Koiné del I secolo, come provano ad esuberanza i documenti venuti alla luce
“ 422 ; il lessico, che si aggira sulla cinquemila parole per tutto il Nuovo Testamento, è per
quattro quinti lo stesso del greco classico, mentre un quinto soltanto è peculiare alla koiné

418
    A. DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 90.
419
    G. SACCO, op. cit., p. 66. Per l‟ipotesi cfr. anche E. NORDEN, Die Antike Kunstprosa, vol. 2, Stuttgart
1958, Nachtraglich p.3, in cui si parla di “Judengriechisch”. La visione oggi in voga è ben rappresentabile anche
da Palmer (op. cit., p.194 ) il quale osserva che. “ The language of the New Testament was for long regarded by
scholars as sui generis, a religious language that had evolved separately from the secular Koine, a view natural
enough since, as a literary form, the Gospels were unique. However, study of the contemporany inscriptions, and
in particular the papyri, showed that the language of the New Testament is, by and large, close to that of the
popular language as reflected in the non-official papyri “. Per la riproposizione dell‟ipotesi anche oggi cfr. M.
SILVA, Bilinguism and the Character of Palestinian Greek, “ Biblica “ 61 ( 1980 ) 198-219, in cui l‟autore,
nell‟esporre tesi come quella di W. Turner (come in Grammatical Insights into the New Testament, Edinburgh
1965 ) il quale “ sees an undeniable distinctiveness in the Biblical language “, conclude con A. Wifstrand
(Stylistic Problems in the Epistles of James and Peter, “ Studia Theologica “ I ( 1947 ) 170-182 ): “ We cannot
discover any special Greek dialect spoken by the hellenized Jews; in phonology, accidence, syntax, word
formation and many significations of words their language was ordinary koine; …but in phraseology, in the
formation of sentences, in preferences when equivalent expression were at hand, in all such things to which the
authors of New Testament grammars give less attention, the real foundation is, to a great extent, the Hebraic
and Aramaic mode of thought “.
420
    Iniziato da E. L. HICKS, A manual of Greek historical inscriptions, Oxford 1882. In seguito: E. MAYSER,
Grammatik der griechischen Papyri aus der Ptolemaerzeit, 2 voll., Berlin-Leipzig 1906-1934. I grandi
ritrovamenti papiracei di testi greci e latini possono costituire tre categorie: i papiri egiziani ( XIX-XX secolo,
soprattutto a Ossirinco , a El-Faijum e nella valle del Nilo ), quelli di Dura Europos e della Palestina, come a
Qumran ( dalla metà del XX secolo ), quelli di Ercolano. La conservazione nel tempo è stata possibile
soprattutto grazie alla aridità assoluta di certe zone, cui ha influito anche l‟insabbiamento: la maggioranza dei
papiri, infatti, è stata rinvenuta in rovine risucchiate dalla sabbia ( dove, ad es. , Lefebvre ha trovato alcune
commedie di Menandro ), nei kiman (cioè gli antichi mondezzai –dove venivano gettati quindi anche i papiri da
eliminare – poi trasformatisi con il passare del tempo in collinette di sabbia, dove furono trovati frammenti di
Eschilo, Sofrone, Eupoli, Cratino, …), nelle tombe ( in una delle quali è stata ritrovata una copia dell‟Iliade sotto
la testa di una defunta; gli Egizi ellenizzati continuavano l‟imbalsamazione tradizionale –ridotta spesso a
semplici evocazioni del complesso rituale classico della imbalsamazione – usando come materiale per gli
involucri delle mummie nientemeno che frammenti di papiro, che, ricomposti e studiati, hanno mostrato di
contenere, tra l‟altro, anche brani del Fedone di Platone). Un caso a sé sono i papiri di Ercolano, rinvenuti forse
nella biblioteca di Filodemo nella villa di Calpurnio Pisone, conservatisi proprio grazie all‟eruzione del 79 d. C.
poiché il papiro, non bruciando, sembra che “si incolli “ e quindi si conserva: è stato possibile decifrarli solo con
l‟ausilio di tecniche moderne sofisticate. Cfr. I. GALLO, Avviamento alla Papirologia greco-latina, Napoli
1983.
421
    C. ESEVERRI HUALDE, op. cit., p. 22. Eccezion fatta per la totale assenza di quei pochi eolismi che si
trovano tuttavia nella koiné attestata in altri testi.
422
    G. SACCO, op. cit., p. 71.



                                                        81
ellenistica, di cui 350 vocaboli sono postclassici in genere, 580 derivati dalla Septuaginta, 36
derivati dall‟ebraico, 24 derivati dal latino, 6 derivati da altre lingue 423.
   Tuttavia, appurato che il greco neotestamentario non è una lingua speciale, gli influssi
semitici su lessico, morfologia e sintassi sembrano innegabili, secondo la maggior parte degli
studiosi, costituendo anzi uno dei tratti più caratteristici rispetto a tutta la koiné ellenistica,
che mostra quanto gli autori del corpus cristiano si collegassero alla koiné popolare 424.
   L‟unico motivo di discussione, oggi, appare quindi la questione della quantità
“dell‟elemento semitico contenuto negli scritti del N. T. “, con tendenze “ a restringere il
numero dei semitismi, anche di costruzione, fin quasi ad annullarli“ ( come Deissmann, A.
Thumb, Moulton, Milligan, Robertson ) oppure a riconoscerne un congruo numero, tuttavia
senza le esagerazioni di cui supra ( come Blass, Wellhausen, Swete, Jean Psichari, Boatti )
425
    .
   Secondo Blass e Debrunner 426 i semitismi del greco del Nuovo Testamento (che
provengono soprattutto dall‟ebraico e dall‟aramaico 427), sono riconducibili a tre categorie: 1)

423
    C. ESEVERRI HUALDE, op. cit., p. 84.
424
    F. BLASS – A. DEBRUNNER, op. cit., p. 55.
425
    G. SACCO, op. cit., pp. 72-73.
426
    F. BLASS- A. DEBRUNNER, op. cit., pp. 55-58.
427
    Che sono due lingue non indoeuropee, poiché fanno parte del gruppo semitico ( detto anche hamito-semitico
con l‟aggiunta di lingue del nord Africa, come l‟egiziano e il cushitico). Pur essendo lingue indoeuropee e lingue
semitiche entrambe flessive, costituiscono sistemi profondamente differenti. Il principio del trilitterismo
determina che sono soltanto le radici triconsonantiche a dare il significato fondamentale della parola ( perché, ma
solo per i verbi, significati derivati sono ottenuti attraverso sistemi vocalici e suffissali: ad es. il verbo ebraico ha
forma base + altre sei forme; l‟arabo forma base + otto forme derivate ), mentre le vocali (che non sono espresse
dalla scrittura ) servono ad esprimere le varie relazioni grammaticali. Il cosiddetto “proto-semitico “ aveva tre
casi ( nominativo, accusativo e genitivo ), ora conservati solo nell‟arabo coranico e letterario in genere ( erano
espressi anche dall‟accadico e dall‟ugaritico ), mentre ebraico e aramaico ne hanno soltanto delle tracce ( si
pensa che l‟ebraico prebiblico avesse i tre casi più una desinenza avverbiale, indicati tutti da vocali brevi
posposte ). Il verbo ha due forme principali, l‟una che esprime l‟idea dell‟azione compiuta, l‟altra quella
dell‟azione non compiuta. Caratteristica tipica delle lingue semitiche, inoltre, è quella della grande fluidità fra i
vari tempi verbali, che possono tradursi sempre come presente oppure futuro oppure, con particelle preposta al
presente, anche passato ( è significativo che in arabo la particella “ lam “ + verbo in stato energetico-iussivo,
cioè presente, conferisce valore di passato ). Una volta si pensava che l‟arabo fosse il ceppo fondamentale del
gruppo, da cui si originarono l‟accadico e il semitico nord occidentale; oggi invece si parla comunemente di
“proto-semitico “ ( da cui anche l‟arabo discenderebbe ) per l‟impossibilità di conciliare fenomeni semitici ma
che non si trovano in arabo (come la coniugazione a due prefissi ). Le lingue semitiche si suddividono in: 1)
semitico nordorientale o accadico ( antico accadico, babilonese, assiro ); 2) semitico nordoccidentale, attestato
dalle iscrizioni pseudogeroglifiche di Biblo del 3000-2000 a. C., dalle iscrizioni protosinaitiche del 2000 a. C.,
dalle iscrizioni di Lachish del 2000 a. C., e poi da a. amoreo; b. ugaritico; c. cananeo –che comprende il cananeo
del II millennio testimoniato da glosse alle lettere in accadico di Tell Amarna e da vari testi accadici di Ugarit, il
moabitico, testimoniato solo dalla stele di Mesha del 900 a. C., l‟ebraico - che è biblico ( 1200-200 a. C. ),
postbiblico (200-100 a. C. ), dei testi rabbinici ( primi secolo dell‟era cristiana ), dei testi letterari e filosofici
(Medioevo ), ebraico moderno -, fenicio ( 1000-200 a. C.), punico ( 300. a. C.-200 d. C. ); d. aramaico – antico
(1000-800 a. C. ), imperiale ( 700-100 a. C. ), del quale la varietà usata nella Bibbia si situa tra 500 e 200 a. C,
mentre in seguito si divide in occidentale ( nabateo, palmireno, giudaico palestinese, samaritano, cristiano
palestinese, damasceno ) e in occidentale ( siriaco, aramaico babilonese, manicheo, mandeo, aramaico di Musul
e della Georgia ) – ; 3) semitico sudoccidentale, costituito da etiopico ( antico, letterario e moderno, il quale è
diviso in dialetti come l‟amarico ) e da arabo, che si divide in meridionale (epigrafico: dei secoli 800 a, C.-600 d.
C. , costituito da dialetti come sabeo, mineo, qatabaneo, hadrami, awasaneo; moderno: dialetti come mehri,
shawri, soqotri ) e in settentrionale (preclassico, 500 a. C. – 400 d.C. con dialetti come tamudico, lihyanito,
safaitico; classico o arabo letterario, 400 – 2000 d. C., usato nel Corano e rifinito dai grammatici per opere



                                                          82
quelli di traduzione, sia nelle citazioni della Bibbia ebraica per influsso della Septuaginta
(che, per esempio, traduce quasi sempre l‟infinito assoluto ebraico seguito dal verbo finito con
un verbo finito insieme al participio dello stesso verbo: uso che si ritrova solo nelle citazioni
neotestamentarie dalla Septuaginta, come in Matteo 13, 14 ), sia di fonti aramaiche ( nei
vangeli, dove alcune divergenze derivano proprio da traduzioni diverse della fonte aramaica
428
    ); 2) i septuagintismi 429 che hanno influenzato la parlata degli autori neotestamentari a

letterarie fino all‟uso che oggi si fa per la letteratura d‟arte, ma anche per i giornali e per la comunicazione orale
formale; moderno, dialetti oggi parlati informalmente, come iracheno, siro-palestinese, egiziano, nord africano ).
Cfr. S. MOSCATI, op. cit.; G. GARBINI, Le lingue semitiche. Studi di storia linguistica, Napoli 1972; N.
NEBES, Tempus und Aspekt in den semitischen Sprachen, Wiesbaden 1999.
428
    Ad es., in M. BLACK, op. cit., p. 70 ss. appare che uno dei casi più frequenti è la resa della particella
aramaica “de”, la quale, potendo assumere una vasta gamma di significati, è intesa ora in un modo ora in un
altro.
429
     Esula dagli intenti del presente studio una analisi del greco della Septuaginta (per un orientamento
bibliografico: R. HELBING, Grammatik der Septuaginta. Laut- und Wortlehre, Gottingen 1907 e J. PSICHARI,
Essai sur le grec de la Septante in “Revue des Etudes juives” 55 (1908) pp. 161-208 ) e dei libri
veterotestamentari che abbiamo in greco ( Giuditta, Tobia, Primo e Secondo Libro dei Maccabei, Sapienza,
Siracide, Baruc; insieme a alcuni brani di Ester, e i capitoli 3, 24-90; 13; 14 di Daniele ). Tuttavia notiamo a
margine che la Septuaginta, composta fra IV e II secolo ( la tradizione ricorda che è opera di 72 scribi ebrei –
inviati alla Biblioteca d‟Alessandria su richiesta di Tolomeo Filadelfo – che pur lavorando separatamente
diedero la medesima traduzione: in realtà, dalla traduzione risulta macroscopica la presenza di mani differenti ),
è scritta sempre in una koiné popolare ( addirittura H. S. GEHMAN, The Hebraic Character of Septuagint
Greek, “Vetus Testamentum” 1 ( 1951 ) 81-90, sostiene che è il riflesso di un “ Jewish-Greek jargon“ degli
Ebrei d‟Alessandria, ), i cui molti semitismi si spiegano però anche perché è “ greco di traduzione “ (A.
DEBRUNNER – A. SCHERER, op. cit., p. 90 ), anche se bisogna distinguere traduzioni come quelle del
Pentateuco e di Isaia, con un greco migliore, da quelle di testi come Giudici, Salmi, Profeti e soprattutto il
Secondo Libro dei Re, con un greco inferiore, veramente intarsiato di ebraismi ( G. SACCO, op. cit., p. 65 ). Nel
complesso è una traduzione non così fedele, in quanto presenta molte aggiunte, perifrasi e rese non letterali (solo
per fare pochissimi esempi, la resa dell‟impronunciabile tetragramma divino con θύξηνο, che umanizza; in
Genesi 3, 15 l‟ebraico “ essa (la stirpe ) ti schiaccerà la testa “ è reso da απηόο; in Esodo 7, 9, “ fate per voi “ è
reso “…per noi “; in 16, 14 è omessa la frase ebraica “ lo strato di rugiada svanì “, mentre l‟hapax legomenon
“mehusepas “, forse “qualcosa di fine “, è reso “ qualcosa di sottile come coriandolo bianco “; in Deuteronomio
1, 28 l‟ebraico “ figli dei colli lunghi “ è reso “ figli dei giganti “; in 13, 10 il testo ebraico “ lo lapiderai “ è
tradotto “ denunciando denuncerai lui “; in Numeri 4, 14 c‟è un lungo prolungamento rispetto al testo ebraico; in
8, 19 l‟ebraico “ e non sarà tra figli d‟Israele flagello nell‟avvicinarsi dei figli d‟Israele “ è cambiato di senso in
“e non ci sarà fra i figli d‟Israele accostatesi “; in Levitico 7, 16 l‟ebraico “e da domani anche il rimasto da esso
sarà mangiato “ è reso con cambiamento di senso solo con “l‟indomani “; in 17, 4 c‟è una lunga interpolazione;
nel Salmo 33, 7 il sostantivo “ ned “, “ diga “ o “ mucchio “, è reso “ otre “; in Abdia 1, 21 “ salvatori “ è reso
con “ salvati “; in Abacuc 2, 4 l‟ebraico “ il giusto sopravvive per la sua fedeltà “,cioè di lui, è resa “ il giusto
vivrà per la mia fedeltà “, cioè di Dio ). Per questo nel II secolo si fecero altre traduzioni greche: di Aquila
(questa volta è una versione tanto fedele all‟ebraico da essere molte volte oscura ), Simmaco (elegante ma spesso
troppo distante dall‟ebraico ), Teodozione ( partita dalla Septuaginta con ritocchi fatti in base al testo ebraico ).
Anche il greco dei libri biblici ( alcuni di questi testi greci provengono dalla Septuaginta ) è in linea di massima
la koiné popolare, con molti semitismi. La maggior parte dei libri giunti in greco sono traduzioni di originali
ebraici o aramaici quindi i semitismi si giustificano anche per traduzione. Per esempio, in Giuditta 8, 13 “mettere
alla prova il Signore “ è da spiegarsi con tutto il contesto ebraico, per il quale questo atteggiamento consiste nel
non si riconoscere che Dio è il Signore della storia e della vita. In Tobia 1,1 si parla del “ libro delle parole “,
cioè ιόγνη , secondo il senso “ libro dei fatti “, poiché in ebraico “ dabar “ indica sia la parola sia il fatto. In
Primo Maccabei 14, 27 compare il termine “asaramel “, che forse è la trascrizione dell‟ebraico “ hasar „ am el “,
“atrio del popolo di Dio “, espressione che indicava il cortile esterno del tempio. La Sapienza, scritta in un greco
spesso elegante, presenta alcuni semitismi tali però da non far supporre un‟originale semitico. In Siracide 1, 10
“ogni carne “ è semitismo per “ ciascuna persona “; in 4, 22 “ non fare preferenze di persone “ è semitismo
equivalente all‟espressione odierna “ non guardare in faccia nessuno “. In Baruc 1,1 la congiunzione “e “ posta



                                                         83
causa della lunga frequentazione della traduzione greca (come il termine δηεγόγγπδνλ –
Vangelo di Luca 15,2; 19,7 – che deriva dal neologismo δηεγνγγύδεηε, termine intensivo e
onomatopeico creato dalla Septuaginta per rendere il verbo ebraico della mormorazione in
Deuteronomio 1, 27; oppure come la sostituzione dell‟aggettivo con il genitivo di qualità di
un sostantivo per rendere la medesima costruzione ebraica – tuttavia presente anche in alcune
frasi del greco classico 430), tanto che “ la lingua dei LXX fu ritenuta molto adatta al
raggiungimento d‟uno stile solenne e austero “ 431 ( come si vede negli inni scritti in uno stile
vicino a quello dell‟Antico Testamento nel Vangelo di Luca 1, 46-55 e 1, 68-79); 3)
idiomatismi, soprattutto in relazione al fatto che la lingua parlata quotidianamente al tempo
degli autori neotestamentari era l‟aramaico 432; non solo, ma un semita non poteva non
esprimersi secondo schemi mentali semitici 433anche quando parlava o scriveva altre lingue .

ad inizio di frase ( nel caso di specie, proprio all‟esordio del libro ) è un classico semitismo, anziché indizio per
inferire che l‟opera è connessa con quella che precede, cioè Geremia; in 1, 22 “ ciò che è male agli occhi “ è
semitismo per indicare qualcosa che dispiace. Il testo greco di Daniele – che è un libro giuntoci in tre lingue,
ebraico, aramaico e greco – mostra moltissimi semitismi: la struttura “ e “ + verbo + soggetto; una ricchezza
semantica del verbo “ dire “, che è anche “rispondere,chiedere,aggiungere “, tipica dell‟equivalente verbo
ebraico.
430
    F. BLASS – A. DEBRUNNER, op. cit., p. 237.
431
    F. BLASS . A. DEBRUNNER, op. cit., p.55.
432
    Ai tempi di Gesù in Palestina esistevano tre situazioni linguistiche ( come è testimoniato anche da testi
giuridico-amministrativi e da iscrizioni sepolcrali: si pensi all‟iscrizione della croce; anche se nel mondo
giudaico “ la lingua fu di preferenza il greco, seguito dal latino; solo nella Palestina prevale l‟ebraico. Parecchi
esempi mostrano l‟uso della doppia lingua “, P. TESTINI, Archeologia cristiana, Bari 1980, p. 535; per un
approfondimento vd. J. B. FREY, Corpus Inscriptionum Iudaicarum, 2 voll. , Roma 1936-1952 ), quella latina
(la lingua ufficiale dell‟impero romano, dell‟amministrazione e della giustizia centrale, quindi degli ambienti del
potere centrale ), quella greca ( lingua anch‟essa dell‟amministrazione, dei commerci internazionali, della cultura
internazionale, parlata in particolar modo dalle classi ellenizzate ) e quella locale. Localmente le lingue erano
essenzialmente due: l‟ebraico ( che era la lingua della liturgia ebraica, degli elevati ambienti religiosi – compresa
solo da sacerdoti e scribi – e della letteratura e cultura locale ) e l‟aramaico ( che, parlato originariamente nella
Siria settentrionale dagli Aramei, divenne lingua diplomatica internazionale dall‟Eufrate al Nilo a partire
dall‟VIII sec. c. C. con gli Assiri e poi con l‟Impero achemenide – che la adottò come lingua ufficiale –;
continuando ad esserla fino all‟imporsi della koiné ellenistica, divenne, a partire dalla dominazione persiana fino
alla sottomissione araba del VII sec. d. C., la lingua parlata più diffusamente dal popolo d‟Israele, in vari dialetti,
nelle occasioni quotidiane, e “provided the chief literary medium of the Palestinian Jew of the first century;
Josephus wrote his Jewish War in Aramaic and later translated it into Greek “; M BLACK, op. cit., pp. 15-16;
in aramaico fu redatto anche il Targum , cioè la traduzione della Bibbia ebraica fatta per renderla accessibile a
tutti). Gesù parlava quindi l‟aramaico ( come ci testimoniano anche alcune parole ricordate dagli evangelisti,
come “Effathà “ nel Vangelo di Marco 7,34 ), l‟ebraico ( per leggere le Scritture: Gesù era stato presentato al
tempio) e forse anche il greco. Stando, infatti, a J. N. SEVENSTER ( Do You Know Greek? How Much Greek
Could the First Jewish Christians Have Known, Leiden 1968, p. 189 ), “ it has now been clearly demonstrated
that a knowledge of Greek was in no way restricted to the upper circles, which were permeated with Hellenistic
culture, but was to be found in all circles of Jewish society, and certainly in places bordering on regions where
much Greek was spoken, e. g. Galilee “. Quindi gli ipsissima verba Jesu non devono essere rintracciati solo in
aramaismi, ma anche in parole greche.
433
    La lingua, infatti, non è mai qualcosa di semplicemente formale. K. W. von Humboldt, elaborando la teoria
della “forma linguistica interna “, sostiene che la lingua, essendo “ l‟organe de l‟etre intérieur “, “ est non pas un
ouvrage fait (Ergon), mais une activité en train de se faire ( Energia) “, ovverosia un‟entità che vive
costantemente nell‟attività dello spirito di un popolo : pertanto ogni lingua elabora in modo peculiare il rapporto
con il mondo, in relazione al particolare spirito di un determinato popolo ( tr. fr. La différence de construction du
langage dans l‟humanité et l‟influence qu‟elle exerce sur le développement spirituel de l‟espèce humaine ou
Introduction à l‟oeuvre sur le kavi, in Introduction à l‟oeuvre sur le kavi et autres essais, Paris 1974, pp. 144 e
183 ). Degna di rilevanza anche la cosiddetta “ ipotesi della relatività linguistica “ o “ teoria di Sapir-Whorf “,



                                                         84
Insomma, come scrivono spesso gli studiosi, gli autori neotestamentari scrivevano in greco
ma pensavano in aramaico o ebraico. Non dimentichiamo, infine, che, come hanno potuto
mostrare i papiri, la koiné dell‟epoca, soprattutto quella delle terre bibliche, aveva incorporato
già molti semitismi (in misura ovviamente minore rispetto alla frequenza con la quale
appaiono nel greco biblico), che quindi compaiono in scrittori greci che “ignoravano sia
l‟ebraico sia qualunque altra lingua semitica. Recentemente è stato scoperto un frammento di
papiro, che mostra parole e idiotismi semitici usati nel greco degli affari ordinari secolari” 434.
   Sembra però opportuno proporre alcune riflessioni che Bonaccorsi 435 fa riguardo lo studio
del problema semitico nella lingua neotestamentaria. Non bisogna correre il rischio di
ricercare sempre e inevitabilmente quelle costruzioni o quel lessico che non si ritrova in
greco: pur essendo indubbio che il “ nominativus pendens “ e la coordinazione con θαί sono
anche greci, l‟influsso semitico doveva riguardare con maggiore intensità proprio il
semplicismo sintattico – tipico non solo della koiné popolare 436, ma, in genere, di tutta la
koiné quale prodotto linguistico della decadenza – “ per il fatto che la sintassi ebraico-
aramaica s‟allontana dalla greca non tanto per costrutti specificatamente diversi, quanto per
una infinitamente maggiore semplicità 437“. Del resto, “ il dire che in una data costruzione …

per la quale non è possibile determinare leggi universalmente costanti nella evoluzione e nella variazione delle
lingue proprio perché sussiste una relazione necessaria e vincolante fra lingua naturale e pensiero/cultura
espresso da essa. ( Del resto, proprio in base a queste considerazioni trova valore il metodo che consiste
nell‟imparare le lingue straniere in base ad un‟operazione di full immercion nelle strutture logico-sintattiche,
negli idiomatisti delle stesse, allontanandosi mentalmente il più possibile dalle strutture della lingua madre). Nel
caso di specie, il pensiero semitico risulta essere estremamente concreto (l‟ebraico biblico manca altresì di una
appropriata terminologia per rendere il pensiero astratto; pensiamo anche al fenomeno per il quale il semita che
si esprime in greco vede sempre il caso particolare e quindi mette spesso l‟articolo, cfr. F.BLASS-
A.DEBRUNNER, op. cit., p. 57 ), non distingue piani logici differenti, pone tutto sotto una stesso fascio di luce
per capire una data realtà ( ad es., Isaia fa dire a Dio: “ Sono io che formo la luce e creo le tenebre, che faccio il
bene e provoco il male “, 45, 7; in base a ciò si potrebbero spiegare molte pagine violente dell‟Antico
Testamento: è Dio che fa compiere il male, secondo queste, tuttavia di mezzo c‟è anche la complessità della
libertà umana; per il Nuovo Testamento consideriamo la petizione del Pater noster μη ειζενέγκηρ εκαο εηο
πεηξαζκόλ di Matteo 6,13 e Luca 11,4 –spiegabile anche in base alla distinzione biblica fra tentazione-prova e
tentazione-male), è un pensiero analogico, che si esprime più per simboli e accostamenti che per le regole della
logica formale occidentale ( basterebbe considerare, per l‟ambito semitico, tutta la divinazione assiro-
babilonese; oppure l‟esegesi biblica rabbinica e poi cabalistica regolata anche da principi come la temurah o
anagramma, la gematria basata sul valore numerico delle lettere ebraiche, il notariqon o acrostico – ad es., è
famoso il procedimento per cui, dato che la domanda di Mosé “ Chi sarà colui che andrà nei cieli per noi ? “ ha
in ebraico parole le cui iniziali danno “ mylh “, “ circoncisione “, mentre le finali “ yhvh”, cioè il nome
impronunciabile di Dio, ci conclude che solo il circonciso raggiungerà Dio –; nel capitolo 13 di Daniele si dice
che, poiché la falsa testimonianza verteva su un fatto che sarebbe avvenuto sotto un‟ acacia , ζρίλνο, o sotto un
leccio , πξίλνο , la punizione consisterà nello squartamento , ζρίδεηλ e πξίδεηλ ), è un pensiero spesso paradossale
e iperbolico, che ama le immagini forti e i contrasti schiaccianti (proprio in base a questa caratteristica del
pensiero semitico alcuni esegeti accettano la lezione tradizionale θάκεινλ –tra l‟altro, l‟animale più grande,
secondo la cultura ebraica – nella forte immagine “ E‟ più facile per un cammello passare per la cruna di un ago
... “ di Luca 18,25, anziché la emendazione in θάκηινλ, “corda, gomena “ –proposta già da Cirillo di
Alessandria).
434
    E. G. JAY, op. cit., pp. 318-319.
435
    G. BONACCORSI, Primi saggi di filologia neotestamentaria, vol. 1, Torino 1933, pp. LXXXI-XCI.
436
    M. ZERWICK, op. cit., p. 161 : “ One may therefore put under two headings the tendencies which govern the
evolution of popular speech: on the one hand there is a tendency to more explicit expression, and on the other
hand a tendency to greater simplicity and uniformity “.
437
    L‟ebraico biblico è una delle lingue più primitive, con un lessico povero ( il vocabolario si aggira sulle
cinquemila e cinquecento parole, ottenute su circa cinquemila radici (le parole ebraiche e aramaiche dell‟Antico



                                                         85
appare l‟influsso semitico, e l‟asserir ch‟essa non possa spiegarsi altrimenti in nessun caso,
sono due cose ben diverse “.



3. 3. Peculiarità della sintassi
   Ci atterremo a quei tratti tipicamente peculiari del Nuovo Testamento (rispetto al greco
classico e alla koiné ellenistica altra ), dove è meglio attestata (e meno negata entro il raggio
delle complesse disamine degli studiosi) la “Semitic influence”, basandoci sul quadro
riassuntivo posto da Zerwick alla fine del suo studio sul greco biblico 438 ( segnaleremo con
un asterisco le costruzioni non estranee alla lingua greca, quantunque spesso molto rare ; tra
parentesi inseriremo uno dei tanti esempi delle strutture peculiari che si rinvengono nel Nuovo
Testamento):

1.Casus pendens * ( soprattutto nominativo, ma non solo; Mt 5, 39 ) = caso assoluto semitico;

2. εηο + accusativo al posto del nominativo o accusativo predicativi ( Mt 21, 42 ) =
preposizione ebraica “ le “;

3. nominativo con articolo al posto del vocativo * ( Mt 7, 23 ) = in ebraico c‟è una specie di
articolo determinativo, il quale è usato davanti al nominativo con funzione di vocativo;

4. genitivo di qualità al posto dell‟aggettivo * ( Gv 6, 68 ) = genitivo ebraico;




Testamento sono circa 305.400, particelle escluse): che in mano al grande poeta subiscono un processo
connotativo tale da risultare molto spesso incomprensibili, come succede nel Libro di Giobbe ) e una sintassi
rudimentale ( tanto che manca addirittura di un vero e proprio sistema ipotetico ), anche se caratteristica, perché
trascinante, avvolgente, a volte anche “ad ondate”, cioè aggiuntiva di elementi sempre maggiori. La
rudimentalità della lingua è però compensata dal lessico, talmente polisemico che un temine ebraico per “ senso“
è “ seqel “, che indica etimologicamente il fiorire, lo sbocciare variegato di una realtà. Anche i dialetti aramaici
costituiscono nel complesso una lingua primitiva, ma sempre con un lessico molto vario, influenzato altresì da
innumerevoli tratti stranieri: “Aramaic has been influenced to an extraordinary degree by the fact that it had to
live together with –and was dominated by – a variety of other languages. Its vocabulary shows manifold layers
of foreign influence which shed light upon the historical development of the language “, in F. ROSENTHAL, A
Grammar of Biblical Aramaic, Wiesbaden 1995, p. 61. Sulla semantica delle lingue semitiche sono illuminanti
le parole di B. LEWIS ( nell‟introduzione dell‟antologia Music of a Distant Drum, tr. it. Ti amo di due amori,
Milano 2003, p. XXXV ): “La poesia del Medio Oriente proviene da un mondo nutrito da scritture diverse e
classici diversi, foggiato e ispirato da storie e memorie diverse, nel quale le parole non hanno solo significati
diversi, che è cosa normale, ma serie diverse di significati “.
438
    M. ZERWICK, op. cit., pp. 163-164. Per un approfondimento sui semitismi del Nuovo Testamento vd. M.
BLACK, op. cit.; G. SACCO, op. cit., pp. 64-119; J. H. MOULTON – R. HOWARD - N. TURNER, op. cit.,
vol. 2, Appendice “Semitisms in the New Testament”; K. BEYER, Semitische Syntax im Neuen Testament, vol. 1,
Gottingen 1963.



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5. πηόο + genitivo * 439( Mt 9, 15 ) = stessa costruzione semitica che “ denota una relacion
intime de la persona, a la que se aplica el sostantivo ςιόρ, con la cosa representada por el
genitivo “ 440;

6. ελ con valore strumentale * ( Mt 6, 29 ) = particella ebraica “ be “;

7. grado positivo dell‟aggettivo al posto del comparativo o del superlativo * ( Mc 9, 45 ) = “as
Hebrew and Aramaic lack a comparative form, so too in Biblical usage the sense of the
comparative or superlative is sometimes rendered by expressions using the positive “ 441;

8. largo uso di pronomi * = se è un tratto del greco parlato, il greco del Nuovo Testamento è
stato influenzato sicuramente anche dalle lingue semitiche “ where the ease with which siffix-
pronouns may be added favours their abundant use“442;

9. ripetizione di un pronome dopo il relativo ( Mc 7, 25 ) = rende il fenomeno per cui in
ebraico e in aramaico ( ma anche in siriaco e in arabo ) il pronome è indeclinabile, quindi
deve essere determinato da un pronome personale che segue 443;
                                                                                                    444
10. uso prolettico dei pronomi, per “ introdurre “ un sostantivo che segue                                = è un
aramaismo;

11. ςπρή al posto del pronome riflessivo ( Mt 11, 29 ) = il sostantivo “ nefes “, “anima, gola “,
sostituisce in ebraico il pronome riflessivo ;

12. costruzione perifrastica con verbo essere + participio * ( Gv 1, 9 ) = aramaismo;

13. participio “ grafico “ o pleonastico o descrittivo , in quanto descrive un‟azione precedente
o concomitante al verbo principale ma che è facilmente comprensibile * ( MT 8, 7 ) = riflette
un ordinario modo di esprimersi semitico, da rapportarsi probabilmente alla mentalità
espressiva semitica ;




439
    A volte il Nuovo Testamento usa una costruzione del genere ma così moderata da far pensare a forme presenti
anche nella cultura greco-romana, come in Mt 13, 38 ( “ figli del regno “ ).
440
    C. ESEVERRI HUALDE, op. cit., p. 86. Notiamo che l‟espressione πηόο ηνπ αλζξώπνπ, “ figlio dell‟uomo “
( che compare 69 volte nei Sinottici e 12 nel Vangelo di Giovanni ), è stata usata varie volte da Ezechiele
(ebraico “ben adam” ) come normale corrispettivo di “ uomo “ ( spesso in senso personale, “ io “ ). In Daniele 7,
13 si intende con l‟espressione aramaica equivalente ( “ barenash “ ) una figura non meglio identificata ( gli
studiosi pensano non tanto al Messia quanto all‟insieme degli Ebrei schiacciati dal potere siro-greco del tempo di
Daniele ). Sicuramente il Nuovo Testamento ricorre all‟uso di Daniele, ma spostandolo su un piano chiaramente
cristologico.
441
    M. ZERWICK, op. cit., p. 48.
442
    M. ZERWICK, op. cit., p. 63.
443
    In G. SACCO, op. cit., p. 88 si afferma che questo idiotismo semitico ha favorito il casus pendens.
444
    È un tratto eliminato dal testo correntemente usato del Nuovo Testamento, ma è molto presente in D: ad es.,
in Mt 12, 45 si trova αςηος ηνπ αλζξώπνπ εθείλνπ. M. ZERWICK, op. cit., p. 65.



                                                       87
14. απνθξηζείο εηπελ, “ disse rispondendo “ è un esempio particolare di participio ” grafico “
perché costituisce una formula quasi invariabile, usata anche senza una domanda precedente (
Mt 11, 25 ) = ebraico “ wejjahan wajjo‟mer “, aramaico “„anah we‟amar “;

15. i participi ιέγσλ, ιέγνληεο, ιέγνπζαη dopo verbi del dire, scrivere, pensare
–anche in modo pleonastico ma non sempre – per introdurre il discorso diretto ( Mt 1, 20 ) *
= infinito ebraico costrutto “ le‟mor “ che introduce il discorso diretto;

16. participio per l‟infinito assoluto ebraico usato per dare particolare enfasi al verbo ( che si
trova tradotto dalla Septuaginta anche come “ dativo interno “ o “ebraico “: ad es., Luca 22,
15 ) : è un septuaginismo, che si trova nelle citazioni (Atti 7, 34: ηδσλ εηδνλ da Esodo, 3,7; );

17. uso temporale di ελ ησ + infinito * 445( Mt 13, 4 ) = infinito costrutto ebraico preceduto da
“ be “;

18. εη usata come negazione in una sorta di giuramento ( Mc 8, 12 ) = particella ebraica “‟im”;

19. εη usata come particella interrogativa diretta 446 ( Atti 1,6 ) = particella ebraica “ ha “;

20. come in Osea 6,6, la mentalità semitica si esprime nei termini “ io voglio amore, non
sacrifici “ intendendo “ non voglio solo amore, ma soprattutto sacrifici “: per questa ragione
si trovano nel Nuovo Testamento modi di esprimersi simili ( come in 1 Cor 1, 17 e in Mc 9,
37 );

21. grande frequenza della paratassi, di contro all‟ipotassi, come succede nelle lingue
semitiche, di modo che la particella paratattica θαί andrà ad assumere significati vari, in
sostituzione delle particelle ipotattiche: quindi funzioni come avversativa ( Luca 4, 26 ),
concessiva ( Luca 11, 7 ), relativa ( Mt 1, 21 ), temporale ( Luca 8, 23 ) e consecutiva ( Luca
18, 26 ) 447.

   Per completezza inseriamo fra i semitismi più frequenti 448 anche θαη εγέλεην (in
conformità all‟uso ebraico di servirsi di espressioni del tipo “e” + “accadde questo” o “fu
così” + verbo principale), indicativo futuro per esprimere comando (in conformità all‟uso
ebraico, come in Mc 10, 43), verbi e nomi dalla stessa radice per esprimere enfasi (“in ebraico
la forma del verbo conosciuta come infinito assoluto si può trovare associata con un altro
elemento dello stesso verbo per esprimere enfasi”. Nel Nuovo Testamento ci sono tre varianti
principali, del tipo επηζπκία επεζύκεζα, Lc 22, 15, βιέπνληεο βιέπσζηλ, Mc 4, 12,


445
    Uso grafico attestato anche nel greco classico ed ellenistico in genere, tuttavia l‟influsso semitico si fa sentire
per il valore temporale (l‟attico impiegherebbe una proposizione secondaria o un costrutto con il participio) e,
particolarmente, per la grande frequenza e soprattutto in unione con la locuzione θαη εγέλεην ( septuagintismo :
vd. Gn 11, 2 ). G. SACCO, op. cit., p. 86; F. BLASS, A. DEBRUNNER, op. cit., p. 490.
446
    Il greco non neotestamentario riconosce l‟uso soltanto nella interrogazione indiretta.
447
    C. ESEVERRI HUALDE, op. cit., pp. 103-104. Una analisi dettagliata dei valori di θαί nel greco del Nuovo
Testamento in M. ZERWICK, op. cit., pp. 152-156.
448
    Che in E. C. JAY, New Testament Greek. An Introductory Grammar, tr. it. Grammatica greca del Nuovo
Testamento, Casale Monferrato 1993, pp. 318-324, si trovano inseriti fra i dieci principali semitismi.



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εθνβήζεζαλ θόβνλ, Mc 4, 41), distributivo espresso mediante ripetizione (ebraismo, come in
Mc 6, 7).



3. 4. Peculiarità del lessico

3. 4. 1. Voci ebraiche

  Il Nuovo Testamento offre un buon numero di voci ebraiche semplicemente traslitterate in
caratteri greci. È interessante notare che “ sia per ignoranza dei copisti 449, sia anche, e lo si
deve presumere, per interventi da parte di certuni convinti di saperla lunga, nella resa delle
parole semitiche i testimoni talvolta divergono in modo sorprendente… Sintomatiche sono le
varianti delle parole aramaiche pronunciate da Cristo sulla croce; in Mt. 2, 46 ειί: ειεη αειη
(αειί) εισ(ε)η(κ); ιεκά: ιεκα ι(ε)ηκα ιακα; ζαβαρζάλη: ζαβαρζαλεη ζαβαθηαλεη δαθζαλεη
ζαθζαλεη; … “ 450.
  Di queste voci semitiche ben poche sono quelle che erano conservate nella koiné ellenistica
precedente ( πάζρα, ζάββαηνλ ) e quelle che passarono addirittura ad altre lingue ( κάλλα,
γέελλα, Μεζζίαο, Ιεξνπζαιέκ, ζαηαλαο ) 451.

1. αββα: aramaico, “ padre “;
2. αιιεινύηα : ebraico, “ lodate Dio “;
3. ακήλ: ebraico, dal verbo della fede “ aman “, che etimologicamente significa “ basarsi su “;
4. γέελλα: una località di Gerusalemme, il cui nome completo era “ Ghe‟-ben-Hinnon “, “
valle del figlio di Hinnon “;
5. Ιεξνπζαιήκ: aramaico; tuttavia è frequente la forma greca Ιεξνζόιπκα;
6. Κεθαο: aramaico, “ pietra “; il nome greco è Πέηξνο ;
7. θνξβάλ: ebraico, “ offerta sacra “;
8. θνξβανλαο: aramaico, erario del Tempio di Gerusalemme;
9. κακσλαο: aramaico, “ ricchezza, guadagno “;
10. κάλλα: “ manna “;
11. καξαλα ζα: aramaico, “Signore vieni “;
12. Μεζζίαο: dall‟aramaico o ebraico, “ unto “; in greco la forma è Φξηζηόο;
13. πάζρα: dall‟aramaico o ebraico;
14. ξαββεί: ebraico e aramaico, “ mio maestro “;
15. ξαββνλί o ξαβνπλεί: aramaico, “ maestro “;
16. ξαθά o ξαρά: ebraico o aramaico, ingiuria;

449
    Se poi il lavoro dei copisti dell‟antichità sarebbe stato svolto sotto dettatura ( come ritengono studiosi come T.
C. SKEAT, The Use of Dictation in Ancient Book Production, in “ Proceedings of the British Academy” XLIII
(1956), 179-208 ), gli sviamenti sarebbero ben più comprensibili. Tuttavia l‟opinione maggiormente diffusa oggi
è che i libri si copiavano leggendo. Così A. DAIN, Les Manuscrits, Paris 1975, pp. 20-50, in cui spiega che
annotazioni che compaiono dopo il titolo di certe opere del tipo απν θσλή, non sono relative al lavoro di
copiatura, bensì al fatto che l‟opera è stata composta ascoltando un insegnamento orale.
450
    F. BLASS – A. DEBRUNNER, op. cit., p.93. Sui notevoli problemi relativi alla resa in greco della particolare
fonetica semitica ( soprattutto le consonanti gutturali e le vocali ridotte ) vd. alle pp. 94-100.
451
    G. SACCO, op. cit., p. 80.



                                                         89
17. ζάββαηνλ: dall‟ebraico ebraico, “ riposo “;
18. ζαηαλαο: dall‟aramaico o ebraico, capo dei diavoli;
19. ζίθεξα: dall‟aramaico o ebraico, bevanda fermentata.


3. 4. 2. Vocaboli ed espressioni dal significato semitico o biblico

  Fra i vocaboli principali che assunsero una talmente diversa semantica proveniente dal
contesto linguistico semitico o culturale biblico “ che un orecchio greco doveva restarne
impressionato la prima volta che li udiva “ 452, ricordiamo:

1. αδειθόο: traduce l‟aramaico “aha” ( nella Septuaginta anche l‟ebraico “ah “), che significa
“ fratello, cugino, nipote, alleato “;

2. αιήζεηα: mentre per il mondo greco la verità è lo svelamento dell‟essere, che si dà all‟uomo
che si pone in rapporto con il mondo 453, è la scoperta del senso profondo della realtà, per la

452
   G. SACCO, op. cit., p. 81.
453
    Deriva da ιαλζάλσ con α privativo: il senso allora è “non nascosto, disvelato”. Le più antiche testimonianze
della parola quindi hanno un senso di “ non falso “ ( Iliade, XXIV, 407: “ άγε δε παζαλ αιεζείελ θαηάιεμνλ “ ),
mentre solo con Parmenide il termine si collega all‟ “ essere “,. perché la verità è l‟ontologia, a cui Parmenide è
iniziato dagli insegnamenti della dea Dike. Secondo la ricostruzione etimologica di M. HEIDEGGER
(Sull‟essenza della verità, Brescia 1985 ) la verità è tale solo come non-nascondimento: perché se è
disvelamento, c‟è sotteso ad essa che si manifesta un nascondimento anteriore, di cui essa è per l‟appunto il
disvelamento. Gli enti che si manifestano sono preceduti dall‟ “ ente in totale “ che si è nascosto prima di ogni
manifestazione degli enti. Quindi gli enti possono manifestarsi solo in virtù di quel nascondimento. Pertanto la
verità dell‟essere ha come peculiarità il nascondimento, perché gli enti si manifestano proprio grazie all‟ “ ente
in totale “ che rimane, in questo modo, occulto. In pratica, sarebbe quello che è noeticamente sotteso al verbo
νηδα: il sapere è uno stato perfettivo basato su un precedente *είδσ, quindi è riproposizione in altre forme di ciò
che è anteriore. Facendo un passo avanti possiamo dire che per il Greco la conoscenza per eccellenza è un vedere
cose che prima non si vedevano o non ci vedevano come sono. Nell‟Inno a Demetra troviamo: όιβηνο νο ηάδ
όπσκελ επηρζνλίσλ αλζξώπσλ (v. 5 ). E Giorgio Colli ( La sapienza greca, vol. 1., Milano 1977, pp.28-29 )
scrive: “ Eppure, allargando un po‟ lo sguardo, non dovrebbe sfuggire che l‟uso astratto del pronome
dimostrativo, per indicare l‟oggetto della conoscenza, è nello stile del grande misticismo speculativo –basta
rivolgersi al linguaggio delle Upanishad –proprio perché la paradossalità grammaticale allude alla sconvolgente
immediatezza di ciò che è lontanissimo dai sensi. E rimanendo alla Grecia, nell‟epoca della sapienza come in
quella della filosofia, è facile verificare la frequenza con cui l‟atto della conoscenza suprema è chiamato un
„vedere‟. Riguardo a Platone poi è possibile documentare, quando si avventura a descrivere l‟esperienza
conoscitiva delle idee, l‟uso di una terminologia eleusina, cosicché si può suggerire l‟ipotesi che la teoria delle
idee, nel suo sorgere, fosse un tentativo di divulgazione letteraria dei misteri eleusini, in cui l‟accusa di empietà
veniva prevenuta con l‟evitare qualsiasi riferimento ai contenuti mitici dell‟iniziazione. E ancora in Aristotele,
che non è certo il più mistico dei filosofi, la cosa viene ribadita, e in termini del tutto espliciti: leggiamo in un
suo frammento che la conoscenza noetica va riportata alla visione eleusina “. Tuttavia P. CHANTRAINE
(Dictionnaire étymologique de la langue grecque. Histoire des mots, vol. 2, Paris 1968, p. 618 ) sembra rifiutare
la etimologia di Heidegger poiché dice soltanto che il termine “par oppisition au mensonge, implique qu‟on ne
cache rien…, d‟où „verité‟ en général, „realité‟ (ion.-att.); dans certaines conceptions philosophiques αλήθεια
est opposé à Λήθη, „oubli‟, et implique que l‟on sait, que l‟on se souvient “. Però è doveroso osservare che,
quand‟anche si considerasse l‟etimologia di Heidegger alla stregua di una Volksetymologie, tuttavia dalla stessa
deriverebbe almeno, inevitabilmente, tutta una ricostruzione culturale di ciò che, secondo Heidegger, dai Greci
era espresso con la parola αιήζεηα. Non diversamente dal fatto che, fra innumerevoli esempi, “ corpus “ era
paraetimologizzato da Isidoro di Siviglia da “ corruptus perit “ in base alla vera concezione di allora che si
aveva dell‟antropologia.



                                                        90
Antico Testamento la verità è essenzialmente la fedeltà al messaggio divino ( il termine
ebraico “ emet “ indica sia la verità che la fedeltà ): quindi per il Nuovo Testamento la verità è
l‟adesione al messaggio di Cristo.

3. αλάζεκα: non indica più la offerta votiva, ma, secondo l‟uso fatto dalla Septuaginta che vi
traduce “ herem “, l‟oggetto d‟ira e di maledizione;

4. δαηκόληνλ: non è più lo spirito che guida Socrate, un nume divino, ma un angelo ribelle o
una falsa divinità ( in relazione ai termini ebraici “ elil “ e “shedim “ );

5. δόμα: nel mondo greco il termine, derivando da δνθεηλ, “ aver l‟apparenza “, significa “
opinione “ ( cioè quello che mi sembra ) oppure “ reputazione, fama “ (quello che sembro agli
altri ), invece la Septuaginta vi traduce il termine ebraico “ kabod “, che indica la gloria di
Dio come potenza dell‟essere (etimologicamente significa “ pesante”, quindi indica
l‟importanza; e “onore” accordato per importanza oggettiva ). Pertanto il Nuovo Testamento
ha mutuato il senso dalla traduzione greca dell‟Antico Testamento, conferendo al termine il
senso di “ gloria, potenza, magnificenza “ di Dio 454;

6. έζλε: indica le popolazioni diverse da quella di Israele, quindi che praticano culti idolatrici
( ebraico ” noiim “) 455;

7. εμνκνινγεηζηαί ηηλη : nel greco anteriore significava “ mettersi d‟accordo “, invece nel
Nuovo Testamento significa “ lodare qualcuno “;

8. επαγγέιηνλ e επαγγειίδεζζαη: anche se già Omero usava il sostantivo ( “ ricompensa per la
buona notizia “ ) e nell‟iscrizione di Priene del 9 a. C. significa “ buoni annunci “, il Nuovo
Testamento deve essersi collegato al valore proveniente dall‟uso che ne fece la Septuaginta
traducendo il verbo ebraico “basser “, “ annunciare “: comunque l‟uso neotestamentario è
innovativo, perché si riferisce inequivocabilmente alla persona di Gesù Cristo ( l‟indicazione
del genere letterario con il sostantivo è sicuramente posteriore agli eventi evangelici) 456;

9. επραξηζηία: nel greco anteriore significava “ ringraziamento, gratitudine “, mentre il
significato evangelico forse dipende dal termine ebraico “ beraka “, che significa “
ringraziamento, lode, benedizione “ ed indica un genere liturgico ebraico che prevedeva
formule affinché i sacerdoti chiedessero a Dio la sua grazia e i fedeli ringraziassero.
Addirittura oggi essa è “ la base della preghiera “ ebraica 457;

10. ζάιαζζα: dato che in ebraico e aramaico un solo termine, “ iam “, indica sia il “mare” sia
il “lago”, il lago di Tiberiade si trova quasi sempre indicato così (tranne in Luca che usa
ιίκλε);

11. θνηιία: in Gv 7,38 non è più solo il grembo, ma lo spirito umano (“beten“);

454
    G. KITTEL – G. FRIEDRICH, op. cit., alla voce δόμα.
455
    Tuttavia anche gli Ebrei si chiamano έζλνο , ma in senso politico, G. SACCO, op. cit., p. 82.
456
    G. KITTEL – G. FRIEDRICH, op. cit., alle voci επαγγειίδεζζαη e επαγγέιηνλ.
457
    R. T. MAZZI, La preghiera ebraica. Alle radici della ecologia cristiana, Milano 2004, p. 55.



                                                       91
12. θνηλόο: “ impuro “, perché comune alle altre popolazioni;

13. ιύηξσζηο: anche se era già conosciuto il significato di “ riscatto “, tuttavia il termine
acquista tutti i significati di “redenzione” solo in base all‟istituto giuridico ebraico del
levirato, secondo il quale il parente più prossimo, che diviene “ goel “, deve riscattare chi è
caduto in schiavitù ;

14. όλνκα: indica la “ persona, l‟essenza di una persona “, in conformità all‟ebraico “shem”;

15. ξεκα: “ fatto, azione “ come l‟ebraico “ dabar “, che significa sia “ parola “ sia “ fatto,
azione “ 458;

16. ζάξμ: nel senso di “ persona, uomo “ come l‟ebraico “ basar “.



  Molti sono anche i neologismi semantici derivati dal contesto giudeo-cristiano. Pensiamo
soltanto a vocaboli come:

1. αλίζζεκη: nel mondo greco significava soltanto “ alzarsi “, invece nel Nuovo Testamento
diventa un termine tecnico per indicare la risurrezione, insieme a εγείξσ, che significava “
svegliarsi, alzarsi “;

2. απόζηνινο: nel greco anteriore indicava la truppa, la flotta militare, l‟ammiraglio;



458
    Una accezione simile la presenta anche l‟ebraico e l‟aramaico “ memra “, “ parola, azione “. Nella cultura
ebraica, infatti, la parola è lo strumento con il quale Dio crea il mondo. Per questo la Genesi si apre con quel
“disse “ da cui si squadernano tutti gli enti. Per questo la tradizione ricorda che la prima lettera dell‟alfabeto
ebraico, la alef, ha quattro braccia rivolte ai quattro angoli spaziali come per abbracciare tutto il mondo. Per
questo “ memrah viene da „parlare‟, amar, che si spiega come sigla in cui alef sta per esh, „fuoco‟; mem per
maim, „acque‟; resh per ruah, „aria, spirito‟: in breve, l‟essenza di chi parla “, E. ZOLLA, Che cos‟è la
Tradizione, Milano 1998, p. 38. Ricordiamo inoltre che il concetto della parola come potenza è presente anche in
molte altre culture antiche. Pensiamo soltanto alla cultura egiziana per la quale la parola di Ra-Atum, uscendo
dalla sede dello spirito ( “ ib “ ), crea tutte le cose, e in un modo tale che è lo stesso principio a reggere e la
potenza della parola e la realtà delle cose, perché l‟atto dello sputare ( “ises “ ) crea Su, mentre l‟atto del
piangere ( “ remi “ ) crea gli uomini ( “ romet “ ); inoltre, nella Stele di Sciabaka si legge che Ptah crea tutte le
cose che così “ hanno al loro interno il cuore e la parola del dio “; non solo, ma il geroglifico presenta spesso nei
templi il gruppo “ ied-medu “, “ parole da dire “: dato che “ ied “ significa anche “ stabilità “, alcuni concludono
che per la cultura egiziana le parole della divinità ( e del faraone ) sono le sole durevoli. Nella cultura babilonese
Marduk parla e fa comparire nel cielo le costellazioni d‟Egitto. Cfr. E. BRESCIANI, Letteratura e poesia
dell‟antico Egitto. Cultura e società attraverso i testi, Torino 1999; S. DONADONI, Testi religiosi egizi, Torino
1970; G. FURLANI, Miti babilonesi e assiri, Firenze 1958; G. CASTELLINO, Testi sumerici e accadici, Torino
1977; M. ELIADE, Cosmologia e alchimie babilonesi, Firenze 1975; S. MOSCATI ( a cura di ), L‟alba della
civiltà, Torino 1976. Per gli influssi delle prime grandi civiltà sulla Bibbia cfr. AA. VV:, Scritti dell‟Antico
Vicino Oriente e Fonti Bibliche, Roma 1988; H. BONDI, Cosmologie a confronto, Torino 1976; AA. VV:,
L‟uomo nella Bibbia e nelle culture ad essa contemporanee, Brescia 1975; P. GIBERT, Bibbia, miti e racconti
dell‟inizio, Brescia 1993.



                                                         92
3. βαπηίδσ: nel greco anteriore era un semplice intensivo di βάπησ, “immergere“, nel Nuovo
Testamento indica il battesimo;

4. δπλάκεηο: nel greco classico anteriore indicava la forza, nel Nuovo Testamento passa ad
indicare il miracolo. Da notare che il Nuovo Testamento ha una terminologia specifica e
tecnica per i miracoli: il primo termine ricorre 119 volte ed allude alla potenza del miracolo;
ζεκεηνλ ( 77 volte ) evoca il valore simbolico del miracolo ( ad es., quello delle nozze di
Cana); ηέξαηα ( 16 volte ), cioè “ prodigi “, che è accostabile al latino “ miraculum “ perché
indica la meraviglia di chi assiste 459; infine vi sono alcuni termini che si riferiscono
all‟aspetto dell‟opera che è stata realmente compiuta, cioè έξγνλ, εξγάδεζζαη, πνηεηλ 460.

5. εθθιεζία: che passa da “ assemblea “ in genere a “ chiesa “;

      Invece, fra le principali espressioni semitiche e bibliche sono da citare:

1. “ …il tempo di levare la mia tenda “ ( 2 Pietro 1, 14 ) = morire;

2. “ gustare la morte “ ( Mc 9, 1 ) = “ morire “: rende un‟espressione equivalente aramaica e
ebraica ;

3. “ conoscere uomo o donna “ ( Mt 1, 25 ) = “ rapporto sessuale “;

4. “ sedere alla destra di Dio “ ( 1Eb 1, 13 ) = “ partecipare alla sua Divinità “ 461;

5. “ πηζηεύεηλ ελ “, “ credere in “ ( Mc 1, 14 ) = ricalca l‟espressione ebraica del credere
“fondarsi su “ ( cioè “ aman “ );

6. “ indurire il volto per … “ ( Lc 9, 51 ) = calco di un‟espressione aramaica che indica una
decisione libera e coraggiosa;

7. “ ηί εκνη θαη ζνί, γύλαη ; “ ( Gv 2, 4 ) = questa espressione, che ha suscitato mari di carta di
spiegazioni, si comprende semplicemente come calco dell‟espressione ebraica “mah-li walak“
(alla base di altre attestazioni neotestamentarie dello stesso genere, come in Lc 8, 28) che
significa “ che c‟è in comune fra me e te ? “, il cui valore specifico si desume dal contesto nel
quale è usata: può significare, infatti, ostilità o semplice volontà di non agire. Quindi la
pericope successiva –“ non è ancora ora ! “ ( che sarebbe, però, per il linguaggio giovanneo:
non è ancora arrivata la mia Ora )- aiuta a capire che il senso è quello del disimpegno senza
toni di ostilità. Il vocativo “ oh donna“ non è affatto indizio di ostilità, perché è il modo
consueto per esprimersi verso una persona di sesso femminile nell‟età tarda;

8. “ πξόζσπνλ ιακβάλεηλ “, “guardare alla persona” (Luca 20, 21) = far preferenza;


459
    Ricordiamo a margine che Nonno nella sua Parafrasi al Vangelo di Giovanni usa ζάκβνο, “ oggetto di
meraviglia “ ( Cfr. 4. 251 ).
460
    G. RAVASI, La Buona Novella, op. cit., p. 157.
461
    G. SACCO, op. cit., p. 83.



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9. “ζηόκαηη καραίξεο”, “ per bocca della spada” (Luca 21, 24) = secondo il giudizio;

10. “per mano di qualcuno” (Marco 6,2) = per intervento di qualcuno;

11. “ parlare per bocca dei santi” (Luca 1, 70) = parlare direttamente (formula ebraica ideata
per salvare la trascendenza divina );

12. “porre nel cuore” (Luca 1, 66) = pensare in profondità o proporsi in animo qualcosa;

13. “ frutto del lombo” (Atti 2, 30): = figlio;

14. “cercare la vita “ (Matteo 2, 20) = voler uccidere;

15. “aprire gli occhi” (Matteo 20, 33) = dar la vista ai ciechi;

16. “porte dell‟Ade” (Matteo 16, 18): forze sataniche;

17. “ mangiare pane “ al posto di “mangiare” in genere ( Matteo 15, 2) = mangiare (poiché il
pane era inteso come il cibo per antonomasia, tanto era considerato importante 462);

18. “non essere trovato “ (Apocalisse 12, 8) = non esistere.



3. 5. Influssi latini

  Blass e Debrunner 463 osservano che i latinismi non hanno la stessa importanza dei
semitismi e li dividono in:

1. Parole e modi di dire direttamente assunti dal latino ( come nomi propri, espressioni del
gergo militare, espressioni del gergo della vita pubblica e dell‟amministrazione, misure e
monete, espressioni del commercio e delle comunicazioni, voci singole 464);

2. suffissi latini, entrati anche nel greco, ma presenti nel Nuovo testamento solo in relazione a
nomi propri (per esempio nella Lettera ai Filippesi 4, 15 compare Φηιηππήζηνη );

3. Traduzioni e calchi di vocaboli latini;

4. Latinismi fraseologici;


462
    Nella cultura semitica e mediorientale in genere “ non si può dare il pane agli animali; se si inciampa in un
pane caduto per terra, lo si raccoglie e pulisce, e ancor oggi gli arabi non tagliano il pane con il coltello per non
„ucciderlo‟, considerandolo quasi una creatura vivente “, G. RAVASI, La Parola e le parole, Milano 1999, p.
213.
463
    F. BLASS-A. DEBRUNNER, op. cit., pp. 58-62.
464
    Come νπαί (che può derivare però sia da vae, che dall‟ebraico hoi).



                                                        94
5. Latinismi che sembrano greco ( come εθ κέζνπ αίξεηλ che deriva da de medio tollere, come
nella Prima Lettera ai Corinzi 5, 2).

      Invece Marucci 465 procede in questo modo:

1. “Latinismi veri e propri”, ovverosia le 27 traslitterazioni dal latino al greco presenti nel
Nuovo Testamento e le locuzioni tipicamente latine (indichiamo fra parentesi, a titolo
puramente esemplificativo, solo una ricorrenza ):

αζζάξηνλ = assarius (Mt 10,29);
δελάξηνλ = denarius ( Mt 18, 28);
επξαθύισλ = euroaquilo (At 27, 14);
Καηζαξ = Caesar (Mt 27, 17);
θεληπξίσλ = centurio (Mc 15, 39);
θελονο = census ( Mt 17, 25);
θνδξάληεο = quadrans (Mt 5, 26);
θνισλία = colonia ( At 16, 12);
θνπζηώδηα = custodia (Mt 27, 65);
ιεγίσλ = legio (Mt 26, 53);
ιέληηνλ = linteum (Gv 13, 4);
ιηβεξηηλνο = libertinus (At 6, 9);
ιίηξα = libra (Gv 12, 3), che, a rigore, non è né traslitterazione, né adattamento, bensì
corrispondenza lessicale;
κεκβξάλα = membrana (2 Tm 4, 13);
κίιηνλ = mille (Mt 5, 45);
κόδηνο = modius (Mt 5, 15);
μέζηεο = sextarius (Mc 7, 4);
πξαηηώξηνλ = praetorium (Mt 27, 27);
ξέδε = raeda (Ap 14, 13);
ζηθάξηνο = sicarius (At 21, 38);
ζηκηθίλζηνλ = semicinctium (At 19, 12);
ζνπδάξηνλ = sudarium (Lc 19, 20);
ζπεθνπιάησξ = speculator (Mc 6, 27);
ηίηινο = titulus (Gv 19, 19);
θξαγέιιηνλ = flagellum (Gv 2, 15);
θξαγειινπλ = flagellare (Mt 27, 26);
ρσξνο = corus (At 27, 12).

ζπλβνύιηνλ ιακβάλεηλ = consilium capere, inire (Mt 12, 14);
νδνλ πνηεηλ = iter facere (Mt 2, 23);
εζράησο έρεηλ = in extremis esse (Mc 5, 23);
εηπελ δνζελαη απηε θαγεηλ = iussit ei ad manducandum dari (Mc 5, 23);
θξαηεηλ = memoria tenere (Mc 9, 10);

465
   C. MARUCCI, Influssi latini sul greco del Nuovo Testamento, in “Filologia neotestamentaria” 6 (1993) pp. 3-
29. L‟autore osserva, tra l‟altro, che i “ latinismi veri e propri “ ricorrono soprattutto nei vangeli e negli Atti.



                                                        95
θαηαθξηλνπζηλ απηνλ ζαλάζσ = capite damnabunt ( Mc 10, 33);
έρεηλ όηη = habere come “ritenere” (Mc 11, 32);
ξαπίζκαζηλ απηνλ έιαβνλ = verberibus eum acceperunt (Mc 14, 65);
ην ηθαλνλ πνηεηλ = satisfacere (Mc 15, 15);
ηηζήλαη ηα γόλαηα = genua ponere (Mc 15, 19);
αμηόο εζηηλ σ παξέμε ηνπην = dignus est cui hoc praebeas (Lc 7, 4);
δηέηαμελ απηε δνζελαη θαγεηλ = iussit illi dari manducare (Lc 8, 55);
δνο εξγαζίαλ = da operam (Lc 12, 58);
έρε κε παξεζεκέλνλ = habe me excusatum (Lc 14, 19);
νπ κεηα πνιιαο ηαύηαο εκέξαο = non post multos hos dies (At 1, 5);
ιαβόληεο ην ηθαλόλ = cum satis accepissent (At 17, 9);
θαζόηη έζηεζελ εκέξαλ = diem statuere (At 17, 31);
εμειζελ εθ κέζνπ απησλ = exiit de medio eorum (At 17, 33);
όςεζζε απηνί = vos ipsi videritis (At 18, 15);
εηο απειεγκνλ ειζεηλ = in redargutionem venire (At 19, 27);
αγνξαηνη άγνληαη = conventus aguntur (At 19, 38);
αξπαζαη εθ πέζνπ = rapere de medio (At 23, 10);
έξξσζζε = valete (At 15, 19);
έξξσζν = vale (At 23, 30);
ην λπλ έρνλ = ut nunc res se habent (At 24, 25).

2. “Costruzioni latineggianti”, ovverosia alcuni modi di esprimersi che, pur essendo greci,
sono più comuni in latino, come:

εθ κέζνπ αίξεηλ = de medio tollere (1 Cor 5, 2);
verbi di comando seguiti da accusativo di chi riceve il comando + infinito passivo (anziché
attivo )o solo infinito passivo (Mt 9, 19);
dopo infinito il pronome riflessivo in accusativo e in composizione con predicato nominale
(“nel greco classico non si usa introdurre esplicitamente il riflessivo, se non in
contrapposizioni ) ( Lc 20, 20);
secondo alcuni, ίλα con senso consecutivo, dichiarativo o epesegetico, per influsso di ut.

3. “Espressioni contestate”, ovverosia costrutti la cui matrice latina è molto incerta, come:

θξάββαηνο (Mc 2, 4) derivante da grabatus;
γάκνο al plurale (Mt 22, 2) per influsso di nuptiae (plurale tantum);
πξν έμεκεξσλ ηνπ πάζρα (Gv 12, 1) derivante dal modo latino di esprimere le date (come
ante diem tertium Kalendas );
in Paolo (Rm 12, 1) appare a volte δηά + genitivo invece di πξόο ηηλνο in supplica veemente
forse per influsso di per + accusativo;
dativo per esprimere il complemento di relazione (anziché l‟accusativo) (Mt 5, 3);

4. “Termini tecnici amministrativi “ che sono sì greci, ma usati senza dubbio in contesto
romano, come:

αλζύπαηνο = proconsul ;



                                               96
ζηξαηεγνί = duumviri;
ρηιίαξρνο = tribunus;
απνγξαθή = census;
πποζηάηιρ = patrona;
δηεηία = biennium.

   Marucci infine, dopo un‟analisi della ricorrenza dei latinismi in alcuni autori che scrissero
in koiné (Polibio, Filone Alessandrino, Flavio Giuseppe, Plutarco, papiri egiziani), osserva
una omogeneità complessiva, anche se il Nuovo Testamento presenta un numero
relativamente maggiore di influssi latini, fatto, quest‟ultimo, giustificabile sulla base della
semplice casualità oppure nel considerare che il Nuovo Testamento è stato scritto “da e per
gente del popolo. Tale spiegazione deriva probabilmente da una concezione semplicistica in
merito alla formazione degli scritti neotestamentari, che a nostro parere sono stati molto più
filtrati e curati di quanto non si credesse un tempo”.



3. 6. Aspetti linguistici degli scritti neotestamentari

   Blass e Debrunner osservano che, per l‟uso della lingua, “ il più negligente è l‟autore
dell‟Apocalisse, i più accurati sono Luca e l‟autore della Lettera agli Ebrei “ 466.
   Quando si fanno considerazioni stilistiche in genere non è sempre possibile ottenere
risultati da tutti accettati. Tuttavia si concorda, nel panorama degli studi contemporanei,
nell‟attribuire a Luca e all‟autore della Lettera agli Ebrei il greco più elegante e sofisticato del
Nuovo Testamento. Dato che questo greco è a tutti gli effetti koiné ellenistica, anche gli autori
appena evocati scriveranno in una lingua della decadenza, intarsiata dei fenomeni
degenerativi supra visti ( che la allontanano dal greco classico ) e, in particolar modo, di
semitismi, derivanti dalla mentalità, dalla lingua allora comunemente parlata, e finanche dalle
fonti, aramaiche, onde attingevano. Non solo, ma il fatto di non avere pretese letterarie
(mettiamo, come Polibio o Plutarco o Filone o Giuseppe Flavio ) 467, perché il loro scopo
primo era di farsi capire per tramandare il nuovo messaggio, ci fa inferire che “ gli Apostoli
dovettero usare –si può ammettere a priori, considerando il loro scopo – quel greco che era
costume usare, scrivendo, nella buona società d‟allora e che doveva essere lo stesso su per giù
dappertutto, presso a poco come noi parliamo e scriviamo l‟italiano nelle varie regioni della
Penisola, non ostante le varietà dei dialetti italici “468, senza che vi fosse traccia alcuna della
cultura classica propriamente detta 469.
   Pertanto non dobbiamo aspettarci la lingua raffinata di un atticista né, per quello che poteva
essere, di un Giuseppe Flavio, come si è detto. Però è fuor di dubbio che, rispetto a questa

466
    F. BLASS – A. DEBRUNNER, op. cit., p. 54.
467
    Questa peculiarità si vede bene nel Vangelo di Luca e negli Atti, dove c‟è una grande differenza fra i prologhi
delle due opere ( che ammiccano a quelli dei grandi storici greci ) e il resto della materia letteraria: è chiaro che
se Luca, come tutti gli autori neotestamentari, avesse avuto preoccupazioni letterarie, avrebbe scritto anche il
resto con la medesima cura e il medesimo tenore stilistico.
468
    G. SACCO, op. cit., p. 115.
469
    Al contrario, mettiamo, di Clemente Romano che parla dei γπλαηθεο Δαλαίδεο θαη Δίξθαη e dell‟araba feniche,
F. BLASS – A. DEBRUNNER, op. cit., p. 54.



                                                        97
linea ideale di stile, a questa applicazione (“parole“), che definiamo “ generale “ della “
langue “ ellenistica, del sistema linguistico del periodo tardo 470, come anche questo si è visto,
gli autori dovettero tralignare singolarmente.
   Così, fra i Vangeli, quello di Luca ( che è il più lungo, composto da 19.404 parole con
2.055 vocaboli diversi ; gli Atti invece hanno 18.374 parole471 ) è senza dubbio il migliore.
Naturalmente a ciò è concorsa la cultura personale, perché Luca ( così come Paolo, della
profondamente ellenizzata Tarso e consumato negli studi ), medico di professione, era
sicuramente ben ellenizzato essendo siro-antiocheno. Scendendo nel particolare, dal Vangelo
di Luca spicca, oltre alla terminologia ricca e varia ( nonché letteraria: παξέδνζαλ in 1, 2 e
θξάηηζηε in 1, 3 ) e all‟uso dell‟ottativo (le più numerose testimonianze del modo verbale
all‟interno del Nuovo Testamento sono proprio di Luca472) soprattutto il cosiddetto “ periodo“
(cioè la combinazione di un certo numero di frasi in un‟unità organica e ritmica, cioè in modo
tale che queste siano disposte in parallelo, sinonimico o antitetico), tipico della prosa artistica
del greco elevato (cioè, secondo la funzione poetica di R. Jakobson, che pone l‟accento “sul
messaggio per se stesso“, ovvero che vuole non solo dire ma anche piacere”) 473: per esempio,
in 1,1-4 c‟è parallelismo fra “ πνιινη επερείξεζαλ “ e “ έδνμε θακνη “, fra “αλαηάμαζηαη” e
“γξάςαη”, fra “ θαζσο” e “ηλα”. Cosa che si ritrova anche in Atti 15,24-26.
   Il Vangelo di Matteo è scritto in un greco tanto intarsiato di semitismi e di citazioni
veterotestamentarie che si è pensato che sia una traduzione di un originale ebraico ( così la
pensava il vescovo di Hierapolis Papia ), tuttavia l‟ipotesi sembra oggi scartata. In realtà, il
greco di Matteo, composto di 18.278 parole, con 1691 vocaboli diversi, di cui 151 ricorrono
solo nel suo Vangelo 474, è una lingua abbastanza scorrevole, con una terminologia a volte
sofisticata ( per esempio, παιηλγελεζία in 19, 28) e un periodare piuttosto articolato.
   Al contrario del Vangelo di Marco ( il più corto, formato solo da 11.229 parole ), che
procede con uno stile essenziale e spezzato, dominato pesantemente dalla paratassi ( è un
susseguirsi di θαί e λπλ ). Mentre Matteo ha un linguaggio corretto e regolare, Marco incorre
spesso in errori, relativi soprattutto alla non continuità nell‟uso dei tempi verbali. Il lessico
presenta molti latinismi. Dimostra una vera incapacità a elaborare la materia letteraria 475,
anche se i racconti sono molto spesso pittoreschi, in maniera maggiore rispetto a quelli dei
sinottici ( pensiamo soltanto alla Trasfigurazione, 9, 2-12, nel quale si dice che le vesti di
Gesù “ divennero splendenti e talmente candide che nessun lavandaio sulla terra potrebbe
renderle così candide “, v. 3 ).
   Il Vangelo di Giovanni , composto di 15.416 parole, di cui 1011 termini diversi 476,
presenta una sintassi semplice ( che ricorre spesso a strutture paratattiche ma parallelistiche,
così da creare antitesi e comparazioni; ricorre anche all‟asindeto fra frasi nelle sezioni
narrative, diversamente dai Sinottici 477; peculiare inoltre “the use of καί in contrastated
statements” 478). La peculiarità del greco adoperato sta soprattutto nella semantica: il lessico,
infatti, intarsiato di semitismi, è quasi tecnico ed altamente specifico. Leggere il Vangelo di
470
    F. SAUSSURE, Cours de linguistique générale, tr. it. Corso di linguistica generale, Bari 1972.
471
    G. RAVASI, La Buona Novella, op. cit., pp. 74-75.
472
    A. MEILLET, op. cit., p. 348.
473
    Linguistica e poetica, in Saggi di linguistica generale, Milano 1963, pp. 181-209.
474
    G. RAVASI, La Buona Novella, op. cit., p. 52.
475
    Cfr. J. A. KLEIST, The Gospel of St Mark, Milwaukee 1936.
476
    G. RAVASI, La Buona Novella, op. cit., p. 96.
477
    F. BLASS-A. DEBRUNNER, op. cit., p.563.
478
    J. H. MOULTON-R. HOWARD-N. TOURNER, op. cit., vol. 2, Edinburgh 1928, p. 469.



                                                      98
Giovanni equivale ad immergersi in un mondo profondo e teologicamente denso (tanto
diverso quindi dai Sinottici per contenuti ed esposizione). Il forte afflato intellettuale si
esprimerebbe per alcuni anche con un lessico tipico del pensiero greco (ιόγνο, αιήζεηα,
πλεύκα, γηγλώζθσ ) : tutto questo ha portato a pensare che l‟autore si sia rivolto al mondo
greco ( Bultmann, Dodd). Tuttavia una più profonda analisi del Vangelo mostra che ci sono
ventuno citazioni esplicite dell‟Antico Testamento, insieme a un numero elevatissimo di
allusioni, riguardanti anche una tradizione ebraica settoriale come quella testimoniata dai testi
di Qumran. Quindi anche il lessico, che, all‟apparenza, si collega al mondo greco, deve essere
compreso in chiave semitica: anche se gli stoici si riferivano al ιόγνο come potenza creatrice,
un tale valore è presente soprattutto nella cultura mediorientale ( nel prologo c‟è addirittura un
esplicito richiamo ai primi versetti della Genesi dove “ Dio disse: Vi sia la luce. E la luce fu “,
1,3 ); la “verità” è soprattutto il messaggio di Cristo che necessita di adesione ; “conoscere “
riflette il verbo semitico equivalente che indica anche amore, fedeltà, intimità. Veramente
interessante che l‟incarnazione del Verbo (1, 14 ) è descritta da εζθήλσζελ, “attendarsi “, con
un‟allusione alla tenda (ζρελή) del Tempio, creando pure forse un gioco di parole fra le
consonati s, k, n del verbo greco e la radice del termine ebraico “shekinah”, che indica la
presenza divina nel tempio 479. Il Vangelo di Giovanni è un testo estremamente originale, con
un linguaggio specifico (nonostante la povertà lessicale di cui supra ), dipendente molto dal
sostrato semitico: ζάξμ indica prettamente la “ fragilità “ umana, secondo un valore del
termine ebraico corrispondente; νη Ινπδαίνη assumono spesso una caratterizzazione
metastorica per indicare in genere il male che si oppone sempre a Gesù; distinzione fra ν πηόο
( Cristo, figlio di Dio per eccellenza ) e ηα ηέθλα ( gli altri uomini ); θόζκνο indica spesso il
“mondo “ come entità negativa che si oppone a Cristo; κέλεηλ indica il “rimanere” ma come
unità assoluta e perfetta; κηζεηλ indica l‟”odiare “ nel senso di ogni forma di opposizione
verso Cristo e i cristiani; ώξα è il momento della passione, morte e glorificazione di Cristo;
δόμα è la “gloria” che Cristo assume già nel momento della croce ( per questo si giustificano i
termini regali che intarsiano il racconto della passione e morte di Gesù e anche l‟uso
particolare del verbo πςνπλ, “innalzare “: “E quando io sarò innalzato da terra, attirerò tutti a
me “ Gv 12, 32 ); “ bel pastore “ (10,11) perché l‟aggettivo θαιόο traduce l‟ebraico “tob”,
“bello, buono “; αγαπαλ è il tratto distintivo del cristiano; ςσκίνλ, “boccone “, è usato in 13,
26-30 fortemente connotato, secondo alcuni, in base all‟usanza di dare all‟ospite il “boccone
dell‟ospitalità “, cioè il cibo migliore della casa ( Gesù allora riverserebbe su Giuda tutto il
suo amore ), secondo altri, in base all‟usanza di intingere le erbe amare nella salsa durante il
banchetto pasquale, secondo altri ancora, in base al fatto che con questo termine la comunità
delle origini indicava l‟eucaristia; κηκλέζθεηλ significa capire il senso profondo degli
avvenimenti di Gesù, quindi “ credere “; distinzione fra απνζηέιισ e πέκπσ, perché il primo
verbo è usato da Gesù quando egli vuole dire che è inviato sotto la totale responsabilità del
Padre ( basandosi sulla figura giuridica del tardo-giudaismo della “saliah”, per la quale
inviato e inviante sono la stessa cosa ), mentre il secondo sottintende che il Padre partecipa
solo nell‟atto dell‟invio; distinzione fra εηο e ελ: la prima indica presenza in un luogo non
staticamente, ma dinamicamente come apertura (1, 18: Gesù è nel seno del Padre, in rapporto
interpersonale ), la seconda si riferisce anche allo spazio mistico-religioso; εγώ εηκη: dato che
è la traduzione che la Septuaginta ha fatto del nome divino (come in Isaia 43,10 ), sembra che
è usata dall‟autore, in senso assoluto, per sottintendere che Cristo si attribuisce lo stesso

479
      G. RAVASI, La Buona Novella, op. cit., p. 102.



                                                       99
nome ( cioè persona, essenza ) di Dio Padre, invece, insieme a dei titoli ( ad es., “ io sono il
pane “, 6, 35 ), per formare delle “ formule di rivelazione “ con una siffatta reminiscenza
veterotestamentaria; uso originale dei verbi del vedere, ognuno dei quali assume una
particolare connotazione. L‟elenco dei termini notevoli potrebbe proseguire a lungo. Tuttavia
finiamo con il notare che l‟autore adotta rispetto la vicenda di Gesù delle prospettive
particolarissime: per esempio sembra che ammicchi a una specie di processo che il “mondo”
fa verso Gesù e i cristiani ( Bultmann 480 nota che già nel prologo l‟uso del verbo
παξαιακβάλσ, termine giuridico, in “i suoi non l‟accolsero “, 1, 11, allude a tanto; pensiamo
poi allo Spirito Paraclito –παξάθιεηνο si riferisce alla funzione dell‟avvocato difensore – che
Gesù invierà in difesa dei cristiani ).
   Le lettere paoline ( fatta eccezione per le lettere pastorali e per la Lettera agli Ebrei ) sono
considerate al vertice espressivo della letteratura cristiana antica greca ( come ultima
testimonianza di valore della letteratura greca antica ) proprio per quel loro stile impetuoso e
veemente –molte volte non attinente alla lingua “corretta”, discostandosi dalle regole
grammaticali nude e crude – pronto a forzare ( a rigore ) il greco per ottenere una maggiore
carica semantica. Già Girolamo notava che Paolo “non curabat magnopere de verbis cum
sensum haberet in tuto “, mentre Renan osservava che era “ impossibile violare più
arditamente il genio della lingua greca di quanto abbia fatto Paolo “ 481: tuttavia, ed è questa la
cosa straordinaria, non si ha mai il senso della sciatteria , perché il pathos comunicato è di
gran lunga superiore. Basterebbe soltanto ricordare il verbo ππεξπεξηζζεύσ (Lettera ai
Romani 5, 20 ), che Paolo conia come una specie di solecismo, perché è una sorta di
comparativo del superlativo: πεξίζζσκα è la “eccedenza “, a cui Paolo aggiunge “ ππέξ “; non
solo, ma Paolo mette il verbo in opposizione, nella pericope testé indicata, con il verbo
πιενλάδσ, che indica pienezza. Sempre nella stessa lettera ( 8,19 ) pensiamo anche a due altri
neologismi molto espressivi, che conferiscono al brano un‟inevitabile cambiamento di tono,
di contro alle regole dell‟uniformità di registro: απνθαξαδνθία ( θαξαδνθέσ significava di per
sé “aspettare con attenzione “ , con la faccia, θάξα, rivolta: Paolo ci mette qualcosa in più,
perché από indica quasi l‟azione di chi alza ancor più il viso per vedere meglio, spostandosi
dalla postura solita ) e απεθδέρνκαη ( cioè “ attendere “ + από, quasi, ancora, con il capo
eretto a scrutare l‟orizzonte 482). Inoltre, da notare che, se Paolo risulta aver un numero minore



480
    R. BULTMANN, Das Evangelium nach Johannes, Gottingen 1953 .
481
    G. RAVASI, La Buona Novella, op. cit., p.212 e 201.
482
    La vena neologistica di Paolo riguarda anche lo scontro teologico con le correnti ebraiche: nella Lettera ai
Filippesi 3,2 Paolo introduce un nuovo senso ad un termine già attestato, in quanto utilizza il termine θαηαηνκή,
“mutilazione “ per indicare che la circoncisione, πεξηηνκή ( termine che tuttavia usa quasi sempre: anche nel
v.3), se è pratica esteriore, risulta essere soltanto una pratica mutilatoria, non portando affatto alla salvezza. Per
altri neologismi semantici vd. G. RAVASI, La Buona Novella, op. cit., pp. 221-224, dove l‟importante biblista
italiano ricorda l‟uso caratteristico che Paolo, soprattutto nella Lettera ai Romani, fa delle parole: ζάξμ
(“principio negativo efficace e deleterio che si annida nel cuore umano “), ακαξηία (mentre nel greco
extrabiblico indica l‟errore –propriamente lo sbagliare bersaglio –, Paolo si riallaccia a l‟uso della Septuaginta
“peccato “ –notiamo a margine che alcuni verbi ebraici del peccato indicano proprio l‟idea del deviare: “attah”,
“sbagliare bersaglio” e “auon”, “curvare, deviare “), λόκνο ( la “legge” che è inefficace a salvare l‟uomo dalle
spire della ζάξμ che conduce al peccato ); e ράξηο ( la “grazia di Dio”, che si muove, per primo, verso l‟uomo),
πίζηηο ( la “fede”, quale risposta che l‟uomo deve dare a Dio ), πλεύκα ( lo “spirito di Dio”, in noi infuso “ con
l‟abbraccio d‟amore tra charis e pistis, tra grazia divina e fede umana “), δηθαηνζύλε (“giustificazione”, cioè un
nuovo statuto interiore tipico di chi ha accolto la ράξηο nella πίζηηο ricevendo così il πλεύκα).



                                                        100
di semitismi 483rispetto agli altri scritti neotestamentari, tuttavia presenta molti anacoluti
proprio per la foga del suo pensiero che non trova mai un approdo degno dell‟ardore che lo
anima ( solo per indicare qualche passo: Lettera ai Romani: 2,17 ss; 5,12; 9,22-23; 16,25-27;
Prima Lettera ai Corinzi: 12,2; Seconda : 12,17; Lettera ai Galati: 1, 20; 4, 24-26; Lettera
agli Efesini 3, 1 ). Questi tratti di vivacità che abbiamo brevemente richiamato, erano
sicuramente funzionali alla predicazione orale, così come l‟uso della prima e della seconda
persona singolare “per presentare in modo vivo qualcosa di valido in generale con l‟esempio
di un singolo, pensato, per così dire, come presente “ ( caratteristica del greco postclassico )
484
     e la presenza molto frequente di incisi (che allentano il ritmo del fraseggiare ). Paolo
scrive, però, anche un greco molto raffinato, con un ordine delle parole elegante e veramente
oratorio ( pensiamo soltanto a tratti come la variazione della congiunzione della proposizione
subordinata 485 e a tratti tipici della retorica e dell‟oratoria antica come l‟asindeto del periodo
486
    , l‟ironia 487, la litote 488, la preterizione 489, la traductio 490, procedimenti come la
prodiorthosis 491 e la epidiorthosis 492 ), mentre qualcuno ha anche parlato di collegamenti con
la predicazione degli stoici e dei cinici 493. Veramente notevole, inoltre, la pericope della
Lettera agli Efesini 4,6, che risulta avere una costruzione e una densità paragonabili alle
pagine filosofiche di Platone o Aristotele: εηο ζενο θαη παηεξ πάλησλ, ν επη πάλησλ θαη δηα
πάλησλ θαη ελ πάζηλ “.
   Le lettere pastorali si discostano dalle paoline testé richiamate, per una lingua molto più
piana e scorrevole, anche se, vuoi la imitazione dello stile o anche di parole di Paolo, vuoi – in
conformità all‟opinione che ritiene le presenti lettere scritte da un Paolo invecchiato e
disincantato – la ripresa da parte di Paolo di alcuni suoi modi di scrivere precedenti, si
incontrano, raramente, alcune forme particolari, come, nella Prima Lettera a Timoteo 1, 14,

483
    I semitismi sono attestati soprattutto nell‟Apocalisse; poi in numero minore, ma sempre esteso, nei Vangeli;
seguono le epistole di Giovanni; quelle di Paolo e le altre hanno il minor numero di semitismi rispetto a tutti i
libri del Nuovo Testamento. Cfr. G. SACCO, op. cit., pp. 99-100. Un importante esempio di influsso semitico e
biblico in Paolo è ηιαζηήξηνλ (Lettera ai Romani 3, 25 ), con cui la Septuaginta traduceva un componente
dell‟Arca dell‟Alleanza, in ebraico “ kapporet “, ovverosia una lastra di oro che era sospesa sull‟Arca e sulla
quale si credeva che Dio si appoggiasse quando scendeva tra gli uomini, la quale era aspersa dal sacerdote con
un ramoscello di issopo intinto nel sangue della vittima sacrificale in determinati riti d‟espiazione e di perdono
dei peccati ( del resto, il termine ebraico, che significa “coperchio”, è vicino al suono di quello che indica il
perdono), durante i quali si credeva che il sangue caduto sulla lastra aurea venisse mondato da Dio in segno di
riconciliazione. Ebbene, Paolo adotta il termine greco in relazione a Cristo: il significato è chiaro, non si devono
fare più sacrifici, perché quello assoluto è stato compiuto da Cristo.
484
    F. BLASS-A. DEBRUNNER, op. cit., p. 360.
485
    Nel greco classico elegante la congiunzione della proposizione subordinata si trova all‟inizio della stessa,
eccezion fatta se si voleva mettere in rilievo qualche elemento della proposizione, che così veniva messo
all‟inizio della congiunzione. Così Paolo: ad es., Prima Lettera ai Corinzi 6,4; 11,14; 14,9; Lettera ai Galati
2,10; Lettera ai Colossesi 4,16.
486
    Costruzione che conferisce al dettato vivacità e spontaneità. Ad es. nella Prima Lettera ai Corinzi 7,27.
487
    Ad es., Seconda Lettera ai Corinzi 12,13.
488
    Presente soprattutto in Atti e Paolo ( si pensa che Luca, Paolo e l‟autore della Lettera agli Ebrei dovettero
ricevere sicuramente una istruzione retorica, F. BLASS-A. DEBRUNNER, op. cit., p. 54) Ad es., Lettera ai
Romani 10,16.
489
    Ad es., Seconda lettera ai Corinzi 9,1.
490
    Seconda Lettera ai Corinzi 1,3-6.
491
    Ad es., Seconda Lettera ai Corinzi 11,21.
492
    Seconda Lettera ai Corinzi 12,11.
493
    R. BULTMANN, Der Stil der paulinischen Predigt und die kynisch-stoische Diatribe, Gottingen 1910.



                                                       101
ππεξπιενλάδσ ( già il verbo senza ππέξ indica la pienezza, è già, insomma, una forma
superlativa, che, di norma, sarebbe sbagliato modulare in grado maggiore ).
   La Lettera agli Ebrei “rimane uno splendido modello di magniloquenza greca per
movimento oratorio; e lo sarebbe quanto alla forma, se non fosse troppo impregnata di
citazioni e reminiscenze dei Settanta “ 494. Per Blass è l‟unico esempio neotestamentario di
prosa artistica autentica, cioè che vuole piacere, oltre che insegnare, anche se disposizioni
simili si riscontrano particolarmente nella Lettera ai Romani , nella Prima ai Corinzi, in
Matteo ( mentre negli altri scritti solo in qualche occasione ) 495. Il cosiddetto “periodo” è una
costruzione che si ritrova soprattutto in questa lettera. Consideriamo soltanto 1, 1-4: 1 e 2a
formano un classico periodo bimembre ( ιαιήζαο e ειάιεζελ che si corrispondono) con
alcuni elementi slegati, cioè il periodo quadrimembre del v.3 e quello bimembre del v. 4
(notiamo poi la particolarità del v.2b, cioè l‟uso anaforico e con asindeto del relativo ) 496. Del
resto, tutta la lettera procede con questo stile veramente sinfonico. Compaiono anche esempi
di uno stile molto curato come la posizione iperbatica del sostantivo da evidenziare ( messo
all‟ultimo posto, quello “tipico” del verbo ) 497. Addirittura l‟autore è attento a una finezza
come quella di evitare lo iato ( incontro di vocali alla fine o all‟inizio di parole contigue )
poiché questo fenomeno risulta molto raro considerata la lunghezza della lettera. Osserviamo
anche che la Lettera agli Ebrei non è ricca di figure retoriche come certi passi di Paolo
(eccezion fatta per l‟esempio più lungo di anafora del Nuovo Testamento: 11, 3-31, dove
πίζηεη è ripetuto diciotto volte ), quindi potrebbe per questo rispecchiare il canone classico
della misura. Quindi ben a ragione Ravasi osserva che il greco più elegante del Nuovo
Testamento è proprio quello della Lettera agli Ebrei, seguito da quello di Luca 498.
   Ai livelli di Luca e della Lettera agli Ebrei, anche se in una posizione minore, si può
rapportare il greco della Lettera di Giacomo. Mentre possiede anche tracce di un genere
ellenistico come la “diatriba” stoica (che si caratterizzava per lo stile eristico e retorico, quindi
non necessariamente riguardante esempi realmente storici: come succede in 2,2-9 ), conserva
alcuni semitismi e si rifà ad alcune caratteristiche dell‟omiletica sinagogale.
   La Prima Lettera di Pietro è scritta in un greco raffinato, tanto da essere “il migliore dopo
quello della Lettera agli Ebrei, di Luca e di Giacomo “ 499; presenta anche alcuni punti in

494
    G. SACCO, op. cit., p. 100.
495
    F. BLASS-A. DEBRUNNER, op. cit., p. 594.
496
    F. BLASS-A.DEBRUNNER, op. cit., pp. 564-565.
497
    Come in 1,4, dove sono da sottolineare αγγέισλ e όλνκα.
498
     G. RAVASI, La Buona Novella, op. cit., p. 249. Che Luca, Lettera agli Ebrei , e anche Paolo ( per certi
aspetti) costituiscano la lingua migliore del Nuovo Testamento, si evince altresì da particolarità come: l‟ottativo
è presente soprattutto in Luca, ma anche –seppur raramente – in Paolo; il participio predicativo è attestato
soprattutto da Luca e Paolo; in Luca, Paolo e Lettera agli Ebrei ίλα, rispetto alla tendenza generale del Nuovo
Testamento, non tende a prendere il posto dell‟infinito; conformemente al greco classico Luca e Paolo
sostantivano con ηό le proposizioni interrogative indirette; anche se l‟uso non è spesso corretto ( ad es., in Luca
8, 6-8 si riferisce a tre realtà parziali), il pronome duale έηεξνο compare soprattutto in Luca; tutte le lettere ( e
anche l‟Apocalisse!) tendono a non far sostituire ελ da εηο in senso spaziale, di contro alla tendenza degli altri
scritti neotestamentari; negli Atti compaiono spesso participi con asindeto denotando una certa ricercatezza
stilistica ( al contrario delle pur lunghe attestazioni di più participi in Paolo); nel Nuovo Testamento la negazione
del participio è espressa soprattutto da κή, invece nel greco classico si usava νπ quando il participio aveva
significato asseverativo o che cambiava mediante la negazione nel suo contrario: questa sfumatura è presente
solo in Luca, Paolo, Lettera agli Ebrei e Prima Lettera di Pietro (νλ νπθ ηδόληεο αγαπαηε, 1,8); soprattutto Paolo
usa il neutro singolare dell‟aggettivo per indicare un concetto astratto.
499
    G. RAVASI, La Buona Novella, op. cit., p. 270.



                                                        102
contatto con alcuni libri letterari dell‟Antico Testamento, come la Sapienza, e forse per questo
presenta a volte una tinta semitica 500. Invece la Seconda Lettera di Pietro tradisce un‟altra
mano, che scrive in un greco inferiore rispetto alla Prima nel quale poi non sono quasi per
niente attestati semitismi.
   La Lettera di Giuda è scritta in una lingua manierata, quindi si pensa che sia stata redatta da
un segretario-scrittore di professione.
   Le lettere di Giovanni sono scritte in un greco corretto e subiscono l‟influenza semitica
soprattutto per la semplicità della frase, sia nella costruzione che nell‟uso di verbi semplici,
anziché composti, come invece è tipico della lingua greca 501. Presentano, inoltre, alcuni dei
termini tipici del Vangelo di Giovanni, che, evidentemente, dovevano circolare negli ambienti
giovannei.
   L‟Apocalisse 502 è scritta nel greco peggiore del Nuovo Testamento, non solo per la
altissima frequenza di semitismi, ma soprattutto per la massiccia presenza di solecismi,
caratteristica, quest‟ultima, che la differenzia da tutto il Nuovo Testamento (dove tuttavia
compaiono, molto raramente, forme incongruenti: soprattutto apposizioni o participi in
nominativo anziché in caso obliquo, ma comunque sempre giustificabili secondo qualche
fenomeno linguistico o in base alla critica testuale 503).
   Blass e Debrunner 504 osservano che la maggior parte degli errori sono costituiti dall‟
assenza della giusta concordanza, e li dividono in:

1. apposizione o participio congiunto al nominativo anziché in caso obliquo (in 3,12 compare
ηεο θαηλεο Ιεξνπζαιήκ ε θαηαβαίλνπζα );

2. accusativo o genitivo isolato ( in 21,9 si trova ηαο επηα θηάιαο ησλ γεκόλησλ –anziché
γεκνύζαο );

3. maschile al posto del femminile o del neutro;

4. ιέγσλ, ιέγνληεο e, più raramente, anche έρσλ sono in anacoluto;

5. incongruenza con il numero ( ad es., in 9, 12 si trova έξρεηαη έηη δύν νπαί ).

   I semitismi sono frequentissimi: citiamo soltanto απνζηείιαο δηα ηνπ αγγέινπ (1,1) che
calca l‟ebraico “salah be jad “; ηαο νθζαικόο (1,7 ) è semitismo per “ogni uomo “; όκνηνλ
πηνλ αληξώπνπ ( 1,13) per “uno simile a figlio dell‟uomo“ è una struttura difettosa in greco
che calca l‟aramaico “kebar „enos “; έγλσζαλ (2,24 ) da tradursi forse come un presente, si
riferisce al verbo ebraico “jada‟” che è usato al perfetto con valore stativo, quindi come un
presente; in 4, 9-10 l‟uso del futuro come imperfetto deriva dalla forma ebraica “jiqtol” che si
traduce come futuro o imperfetto; ηαηο πξνζεπραηο (8,3) è un dativo che non si comprende
sulla base della sintassi greca, perché forse è una traduzione sbagliata dell‟ebraico bet

500
    G. SACCO, op. cit., p. 117.
501
    G. SACCO, op. cit., p. 100.
502
    Uno studio importante del greco dell‟Apocalisse, attento soprattutto ai semitismi, è G. MUSSIES, The
morphology of Koiné Greek as used in the Apocalypse of St. John. A study of bilingualism, Leiden 1971.
503
    F.BLASS-A.DEBRUNNER, op. cit., pp.207-208.
504
    F.BLASS-A.DEBRUNNER, op. cit., pp. 206-207.



                                                 103
essentiae o identitatis in senso strumentale ( donde l‟uso del dativo ); in 12,4 (come in Luca
1,47) l‟aoristo coordinato a un presente è calco dell‟uso ebraico della forma “wajjiqtol” ( detta
futuro inverso ) che può seguire un presente e assumerne il valore; εθαλεξώζεζαλ ( 15,1 ) è
un aoristo ma con valore di futuro anteriore, come il perfetto ebraico; in 20, 13 gli aoristi non
indicano un‟azione successiva rispetto a quanto narrato nel v. 12, perché si collegano alla
forma ebraica “wajjiqtol” detto futuro inverso di ripresa; έξρνπ θύξηε ( 22,20 ) è la probabile
traduzione della formula aramaica della chiesa primitiva “marana ta “, “ Signore, vieni “
(testimoniata, traslitterata, nella Prima Lettera ai Corinzi 16,22 ): tuttavia la forma aramaica
poteva anche essere “maran ata” (nei testimoni greci vigeva la scriptio continua, ragion per
cui non sappiamo la effettiva divisione delle lettere greche che traslitterano quelle aramaiche),
“il Signore è venuto” 505.




505
   Le due possibili rese sottintendono due possibili interpretazioni dell‟Apocalisse: se il libro si conclude con
“Signore, vieni “ vuol dire che è proiettato nel futuro; se si conclude con “il Signore è venuto “, l‟Apocalisse ha
parlato di realtà passate fingendo di riferirsi al futuro (come ritiene, tra l‟altro, E. CORSINI, Apocalisse prima e
dopo, Torino 1980, secondo il quale il libro biblico parla della storia della salvezza veterotestamentaria fino a
Gesù Cristo ).



                                                       104
      PARTE SECONDA



Il greco del Vangelo secondo Luca




               105
         A. CARATTERISTICHE LINGUISTICHE



                                     CAPITOLO PRIMO



            La qualità del greco del Vangelo secondo Luca



1. 1. Considerazioni generali

     Il Vangelo secondo Luca 506è scritto in un greco elegante e sofisticato, pienamente in
regola con i canoni letterari della prosa ellenica più elevata. Abbiamo già notato che a ciò
contribuì senza ombra di dubbio la estrazione sociale e la cultura personale: egli, infatti, era
un medico e non era di origine palestinese, essendo della Siria, un territorio profondamente
ellenizzato 507. Non dimentichiamo, inoltre, che egli era stato collaboratore di Paolo, una
persona, anch‟essa, colta ed estremamente attenta al mondo greco.
   Abbiamo già visto nel paragrafo 3.5 che Luca utilizza ancora l‟ottativo 508 e presenta la
costruzione del “periodo”. Eseverri Hualde 509 elenca tutta una serie di tratti, grammaticali,
sintattici e retorici, che ben inseriscono l‟opera lucana nel contesto di una ricercatezza
stilistica pienamente in regola con la letteratura greca più elevata:
506
    Per un orientamento di massima fra i principali studi di carattere letterario: J. V. BARTLET, The Sources of
St. Luke‟s Gospel: Studies in the Synoptic Problem, Oxford 1911; O. DA SPINETOLI, Luca, Assisi 1984; J.
ERNST, Il vangelo secondo Luca , Brescia 1985; C. GHIDELLI, Luca, Roma 1986; M. J. LAGRANGE, Les
sources du troisième évangile in “Revue Biblique “ 4 (1895) pp. 5-22 e 5 (1896) pp. 5-38; A. Q. MORTON – G.
H. C. McGREGOR, The Structure of Luke and Acts, New York 1964; F. REHKOPF, Die lukanische
Sonderquelle. Ihr Umfang und Sprachgebrauch, Tubingen 1959; K. H. RENGSTORF, Il vangelo secondo Luca,
Brescia 1980; J. ROHDE, Die redaktionsgeschichtliche Methode (Theologische Arbeiten XXII ) Berlin 1965; A.
M. SALAZAR, Questions About St. Luke‟s Sources in “Novum Testamentum” 2 (1958) pp. 316-317; J.
STAUDINGER, Textus “primarius” Evangelii sec. Lucam in “Verbum Domini” 33 (1955) pp. 65-74.
507
    Nel prologo apocrifo posto nel II secolo all‟inizio di un testo del Vangelo troviamo una specie di carta
d‟identità: “Luca, siro-antiocheno, di arte medico, divenuto discepolo degli apostoli, che seguì Paolo sino al suo
martirio e il Signore senza distrazione, non sposato, senza figli, morì in Beozia all‟età di 84 anni, pieno di Spirito
Santo”, G. RAVASI, La Buona Novella, op. cit., p. 75.
508
    Come è stato già notato, non lo usa soltanto lui, però solo in Luca troviamo l‟ottativo obliquo, una forma
tipicamente letteraria e colta.
509
    C. ESEVERRI HUALDE, op. cit., pp.32-38.



                                                        106
1. l‟uso del participio futuro, presente soprattutto negli Atti ( dove troviamo anche la sola
presenza neotestamentaria dell‟infinito futuro, se eccettuiamo Ebrei 3, 18), ma attestato anche
in Lc 22, 49;

2. participio predicativo del soggetto del tipo έιαρε εηζειζώλ (1, 9), che ritroviamo in 5,4;
7,45; 9, 25; 10, 25; 18, 18.36;

3. pronome indefinito ηηο in unione con un nome o un pronome ( 10, 25; 12, 16; 14, 2.16; 15,
4.11; 16, 1.19 );

4. aggettivo avverbiale ( 21, 34; 24, 22 );

5. indefinito ηηο al posto del numerale εηο ( per esempio in 18, 18; 21, 2; 22, 56 ), di contro alla
tendenza tipica del greco ellenistico di sostituire il solito indefinito con il numerale;

6. αξα invece del tipico ellenistico ηί όηη ( 18, 8);

7. la presenza della forma σ davanti al vocativo ( 24, 25);

8. attrazione in frase relativa ( per esempio 2, 20; 3, 19; 9, 36.43 );

9. la congiunzione δέ è usata molto spesso ( si calcola addirittura che Luca, in loci simili con
Marco, la preferisce al semplice θαί ben ventisei volte);

10. la congiunzione ηε, pochissimo frequente negli altri evangelisti, è usata da Luca spesso e,
secondo la forma classica, unita a θαί fra parole affini logicamente ( 12, 45; 22, 66; 23, 12);

11. aggettivo verbale, attestato nel Nuovo testamento solo in 5, 38;

12. la espressione classica del tipo πνιια κελ νπλ θαη έηεξα ( 3, 18);

13. la espressione classica εηπελ δέ invece di θαη εηπελ, di minor tenore stilistico ( 10, 28);

14. un ellenismo come la relativa complessa ( in Luca presente soprattutto negli Atti),
ovverosia quell‟idiomatismo greco che esprime un particolare rapporto fra un participio che
precede e condiziona e un verbo principale che segue, secondo questa struttura principale
(perché vi sono varie tipologie di relative complesse ): verbo antecedente la relativa; verbo
della relativa al participio; verbo principale che risulta essere determinato nella sua funzione
logica dal participio ( per esempio in 13, 19. 21; Atti 12, 4; 17, 23; 22, 5 )510;

15. ipallage ( 2, 13);



510
   E. DELEBECQUE, L‟hellénisme de la “relative complexe” dans le Nouveau Testament et principalement
chez saint Luc, in “Biblica “ 62 (1981) pp. 229-238.



                                                 107
16. epanadiplosi ( 8, 24; 10, 41);

17. litote ( 7, 6; 15, 13 );

18. endiadi ( 2, 47; 6, 48; 21, 15);

19. ironia ( 22, 25; 23, 35);

20. paronomasia ( 8, 5);

21. chiasmo ( 15, 32);

   Altri aggiungono anche la consistente presenza del genitivo assoluto, pur non essendo
assente nel greco biblico (fra Vangelo e Atti si calcola una frequenza di 1 ogni 17 versetti), la
presenza della correlazione con κέλ .. δέ, molto spesso assente negli altri autori biblici 511.
Dawsey ricorda anche l‟ infinito con articolo in genitivo per esprimere uno scopo (come in 2,
24), σο invece di πσο nelle interrogative indirette (come in 8, 47), πξίλ con il congiuntivo
(come in 2, 26), l‟ articolo prima di una interrogativa indiretta (come in 1, 62) 512.
   L‟analisi comparativa del Vangelo secondo Luca con pagine di autori greci rivela molte
linee in comune. Per fare un esempio Eseverri Hualde compara 15, 25-32 con l‟Anabasi di
Senofonte ( 1. 4. 12 ): fra le caratteristiche in comune ricordiamo solo l‟uso dell‟ottativo
(Senofonte ha un ottativo obliquo del discorso indiretto, έζνηην, mentre Luca presenta un
ottativo potenziale, αλ είε ) e la congiunzione θαί ad inizio di frase come nesso di
coordinazione. Non solo ma Alfred Vogeli 513 compara lo stile del Vangelo secondo Luca e
degli Atti con la letteratura greca artistica, riconoscendovi un distinzione all‟interno di tutti gli
scritti neotestamentari: “Betrachtet man die Schriften des NT unter literalischem
Gesichtspuntkt, so muss man ja einraumen, dass Sprache, Stil und Art der Darstellung im
lukanischen Doppelwerk eine gewisse schriftstellerische Kunst und damit einen gewissen
Anspruch auf Bildung verraten”. Anche se l‟autore riconosce che, soprattutto per la tematica
della ripresa di elementi dionisiaci, “einer direkten Beziehung von „Lukas und Euripides‟ “ si
risolva “im verneinenden Sinne” 514, tuttavia in appendice rimanda a tutta una serie di rapporti

511
    H. MOULTON – R. HOWARD – N. TURNER, op. cit., vol. 4, p. 59.
512
    J. M. DAWSEY, The Lukan Voice. Confusion and Irony in the Gospel of Luke, Macon 1986, pp. 167-168.
513
    A. VOGELI, Lukas und Euripides, in “Theologische Zeitschrift” 9 (1953) pp. 415-438.
514
    Osserviamo che il Vangelo secondo Luca, molto attento al tema della misericordia e dell‟amore, può, almeno
idealmente, rapportarsi alla Medea di Euripide, nella quale, nonostante il tema tragico che è sviluppato,
compaiono di volta in volta quasi tutte e quattro le principali radici greche dell‟amore (forse per contrasto con
l‟argomento): εξάσ (come in 8 o 330), θηιέσ (sia in senso proprio, che in collegamento con il valore
etimologico “appartenente a”, come in 31 o 138), αγαπάσ, ζηέξγσ (come in 88 o 635). Nel mondo classico i
termini principali sono i primi due. Εξσο è inteso sia individualmente (come una forza che porta verso una
persona o cosa di cui si sente la mancanza e quindi si avverte il desiderio, non solo eroticamente –ad es.,
l‟espressione έξσο έρεη κε + infinito significa semplicemente “ho desiderio di” –, ma anche in questo senso –
“innamorarsi” si può dire εηο εξσηα αθηθέζζαη di qualcuno) che cosmologicamente (per Empedocle è la forza
che decreta l‟essere). Interessante la sintesi che ne fa Platone: l‟amore parte dal bello sensibile (inteso anche
sensualmente) per portare alle idee, che stanno alla base della realtà tutta. Φηιία indica l‟affetto, l‟amore della
famiglia e dell‟amicizia: la radice si ritrova in θηιαδειθία (la humanitas) e in θηινμελία (l‟amore dello straniero,
quindi l‟ospitalità). Invece gli ultimi due termini hanno il senso più sbiadito, indicando trattare con affetto, aver
caro, preferire, accontentarsi (αγάπε) e apprezzare, gradire, amare (figli e genitori), accontentarsi, sopportare



                                                        108
fra Luca e Omero (Vangelo secondo Luca 23, 53ss.; Iliade V, 302 ss. e XII, 445 ss.), e poi
Filostrato ( Atti 17), Luciano (Atti 27), Virgilio (Atti 9), Arato (Atti 17, 27) e così via.
   Tuttavia occorre notare che Luca è uno scrittore greco della decadenza, quindi la sua lingua
è fortemente influenzata dai fenomeni degenerativi tipici della koiné ellenistica. A ciò si
aggiunga una buona messe di semitismi, inerenti sia il lessico sia la costruzione della frase.
Per di più Antoniadis 515 intitola un capitolo del suo studio sulla lingua e lo stile del Vangelo
secondo Luca così: “ La langue de Luc considérée comme intermédiaire entre le grec
classique et le grec moderne”. Nella sua analisi, infatti, l‟autore francese tende a far notare sì
le somiglianze con gli autori classici, ma anche le inevitabili divergenze, provenienti
dall‟influenza della lingua parlata 516. Solo per fare qualche esempio l‟espressione presente in
1, 39 ( dove αλίζηεκη è usato con il senso di “ eseguire un proposito“) ricorda un modo di dire
del greco moderno (ζεθώζεθα θαη πεγα θαη ηνπ ηαπα όια ) che indica letteralmente l‟azione
dell‟alzarsi, dell‟andare e del dire per esprimere questo concetto: “j‟ai pris cette ferme
résolution: j‟ai été le trouver et lui dire tout “. Oppure in 12, 49 abbiamo ππξ βαιεηλ, che
potrebbe richiamare l‟espressione del greco moderno βάδσ θσηηά.
   Nel dettato lucano si ritrovano quasi tutte le caratteristiche della koiné ellenistica in genere
e del Nuovo Testamento in particolare 517. Pensiamo soltanto a forme tipiche della koiné sia
della declinazione ( ζπγγελίο invece dell‟attico ζπγγελήο in 1, 36; il dativo γέξεη invece del
regolare γεξα sempre in 1, 36; l‟accusativo θιεηδα invece di θιεηλ in 11, 52 ), della
coniugazione (forme medie in forma attiva: γειάζσ in 6, 21; πνησ in 5, 29; forme medie in
forma passiva: απεθξίζε in 4, 4 ), dell‟uso dell‟aumento ( omissioni: Atti 2, 25; κέιισ e
δύλακαη hanno l‟aumento ellenistico in ε come in 1, 22 ), dell‟uso del raddoppiamento ( in 6,
48 incontriamo la forma νηθνδνκεζζαη invece di quella regolare in σθ-), dei tempi ( nuovi
presenti: αθίνκελ – che suppone il presente in αθίσ, invece di αθίεκη – in 11, 4; nuovi futuri
derivanti dall‟aoristo secondo: come θάγνκαη invece di έδνκαη in 14, 15; nuovi aoristi: come
εμα in 13, 34, invece di εηζαγαγεηλ, pure usato in 2, 27), della sintassi ( απηόο con il senso
possessivo-riflessivo: 14, 17; από con genitivo d‟agente e di causa: 9, 22 e 22, 45; ηνπ che
accompagna il genitivo completivo senza la sua funzione genitivale: 4, 10).
   Basta una semplice analisi di un brano per accorgersi quanto la lingua di Luca si allontani
dalla lingua classica. Eseverri Hualde 518, per esempio, considera 18, 35-43 ricavando sette
particolarità ellenistiche e semitiche: εγέλεην + verbo principale, che è una costruzione
paratattica semitizzante tipica della Septuaginta; ελ ησ εγγίδεηλ, semitismo insieme a verbo
postclassico; participio tautologico ιέγσλ; επεηίκσλ ίλα ζηγήζε, la congiunzione in luogo
dell‟infinito è costruzione tipica della koiné ellenistica; ζηαζείο, forma passiva tipica della



(ζηέξγεζξνλ). Tuttavia nel Nuovo Testamento, mentre gli altri tre termini vengono a perdere d‟importanza, la
radice di αγαπάσ viene assunta in un senso altissimo: come mostra il Vangelo secondo Giovanni 13, 34-35,
indica il tratto distintivo del cristiano, sul modello di ciò che ha fatto Cristo con il sacrificio della croce (nella
chiesa primitiva la celebrazione eucaristica era chiamata per l‟appunto anche αγάπε). Uno studio fondamentale
sulla semantica dei verbi dell‟amare nel Nuovo testamento e sulle loro divergenze con la classicità è costituito da
A. NYGREN, Eros e agape. La nozione cristiana dell‟amore e le sue trasformazioni, Bologna 1971. Cfr. anche,
fra i numerosissimi studi, C. SPICQ, Agapè dans le NT. Analyse des textes, 3 voll., Paris 1958-1959 e A.
PENNA, Amore nella Bibbia, Brescia 1972.
515
    S. ANTONIADIS, L‟Evangile de Luc. Esquisse de grammaire et de style, Paris 1930, p. 333.
516
    In S. ANTONIADIS, op. cit., pp. 381-390 si propone un confronto fra la lingua di Luca e il greco moderno.
517
    Per i semitismi cfr. il capitolo quinto.
518
    C. ESEVERRI HUALDE, op. cit., pp. 38-40.



                                                        109
koiné ellenistica; πξνο απηόλ, con uso riflessivo; al v. 40 c‟è un genitivo assoluto improprio;
al v. 41 un‟altra volta ίλα usata in luogo dell‟infinito.
   Pertanto, in base a tutto quanto osservato, riguardo alla lingua di Luca, possiamo parlare di
un greco elegante e che si rifà a molti moduli e forme classiche, tipici di una lingua alta e
colta: cosa che lo innalza di molto dalla maggior parte degli altri scrittori neotestamentari.
Tuttavia osserviamo anche la presenza di spiccati tratti della koiné ellenistica e spiegabili
anche per influsso semitico, cosa che fa senza ombra di dubbio inquadrare Luca nell‟alveo
degli scrittori ellenistici, naturalmente di livello.
   Anzi, è veramente caratteristico lo strano impasto di forme ellenistiche e semitizzanti da
una parte e di forme eleganti dall‟altra. A testimonianza ricordiamo soltanto che nel brano
testé preso in esame si scorgono ben tre tratti tipici della lingua classica alta ed elegante: al v.
v. 36 αθνύσ + genitivo; al v. 36 subordinata in ottativo obliquo ; al v. 37 la subordinata
completiva ha il verbo al presente, come discorso diretto, anziché al passato come è il verbo
della principale.



1. 2. Metrica quantitativa.

   Siegert 519 scrive un importante articolo (anche in considerazione della scarsità della
bibliografia inerente un tale argomento) nel quale egli si occupa di “un procédé d‟analyse de
textes grecs qui a été longtemps negligè: l‟analyse métrique quantitative. Elle est possibile
pour les textes qui visent au style noble. Comme ce style était d‟usage pour la communication
à de grands auditoires, l‟analyse métrique permet de distinguer, en dedans du Nouveau
Testament, les parties qui font appel à un grand public”.
   Noi assumiamo tali risultati di indagine immettendoli sulla via della dimostrazione della
buona qualità della prosa di Luca. Non c‟è dubbio, infatti, che la ritmicità prosastica sia un
tratto stilistico alto ed estremamente sofisticato, tipico del discorso oratorio, quindi, come
giustamente osserva Siegert, indirizzato ad un pubblico ampio 520.

519
    F. SIEGERT, Communication de masse et rythmes de prose dans Luc/Actes, in “Revue d‟historie et de
philosophie religieuses” 74 (1994) pp. 113-127.
520
    Aristotele nella Retorica (III, 8) osserva che “ην δε ζρεκα ηεο ιέμεσο δεη κήηε έκκεηξνλ εηλαη κήηε
άξξπζκνλ”, perché, nel primo caso, l‟orazione non è persuasiva risultando troppo artificiale e distraente
dell‟attenzione dell‟ascoltatore, nel secondo caso, “αεδέο” e “άγλσζηνο” perché senza regole. Quindi l‟orazione
deve essere ritmica ma non metrica (i metri sono “ηξήκαηα” del ritmo), nel senso che non deve avere strutture
metriche regolari: mentre l‟esametro dattilico è troppo solenne per un discorso colloquiale e necessita anche di
un accompagnamento musicale, il giambo invece è troppo vicino alla parlata quotidiana (per questo è usato nei
recitativi della commedia e della tragedia), il trocheo troppo adatto ad una danza comica (l‟etimo infatti è “adatto
al θόξδαμ”, una danza comica licenziosa), solo il peone è il metro giusto. Per l‟uso della ritmicità nelle orazioni
pensiamo soltanto al fatto che Isocrate presenta metri diversissimi, “anche se si può indicare una predominanza
di clausule di questo tipo: 1.                    ; 2.                      3.                    ; 4.           )”
(C. GHIRGA-R. ROMUSSI, Introduzione in ISOCRATE, Orazioni, Milano 2001, p. 70). Per Demostene si può
dire che “evita in generale la successione di tre brevi (il tribraco, giudicato di solito poco gradevole); mentre
spesso chiude i θσια (gli elementi ritmici del discorso) con delle clausule di due o tre lunghe “ (P. CARLIER,
Introduzione in DEMOSTENE, Orazioni, Milano 1998, pp. 114-115). Nonostante che la “gratia” e
la”subtilitas” del greco non siano espresse molto bene dalla ”potentia” e dal “pondus” del latino (N.
NATALUCCI, Mondo classico e moderno. Introduzione alla didattica e allo studio delle discipline classiche,
Perugia 2002, p. 75) e che “tanto est sermo Grecus Latino iucundior” (QUINTILIANO, Institutio oratoria, XII,



                                                       110
   Anche se nella lingua greca parlata del periodo ellenistico-imperiale l‟accento quantitativo
tende a perdersi, rimane nella lingua scritta ed è segno quindi, quando è usato, di cifra
intellettuale 521. Allora non stupisce che il fenomeno della prosa ritmica, nel nostro torno di
tempo, non sia attestato soltanto in Luca, sia all‟infuori del Nuovo Testamento (l‟autore cita
Dione di Prusa, Elio Aristide, i discorsi De Jona e De Sampsone attribuiti a Filone di
Alessandria, le omelie di Valentino, l‟inno finale del Corpus Hermeticum ) che nella
letteratura neotestamentaria (come in Marco 522e in Paolo). L‟autore osserva altresì che i metri
più comunemente usati sono quelli rispondenti allo stile retorico più sofisticato, quello
dell‟asianesimo, che privilegia le lunghe: pertanto avremo in prevalenza il cretico ( ˉ ˉ        )e
la variante con tre lunghe ( ˉ ˉ ˉ      ); in fine di frase o di verso si possono trovare anche due
lunghe ( ˉ ˉ     ) oppure una sola ( ˉ ).
   In Luca possiamo trovare esempi anche nelle parole di Gesù (l‟indicazione della quantità
sta prima della vocale greca o del dittongo):

a. alla fine della prima beatitudine (6, 20)

                                        ε βαζηιˉεηˉα ηˉνπ            ζ˘εˉνπ

b. alla fine della seconda (6, 21)

                                               ρˉνξηˉαζζˉεζˉεζζε

c. nella finale della parabola del grande banchetto (14, 15-24)

                              ˉνπδˉεηο γˉεπζ˘εηˉαη κˉνπ ηˉνπ δˉεηπλˉνπ


Interessantissima, infine, l‟analisi che l‟autore fa del prologo:

                                        αλαηˉαμˉαζζˉαη         δ˘ηˉεγˉεζηο

                                         ελ ˉ εκˉηλ πξˉαγκ˘αηˉσλ

                                         γελνκελˉνη       ηˉνπ    ι˘νγˉνπ



10, 33), la letteratura latina ha tuttavia ripreso da quella greca questo modo di scrivere dell‟oratoria al fine di
mostrare maggiore grazia e quindi maggiore persuasività, trasportando, in seguito, la prosa ritmica nella
letteratura latina medioevale (con la perdita quasi totale della quantità vocalica), soprattutto dopo il Mille e
particolarmente nel latino cancelleresco, presente in particolar modo nella “clausula”, ovvero la parte finale del
periodo che segue le regole del “cursus” . Da qui il salto alla prosa d‟arte delle letterature romanze è stato facile:
in Italia il passaggio è avvenuto da Guido Faba in poi e possiamo scorgere numerose attestazioni, per esempio,
nel Decameron di Boccaccio, soprattutto nella storia-cornice (ad es., compare il “cursus planus”, formato da
polisillabo piano + trisillabo piano: “lasciaron racchiusa” ).
521
    “La littérature latine ne tient compte de l‟accent tonique qu‟à partir du III c siécle, la littérature grecque à
partir du IVc”, in F. SIEGERT, op. cit., p. 114.
522
    Cfr. E. I. ROBSON, Rhythm and Intonation in St. Mark i-x, in “Journal of Theological Studies” 17 (1916) pp.
270-280.



                                                        111
     εδˉνμ˘ε θˉακνη

       ˉαθξ˘ηβηˉσο

 Καζˉεμεο ζˉνη γξˉαςˉαη

Λνγˉσλ ηˉελ ˉαζθ˘αιˉεηαλ




          112
                                 CAPITOLO SECONDO



                                                   Lessico



2.1. Peculiarità lessicali

   Il lessico del Vangelo secondo Luca , come sostiene Cadbury 523, si pone rispetto agli
scrittori atticisti con una maggiore presenza di termini postclassici, tuttavia i vocaboli attici
sono usati secondo la stessa frequenza che si può riscontare in atticisti come Luciano e Eliano.
   Non solo, ma, come si è già visto, il lessico del Vangelo secondo Luca è vasto e vario, il
più ricco dei Vangeli, dicendo, in base a quanto ricordato recentemente da Ravasi, che
presenta 19. 404 parole in totale e 2055 termini diversi. La base lessicale in comune con gli
Atti è un‟ulteriore indizio a sostegno della paternità anche di questa ultima opera, che doveva
essere un completamento del Vangelo 524. Goodspeed propone in merito una interessante
statistica quando, nel rilevare ( discostandosi un tratto dal computo riportato da Ravasi )che,
mentre il Vangelo secondo Luca ha 2080 parole diverse e gli Atti 2054, le due opere hanno in
comune 1014 vocaboli (che appaiono considerevoli, stando al fatto che, per esempio, Matteo,
con 1711 parole diverse, ha in comune con gli Atti solo 845 termini ) 525.



523
    H. J. CADBURY, The Style and Literary Method of Luke, New York 1969, dove l‟autore presenta nelle
pagine 5-39 un‟approfondita analisi del vocabolario lucano.
524
    Tanto il Vangelo quanto gli Atti non rivelano esplicitamente di appartenere a Luca (anche se Teofilo, il
narratario delle due opere –reale o finzione letteraria – compare sia in Lc 1,3 sia in Atti 1,1), cosa che ci è
confermata, tuttavia, non solo dalla tradizione (Ireneo, Frammento Muratoriano, Clemente Alessandrino,
Origene, Tertulliano, Eusebio di Cesarea), ma anche da ragioni stilistiche (uniformità linguistica, sia nei prologhi
che nel resto della materia letteraria; attenzione alla terminologia medica) e letterarie. Anche gli Atti, infatti,
assomigliano molto ad un Vangelo (dedicato però interamente alla Chiesa e a Cristo risorto), con una nettissima
superficie storica e una superficie teologica. “Ancor oggi una corrente di studiosi, in particolare di area anglo-
americana, privilegia l‟aspetto storiografico degli Atti, al massimo riconoscendo al volume una finalità religiosa
secondaria. Ma, a partire dall‟Ottocento, soprattutto in ambito tedesco, si è spostato l‟accento sulla dimensione
teologica dell‟opera, non di rado con qualche eccesso “. G. RAVASI, La Buona Novella, op. cit., p. 257. Anche
per il Vangelo e gli Atti la datazione è problematica. Dato che gli Atti affermano che ηνλ πξσηνλ ιόγνλ (1,1) era
stato già scritto e narrano fino alla prima prigionia di Paolo (28, 30), fra gli anni 60-63, si pensa tradizionalmente
che il Vangelo deve essere stato scritto prima o intorno a questo periodo (oppure, come si ritiene spesso oggi,
dopo il 70), mentre gli Atti possono essere stati scritti intorno al 60-63 oppure sicuramente dopo il 70 oppure
ancora fra gli anni 95-100 od oltre.
525
    E. J. GOODSPEED, The Vocabulary of Luke and Acts, in “Journal of Biblical Studies” 31 (1912) pp. 92-94.



                                                        113
   Luca utilizza una lingua molto originale, che si discosta spesso per tipologia terminologica
dal resto del Nuovo Testamento. In Mackinlay 526 si trova una curiosità in proposito. Egli
testimonia del fatto che i più recenti manoscritti del Nuovo Testamento corressero addirittura
molte di queste parole originali, sostituendole con altre. Scrive, infatti, che, avendo il Vangelo
secondo Luca 261 parole che non compaiono in nessun altro luogo neotestamentario, gli Atti
410, solo Vangelo e Atti in comune 64, Luca presenta quindi ben 735 “special words”, ma
che “ do not represent all the words which are special to St. Luke, because the oldest MSS. of
the New Testament give several additional ones, which he alone employed; these have been
altered by copyists to more usual Greek equivalents, or to words in accord with those used by
the other Synoptists in their parallel passages “. L‟autore si rifà evidentemente a un periodo
della critica testuale precedente all‟edizione di Nestle-Aland (accettata odiernamente), che
privilegiava alcuni testimoni più recenti, dato che oggi nessuno dei sei esempi riportati da
Mackinlay è più valido, perché la Nestle-Aland si è giustamente premurata di riconsiderare.
Tuttavia è veramente interessante notare, per esempio, come alcuni manoscritti abbiano
preferito sostituire un termine tecnico dell‟arte medica ippocratea come βειόλε con ξαθίο,
che era più usuale e che compare altre volte nel Nuovo testamento.
   Il tenore della lingua di Luca si vede altresì dalla frequente presenza di termini letterari e
colti e dal fatto che egli tende ad omettere vocaboli semitici (per esempio, mentre Marco
presenta 32 volte “amen”, Luca solo 6 volte oppure mentre gli altri evangelisti si riferiscono
al Lago di Tiberiade con ζάιαζζα, secondo l‟uso semitico, Luca presenta ιίκλε) e, a volte,
anche latini ( per esempio mentre gli altri sinottici hanno θελζνο, dal latino census, Luca 20,
22 presenta θόξνο ).
   Pertanto possiamo concludere che il lessico di Luca è estremamente curato e colto. Quindi
non sorprende che, alla fine della sua analisi comparativa fra il lessico di Frinico e Luca,
Antoniadis concluda che: “1. La langue de Luc n‟est pas très éloignée de la langue classique.
D‟ailleurs, au point de vue strictement des mots, peu de retouches suffiraient pour qu‟il n‟y
eut dans le NT aucun vocable choquant. 2. Ces retouches seraient en nombre plus petit dans
le texte de Luc, auteur qui possède encore une grande partie du vacabulaire attique” 527.
   Interessante che, come osserva ancora Antoniadis 528, Luca “ affectionne les verbes
composés; on remarquera que 113 de ses verbes sont attestés simplex et en composition,
parfois sans que le sens l‟exige. On constate alors que Lc non seulement appréhende la
monotonie, mais évite, dans la mesure du possibile, de reproduire par les memes mots un
incident qu‟il puise ou qu‟il retrouve dans Mc o Mt “. L‟autore, inoltre, ricorda che i verbi
particolari che si possono ritrovare nel Vangelo secondo Luca sono:

1. αλαηάζζνκαη (1, 1): un verbo molto espressivo della bassa grecità; interessante il parallelo
con Plutarco (Moralia 2, 968 c.): “ αλαηαηηόκελνο ηα καζήκαηα θαη κειεησλ “;

2. ιαγράλσ (1, 9): un hapax legomenon nei sinottici ( Giovanni lo usa in 19, 24);

3. κεηεσξίδνκαη (12, 29): Antoniadis scrive che secondo la buona grecità il verbo significa
“essere presuntuoso”, invece nell‟età ellenistica “essere inquieto”;


526
    G. MACKINLAY, Special Lucan Words, in “Bibliotheca Sacra” 77 (1920) pp. 419-423.
527
    S. ANTONIADIS, op. cit., p. 119.
528
    S. ANTONIADIS, op. cit., p. 99.



                                                 114
4. νκηισ (24, 14-15): “conversare, parlare”;

5. παηδεύσ (23, 16.22)): con il senso di “torturare, castigare” (mentre il senso classico è
mantenuto dal composto εθπαηδεύσ;
6. ζπλαληηιακβάλνκαη (10, 40): ripreso dalla Septuaginta ( Numeri 11,17);

7. ηπγράλσ (20,35): un hapax legomenon nei quattro evangelisti, forse perché non si voleva
evocare l‟idea della Τύρε della religione pagana.

  Proponiamo ora un breve excursus all‟interno del vocabolario originale e colto del Vangelo
secondo Luca basandoci sulle analisi terminologiche di Antoniadis 529:

1. termini marittimi: βάζνο (5,4) usato con il senso di “mare profondo, il largo”, mentre
Marco e Matteo usano il termine nel senso di “profondità”; ερώ (21,25) significa nel greco
classico soprattutto “grido, strepito”, mentre Luca lo usa con il senso di “fragore “ del mare,
secondo un tratto semantico raffinato presente anche in Eschilo; θιύδσλ (8, 24), termine usato
solo da Luca;

2. termini della letteratura classica e in particolare filosofici: αγσλία (22,44), che aveva nella
letteratura classica soprattutto il senso di “lutto” o “emulazione”, ma anche quello di
“angoscia” (Demostene, Aristotele), al quale si collega Luca; άλνηα (6,11) significava nella
letteratura classica soprattutto il senso di “follia”, invece Luca presenta una variazione,
“rabbia”; θξάηηζηνο (1,3); ιεξνο (24,11): usata anche da Platone; πνιίηεο (15,15; 19,14):
termine sia filosofico sia del linguaggio politico-amministrativo ellenistico; ζπκθσλία
(15,25): “musica”, come in Platone, mentre in Polibio indica uno strumento musicale;

3. termini conservativi: εηδνο, come in Platone e Aristotele significa in 3,22 “forma”; έμνδνο:
anche se è stato usato frequentemente dalla filosofia per indicare la ricerca della verità,
Erodoto lo usa nel senso di “morte” ( …ηελ επη ζαλάησ έμνδνλ …) come in Luca 9,31; ράξηο,
che non compare negli altri sinottici;

4. termini che cambiano di significato: δνρή (5,29; 14,13) “banchetto”, mentre nell‟epoca
classica significava “recipiente, vivaio”; πεηξαζκόο, termine ignorato nel mondo classico (ove
c‟era però πείξαζηο, “tentativo di seduzione” in Tucidide ), ma presente in Luca nel senso di
“prova” (mentre nel greco moderno è passato a indicare il diavolo); απνθάιπςηο, è usato da
Luca 2, 32 in modo straniante rispetto la lingua greca che prevede genitivo della cosa svelata
e dativo o εηο + accusativo per indicare chi riceve lo “svelamento” della realtà.



2.2. Il Vangelo della misericordia




529
      S. ANTONIADIS, op. cit., pp. 101-109.



                                               115
   Una costante tematica del Vangelo secondo Luca è la misericordia di Dio (già Dante lo
osservava quando scriveva che Luca è “scriba mansuetudinis Christi “530 ). Quindi in Luca
compaiono tutti e tre i principali termini neotestamentari della misericordia:

1. έιενο: equivalente del sostantivo ebraico chèssed 531 e anche, talvolta, di chen , significa
“l‟amore di Dio che con la creazione e con l‟Alleanza offre grazia, misericordia “532;

2. νηθηηξκόο: corrispondente del sostantivo ebraico rechem, indica soprattutto quella
misericordia che si fa compassione ( il sostantivo νηθηόο significa “lamento, afflizione”);

3. ηα ζπιαγρλα: letteralmente “viscere”, è un equivalente molto preciso dell‟ebraico
rachamim e si riferisce alla “misericordia colta nel suo fondamento biologico che la configura
come non razionale, esagerata, fuori dal senso comune, addirittura „pazza‟, secondo le
espressioni dei mistici” (forse il modello più vicino degli autori neotestamentari non è
l‟Antico Testamento greco dove il vocabolo è poco frequente, ma l‟apocrifo Testamento dei
Dodici Patriarchi nel quale il termine “diventa un tema fondamentale e indica la sede della
misericordia “ ) 533.

   Per la frequenza con la quale la presente terminologia ricorre nel Vangelo secondo Luca
basta analizzare alcune delle molte pericopi nelle quali è più o meno esplicitamente presente
la tematica della misericordia divina. Nel Magnificat compare due volte il primo termine
(1,50; 1,54); così come nel Benedictus ( 1, 58; in 1,78 c‟è la suggestiva espressione: δηα
ζπιαγρλα ειένπο, una forma chiaramente superlativa afferente all‟amore di Dio che salva, ma
miseramente tradotta dalla CEI “per la bontà misericordiosa” e troppo letteralmente tradotta
dalla Concordata “per le viscere di misericordia”534); in 1, 58 la misericordia (έιενο) di Gesù
ha magnificato Elisabetta madre; nel mandato-rivelazione “siate misericordiosi come
misericordioso è il Padre vostro “ (6, 36) compare il secondo termine; nella parabola del buon

530
    Monarchia, 1, 16.
531
    Nell‟Antico Testamento la misericordia è indicata essenzialmente da tre radici: 1. chassed ( un verbo avente
un vasto ventaglio semantico, tanto da abbracciare il più tenero affetto paterno e l‟amore erotico più sensuale,
l‟amore geloso come possesso (non diversamente dal sostantivo ebraico ahaba, “amore” ) e l‟amore servizievole
e compassionevole, la pietà, la misericordia per l‟appunto); 2. chanan ( che indica l‟azione della grazia divina,
quindi l‟atteggiamento di Dio che può anche soccorrere l‟uomo); 3. rachàm ( che si riferisce all‟amore
misericordioso di Dio completo e pieno che è riversato verso l‟uomo: interessante notare che il sostantivo
rechem significa anche “grembo materno” e il plurale rachamim anche “viscere materne”; quindi la radice
indica un‟amore per l‟appunto viscerale, profondissimo). Cfr. R. VIRGILI, La misericordia di Dio nel Primo
Testamento, p. 12, in R. VIRGILI, D. CANCIAN, R. FISICHELLA, J.-C. SAGNE, A. BISSI, L. ALICI, A.
PEREZ, Misericordia. Volto di Dio e dell‟umanità nuova, Milano 1999. Ricordiamo a margine che nel Corano
la formula della basmala (l‟invocazione del nome divino presente all‟inizio di ogni sura, eccettuando la sura
IX), “Nel nome di Dio misericordioso e clemente “ ( “bis smi l-lahi r-rahmani r-rahimi “ ), deriva i due aggettivi
dalla stessa radice semitica comune anche all‟ebraico: “rahmani” è stato proprio mutuato da Maometto
dall‟ebraico; “rahimi” è chiaramente forma aggettivale dal radicale arabo “rahima”, “essere misericordioso,
clemente”. Ricordiamo anche che nel Talmud il termine ebraico indica Dio stesso, così come in alcune iscrizioni
sabee di origine ebraica e cristiana, mentre nel dialetto arabo qarawi la divinità è indicata con il termine
“errahemu”. Cfr. Il Corano (a cura di F. PEIRONE ), vol.1, Milano 2002, pp. 83-84.
532
    D. CANCIAN, Il Vangelo della misericordia, p. 39, in R. VIRGILI, D. CANCIAN, R. FISICHELLA, J.-C.
SAGNE, A. BISSI, L. ALICI, A. PEREZ, Misericordia. Volto di Dio e dell‟umanità nuova, Milano 1999.
533
    D. CANCIAN, Il Vangelo, op. cit., p. 42.
534
    La Bibbia Concordata, 5 voll., Milano 1982.



                                                      116
samaritano (10, 29-37) 535 questi εζπιαγρλίζζε (tradotto generalmente come “si commosse”
alla vista del viandante ferito, ma ben più significativo in base a quanto detto supra), mentre
nel v.7 compare il termine έιενο, quasi a suggello dell‟intera narrazione; in 7, 13 Gesù prova
lo stesso sentimento “viscerale” alla vista della vedova di Naim in pianto per la morte del
figlio; nel capitolo 15, posto al centro del Vangelo, sono presentate tre parabole dette “della
misericordia” ( come a far sottintendere che il messaggio dell‟amore misericordioso è il tema
chiave dell‟intera opera lucana ): il pastore che soccorre la pecorella smarrita (15, 4-7), la
donna che cerca la monetina perduta (15, 8-10) e il padre misericordioso (15, 11-32), dove,
anche qui, questa figura, una volta visto il figlio sulla via del ritorno, εζπιαγρλίζζε (v. 20).
Osserviamo, inoltre, che le richieste di “pietà” verso Gesù sono formulate con la radice di
έιενο (17, 13; 18, 38. 39).



2. 3. Il Vangelo della gioia
   Un‟altra visione peculiare adottata dal Vangelo secondo Luca è quella della gioia, che,
quindi, possiamo chiamare propriamente “entusiasmo”. Non a caso Gollwitzer intitola il suo
interessante commento a questo Vangelo “Die Freude Gottes“ ed osserva che per Luca
“Freude und Wonne” sono le marche “der messianischen Freudenzeit” 536.
   Nel Vangelo secondo Luca, infatti, ricorrono almeno sei radici che indicano felicità e gioia:

1. La più frequente (venti volte) è quella di ραίξσ, che indica, di per sé, la gioia, la felicità,
l‟esser contento in senso generico, anche se costituisce il verbo principale usato dal Nuovo
Testamento in chiave religiosa, sostituendo quello tipico della Septuaginta che è αγαιιηάνκαη
(sebbene questi ultimi due verbi possano essere sinonimi, come in Ap 19, 7) 537. La radice
compare molto spesso, come nella “gioia” e nel “rallegrarsi” (1, 14) per la nascita di
Giovanni, nel saluto dell‟angelo a Maria (1, 28), nel “congratularsi” verso Elisabetta per la
nascita del figlio (1, 58), nel “rallegrarsi” per la ricompensa finale dei giusti (6, 23), nella
“gioia” di chi accoglie la Parola (8, 13), nel “rallegrarsi” della folla per le meraviglie
compiute da Gesù (13, 17), nel “rallegrarsi” del pastore che ritrova la pecora perduta (15, 5. 6)
e nella “gioia” in cielo per il pentimento dei peccatori (15, 7), nel “rallegrarsi” della donna

535
    Interpretata già dall‟esegesi patristica, come dai principali orientamenti ermeneutici moderni, in chiave
cristologica: il buon samaritano è Gesù che si piega a soccorrere l‟uomo. Basti solo considerare Ireneo di Lione,
per il quale tutta la parabola attiene al suo concetto (mutuato da Paolo: Lettera ai Romani 13, 9) della
αλαθεθαιαίσζηο, la “ricapitolazione” di tutte le creature al Padre mediante l‟opera salvifica di Cristo:
interpretando in chiave spirituale, infatti, il poveretto percosso è l‟umanità debole e dispersa, i briganti sono i
demoni, il samaritano è Gesù Cristo che conduce il poveretto presso l‟albergatore (immagine dello Spirito Santo)
e che dona a questi due denari, indicanti il Padre e il Figlio (presupponendo quindi il recupero dell‟umanità).
Clemente di Alessandria interpreta la parabola sempre sulla stessa linea di Ireneo, ma conduce una esegesi
mistica o anagogica (cioè non letterale-dottrinale, né morale-salvifica tesa a cogliere in tutta la Scrittura quel filo
costante ma spesso invisibile ad una lettura letterale che rivela la historia salutis divina), dalla quale si evincono
le realtà soprannaturali: quindi mentre il buon samaritano è sempre Cristo e il viandante percosso è sempre
l‟umanità, le ferite sono il male che è curato da Cristo con vino (sangue redentivo), olio (unzione santificatrice) e
bende (emblema della carità misericordiosa) e l‟albergatore è figura dell‟insieme degli angeli che accolgono
l‟umanità nella dimora eterna.
536
    H. GOLLWITZER, Die Freude Gottes, Berlin-Dahlem 1952, p. 11.
537
    G. KITTEL – G. FRIEDRICH, op. cit., alla voce ραίξσ.



                                                         117
che ritrova la dramma (15, 9) e nella “gioia” che c‟è davanti agli angeli per la conversione dei
peccatori (15, 10), nel “rallegrarsi” per il figlio ritornato alla casa del Padre (15, 32), nel
“rallegrarsi” di tutti i discepoli mentre lodavano Dio per i prodigi di Gesù (19, 37), nella
“gioia” che addirittura impedisce di credere, invadendo quasi tutto l‟essere dei discepoli nel
vedere Cristo risorto (24, 41), nella “gioia grande” dei discepoli che ritornarono a
Gerusalemme, che suggella il Vangelo (24, 52). Ma anche nella “gioia” quasi perversa di
Erode che voleva vedere Gesù, che si concluse nel disprezzo e nella derisione (23, 8-11).

2. Molte volte ricorre anche la radice della “beatitudine”, soprattutto nell‟aggettivo καθάξηνο:
oltre alle beatitudini o macarismi (6, 20-22), alla fine dei quali compaiono altri due termini
della gioia (23), Maria sarà chiamata beata (1, 46), “beato” è chi non è scandalizzato da Gesù
(1, 23), “beati” sono gli occhi che vedono gli avvenimenti evangelici (10, 23), “beati” sono
coloro che ascoltano la parola di Dio, oltre al ventre che ha portato Gesù e ai seni che egli ha
succhiato (11, 27-28), “beati” sono i servi che il Signore troverà ancora svegli quando verrà
(12, 37-38), “beato” è quel servo che il padrone troverà al lavoro quando arriverà (12, 43),
“beato” colui che mangerà il pane nel regno di Dio (14, 15).

3. Attestato varie volte anche il verbo επθξαίλσ, che significa propriamente “aver l‟animo
lieto”, come nella parabola del padre misericordioso (quattro volte: 15, 23.24.29.32), ma
anche quando Gesù racconta la parabola del ricco stolto (“mangia, bevi, sta allegro”, 12, 19),
indicando allora spesso nel Nuovo Testamento proprio la gioia profana 538.

4. Quattro volte compare la radice di αγαιιηάσ, che indica precisamente “la felicità
messianica, interiore, spirituale “539, come nell‟”esultanza” per la nascita di Giovanni (1, 14),
nell‟”esultare” dello spirito di Maria in Dio (1, 47), nell‟”esultare” di Gesù prima di lodare il
Padre (10, 21).

5. Tre volte compare la radice di ζθηξηάσ, usato soltanto da Luca, con il senso di esultanza,
allegria fisica (nel greco posteriore significava semplicemente “saltellare, balzare”, tipico dei
cavalli, però anche delle baccanti ripiene di “entusiasmo” ): Giovanni in grembo di Elisabetta
“esultò” quando la madre udì il saluto di Maria (1, 41. 44) e i giusti “esulteranno” per la
ricompensa in cielo (6, 23).

6. Due volte abbiamo anche il verbo del ridere, γειάσ, quando Gesù dice: “Beati voi che ora
piangete perché riderete… Guai a voi che ora ridete, perché sarete tristi e piangerete” (6,
21.25).

  Pensiamo, infine, anche alla radice di επαγγειίδσ (che si riferisce a una lieta, oppure bella,
notizia), attestata sia nel verbo che nel sostantivo molte volte, anche se è interessante notare
che Luca non definisce la sua narrazione επαγγέιηνλ .(come invece fa Mc 1,1), ma δηήγεζηο o
ιόγνο (Atti 1, 1), perché “questo scritto si aggiunge, a mo‟ di chiarificazione,




538
      G. KITTEL – G. FRIEDRICH, op. cit., alla voce επθξαίλσ.
539
      G. RAVASI, La Bibbia. Risposta alle domande più provocatorie, Milano 1998, p. 92.



                                                      118
all‟insegnamento ecclesiastico che, già in quanto tale, secondo il v.4, presenta l‟oggetto della
fede in modo attendibile” 540.
2. 4. Il Vangelo della medicina
   Il Vangelo secondo Luca e gli Atti presentano in piena evidenza una specifica terminologia
medica, che risulta essere molto precisa e che ricorre, tra l‟altro, anche in maniera maggiore
rispetto a tutti gli altri scritti neotestamentari. Non solo, ma in molti passi paralleli Luca si
distingue quasi sempre per una maggiore proprietà di linguaggio (per esempio, nel racconto
della guarigione della suocera di Simone, mentre Marco osserva soltanto che essa era
febbricitante, 1, 30-34, Luca parla di “febbre grande”, 4, 38, introducendo la distinzione fra
una febbre più lieve e una più pericolosa, testimoniata da Galeno; oppure nel racconto del
ragazzo indemoniato-epilettico, anche se Marco presenta un quadro clinico completo, 9, 14-
27, Luca fa dire al padre il tecnicismo επηβιέπεηλ, 9, 38, un termine della clinica, usato in
questo senso anche da Galeno).
   Solitamente si spiega questa particolare tessitura linguistica ammettendo che Luca fosse un
medico, come è largamente testimoniato nell‟antichità. A questo proposito Suros Forns541
schematizza il materiale antico in questione:

1. Nella Lettera ai Colossesi 4, 14 si trova scritto: “Vi salutano Luca, il caro medico…”;

2. Frammento Muratoriano;

3. In San Eusebio (Storia Ecclesiastica, III, 4, 6) e san Girolamo (De viris illustribus, VII);

4. Prologo apocrifo (citato nel primo capitolo);

5. La iscrizione copta di Assiout così recita: “Luca, il medico”.

   Tuttavia, a rigore, dobbiamo notare che, come afferma Cadbury, la frequenza particolare di
termini medici “do not prove that he was a physician, for a well educated person such as
Luke evidentely was, even without special medical training would use more tecnical terms
than a less educated person. The general difference between Luke and the other synoptists is
shown elsewhere to be a marked difference in culture “542.


540
    H. SCHURMANN, Die Lukasevangelium, tr. it. Il vangelo di Luca, 2 voll., Brescia 1983, p. 76. Tuttavia è
interessante l‟ipotesi di Dibelius, per il quale Luca dette all‟opera due tipologie di fruizione, una comunitaria
(con il titolo di επαγγέιηνλ Ιεζνπ Φξηζηνπ) e una individuale, per persone ben istruite (con il titolo di Λνπθα
πξάμεηο Ιεζνπ), poiché il libro rivela una decisa connotazione letteraria. Schurmann però osserva che “il Dibelius
ha visto giusto nel senso che lo scritto di Luca si riferisce a una doppia cerchia di lettori; ma sbaglia nel definire
questa doppia cerchia, perché travisa la situazione didattica nel tardo periodo apostolico e non vede che Luca
intende essere non un letterato, ma un tradente ecclesiastico. Questo suo obiettivo rendeva superflua la menzione
del nome”, in op. cit., p. 74.
541
    J. SUROS FORNS, El Contenido Médico del Evangelio de San Luca, Barcelona 1947.
542
    J. H. CADBURY, Style, op. cit., p. 46. L‟autore ha anche esaminato il lessico di Luciano (pp. 65-72) e,
sebbene questi presenti solo 300 termini medici, usa tuttavia un caratteristico linguaggio della medicina, ma
questo fatto non prova affatto che Luciano fosse un medico. Anche se fa veramente pensare che Luca,
presentando il racconto della guarigione dell‟emorroissa, propone solo la frase “nessuno era riuscito a guarirla”



                                                        119
   Per la incidenza di una siffatta terminologia basta prendere come punto di riferimento il
dotto e approfondito studio di Hobart543, nel quale si trovano citati e commentati tutti i
vocaboli medici che appaiono nel Vangelo e negli Atti (ben 400). Segnaliamo quindi alcune
forme che compaiono nel Vangelo secondo Luca (segnando con un asterisco quelle proprie
del terzo Vangelo e degli Atti):

ηαηξέ, ζεξάπεπζνλ ζεαπηόλ (4, 23); ξίπηεηλ* e βιάπηεηλ (4, 35); ππξεηνο κέγαο* e ζπλέρεζζαη
(4, 38); πιήξεο ιέπξαο* e ιεπξόο (5, 12; 17, 12); παξαιειπκέλνο* (5, 18); πγηαίλεηλ (5, 31); ε
δεμηα ρείξ* (6, 6); ελνριεηζζαη* (6, 18); ηαζζαη (6, 19); πιεκκύξα*, πξνζξήγλπκη*,
ζπκπίπηεηλ*, ξεγκα* (6, 48-49); πγηαίλεηλ (7, 10); θύεηλ*, ηθκάο*, ζπκθύεζζαη* (8, 6-7);
ηζηάλαη*, ξύζηο αίκαηνο, πξνζαλαιίζθεηλ* (8, 43-44); ζεξαπεία (9,11); θαηαθιίλεηλ* (9, 14);
επηβιέπεηλ* (9, 38); εκηζαλήο*, θαηαδέεηλ*, ηξαπκα*, επηρέεηλ*, έιαηνλ θαη νηλνο*,
επηκειεηζζαη*, επαλέξρεζζαη*, αληηπαξέξρεζζαη*, θαηα ζπγθπξίαλ*, πεξηπίπηελ (10, 30-35);
αθξόο*, απνρσξεηλ, επηβιέπεηλ*, εμαίθλεο (11, 38-39); πξνο ςαύεηλ ελη ησλ δαθηύισλ* (11,
46); αλαθύπηεηλ*, απνιύεηλ*, αλνξζνπλ* (13, 11-13); ίαζηο*, απνηειεηλ (13, 32); πδξσπηθόο*
(14, 2); ειθσκέλνο*, έιθνο, θαηαςύρεηλ*, νδπλάζζαη*, ράζκα*, ζηεξίδεηλ (16, 19-31);
ηξεκα* e βειόλε* (18, 25); πξνζάγεηλ* (18, 40); εληζρύεηλ*, αγσλία*, ηδξώο*, ζξόκβνη
αίκαηνο*, θαηαβαίλεηλ, ιύπε (22, 41-46).

   L‟elenco potrebbe proseguire a lungo, tanto Luca mostra una approfondita conoscenza
della termologia medica, soprattutto della tradizione ippocratica (pensiamo soltanto, fra le
espressioni testé citate, alla parola tecnica πδξσπηθόο, usata da Ippocrate, Dioscoride e poi da
Galeno, sicuramente non presente nel vocabolario quotidiano di una persona che parlava
greco, e la notazione di “sudore di sangue”, particolare che segnala soltanto Luca riguardo la
passione di Gesù e che era conosciuto, nella letteratura specialistica, da Teofrasto e
Aristotele).
   Cadbury 544 scrive che molti di questi termini della medicina ricorrono anche in altri scritti
della koiné ellenistica, come nella Septuaginta, o nelle opere di Flavio Giuseppe, Plutarco e,
come si è visto, Luciano. Quindi non bisogna correre il rischio di vedere in Luca un insolito
stile “medico”, anche considerando il fatto che, quand‟anche incontrassimo delle forme solo
nel Nuovo Testamento, non possiamo inferire che queste siano effettivamente rare nel greco
profano oppure siano delle parole che usava soltanto Luca.
   Non solo, ma spesso alcune parole che sembrano tecnicismi della medicina, possono
rivelare delle sorprese. Cadbury cita l‟aggettivo εκηζαλήο (10, 30), che, come abbiamo visto,
era stato inserito da Hobart fra i termini della medicina. Tuttavia si osserva che è usato
normalmente in Eliano, Eschilo, Alcifrone, Apollodoro, Aristofane, Dione Cassio e così via.
Stesso discorso vale per ζθπδξά ( usato rispetto al più comune ζθπξά in Atti 3, 7), oppure per
θιηλάξηνλ (Atti 5, 15, presente anche in Aristofane, Arriano, Artemidoro, Marco Aurelio) e
per ζθσιεθόβξνηνο (Atti 12, 23: “the papyri now show the word used by unscientific men”).
   Pertanto, concludendo, in base alla sola analisi linguistica, si può osservare unicamente
quello che è un dato di fatto, cioè che Luca si allontana sicuramente da tutto il resto del

(8, 43), di contro al racconto parallelo di Marco, che si scioglie in questa accusa (5, 26): “essa aveva sofferto a
causa di molti medici, dilapidando tutti i suoi averi senza averne alcun vantaggio, anzi, peggiorando”.
543
    W. K. HOBART, The Medical Language of St. Luke, Dublin 1882.
544
    J. H. CADBURY, Lexical Notes on Luke-Acts. Recent arguments for medical language, in “Journal of
Biblical Literature” 45 (1926), pp. 190-209.



                                                       120
Nuovo Testamento per l‟uso di una terminologia medica più precisa e che sicuramente, in
questo senso, “the semasiology and idiom do not coincide with ordinary Greek as the
vocabulary does”. Tuttavia, come si è potuto constatare, da ciò è un‟altra cosa inferire che
Luca abbia un suo peculiare vocabolario medico – stando al fatto che altri autori del tempo
(vedi Luciano) presentano una analoga caratterizzazione linguistica – o che, anzi, fosse un
medico.

                                    CAPITOLO TERZO



                                  Uso delle forme verbali




3.1 Ricognizione generale

   Antoniadis 545 si sofferma in una breve disamina del valore delle forme verbali in Luca,
riconoscendo, innanzitutto, che in Luca la azione attiva risulta alterata in misura molto minore
rispetto al greco classico, in confronto con gli altri evangelisti. È significativo, per esempio,
che, mentre Marco presenta una costruzione con dativo strumentale (5, 42), solo Luca
presenta una fraseologia che echeggia involontariamente il classico dettato di Demostene,
cioè γπλαηθεο ηηλεο εμ εκσλ εμέζηεζαλ εκαο (24, 22); stessa cosa per il verbo νκλύσ, usato
con valore transitivo (come Iliade XIX, 175) al contrario degli altri sinottici; solo Luca
presenta παξέξρνκαη (11, 42) con valore attivo. Comunque, per poche che sono, si segnalano
alcune irregolarità come l‟uso transitivo di απειπίδσ ( 6, 35) e alcuni retaggi della
Septuaginta come αδπλαζήζεη παξά (1, 37; Genesi 18, 14) e l‟uso di εμνπδελόσ (18, 9),
presente spesso dalla traduzione greca.
   La diatesi passiva non presenta alcuna irregolarità (si segnala che Luca è il solo autore
sinottico ad usare gli aggettivi verbali per esprimere il passivo, come in 17, 1).
   La diatesi media, invece, risulta alterata anche considerevolmente rispetto al greco classico,
ma sempre con la stessa frequenza che si può riscontrare nel greco profano dell‟epoca (come
le forme medie di παξαηεξέσ, 6, 7, απνκάζζσ –attestato nel Nuovo Testamento solo in Luca
10, 11 – e πεξηβιέπσ –una volta in 6, 10). Interessante che in Luca ci siano alcuni verbi che
nel greco classico erano usati con valore transitivo, ed ora senza complemento e con senso
diverso ( come επηζρύσ che appare in 23, 5 con il senso di “insistere”, anziché “diventare
forte”, oppure νξάσ che in 12, 15 è costruito senza complemento e insieme ad un altro verbo,
con il senso di “prendre garde”).


545
      S. ANTONIADIS, op. cit., pp. 239-269.



                                              121
   Ora ci soffermeremo brevemente sul valore del modo indicativo. Il tempo più usato è il
presente, anche con valore di presente storico (che conferisce vivacità alla narrazione, come in
11, 45), oppure per esprimere idee generali e risplendenti di una verità eterna (come in 11, 24
oppure in 20, 34), ancora, con valore “frequentativo” ( come “uno spirito lo prende”, in 9, 39,
cioè continua a prenderlo abitudinariamente), con valore di futuro (come in 2, 29 o in 17, 30).
Interessanti le due irregolarità che possiamo scorgere nel Vangelo secondo Luca, cioè 18, 9
(in cui si parla di persone che “sono giuste”, ma non intendendo una categoria di persone,
come farebbe invece intendere questo uso del presente) e 24, 23 (nell‟affermare che gli angeli
“dicono” della resurrezione di Cristo, Luca, invece di usare l‟imperfetto, sembra forzare la
lingua per intendere che gli angeli lo proclamano tuttora). Degno di nota anche il particolare
uso dell‟impersonale δεη per il “dovere” di Gesù, quasi ammiccando al fatto che la missione di
Gesù è qualcosa di divino, che lo trascende verso una necessaria impersonalità
provvidenziale, in una decisione stabilita inequivocabilmente (2, 49; 4, 43; 9, 22; 13, 33; 17,
25; 19, 5; 22, 37; 24, 7; 24, 44). In ultimo osserviamo che Luca tende ad evitare i presenti
storici degli altri sinottici: su 151 presenti storici che incontriamo in Marco, ce ne sono 78 in
Matteo e solo 12 in Luca 546.
   Per l‟imperfetto, citiamo alcune ricorrenze del cosiddetto “imperfetto epico”, che
conferisce un‟aria di grandezza alla narrazione (1, 58; 4, 1; 9, 31), insieme ad alcune
irregolarità, come l‟ imperfetto usato per indicare un futuro prossimo ma ancora non
realizzato (in 1, 59 εθάινπλ è giustamente tradotto dalla CEI e dalla Concordata “volevano
chiamare” ) .
   L‟aoristo in Luca ,secondo lo spirito della lingua greca classica, può trovarsi al posto di un
piuccheperfetto, come in 1, 73, dove il verbo ώκνζελ è meglio traducibile come “aveva
giurato” in relazione al contesto della pericope.
   Il perfetto è usato da Luca in numero maggiore rispetto agli altri evangelisti. Chantraine 547,
infatti, dà questa statistica: mentre Marco presenta 62 perfetti e Matteo 95, Luca ne ha ben
142. Antoniadis ne ipotizza la ragione in questi termini: “ Elle est plutot dans le fait suivant:
Si l‟on esamine attentivement une synopse on verra que, sur un thème donné, souvent Luc
parle de facon plus analytique que ne le font Mt ou Mc; parfois il paraphrase de facon
ingénieuse, et quelquefois enfin il transcrit un passage avec des expressions plus savantes.
Dans de remblables conditions il est rare qu‟on ne trouve pas un participe parfait qui
développe ou précise l‟idée“.



546
   F. REHKOPF, op. cit., p. 99.
547
    P. CHANTRAINE, Historie de parfait grec, Thèse 1926, in cui, alle pagine 214-252, si trova una
approfondita analisi dell‟uso del perfetto greco in età ellenistica, e in particolar modo nel Nuovo Testamento.
“Dans le Nouveau Testament le parfait est rare, mais conserve un reflet de son ancienne valeur. Bientot, dans
les texts byzantins il ne se distinguee plus de l‟aoriste: l‟emploi en semble tout gratuit. En grec moderne il a
disparu, remplacé par une formule périphrastique”. Più precisamente, “on observe donc dans le Nouveau
Testament la valeur espressive du parfait que nous avons apercue en nouvel attique. Pourtant l‟évolution est
plus avancée. Nous avons note que si le participe en .-μένορ reste très vivant dans les évangiles, les autres types
de parfait et en particulier le parfait résultatif sont peu représentés. C‟est que de plus en plus ils se rapprochent
de l‟aoriste qui ne tardera pas à subsister seul. Le parfait était devenu en attique un procédé du langage affectif.
Or le langage affectif tend tout particulièrement à s‟user et par suite à se renouveler. C‟est ce qu‟illustre
clairement le grec du Nouveau Testament. Le parfait perd peu à peu sa valeur proper pour se rapprocher de
l‟aoriste: souvent l‟emploi en semble malaise à justifier. Les évangiles synoptiques sont instructifs à cet égard”.



                                                        122
   Il piuccheperfetto non era usato frequentemente in epoca classica, ed è raro in Marco e
Matteo, ma “Luc s‟en sert assez souvent et c‟est ancore un des points par lesquels se trait sa
connaissance de la langue grecque, telle qu‟elle s‟éscrivait au I siècle de notre ère”.
   Il futuro, usato da Luca con maggiore frequenza rispetto agli altri sinottici (i quali hanno
più familiarità con il futuro attivo o medio che con quello passivo), compare spesso nelle
profezie (1, 13; 5, 35; 19, 43), nelle promesse o nelle aspettative in genere(6, 21; 19, 26), per
esprimere una forte volontà o una decisione presa (1, 60; 17, 18) e, per influenza
veterotestamentaria, ordini, raccomandazioni, verità eterne (4, 8; 4, 12; 17, 4). Il futuro è
anche un tempo tipico dell‟oratoria (4, 23; 7, 31; 11, 5; 14, 5). Notiamo, infine, che il futuro
appare anche con il congiuntivo (dato il senso di irrealizzazione e quindi di possibilità
connaturato al futuro): quindi in Luca, con la particella όηαλ, si possono trovare sia tempo
futuro sia modo congiuntivo (come in 14, 10: έιζε e εξεη).




3. 2. Uso particolare della frequenza verbale

   Smit Sibinga 548 osserva che nel Vangelo secondo Luca e negli Atti esiste una tecnica
letteraria numerica basata sulla ricorrenza delle forme verbali. Egli si sofferma in particolare
su pochi brani, nei quali evidenzia il particolare procedimento stilistico.
   Noi ci occuperemo soltanto di Lc 4, 16-30 in cui l‟autore mostra tutta una serie di
simmetrie strutturali. La pericope viene divisa in tre sequenze, in ognuna delle quali si rileva:



A. v. 16              Gesù arriva nella sinagoga                  7
      17              apre il libro di Isaia                      5
      18-19          testo di Isaia                               7           =         19


B. v. 20             microsequenza di transizione               5
     21              applicazione del testo a Gesù              3
     22              reazione dell‟uditorio                     5
     23              asserzione di Gesù                       1+5=6          =          19


C. v. 24             altra asserzione di Gesù                 1+2=3
     25-26           esempio di Elia                            5
     27              Eliseo e Naaman il Siro                    2

548
    J. SMIT SIBINGA, The Function of Verbal Forms in Luke Acts, in “Filologia neotestamentaria” 6 (1993) pp.
31-50. Lo stesso autore ( The making of Luke 23:26-56. An Analysis of the Composition Technique in Luke‟s
Crucifixion Narrative , in “Revue Biblique” 104 (1997) pp. 378-404 ) osserva che “ Luke‟s composition method
in the crucifixion narrative is shown to be strictly logical and highly disciplined: it is organized on the basis of
the numbers of (a) verbal forms, (b) word and (c) syllables “.



                                                       123
       28             reazione dell‟uditorio                    2
       29             aggressione                               5
       30             uscita di scena di Gesù                   2          =           19



   La prima cosa che balza agli occhi è la straordinaria uniformità delle forme verbali fra le tre
sequenze, in ognuna delle quali ci sono 19 verbi.
   Si osservano anche le simmetrie in A (7, 5, 7), in B (5, 3, 5, 5) e in C (2, 5, 2; 2, 5, 2).
   Inoltre è da rilevare che il centro della pericope evangelica è il v. 22, poiché i 3 verbi in
esso presenti della reazione dell‟uditorio (“Gli rendevano testimonianza … erano meravigliati
per le parole di grazia che uscivano dalla sua bocca “ ) sono preceduti da 27 verbi (vv. 16-21)
e seguiti da altri 27 (vv. 22b-30).
   Al v. 29 c‟è una struttura 2+1+2 nella quale il primo e il quinto verbo corrispondono per
contrasto (“essendosi alzati” e “precipitare”), il secondo e il quarto corrispondono per il
riferimento alla città.
   I vv. 18-19 (testo di Isaia) e i vv. 25-27 (esempi veterotestamentari ) hanno lo stesso
numero di forme verbali, cioè 7 a testa.
   Se si distinguono le parti dialogate da quelle narrative, cioè



                        D         N

vv. 16-19              12          7
    20                 5           –
    21                 2           1
    22                 4           1
    23                 1           5
    24-27              1           9
    28-30               9           –


appare che le parti narrative hanno nei vv. 16-20 e nei vv. 21-30 un egual numero di verbi, 17
a testa; si nota anche che i vv. 24b-27 (parte dialogata) hanno 2+5+2, così come i vv. 28-30
(parte narrativa).
   L‟autore rileva, inoltre, che questo particolare procedere stilistico si riscontra certamente
anche nell‟Antico Testamento e, a questo proposito, analizza 2Re 8, 1- 6 rilevando un‟analoga
tecnica letteraria, poiché “the size of phares, sentences, small paragraphs and so on was
determined according to the number of words. Internal proportions are in agreement with
simple arithmetic”549. Quindi Smit Sibinga può sostenere tranquillamente che il procedimento

549
    Interessante notare che una parola su quattro è un verbo. Del resto, il Salmo 36 (analizzato da Smit Sibinga
altrove) ha 25 verbi su 100 parole. Notiamo che una tale attenzione alle parole, per quanto riguarda la poesia,
deriva anche dal fatto che la metrica biblica si basa su una ritmica realizzata dal numero regolare di accenti
principali delle parole, escludendo le sillabe atone che possono quindi variare indifferentemente (per fare un solo
esempio, pensiamo al ritmo dell‟elegia, “qinà”, detto catalettico, formato da 3+2, quasi fosse un singhiozzo che



                                                       124
letterario di Luca proviene dalla cultura ebraica, anche se non è corretto “to consider it as
non-Greek”, in quanto può riscontrarsi anche in un testo di Dionisodoro di Taso databile
all‟inizio del primo secolo a. C..




sospende il verso). Non solo, ma un‟altra caratteristica della poetica ebraica, oltre ai richiami sonori (per i quali
si parla di una poetica libera nella rigidità: cioè di una poesia che si deve attenere al cromatismo delle parole, per
creare impasti fonico-timbrici piacevoli, una specie di ciò che accade nel “canto” del muezzin sul minareto, che
non è proprio un canto, ma sembra tale per il ritmo creato dalle assonanze sonore. Gli esempi sono innumerevoli
tanto percorrono moltissimi versi biblici: citiamo solo il Salmo 29, forse il più antico del salterio, che è tutto
intercorso dal termine onomatopeico “qol”, “tuono/voce” ; Isaia 5, 7 dove abbiamo il gioco “sedaqah”,
“giustizia”/”se‟aqah”, “grido “ e “mishpat”, “diritto”/”mispah”, “spargimento di sangue”; e Isaia 24, 17 in cui al
peccatore toccano “pahad, pahat, pah”, “terrore, fossa, tranello”), è quella per la quale il verso ebraico possiede
due o tre emistichi (distinti per cesura e per parallelismo di senso –che può essere sinonimico, antitetico,
progressivo, complementare). Ovviamente queste particolari attenzioni alle parole possono essere penetrate nella
prosa: pensiamo, oltre alle assonanze sonore (come succede anche nel Corano, dove vi sono bellissimi esempi di
prosa rimata: ad es. la sura 87 ha tutti i versetti terminanti per a. Evidentemente si tratta di un tratto stilistico
semitico o anche mediorientale in genere, poiché tali procedimenti si ritrovano anche in egiziano nei Testi delle
Piramidi, intarsiati di allitterazioni), alla particolare attenzione alle parole che possiamo trovare anche nel primo
capitolo della Genesi (la creazione) dove, per esempio, il primo versetto ha 7 parole (numero che indica totalità e
perfezione), il secondo ne ha 14 (due volte 7) e il verbo “bara”, “creare” appare 7 volte. Da questo contesto
linguistico-culturale Luca deve inevitabilmente aver ripreso la particolare attenzione, soprattutto numerica, verso
le parole.



                                                        125
                                    CAPITOLO QUARTO



                            Stile dell’esposizione letteraria



4.1. Narrazione

   Dawsey 550 analizza il particolare linguaggio che traspare dalle parti narrative del terzo
vangelo, ricavandovi, innanzitutto, una differenza con le parti in cui Luca dà la parola a Gesù
nel discorso diretto. Ovverosia si riscontra una differenza, voluta, fra diegesi e mimesi 551.


550
    J. M. DAWSEY, op. cit., pp. 15-32.
551
    La distinzione in questione è presente in Aristotele come la differenza fra il racconto puro espresso dal
narratore e quello recitato dal personaggio nella poesia drammatica. Tuttavia oggi si assume la distinzione per
esprimere la “narrazione diegetica”, ovverosia quella nella quale si percepisce chiaramente la presenza del
narratore ( è utile ricordare che il “narratore”, interno o esterno alla storia che sia, è di per sé stesso una finzione
letteraria, una sorta di personaggio che narra la storia, diverso quindi dall‟autore, reale o implicito, anche se ci
sono casi in cui la voce narrante può coincidere con l‟autore implicito che promana dal testo –vedi le
autobiografie ) quale mediatore fra realtà e cose narrate, e la “narrazione mimetica”, in cui sussiste la massima
distanza fra narratore e cose narrate, non essendo possibile, ovviamente, far scomparire il narratore: per Gerard
Genette solo la pura registrazione delle parole dei personaggi costituisce mimesi. Noi quindi parliamo di diegesi
come di narrazione contrapponendola alla mimesi o registrazione di parole (ben sapendo che sia nella diegesi sia
nella mimesi c‟è narrazione, poiché essa è, secondo Genette, “l‟atto del narrare in sé stesso, cioè l‟atto o
l‟enunciazione narrativa che produce il racconto”, in A. MARCHESE, Dizionario di retorica e di stilistica,
Milano 1991, alla voce “narrazione”). Per ultimo, ricordiamo che, oggi, si assume il termine di diegesi per
indicare semplicemente la “fabula”, cioè l‟insieme degli avvenimenti di una storia presi nelle loro concatenazioni
logiche e cronologiche (diversa dall‟ intreccio, che è l‟ordine della narrazione dato dall‟autore in fase di messa
in opera della macchina narrativa, con tutte le risorse che possono alterare anche l‟ordine cronologico, come la
prolessi e l‟analessi). Per un approfondimento delle tematiche: M. CORTI, Principi della comunicazione
letteraria, Milano 1976; U. ECO, La struttura assente, Milano 1968; N. FREY, Anatomia della critica, Torino
1969; G. GENETTE, Figure. Retorica e strutturalismo, Torino 1969; Figure II. La parola letteraria, Torino
1972; Figure III. Discorso del racconto, Torino 1976; G. LUKACS, Teoria del romanzo, Milano 1972.



                                                         126
   Nella narrazione si riscontra prima di tutto un forte scarto di stile e registro linguistico fra il
prologo (1, 1-4) e tutto il resto della materia letteraria (come per segnare la differenza fra il
prologo e ciò che segue, che è ben più importante), costituito altresì dal passaggio dalla prima
persona alla terza. Mentre il linguaggio del prologo è estremamente sofisticato e “classico”,
nel resto delle parti narrative dell‟opera è presente una lingua di tipo orale, dato che si
riscontrano le principali caratteristiche di un siffatto linguaggio, ovverosia :

1. presenza di parole più brevi (è veramente notevole la differenza con il prologo, dove
appare, tra l‟altro, una congiunzione, tra l‟altro molto raffinata e costituente un hapax
legomenon, come επεηδήπεξ, invece della più comune επεηδή) e di periodi più brevi (anche in
questo caso la proporzionalità con il prologo è schiacciante: un solo periodo distribuito in
quattro versetti);

2. tendenza alla mancanza di varietà nell‟uso delle particelle (cosa che crea la tendenza
paratattica, tra l‟altro, necessaria per le lingue semitiche, ma presente ovviamente anche in
greco, sebbene un tale procedimento fraseologico non sia granché accettato nel greco
classico552): Luca fa largo uso di θαί (698 presenze) e di δέ (366 presenze), con una presenza
totale di particelle proporzionalmente minore rispetto ai pur quattro versetti del prologo;

3. preferenza di vocaboli numerici meno precisi, più vaghi : Luca qualifica spesso i numeri
con σζεί, “circa” (l‟eccezione di 3, 1-2 si spiega per l‟intenzione storiografica del Vangelo);

4. tendenza alla generalizzazione;

5. numero maggiore di termini della “totalità”, come άπαο e παο.

   Oltre alla oralità, il linguaggio della narrazione in Luca si caratterizza anche per l‟impiego
di tutta una serie di formule esclusive della diegesi e altamente formalizzate. Si tratta di
cinque tipi (dei quali i primi quattro rispondono a una formularità di tipo sintattico, mentre
l‟ultimo a una formularità di tipo semantico-lessicale):

1. (θαη) εγέλεην, “(e) avvenne”+ verbo: ricorre 40 volte complessive, delle quali 34 con
ελ+dativo, tre con σο, due con κεηά+ accusativo e solo 1 all‟infuori della narrazione (19, 15);

2. απνθξηζεηο εηπελ, “rispondendo, disse”: ricorre 36 volte nella narrazione e solo 4 all‟infuori
(come in 1, 19);

3. θαη ηδνύ, “e vedi, ed ecco”: ricorre 50 volte nella narrazione (al di fuori compare sì, ma non
frequentemente);

4. ελ ησ + infinito, “quando”: ricorre 31 volte nella narrazione e solo 3 volte all‟infuori (come
in 8, 5);

5. δνμάδεηλ ηνλ ζεόλ, “lodare Dio”: ricorre 8 volte, soltanto nella narrazione.

552
      Comparendo però “with regularity in koine nonliterary texts”, J. M. DAWSEY, op. cit., p. 21.



                                                        127
   Occorre notare che tutte queste espressioni costituiscono dei septuagintismi 553, per cui
Luca mostra di collegarsi largamente alla traduzione greca. Dewsey ritiene che provengano
nel terzo vangelo in base alla teoria che vuole il greco neotestamentario come una lingua
speciale, metastorica, che vive di sole memorie e aspirazioni religiose. Pertanto offre altre tre
luci per corroborare la teoria, attenendosi ad altre due peculiarità della narrazione lucana:

1. forte presenza di citazioni veterotestamentarie;

2. presenza di altre tre formule di origine semitica ma sicuramente non da attribuirsi alla
Septuaginta, perché di matrice aramaica (costruzione perifrastica formata da verbo essere +
participio, come in 4, 38; άξρνκαη “in a weak sense without emphasis on the idea of
beginning”, come in 4, 21; “in quella ora” nel senso di “immediatamente”, come in 7, 21).



4. 2. Parole di Gesù

   Lo studioso continua la sua analisi riferendosi alle parole che Luca attribuisce a Gesù e nota
la differenziazione di cui ci riferivamo supra. Non tanto dettata da casualità, bensì rispondente
ad un preciso disegno di Luca: “I do not mean by this that the author broke with tradition
when he related how Jesus spoke. What I do mean is that the author‟s hand can be traced as
he redacted the tradition in order to emphatize certain patterns of speech. The author seems
to have been as careful when characterizing Jesus as he was when characterizing his
narrator” 554.
   La voce di Gesù appare sempre di tipo orale. Molto interessante che in Luca compaiono
ben 46 volte (mentre in Marco solo 18 volte) le espressioni “dico a voi”, “dico a te” sulle
labbra di Cristo come per evidenziare il fatto che egli sta “parlando” anche dalle pagine del
Vangelo; non solo, ma queste semplici espressioni sono caratterizzate di volta in volta sul
modello di ben 17 forme (costituite dall‟aggiunta di particelle o parole: del tipo, ακελ ιέγσ
πκηλ oppure δε ιέγσ πκηλ), mentre Marco ne ha solo 6 555. Il carattere prettamente orale della
voce di Gesù, più di quello della narrazione, si evince anche da un altro particolare
significativo. Mentre Marco presenta quasi sempre επζύο per esprimere l‟idea
dell‟immediatezza, Luca ha παξαρξεκα per le narrazioni (come in 1, 64), invece επζύο (6, 49)
e επζέσο (12, 36. 54; 14, 5; 17, 7; 21, 9) per le parole di Gesù. Non usa il primo termine
perché è troppo caratterizzato in base alla sua teologia (si riferisce alla realizzazione
provvidenziale dell‟azione divina) e sceglie per Gesù allora una terminologia più comoda e a
portata di mano, quindi rispondente all‟idea di oralità-popolarità che egli vuol conferire ai
discorsi di Gesù. Non solo, ma sceglie soprattutto il terzo termine perché considerato sia
meno arcaico di επζύο sia meno collegato alla Septuaginta, nella quale invece compare spesso
la forma più vetusta 556.

553
    Per la questione dei septuaginismi nel Vangelo secondo Luca vd. paragrafo 5.2.
554
    J. M. DAWSEY, op. cit., p. 41.
555
    J. M. DAWSEY, op. cit., pp. 16-17.
556
    J. M. DAWSEY, op. cit., pp. 34-36.



                                                     128
   Il “popular standard” del greco di Cristo è determinato anche da una serie di altri
particolari 557. Solo in Gesù si ritrovano alcune forme barbare che Luca non utilizza nella
narrazione, come πσο invece di σο (per esempio in 6, 42) o κεηά + genitivo invece del più
corretto ζύλ (come in 5, 34). Inoltre, in Gesù compaiono moltissime parole di ascendenza
estranea, come semitismi (poniamo soltanto la frase di 21, 14 oppure il saluto “pace” di 10, 15
–diffusissimo ancor oggi nel mondo orientale, pensiamo all‟ebraico “shalom” o all‟arabo
“salam”– per tratteggiare meglio il profilo popolare della lingua di Cristo) e latinismi (come i
nomi delle monete in 12, 6 e 7, 14), ma anche altre influenze orientali (come παξάδεηζνο in
23, 43 e ρηηώλ in 6, 29), macedoni (ξύκε in 14, 21) e fenicie (come in κλα, 19, 13).
   Un‟altra peculiarità del linguaggio di Cristo in Luca è l‟uso delle proposizioni interrogative
dirette (anche retoriche, con νπ o a volte νπρί per aspettarsi una risposta positiva e κή o a
volte κήηη per una negativa:per esempio, in 13, 15 il primo tipo, in 10, 15 il secondo). La
motivazione principale è quella “to vindicate his teaching by giving it a rational
appearance”558.
   Molto spesso Gesù parla anche in veste di profeta, con particolari reminiscenze
veterotestamentarie, che possono riassumersi in tre tipologie:

1. il plurale καθάξηνη, “beati” (come in 6, 20-21);

2. il νπαί del dito puntato tipico dell‟invettiva del profeta (come in 6, 24);

3. πιήλ, “piuttosto” (come in 6, 24).

   Infine, dopo aver cercato di tratteggiare le differenze fra narrazione e voce di Gesù,
concludiamo con il presentare la classificazione di alcune parole significative che Dawsey
elabora sulla base del modello offertogli da Cadbury 559:



                               Narrazione di Luca       Voce narrante            Gesù
Parole attiche o usate
                               81                       43                       36
dagli atticisti
Parole usate da uno
                               17                       6                        13
degli scrittori antichi
Parole della poesia            58                       34                       32
Parole presenti nella
                               118                      55                       71
prosa postclassica
Parole usate per la prima
                               7                        4                        3
volta da Luca
TOT                            281                      142                      155


557
    J. M. DAWSEY, op. cit., pp. 179-183.
558
    J. M. DAWSEY, op. cit., p. 38.
559
    J. M. DAWSEY, op. cit., p.177.



                                                129
   La percentuale del rapporto della frequenza di queste parole significative del vocabolario
lucano fra la voce narrante e Gesù corrisponde in entrambi i casi al 100%. Quindi, in ultima
analisi, risulta che la cifra del messaggio lucano, almeno quello trasmesso attraverso i termini
chiave, rimane inalterato.




4. 3. Uso delle particelle fra narrazione e voce di Gesù
   Per completare lo studio dei rapporti fra le parti narrative e le parti in cui Gesù parla in
prima persona, è interessante proporre alcune considerazioni sulle particelle o “function
words” 560.
   È notevole rilevare che c‟è una specializzazione di particelle: mentre nella narrazione si
preferisce l‟uso di δέ, θαη, σο (comparativo), σζεί, Gesù usa di prevalenza αιιά, άλ, γάξ, γέ,
εάλ, εώο, ε, κή, όηαλ, όηη, νπ, νπδέ, νπλ, πιήλ, σο (temporale).
   L‟autore poi nota un particolare trattamento che Luca fa di γάξ rispetto a Marco. In esso la
particella compare 67 volte, delle quali 34 nella narrazione, 28 nelle parole di Gesù e 5 nelle
parole degli altri personaggi. In Luca, invece, compare 95 volte, delle quali 12 nella
narrazione, 66 nelle parole di Gesù e 17 in quelle degli altri personaggi. Quindi “in general,
the author of the gospel removed explanatory clauses formed with γάπ from the speech of the
narrator while allowing and often inserting the construction in Jesus‟ speech” 561.
Significativo che Luca elimina completamente l‟introduzione del tipo έιεγνλ γάξ dalla voce
del narratore (cfr. Mc 5, 8 con Lc 8, 29), mentre inserisce la formula del tipo ιέγσ γάξ sulla
bocca di Cristo (per esempio, 5, 29 oppure 10, 24).
   Infine, non par fuor di luogo mostrare la frequenza delle 51 particelle attestate nel terzo
Vangelo:

                           Narratore               Gesù    Altri personaggi            TOT
Αιιά                   1                     29           4                      34
Άλ                     5                     28           4                      37
Αξα                    1                     3            2                      6
Αξα                    0                     1            0                      1
Άρξη                   1                     2            1                      4
Γάξ                    12                    66           17                     95
Γέ                     0                     8            1                      9
Δέ                     366                   157          15                     538
Δή                     0                     0            1                      1
Δηό                    0                     0            2                      2

560
      J. M. DAWSEY, op. cit., pp. 157-166.
561
      J. M. DAWSEY, op. cit., p. 159.



                                                   130
Δηόηη       1     1           1     3
Εάλ         0     19          7     26
Εαλ κή      0     3           0     3
Εηηα        0     1           0     1
Επάλ        0     2           0     2
Επεί        1     0           1     2
Επεηδή      1     1           0     2
Επεηδήπεξ   1     0           0     1
Έπεηηα      0     1           0     1
Έσο         0     15          0     15
Έσο         6      4          2     12
Ή           1     35          4     40
Ήδε         3      5          2     10
Ίλα         10    20          8     38
Καζόηη      1     1           0     2
Καζώο       6     7           4     17
Καί         698   587         150   1.435
Μέλ         3     5           2     10
Μή          12    68          11    91
Μεδέ        0     5           1     6
Μήηε        0     6           0     6
Μήηη        0     1           1     2
Ναί         0     4           0     4
Οπόηε       0     1           0     1
΋πσο        2     3           2     7
΋ηαλ        0     26          2     28
΋ηε         7     5           0     12
΋ηη         53    98          27    178
Οπ          24    116         19    159
Οπδέ        0     17          3     20
Οπλ         3     19          9     31
Ούηε        0     5           0     5
Πιήλ        0     15          0     15
Πξίλ        2     0           0     2
Τέ          4     4           1     9
Τνηλύλ      0     1           0     1
Ψο          5     21          2     28




                        131
Ψο                   17                       5                       3                          25
Ψζεη                 8                        1                       0                          9
Ώζπεξ                0                        2                       0                          2
Ώζηε                 5                        0                       0                          5




4. 4. Trattamento delle fonti
   Possiamo dire che mentre le fonti principali del Vangelo secondo Luca sono Marco
(presente in Luca da 8, 4 a 9, 50) e la fonte Q (presente in questi brani: da 6, 20 a 7, 10; 7, 18-
35; 9, 57, 62; 10, 2-15. e 21-24; 11, 2-4 e 9-26 2 29-36), entrambe greche, le secondarie sono
principalmente quella della narrazione dell‟infanzia (da 1,5 a 2, 52) e la fonte L (da 15, 1 a 16,
15; 16, 19-31; 17, 7-21; 18, 1-14; 19, 1-27) 562.
   L‟influsso delle fonti secondarie, cioè quelle semitiche (aramaiche ed ebraiche), si nota, da
un punto di vista linguistico, per la più accentuata presenza di semitismi in quelle parti che si
pensa siano dipendenti dalle stesse 563.
   Segnaliamo inoltre l‟interessantissimo tentativo di Grant 564 di istituire un confronto fra le
parti “editoriali” di Matteo e Luca secondo questo metodo di lavoro: “first, to isolate the
passages taken over from Mk.; next, to eliminate the words and phrases retained from Mk.;
and also words and phrases in which Mt. and Lk. agree against Mk. (as conceivably due to
„Q‟, oral tradition, or the influence of one upon the other either in the process of writing or in
the later transmission of the text); likewise, quotations from the O. T.; finally, to classify and
tabulate what remained”.
   I risultati di un simile lavoro confermano, anche per quanto riguarda il trattamento delle
fonti, una maggiore ricchezza di linguaggio “editoriale” in Luca, che ha 564 termini
complessivi, di contro ai 513 di Matteo: veramente interessante che, mentre Matteo presenta
193 verbi (di cui 68 composti), Luca ne ha ben 251 (125 composti). Per le altre parti del
discorso le cifre sembrano in linea di massima equivalersi (Matteo ha 173 sostantivi, 27

562
    J. H. MOULTON – R. HOWARD – N. TURNER, op. cit., vol. 4, p. 45.
563
    J. H. MOULTON –R. HOWARD – N. TURNER, op. cit., vol. 4, p. 55-56, anche se si ritiene che i primi due
capitoli siano profondamente coerenti con il linguaggio e lo stile letterario di Luca da non far pensare all‟uso di
qualche fonte (J. H. MOULTON-R. HOWARD-N. TOURNER, op. cit., vol. 2, p. 482). Per una maggiore
trattazione dei semitismi delle fonti vd. capitolo 5. Di Luca è caratteristico che la parte del suo Vangelo che
resta dopo aver tolto le sezioni in comune con Marco, forma una storia coerente: in H. BRYANT SALMON, The
Judaean Narratives in the Third Gospel, in “Church Quarterly Review” 99 (1924-25) pp. 59-68, si sostiene che
questo “residuum forms a complete and coherent Judaean story”, basata su una fonte specifica, di contro
all‟opinione di chi crede che questo “Proto-Luke” sia opera di Luca stesso. In P. WINTER, Some Observations
on the Language in the Birth and infancy Stories of the Third Gospel, in “New Testament Studies” 1 (1954-
1955), si osserva, dopo una serrata analisi linguistica, che “the lyrics in the infancy charapters of the Third
Gospel and the narrative proper in which these lyrics are embedded, are Hebrai in character, in style and
spirit”.
564
    C. GRANT, Editorial Style in the Synoptic Gospels: Part II, St. Luke, in “Anglican Theological Review” III
(1920) pp. 51-58.



                                                       132
aggettivi, 44 particelle e 44 avverbi; Luca invece 176 sostantivi, 32 aggettivi, 41 particelle e
44 avverbi).
   Il sostantivo più usato nei passaggi editoriali in comune ai due evangelisti è “Gesù” per
Matteo (63 ricorrenze) e “ζεόο” per Luca (13), invece l‟aggettivo è “απηόο” sia per Matteo
(169) che per Luca (154), mentre, entro tutto il vangelo, Matteo usa di più sempre “Gesù”
(152) e l‟aggettivo “παο” (126), Luca utilizza sempre “παο” (155) e come sostantivo “ζεόο”
(119). I sostantivi meno usati nelle ricorrenze editoriali è “δαηκόληνλ” per Matteo (1 volta) e
“θύξηνο”, “νπξαλνο”, “παηήξ”, “πξεζβύηεξνο”, “πξνθήηεο” per Luca (sempre una
attestazione), mentre le meno attestate nel complesso dei vangeli sono “θσλή” per Matteo (8
volte) e “εγεκώλ” per Luca (2 volte).
   Dei verbi, i più attestati nei passaggi in comune sono “ιέγσ” per Matteo (74 volte) e “εηκί”
per Luca (60), i meno presenti “εγγίδσ”, “εξσηάσ”, “ηάνκαη”, “πξνζεύρνκαη”, “ζπλέρσ” per
Matteo (una sola attestazione) e “αθνινζέσ”, “εγεηξσ”, “επηηίζεκη”, “ζέισ”, “κέιισ”,
“πιεξόσ”, “πξνοθέξσ” per Luca (una sola attestazione). Invece, nel complesso dei vangeli, il
verbo più usato è sempre “ιέγσ” per Matteo (291) e così per Luca (218), i meno usati
“δένκαη” e “ζπλέρσ” per Matteo (1 volta), “κεηαβαίλσ” per Luca (1 volta).
   Delle particelle, le più presenti sono “δέ” per Matteo (133 attestazioni) e θαί per Luca
(186), le meno presenti “παξά” per Matteo (1), νπδέ per Luca (1). In tutto il Vangelo Matteo
usa agli antipodi per frequenza “όηη” (144 volte) e “σζεη” (3), Luca “όηη” (180) e “ώζηε” (5).
   Degli avverbi, Matteo presenta di più “ηνηε” (41 volte nei passi editoriali e 91 in tutto il
Vangelo) e di meno “παξαρξήκα” (2) nei passi in comune e in tutto il Vangelo, mentre Luca
ha in maggior numero “ παξαρξήκα “ (7, nei passi in comune) e “εθεη”, “πσο”, “σδε” (16
volte a testa, nel complesso del Vangelo), in minor numero “όηε”, “πσο”, “ζθόδξα”, “σδε”
(1) nei passi paralleli e “ζθόδξα” (1) in tutto il Vangelo.




4. 5. Particolarità narrative

   Per terminare questo capitolo incentrato sullo stile linguistico dell‟esposizione letteraria,
elenchiamo brevemente le principali peculiarità espositive della narrativa di Luca.
   Anzitutto, per quanto riguarda il rapporto con le fonti, Luca si caratterizza per una
particolarità come “le transfert”, ovverosia l‟inserimento di un passaggio proveniente da
queste entro un contesto del tutto diverso 565. Basti considerare un solo esempio: in 18, 15-17
Luca non inserisce due azioni che invece Marco (10, 16) riferisce (l‟abbraccio e la
benedizione) per poi utilizzarle, con la stessa sequenza cronologica e le stesse radici
terminologiche, in 2, 28.
   In generale, Mackinlay 566 individua nel terzo vangelo alcuni tratti tipici come

1. allusioni agli eventi del tempo: “The thought naturally suggests itself, that a writer who
records occurrences with regard to money, crowds and official administration with such
minute accuracy and realism, must also faithfully record the miraculous scenes which he

565
      D. HERMANT, Un procédé d‟éscriture de Luc: le transfert, in “Revue Biblique” 104 (1997) pp. 528-556.
566
      G. MACKINLAY, Recent Discoveries in St. Luke‟s Gospel, London-Edinburgh-New York 1921, pp. 15-31.



                                                     133
narrates in similar circumstantial language “. Del resto, se in Luca si può parlare di un
metodo storico nella ricostruzione degli eventi 567, questo può ravvisarsi anche in una
particolare attenzione alle vicende del tempo, nelle quali è maturata la storia della Nuova
Alleanza;

2. uso costante di “contrasts” per acuire l‟attenzione del lettore. Per esempio Luca, da
scrittore di razza, dosa bene la emotività di Elisabetta che se ne uscì “con un grido grande” (1,
42), da un lato, e la calma di Maria che sciolse il suo canto preceduto da un semplice “disse”
(1, 46), dall‟altro;

3. ignoranza. Pericopi che esprimono un messaggio come “Oh se avessi compreso anche tu,
oggi, quello che occorre alla tua pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi “ (19, 42) e
“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno “ (23, 34), sono assunte per
dimostrare che una peculiarità dello stile letterario di Luca è quella della non-conoscenza
della completa verità della fede, tratto che può collegare Luca al pensiero paolino (“.. prima
ero stato bestemmiatore, persecutore e violento. Ma ottenni misericordia avendo agito
nell‟ignoranza, lontano dalla fede”, 1Tm 1, 13);

4. metodo criptico e omissivo. Questa caratteristica si desume da alcuni brani nei quali,
nonostante la cura ai particolari “storici” di cui supra, c‟è una insolita vaghezza (fatto strano
se si considera anche che Luca aveva a disposizioni molte e accurate fonti, che, tra l‟altro, non
non ci sono nemmeno giunte): pensiamo a 3, 23, oppure 11, 1 o14, 25.

   Dal canto suo Dawsey 568 pone l‟attenzione su tratti come la “confusione” della figura di
Gesù ( “the gospel is constructed on the paradox of Jesus –and this is, in part, the play of
confusion in Luke”). È significativo, infatti, che la peculiare natura messianica di Cristo venga
scambiata (ovverosia trascolorata in un rapporto di tipo-antitipo) di volta in volta con Elia ( 7,
11-17, dove Gesù è confuso con un “grande profeta”), Mosé (per esempio, nel racconto delle
tentazioni di Gesù, 4, 1-13, nel v. 3 si fa riferimento al miracolo di Esodo 16, 4) e Davide (1,
32-33, ove c‟è un chiaro parallelo con 2 Sm 7, 13).
   L‟autore, poi, parla anche dell‟ ironia, “increased when we recall that the narrator is not
the only one in the story who speaks a language commensurate with a high position in
society”. Mentre Luca tratteggia Pilato seconda una congrua terminologia 569, è significativo
567
    H. LESETRE, La méthode historique de S. Luc., in “Revue Biblique” 1 (1892) pp. 171-185. Dato che “molti
hanno messo mano” (1,1), επηρεηξεηλ (termine che ha “une signification sensiblement péjorative”), Luca decide
di fare la sua parte: nell‟espressione έδνμε θακνί (1, 3) “suppose que d‟autres ont trouvé bon d‟escrire avant lui.
C‟est une allusion aux éscrivains dont il a réprouvé l‟entreprise en commencant, et peut-etre aussi aux deux
premiers synoptiques. La formule … marque la part personnelle de l‟auteur dans sa determination. Elle n‟exclut
nullement l‟intervention de l‟Esprit Saint qui inspire l‟éscrivain, que celui-ci en ait ou n‟en ait pas conscience”.
Quindi “il caractérise en deux mots la méthode qu‟il entend se prescrive dans l‟exécution de son dessein: „suivre
toutes choses dés l‟origine ακπιβωρ et les écrire καθεξην‟ ”. (per la terminologia vd 1, 3). H. SCHURMANN,
(op. cit., p. 89) nota però che per Luca “l‟interesse dominante … non è quello „storico‟ “, bensì “storico-
salvifico”.
568
   J. M. DAWSEY, op. cit., pp. 123-156.
569
   Ad es., si utilizzano tre parole attiche (αίηηνλ, 23, 4, αλαθξίλσ, 23, 14, απνζηξέθσ, 23, 14) e si presenta la
classica costruzione del dativo d‟agente con il participio perfetto passivo πεπξαγκέλνλ (23, 15), cfr. J. M.
DAWSEY, op. cit., p. 74.



                                                       134
che alcuni personaggi minori direttamente immischiati nell‟uccisione di Gesù adottano un
linguaggio che chiaramente non si attaglia alla loro condizione socio-culturale: per esempio,
le spie in 20, 21-22 non parlano secondo la dura espressione di Mc 12, 14 (νπ κέιεη ζνη πεξη
νπδελόο) e sostituiscono il latino θελζνο con il colto θόξνο.
   Segnaliamo, infine, un particolare elemento narrativo come il fraintendimento 570, che
appare essere addirittura un “Distinctive Characteristic of Luke‟s Story of Jesus”. Pensiamo
soltanto a quel “νπ ζπλεθαλ”, “non compresero” in 2, 50 dei discepoli verso le parole di
Gesù. Circa la natura di questa incomprensione è indicativo che nelle presenze di questo tratto
in cui è esplicitato che le parole di Gesù o la sua stessa persona non sono state comprese,
intercorrono espressioni passive (come in 9, 45 in cui si dice che la parola di Gesù “ελ
πεξαθεθαιπκκέλνλ”, “era nascosta” da loro; ma anche in 18, 34 e 24, 16). Quindi sembra che
Luca alluda ad una forza esterna ai discepoli che impedisce loro di capire (anzi, questo uso del
passivo è generalmente compreso in virtù del suo essere un “divine passive”).




570
   B. C. FREIN, The Literary and Theological Significance of Misunderstanding in the Gospel of Luke, in
“Biblica” 74 (1993) pp. 328-348.



                                                 135
                                  CAPITOLO QUINTO



                                              Semitismi



                                                                                    571
5.1. La questione dei semitismi nel Vangelo secondo Luca

   Come è stato già rilevato, il Vangelo di Luca offre una enorme differenza linguistica fra il
prologo (1, 1-4) e il resto del Vangelo: mentre i primi quattro versetti dell‟opera sono scritti in
un greco impeccabile, che avrebbe potuto essere stato composto con la penna di un qualsiasi
scrittore ellenico, la restante parte letteraria è enormemente influenzata da semitismi ( al
dettato fa eco la parte tematica, percorsa da idee e allusioni tipicamente semitiche e
veterotestamentarie), addirittura in maniera maggiore rispetto agli altri sinottici 572.
   Sparks 573 scrive che, per spiegare questa grande messe di semitismi (si trovano addirittura
“peculiarly Lukan Semitisms “ ), non si possono che adombrare tre ipotesi: 1. il Vangelo, a
parte il prologo, è una traduzione greca di un originale semitico; 2. i semitismi provengono
dall‟uso di fonti semitiche; 3. Luca ha volontariamente semitizzato il dettato greco.
   La prima ipotesi può essere scartata perché gli studi contemporanei hanno dimostrato che
Luca si è servito per la composizione del Vangelo di due fonti principali, il Vangelo di Marco
e la Q, scritte entrambe in greco.

571
    Invece per una visione generale dei semitismi degli Atti: M. BLACK, op. cit.; H. F. D. SPARKS, The
Semitisms of Acts, in “Journal of Theological Studies” nova series I (1950) pp. 16-28; M. WILCOX, The
Semitisms of Acts, Oxford 1965. Per la bibliografia inerente il terzo vangelo vedi di seguito.
572
    Già il grande Lagrange osservava che “Luc est incontestablement celui des trios synoptiques qui contient le
plus de tournures hébraisantes”, in Les Èvangile selon Saint Luc, Paris 1921, p. XCVII.
573
    H. F. S. SPARKS, The semitisms of St. Luke Gospel, in “Journal of Theological Studies” 44 (1943) pp. 129-
138.



                                                     136
   Tuttavia, osserva lo stesso Sparks nella seconda parte dell‟articolo, alcune fonti secondarie
in aramaico ( come la cosiddetta “fonte L” e una tradizione orale ) hanno sicuramente
influenzato Luca nell‟adottare uno stile semitico in punti dove l‟evangelista sembra assumere
il materiale dalle suddette due fonti ( per fare un esempio, in 4, 16 compare la costruzione
perifrastica ελ ηεζξακκέλνο: è un costrutto, sì, anche del greco extrabiblico e di quello della
Septuaginta, però è altresì un aramaismo, molto probabilmente dipendente dalla fonte perché
la fraseologia è usata all‟inizio della sezione editoriale ). Quindi per Sparks la questione si
spiega preferibilmente in base alla seconda ipotesi, ma non solo.
   Anzitutto, si sa che, essendo di lingua madre aramaica sia Gesù sia i discepoli, le prime
fonti erano in aramaico: quindi Marco e Q forse erano traduzioni in greco o, per lo meno,
molto dipendenti dallo stile semitico di partenza. Pertanto molti semitismi penetrarono nel
Vangelo in relazione a quelli presenti nelle due fonti di Luca: per esempio, la Q (vd. Matteo
10, 28) aveva la forma semitica θνβνπκαη con από + genitivo, ripresa anche da Luca 12, 4.
   In secondo luogo, bisogna anche osservare che in alcuni passi Luca semitizza
deliberatamente (per esempio mentre Marco presenta una costruzione in linea con la lingua
greca in 12, 4 –απνζηέιισ + accusativo dell‟oggetto diretto – , Luca in 20, 11 presenta una
struttura che non si ritrova in greco in quanto semitica: πξνζηίζεκη con infinito ). Sui motivi
di questo atteggiamento si possono fare solo congetture: da una parte, se può dipendere dalla
tipologia del greco parlato allora in Palestina (che doveva avere molti tratti provenienti dal
sostrato semitico), allora Luca può aver semitizzato coscientemente sulla linea del particolare
greco di quelle regioni di allora; dall‟altra, Spark ritiene molto probabile che Luca abbia
ripreso deliberatamente lo stile della Septuaginta ( “St. Luke himself was not a „Semitizer‟, but
an habitual, conscious, and deliberate „Septuagintalizer‟ “.).
   In conclusione, quindi, possiamo dire: 1. gli aramaismi in Luca sono ben pochi 574: si
possono rintracciare solo due tratti tipici dell‟aramaico, cioè la costruzione perifrastica
formata da verbo essere più participio 575 ( come in 15, 1) e il tipo “iniziare a fare qualcosa”,
soprattutto “iniziare a dire” (come in 4, 21); 2. gli ebraismi, invece, sono in gran numero e
provengono prevalentemente dalla Septuaginta, per cui Luca semitizza deliberatamente nel
senso che ebraizza, soprattutto, il suo dettato 576.
   Per completezza, ricordiamo che, in numero estremamente minore, si collocano tracce
sparute di influssi siriaci 577. Intendiamo qui per siriaco non quella lingua liturgica e letteraria


574
    Se si eccettuano ipotesi recenti che vedono il Benedictus, pronunciato da Zaccaria (che con molta probabilità
parlava aramaico ), come una composizione della quale “Lc presenta el texto griego como una interpretacion del
pensamiento arameo”, quindi diffusamente percorso da tratti aramaici. Cfr. J. LUZARRAGA, El Benedictus (1,
68-79) a través del arameo, in “Biblica” 80 (1999) pp. 305-358. Non solo, ma altri studiosi pensano anche che i
primi due capitoli dipendano strettamente da un originale semitico, la fonte della infanzia, a cui abbiamo già
accennato.
575
    Abbiamo testé detto che, come rileva lo stesso Sparks, era una costruzione non assente nel greco anteriore e
presente anche nella Septuaginta. Tuttavia egli la include fra gli aramaismi. Invece in A. VERBOOMEN,
L‟imparfait périphrastique dans l‟Evangile de Luc et dans le Septante, Leuven 1992, soprattutto le pp. 73-86, si
rileva che “d‟aucuns pour qui l‟influence stylistique de la Septante sur le grec de Luc s‟est pourtant imposée
comme une évidence, n‟es continuent pas mois à qualifier la construction périphrastique d‟aramaisme” (p. 73).
Anzi, appare chiaro per Verboomen, che la costruzione perifrastica con l‟imperfetto del verbo essere è un
septuagintismo, poiché ricorre o con tutti o con alcuni dei quattro tipici septuagintismi (θαη εγέλεην, ελ ησ +
infinito, θαη ηδνύ, θαη απηόο non enfatico : ad es., con tutti e quattro ricorre in 14, 1-6).
576
    Cfr. paragrafo 5.2.
577
    R. H. CONNOLLY, Syriacisms in St. Luke, in “Journal of Theological Studies “ 37 (1936) pp. 374-385.



                                                      137
che nacque nel II sec. d. C. come codificazione del dialetto aramaico di Edessa 578, espressa in
un alfabeto di ascendenza aramaica, per mediazione del palmireno, in due forme (estranghela,
più arcaico, e serti, dal ductus corsivo) e che fu usata, per esempio, per la Peshitta
(giungendo, grazie ai missionari nestoriani, fino in Cina: come nell‟iscrizione di Hsi-an-fu) ,
bensì, sommariamente, come quel tipo di aramaico parlato in Siria (da cui proveniva Luca) e
che si differenzia, per alcuni aspetti, dall‟aramaico palestinese 579. Connolly nota
principalmente quattro tratti di un siffatto idioma (più uno per gli Atti 580): a. 12, 49: εη ήδε
αλήθζε, espressione dura in greco, si spiega convenientemente con la grammatica siriaca; b.
14, 18: απν κηαο: sintagma considerato unico nella letteratura greca, che si spiega senza
problemi con il siriaco “men hedha”, “from one” (fem.), con il senso di “immediatamente,
subito”; c. 13, 7; 13, 16; 15, 29: l‟uso di ηδνύ per introdurre espressioni di tempo nel discorso
diretto è un tratto siriaco (uso di “ha”, nel senso di “ecco”; invece l‟ebraico e l‟aramaico
hanno rispettivamente “zeh” e “denan”, che significano “questo”); d. 5, 12; 5, 17; 8, 22; 13,
10; 20, 1: l‟uso di ελ κηα ησλ per indicare un luogo non meglio precisato (città, sinagoga…).



5. 2. Rapporti con la Septuaginta

   Il Vangelo secondo Luca è quello più influenzato dalla Septuaginta. Hawkins scrive che
“Luke shows most familiarity with the LXX”, presentando, tra l‟altro, ben 261 “peculiar
words, of which only 73 … are markated” 581, in numero maggiore rispetto agli altri sinottici
(Marco è il meno influenzato).
   È chiaro che un tale rapporto ha inevitabilmente influito con la presenza particolare di
alcuni semitismi. Sparks 582 elenca a proposito cinque particolarità che corroborano l‟ipotesi
di una particolare ascendenza di Luca rispetto alla traduzione greca:

1. Luca mostra di citare l‟Antico Testamento in base alla Septuaginta. Significativo il fatto
che Luca se ne allontani soprattutto quando dipende da Marco o da Q (per esempio, Mc 1, 3 è
ripreso da Lc 3, 4), mentre è estremamente fedele quando non dipende dalle fonti greche (23,
30) oppure quando espande una citazione derivata però dalle fonti (ad es., 3, 5-6);

2. i nomi propri veterotestamentari corrispondono a quelli della Septuaginta. Con la sola
eccezione di Ειηζζαηνο che Luca adotta al posto di Ειεηζαηε presente nella traduzione greca,
il terzo vangelo ha Ιεξνπζαιήκ, invece della forma Ιεξνζόιπκα di Marco; in 4, 26 Luca



578
    Ovvero il siriaco classico. Cfr. T. MURAOKA, Classical Syriac, Wiesbaden 1997.
579
    Per una visione globale della realtà linguistica aramaica vd. F. ROSENTHAL, An Aramaic Handbook, 2 voll.,
Wiesbaden 1967; S. SEGERT, Altaramaische Grammatik, Leipzig 1975; M. SOKOLOFF ( a cura di ),
Aramaeans, Aramaic and the Aramaic Literary Tradition, Ramat Gan 1983. Per l‟aramaico biblico vd. L.
PALACIOS, Grammatica aramaico-biblica, Montserrat 1980; F. ROSENTHAL, A Grammar, op. cit.; I.
JERUSALMI, The Aramaic Sections of Ezra and Daniel, Cincinnati 1978. Per l‟aramaico palestinese vd. J. A.
FITZMYER-D. J. HARRINGTON, A Manual of Palestinian Aramaic Texts, Roma 1978.
580
    Atti 22, 25, dove ricorre πξνηείλσ secondo un uso tipico del siriaco.
581
    J. C. HAWKINS, Horae Synopticae, Oxford 1909, p. 198.
582
    H. F. S. SPARKS, op. cit., pp. 132-134.



                                                    138
preferisce la forma Σηδσλία che non appare in nessun altro testo greco eccetto 1Re 17, 9 nella
traduzione della Septuaginta;

3. il vocabolario: citiamo soltanto ελώπηνλ (una preposizione utilizzata con frequenza sola da
Luca e dalla traduzione greca) e θνηιία che è usato nel senso di “utero” sette volte
collegandosi al senso più comunemente attestato del termine nella Septuaginta (come in Gn
30, 2);

4. la fraseologia: citiamo soltanto πνξεύεζζαη νπίζσ (Lc 21, 8 e Dt 6, 14) e πνηεηλ έιενο κεηά
(Lc 1, 72 e Gn 24, 12);

5. alcuni passi paralleli con Marco sono trattati mediante il linguaggio della Septuaginta. Per
fare un solo esempio: mentre Marco presenta l‟espressione βιέπεηε από (Mc 8, 15), Luca la
sostituisce con πξνζέρεηε από (Lc 12, 1), derivante dalla traduzione greca.

  Sono state fatte svariate ipotesi per spiegare questa particolare dipendenza dalla
Septuaginta. Dawsey le divide in tre categorie principali 583:

1. Torrey 584 spiega la grande messe di semitismi in Luca ritenendo che il Vangelo fosse una
traduzione di una fonte semitica (per cui non si dovrebbe parlare di septuagintismi, ma di
semplici semitismi);
              585              586
2. Kennedy          e Sparks         sostengono che Luca ha deliberatamente imitato la traduzione
greca;

3. Black 587 ritiene che i septuagintismi non siano altro che appartenenti al più ampio contesto
di uno specializzato linguaggio celtico, utilizzato e per la Septuaginta e per il Nuovo
Testamento.

  Tralasciando gli influssi più minuti (come πξνζηίζεκη che indica ripetizione –come in 19,
11 – conformemente all‟uso ebraico del verbo dell‟aggiungere + infinito) 588, esaminiamo
brevemente i septuagintismi più frequenti e caratteristici in Luca:

1. θαη εγέλεην (per Blass e Debrunner è il più caratteristico, insieme al secondo che
proporremo 589; del resto,sono usati spesso insieme): la matrice è la particolare fraseologia
ebraica formata da “e” + “accadde questo” + “verbo principale. Nel Nuovo Testamento ci
sono tre varianti principali: 1. con verbo principale in un tempo all‟indicativo passato (Mc 1,


583
    J. M. DAWSEY, op. cit., pp. 27-29.
584
    C. C. TORREY, Our Translated Gospels, New York 1936.
585
    G. KENNEDY, Classical and Christian Source Criticism, in W. O. WALKER (a cura di), The Relationships
Among the Gospels, San Antonio 1978.
586
    H. F. D. SPARKS, op.cit.
587
    M. BLACK, Second Thoughts IX: The Semitic Element in the New Testament, in “The Expository Times” 77
(1965) pp. 20-30.
588
    Che indicheremo essenzialmente nel paragrafo 5. 3. , negli Ebraismi.
589
    F. BLASS – A. DEBRUNNER, op. cit., p. 57.



                                                   139
9); 2. con θαη e una principale (Lc 5, 17); 3. con accusativo e infinito (Mc 2, 23) 590. Degno di
nota che il greco eztrabiblico conosce le forme di γίγλνκαη con accusativo e infinito (per
esempio in Teognide si trova “γίλεηαη επ ξεηλ έξγ αλδξσλ “) e con ώζηε e infinito (Isocrate
usa “γέλνκελ ώζηε θαη ηνπο κείδσ δύλακηλ έρνληαο θξαηεζελαη “) 591. Delebecque 592
individua tre forme principali in Luca: 1. εγέλεην δέ + ελ temporale + infinito o aoristo 593 (“la
formule … porte la segnature de Luc, helléniste” poiché “elle est inconnue des Septante” e
anche rispondente al “bon grec”); 2. εγέλεην preceduto da θαί o seguito da δέ + espressione
temporale (nominale o verbale) + proposizione principale giustapposta 594 (“elle est
évidemment tirée … des Septante, qui offrent … des centaines d‟exemples”); 3. Anche questa
formula “est traduite de l‟hébreu par les Septante, qui en usent couramment “ e “son premier
élement est toujours l‟impersonnel εγένεηο, le second toujours une expression temporelle,
mais le troisième élément, qui contient encore un second verbe principal, au lieu d‟etre
justaposé au premier, lui est coordonné par καί” 595;

2. ελ ησ + infinito sostantivato con valore temporale: la matrice ebraica è la preposizione “be”
che precede l‟infinito costrutto per esprimere un senso generalmente temporale. Questo uso si
ritrova principalmente nel terzo vangelo (32 volte; mentre in Matteo 3, in Marco 2, negli Atti
7, in Paolo 3, nella Lettera agli Ebrei 4), soprattutto in unione con la prima formula (εγέλεην
ελ ησ: 23 volte in Luca, mentre altrove solo 1 volta in Mc 4, 4 ), fraseologia che la
Septuaginta utilizza per rendere l‟ebraico “wajhi be” 596;

3. θαη ηδνύ (“ed ecco”): mentre senza la “e” corrisponde ad un aramaismo (“hinneh”), con la
“e” è un ebraismo perché usato dalla Septuaginta per tradurre in greco l‟ebraico “wehinneh”.
Forse è un costrutto anche aramaico 597. Johannessohn, dopo aver fatto un‟analisi
dell‟espressione ebraica nei libri veterotestamentari “mit hebraischem Original” e “in den nur
griechisch vorliegenden Buchern” 598, propone un‟ampia rassegna nel Nuovo Testamento: nel
Vangelo secondo Luca rileva che compare 15 volte 599.

4. θαη απηόο (“e questi”): conformemente alla tipica espressione ebraica. In questo modo
almeno lo intende Schweiter, che lo inserisce tra i semitismi più schietti (εγέλεην con “e”,
εγέλεην con verbo finito, ελ κηα ησλ, ελ ησ con infinito, θαη ηδνύ), rilevando una frequenza
pari a 17 attestazioni nel Vangelo, mentre non compare per niente negli Atti 600. Invece
Michaelis, che cita proprio il presente articolo, si dichiara contrario osservando dall‟analisi
590
    E. C. JAY, op. cit., p. 320.
591
    F. MONTANARI, Vocabolario della lingua greca, Torino 1995, alla voce “γίγλνκαη”.
592
    E. DELEBECQUE, Ètudes grecques sur l‟Èvangile de Luc, Paris 1976, pp. 123-165.
593
    Per esemplificare vd. 3, 21.
594
    Vd. 2, 1.
595
    Vd. 19, 15.
596
    F. BLASS – A. DEBRUNNER, op. cit., p. 490.
597
    H. MOULTON – R. HOWARD – N. TOURNER, op. cit., p. 53.
598
    M. JOHANNESSOHN, Das biblische και ιδού in der Erzahlung samt seiner hebraischen Vorlage. A.
wehinne “und siehe” bzw. και ιδού usw. im Alten Testament, in “Zeitschrift fur vergleichende Sprachforschung “
66 (1939 ) pp. 145-195.
599
    M. JOHANNESSOHN, Das biblische… B. και ιδού im Neuen Testament, in “Zeitschrift fur vergleichende
Sprachforschung” 67 (1940) pp. 30-84.
600
    E. SCHWEIZER, Eine hebraisierende Sonderquelle des Lukas?, in “Theologische Zeitschrift” 6 (1950) pp.
161-169.



                                                    140
dei testi che “sie mussen vielmehr και αςηόρ fur ihre Zeit als normales Griechisch angesehen
haben”601.




5. 3. Vaglio dei principali semitismi
   Ci riferiremo essenzialmente alle indicazioni schematiche che troviamo nella grammatica
di Moulton, Howard e Tourner 602:

Aramaismi (gli autori non citano la costruzione perifrastica con il verbo essere, inserendola
fra i Semitismi 603):

1. la particella aramaica “de” (che è “a relative, the sign of genitive, and a conjuction; it may
be equivalent to όηι, „because‟, or όηι recitativum, or ίνα; it may also have the force of όηε or
ώζηε “ 604) ha generato un uso particolare di όηη, come risulta, per fare un esempio, in 8, 25
(Mc 4, 21; Mt 8, 27) dove la particella è usata al posto di un relativo al dativo che si doveva
aggiungere pleonasticamente all‟ “απησ” 605;

2. uso del verbo “iniziare” (come in 15, 14);

3. il frequente uso del verbo “togliere” è attestato altresì nelle parti aramaiche dell‟Antico
Testamento (Daniele e Esdra). Se presente nelle parti dipendenti da Q (come, per esempio, 6,
42), significa che si tratta dello sfondo aramaico della fonte greca;

4. plurale attivo impersonale, come in 4, 41 e 8, 12.



Ebraismi:

1. costruzione partitiva senza articolo come soggetto o oggetto di un verbo: in 11, 49 appare
“εμ απησλ απνθηελνπζη”” (il costrutto partitivo funge in questo caso da oggetto);



601
    W. MICHAELIS, Das unbetonte και αςηόρ bei Lukas, in “Studia Theologica” 4 (1950) pp. 86-93.
602
    J. H. MOULTON – R. HOWARD – N. TOURNER, op. cit., vol. 4, pp. 45-55.
603
    Cfr. paragrafo 5.1.
604
    M. BLACK, op. cit., p. 70.
605
    M. BLACK, op. cit. pp. 71-72.



                                                   141
2. εγέλεην 606;

3. prolessi del soggetto di una proposizione subordinata (come in 24, 7: il soggetto della
proposizione retta da δεη, che è “figlio dell‟uomo”, è preposto alla congiunzione όηη che apre
la frase);

4. ελ ησ + infinito con valore temporale 607 ; ηνπ + infinito con valore epesegetico,
consecutivo, finale che, pur non essendo estraneo al greco profano soprattutto per il senso
finale, riflette il medesimo costrutto della Septuaginta che rende il valore della preposizione
“le”;

5. verbo con dativo, o participio predicativo, o accusativo interno della stessa radice (per
rendere l‟infinito assoluto ebraico) come in 2, 9 e 22, 15;

6. verbo “aggiungere” per esprimere ripetizione (19, 11; 20, 11);

7. “the imperatival infinitive may be derivated from the Hebrew infinitive absolute” (come in
22, 42), pur essendo evidente che il costrutto è tipico del greco profano;

8. Sebbene il genitivo di qualità non sia estraneo al greco extrabiblico, tuttavia “some phrases
in Luke-Acts are peculiarly Hebraic”, come in 16, 8 e in 18, 6;

9. espressioni fisionomiche, dipendenti dalla Septuaginta, che abbonda di sintagmi
preposizionali formati con le parole “faccia”, “mano” e “bocca”. Tuttavia alcune espressioni
erano già conosciute in greco o presenti in papiri non influenzati da lingue semitiche (come in
2, 31);

10. vocabolario: citiamo soltanto i septuagintismi ξεκα, che traduce l‟ebraico “dabar”
(“parola/azione”), e la terminologia del “magnificare” (come in 1, 46-58).



Semitismi (ovvero tratti comuni sia all‟aramaico che all‟ebraico):

1. paratassi: una fraseologia non unicamente semitica, ma attribuibile alle lingue semitiche per
la grande frequenza nel Nuovo Testamento: per Luca basta solo considerare che nella
narrativa dell‟infanzia di Gesù (da 1, 5 a 2, 52) si trovano 218 verbi principali contro 52 verbi
delle subordinate o che nelle sezioni in comune con Marco (da 8, 4 a 9, 50) i verbi principali
sono 255, quelli delle subordinate 55;

2. participio pleonastico (come in 1, 39; 5, 28; 7, 22; 8, 14; 9, 13. 59. 60.; 13, 19);

3. participio pleonastico ιέγσλ (come in 3, 10. 14. 16.; 5, 21; 15, 3; 18, 18; 21, 7);

606
      Cfr. paragrafo 5.2.
607
      Cfr. paragrafo 5.2.



                                                142
4. costruzione perifrastica con il verbo essere e il participio (“as a substitute for imperfect is
thought by some to be an Aramaic construction, but in the LXX it renders a Hebrew phrase
which is more frequent in later than in earlier books “);

5. “recitative hoti” (come in 1, 25. 61; 15, 27; 17, 10; 19, 42; 22, 61);

6. confusione dei pronomi personali e dimostrativi, come succede in aramaico e in ebraico).
Pensiamo soltanto all‟uso improprio di απηόο (come in 1, 36 e in 2, 38);

7. θαη ηδνύ 608, considerato dipendere forse anche dall‟aramaico;

8. εη interrogativo (come in 13, 23; 22, 49 );

9. πξόο dopo verba dicendi, raro nel greco profano, frequentissimo in Luca (per esempio, in 1,
13; 2, 15; 4, 36; 5, 22; 6, 3; 8, 22; 9, 3);

10. dato che in aramaico e in ebraico non può di regola comparire niente fra articolo e
nome609, in Luca si segue molto spesso questa caratteristica: per esempio, nella narrazione
dell‟infanzia si eccettua solo 2 volte (1, 70; 2, 3).




608
   Cfr. paragrafo 5. 2.
609
   In aramaico c‟è un articolo posposto e unito alla parola (“a”) che va a costituire in questo modo il cosiddetto
“stato enfatico”. In ebraico il nome può essere determinato dalla particella “ha” anteposta e unita alla parola
(oppure flettendo il nome con una desinenza pronominale, o usando un nome proprio), nata come un pronome
dimostrativo con valore solo dittico, per poi assumere anche valori anaforici e, per l‟appunto, determinativi
(quindi non esiste l‟articolo indeterminativo, ma si può usare il numerale “uno”).



                                                      143
                           B. ANALISI LINGUISTICA



   Nella prima parte del presente lavoro, dopo aver richiamato alcune tappe della lingua greca
fino alla koiné ellenistica, abbiamo delineato un quadro coinciso di quest‟ultima situazione
linguistica con particolare riferimento al greco del Nuovo Testamento.
   Abbiamo quindi iniziato la seconda parte con una veloce enucleazione delle caratteristiche
più peculiari e meno controverse riguardanti la lingua del Vangelo secondo Luca.
   Ora ci aspetta un lavoro al tempo stesso simile e diverso rispetto a quanto svolto fino
adesso. Svolgeremo, infatti, “analizzeremo”, il greco di Luca per come esso appare nella
trama del racconto che egli ha inteso scrivere.
   Ebbene, un‟opera scritta ha tante e tali diversità, complessità, ricchezze risultanti da una
profonda amalgamazione fra il fatto linguistico più nudo e il fatto contenutistico più crudo:
senza questa unione non potrebbe esistere letteratura di nessun tipo, specie quella
neotestamentaria 610.
   Pertanto, per comprendere appieno la parola (nella sua realtà di significante portatore di
significato 611), non possiamo tralasciare lo studio del concetto, quindi, in definitiva, la
interpretazione del brano in cui essa ricorre come filo, unico e indispensabile, che regge la
trama del textus, il quale, ripetiamo, non esiste all‟infuori del messaggio 612.
   Quindi spendiamo qualche parola per l‟interpretazione, che presentiamo come premessa
generale.



610
    Letteratura intesa in senso estensivo, perché, in senso stretto, è difficile giudicare quanto di artistico e quanto
invece di meramente cronachistico-informativo-comunicativo ci sia realmente nella letteratura neotestamentaria.
611
    Che può essere di base (quello principale, etimologico), contestuale (derivante dal contesto linguistico),
socio-contestuale (derivante dal contesto topo-socio-culturale), espressivo (per situazione emotivo-stilistica,
influenzato, per il testo letterario, da aspetti callagrammatici, fonici, metrico-ritmici, lessicali, sintattici, retorici,
tematici, letterari –la intertestualità –, storico-culturali – la extratestualità ).
612
     Quand‟anche si tratti del semplice lussureggiare di suoni (fonosimbolismo) dei futuristi o dell‟urlo
disarticolato degli espressionisti, perfino dello spazio bianco nella poesia (inteso, per l‟appunto, dalla critica
semiotica, come “ipersegno iconico”) oppure, nella comunicazione orale, di tutti gli aspetti soprasegmentali o
paralinguistici.



                                                           144
   Scartiamo in anticipo l‟idea della interpretazione oggettiva e definitiva di un testo. Come
osserva Segre, “l‟oggettività è possibile solo in assenza di lettura” 613. Noi riteniamo che
questo dato di fatto sia suscettibile di almeno tre tipologie di spiegazione.
   Anzitutto, è evidente che si conosce solo ciò che si può conoscere, in base a una struttura
mentale, in parte innata 614 in parte acquisita 615 con il tempo (grazie al rapporto con la realtà e
anche con l‟idea che gli altri hanno di noi616). Già Kant 617, ribaltando la distinzione fra res
cogita e res extensa di Cartesio, sostiene che la “Erkenntsin”, “conoscenza”, sia possibile solo
grazie all‟ “Ich denke”, inteso come “unità sintetica dell‟appercezione”, quindi come istanza
trascendentale del soggetto che unifica il “Ding an sich”, “oggetto in sé” con la struttura
mentale dell‟individuo, cosa che crea la “Vorstellung”, “rappresentazione” (intesa, per
l‟appunto come il porre, stellung, davanti, vor, di una realtà, che così può essere intesa). Però,
in questo modo, Kant salva la oggettività, pur considerandola una caratteristica del soggetto
(mediante un pensiero uguale in tutti gli uomini). Heidegger, uno dei massimi studiosi di
Kant, parla di “circolo ermeneutico”: “Ogni interpretazione, che è promotrice di nuova
comprensione, deve avere già compreso l‟interpretando… Il circolo della comprensione non è
un cerchio in cui si muova qualsiasi forma di conoscere, ma l‟espressione della pre-struttura
esistenziale propria dell‟Esserci stesso”618. Gadamer 619 parla esplicitamente di una “fusione
di orizzonti” (“Horizontverschmelzung”) fra l‟opera e il soggetto, caratterizzata dal
“Vorurteil”, “pregiudizio”, una sorta di prestruttura: il “circolo ermeneutico” consiste
nell‟avvicinarsi del soggetto all‟oggetto sulla base di tutte le idee che gli provengono dal
contesto storico-culturale e che costituiscono una precomprenzione. Tuttavia, per Heidegger
e Gadamer, il testo non è qualcosa di perso nella relatività delle posizioni: dato che il “circolo
ermenutico” e la “fusione degli orizzonti” sono strutturali alla realtà umana, per cui senza ci
sarebbe il non-senso, la mancanza assoluta di comprensione e attività noetica, l‟oggetto stesso
vive di ciò e il suo senso si esplicita proprio nell‟unione di prospettive diverse. Gadamer, anzi,
aggiunge che si compie proprio un passo avanti nella retta comprensione se si accetta sempre
più questa precomprensione. Del resto, se per Assmann e Gladigow la letteratura è una



613
    C. SEGRE, Avviamento all‟analisi del testo letterario, Torino 1985, p. 365.
614
    Questo è il particolare approccio del cognitivismo, che interpreta i fenomeni mentali alla stregua di processi
di elaborazione dell‟informazione: ora assumendo teoricamente una base psico-fisiologica (come in relazione al
“temperamento”, la risposta psichica all‟apparato endocrino) rigida e non adattiva (corrente detta Human
Information Processing), ora in base all‟idea di una struttura che accoglie così come sono le particolarità
ambientali che poi costituiranno gli apparati mentali dell‟elaborazione informativa (corrente „ecologica‟). Cfr. P.
LEGRENZI (a cura di), Storia della psicologia, Bologna 1980; U. GALIMBERTI, Dizionario di psicologia,
Torino 1992.
615
     Per il comportamentismo l‟evoluzione delle strutture mentali avviene in modo rettilineo, progressivo,
quantitativo. Per Piaget, invece, lo sviluppo è qualitativo, in base ad un continuo accomodamento della mente
alla realtà e di assimilazione di quest‟ultima alla mente. Cfr. J. PIAGET, Psicologia dell‟intelligenza, Firenze
1954.
616
     G. H. Mead distingue l‟Io (base mentale che reagisce agli stimoli esterni) dal Me (valutazione che ogni
soggetto ha di sé sulla base di ciò che ritiene essere la valutazione degli altri). Dal dialogo fra Io e Me nasce il
Sé, inteso come l‟organo che rapporta l‟individuo al mondo sociale, in uno scambio continuo di interpretazione
della simbolica dei gesti sociali e conseguenze reazione (interazionismo simbolico). Cfr. Mente, Sé e società,
Firenze 1966.
617
    I. KANT, op. cit..
618
    M. HEIDEGGER, Essere e tempo, Torino 1969, pp. 249-250.
619
    H.-G. GADAMER, op. cit..



                                                       145
comunicazione tra opere letterarie dilatata nel tempo 620, come potrebbe comprendersi se non
con la conoscenza precedente di quelle?
   In secondo luogo, il testo in quanto tale, soprattutto se artistico, si presta alla polisemia.
Non è qualcosa di immutabile e fisso. Benjamin scrive che “c‟è una maturità postuma anche
delle parole che si sono fissate” 621. La lingua, infatti, è una realtà talmente viva, che si evolve
in relazione a un‟innumerevole serie di fattori intratestuali, intertestuali ed extratestuali tali
che la rendono diacronicamente polisemica. Per fare un esempio, il “ιίοονκαη” dell‟ Ode di
Afrodite di Saffo, invocato spesso per dimostrare l‟”io lirico”, era certamente portatore di un
messaggio nella poesia sociale standardizzata di allora, ne avrà assunto un altro durante la
Rivoluzione francese e un altro ancora nel periodo postmoderno. Se poi focalizziamo
l‟attenzione proprio sulla lingua letteraria o poetica, le sue principali caratteristiche sono la
ambiguità (vivendo di straniamento) e la autoreferenzialità (per cui ogni tratto, anche lo
spazio bianco, come si è detto, è portatore di significato), cosa che ne decreta la intrinseca
polisemia 622. Per questo Lotman scrive che alle lingue d‟arte è proprio il principio della “non
traducibilità di principio in lingue non-artistiche” 623.
   Infine, portando alle estreme conseguenze tutto quanto detto, si può arrivare addirittura alle
posizioni di Bleich 624 (il testo è solo il pretesto per la proiezione delle ossessioni del lettore),
del decostruzionismo (il testo è talmente autoreferenziale da non poter essere compreso:
l‟unica operazione che è possibile fare è la “decostruzione”, cioè la sottrazione da ogni lettura
che voglia essere la sola attendibile) e di Blanchot (l‟opera d‟arte non rinvia a nessun
significato tanto è totalità di significati).
   Pertanto, a mo‟ di conclusione e di sintesi, possiamo dire che la interpretazione non è un
semplice rapporto con un oggetto, ma una profonda identità e identificazione di un elemento
con un altro, di un mondo con un altro. Se è impossibile che il testo sia immutabile e che il
lettore possa farsi tabula rasa, rimane solo la unione di questa molteplicità in una singolarità
nuova. Per questo, come è detto da più parti, un romanzo, un racconto, un‟opera letteraria in
genere non è tale fino a quando non trova il proprio lettore.




620
     J. ASSMANN-B. GLADIGOW (a cura di), Text und Kommentar. Archaologie der literarischen
Kommunikation, Munchen 1995.
621
    W. BENJAMIN, Il compito del traduttore, in Angelus Novus. Saggi e frammenti, Torino 1976, p. 41.
622
    Cfr. U. ECO, I limiti dell‟interpretazione, Milano 1992.
623
    J. M. LOTMAN, Struttura pensante, in Cercare la strada. Modelli della cultura, Venezia 1994, p. 46.
624
    D. BLEICH, Readings and Feelings. An Introduction to Subjective Criticism, Baltimore 1975.



                                                 146
                                    CAPITOLO PRIMO


                                     Il prologo (1, 1-4)625



    “Tra i quattro evangelisti, solo Luca introduce il suo Vangelo con un prologo nel quale
entra in scena insieme con il suo destinatario e coi i suoi predecessori” 626.
   Si tratta di una composizione in sintonia con la lingua greca classica migliore (Marshall
definisce la lingua del prologo “excellent Greek” 627), tanto che sono stati tentate analisi
comparative, come dice Meynet, con le prefazioni degli storici classici Erodoto, Tucidide,
Polibio e di alcuni autori ellenistici di vario argomento 628. L‟autore, in particolare, elabora un
confronto con la letteratura biblica (Siracide, Prima Lettera di Giovanni) mostrando, in
questo modo, che il prologo, se, da una parte, guarda alla grande letteratura della grecità
classica e del tramonto, dall‟altra, però, è rivolto anche alla tradizione della Bibbia. Mentre
Alexander, come vedremo nell‟analisi linguistica, nota molti punti in contatto con la
letteratura scientifica: “The language and the style of the preface fit better with the scientific


625
    Oltre alla bibliografia fornita nel prosieguo del capitolo citiamo: F. H. COLSON, Notes on St. Luke‟s Preface,
in “Journal of Theological Studies” 24 (1923) pp. 300-309; M. DEVOLDERE, Le prologue du troisième
évangile, in “Nouvelle Revue Théologique” 56 (1929) pp. 714-719; E. v. DOBSCHUTZ, Vom reiner Wort
Gottes und dem Lukas-Prolog, in Studies in Early Christianity, New York 1928; A. T. ROBERSTON, The
Implications in Luke‟s Preface, in “The Expository Times” 35 (1923/1924) pp. 319ss..
626
    R. MEYNET, Il Vangelo secondo Luca. Analisi retorica, Roma 1994, p. 29.
627
    I. H. MARSHALL, The Gospel of Luke. A Commentary on the Greek Text, London 1978, p. 39.
628
    R. MEYNET, op. cit., p. 31.



                                                      147
than the historical tradition. There are rhetorical clichés behind Luke‟s opening words …;
but precisely the same touches of rhetoric are found in the scientific writers” 629.
   Dawsey, dal canto suo, osserva giustamente che “any discussion of the distinct qualities of
the voice of the narrator best beings with the prologue to the gospel, not only because it
appears first in the sequence of the narrative, but also because it is of singular style in the
gospel”, essendo di “unusual artistic construction. It stands in the best tradition of classical
Greek” 630.
   La struttura complessiva, infatti, come abbiamo già visto 631, risponde al “periodo”,
ovverosia a quella alta struttura fraseologica in cui tutti gli elementi della frase si
corrispondono in una serie di echi corrispettivi.
   Schurmann nota anche che il proemio è “estremamente denso. Pur essendo del tutto
convenzionale, da esso si può riconoscere quanto prema all‟autore il compito che gli è toccato
e la sua esecuzione. Il proemio contiene di fatto „la teologia lucana in nuce‟”, e, distaccandosi
dallo stile biblicistico del resto del vangelo, mostra che l‟opera è destinata ad un pubblico
ampio, certamente non ristretta al solo ambiente della chiesa 632, sebbene “da quanto appare
dal proemio e dal resto dell‟opera la comunità a cui il vangelo di Luca si rivolge è composta
da cristiani già istruiti nella fede, di matrice pagana, che si interrogano sui fondamenti storico-
teologici della loro fede e su un fatto che li sconcerta, il rifiuto di Cristo da parte di Israele che
non ha visto in Gesù di Nazaret il „compiersi‟ delle Scritture” 633.
   Anche se è interessante che Luca non si nomini: “Luke does not name himself in the
preface; he is content to be seen as a member of the church which he serves, like the servants
of the Word before him” 634.




1. 1. Primo versetto
      Επεηδήπεξ πνιινη επερείξεζαλ αλαηάμαζηαη δηήγεζηλ πεξη ησλ πεπιεξνθνξεκέλσλ

                                         ελ εκηλ πξαγκάησλ


   Il prologo e così tutto il Vangelo secondo Luca si apre con una proposizione causale che
vuole indicare i motivi per i quali l‟autore ha deciso di scrivere un vangelo. Alexander ritiene
che questo costituisca un punto di contatto con la letteratura scientifica dell‟epoca, le opere
della quale si aprivano normalmente con una proposizione subordinata e spesso con una
causale; non solo, ma questa prospettiva di paragone è avvalorata anche dal topos dei
“predecessori” (πνιινί, a cominciare dall‟era volgare) e dall‟indicazione della materia da
trattare, oltre che dal personaggio cui è dedicata l‟opera (v. 3): “From the rhetorical point of

629
    L. ALEXANDER, The Preface of Luke‟s Gospel, Cambridge 1993, p. 104.
630
    J. M. DAWSEY, op. cit., p. 18.
631
    Cfr. Parte prima, paragrafo 3. 6.
632
    H. SCHURMANN, op.cit., pp. 73-74.
633
    G. RAVASI La Buona Novella, op. cit., p. 77.
634
    I. H. MARSHALL, op. cit., p. 40.



                                                 148
view there is little difference in essential funcion between the three opening gambits: both the
ellenistic topics (the subject and the dedicatee‟s interest) serve to establish that the subject is
worth attention, and … the topic of „predecessors‟ often works in essentially the same
way“635.
   Επεηδήπεξ, hapax legomenon nel Nuovo Testamento, è un termine tipico della lingua
classica, usato in riferimento a qualcosa di precedentemente ben conosciuto 636. Anche l‟altra
forma rafforzativa di επεί, cioè επεηδή, è sempre classica, letteraria e più rara della normale
eccezion fatta che nei decreti. Probabilmente la preferenza verso la forma doppiamente
composta (attestata raramente nel greco classico e mai all‟inizio di un testo ) è stata motivata
da una ragione “aural, the longer form having more weight”, in piena sintonia con lo spirito
ellenistico perché “the use of the unnuanced compound is more typical of late hellenistic and
literary Koiné than of Attic prose” 637.
   Πνιινί: è spesso usato all‟inizio di un discorso 638, ma non era certamente ristretto alle
orazioni retoriche, perché è attestato, per esempio, anche nella letteratura scientifica, nella
Commedia Nuova, nel Siracide, e in Eb 1,1; interessante che Luca possa aver subito
l‟influenza della formula “πνιιάθηο ζνη έγξαςα”, presente spesso nelle lettere dei papiri; è
doveroso notare poi che “Luke‟s use of this convention therefore attests the formality of his
opening sentence, but does not necessarily entail a direct acquaintance with high classical
rhetoric” 639. Questo riferimento ai predecessori (si ritiene che siano almeno tutti gli scritti che
noi consideriamo sue fonti ) è, da una parte, giustificante per l‟idea avuta da Luca, dall‟altra, è
“causale” per la riuscita della stessa (se, infatti, non ci fossero stati, Luca non avrebbe potuto
scrivere il Vangelo) 640.
   Il verbo επηρεηξέσ “does not indicate success or failure, but points to the difficulty of the
task, which was also felt by Luke (καμοί, 1:3) “ 641. È una parola classica, anche se ricorre
negli scrittori della tarda grecità, 11 volte nel greco della Septuaginta, ma soltanto 3 nel
Nuovo Testamento (solo in Luca: qui, in Atti 2, 29 e 19, 13). Interessante osservare che la
fraseologia επερείξεζαλ αλαηάμαζζαη δηήγεζηλ crea un particolare effetto sonoro per il
ripetersi della spirante e della doppia. È un verbo usato comunemente nei prologhi, sia in
prima (indicando una sorta di modestia) che in terza persona: quando è usato in questo modo,
sicuramente non è indice di modestia altrui 642.
   Il verbo αλαηάζζσ non è classico ma nemmeno comune. “Le verbe inique donc un travail
de la mémoire et il s‟applique bien puisqu‟il s‟agit d‟une tradition orale; mais le préverbe
compte peut-etre davantage car il implique moins une composition qu‟une „recomposition‟ et
sans doute aussi l‟effort voulu par une recherche intellectuelle difficile” 643. Quindi Zerwick
lo intende: “ „reconstitute „ from memory “644. È un termine attestato anche nella tradizione



635
    L. ALEXANDER, op. cit., p. 107.
636
    I. H. MARSHALL, op.cit., p. 41.
637
    L. ALEXANDER, op. cit. pp. 108-109.
638
    H. SCURMANN, op. cit., p. 80.
639
    L. ALEXANDER, op. cit., p. 109.
640
    H. SCHURMANN, op. cit., pp. 80-81.
641
    I. H. MARSHALL, op. cit., p. 41.
642
    L. ALEXANDER, op. cit., p. 109-110.
643
    E. DELEBECQUE, Etudes, op. cit., p. 4.
644
    M. ZERWICK, A Grammatical Analysis of the Greek New Testament, Roma 1996, p. 168.



                                                 149
scientifica: non fa difficoltà alcuna che il verbo in questione sia raro, perché le opere
scientifiche amano le variazioni terminologiche 645.
   Δηήγεζηλ: è un termine non comune, presente nella prosa classica. Nel Nuovo Testamento
ricorre solo qui, mentre si ritrova varie volte nella Septuaginta. Nel mondo classico è un
tecnicismo della retorica (indica l‟esposizione dei fatti del caso che segue il prologo) ed è
probabile che sia spesso usato in senso semi-tecnico (indicando il corpo del testo, distinto dal
prologo) in altri contesti ( anche in 2 Mc 2, 32 ), mentre qui è usato in senso generale, così
come appare in Galeno 646. Per Schurmann il termine assume una connotazione particolare in
riferimento alla traduzione di Ab 1, 5 da parte della Septuaginta (“εθδηεγεηαη”) perché “per
Luca la predicazione apostolica fa parte dell‟evento delle εκέξαη escatologiche
profetizzate“647.
   Πεπιεξνθνξεκέλσλ: il verbo πιεξνθνξέσ, non classico, è stato usato sicuramente per la
sua sonorità ed espressività (in un buon attico si sarebbe potuto trovare πιεξσζέληνλ) ed è
attestato abbondantemente nei testi non letterari e nei papiri 648. “Il esprime la double idée
d‟un achèvement total, et d‟un achèvement d‟actes authentiques. La meme notion
d‟achèvement est traduite ailleurs par les deux verbes πληποςν et ηελειν et leurs composés. Le
premier se trouve neuf fois dans l‟Evangile; avec des emplois divers sur lesquels il n‟y a pas
lieu ici d‟insister, il désigne une plénitude totale. Le second n‟est pas rare non plus; il a le
sens de „conduire à sa fin‟ (2, 39; 12, 50) et deux fois, en 18, 31 et 22, 37, il est l‟exact
synonyme du precedent”649. Per Schurmann il verbo da Luca “usato soltanto in questo passo,
presenta qui un duplice significato: si riferisce anzitutto, come πιεξνπλ, al „compimento‟,
specialmente di dati temporali. Gli eventi salvifici cristologici per Luca „sono arrivati a
conclusione‟ nella resurrezione ed esaltazione di Gesù … Allo stesso tempo però Luca
intendo esprimere anche il „carattere di pienezza‟ di quegli eventi “ 650, il fatto che sono
“„giunti a pienezza „, proprio come si dice della Legge, dei Profeti e dei Salmi, che devono
„compiersi in pienezza „ in Cristo (Lc 24, 44; si veda anche Lc 4, 16-21 e Mt 5, 17-18)“ 651.
Interessante l‟osservazione di Lagrange 652, per il quale la lunghezza del termine sembra dar
ragione del fenomeno linguistico per il quale con l‟andare del tempo le parole tendono ad
allungarsi (“sa dimension semble donner au sens plus d‟intensité”), analogamente al francese
“règle” che poi diventa “règlement” per finire in “réglementation”; egli poi nota che “la suite
des significations serait donc: remplir, accomplir, achever, combler, satisfaire, donner
satisfaction, garantir, persuader, convaincre, déterminer, décider”.
   Ελ εκηλ: Alexander nota l‟uso vago che si fa di questo pronome (in conformità anche alla
letteratura scientifica), poiché esso può indicare tanto l‟insieme dei cristiani quanto la nazione
ebraica 653. Marshall, invece, prende posizione nel dire che il pronome si riferire a tutti i
membri della chiesa, di ieri e di oggi 654. Una sfumatura diversa la troviamo in Schurmann,

645
    L. ALEXANDER, op. cit., p. 110.
646
    L. ALEXANDER, op. cit., p. 111.
647
    H. SCHURMANN, op. cit., p. 82.
648
    L. ALEXANDEDR, op. cit., p. 111.
649
    E. DELEBECQUE, op. cit., p. 3.
650
    H. SCHURMANN, op. cit., pp. 78-79.
651
    G. RAVASI, La Buona Novella, op. cit., p. 77.
652
     M. J. LAGRANGE, Le Sens de Luc 1.1 d‟après les papyrus, in “Bulletin d‟ancienne littérature et
d‟archéologie chrétiennes “ 2 (1912) pp. 96-100.
653
    L. ALEXANDER, op. cit., p. 112.
654
    I. H. MARSHALL, op. cit., p. 41.



                                               150
per il quale “abbraccia tutto „il tempo del compimento‟, il „tempo di Cristo‟, tra l‟evento di
Cristo che è passato e quello che deve venire. Il riferimento è dunque alla generazione del
tempo finale, per la quale gli eventi di Cristo, a motivo del loro carattere di compimento …
restano sempre „vicini‟ “, di contro a chi pensa che il pronome si riferisca ai tempi
postapostolici della chiesa, nei quali i fatti di Gesù trovarono pienezza 655.
   Πξαγπάησλ: è un termine comune al tempo di Luca (nel Nuovo Testamento ricorre 11
volte), non necessariamente storico (del resto, se per la storia greca e romana erano più
importanti le grandi imprese e i grandi uomini anziché i “fatti”, il termine proprio doveva
essere πξάμεηο, res gestae) e tanto vago da non essere caratteristico di nessuna disciplina,
anche se è usato pure dalla tradizione scientifica 656. È notevole che Luca non usi il semitismo
ξεκα e che adotti anche il plurale, in maggiore conformità all‟idioma greco. Delebecque,
infine, osserva che Luca usa questo termine per indicare le azioni di Gesù, mentre usa πξάμεηο
per gli atti degli apostoli 657.
1. 2. Secondo versetto

       Καζσο παξέδνζαλ εκηλ νη απ‟αξρεο απηόπηαη θαη ππεξέηαη γελόκελνη ηνπ ιόγνπ


   Il versetto caratterizza meglio il ruolo dei “predecessori” di cui al primo versetto,
qualificandoli come fonti attendibili della paradosis cristiana.
   Καζώο: innanzitutto segnaliamo una curiosità di critica testuale: D, noto per la libertà con
cui si discosta dalle lezioni comunemente accettate per il testo neotestamentario, presenta
“θαζά” (< θαζ‟ ά ), che non varia di senso 658 (quindi la Nestle-Aland accoglie senza problemi
la lezione più attestata). Tuttavia la lezione di D (e anche di Eusebio) sarebbe più conforme
all‟attico; per questo l‟atticista Frinico non l‟accetta 659. Secondo Marshall “Luke now
provides the basis (καθώρ, „according as‟; Lk 17 x ; Mt 3 x; Mk 8 x) for the reliability of the
information on which the narrative about Jesus rests “ 660. Schurmann è ancora più preciso,
osservando che “l‟attendibilità (θαζώο) di quei primi scritti è importante per Luca, poiché da
essa dipende quella della sua raccolta. Ma presumibilmente egli non intende provare questa
affermazione, per lui importante, facendo riferimento anzitutto alla propria azione di verifica
(παξεθνινπζεθόηη, v.3); la possibile interpretazione del θαζώο induce piuttosto a pensare che
Luca abbia controllato e ritenuto come autorizzati quegli scritti in quanto opera di quei
responsabili „ministri della parola‟ “661. Infine, riportiamo la notevole comparazione che
Alexander istituisce fra questo versetto e un passaggio di Filone (“ηζηνξήζνκελ νπλ ζνη,
θαζόηη θαη απηνη παξεηιήθακελ “ ) e Vitruvio (“De zona VII signorum et semptem
astrorum…, uti a praeceptoribus accepi, exposui “): in tutti e tre i casi l‟avverbio dipende
dallo stesso verbo della principale 662.


655
    H. SCHURMANN, op. cit., pp. 79-80.
656
    L. ALEXANDER, op. cit., p. 112.
657
    E. DELEBECQUE, op. cit., p. 5.
658
    E. DELEBECQUE, op. cit., p. 2.
659
    L. ALEXANDER, op. cit., p. 118.
660
    I. H. MARSHALL, op. cit., p. 41.
661
    H. SCHURMANN, op. cit., pp. 82-83.
662
    L. ALEXANDER, op. cit., p. 118.



                                              151
   Παξέδνζαλ: è la forma classica dell‟aoristo, mentre quella più comune ellenistica è
παξέδνθαλ (usato nel corpo della narrazione, 23, 25). La parola è “a technical term for the
handing down of material, whether o rally or in writing, as authoritative teaching (Mk 7 :
13…) “ 663. Delebecque osserva che “n‟a qu‟ici chez Luc son sens classique de „transmettre‟,
s‟agissant d‟une tradition orale, d‟un enseignement “664.
   Ηκηλ: questo pronome (insieme al θαί del v. 3) dimostra che Luca si inserisce nel gruppo
dei πνιινί inseriti, tutti quanti, nella chiesa: “…per Luca il processo della tradizione è
garantito nella sua correttezza in modo ancor più profondo, poiché come ricevitori della
paradosis vengono indicati qui –mediante un απηνηο – non gli autori degli scritti, ma piuttosto
–mediante un ecclesiologico εκηλ – la chiesa “ 665.
   Οη … γελόκελνη: risponde allo stile alto immettere parole fra l‟articolo e il participio,
formando così una struttura fraseologica unitaria, e per forma e per contenuto: quindi, come
nota Alexander, “there is no justification for the view that the αςηόπηαι and the ςπηπέηαι ηος
λόγος different groups of people, or that the participle denotes a different point in time when
the αςηόπηαι „became‟ ministers of the word” 666. Delebecque anzi osserva che il verbo non va
tradotto “divenire”, bensì “essere”, proponendo due schiaccianti ragioni: “ D‟abord il a
besoin d‟un verbe signifiant etre et non pas devenir: en admettant qu‟il ait voulu parler de
ceux qui devinrent serviteurs, il n‟a certainement pas voulu dire „ceux qui devinrent
témoins‟, car si on peut devenir serviteur, on ne devient pas témoin, on l‟est; il a voulu dire
„qui furent témoins‟, et puisqu‟il use d‟un seul verbe, γενόμενοι, il s‟ensuit que les mots grecs
signifient „ceux qui furent témoins et serviteurs‟ … La seconde evidente raion est que Luc a
besoin, pour le verbe unique signifiant „etre‟, d‟un participe aoriste; et si le participe présent
όνηερ peut bien signifier „qui étaient‟, il ne peut avoir le sens de „qui ont été‟ ou „qui furent‟.
Pour dire „qui furent‟, Luc ne pouvait normalement recourir qu‟au participe οι γενόμενοι” 667.
Interessante infine che questa struttura classica sia formata da un participio che, logicamente,
risulta ridondante, come è tipico della fraseologia greca della decadenza.
   Απ‟ αξρεο: il sostantivo “è anzitutto un termine kerygmatico: l‟inizio degli eventi salvifici
cristologici viene posto là dove poté avere inizio la testimonianza dei testimoni oculari e
auricolari diretti” 668. È un‟espressione problematica, perché non è chiaro se si riferisca a due
“inizi”, uno per i “testimoni oculari” e l‟altro per i “servi della parola”, oppure a uno solo.
Tuttavia, stando alla considerazione dell‟unità della struttura fraseologica di cui supra, noi,
così come Alexander, propendiamo per la seconda interpretazione.
   Απηόπηαη: da più parti si ritiene che questa parola sia usata da Luca in riferimento alla
tradizione storiografica (classico il rimando ad Erodoto, il quale, per esempio, in Storie II, 29
scrive che si spinse sino ad Elefantina come “απηόπηεο”). Tuttavia Alexander fa una
dettagliata analisi delle ricorrenze della parola in vari ambiti culturali, concludendo che non è

663
    I. H. MARSHALL, op. cit., pp. 41-42.
664
    E. DELEBECQUE, op. cit., p. 4.
665
    H. SCHURMANN, op. cit., p, 83.
666
    L. ALEXANDER, op. cit., p. 119.
667
    E. DELEBECQUE, op. cit., p. 6.
668
    H. SCHURMANN, op. cit., p. 84. Ricordiamo a margine che tutta la fede biblica è una fede fondata sulla
testimonianza. È curioso che nel Deuteronomio (6, 4), nel famoso “Ascolta, Israele”, la importante professione
di fede veterotestamentaria, la tradizione ha ingrandito l‟ultima lettera (la “ayn”, ‫ ) ,ע‬dell‟imperativo “schemà”
(che significa, tra l‟altro, un “ascoltare” tanto solido da sfociare nell‟azione dell‟ “obbedire”) la quale rimanda
alla parola “aiin”, “occhio”. Non solo, ma è ingrandita anche l‟ultima lettera del versetto (la “dalet”, ‫ :) ד‬le due
lettere formano la parola “testimone” (“ad”, ‫.)עד‬



                                                       152
certa la ascendenza dal filone storiografico. Quindi possiamo dire che il termine era usato
almeno in: 1. storiografia; 2. tradizione scientifica; 3. letteratura magica ( “in two
connections: a. a spell for seeing oneself … and b. a spell for obtaining a vision of a god”) 669.
  Υπεξέηαη: questa parola, se etimologicamente rimanda alla funzione del rematore (εξέηεο),
è poi passata a significare “servo” e, come nota Alexander, addirittura i “medical
assistants”670.
  Τνπ ιόγνπ: anche se ιόγνο è “in itself a neutral word” e “is used freely of scientific and
other discourse” 671, “nell‟uso linguistico protocristiano…è la parola che annuncia Cristo e la
professione di fede in lui “672. Dello stesso parere è Delebecque 673.



1. 3. Terzo versetto
      Έδνμε θακνη παξεθνινπζεθόηη άλσζελ παζηλ αθξηβσο θαζεμεο ζνη γξάςαη, θξάηηζηε

                                                  Θεόθηιε


   “Dopo la menzione dei testimoni della tradizione (v. 1) e del loro valore come fonti (v. 2),
Luca può ora caratterizzare il suo progetto nelle sue finalità e nelle sue caratteristiche. Lo
scopo (v. 4) – che è di verificare l‟attendibilità dell‟insegnamento della chiesa – gli ha
imposto un determinato modo di procedere (n. 3), per quanto concerne sia la raccolta del
lavoro precedente, sia la composizione stessa “ 674.
   Έδνμε θακνί: il verbo indica la azione del decidere 675. Pertanto questo uso impersonale di
δνθέσ non è tanto rispondente all‟altrettanto classico tipo “mi sembra” quindi “ritengo” (raro
nel Nuovo testamento), ma al tipo ancor più aulico “mi sembra bene” 676 quindi “ho deciso“677
(che nel Nuovo Testamento ricorre soltanto qui e in Atti 15, 25. 28. 34). Alexander osserva
anche che l‟ “absolute έδοξέ (μοι) “ si ritrova nella tradizione scientifica (per esempio, in
Galeno) 678. Degna di nota l‟osservazione di Klein riportata da Schurmann: “ osserva
opportunamente che έδνμε θακνί „ricoore altrove soltanto in rapporto alla decisione del
decreto apostolico, che secondo Luca è il documento destinato a fissare definitivamente le


669
    L. ALEXANDER, op. cit., pp. 121-123.
670
    L. ALEXANDER, op. cit., p. 123.
671
    L. ALEXANDER, op. cit., p. 123.
672
    H. SCHURMANN, op. cit., p. 85.
673
    E. DELEBECQUE, op. cit., pp. 5-6.
674
    H. SCHURMANN, op. cit., p. 85.
675
    I. H. MARSHALL, op. cit., p. 42, cita, in relazione a questo senso, Atti 15, 22. 25. 28.
676
     M. ZERWICK, A Grammatical, op. cit., p. 168, traduce proprio in questo modo: “it seems good to”;
interessante osservare che nell‟edizione precedente del libro, in latino ( Analysis philologica Novi Testamenti
Graeci, Romae 1984, p. 127) Zerwick traduceva “videtur (scl bonum)”, con il tipico uso impersonale di videor
nel senso di “”sembrar bene”, “sembrar opportuno”.
677
    H. SCHURMANN, op. cit., p. 85: il verbo “si riferisce … a una decisione presa; non dimostra quindi che il
proemio sia stato composto successivamente”.
678
    L. ALEXANDER, op. cit., p. 127.



                                                     153
norme di comportamento nei confronti degli etnicocristiani, con enorme portata storica per la
chiesa‟ “ 679
   Παξεθνινπζεθόηη: il verbo αθνινπζέσ, insieme ai suoi composti, hanno vari significati,
che Alexander individua in: 1. “having followed (them) all”, nel senso di accompagnamento
fisico. Allora il verbo si riferirebbe ai testimoni del v. 2: quindi il παζηλ sarebbe maschile; 2.
“being thoroughly familiar with the whole affair”. È il significato maggiormente attestato del
verbo composto (inteso spesso, come participio, in senso presente: “ho posto attenzione”
quindi “so, capisco”). Quindi il παζηλ è neutro, riferendosi ai πξάγκαηα menzionati nel v.1.680;
3. “having partecipated in (them) all”681; 4. “having followed (them) all”.
   Άλσζελ: hapax legomenon in Luca, è approssimativamente equivalente all‟ απ‟αξρεο del v.
2 682, anche se Schurmann osserva che “non è perfettamente identico” perché qui “Luca vuol
far presente che la sua indagine accurata, che si estese a tutta quanta la tradizione (παζηλ),
andò oltre essa, oltre le tradizioni risalenti απ‟αξρε ai legittimati testimoni oculari apostolici
(vv. I s), fino a portare alla luce anche le „preistorie‟ di Lc. 1-2” 683.
   Παζηλ: come si è visto, la sua interpretazione dipende da quella che si dà al participio
precedente, anche se “Cadbury remarks on Luke‟s fondness for using the word in a general
sense” 684.
   Αθξηβσο: Delebecque rileva che questo avverbio, raffinatamente separato dal precedente
mediante il dativo plurale, che non si ritrova altrove nei vangeli, “désigne l‟exactitude
rigoureuse que Thucydide revendique dans le chapitre où il expose sa méthode (I, 22, 1-
2)“685. Si riferisce al rapporto con le fonti: Luca intende raccogliere accuratamente il materiale
686
    .
   Καζεμεο: meno comune di εμεο (del resto, per Cadbury la variazione delle parole in
composti vari è tipico dello stile ellenistico) 687. L‟avverbio rivela che “Luca vede che il suo
compito non è soltanto di raccogliere coscienziosamente, ma anche di redigere ordinatamente
il materiale precedente; qui infatti si tratta di un tramandare kerygmatico; di conseguenza si è
dato da fare per stendere per iscritto tutto θαζεμεο. Il contesto esige che questo θαζεμεο venga
compreso a partire dalla sua contrapposizione ai racconti singoli del πνιινί. È possibile che
l‟avverbio si riferisca all‟ordine di successione di una narrazione, ma in Luca ha sempre anche
un significato temporale (cfr. Lc 8, 1; Act. 3, 24, 18, 23). Un racconto in „successione
ordinata‟ quindi significa anche la corretta successione cronologica dei fatti, tenuto presente
che il punto di vista di Luca è „storico-salvifico‟, piuttosto che „storico‟. Infatti, per quanto
qua e là si mostri interessato anche alla determinazione dei dati storici, l‟interesse dominante

679
    H. SCURMANN, op. cit., p. 89.
680
    Zerwick (A Grammatical, op. cit., p. 168) ritiene che il senso sia “follow closely, esp. w. one‟s attention”.
Marshall (op. cit., p. 42) : “Luke means that he has thoroughly investigated all the facts (παζιν) in the light of the
available evidence”.
681
    Contrario ne è Schurmann (op. cit., pp. 86-87): “ Anche se il verbo, in senso traslato, può riferirsi ad un
contatto personale di testimoni oculari ed auricolari con gli eventi, tuttavia qui Luca, stando al contesto –poiché
prende le distanze da quei testimoni oculari e anche dai „molti‟ – non intende parlare di un‟esperienza diretta di
testimoni oculari e auricolari”.
682
    L. ALEXANDER, op. cit., p. 130.
683
    H. SCHURMANN, op. cit., p. 87.
684
    L. ALEXANDER, op., cit., p. 130.
685
    E. DELEBECQUE, op. cit., p. 2.
686
    H. SCHURMANN, op. cit., pp. 88-89.
687
    L. ALEXANDER, op. cit., p. 131.



                                                        154
per lui non è quello „storico‟, ma uno schema tramandato della „via di Gesù‟, considerato
come previa cornice kerygmatica, all‟interno della quale andava inserito tutto il materiale
narrativo e discorsivo rinvenuto “ 688. Del resto, per Marshall l‟avverbio può essere
considerato soltanto indicante “simply an orderly and lucid narrative” 689.
   Γξάςαη: mentre la poesia usava spesso il verbo “inviare”, il semplice “scrivere” rimanda
inevitabilmente a un confronto con la tradizione scientifica, in seno alla quale il verbo “is one
of a range of verbs used in scientific prefaces” 690.
   Κξάηηζηε Θεόθηιε: l‟aggettivo che qualifica l‟apostrofe è un termine colto (che ricorre
anche negli Atti, per esempio in 23, 26), ma la mancanza dell‟articolo del vocativo rimanda al
greco ellenistico più schietto (nel quale potrebbe essere un latinismo, per influsso di vir
egregius). Interessante osservare inoltre che “i cristiani dei primi secoli non si rivolgevano
l‟uno all‟altro con appellativi così mondani…; ma qui Luca non parla affatto da fratello a
fratello; piuttosto la dedica apre al cristianesimo, che vuole affermarsi nel mondo, l‟accesso
all‟opinione pubblica “691. Infine, ricordiamo che si discute se Teofilo sia una persona
concreta oppure un tipico espediente letterario, dall‟altrettanto tipico nome parlante. Non
sappiamo chi fosse né cosa facesse: anche se sappiamo che, in determinati contesti,
l‟aggettivo era usato per gli ufficiali dei ranghi equestri, poteva tuttavia essere adoperato
comunemente 692.



1. 4. Quarto versetto

                       Ίλα επηγλσο πεξησλ θαηερήζεο ιόγσλ ηελ αζθάιεηαλ


   “Solo ora Luca presenta, sottolineandolo (con la posizione iperbatica dell‟accusativo N. d.
A.), il suo obiettivo, in base al quale –come s‟è già visto –egli impostò con grande coerenza il
suo modo di procedere come scrittore (v. 3) e quindi anche il suo rapporto con gli scritti dei
predecessori (vv. 1-2)” : mettere in risalto la αζθάιεηα, la “sicurezza” dell‟insegnamento
ecclesiastico 693.
   Ίλα επηγλσο: se nella Septuaginta il composto επηγηγλώζθσ è usato come se fosse il verbo
base, Luca è troppo attento al lessico per considerarlo equivalente: è, infatti, un verbo più
ricco di “nuances” rispetto a γηγλώζθσ 694. Nel greco classico significa “ „to recognize‟ (with
a person as object) or „to realize/recognize/find out/ascertain‟ (with a fact as object) “ 695.
Zerwick lo intende “come to know, be informed”696, mentre le traduzioni italiane intendono
“avere esatta conoscenza “ (CEI) o “riconoscere” (Concordata).

688
    H. SCHURMANN, op. cit., p. 89.
689
    I. H. MARSHALL, op. cit., p. 43.
690
    L. ALEXANDER, op. cit., p. 132.
691
    H. SCHURMANN, op. cit., p. 91.
692
    L. ALEXANDER, op. cit., p. 133.
693
    H. SCHURMANN, op. cit., p. 91.
694
    E. DELEBECQUE, op. cit., p. 4.
695
    L. ALEXANDER, op. cit., p. 137.
696
    M. ZERWICK, op. cit., p. 168.



                                              155
   Πεξη ( ησλ ιόγσλ) σλ: la attrazione del relativo, presente nel greco classico, è regolare nel
Nuovo Testamento e nei papiri; il verbo θαηερέσ, dato che è usato come passivo con πεξη ζνπ
in Atti 21, 21.24, può quindi essere usato senza problemi di sorta nella costruzione che
abbiamo in questo versetto 697.
   Καηερήζεο: Delebecque scrive che “le verbe simple ησειν a des examples classiques, dans
le sens de „faire écho‟, ou „résonner‟, mais le composé, qui appartient au grec tardif, est
pratiquement confiné chez Luce et chez Paul dans son acception d‟église, „donner une
instruction religieuse‟, une „catéchèse‟. Il ne figure pas ailleuurs dans l‟ Èvangile de Luc”698.
Notiamo altresì che il verbo è usato nel Nuovo Testamento in due contesti: forense o ufficiale
(con il senso di “to lay information”, come in Atti 21.21) e religioso (come si è visto); tuttavia
il sostantivo θαηήρεζηο si riferisce normalmente all‟istruzione scolastica (retorica, medica o
filosofica) 699. Tuttavia è palese che “non va inteso qui … nel senso generico di una „notizia‟,
di un „resoconto‟, poiché è chiaro, anche in Luca, che esso sta assumendo un significato
tecnico, e non si può porre in dubbio che già al tempo di Luca esistesse la prassi di
un‟istruzione prebattesimale, di una allocuzione „liturgica‟ battesimale e di una introduzione
postbattesimale alla fede “ 700.
   Λόγσλ: “If Luke wishes to refer to Christian instruction here, he avoids the most obvious
ways of doing so; perhaps the language is deliberately colourless. Nevertheless it is possible
to use the plural of Christian teaching (e. g. I Tim 4.6 …), and semantically there is no reason
why it should not be so used here “701. Per Schurmann si tratta di un‟istruzione concreta e
attualizzata (il plurale non fa pensare all‟ “insegnamento” cristiano per eccellenza, alla
formazione cristiana, bensì ad una serie di “parole d‟insegnamento”) evidentemente non
sistematica 702.
   Τελ αζθάιεηαλ: termine che altrove compare soltanto in Paolo 703 e con il quale il sintagma
“reflects contemporary Koine rather than literary style” 704 , si riferisce alla attendibilità
oggettiva della dottrina (come in Atti 25, 26), “non alla certezza soggettiva della fede (come in
Atti 2, 36), il cui consolidamento soggettivo sarebbe meglio espresso da βεβαηνπλ (Col.
2,6)“705.




697
    L. ALEXANDER, op. cit., p. 138.
698
    E. DELEBECQUE, op. cit., p. 5.
699
    L. ALEXANDER, op. cit., p. 139.
700
    H. SCHURMANN, op. cit., p. 93.
701
    L. ALEXANDER, op. cit., pp. 139-140.
702
    H. SCHURMANN, op. cit., pp. 93-94.
703
    C. DELEBECQUE, op. cit., p. 5.
704
    L. ALEXANDER, op. cit., p. 140.
705
    H. SCHURMANN, op. cit., pp. 91.92.



                                               156
                             CAPITOLO SECONDO706


                                Il Magnificat ( 1, 47-55 )




  47Μεγαιύλεη    ε ςπρή κνπ ηνλ θύξηνλ, θαη εγαιιίαζελ ην πλεπκά κνπ επη ησ ζεσ ησ ζσηεξί

        κνπ, 48όηη επέβιεςελ επη ηελ ηαπείλσζηλ ηεο δνύιεο απηνπ. Ιδνπ γαξ απν ηνπ λπλ

  καθαξηνπζίλ κε παζαη αη γελεαί, 49όηη επνίεζέλ κνη κεγάια ν δπλαηόο. Καη άγηνλ ην όλνκα

απηνπ, 50θαη ηνέιενο απηνπ εηο γελεαο θαη γελεαο ηνηο θνβνπκέλνηο απηόλ. 51Επνίεζελ θξάηνο

             ελ βξαρίνληαπηνπ, δηεζθόξπηζελ ππεξεθάλνπο δηαλνία θαξδίαο απησλ;

      52θαζεηιελδπλάζηαοαπν     ζξόλσλθαη ύθσζελ ηαπεηλνύο, 53πεηλσληαο ελέπιεζελ αγαζσλ

706
    Oltre alla bibliografia indicata nel prosieguo del capitolo citiamo: R. A. AYTOUN, The ten Lucan Hymns of
the Nativity in their Original Language, in “Journal of Theological Studies” 18 (1917) pp. 274-288; F. C.
BURKITT, Who Spokes the Magnificat?, in “Journal of Theological Studies” 7 (1906) pp. 220-227; J. G.
DAVIES, The Ascription of the Magnificat to Mary, in “Journal of Theological Studies”, 15 (1964) pp. 307-308;
R. LAURENTIN, Structure et Théologie de Luc I-II, Paris 1957; F. SPITTA, Das Magnificat, ein Psalm der
Maria und nicht der Elisabeth, Tubingen-Leipzig 1902; H. ZIMMERMANN, Evangelium des Lukas Cap. I und
II, in “Theologisce Studien und Kritiken” 76 (1903) pp. 247-290.



                                                    157
θαηπινπηνπληαο εμαπέζηεηιελ θελνύο. 54Αληειάβεην Ιζξαει παηδνο απηνπ, κλεζζελαη ειένπο,

55θαζσο   ειάιεζελ πξνο ηνπο παηέξαο εκσλ, ησ Αβξαακ θαη ησ ζπέξκαηη απηνπ εηο ηνλαησλα.




2. 1. Coordinate linguistico-letterarie

    In un suo studio Valentini 707 ha preso in esame le principali teorie formulate per spiegare
la struttura letteraria e, quindi, lo stile linguistico del Cantico di Maria o Magnificat. Noi ci
rifaremo essenzialmente alla disamina che troviamo nell‟articolo implementata dalla lettura
delle fonti originali.

2. 1. 1. Gunkel

   Gunkel 708 applica allo studio del Magnificat e del Benedictus i criteri storico-letterari che
gli studiosi hanno adottato per lo studio della poesia veterotestamentaria, in quanto questi
canti neotestamentari hanno moltissimi elementi in comune con il salterio e anche perché è
opinione nota che la composizione salmica non finì di certo con l‟ultimazione del salterio
ufficiale (pensiamo soltanto ad alcuni esempi che possiamo trovare nelle Odi di Salomone).
   Ebbene, sappiamo che i Salmi, pur essendo numericamente molti (tradizionalmente si
dividono in 150 composizioni), rispondono tuttavia a pochi generi letterari, che non trovano
però la concordia degli studiosi. “Un quinto del salterio è formato da inni; un terzo del salterio
è composto da preghiere e lamentazioni…; alcuni salmi contengono solamente l‟espressione
della fiducia, altri l‟azione di grazia, altri sono detti regali-messianici, composti in occasione
dell‟intronizzazione del nuovo re davidico, del suo matrimonio, di una vittoria o all‟inizio di
una campagna militare; infine alcuni salmi rievocano la storia d‟Israele o affrontano
l‟angoscioso tema della retribuzione” 709. In buona sostanza, possiamo dividerli in almeno tre
generi: la lamentazione (il più consistente), il genere sapienziale e l‟inno.
   Per Gunkel il Magnificat risponde proprio al genere innico, che si caratterizza per la lode a
Dio; e, in particolare, si tratta del sottogenere degli inni profetico-escatologici. Egli divide la
composizione in due parti: una introduzione (v. 47) e il corpo dell‟inno (dal v. 48 alla fine).
Gunkel osserva che l‟ όηη che apre il corpo dell‟inno risponde alla particella ebraica “ki”
(aramaica “di”) con la quale erano aperte le parti corrispondenti degli inni veterotestamentari.
Non solo, ma conferma il parallelo anche le numerose espressioni che hanno Dio (cioè Jahwe)
per soggetto così come negli inni veterotestamentari questa fraseologia è funzionale al canto
della maestà di Dio; queste espressioni sono intercalate da proposizioni che hanno altri
soggetti (come in 49b-50), come avviene nel contesto dell‟innologia dell‟Antico Testamento;

707
    A. VALENTINI, Magnificat. Ricerche di struttura letteraria, in “Marianum” XLVIII (1986).
708
    H. GUNKEL, Die Lieder in der Kindheitsgeschichte Jesu bei Lukas, Tubingen 1921.
709
    S. VIRGULIN, Introduzione a I Salmi, in La Bibbia. Nuovissima versione dai testi originali, Milano 1995.



                                                     158
l‟uso del parallelismo antitetico (vv. 52-53) così come è utilizzato negli inni biblici per
esprimere l‟onnipotenza di Dio, che “schaltet und walter”; la presenza di una frase
anacolutica (“κλεζζελαη ειένπο”), così come negli inni veterotestamentari si incontrano
spesso infiniti assoluti (“le” + infinito) e nella poesia tardogiudaica la frase assoluta segue la
principale, come avviene nel caso di specie; la finale che esalta la azione divina quale
compimento delle promesse che Dio ha giurato anticamente (basterebbe solo leggere il salmo
48(47), 9 ). Interessantissima, infine, l‟analisi che l‟autore compie per dimostrare che il
Magnificat appartiene al sottogenere profetico-escatologico: 1. gli aoristi dei vv. 51-54 non
sono gnomici e non si riferiscono al passato 8come spesso si intendono), ma echeggiano il
modo di procedere della poesia biblica che si riferisce al futuro con i tempi del passato
(tradotti normalmente dalla Septuaginta come aoristi), per esprimere la certezza delle realtà
future riposanti nella parola/progetto di Dio; 2. presenza, come si è detto, di frasi assolute
riferite a Dio (49b-50).
   Per Gunkel il Magnificat è stato composto in seno all‟ambiente giudaico e soltanto in
seguito è stato cristianizzato, perché inserito nel Vangelo e perché qualcuno vi aggiunse il v.
48, che risulta staccarsi del tutto dal contesto. L‟autore adombra questi elementi: 1. mentre
tutto il resto dell‟inno non ha niente di tipicamente cristiano, il v. 48 presenta un elemento
proprio della vicenda cristiana; 2. compare, infatti, una persona determinata, la δνύιε; 3. il v.
48 parla del passato, ovverosia di qualcosa di realmente avvenuto, mentre il resto dell‟inno,
come si è visto, parla del futuro.


2. 1. 2. Castellino

   Castellino 710, pur essendo seguace del metodo del Gunkel, considera il Magnificat non un
inno bensì un cantico di ringraziamento. Esso presenta una struttura unitaria, senza
considerare il v. 48 alla stregua di un‟aggiunta posteriore, e tipica del genere (la struttura è
simile a quella degli inni, per cui la differenza si riconosce dal contenuto chiaramente di
ringraziamento):

1. introduzione: vv. 46-47;

2. corpo del cantico: vv. 48-53 (che inizia, come si è già visto, in un modo tipico della poesia
innodica e di ringraziamento ebraica, ovverosia con “ki”, tradotto in greco con όηη), che si
divide a sua volta in due parti principali: a. vv. 48-50 (nei cantici di ringraziamento
veterotestamentari la prima parte è dedicata al pericolo o all‟angustia da cui il Signore ha fatto
scampare: nel Magnificat invece si fa riferimento alla grande grazia concessa a Maria); b. vv.
51-53 (come nell‟Antico Testamento si celebrano le grandi opere di Dio);

3. conclusione: 54-53.

  Castellino propone addirittura la retroversione ebraica elaborata da Delitzsch. Quindi fra gli
ebraismi più evidenti citiamo l‟aoristo coordinato ad un presente (v. 47: “κεγαιύλεη” e

710
  G. CASTELLINO, Osservazioni sulla struttura letteraria del “Magnificat”, in Studi dedicati alla memoria di
Paolo Ubaldi, Milano 1937, pp. 413-428.



                                                   159
“εγαιιίαζελ”, secondo la sintassi ebraica che può prevedere un presente seguito dalla forma
verbale “wajjiqtol”), l‟uso di ςπρή come riflessivo (v. 47), la duplicazione del sostantivo con
funzione totalizzante (v. 50: “εηο γέλεαο θαη γέλεαο “ = “per tutte le generazioni”), ελ
strumentale (v. 51); infine, ricordiamo che gli aoristi dei vv. 51-54, intesi da Gunkel come
tempi che parlano del futuro con certezza, possono essere considerati anche in relazione al
tempo ebraico che abbraccia passato, presente e futuro (per questo i grammatici usano
chiamarli “aoristi universali”).


2. 1. 3. Tannehill

  Tannehill 711 vuole studiale il Magnificat come una vera e propria poesia, cioè come una
composizione avente una struttura con “patterns” specifici: parallelismo, ripetizione di
vocaboli affini, tecniche ritmiche. Possiamo dividere l‟analisi di Tannehill in tre momenti:

1. Struttura generale. Il Magnificat è composto da una struttura triadica, espressa dal
contrasto tra potente – umile – potenti: innanzitutto, si avverte un forte contrasto fra la parola
ηαπείλσζηο 712(v. 48) e le opere compiute dal δπλαζηόο del v. 49 che esalta la trasformazione
avvenuta nella δνύιε 713; ma questo contrasto bipolare si allarga fino al v.52, del quale il
termine δπλαηόο richiama per suono e significato i δπλάζηαη, ampliandosi definitivamente in
un nuovo contrasto fra il “potente” e i “potenti”, che risultano falsi perché sono rovesciati.

2. Organizzazione del testo. Il Magnificat si divide in due strofe, 46b-50 e 51-55. Esse sono
caratterizzate da un particolare ritmo serrato originato da un forte verbo di azione al modo
finito che si trova all‟inizio delle singole proposizioni, eccettuando i versetti: 48b, a sé stante;
53, in cui si cambia la posizione del verbo, ingenerando una struttura chiastica; e le finali di
strofa, con la funzione di straniarsi dal ritmo serrato della precedente materia: 49b-50, due
proposizioni coordinate oppositive, senza presenza esplicita di alcun verbo, e 54b-55. Si
osserva altresì che alla analoga funzione ritmica delle due finali di strofa, fa eco la presenza di
termini e concetti simili; non solo, ma le due finali formano anche una particolarità in
relazione ai piedi, poiché escono dalla norma dei tre piedi per linea presente generalmente nel
corpo delle strofe.



711
    R. C. TANNEHILL, The Magnificat as Poem, in “Journal of Biblical Literature” 93 (1974) pp. 263-275.
712
    Che costituisce una reminiscenza veterotestamentaria perché allude forse alla stessa parola usata dalla
Septuaginta in Gn 29, 32 in riferimento alla sterilità di Lia: “Così Lia concepì e partorì un figlio e lo chiamò
Ruben, perché disse: „Il Signore ha guardato la mia afflizione‟ “ .
713
    Quindi possiamo fare un parallelo con il celebre saluto “ραηξε, θεραξηησκέλε, ν θύξηνο κεηα ζνπ “ (1, 28),
tradotto da Girolamo “Ave, gratia plena, Dominus tecum”. L‟idea che il participio perfetto passivo femminile di
ραξηηνπλ vuole esprimere, di per sé, non è tanto risultativa (il fatto che Maria è piena di grazia: del resto, Luca
conosceva l‟espressione πιήξεο ράξηηνο, Atti 6, 8), ma pienamente passiva: Maria è stata oggetto dell‟ azione
della grazia (o favore, a seconda di come si intende la radice che sta alla base del verbo ) di Dio (quindi traduce
meglio la Vetus Latina: “habe gratificata”). Luca, insomma, vuol porre l‟accento sul fatto che Maria è stata
trasformata da Dio. Quindi, in questa luce, ben si colloca il sintagma successivo: Maria è stata oggetto di una
particolare azione divina che la ha trasformata, allora può avere Dio con sé (espressione usata di norma
nell‟Antico Testamento per le persone che sono chiamate, quindi anche abilitate, per una missione particolare).
Ricordiamo, infine, che i verbi greci in –νσ denotano generalmente una trasformazione del soggetto.



                                                       160
3. Relazioni tra le parti. Tra le due strofe segnaliamo solo due differenze: a. mentre nella
prima si parla del rapporto di Dio con la sua serva, nella seconda questo rapporto è allargato
all‟intera società, non per creare contrasto, ma integrazione; b. la seconda strofa è molto più
intensa e incisiva della prima, cosa che si evince da particolarità linguistiche come:

- scomparsa delle preposizioni, congiunzioni, articoli, in modo tale che il testo sia più
coinciso e icastico e che quindi i verbi e i sostantivi esprimano il messaggio in maniera più
efficace;

- rispetto al v. 49a, il v. 51a (che lo richiama) è più potente grazie al ripetersi di profondi
suoni gutturali (θ e ρ );

- i vv. 52-53 (che costituiscono anche un climax ascendente del motivo iniziato ad essere
espresso dai vv. 48a e 49a) esprimono in forma chiastica il messaggio del Dio che rovescia gli
assi fondamentali di riferimento della storia umana;

- legami fonico-timbrici molto delicati ma efficaci: ηαπεηλνύο-πεηλσληαο (52-53), ζξόλσλ-
αγαζσλ (52a e 53a), ηαπεηλνύο-θελνύο (52b-53b).


2. 1. 4. Minguez

  Minguez 714           divide il Magnificat in tre momenti, due strofe e un emistichio di
collegamento:

1. 47-49a: è la prima strofa, nella quale si avverte una corrispondenza decisiva fra il
κεγαιύλεη di Maria (v. 47) e il πνηεηλ κέγαια di Dio (v. 49a) , al cui interno vige il forte
contrasto fra il θύξηνο/ζεόο/ζσηήξ da una parte e la δνύιε che appare come la “umile”
dall‟altra; nella prima parte sussiste anche una relazione chiastica fra

Τσ ζσηεξη – όηη επέβιεςελ
            ΋ηη επνίεζελ - ν δπλαηόο

mentre è veramente indicativo il gioco dei tempi verbali, che costituiscono un particolare
effetto per il quale, secondo Minguez, tutto il passato complessivamente inteso (επέβιεςελ,
επνίεζελ )gravita sul tempo presente (κεγαιύλεη) che così si apre ad una dimensione futura di
benedizione (καθαξηνπζηλ).

2. 49b, che funge da ponte fra la prima e la seconda strofa: l‟ όλνκα di Dio, che è άγηνλ, è la
base della potenza di Dio (v. 49a) insieme alla sua capacità di salvezza (v. 47a) e di amore
misericordioso (seconda strofa).

3. 50-55: nella seconda strofa Minguez rintraccia tutta una serie di richiami e di strutture
particolarissime:

714
      D. MINGUEZ, Poética generativa del Magnificat, in “Biblica” 61 (1980) pp. 55-77.



                                                      161
- tutta la strofa si concentra su έιενο, posto significativamente in posizione di rilievo, cioè
all‟inizio e alla fine della strofa (v. 54);

- εηο γελεαο θαη γελεαο (. 50) richiama tanto le γελεαί del v. 48b quanto, per senso,
l‟espressione εηο ηνλ αησλα del v. 55;

- ηνηο θνβνπκέλνηο απηόλ (v. 50) richiama l‟altro unico dativo ησ Αβξαακ θαη ησ ζπέξκαηη
απηνπ (v. 55) ;

- esiste una struttura chiastica fra

Εηο γελεαο θαη γελεαο                          ηνηο θνβνπκέλνηο

Αβξαακ θαη ζπέξκαηη                             εηο ηνλ αησλα ;

- nei vv. 50-55 si svolge la grande azione di Dio: mentre nel v. 51 appare con tutta la sua
efficacia la potenza di Dio (compare all‟inizio un significativo επνίεζελ , insieme ai
determinanti θξάηνο e βξαρίσλ e al risultato immediato δηεζθόξπηζελ ππεξεθάλνπο ), alla
fine, invece, la potenza che travolge e stravolge tutto ha trovato quiete nell‟atto
dell‟αληειάβεηλ e nella figura del παηο;
- sussiste una cascata di chiasmi e richiami a tutti i livelli:

θαζεηιελ                   δπλάζηαο
ύθσζελ                     ηαπεηλνύο
πεηλσληαο                  ελέπιεζελ
πινπηνπληαο                εμαπέζηεηιελ θελνύο



2. 1. 5. Meynet

   Meynet 715 propone uno schema con il quale mostra che il Magnificat è costituito da una
struttura concentrica che, in forma chiastica, ruota attorno al v. 49b. Egli non considera il
canto di Maria come un‟unità ma allarga l‟intera analisi anche ai due versetti precedenti.
Quindi questa è la struttura dell‟unità vv. 45-55:


A       Maria, πηζηεύζαζα (45)

      B εηπελ (46)

        C    κεγαιύλεη (47)


715
      R. MEYNET, Quelle est donc cette parole?, vol. 1, Paris 1979.



                                                       162
             D       ηαπείλσζηο ηεο δνύιεο (48a)

                 E     γελεαί (48b)

           c κέγαια (49a)

άγιον το όνομα αυτου (49b)

           c έιενο (50a)

                 E‟ εηο γελεαο θαη γελεαο (50b)

             D‟ Dio disperde superbi, rovescia potenti, rimanda i ricchi a mani vuote (51. 52. 53)

           C‟    ειενύο (54)

      B‟     ειάιεζελ 716(55a)

A‟ Abramo (per la tradizione, il primo che ha avuto fede).


2. 1. 6. Dupont

      Dupont 717 divide tutto il Magnificat in quattro parti:

1. 46b-47: introduzione;

2. 48-50: prima strofa;

3. 51-53: seconda strofa;

4. 54-55: conclusione.

  Lo studioso, inoltre, rintraccia nel cantico tre campi semantici, che formano la struttura
della significazione dell‟intera composizione:

1. religioso: costituito principalmente nell‟antitesi fra ”ηνηο θνβνπκέλνηο” (v. 50) e i
“ππεξεθάλνπο” (v. 51);

2. socio-politico: nei vv. 52-53, in cui Dio conduce lo stravolgimento dei parametri della
storia umana in favore degli umili e degli affamati;


716
     Il verbo che nel greco classico equivale a “chiacchierare”, nel greco del Nuovo Testamento assume il
significato di “rivelare” (come nella Lettera agli Ebrei 1, 2).
717
    J. DUPONT, Le Magnificat comme discours sur Dieu, in “Nouvelle Revue Theologique” 112 (1980) pp. 321-
343.



                                                   163
3. etnico: nei vv. 54-55, in cui Dio soccorre Israele, in conformità alla promessa fatta ad
Abramo e alla sua discendenza.

  Infine, segnaliamo che Dupont, come scrive Valentini sintetizzando, “studia l‟unità, la
coesione e dialettica interna del Magnificat in base ai „riferimenti temporali‟: passato,
presente e futuro, convergenti sull‟evento fondamentale, l‟azione di Dio per la quale Maria è
divenuta la Madre del Signore”.


2. 1. 7. Valentini

  Lo studioso italiano 718 presenta una sua lettura del Magnificat basandosi sugli approcci
degli autori testé brevemente evocati, in particolar modo sugli studi di Tannehill e Dupont 719.
  Egli individua innanzitutto la unità del Magnificat, data essenzialmente dai caratteristici
verbi che si trovano in posizione dominante, ma anche da:

1. campi semantici: a. religioso (tra “coloro che temono” il Signore e i “superbi”); b. socio-
politico (ηαπείλσζηο, δπλαηόο, δπλάζηαη, ηαπεηλνί, πεηλσληεο, πινπηνπληεο); c. misericordia
(ζσηήξ, επέβιεςελ, επνίεζελ κεγάια, αληειάβεην, έιενο); d. forza (“Dio è chiamato, in modo
singolare, ν δπλαηόο, il potente che „ha compiuto grandi cose‟ “);

2. riferimenti temporali: tutto il cantico si rivolge contemporaneamente al passato, al presente
e al futuro, anche se “tutto gravita intorno ad un evento già compiuto ad opera di Dio ed
espresso dagli aoristi επέβιεςελ (v. 48a) e soprattutto επνίεζελ κεγάια (v. 49a) “.

      Però rileva anche le divergenze fra le varie parti dividendo il Magnificat in due strofe:

1. vv. 46b-50: rispecchiano una unità intuitiva perché i versetti seguenti hanno la caratteristica
serie di aoristi 720. Tuttavia Valentini osserva che la unità è variegata da tutta una serie di
rapporti particolari fra le microsezioni: a. i vv. 46b-47 costituiscono una introduzione,
formalmente marcata dal fatto che sono gli unici versetti in cui Dio è presentato come oggetto
e non come soggetto, mentre, dal punto di vista contenutistico, riassumono tutto il cantico
contenendo i due motivi fondamentali di tutta la composizione, la grandezza (κεγαιύλεη) e



718
    A. VALENTINI, op. cit., pp. 88-104.
719
    Diamo atto a Valentini del felice procedimento metodologico, che si estrinseca ricercando la ricchezza dei
contributi di diversi studiosi, in uno sguardo comparativo ma non per questo semplicistico: si tratta di ricondurre
all‟unità una serie di contributi specifici, di operare una sintesi da una serie di giudizi analitici quindi, di per sé,
settoriali. Se in D. ANTISERI, I fondamenti epistemologici del lavoro interdisciplinare, Roma 1972, si sviluppa
questa tematica in chiave prettamente metodologico-scientifica, possiamo allargare la prospettiva ad un livello
teoretico-ontologico: essendo la realtà talmente varia, è possibile che non sia colta, nella sua specificità, da un
solo approccio, ma che vari approcci concorrano a disvelarla. Del resto, se gli studi filosofici contemporanei
hanno messo in evidenza che la conoscenza è qualcosa di accidentale (l‟uomo non può ricavare l‟attuale del
possibile, ma solo il possibile dall‟attualmente esistente), non si può conoscere che per “tentativi” di esclusione:
pertanto, più tentativi vigono, più possibilità di retto conoscere sussistono.
720
    Anche se Valentini osserva che la serie degli aoristi aventi Dio per soggetto inizia già dai vv. 48a e 49a.



                                                         164
l‟esultanza gioiosa (εγαιιίαζελ); b. i vv. 48-49a 721 sono in parallelo per i due όηη e anche
perché “sono seguiti ed intercalati da proposizioni dipendenti o per lo meno di struttura
diversa, con altro soggetto e con andamento differente della frase”; c. vv. 49b-50
costituiscono il grosso di queste frasi diverse (ce n‟è una anche in 48b);

2. vv. 51-55: il v. 51, con il forte, asindetico επνίεζελ, si aggancia al v. 49a, ma è “al tempo
stesso il segno che dopo l‟interruzione-conclusione dei vv. 49b-50 inizia una seconda parte”.
L‟unità della strofa è data dalle serie caratteristica degli aoristi. Anche qui Valentini rileva
divergenze. Mentre nel v. 51 c‟è parallelismo sinonimico, nei vv. 52-53 si ha parallelismo
antitetico: i due membri del v. 52, pur collegati da un θαί, sono in contrasto; lo stesso
contrasto sussiste nel v. 53, anche se “muta elegantemente la costruzione rispetto al verso
precedente. Inizia infatti con un oggetto, πεηλσληαο, che è prolungamento diretto di ηαπεηλνύο
(col quale presenta anche una certa assonanza) “ del v. 52. I vv. 52-53 formano anche un
chiasmo con i termini

ύςσζελ                         ηαπεηλνύο

πεηλσληαο                      ελέπιεζελ .

Il v. 54a deve essere collegato ai versi che precedono, in quanto continua la serie degli aoristi
interrotta dal v. 53; esso porta a compimento anche la serie. Lo stesso versetto è collegato
però anche con il v. 55 per il θαζσο.



2. 2. Alcune parole notevoli
Χπρή (47): si può riscontrare l‟influsso dell‟ebraico “nefesh”, che si caratterizza per “un
impressionante arcobaleno di significati”, indicando “palato, gola, trachea, collo, organi del
respiro – che … è una base simbolica universale per riferirsi all‟anima – e si giunge ad
esperienze come l‟appetito, la fame, il desiderio, la brama. Si incontrano valori antropologici
più alti come anima, cuore, mente, ma si ha anche la concretezza della respirazione con il
soffio, l‟alito e il respiro che ci spostano verso l‟orizzonte della vita e dell‟esistenza, facendo
intravedere anche la possibilità di una vita eterna. Sempre più si fa strada l‟idea che nefesh sia
l‟equivalente di „persona‟, „individuo‟ … Ma, proprio in questa linea „personale‟, è facile
comprendere che nefesh possa diventare l‟equivalente di un puro e semplice pronome
personale, riflessivo o possessivo”, come nel caso in questione 722.

Μεγαιύλεη (47): Laurentin 723 lo ritraduce come “merima” o “merim” con un‟allusione a
Μαξηάκ=”mirjam” che precede. Il verbo, molto usato dalla Septuaginta, ricorre quasi sempre
in Luca (anche in 1, 58 e tre volte negli Atti). Da notare che l‟azione di chi “magnifica” il

721
    Pur essendo collegati particolarmente con l‟introduzione. Valentini rileva, tra l‟altro, i due όηη causali dei vv.
48-49a sui quali si fondano i vv. 46b-47 e la presenza dei pronomi di prima persona singolare (che non
compaiono nel resto del cantico).
722
    G. RAVASI, Breve storia dell‟anima, Milano 2003, pp. 77-78.
723
    H. SCHURMANN, op. cit., p. 176.



                                                        165
Signore precede quella dell‟esultanza (εγαιιίαζελ), ragion per cui i due verbi sono usati in
successione logica.

Σσηεξη (47): la traduzione della Septuaginta usa molto spesso il sostantivo per indicare Dio,
quindi molto probabilmente Luca non intende Gesù.

Επηβιέςελ (48): “is often used of loving care (1 Sa. 1:11; 9:16; Lk 9, 38; Jas. 2:3) “ 724.

Ταπείλσζηλ (48): per Schurmann il sostantivo non si riferisce “all‟onta per la mancanza di
figli, e neanche alla bassa condizione sociale, ma va intesa piuttosto come semplice
espressione di umiltà della „serva del Signore‟ (v. 38), col che si può anche non escludere, in
aggiunta, la condizione socialmente umile della ragazza finora sconosciuta (cfr. vv. 52 s.) “
725
    . Zerwick traduce “humble state; humility (the two ideas often approximated in Hebr.
thought)“726.

Φνβνπκέλνηο (50): in conformità al linguaggio veterotestamentario, “coloro che temono Dio”
sono coloro che hanno l‟atteggiamento religioso.

Επνίεζελ θξάηνο (51): è l‟equivalente dell‟espressione ebraica “asah hayil” (tradotta spesso
dalla Septuaginta con πνηέσ δύλακηλ) 727.

Δηεζθόξπηζελ (51): Delebecque osserva che alla base del verbo c‟è il sostantivo ζθνξπίνο,
“qui désigne une machine de guerre destineé à lancer soit des traits soit des pierres, ainsi
nommée parce que le projectile est lancé par un bras qui se dresse comme un dard de
scorpion”; il verbo semplice è ionico (corrisponde all‟attico ζθεδάλλπκη) ed è usato nel
Nuovo Testamento prevalentemente con il senso di “disperser”, così come il composto, ma
Delebecque, relativamente al passo in questione, rifiuta questa traduzione 728, come quella di
“fracassent”729, propendendo per quella più esatta di “dissiper”, che si adatta ad esprimere
tanto il concetto della distruzione quanto quello dell‟avere a che fare con una moltitudine
(disperdere) 730.

Υπεξεθάλνπο (51): “is a typical word to describe them (i superbi, gli “haughty” N.d. A.),
expressing the idea of pride and self-confidence over against God” 731. Zerwick osserva che il
senso di base è quello di “showing oneself pre-eminent “ (ππέξ+θαίλνκαη, “origin of η
obscure”), ma che si usa normalmente in senso peggiorativo per indicare i presuntuosi e gli
arroganti 732.



724
    I. H. MARSHALL, op. cit., p. 82.
725
    H. SCHURMANN, op. cit., p. 177.
726
    M. ZERWICK, op. cit., p. 173.
727
    I. H. MARSHALL, op. cit., p. 84.
728
    Invece Zerwick (op. cit., p. 173) traduce proprio “scatter”.
729
    Per Schurmann (op. cit., p. 180) il senso principale è “distruggere”.
730
    E. DELEBECQUE, op. cit., pp. 15-16.
731
    I. H. MARSHALL, op. cit., p. 84.
732
    M. ZERWICK, op. cit., p. 173.



                                                        166
Δηαλνία (51): è un dativo di relazione riferito a ππεξεθάλνπο 733, ma Delebecque osserva che
la tradizione manoscritta propone due lezioni, la prima, comunemente accettata, e la lezione
ΔΙΑΝΟΙΑC, non accettata perché interpretabile o come genitivo singolare (δηαλνίαο) o come
accusativo plurale (δηάλνηαο), senza senso nel contesto; tuttavia lo studioso ipotizza di
emendare la seconda lezione in δη‟αλνίαο (preposizione+genitivo), “ par la folie” del loro
cuore (ammettendo che il copista abbia dimenticato un‟apostrofo), considerando anche il fatto
che il sostantivo “n‟est pas étranger à Luc, pas plus que διάνοια” e che la preposizione con
genitivo rafforza il valore strumentale, più frequentemente espresso da δηά+dativo 734.

Καξδίαο (51): nonostante che Delebecque sia indeciso se nel caso in questione il sostantivo
sia un ebraismo, è certo che nel Nuovo Testamento esso acquista generalmente un valore
presente nella cultura ebraica, ovverosia quello di “siège de l‟intelligence ou bien de la
volonté” 735. Anche Zerwick rileva che il termine rifletta il valore ebraico indicando il “seat of
the intellect and will” 736

Τσ Αβξαάκ (55): esprime una sintassi difficile, potendo essere “the indirect object of
μνηζθηναι ελέοςρ”, oppure “in loose apposition to ππορ ηοςρ παηέπαρ ημων”, oppure ancora
“dative of interest with ελάληζεν” 737.




2. 3. Analisi metrica
   Irigoin 738 propone un esame metrico del cantico                      739
                                                                               che riportiamo nello schema
riassuntivo:

I. Azione di grazia personale (“triade proodique: 115 syllabes”).

a (11 accenti)
   46b (3)
   47 (4)
   48a (4)

b (9 accenti)

733
    H. SCHURMANN, op. cit., p. 180.
734
    E. DELEBECQUE, op. cit., pp. 19-22.
735
    E. DELEBECQUE, op. cit., p. 17.
736
    M. ZERWICK, op. cit., p. 173.
737
    I. H. MARSHALL, op. cit., p. 85. L‟autore propende per la prima ipotesi, mentre Zerwick (op. cit., p. 174)
ritiene che non sia appositivo ma che sia un dativo “ „of interest‟ ” („advantage or disanvantage‟)”, e traduce “in
favour of “ Abramo.
738
    J. IRIGOIN, La composition rythmique des cantiques de Luc, in “Revue Biblique” 98 (1991) pp. 5-50. Solo
sul cantico di Maria lo stesso autore ha pubblicato La composition rythmique du Magnificat (Lc I 46-55), in
“Zetesis”, 1973, pp. 618-628, anche al quale rimandiamo per un approfondimento.
739
    Lo stesso Valentini riconosce che “il discorso circa il ritmo, in questo genere di letteratura, è sempre delicato
e in larga misura ipotetico” (A. VALENTINI, op. cit., p. 91). Quindi gli studiosi che trattano della metrica del
Magnificat discordano spesso. Per un approfondimento bibliografico vd. H. SCHURMANN, op. cit., p. 172.



                                                        167
  48b (5)
  49a (4)

b‟ (9 accenti)
   49b/50a (5)
   50b (4)


II. escatologia (“triade mésodique: 117 syllabes”).

c (14 accenti)
   51a (4)
   51b (5)
   52 (5)

d (6 accenti)
   53a (3)
   53b (3)

c‟ (13 accenti)
   54a (4)
   54b/55a (5)
   55b (4)

   Quindi è già avvenuto, in parte, il passaggio dal sistema quantitativo a quello qualitativo,
come nella versione greca della Septuaginta. Irigoin, infatti, osserva che le due peculiarità
ritmiche dei cantici di Luca (“la tendance à l‟isosyllabie des parties qui se réspondent et
l‟emploi de clausules accentuelles”), ad un confronto, appaiono anche nella versione greca dei
Salmi, testimoniando quindi non solo del fatto che “l‟évolution est antérieure à cette version”,
ma che lo stile di Luca è in linea con quello dei traduttori veterotestamentari. Per fare un solo
esempio, possiamo citare l‟analisi del Salmo 94: “L‟examen des clausules fait apparaitre
deux séquences régulières de cinq lignes, l‟une en A (accent sur la sillabe finale) de 6a à 7c,
l‟autre en D (accent sur la sillabe pénultième) de 10a à 11b. Dans les dix lignes initiales (1a
à 5b), les clausules en A sont en nombre égal (cinq de part et d‟autre) à celui des clausules en
D ou D‟ (accent sur la syllable antépénultième), avec une alternance presque parfaite. Dans
les cinq lignes qui vont de 7d à 9b, l‟alternance est régulière entre les clausules à accent final
(A en 8a, 9a ) et les autres clausules (D‟ en 7d et 9b, D en 8b) “.




                                               168
                             CAPITOLO TERZO


                            Il Benedictus (1, 68-79)




   68Επινγεηνο   θύξηνο ν ζενο ηνπ Ιζξαήι, όηη επεζθέςαην θαη επνίεζελ ιύηξσζηλ ησ ιασ

απηνπ, 69θαη ήγεηξελ θέξαο ζσηεξίαο εκηλ ελ νίθσ Δαπηδ παηδνο απηνπ, 70θαζσο ειάιεζελ δηα

 ζηόκαηνο ησλ αγίσλ απ‟αησλνο πξνθεησλ απηνπ, 71ζσηεξίαλ εμ ερζξσλ εκσλ θαη εθ ρεηξνο

   πάλησλ ησλ κηζνύλησλ εκαο, 72πνηεζαη έιενο κεηα ησλ παηέξσλ εκσλ θαη κλεζζελαη

δηαζήθεο αγίαο απηνπ, 73όξθνλ νλ ώκνζελ πξνο Αβξαακ ηνλ παηέξα εκσλ, ηνπ δνπλαη εκηλ,

74αθόβσο   εθ ρεηξνο ερζξσλ ξπζζέληαο ιαηξεύεηλ απησ, 75ελ νζηόηεηη θαη δηθαηνζύλε ελώπηνλ

    απηνπ πάζαηο ηαηο εκέξαηο εκσλ. 76θαη ζπ δέ, παηδίνλ, πξνθήηεο πςίζηνπ, θιεζήζε

 πξνπνξεύζε γαξ ελώπηνλ θπξίνπ εηνηκάζαη νδνπο απηνπ, 77ηνπ δνπλαη γλσζηλ ζσηεξίαο ησ




                                           169
ιασ απηνπ ελ αθέζεη ακαξηησλ απησλ, 78δηα ζπιάγρλα ειένπο ζενπ εκσλ, ελ νηο επηζθέςεηαη

       εκαο αλαηνιε εμ ύςνπο, 79επηθαλαη ηνηο ελ ζθόηεη θαη ζθηα ζαλάηνπ θαζεκέλνηο, ηνπ

                           θαηεπζπλαη ηνπο πόδαο εκσλ εηο νδνλ εηξήλεο.




3. 1. Coordinate linguistico-letterarie

   Il Benedictus 740 è il secondo importante cantico che incontriamo nel Vangelo secondo
Luca.
   Sulla “question of genre or form” del cantico di Zaccaria Maluf 741 traccia una coincisa
rassegna delle principali proposte dall‟antichità ai nostri giorni.
   Trova pressoché la unanimità degli studiosi la divisione del Benedictus in due strofe,
ognuna delle quali è costituita rispettivamente da una unità sintattica delimitata dal punto
fermo. “Quanto al contenuto, Zaccaria pronuncia un‟eulogia e una profezia. Mentre la prima
parte (vv. 68-75) canta l‟azione escatologica di Dio, l‟invio del Messia per Israele, e disvela
tale invio come già inizialmente realizzato nel concepimento di Gesù (cfr. I, 41-45), la
seconda parte (vv. 76-79) enuncia una profezia sui compiti del neonato Giovanni, la quale
riprende chiaramente la promessa dell‟angelo (I, 14-17)” 742.
   La unità del cantico è data, a livello formale, da una precisa struttura chiastica che fa
tutt‟uno con il contenuto e che Maluf indica come segue 743:



A. επεζθέςαην (68)

      B. ησ ιασ (68)

        C. ζσηεξίαο (69)

          D. πξνθεησλ (70)



740
    Oltre alla bibliografia indicata nel prosieguo del capitolo, segnaliamo J. GNILKA, Der Hymnus des
Zacharias, in “Biblische Zeitschrift” 6 (1962) pp. 215-238; P. HAUPT, Magnificat and Benedictus, in
“American Journal of Philology” XL (1919) pp. 64-75; A. VANHOYE, Structure du Benedictus, in “New
Testament Studies” 12 (1965-1966) pp. 382-389; P. VIELHAUER, Das benedictus des Zacharias (Lk 1, 68-79),
in Aufsatze zum Neuen Testament (Theol. Bucherei 31), Munchen 1965, pp. 28-46; P. WINTER, Magnificat and
Benedictus-Maccabaean Psalms?, in “The Bulletin of the John Rylands Library” 37 (1954-1955) pp. 328-347.
741
    L. J. MALUF, The Prophecy of Zachariah. A Study of the Benedictus in the Context of Luke-Acts, Roma
2000, pp.43-68.
742
    H. SCHURMANN, op. cit., p. 191.
743
    L. J. MALUF, op. cit., p. 141.



                                                 170
          E. ερζξσλ (71)

            F. εθ ρεηξνο (71)

               G. ησλ παηέξσλ εκσλ (72)

                 X. δηαζήθεο αγίαο (72)

                 Y. όξθνλ (73)

               G‟. ηνλ παηέξα (73)

            F‟. εθ ρεηξνο (74)

          E‟. ερζξσλ (74)

       D‟. πξνθήηεο (76)

     C‟. ζσηεξίαο (77)

  B‟. ησ ιασ (77)

A‟. επηζθέςεηαη (78).



3. 1. 1. Prima strofa

  I versetti 68-75 sono costituiti da un unico periodo formato da questa struttura:

1. proposizione principale, nominale (επινγεηνο θύξηνο);

2. proposizioni causali subordinate in primo grado alla principale e coordinate fra loro con θαί
(όηη επεζθέςαην … επνίεζελ … ήγεηξελ);

3. proposizione dipendente in secondo grado dalla principale introdotta da θαζσο, subordinata
alle causali (ειάιεζελ);

4. proposizioni finali implicite, subordinate alla principale e coordinate alle altre subordinate
per asindeto (πνηεζαη … κλεζζελαη);

5. proposizione relativa dipendente, logicamente, dalla seconda causale implicita (νλ
ώκνζελ), tramite όξθνλ che, in attractio inversa, è apposizione del genitivo δηαζήθεο;




                                              171
6. ηνπ δνπλαη (v. 73), che è “either the object of swearing ot the explanation”744, costituendo
quindi una proposizione completiva implicita subordinata in secondo grado e dipendente
dall‟ultima causale;

7. proposizione completiva implicita subordinata in terzo grado e dipendente da ηνπ δνπλαη
del v. 73 (ιαηξεύεηλ).

   Fra le principali particolarità linguistiche osserviamo il forte afflato semitizzante (comune
all‟intero cantico 745): όηη che traduce l‟ebraico “ki” (usato spesso per esprimere i motivi
dell‟eulogia ), “visitare” “as in Hebraic used of divine interventations” 746, εγείξεηλ usato nel
senso dell‟ “atto di „suscitare‟ una figura salvifica da parte di Dio (cfr. Iud. 3, 9. 15: ήγεηξα
ζσηεξα … ) “747, il genitivo di qualità (θέξαο ζσηεξίαο e ζπιάγρλα ειένπο), l‟espressione
“corno di salvezza” tributaria di una metafora ebraica per la quale il “corno” indica la
potenza, l‟espressione “aveva parlato per bocca dei santi profeti”, il sintagma κεηα ησλ
παηέξσλ (che è una perifrasi di origine semitica al posto del semplice dativo), l‟espressione ελ
νζηόηεηη θαη δηθαηνζύλε (“es locucion adverbial, de influjo ebreo, formada por un sostantivo
en dativo precedilo de la preposition ελ=hebr. be, en sostitucion de un adverbio. Son dativos
de modo muy frecuentes en la traduccion de los LXX” 748), l‟espressione fisionomica con
ελώπηνλ. È stato anche osservato che, nella retroversione ebraica, κλεζζελαη (“likzor”) e
όξθνλ (“hasbu‟a”), alludono rispettivamente a Zaccaria e a Elisabetta che compaiono in
questo ordine in 1,5 749. Tuttavia, come abbiamo notato in precedenza, oltre al forte carattere
semitico, le pagine di Luca brillano anche di tratti di un greco corretto e sontuoso: la
costruzione ησλ αγίσλ απ‟αησλνο πξνθεησλ e la apposizione-soggetto ξπζζέληαο dell‟infinito
(ιαηξεύεηλ) in accusativo.
   Degno di nota anche che gli aoristi dei vv. 68-69, contrariamente a quanto alcuni pensano
avvenga nel Magnificat, “sono … riferiti al passato, non anticipazioni profetiche del
futuro”750.
   Per finire, constatiamo che il testo non presenta problemi rilevanti di critica testuale: le più
importanti divergenze si riscontrano nei vv. 68 (dove p4 W e altri omettono θύξηνο, attestato
però da testimoni importanti come B S A C D L Δ Θ) e 74 (A C Δ Θ aggiungono εκσλ dopo
l‟espressione “dalla mano dei nemici”, in difformità rispetto B S L W).


3. 1. 2. Seconda strofa

      Anche i vv. 76-79 sono formati da un solo periodo, che ha la struttura seguente:

744
    M. ZERWICK; op. cit., p. 175.
745
    Così come per il Magnificat, gli studiosi ritengono che anche il Benedictus non sia altro che la versione greca
di un originale ebraico.
746
    M. ZERWICK, op. cit., p. 175.
747
    H. SCHURMANN, op. cit., p. 194. Notiamo altresì che la radice del verbo è una di quelle caratteristiche
(accanto alla radice di αλίζηεκη) nel Nuovo Testamento per indicare la resurrezione, ragion per cui il verbo della
pericope in questione potrebbe alludere addirittura alla resurrezione di Gesù.
748
    C. ESEVERRI HUALDE, op. cit., p. 131.
749
    Anche se “il riferimento a nomi collocati a tale distanza doveva risultare, anche a un palestinese, un rebus
difficilmente risolvibile”, in H. SCHURMANN, op. cit., p. 197.
750
    H. SCHURMANN, op. cit., p. 195.



                                                       172
1. una proposizione indipendente conclusa dal punto in alto (θιεζήζε) a cui segue una
proposizione principale (πξνπνξεύζε);

2. proposizioni finali implicite subordinate alla principale e coordinate fra loro per asindeto
(εηνηκάζαη … ηνπ δνπλαη);

3. proposizione relativa (ελ νηο επηζθέςεηαη);

4. proposizioni finali implicite dipendenti dalla relativa (επηθαλαη … ηνπ θαηεπζπλαη751).

   Osserviamo una peculiarità del greco neotestamentario: “nei passi di stile
anticotestamentario, la tendenza a preporre un ηνπ a un secondo infinito finale per amore di
chiarezza” 752. Fenomeno che constatiamo nei vv. 77 e 79. Del resto il ηνπ con l‟infinito
denota una certa ricercatezza stilistica e Luca lo presenta spesso quando c‟è una successione
di infiniti finali o consecutivi (venti volte nel Vangelo e sedici negli Atti) 753.
   Fra le principali particolarità della strofa segnaliamo che il verbo πξνπνξεύεζζαη
“riprendendo il πξνέξρεζζαη di 1, 17, va inteso nel senso del πξνθεξύζζεηλ βάπηηζκα
κεηαλνίαο πξν πξνζώπνπ ηεο εηζόδνπ απηνπ di Act. 13, 24, che comunica la γλσζηο ζσηεξίαο
(v. 77) “754.
   Mettiamo in evidenza anche che l‟espressione άθεζηο ακαξηησλ è molto rara, mentre, per
quanto riguarda il sostantivo αλαηνιή (inteso spesso come indicante il sorgere del sole o il
sole stesso 755), Schurmann osserva che “αλαηέιισ può significare sia lo „spuntare‟ di piante
sia il „sorgere‟ di astri. Partendo da αλαηέιισ nel senso di „far spuntare‟, si potrebbe
ipotizzare, per αλαηνιή, il significato di „germoglio‟ (semah; LXX Ier. 23, 5; 33, 15; Zach. 3,
8; 6, 12: αλαηνιή), che porterebbe a pensare al Messia. Ma un „germoglio‟ non viene
dall‟alto, e non risplende. In ambito greco l‟espressione stereotipata αλαηνιή potrebbe essere
intesa anche sulla base del verbo zarah=αλαηέιισ=‟sorgere‟. Αλαηνιή è allora il „sorgere‟ o
lo spuntare di un astro o qui questo stesso astro sorgente. Rifacendosi a immagini come Num.
24, 17 o Is. 9, 1; 60, 1 ss., nel giudaismo tardivo, specie a Qumran, si è volentieri paragonata
la comparsa del Messia al risplendere di un astro, il che corrisponde anche al modo di vedere
dei primi Padri. In questo caso, sia l‟ εμ ύςνπο sia l‟επηθαλαη del v. 79 si confanno bene
all‟immagine. Αλαηνιή era già un‟espressione messianica troppo stereotipata perché tale
vocabolo qui significhi soltanto il fenomeno del sorgere” 756.
   Riguardo ai semitismi, richiamiamo l‟attenzione anche su: genitivo di qualità (πξνθήηεο
πςίζηνπ, ζπιάγρλα ειένπο), uso di espressioni fisiognomiche (ελώπηνλ), ελ strumentale (v.
77).


751
    Per H. SCHURMANN, invece, l‟ultimo infinito è “solo debolmente consecutivo, non finale”, in op. cit., p.
203.
752
    F. BLASS-A. DEBRUNNER, op. cit., p. 486.
753
    M. ZERWICK, Biblical Greek, op. cit., p. 133.
754
    H. SCHURMANN, op. cit., p. 201.
755
    Oltre alle traduzioni della CEI (“verrà a visitarci dall‟alto un sole”) e della Concordata (“l‟Oriente dall‟alto ci
visiterà”: la Vulgata ha “visitavit nos oriens ex alto”), anche Zerwick intende “rising of the sun, here perhaps the
risen sun”, in op. cit., p. 176.
756
    H. SCHURMANN, op. cit., pp. 202-203.



                                                         173
  Infine, segnaliamo che il futuro επηζθέςεηαη (testimoniato da B S W Θ) è variato
nell‟aoristo επεζθέςαην (A C D e altri testimoni).



3. 2. Analisi metrica
   Come il Magnificat, anche il Benedictus presenta una ritmica basata tanto sulla quantità che
sulla qualità, testimoniando del passaggio non ancora compiutamente avvenuto, tra i due
sistemi.
   Irigoin 757 rintraccia nel Benedictus uno schema metrico, individuando una forte uniformità
nelle clausule e tutta una serie di particolarità ritmiche studiate ad arte (con i numeri posti a
lato di ciascuna riga indichiamo il numero delle sillabe toniche e delle sillabe in totale):

επινγεηνο θύξηνο ν ζενο ηνπ Ιζξαήι                                                     (4; 14)

όηη επεζθέςαην θαη επνίεζελ ιύηξσζηλ ησ ιασ απηνπ                                      (5; 20)

θαη ήγεηξελ θέξαο ζσηεξίαο εκηλ                                                        (4; 12)

ελ όηθσ Δαπίδ παηδνο απηνπ                                                             (4; 9)

θαζσο ειάιεζελ δηα ζηόκαηνο ησλ αγίσλ απ‟αησλνο πξνθεησλ απηνπ                         (6; 24)

ζσηεξίαλ εμ ερζξσλ εκσλ                                                                (3; 9)

θαη εθ ρεηξνο πάλησλ ησλ κηζνύλησλ εκαο                                                 (4; 12)

πνηεζαη έιενο κεηα ησλ παηέξσλ εκσλ                                                     (4; 14)

θαη κλεζηελαη δηαζήθεο αγίαο απηνπ                                                      (4; 13)
όξθνλ νλ ώκνζελ πξνο Αβξαακ ηνλ παηέξα εκσλ                                               (5; 16)

ηνπ δνπλαη εκηλ αθόβσο εθ ρεηξνο ερζξσλ ξπζζέληαο ιαηξεύεηλ απησ                           (8; 21)

ελ νζηόηεηη θαη δηθαηνζύλε ελώπηνλ απηνπ                                                   (4; 18)

πάζαηο ηαηο εκέξαηο εκσλ                                                                   (3; 8)

θαη ζπ δε παηδίνλ πξνθήηεο πςίζηνπ θιεζήζε                                                 (5; 15)

πξνπνξεύζε γαξ ελώπηνλ θπξίνπ εηνηκάζαη νδνπο απηνπ                                        (6; 20)

ηνπ δνπλαη γλσζηλ ζσηεξίαο ησ ιασ απηνπ                                                   (5; 14)

757
      J. IRIGOIN, La composition rythmique des cantiques de Luc, op. cit., pp. 8-21.



                                                        174
ελ αθέζεη ακαξηησλ απησλ                                                                 (3; 10)

δηα ζπιάγρλα ειένπο ζενπ εκσλ                                                            (4; 11)

ελ νηο επηζθέςεηαη εκαο αλαηνιε εμ ύςνπο                                                 (4; 16)

επηθαλαη ηνηο ελ ζθόηεη θαη ζθία ζαλάηνπ θαζεκέλνηο                                      (5; 18)

ηνπ θαηεπζπλαη ηνπο πόδαο εκσλ εηο νδνλ εηξήλεο                                          (5; 16)

   Lo studioso, dopo aver constatato che “la coupure entre les deux parties 758est fortement
marquée par l‟emploi du groupe disjoint καί … δέ, placé en tete de la seconde”, trae le
seguenti conclusioni: “…on constate que la première partie compte 190 syllabes et la seconde
120. De plus, la première partie se subdivise en 100 et 90 syllabes, avec coupure entre les
versets 71 e 72, et la seconde partie admet une subdivision du meme type, soit 70 et 50, avec
coupure entre les lignes 78a e 78b. Les quatre éléments sont donc disposés en ordre
descendant, avec une diminution de 10 syllabes la premiére fois, de 20 syllabes les deux
autres fois, le dernier élément (50) étant ainsi égal à la moitié du premier (100) “.
   L‟autore nota un particolare espediente ritmico: eccettuando tre casi che trasgrediscono la
regola, nel Benedictus tutte le sillabe accentate sono separate le une dalle altre da una o più
sillabe atone.
   Riportiamo infine l‟analisi delle clausule quantitative , che l‟autore divide in “ascendantes”
e “descendantes”:
Clausule ascendenti:

                                            prima strofa                       seconda strofa

Primo tipo (           ... ˉ ˘ ˉ   )                   68b                                  76b
                                                69b                                   77a
                                                70                                    77b
                                                71a                                   78a

Secondo tipo ( .... ˉ ˘ ˘ ˉ            )                   69a
                                                71b
                                                72a
                                                72b
                                                73a
                                                74
                                                75b

Terzo tipo ( ... ˉ ˘ ˘ ˘ ˉ         )                         68a
                                                 75a


758
      Ovverosia le due strofe.



                                              175
Clausule discendenti:


Primo tipo ( ... ˉ ˘ ˉ ˘       )             78b
                                             79b

Secondo tipo ( ... ˉ ˘ ˘ ˉ ˘       )         76a

Terzo tipo ( ... ˉ ˘ ˘ ˘ ˉ ˘       )           79a




                                       176
                                   CAPITOLO QUARTO


              Il pane e il calice nell’Ultima Cena (22, 17-20)




  17Καη    δεμάκελνο πνηήξηνλ επραξηζηήζαο εηπελ, Λάβεηε ηνπην θαη δηακεξίζαηε εηο εαπηνύο

        18ιέγσ   γαξ πκηλ, όηη νπ κε πίσ απν ηνπ λπλ απν ηνπ γελήκαηνο ηεο ακπέινπ έσο νπ ε

βαζηιεία ηνπ ζενπ έιζε. 19Καη ιαβσλ άξηνλ επραξηζηήζαο έθιαζελ θαη έδσθελ απηνηο ιέγσλ,

      Τνπηό εζηηλ ην ζσκά κνπ ην ππεξ πκσλ δηδόκελνλ ηνπην πνηεηηε εηο ηελ εκελ αλάκλεζηλ.

                        20Καη   ην πνηήξηνλ σζαύησο κεηα ην δεηπλεζαη, ιέγσλ,

         Τνπην ην πνηήξηνλ ε θαηλε δηαζήθε ελ ησ αίκαηί κνπ ην ππεξ πκσλ εθρπλλόκελνλ.



4. 1. Analisi grammaticale
   Delebecque 759 sviluppa una acuta analisi grammaticale della pericope lucana, focalizzando
l‟attenzione particolarmente sulla sintassi.
   Notiamo innanzitutto una particolarità: la struttura della frase dal v. 19 fino al v. 20 diviene
via via più dura, come se Luca volesse indicare una gradazione di mistero, dal pane (v.19) al
vino (v.20).
   Dopo aver richiamato le principali problematiche critico-testuali 760, l‟autore considera i
participi aoristi δεμάκελνο e επραξηζηήζαο del v. 17, che hanno due valori differenti: il
secondo è in unione all‟indicativo aoristo “disse” e non esprime il valore temporale
(indicando una contemporaneità di azione: “disse rendendo grazie”), mentre il primo ha “une
valeur temporelle: il exprime une action antérieure aux paroles”. Quindi, sebbene i due



759
   E. DELEBECQUE, op. cit., pp. 109-121.
760
   “Des versets 19 e 20 les manuscrits offrent trois versions différentes, un texte long, donné ci-dessus, qui est
celui de la plupart d‟entre eux –et que l‟on suivra ici –, un texte court, qui omet la seconde partied u verset 19 à
partir de ηο ςπεπ ςμων διδόμενον et tout le verste 20, c‟est-à-dire jusqu‟à ηο ςπεπ ςμων εκσςννόμενον
inclusivement, enfin un texte moyen, qui mélange cette partie omise avec les versets 17 et 18 “.



                                                       177
participi siano semplicemente giustapposti, indicano due azioni: Gesù prima prende 761 il
calice e poi ringrazia 762.
   Il participio aoristo επραξηζηήζαο è usato anche nel v. 19, sempre senza valore temporale,
ma in unione non al verbo “dire” (ιέγσλ), ma ad έθιαζελ. La sintassi del v. 19 lascia
trasparire tre azioni di Gesù: egli prima prende di sua mano il pane (ιαβσλ άξηνλ: questo
participio aoristo conserva il valore temporale, indicando quindi un‟azione precedente alle
due che ora indichiamo), poi lo spezza mentre rende grazie (mentalmente), infine lo dà ai
discepoli mentre proferisce parola (έδσθελ απηνηο ιέγσλ: l‟azione del dare è successiva per
logica, ed è necessariamente accompagnata dal dir parola per via di un fatto grammaticale: “
le participe présent … signifiant la durée d‟une action simultanée, ne peut logiquement
accompagner qu‟ έδωκεν, et non έκλαζεν “).
   Sempre nel v. 19 è presentato il valore reale del pane. Osserviamo innanzitutto che il
sostantivo άξηνο non ha l‟articolo, quindi è un pane non “determinato” particolarmente, è cioè
semplicemente del pane; interessante che il sostantivo non è accompagnato da un genitivo
partitivo, ragion per cui Gesù sembra prendere un pane intero.
   Il versetto in questione ha una fraseologia molto semplice e trasparente: il pane è denotato
in base a due frasi estremamente chiare:

1. ηνπηό εζηηλ ην ζσκά κνπ: si proclama la identità del pane e del corpo con il verbo εηκί 763;

2. ην ππεξ πκσλ δηδόκελνλ: il participio preceduto da articolo “indique une reprise de l‟idée,
une précision apportée au mot corps “. Interessante l‟uso di ππέξ invece del dativo di
vantaggio, che è una raffinatezza del greco migliore.

   Mentre prima il calice compare senza articolo (vv. 17. ), nel v. 20 esso ha l‟articolo perché
ormai si tratta di un elemento già presentato quindi conosciuto.
   Questo ultimo versetto è più ostico rispetto alla semplicità del v. 19.
   Delebecque risolve prima di tutto il problema della copula in “ηνπην ην πνηήξηνλ ε θαηλε
δηαζήθε”, che non è espressa in maniera chiara. Si osserva preliminarmente che “en grec
l‟attribut prend l‟article s‟il y a identité entre attribut et sujet”, ragion per cui il versetto
esprime, come precedentemente per il pane e il corpo mediante il verbo εηκί, la identità fra il
calice contenente vino (“frutto della vite”: v. 18) e “la nuova alleanza nel sangue”, cioè la
identità fra il vino e il sangue. Quindi, anche in base a questo parallelismo, sembra che il
soggetto sia “il calice” e l‟attributo sia “la nuova alleanza”.
   Altra difficoltà si incontra con il participio ην … εθρπλλόκελνλ. Scartando l‟ipotesi che sia
un nominativus pendens, Delebecque lo intende come una costruzione participiale con il
valore di una proposizione relativa (del tipo che si incontra in 6, 25; 11, 27; 18, 7). A tutta
prima sembra che il participio si riferisca al dativo ησ αίκαηί, analogamente a quanto avviene
761
    Delebecque osserva che, nel linguaggio molto curato di Luca, si fa una distinzione fra ιακβάλεηλ (“prendere”
in prima persona) e δέρεζζαη (“ricevere” da altri). Pertanto, dal racconto lucano, emerge che Gesù ricevette da
altri il calice, ma prese di persona (ιαβώλ) il pane (v. 19).
762
    Sulla scorta delle considerazioni grammaticali (“disse ringraziando”) si può dire che “ l‟action de graces,
mentale, est inséparable des paroles prononcées par Jésus, estendues par les apotres “.
763
    Questa è l‟interpretazione ufficiale della Chiesa cattolica. In punta di grammatica, tuttavia, sarebbe possibile
anche un‟altra resa, perché il verbo greco può significare anche “sembrare, significare” (oltre che “esistere”,
“essere possibile”, “essere lecito”). È fuor di dubbio però che il senso copulativo sia generalmente quello
tradizionale: “essere”.



                                                       178
in 20, 27 (dove la costruzione participiale in nominativo plurale si riferisce a un genitivo
plurale) 764. Tuttavia lo studioso osserva che, se così fosse, Luca avrebbe potuto usare
semplicemente il participio in dativo. Quindi, così come è, il participio sembra riferirsi
soltanto a ην πνηήξηνλ. Essendo però, logicamente, “il calice” un attributo del “sangue” (come
si è visto al capoverso precedente), così come anche grammaticalmente lo è “la nuova
alleanza”, risulta che, in definitiva, il participio in questione si riferisce proprio al “sangue”.
Non solo logicamente, ma anche grammaticalmente, perché Delebecque ritiene che il dativo
ελ αίκαηί richiami proprio il nominativo neutro αίκα, al quale, sottinteso, si riferisce il
participio. Tanto è vero che egli propone di tradurre in questo modo: “ „ ceci est la coupe, le
testament nouveau dans mon sang, ceci est le sang … „ “ che è sparso per voi .
   Un ultima difficoltà è quella del valore temporale da attribuire a questo participio. Alcuni
studiosi pensano a un valore di futuro 765 perché Gesù verserà il sangue dopo la cena, invece
Delebecque pensa a un “sens intemporel”: il presente può indicare la eternità entro una azione
continua.


4. 2. Analisi semantica
   Esaminiamo il significato di alcuni termini fondamentali della pericope evangelica.
Osserviamo che queste parole che presenteremo, se sono “parole-chiave” del testo letterario,
svelando quindi la costellazione tematica dello stesso, sono allo stesso tempo “parole-
testimoni” 766, ovverosia dei vocaboli che, in un dato periodo in seno ad una società e alle sue
organizzazioni concettuali collettive, sono “testimoni” della stessa, definiscono alcune
particolarità della società, specie nozioni innovative.

Πνηήξηνλ: nella letteratura veterotestamentaria l‟immagine del calice è ambigua perché indica
sia la gioia concessa alle persone ospiti o in lutto (Salmo 22, 5) sia l‟ira di Dio (Salmo 74, 9).
“Cristo, che assume su di sé il peccato dell‟umanità nella sua passione e morte, deve bere
questo calice terribile. E ne prova anche disgusto, tanto è vero che grida al Padre: „Abbà,
Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice !‟ (Marco 14, 36). Ma alla fine la
sua scelta non ha esitazioni “767. Quindi, il calice reale della Cena trascolora nel “calice” della
prova e della sofferenza, in definitiva, della croce, prova immensa dell‟amore di Gesù per gli
uomini. Questo stesso calice, reale e trascolorato, devono ricevere gli uomini in αλάκλεζηλ di
Cristo, quale sigillo della θαηλε δηαζήθε.

Επραξηζηέσ: nella grecità profana la radice lessicale corrisponde all‟ideale della κεγαινςπρία
(per esempio, in uno scrittore si trova l‟espressione “επράξηζηνλ θαη κεγαιόςπρνλ” a
proposito di Alessandro Magno), mentre, in ambito religioso, può trovarsi usata sia nel culto
del sovrano (per esempio, nel senso di essere grati al sovrano quale nuovo Helios) che,

764
    “Τηλεο ησλ Σαδδνπθαίσλ, νη αληηιέγνληεο”: il participio si riferisce ai Sadducei, cioè a tutti coloro i quali
contraddicono, alla gente, al gruppo religioso che contraddice, e non ad “alcuni”.
765
    Come Zerwick (Biblical Greek, op. cit., p. 95), il quale scrive che “ in place of the future participle the
present one is used (as in Hebrew and Aramaic) “ e attribuisce questo valore sia a ην … δηδόκελνλ (v. 19) che al
participio in questione.
766
    G. MATORE‟, Il metodo in lessicologia, Parigi 1950.
767
    G. RAVASI, La Parola e le parole, op. cit., pp. 237-238.



                                                      179
semplicemente, per ringraziare una divinità. In contesto giudaico la radice si riferisce
essenzialmente alla “preghiera di ringraziamento”. Anche il Nuovo Testamento si rifà, in
genere, all‟uso ebraico, soprattutto in relazione alla preghiera del pasto (Mc 8, 6; Mt 15, 36;
Gv 6, 11. 23; Atti 27, 35), adoperando spesso anche il sinonimo επινγέσ; proprio per questo
il verbo επραξηζηέσ compare nei racconti della Cena (ma non si può parlare di un uso
tecnico): Marco (14, 22 ss) e Matteo (26, 26 ss.) usano anche il sinonimo testé indicato,
mentre Paolo ha solo επραξηζηέσ per il pane (1 Cor. 11, 24) e Luca ha, per il pane e il calice,
solo quest‟ultimo verbo 768.

Άξηνο: molto usato nel Nuovo Testamento, possiede tre significati fondamentali: 1. è il
termine nobile per indicare il pane (così come nella koiné: per esempio, Ippocrate usa άξηνο
per il pane di frumento e καδα per il pane d‟orzo); 2. nutrimento, in conformità con la cultura
semitica; 3. partecipazione alla beatitudine, soprattutto nel presentare Gesù come il “pane
della vita” (Gv 6, 35. 48) 769. Nel passo di Luca, Gesù, distribuendo il pane, distribuisce sé
stesso, dando, in questo modo, la possibilità di partecipare alla beatitudine della salvezza.

Δίδσκη: il verbo è usato dalla cristianità in senso altissimo comparendo nel Nuovo
Testamento “spesso in una luce che è conforme al significato e al carattere realistico del
concetto dell‟amore, ché l‟amore è dono, non solo disposizione di spirito (Iac. 2, 16; I Io. 3,
17) “ 770. Basterebbe solo pensare a Gv 13, 34: “εληνιελ θαηλελ δίδσκη πκηλ, ίλα αγαπαηε
αιιεινπο, θαζσο εγάπεζα πκαο ίλα θαη πκεηο αγαπαηε αιιεινπο”. Gesù sta dando la
missione fondamentale del cristiano, quella dell‟amore. Nella pericope in esame, Luca usa
due volte il verbo (v. 19): “Poi, preso un pane, lo spezzò rendendo grazie e lo έδσθελ a loro
dicendo, Questo è il mio corpo quello per voi δηδόκελνλ”. Se si considera che questo “corpo”
allude al sacrificio della croce, al momento in cui Gesù dà nel modo più manifesto il suo
amore, Gesù, in queste parole capitali, sta dando tutto il suo amore.

Σσκα: nel greco omerico ζσκα non è mai usato per il corpo vivente, significando “cadavere”:
Omero usa invece soprattutto δέκαο (solo all‟accusativo di relazione, “di figura”, “di
statura”), γπηα (plurale che indica le membra in quanto mosse dalle articolazioni) e κέιεα
(plurale che indica le membra in quanto ricevono forza dai muscoli 771. Nella cultura ebraica
la “nefesh hajjah”, “persona vivente, uomo” è costituita da tre concetti fondamentali: “basar”,
“corpo” (essere umano inteso come finito, fragile, limitato: “non è, quindi, il „corpo‟ in senso
stretto, ma è la rappresentazione dello stato della creatura umana in particolare e, più
generalmente, di ogni vivente, quello dell‟essere limitati, deboli, destinati alla fine”), “ruah”,
“spirito” (è il principio vitale che sta alla base della “nefesh”: senza quest‟ultima una persona
muore, ma senza “ruah” la “nefesh” non è autenticamente tale), “neshamah”/”nishmat”,
“autocoscienza”, “moralità” 772. Il greco del Nuovo Testamento usa ζσκα in base a questi
significati: 1. cadavere (come in Luca 23, 55); 2. in base al pensiero veterotestamentario,
persona umana; 3. corpo offerto in sacrificio, significato di cui è difficile trovare paralleli 773.

768
    G. KITTEL-G. FRIEDRICH, op. cit., alla voce επραξηζηέσ.
769
    G. KITTEL-G. FRIEDRICH, op. cit., alla voce άξηνο.
770
    G. KITTEL-G. FRIEDRICH, op. cit., alla voce δίδσκη.
771
    B. SNELL, La cultura greca e le origini del pensiero europeo, Torino 1971, pp. 24-26.
772
    G. RAVASI, Breve storia dell‟anima, op. cit., pp. 71-111.
773
    G. KITTEL-G. FRIEDRICH, op. cit., alla voce ζσκα.



                                                     180
Quindi gli evangelisti, quando presentano la formula “ηνπηό εζηηλ ην ζσκά κνπ” (poi ripresa
nella liturgia della consacrazione eucaristica), presentano una innovazione rispetto alla
situazione linguistica precedente.

Αηκα: “Nel Nuovo Testamento αηκα acquista il suo più alto significato teologico quando è
usato in connessione con la morte di Cristo… L‟interesse del Nuovo Testamento non è rivolto
al sangue come elemento della vita fisica del Cristo, ma al sangue che egli ha versato nel
sacrificio supremo” 774. Sebbene la religione greca pensasse che il sangue, nei riti, avesse
funzione purificatrice e che la religione ebraica lo consideri strumento di espiazione (Lv 17,
4), l‟importanza che la parola αηκα assume nei racconti della Cena è unica: il “sangue” di
Gesù decreta addirittura la “Nuova Alleanza”, il nuovo patto di amore fra Cielo e Terra, fra
Dio e Uomini, all‟insegna di quello squarcio in Cielo che, aperto ai primordi dell‟Umanità,
attende la definitiva finale alla fine dei tempi.




774
      G. KITTEL-G. FRIEDRICH, op. cit., alla voce αηκα.



                                                     181
182
                                  CONCLUSIONE



Abbiamo iniziato il nostro itinerario alla ricerca della parola in uno stato d‟animo di
smarrimento, timorosi di fronte alla estasiante bellezza e alla tremenda difficoltà connaturate
entrambe (ραιεπα ηα θαιά) ad ogni realtà di valore.
   Siamo partiti dal luogo e dal momento in cui la nostra civiltà e il nostro destino sono nati,
ci siamo mossi dagli albori della lingua greca. Abbiamo proseguito fino alla lingua comune
ellenistica e, in quel contesto, ci siamo soffermati ad esplorare il greco del Nuovo Testamento.
Ci siamo quindi addentrati nel greco del Vangelo di Luca facendo infine pratica delle tante
nozioni teoriche con l‟analisi di alcuni passi del terzo vangelo.
   Il viaggio ci ha arricchito della comprensione, in definitiva, di uomini lontani da noi ma
allo stesso tempo vicini, che comunicano, a distanza di secoli, per veicolo della parola.
Giustamente Illic Svityc, nella sua poesia in “nostratico” (che Villar traduce), canta:

   “La lingua è un guado attraverso il fiume tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri
 antenati. Ma coloro che hanno paura delle acque profonde non potranno mai raggiungerla”.

   Siamo sprofondati nelle ricchezze della lingua greca e abbiamo riportato, con stupefatto
incantamento, un incontro, con la parola e attraverso la parola, approdando nell‟isola della
conoscenza, come quella cantata da Pindaro:


                       “Opera divina, salve, agognato frutto
                        per i figli di Latò dalla chioma splendente,
                        figlia del mare, della terra vasta
                        immobile presagio, che mentre i mortali
                        chiamano Delo, i beati, nell‟Olimpo,
                        invocano come della terra oscura Sole da lungi splendente”.


   Il lavoro di studio sta sempre in bilico su tre prospettive: come la letteratura greca ha usato
lo stesso termine (θπθεώλ) per indicare sia la bevanda che era concessa all‟iniziato prima di
accedere alla visione suprema, sia la bevanda che Circe dà ad Odisseo per tentare di stregarlo,
sia quell‟impasto che Teofrasto dice essere tipico della persona rozza, così possiamo dire che
colui che tenta di squarciare il velo dell‟apparenza per andare all‟essenza delle cose può
riuscire, o può perdersi e far perdere chi lo segue, o può fare un‟operazione del tutto inutile.
La conoscenza, a parità di fattori circostanziali, è data solo a colui la cui intima natura lo
permette, facendolo innalzare così verso i cieli tersi della comprensione e della razionalità,
anziché lasciarlo schiacciato nella caverna catactonia. Conoscere significa perdere il contatto
con il proprio orizzonte consueto, perdere la certezza addirittura del proprio io per l‟inusitato
e lo sconosciuto. Per questo il Mefistofele di Goethe dice a Faust che vuole arrivare fino alle
Madri:



                                               183
 “E se anche a nuoto varcassi l‟oceano e di là tu guardassi l‟illimitato: ma almeno là vedresti
  venire onda su onda pur se nel tremito del tuo sparire. Ma vedresti qualcosa; vedresti nel
  verde di mari quieti delfini vaganti, nubi vedresti migrare, soli, astri, luna… Ma in quella
lontananza eternamente vuota non vedrai nulla. Non udrai il passo che posi. Dove tu sosterai,
                                         nulla di certo”.

La riuscita del viaggio dipende dall‟intima natura di colui che lo intraprende, dipende da
quella chiave della quale Faust dice:

        “La tengo stretta. E sento nuova forza empirmi il petto per la nuova impresa”.

Chi riesce nel viaggio si accorge che il viaggio non era altro che l‟ultima illusione sensibile,
perché egli non si è punto spostato da sé stesso. La verità non è un oggetto, ma un‟identità. È
il mondo esterno che combacia con il mondo interno in un abbraccio inscindibile.
Riprendendo i concetti di Hegel, possiamo dire che la tesi della situazione conoscitiva
primitiva è stata cambiata dalla antitesi del “viaggio” verso il nuovo in un sintesi che coincide
con la vecchia situazione conoscitiva trasmutata in base a ciò che in nuce vi è connaturato e
ivi presente ab ovo. Platone diceva che la conoscenza è un ricordare. Conoscere non significa
altro che chiudere il cerchio, aversi in pienezza.
   Ci auguriamo che questo lavoro sulla lingua greca del Vangelo secondo Luca si muova per
la prima via, proponendosi come un modesto contribuito alla conoscenza di un‟opera
letteraria e spirituale veramente stupenda, che, insieme al pensiero greco, ha, con tutto il
Nuovo Testamento, gettato le basi della civiltà occidentale, costituendo una delle due valve
cui si articola il fondamento morale e intellettuale dell‟uomo di oggi.
   Per concludere riportiamo una nostra poesia che, vivendo del respiro che fu di Holderlin
prima e di Luzi poi, così recita:


                                               Prorompono
                                una coll‟altra
                                esse, zampillano
                                dalle labbra mia tese, una
                                coll‟altra, erompono
                                alate parole rapide
                                fiorendo deboli forti rabide
                                               e di guizzo saette,
                                               deboli scarne povere,
                                               in alto, a toccare il cielo, più su”.




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